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martedì 3 dicembre 2019

Far votare il leone di San Marco in Valle d'Aosta? Nel 1984 Gremmo ci riuscì

Alle elezioni politiche del 1983, inutile negarlo, il vero caso era stato l'exploit della Liga Veneta: nata in concreto nel 1979 e dal notaio l'anno dopo, in quel 1980 aveva mosso i suoi primi passi alle regionali, ma con il suo 0,47% era stata l'unica lista a rimanere a bocca asciutta. Alla sua prima corsa verso il Parlamento, invece, era riuscita nell'impresa di eleggere subito un deputato e un senatore: lo 0,34% a livello nazionale (alla Camera) era diventato almeno il 4% sul territorio e si era tradotto in due seggi per il leone di San Marco finito in evidenza sulle schede. Di questo era ben consapevole, ma con molta amarezza, Roberto Gremmo, convinto autonomista piemontese, impegnato dall'inizio in quelle battaglie.
Il fatto era che in quell'occasione Gremmo e altri, a partire dal milanese Roberto Bernardelli (futuro cofondatore del Partito pensionati, poi deputato e consigliere regionale della Lega Nord e fondatore di nuovi soggetti politici come Lega Padana - Lombardia e Grande Nord), avevano accettato di candidarsi sotto le insegne della Lista per Trieste, che nel 1979 era riuscita a eleggere come deputata Aurelia Benco Gruber e quindi era esente dall'onere della raccolta firme; fino all'ultimo, però, avevano provato a ottenere dal partito - il cui nome completo era "Associazione per la zona franca integrale a Trieste e nella sua provincia" - la possibilità di modificare parzialmente il simbolo, lasciando ovviamente al centro il "melone con alabarda" triestino ma modificando almeno gli elementi testuali, per rendere l'emblema votabile anche al di fuori del Friuli - Venezia Giulia. Uno dei dirigenti della lista, certo, Gianfranco Gambassini, era però stato irremovibile: la Lista per Trieste in effetti voleva porsi come alternativa ai partiti su scala nazionale, ma - anche se aveva personalmente contattato Gremmo e Bernardelli per fare fronte comune - non voleva in alcun modo snaturare la sua immagine. "Non si poteva dare l'impressione all'elettorato triestino - scrisse Gremmo nel 1992, nel suo libro Contro Roma - i voler rinunciare ai tre punti programmatici che lo caratterizzavano; il riferimento giuliano sarebbe stato l'elemento essenziale per raccogliere i voti di oltre 350mila profughi che erano fuggiti dall'Istria nell'immediato dopoguerra; la contestazione ai partiti non doveva far dimenticare che i gruppi alleati erano degli aggregati mentre il protagonista restava il solo sodalizio triestino". 
Morale della favola, a dispetto della presenza in tutta l'Italia - compresa la Sicilia di Ernesto Di Fresco, deputato Dc uscente non ricandidato da Ciriaco De Mita, i cui emissari, come ricorda tuttora bene Gremmo, si erano distinti per aver aperto bocca al momento di siglare l'alleanza coi triestini soltanto per dire "'u Mellone, dateci 'u Mellone!", prima di andarsene in fretta verso l'aeroporto - la Lista per Trieste si era fermata allo 0,25%, con 92.101 voti in tutto e per un migliaio di voti non aveva riconfermato il seggio alla Camera (anche se Gremmo aveva ottenuto un buon risultato in Piemonte, ma non lo aveva aiutato una campagna elettorale della lista del tutto incentrata su Trieste e sul Carso); la Liga Veneta aveva ricevuto di più, 125.311 voti, che a livello nazionale erano stati pari allo 0,29%, ma essendo arrivati quasi tutti in Veneto lì avevano pesato per oltre il 4% e avevano prodotto un eletto in ogni ramo del Parlamento. Gremmo entrò poi in contatto con uno degli animatori del partito, Franco Rocchetta, dandogli anche negli ultimi mesi del 1983 il richiesto sostegno nella battaglia tutta interna al partito con Achille Tramarin, fondatore e primo segretario, ma nel frattempo divenuto deputato e - in base allo statuto - incompatibile con l'incarico di vertice della Liga. Alla fine prevalse Rocchetta (segretaria della Liga divenne Marilena Marin, futura moglie di Rocchetta) e l'appoggio di Gremmo - che in quel periodo teorizzò il concetto di Nord assai prima di Bossi - fu in qualche modo ripagato l'anno successivo.
Nel 1984, infatti, si celebrarono le seconde elezioni europee. Memore dell'esperienza del 1979, Gremmo aveva proposto all'Union Valdôtaine di ripetere l'alleanza di tutti i gruppi autonomisti di cinque anni prima, quando il simbolo dell'Uv era stato leggermente modificato per essere votato anche al di fuori della Valle d'Aosta; l'Union in teoria aveva accettato, ma - in ossequio alla nuova linea meno "inclusiva" successiva alla morte di Bruno Salvadori - non si era detta disposta a unire i gruppi che non avessero rappresentato minoranze linguistiche: il che equivaleva a sbarrare la strada all'alleanza con autonomisti piemontesi, lombardi e veneti, mentre si era aperto da tempo un canale con il Partito sardo d'azione. Risultata impraticabile per Gremmo la via valdostana, restava quella veneta: anche la Liga, grazie alla rappresentanza parlamentare, avrebbe permesso di correre senza doversi sottoporre di nuovo alla raccolta firme (vero incubo per le formazioni minori di quel periodo) e i rapporti stretti in precedenza potevano consentire un progetto simile.
Union Piemontèisa
In vista di quelle elezioni europee unirono le forze la Liga Veneta, l'Union Piemontèisa di Gremmo, ma anche la Lega Lombarda di Umberto Bossi, il Partito federalista europeo e il Partito del popolo trentino tirolese. Anche in quel caso, tuttavia, era necessario trovare un simbolo comune adeguato, che senza snaturare la trazione della Liga Veneta (bisognava pure che si vedesse l'emblema che attribuiva il vantaggio dell'esenzione dalla raccolta firme) inducesse a votarlo anche al di fuori del Veneto (e non solo i molti emigrati veneti che pure in Piemonte e Lombardia c'erano), tenendo anche conto della concorrenza dell'Uv. Pensa che ti ripensa, si escogitò questa soluzione: in primo piano sarebbe rimasto il leone marciano, con il libro aperto e l'invito alla pace; il nome della Liga Veneta sarebbe finito in basso, più piccolo, ma la vera novità sarebbe stata nel nome della lista-confederazione, Unione per l'Europa federalista, con la prima parola in evidenza. 
Nel suo libro Contro Roma, Gremmo ricorda che il primo ad andare su tutte le furie per il simbolo fu Achille Tramarin, che si oppose all'uso del simbolo della Liga da parte di Rocchetta e degli altri, ingaggiando una battaglia legale (persa, come racconta Gremmo); arrivò anche a tentare di depositare per primo il simbolo della Liga Veneta al Ministero dell'interno, presidiando la piazza del Viminale per giorni e ingaggiando una vera e propria scazzottata con Rocchetta e i suoi l'ultima notte prima che i cancelli ministeriali si aprissero. "Al mattino, malconci, Tramarin ed i suoi andarono a farsi medicare ed a presentare denuncia, ma la Liga poté presentare il suo simbolo". Non fece nessun rilievo l'Union Valdôtaine, ma questa fu la principale vittima del nome scelto: il tandem con i sardisti in Valle d'Aosta ottenne 16.676 voti, ma il leone venetista ne ottenne 2.128, pari a un rispettabilissimo 3,16%, probabilmente facilitato dal fatto che il nome della lista conteneva la parola "Unione" e più di qualcuno era forse convinto di votare per il leone dell'Uv. Morale: con i suoi 164.115 voti, l'Unione per l'Europa federalista arrivò a un soffio dall'eleggere un europarlamentare (fu l'unica lista a rimanere senza), obiettivo invece centrato dalla lista Uv-Psd'az che di voti ne aveva presi 193.430; l'eletto, in compenso, era uscito in Sardegna e non si dimise mai per lasciare il posto al primo valdostano della lista.
Pur non essendo arrivati eletti (cosa che non piacque a Rocchetta), il rapporto tra l'Union Piemontèisa e la Liga Veneta proseguì e Gremmo poté inserire la "pulce" (secondo il meccanismo che lui aveva collaudato anni prima) della Liga nel contrassegno della sua Union per partecipare senza firme alle elezioni amministrative e alle regionali del 1985. I risultati furono buoni, anche se l'eletto - lo stesso Gremmo - arrivò solo alle provinciali di Torino. Era ancora pochino, in effetti, ma si trattava pur sempre di uscire dall'anonimato e da qualche parte si doveva iniziare. Sarebbero arrivate altre imprese, momenti molto difficili e rinascite inattese, sempre basate su nuovi simboli, ma meritano di essere ricordate a parte.

martedì 2 luglio 2019

Partito dei Veneti, già in cammino (da aprile) verso le regionali 2020

Alle ultime amministrative su manifesti e schede non lo si è visto, anche perché era nato meno di un mese prima della presentazione delle candidature; non è finito nemmeno nelle bacheche del Ministero dell'interno, anche solo per cercare un po' di visibilità o un deposito meramente cautelativo. Il fatto è che la presentazione dei contrassegni per le elezioni europee si è chiusa nel pomeriggio dell'8 aprile, mentre il simbolo del Partito dei Veneti - pur concepito certamente con un discreto anticipo - è ufficialmente nato solo il giorno dopo, con tanto di deposito presso l'Ufficio italiano brevetti e marchi per la registrazione come segno distintivo (sia pure nella versione in bianco e nero). 
Si tratta di un tentativo di mettere ordine e "semplificare" la galassia indipendentista venetista, un'opera piuttosto difficile visto il gran numero di sigle che nel corso degli anni si sono moltiplicate, non di rado attraverso scissioni da altri gruppi della stessa area. Questo progetto, in particolare, mette insieme i movimenti politici Siamo Veneto, Indipendenza Veneta, gruppo Chiavegato x l'indipendenza, Progetto Veneto Autonomo, Veneto Stato d'Europa e varie reti civiche locali. Basta guardare quell'elenco per rendersi conto che vari soggetti non ne fanno parte (a partire dalla Liga Veneta Repubblica o da Indipendenza del Veneto) e, nel contempo, per rendersi conto che, rispetto alle scorse regionali, i gruppi provengono da collocazioni diverse: Progetto Veneto Autonomo appoggiava Alessandra Moretti e il centrosinistra, Indipendenza Veneta era a favore del suo candidato Alessio Morosin (e Chiavegato era con lui), Veneto Stato appoggiava Flavio Tosi.
L'obiettivo principale della nuova aggregazione, come si legge sulla pagina Facebook del neonato soggetto politico, è ottenere e perseguire "la piena attuazione dell’art.2 dello Statuto della Regione del Veneto", in base al quale "L'autogoverno del popolo veneto si attua in forme rispondenti alle caratteristiche e alle tradizioni della sua storia. La Regione salvaguarda e promuove l'identità storica del popolo e della civiltà veneta e concorre alla valorizzazione delle singole comunità. Riconosce e tutela le minoranze presenti nel proprio territorio". E, per quanto riguarda la parola "autogoverno", i promotori del partito concepiscono un solo significato: "potersi governare da soli, con la possibilità di gestire autonomamente le proprie risorse economiche al fine di garantire i migliori servizi e possibilità di sviluppo al territorio". Ciò dovrebbe poi tradursi anche in un "vero decentramento amministrativo con la concessione della più ampia autonomia possibile ai Comuni, alle Comunità Montane, ai Comprensori e alle Provincie, garantendo particolari forme di autonomia per territori particolari come Venezia, il Lago di Garda e le zone montane quali, Belluno, Lessinia e Altopiano di Asiago". 
L'obiettivo è ambizioso, anche se è ben difficile che questo possa essere attuato a costituzione invariata; per il Partito dei Veneti, in ogni caso, si tratta di una meta da raggiungere con ogni mezzo, compresa l'indizione di un referendum consultivo per l’indipendenza del Veneto "come avvenuto per la Scozia, il Montenegro e il Quebec, lasciando così democraticamente decidere ai veneti le sorti del loro futuro".
Il nuovo coordinatore del soggetto politico, Giacomo Mirto, cerca di dare conto della novità di questo progetto: "Siamo ad una svolta storica, oggi nasce finalmente un grande Partito pronto a difendere i soli interessi dei veneti. Nessun partito centralista e nazionale si è dimostrato in grado di farlo. E come potrebbero se per sopravvivere elettoralmente devono garantire gli interessi di altre Regioni che nella maggior parte dei casi sono in antitesi ai nostri? La prima battaglia che condurremo è quella per la piena attuazione dell'art. 2 dello Statuto regionale: l'Autogoverno. In altre parole, che i soldi dei veneti restino in Veneto". L'idea è di utilizzare il 2019 per radicarsi sul territorio, con varie assemblee pubbliche nelle province, per poi essere pronti a una proposta coesa per le regionali del prossimo anno, proponendo un partito territoriale che possa risultare credibile sullo schema di quelli trentini o bolzanini.

"Il Veneto - continua Mirto - paga la mancanza di un Partito territoriale che risponda unicamente ai veneti e che non abbia sedi e interessi in Liguria, Calabria o Sicilia. La riprova è il fatto che in tutte le Regioni europee dove vi sono forti movimenti territoriali i risultati in termini di Autogoverno non sono mai mancati. Ed è naturale sia così. Per tali ragioni abbiamo unito il fronte indipendentista e pro-autogoverno veneto dando vita al Partito dei Veneti che, libero da logiche elettorali 'nazionali', può trattare da una posizione di forza e senza paura di perdere voti nel resto d’Italia con lo Stato centrale. In questo modo la Scozia sta ottenendo un secondo referendum indipendentista dopo la devolution del 1997. In questo modo Baschi e Catalani godono di un’ampissima autonomia, così come i bavaresi, fiamminghi e sud-tirolesi".
Si cerca di fare questo, quasi inevitabilmente, sotto l'insegna che unisce quattro dei cinque soggetti che hanno dato luogo al Partito dei Veneti: il leone di San Marco. Si tratta, come è facile vedere, non del leon da guera, ma di quello in tempo di pace, che con le zampe non impugna una spada ma regge il libro della Parola e anche - a quanto si apprende - della sovranità. Quello stesso simbolo storico, dunque, diventa emblema della volontà di autogoverno; sul piano cromatico, c'è il rosso della bandiera veneta, così come un più rassicurante blu tinge la parte inferiore del contrassegno. C'è tempo per far conoscere l'emblema prima che arrivi il momento, per le prossime regionali, per schierarlo, sperando che il messaggio "Veneto solo ai veneti"  faccia presa, erodendo gli altri schieramenti.