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giovedì 2 ottobre 2025

Toscana, simboli e curiosità sulla scheda


La quarta regione, tra quelle che sono chiamate al voto in questo turno elettorale autunnale, è la Toscana, che rinnova la Presidenza e il Consiglio alla scadenza naturale, essendosi svolte le precedenti elezioni proprio cinque anni fa. 
Il presidente uscente, Eugenio Giani, sostenuto dal centrosinistra, si ricandida (appoggiato da una coalizione più ampia) alle elezioni fissate per il 12 e il 13 ottobre, dovendosi confrontare con altri due aspiranti alla guida della giunta regionale; i tre candidati alla presidenza saranno sostenuti da 10 liste in tutto. Si tratta di numeri decisamente più ridotti rispetto al voto del 2020, quando i candidati alla presidenza erano 7 e le liste sulla scheda erano 15 (anche grazie a un taglio significativo delle firme da raccogliere, dovuto al voto in "epoca Covid-19"). 
I contrassegni delle liste saranno analizzati secondo l'ordine valido per la circoscrizione di Firenze 1; uno spazio alla fine sarà dedicato anche ai simboli che non finiranno sulla scheda (perché esclusi insieme alle loro liste o perché le rispettive forze politiche hanno ritenuto di non riuscire a raccogliere le firme in tempo utile e se ne sono lamentate davanti ai giudici amministrativi).
 
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Antonella Moro Bundu

1) Toscana Rossa

Unica donna in corsa per la guida della giunta regionale toscana è Antonella Moro Bundustorica attivista, fiorentina di madre sierraleonese, già candidata sindaca di Firenze nel 2019 per Sinistra Italiana, Potere al popolo! e Firenze città aperta. La sostiene una sola lista, Toscana Rossa, dichiaratamente di sinistra: il contrassegno contiene le miniature dei simboli del Partito della rifondazione comunista, di Potere al popolo! e di Possibile. Il rosso è il colore dominante, del cerchio interno tagliato in alto (per ospitare le miniature ricordate: nessuna di queste, peraltro, era in grado di evitare la raccolta delle firme, non essendo quelle forze state rappresentate da un gruppo consiliare creato almeno sei mesi prima del voto) e del nome della regione inserito in un romboide bianco in primo piano: a fianco di questo si può notare un piccolo fiocco con la bandiera palestinese, lo stesso che era stato visto in altri simboli della stessa area politica in precedenti turni di elezioni regionali (per esempio in Emilia-Romagna lo scorso anno). Sono poco leggibili di, perché molto sottili, le parole "Pace | ambiente | salute | lavoro" collocate a metà della parte tinta di rosso.
 

Eugenio Giani

2) Eugenio Giani presidente - Casa riformista 

Seconda candidatura da considerare è quella del presidente uscente, Eugenio Giani, sostenuto da un "campo (più o meno) largo", articolato per l'occasione in quattro liste. La prima, nella circoscrizione Firenze 1, è Casa riformista, che come si sa è stata promossa soprattutto da Italia viva (ed è probabile che questo sia stato sufficiente ad abbattere la raccolta firme), ma vede l'adesione anche di esponenti di +Europa, Psi, Pri (formazioni che, insieme ad Azione, avevano lavorato a una possibile lista denominata Avanti con Giani)o. In questo caso, tuttavia, il nome della lista è stato collocato nella parte inferiore sfumata, sotto la casa stilizzata: il rilievo maggiore, all'interno del contrassegno, è dato all'altra parte del nome, Eugenio Giani presidente. Proprio il rilievo di questa espressione fa pensare che Casa riformista, almeno in Toscana abbia anche il ruolo di "lista del presidente" (anche perché, come si vedrà, tutte le altre liste della coalizione sono espressione di partiti e il nome del candidato presidente non figura altrove).
 

3) Alleanza Verdi e Sinistra

Seconda formazione della compagine di liste che appoggia la ricandidatura di Giani è Alleanza Verdi e Sinistra. Non c'è in realtà moltissimo da dire sul contrassegno, che fa il suo esordio alle regionali toscane (essendo stato concepito solo nel 2022, ma le due componenti erano già presenti alle ultime regionali, sia pure su fronti diversi: Europa Verde sosteneva Giani, Sinistra italiana appoggiava Tommaso Fattori) ma è identico alla versione due volte depositata al Viminale. La lista comprende anche candidati di Ecolò; a rappresentare EV è la consigliera uscente Silvia Noferi, già M5S (attualmente componente del gruppo misto).
 

4) Partito democratico

Parte essenziale della coalizione che appoggia la ricandidatura di Giani è la lista del Partito democratico; cinque anni fa aveva conquistato quasi tutti i consiglieri della compagine che aveva sostenuto il candidato divenuto Presidente. Proprio come allora, il Pd ha scelto di indirizzare alle schede elettorali il suo simbolo ufficiale ufficiale senza alcuna aggiunta o variazione: nemmeno in questo caso, infatti, il cognome di Giani ha trovato posto all'interno del cerchio.
 

5) MoVimento 5 Stelle

La vera novità all'interno del gruppo di formazioni che sostiene il presidente uscente e ricandidato è costituita dal MoVimento 5 Stelle, che nelle precedenti occasioni aveva sempre sostenuto proprie candidature autonome. L'accordo per queste elezioni è stato firmato da Giani e dalla precedente candidata Irene Galletti, con la presenza rilevante della vicepresidente nazionale del M5S Paola Taverna, per cui non è certo passato inosservato sui media. Nulla di particolare da dire sul simbolo del MoVimento, se non il fatto che si tratta della terza versione a finire sulle schede (2015 con Beppegrillo.it, 2020 con Ilblogdellestelle.it, 2025 con il riferimento al 2050 come anno della neutralità climatica). 
 

Alessandro Tomasi

6) Noi moderati - Civici con Tomasi

Terzo e ultimo candidato, tra quelli ammessi a concorrere a queste elezioni regionali, è Alessandro Tomasi, sindaco di Pistoia e proposto dal centrodestra. Prima lista da citare è quella presentata da Noi moderati, partito che - espressione di un gruppo parlamentare, al pari degli altri partiti della coalizione - ha avuto bisogno di pochissime firme per correre. Nel contrassegno, peraltro, trova posto anche la dicitura "Civici per Tomasi" (è in lista anche il consigliere regionale uscente Andrea ulmi, eletto con la Lega ma ora rappresentante della componente del gruppo misto Merito e lealtà), scritta che ha un rilievo appena inferiore rispetto a quello del nome del partito; per farle trovare posto, però, il ponte tricolore è stato "schiacciato" e deformato e in alto non è stato inserito il riferimento al Ppe.
 

7) Forza Italia - Unione di centro

Altra lista del centrodestra è quella dominata da Forza Italia, che occupa all'interno del contrassegno circa due terzi dello spazio: ha riservato per sé la parte superiore, a costo di ridurre le dimensioni della bandierina e - in misura minore - del cognome di Silvio Berlusconi. La parte inferiore, tinta di blu, serve invece a contenere il riferimento al candidato presidente e la miniatura - leggermente debordante - del simbolo dell'Unione di centro (anche nel 2020 l'Udc aveva fatto la lista con Fi, ma era stata citata solo con la sigla). L'impressione complessiva è di un contrassegno decisamente pieno.
 

8) Lega - Il Popolo della Famiglia

A sostegno di Tomasi c'è anche la lista della Lega, che partecipa con il suo contrassegno consolidato, molto simile a quello già visto nel 2020, tranne che per due particolari. Il primo, al di sotto del cognome di Matteo Salvini (che stavolta non ha rischiato di trovare un omonimo-cognonimo sulla scheda) non c'è la parola "premier", ma il riferimento alla regione; il secondo, a destra della statua di Alberto da Giussano c'è la miniatura del simbolo del Popolo della Famiglia, che ha concorso alla formazione delle liste. Questa è la sola lista della coalizione a non contenere il nome del candidato presidente.
 

9) È ora! - Lista civica per Tomasi presidente

L'unica formazione a sostegno di Tomasi che non esibisce alcun simbolo di partito è È ora! Lista civica per Tomasi presidente: non è quindi difficile identificare queste candidature come quelle da ritenersi più vicine all'aspirante presidente proposto dal centrodestra. Il contrassegno scelto è relativamente vuoto, basato soprattutto sulla prima parte del nome, "che rimanda a 'è ora di cambiare' e che racchiude un programma chiaro", come si legge nella nota che spiega il simbolo:  "In questa tornata elettorale si può cambiare, dopo 55 anni di potere senza alternanza democratica. È ora di farlo". Il blu carta da zucchero è leggermente dominante, insieme al Bianco dello sfondo, ma emerge nettamente l'espressione "È ora!" proposta in rosso scuro, mentre una serie di punti colorati si affianca al puntino del punto esclamativo, sottolinea il concetto; al centro c'è la dicitura maiuscola "Lista civica", ben visibile (pur essendo sottile) "come a rivendicare la volontà di entrare in Consiglio regionale per essere quel presidio civico per le istanze di tutti i toscani che fino ad oggi è mancato". 
 

10) Fratelli d'Italia

Chiude la coalizione di centrodestra e anche le liste presentate e ammesse a queste regionali toscane Fratelli d'Italia, che si distingue dalle altre elezioni viste finora per avere recuperato una conformazione del contrassegno più frequente negli anni scorsi e un po' messa da parte di recente: il riferimento giallo a Giorgia Meloni sta in alto, con "per" a fianco (a quel carattere sembra essersi ispirata la civica di Tomasi per la stessa preposizione), poco sopra al centro - sempre su fondo blu - è stato collocato il riferimento al candidato presidente - che, non a caso, aderisce a Fdi - e in basso trova posto il simbolo ufficiale del partito.
 
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Sembra opportuno anche dare conto delle iniziative di tre simboli che sulle schede non finiranno, se non altro perché in loro nome sono stati presentati due ricorsi, peraltro respinti dai giudici amministrativi.
Si era rivolto al Tar Toscana già prima della presentazione delle candidature il Movimento sociale Fiamma tricolore: il partito, guidato da Daniele Cerbella e difeso da Marco Tarelli (vicesegretario e abogado), lamentava come la necessità, per le liste non presenti con proprio gruppo in Consiglio regionale, di raccogliere circa 8mila firme (per concorrere in tutta la Regione) creasse evidenti sproporzioni rispetto alle forze politiche "quasi esonerate" perché, visti i tempi di indizione delle elezioni, dette raccolta doveva sostanzialmente svolgersi tutta nel mese di agosto, con le difficoltà che questo comporta per l'assenza delle persone a causa delle vacanze. La lamentela si traduceva in una richiesta di annullare e, in via cautelare, sospendere in questa stazione il decreto che aveva indetto le elezioni, individuando una data successiva che non comprimesse il diritto a presentare candidature.
Il Tar, però, ha giudicato il ricorso irricevibile, ritenendolo tardivo: il decreto di indizione, infatti, era stato pubblicato sul bollettino regionale il 18 agosto, avrebbe dovuto essere impugnato entrò i tre giorni successivi, mentre l'impugnazione risalirebbe al 15 settembre. 
Vale peraltro la pena di sottolineare che uno ricorso simile era stato presentato ancora prima da Democrazia sovrana popolare e dal suo potenziale candidato presidente Hubert Ciacci (imprenditore già vicino alla Lega): nell'atto, tra l'altro, ci si lamentava del fatto che, svolgendosi le elezioni alla scadenza naturale del consiliatura, sarebbe stato possibile possibile in dire con anticipo le elezioni regionali, in modo da consentire alle liste non rappresentate in consiglio di avviare la raccolta firme fruendo di tutti i 180 giorni antecedenti la scadenza della presentazione delle candidature indicati dalla legge n. 53/1990 per cercare i sottoscrittori, mentre la necessità di indicare sui moduli di presentazione della lista anche la data della competizione elettorale ha limitato il periodo utile sostanzialmente a un solo mese: sulla base di questo, sì gliel'ho chiesto di sospendere e annullare l'indizione del voto, ma potenzialmente anche la disapplicazione della norma regionale in materia di sottoscrizione delle liste o una sua rilettura costituzionalmente conforme, da tradurre in una riduzione del numero delle firme richieste. Il Tar, in compenso, ha ritenuto il ricorso inammissibile (perché la raccolta firme era ancora possibile e non c'era nessuna supposta immediata lesione di diritti che potesse giustificare l'impugnazione del decreto di indizione prima del voto) e pure infondato: "la raccolta delle sottoscrizioni finalizzate alla presentazione delle liste non presuppone la previa pubblicazione del decreto presidenziale di indizione delle elezioni, ben potendo avvenire anche prima della sua adozione", considerando pure che "il comma 4 dell’art. 11 della L.R.T. 51/2014 non prevede che i moduli (peraltro sempre disponibili da parte degli interessati) debbano indicare la data esatta delle elezioni" (buono a sapersi...), mentre ogni lamentela di incostituzionalità sarebbe stata in contrasto con la natura accelerata del processo amministrativo pre-elettorale e, comunque, non fondata ("il sistema legislativo regionale [...] non impedisce alle formazioni politiche che intendono partecipare alla competizione elettorale [...] di predisporre l’organizzazione necessaria alla raccolta delle firme con congruo anticipo rispetto alla fissazione della data di svolgimento della stessa").
Aveva invece presentato proprie liste tra il 12 e il 13 settembre Forza del Popolo, il partito fondato e guidato da Lillo Massimiliano Musso, scegliendo come candidato presidente Carlo Giraldi, medico e fondatore del Centro Medico Amico. Tutte le liste però in un primo tempo non erano state ammesse per la ritenuta mancanza di un congruo numero di certificati di iscrizione alle liste elettorali dei sottoscrittori; in seconda battuta, dopo aver chiesto il riconteggio anche dei certificati su supporto Usb, la lista è stata riammessa nella circoscrizione Firenze 1, ma non nelle altre, così liste e candidatura a Presidente sono state ricusate. Forza del Popolo ha presentato ricorso, allegando che una parte dei certificati cartacei non erano ancora stati consegnati dai comuni o lo erano stati a ridosso della consegna e che dunque era possibile anche l'integrazione dopo il termine per presentare le liste.
Per il Tar Toscana, però, il ricorso non era fondato. I giudici avevano innanzitutto sostenuto che "i certificati di iscrizione nelle liste elettorali dei sottoscrittori [fossero] stati prodotti in parte in formato cartaceo e in parte in formato digitale su supporto USB", al punto che "tale massiva e disorganizzata produzione documentale, oltre che non di facile consultazione (trattandosi di certificati talvolta di immediata lettura e talaltra consultabili mediante collegamento alla e-mail trasmessa dal Comune) non ha consentito di procedere a una compiuta verifica dei certificati prodotti e al corretto accertamento della corrispondenza di detti certificati con il relativo sottoscrittore". Secondariamente, rispetto alla lamentela della lista per cui sarebbe stato possibile consegnare i documenti mancanti e ricevuti in ritardo anche oltre le ore 12 del 15 settembre (giorno successivo alle contestazioni degli uffici circoscrizionali), il collegio ha ritenuto che "la produzione alluvionale di documentazione effettuata dalla ricorrente" (ritenuta "copiosa e confusa", di non "pronta e facile consultazione da parte del Collegio e non [...] compatibile con il celere esame proprio del rito elettorale, che richiede tempi immediati per la pubblicazione della sentenza e che non ammette dilazioni temporali per compiere attività istruttoria") non fosse idonea "a comprovare la non imputabilità del ritardo, non essendo state fornite in giudizio prove di facile riscontro circa la completezza e della idoneità dei certificati fatti pervenire alla Commissione". 
Nemmeno il ricorso al Consiglio di Stato ha avuto esito migliore: il collegio ha anzi sposato un orientamento più restrittivo, per cui il termine delle ore 12 del 29° giorno prima del voto per depositare i documenti richiesti sarebbe perentorio, per contemperare "il principio del favor partecipationis con le esigenze di celerità e certezza del procedimento elettorale", così non si sarebbe potuto depositare alcun documento dopo il 15 settembre (e direttamente all'Ufficio centrale regionale). Quanto alle richieste di considerare anche i certificati informatici (consegnati in tempo) che avrebbero consentito di raggiungere il numero sufficiente, i giudici di Palazzo Spada hanno ritenuto che il ricorso non avesse contestato nel dettaglio "fatti - id est, la regolarità dei certificati digitali e la loro riferibilità ai sottoscrittori della lista - specificamente smentiti dagli stessi provvedimenti oggetto di impugnazione, se non previa specifica contestazione (anche) di quanto attestato da questi ultimi in punto di fatto"; di più, non avrebbe potuto "che ridondare in danno del presentatore della lista l'inadeguatezza delle modalità di produzione dei documenti al fine di dimostrare il possesso di requisito di legge per la presentazione della lista; in particolare, è legittimo motivo di esclusione l'inadeguatezza della produzione digitale dei certificati elettorali a consentire all’ufficio elettorale il controllo agevole ed immediato della corrispondenza dei certificati elettorali con i sottoscrittori della lista che deve essere garantito nel procedimento elettorale". La vicenda contenziosa, peraltro, potrebbe non essere terminata: il sito di Forza del Popolo indica che "le elezioni regionali toscane sono a rischio di annullamento, perché se si prova (come è) che i certificati erano sulla chiavetta sin dal primo deposito per almeno tre circoscrizioni (Arezzo, Firenze 4 e Siena), sulla cui validità di produzione in digitale lo stesso Consiglio di Stato si è espresso favorevolmente, creando un precedente nazionale importantissimo, dopo la proclamazione degli eletti il TAR Toscana sarà chiamato ad entrare nel merito". Delle candidature alle regionali toscane, dunque, probabilmente si parlerà ancora a lungo.

lunedì 7 settembre 2020

Toscana, il no del Consiglio di Stato: escluso Roberto Salvini

Il simbolo originario
Il numero delle persone candidate alla presidenza della Toscana è ora definitivamente fissato in sette. La terza sezione del Consiglio di Stato questa sera ha respinto il ricorso di Roberto Salvini e di alcuni tra delegati e candidati della lista Patto per la Toscana (sent. n. 5404/2020), confermando la loro esclusione dalle elezioni regionali previste per il 20 e 21 settembre, come già deciso nei giorni scorso dall'Ufficio centrale regionale e dal Tribunale amministrativo regionale della Toscana. 
Nell'atto con cui aveva impugnato la sentenza del Tar Firenze, la difesa di Roberto Salvini e degli altri appellanti aveva certamente ribattuto vari argomenti già svolti in primo grado, mettendone peraltro alcuni in maggior luce e approfondendo di più. Dopo aver premesso che la lista Patto per la Toscana nasceva "dall'unione di varie anime autonomiste, fortemente regionaliste e antagoniste ai partiti tradizionali nazionali, cui hanno aderito vari candidati con una forte esperienza politica e un consolidato radicamento nel territorio" (soprattutto in soggetti politici come Civismo Autonomista, Costituente Libera Toscana, Libera Firenze - Comitato Libertà Toscana, Area sindacale e vari gruppi autonomisti toscani) e che tanto il progetto elettorale quanto il suo leader Roberto Salvini avevano sufficiente notorietà da escludere ogni mossa di "agganciamento" o la possibilità di qualificare la lista come "di disturbo", la difesa ribadiva l'impossibilità di confondere il contrassegno del Patto con quello della Lega "per l'uso dei colori" (verde in luogo del blu, nonché un diverso tono di giallo), per la presenza del nome del candidato assente nell'altro emblema e per scelte nominali e grafiche diverse (inclusi i caratteri utilizzati). L'Ufficio centrale regionale, per gli appellanti, sarebbe incorso in un errore perché "un elettore medio non può confondere la Regione Toscana e antica bandiera del territorio con Alberto da Giussano; i colori verdi con quelli blu; Roberto Salvini (Presidente) con Salvini (Premier); Patto per la Toscana, scritto a semicerchio sul simbolo e assolutamente ben visibile, con Lega".
In un errore analogo, per Roberto Salvini e gli altri, sarebbe caduto il Tar Firenze. Innanzitutto i due fregi elettorali non dovevano essere ritenuti confondibili: si citavano, anche in questo caso, varie sentenze dei giudici amministrativi in materia - a partire da quelle con cui era stata riammessa la Lega Toscana - Più Toscana nel 2015 - che attribuivano maggior peso agli elementi di distinzione delle grafiche (che invece per l'Ucr erano "suvvalenti" rispetto al cognome) ed erano meno pessimiste sulla diligenza dell'elettore medio. In secondo luogo, per gli appellanti, se si ritiene che basti la presenza in entrambi i contrassegni della scritta "Salvini" (pur in presenza del nome in uno dei due) per non poter escludere la confondibilità, "si finisce per trasformare il cognome dei candidati in una sorta di marchio commerciale utilizzabile, nel caso di specie, soltanto da Matteo Salvini e da nessun altro che abbia la malasorte di chiamarsi anch'egli Salvini", rivendicando il suo diritto all'identità personale e al nome. Tanto più che il Salvini in questione - Roberto, in questo caso - non era un soggetto sconosciuto, ma addirittura un consigliere regionale uscente, eletto con oltre 5500 preferenze e con una certa notorietà in Toscana (oltre che effettivamente candidato, a differenza di Matteo Salvini, cosa che peraltro si dovrebbe dire anche di Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni, anche se qui il problema non si pone). 
I ricorrenti non mancavano poi di sottolineare - come già avvenuto in primo grado - l'impossibilità di confondere il simbolo del Patto per la Toscana con quello della Lega (e viceversa), sia perché il secondo sarebbe stato ricompreso in una coalizione, a differenza del primo, sia perché le nuove schede introdotte dalla modifica alla legge elettorale danno ancora maggiore rilievo visivo al nome della persona candidata alla presidenza, quindi sarebbe impossibile confondere il Patto per la Toscana a sostegno di Roberto Salvuni e la Lega in appoggio a Susanna Ceccardi.
Il simbolo sostitutivo più distante
L'atto di impugnazione, tuttavia, si soffermava anche sulla mancata ammissione di uno degli emblemi sostitutivi presentati dalla lista dopo il primo provvedimento di esclusione. Gli appellanti ritenevano sbagliato considerare compiuta e non integrabile la legge toscana sul procedimento elettorale (n. 74/2004), che non contemplerebbe alcuna possibilità di sostituire un contrassegno ritenuto confondibile; contestavano poi che la presentazione di tre emblemi alternativi invece che uno solo potesse attribuire "
all'Ufficio centrale regionale un atipico potere di scelta" (essendo i tre emblemi presentati in subordine tra loro) e, naturalmente, negavano che ciascuna delle tre grafiche potesse essere ancora confondibile con il contrassegno della Lega per la persistenza del rilievo dato al cognome "Salvini". Risultato delle censure sollevate dagli appellanti doveva essere la riammissione della lista, con il contrassegno originario o - alla peggio - con uno dei tre presentati in sostituzione, nonché la rimozione della condanna alle spese inflitta in primo grado.
Per i giudici di Palazzo Spada, invece, "la presenza, all'interno del simbolo [contestato], della scritta 'SALVINI' con dimensione e colore analoghi alla scritta 'SALVINI' presente nel simbolo" della Lega era e resta il problema. Si ammette - quasi riconoscendo l'onore delle armi - che è suggestiva l'argomentazione che rifiuta che si possa trattare un cognome come un marchio oggetto di privativa, ma si dice anche che un ragionamento simile "sposta inaccettabilmente l'attenzione dall'effettivo quid disputandum, che non è rappresentato dalla possibilità per il candidato Roberto Salvini di partecipare alle elezioni utilizzando il proprio cognome, ma dalle modalità di riproduzione di quest’ultimo sul contrassegno elettorale". In particolare, per il collegio giudicante, è "del tutto evidente che se il candidato presidente avesse evitato di collocare il termine 'Salvini' nella parte inferiore del contrassegno e se avesse dato eguale risalto al nome 'Roberto', o non avesse impiegato un font confondibile e il colore giallo, la capacità decettiva sarebbe stata elisa o grandemente scemata". I giudici non hanno ritenuto sufficienti nemmeno gli elementi che effettivamente differenziano i due emblemi elettorali, rilevando che il giudizio dell'Ufficio centrale regionale sia incentrato non solo "sulla 'quantità' dei segni grafici somiglianti, ma anche e soprattutto sulla 'confondibilità' e sulla capacità di trarre in errore l'elettore medio alla luce di un giudizio qualitativo e contestualizzato. E nel caso di specie, ad avviso del Collegio, una oggettiva e non minimale capacità decettiva effettivamente sussiste".
Quanto al problema della mancata accettazione di uno dei simboli sostitutivi, va rilevato un passaggio importante, in cui i giudici dicono che "può condividersi la tesi dell’applicabilità dell’art. 10, comma 3, della legge n. 106/1968 in virtù del generale richiamo operato dall'art. 17 della L.R. Toscana n. 74/2004 in funzione integrativa", il che significava - e se ne dovrà tenere conto in futuro - che l'Ufficio centrale regionale avrebbe ben potuto ammettere un simbolo sostitutivo, eventualità non prevista dalla legge regionale, ma dalla disciplina statale cedevole. Questo, all'evidenza, restituisce al procedimento elettorale toscano una garanzia verso i presentatori di liste almeno analoga a quella riscontrabile nelle altre regioni: non era infatti concepibile un procedimento che non conceda almeno una "prova d'appello" a chi presenta un contrassegno, specie se si considera che il giudizio di confondibilità conserva pur sempre un grado di soggettività. Nulla dice il Consiglio di Stato sulla questione dei tre contrassegni sostitutivi presentati, non prendendo posizione sulla tesi dell'Ucr (e del Tar) e su quella opposta degli appellanti; il punto, in compenso, risulta irrilevante perché, per i giudici, "nessuna delle tre opzioni alternative proposte in sede di opposizione è idonea a elidere la potenzialità decettiva del simbolo trattandosi di lievi modifiche della tonalità del giallo della scritta “SALVINI” o del font del nome ROBERTO, del tutto irrilevanti alla stregua dei canoni del giudizio di confondibilità sopra tracciati". Nulla da fare, dunque, per la lista Patto per la Toscana e per la candidatura di Roberto Salvini, che restano fuori dalla competizione elettorale: il problema non sarebbe stato dunque l'esclusiva sul cognome e il diritto a utilizzare il proprio anche in caso di omonimia, ma nel non averlo fatto differenziandosi abbastanza e in modo tangibile. 
Sarebbe stato sufficiente?
Si deve riconoscere che un ragionamento simile, pur non privo di buon senso, obbliga chi ne è oggetto a un compito più oneroso di altri, senza che questi ne abbia colpa: un omonimo di un politico di livello nazionale deve evitare di candidarsi per non essere accusato di "agganciamento parassitario"? E se si candida in un partito diverso da quello dell'omonimo, deve per forza rinunciare al suo cognome nel simbolo o, almeno, al rilievo che lo stesso ha in altri simboli solo a causa dell'omonimia? Un osservatore terzo difficilmente negherebbe che proprio quell'omonimia possa portare qualche vantaggio a chi si candida, ma dovrebbe riconoscere pure che chi è stato eletto ha pienamente diritto a ricandidarsi, anche lontano dal partito precedente (non c'è vincolo di mandato) e di utilizzare il proprio cognome senza sacrificarlo troppo. Difficile dire se, analizzando quanto scritto nella sentenza di oggi, sarebbe stato ammesso senza intoppi un simbolo con il cognome sempre in evidenza, ma con il nome non troppo più piccolo (del resto, essendo più lungo il prenome rispetto al patronimico, ci sarebbe stata anche una buona spiegazione per una dimensione diversa), entrambi colorati di verde su fondo giallo e posti nella parte superiore del simbolo; certamente - se la lista avesse accettato di presentarlo, senza temere di rinunciare a qualche prerogativa - una proposta grafica simile avrebbe reso molto più difficile la sua bocciatura.
Se non altro, questo grado di giudizio ha previsto la compensazione delle spese "in considerazione della natura e peculiarità delle questioni trattate e tenuto conto del tenore delle difese in atti"; resta però l'amarezza della soccombenza, con relativa condanna alle spede in primo grado, quando in realtà i fatti oggetto di causa e gli argomenti sollevati appaiono assai simili a quelli che hanno condotto a una valutazione diversa in seconde cure (peraltro nulla ha detto il collegio sulla richiesta degli appellanti di riformare la decisione di primo grado sul punto).

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Questa sera il Consiglio di Stato ha anche dichiarato inammissibile un altro ricorso, presentato in proprio - al solito senza assistenza legale - da
Loris Palmerini, già incontrato come candidato alla presidenza della regione Veneto per la lista Venetie per l'autogoverno, ma questa volta diretto innanzitutto a far riammettere la lista Indipendenza Noi Veneto e la candidatura a presidente di Ivano Spano. La tesi, seguendo quanto già sostenuto nel contenzioso attivato da Palmerini dopo la ricusazione della propria candidatura, è che avere consentito ad alcune liste e non ad altre - inclusa Indipendenza Noi Veneto, che un consigliere lo aveva eletto ma poi ha rappresentato ed esentato un'altra forza politica - di presentarsi senza necessità di raccogliere le firme violi il principio della "parità di accesso" citato dalla "legge cornice" n. 165/2004 e valido anche nell'ordinamento regionale: l'esenzione concessa a seguito di "reali deviazioni del ruolo da parte dei consiglieri già cessati dalle funzioni" creerebbe un vulnus non rimediabile alla competizione elettorale. 
Il Tar del Veneto aveva già respinto il primo ricorso di Palmerini (come aveva fatto con quello con cui si chiedeva di riammettere Venetie per l'autogoverno), così questi ha pensato di impugnare la decisione. Nel ricorso ha contestato in particolare l'idea che le norme approvate di recente sull'esenzione dalle firme consentano al singolo consigliere che formi una componente nel gruppo misto di sollevare dall'onere della raccolta firme una lista del tutto diversa nel nome e nel simbolo: "In pratica - si legge - il sistema veneto permette a liste nuove mai candidate in precedenza e nate sulla spinta degli ultimi sondaggi, ma prive di radicamento, di candidarsi grazie alla esenzione concessa da uno dei 'baroni' che la legge prevede in abbondanza": coloro che in consiglio rappresentano un gruppo o una componente sarebbero "letteralmente corteggiati da liste, listarelle e singoli candidati, e al consigliere non resta che 'donarsi' al miglior offerente, anche alla concorrenza se viene garantita la candidatura in buona posizione in una lista quotata dai sondaggi". Con buona pace, tra l'altro, del criterio della radicata rappresentanza.
Il Consiglio di Stato, tuttavia, ha dichiarato l'appello inammissibile, come nell'altro contenzioso iniziato da Palmerini, perché questi non è assistito, come la legge richiede, da un avvocato abilitato al patrocinio davanti a una giurisdizione superiore, né lui lo è: l'inviolabilità del diritto di difesa, per i giudici, "si caratterizza in primo luogo come diritto alla difesa tecnica, che si realizza mediante la presenza di un difensore dotato dei necessari requisiti di preparazione tecnico-giuridica, in grado di interloquire con le controparti e con il giudice". Non c'è nemmeno spazio per entrare nel merito della questione e - probabilmente trattandosi del secondo verdetto di inammissibilità nei confronti di Palmerini nel giro di pochi giorni - si è deciso che le spese del grado di giudizio "seguono la soccombenza".

sabato 5 settembre 2020

Toscana, simboli e curiosità sulla scheda (di Antonio Folchetti)

La Toscana si presenta senza dubbio fra i territori osservati speciali, in vista delle elezioni regionali del 20 e del 21 settembre. Il motivo è presto detto: per la prima volta, la storica regione rossa appare contendibile, sebbene il centrosinistra sia in testa nei sondaggi (ma con margini non rassicuranti per quella coalizione). L’attuale presidente Enrico Rossi non sarà della partita, dopo aver governato per due mandati, dal 2010 ad oggi: i due principali sfidanti saranno Eugenio Giani (presidente uscente del consiglio regionale) per il centrosinistra e Susanna Ceccardi (europarlamentare della Lega ed ex sindaca di Cascina) per il centrodestra. E per conoscere il nome del nuovo presidente potrebbero essere necessarie due settimane in più. Già, perché la legge elettorale toscana - che costituisce un caso molto particolare nell'intricata panoplia della normativa elettorale regionale italiana - prevede, dal 2015, anche il ballottaggio, nel caso in cui nessuno dei candidati riuscisse a superare il 40% dei voti. Le circoscrizioni sono in totale 13, corrispondenti ai confini di ciascuna provincia eccetto l’area metropolitana di Firenze, che – per ragioni demografiche – è stata suddivisa in quattro circoscrizioni.
Per entrare in consiglio regionale, lo sbarramento è del 5% per una lista non coalizzata, mentre scende al 3% per le liste che fanno parte di una coalizione. Dopo la discussa esclusione del Patto per la Toscana di Roberto Salvini (che nel frattempo ha impugnato l'esclusione davanti al Consiglio di Stato), sono al momento sette le candidature a presidente e quindici le liste in campo, a fronte di 40 seggi di cui si compone l’assise. Vediamo i simboli che finiranno sulla scheda, secondo l’ordine del sorteggio relativo alla circoscrizione di Firenze 4, che riunisce l’area Est della provincia di Firenze, e comprende comuni importanti come Sesto Fiorentino, Campi Bisenzio e Scandicci.

Tiziana Vigni

1) MOVIMENTO 3V - LIBERTà DI SCELTA 

Il sorteggio ha premiato il Movimento 3V (Vaccini vogliamo Verità) - Libertà di scelta, che sarà il primo simbolo sulla scheda degli elettori appartenenti alla suddetta circoscrizione. A differenza delle altre due regioni - Veneto e Marche - in cui ha presentato le proprie liste in questo turno elettorale, in Toscana il Movimento 3V non candida a presidente un medico, bensì un'avvocata: si tratta di Tiziana Vigni, attivista vicina ai movimenti ambientalisti, già membro del Codacons e candidata (con scarso successo) nella lista Sinistra per Poggibonsi alle elezioni amministrative dello scorso anno nella cittadina senese. Nulla da aggiungere in relazione al logo, lo stesso presentato anche nelle Marche e nel Veneto, e che allude chiaramente alla libertà di scelta terapeutica. 

Eugenio Giani

2) 
ORGOGLIO TOSCANA 

All'unica lista di Vigni segue, nell’ordine, la coalizione di Eugenio Giani. A tal proposito, bisogna dire che, quando si parlava di Coronavirus solo con riferimento a Wuhan e le elezioni erano fissate per fine maggio, non erano previste liste civiche nella coalizione di centrosinistra: uno dei paletti posti da Italia viva a Giani per concretizzare l’alleanza consisteva proprio nel rinunciare a creare una lista del presidente, così da non sottrarre consensi alla stessa formazione renziana ("la lista riformista che guarda anche al mondo civico, basti pensare a tutti i nostri comitati, è proprio Italia Viva" aveva dichiarato il deputato Gabriele Toccafondi). Le cose sono poi andate diversamente ed ecco Orgoglio Toscano, che raccoglie società civile, nomi legati allo sport e all'associazionismo, ma anche amministratori locali di comuni medio-piccoli, sempre utili quando c’è da raccogliere preferenze. Al suo interno, tuttavia, sono rappresentate anche sigle minori del centrosinistra, dal Partito repubblicano italiano a Centro democratico, fino all'Italia dei valori e al Psi. Il simbolo, che bilancia i tre colori della bandiera italiana con una prevalenza del rosso, presenta anche il nome di Giani in bella vista e la sagoma del Pegaso che caratterizza anche lo stemma ufficiale della regione. 

3) SVOLTA! 

Un altro simbolo inedito che troveranno i toscani sulle schede è quello di Svolta!, aggregazione nata per iniziativa di Italia in Comune, dei giovani europeisti di Volt e del gruppo civico Toscana nel Cuore, sempre in appoggio alla candidatura di Giani. Con immancabile puntualità, il blog aveva già raccontato questa esperienza ai suoi fedeli lettori all'indomani dell'accordo, avvenuto lo scorso marzo. Il rinvio del voto non ha generato ripensamenti, né ha fatto apportare modifiche al logo con nuovi ingressi o, al contrario, eventuali defezioni. Le firme sono state raccolte e presentate, la lista sarà presente in tutte le circoscrizioni, e ora il Pegaso europeista può finalmente spiccare il volo, pur senza trascurare uno sguardo alla storia e al passato. 

4) ITALIA VIVA - +Europa

Per la prima volta dalla nascita ufficiale del partito, proprio un anno fa, Italia viva si misurerà con il giudizio degli elettori, e la Toscana è certamente la regione a cui guarda con maggior fiducia, tanto che la coordinatrice regionale Stefania Saccardi ha affermato, lo scorso luglio, che la formazione politica di Matteo Renzi risulterà determinante per la vittoria di Giani. Inoltre, per l’occasione è stato siglato un accordo con +Europa, in virtù del quale anche il simbolo finale risulta una crasi tra i loghi dei due partiti, a dire il vero con un effetto grafico premiante per i renziani, in termini di proporzioni (la bandiera europea con stella italiana sostituisce il segmento a tinte Instagram di Iv e il logo di +E è contenuto nella piega della bandiera). Al momento, Italia viva può contare su un assessore e tre consiglieri regionali (tutti eletti con il Pd cinque anni fa): un risultato poco convincente in una regione come la Toscana potrebbe rimettere in discussione molti aspetti, compresa la collocazione del partito che appare ancora incerta, come dimostrano le differenti scelte effettuate nelle sei regioni chiamate al voto. 

5) EUROPA VERDE PROGRESSISTA E CIVICA 

Torna sulle schede anche il Sole che ride, che ha aderito alla coalizione di centrosinistra. Il simbolo di Europa Verde, però, si presenta in una veste grafica leggermente differente da quella elaborata per le europee del 2019: in basso non troviamo il nome di Giani, ma due aggettivi, "progressista" e "civica", posti al probabile scopo di allargare il bacino elettorale cui la lista si rivolge, considerando inoltre che non mancano candidature indipendenti. Non sfugge, infine, una piccola ape in volo (orientata in direzione centro-sinistra, ma forse è solo una scelta casuale): insetti caratterizzati da grande abnegazione e laboriosità le api, ma dalla vita breve; in effetti, hanno popolato in più occasioni vari simboli di partito, per poi scomparire e riapparire a intervalli regolari… 

6) PARTITO DEMOCRATICO 

Il Partito democratico, da sempre, tocca in Toscana le percentuali più alte in assoluto, un trend che ha sostanzialmente mantenuto negli ultimi anni, nonostante l'indebolimento generale del centrosinistra che non ha risparmiato il fu "cuore rosso" d'Italia. E forse è proprio in ragione di tale radicamento che non è stato necessario (o non si è ritenuto opportuno) aggiungere alcun elemento al simbolo originale. Non dovrebbe essere in discussione l'egemonia sulla coalizione, considerando anche l’apporto di candidature non partitiche (come quella del noto attivista per i diritti dei disabili Iacopo Melio), e candidature di altre realtà della sinistra, come il gruppo che fa riferimento all'ex ministro Valdo Spini; tuttavia, per il Pd, replicare il risultato di cinque anni fa (quando, con il 45,9%, si accaparrò l’intero bottino di seggi spettanti alla maggioranza) sarà di fatto impossibile, giacché dovrà fare i conti con una non facile concorrenza interna, a partire da Italia viva. 

7) SINISTRA CIVICA ECOLOGISTA 

Sulla scia del buon risultato conseguito in Emilia-Romagna, l’esperienza della lista "Coraggiosa" - ispirata da Elly Schlein e da varie sigle (partitiche e non) a sinistra del Pd - prende forma anche in Toscana, dove ha preso il nome di Sinistra civica ecologista. Il blog aveva già descritto tempo fa sia il simbolo che l’intero progetto e ha trovato conferma anche la supposizione in merito alla mancanza della parola "progressista" (a differenza del logo emiliano-romagnolo), sostituita da "Sinistra": come si è visto, "progressista" è comparso in Europa Verde, oltre che nella lista di Tommaso Fattori. Ed è proprio al gruppo di Fattori che i "coraggiosi" (che pure non hanno ripetuto quel nome, pur rendendosi pienamente riconoscibili sul piano grafico, per i colori e il cuore) faranno concorrenza, rivolgendosi di fatto al medesimo bacino elettorale: già sui social non sono mancate reciproche punzecchiature. Essendo una lista coalizzata, per Sinistra civica ecologista sarà più facile ottenere rappresentanza (basta il 3%); se però vuole raggiungere l'obiettivo dichiarato, cioè spostare l’asse della coalizione a sinistra, non potrà certo accontentarsi di superare lo sbarramento. 

Tommaso Fattori

8) TOSCANA A SINISTRA 

Una delle sorprese alle scorse elezioni regionali fu la lista Sì - Toscana a sinistra, guidata da Tommaso Fattori, che - con il 6,2% dei voti di lista - superò abbondantemente la soglia, eleggendo due consiglieri, compreso Fattori stesso. In questi anni, il progetto non si è frantumato (come spesso avviene a sinistra), anzi sembra aver raccolto ulteriori adesioni: ad ogni modo, la lista si ripropone agli elettori toscani, con il medesimo candidato a presidente ma con una veste grafica rinnovata (ne avevamo parlato, su queste pagine, già due mesi fa, anche se rispetto ad allora qualcosa è cambiato nei caratteri e nei colori). Stavolta, però, la sfida si preannuncia più dura: nel 2015 - complice anche un centrodestra diviso - la vittoria di Rossi si presentò scontata dall'inizio, cosicché molti elettori a sinistra del Pd poterono ignorare il richiamo al "voto utile". Ora lo scenario è assai diverso e la "coalizione-Fattori" (che comprende anche Sinistra Italiana e Rifondazione Comunista) dovrà fare i conti con una concorrenza che va dalla Sinistra civica ecologista con Giani ai due partiti comunisti.

Irene Galletti

9) MOVIMENTO 5 STELLE 

Simbolo classico per il MoVimento 5 Stelle, che candida a presidente Irene Galletti, esperta in cooperazione internazionale e attuale consigliera regionale, eletta nella circoscrizione di Pisa con quasi 6mila preferenze. Nel 2015 il M5S riuscì - con il 15% - ad ottenere cinque consiglieri regionali, una rappresentanza oggi ridottasi a tre membri del consiglio (uno dei due fuoriusciti, Gabriele Bianchi, ha recentemente aderito a Toscana nel cuore e oggi è candidato nella lista Svolta!). Stando ai sondaggi, il 15% sarà un risultato difficilmente replicabile, tuttavia i voti del MoVimento potrebbero rivelarsi determinanti in un eventuale secondo turno. Proprio nella terra d'adozione del presidente Giuseppe Conte, ovvero colui che al momento rappresenta il principale collante del tormentato dialogo fra M5S e centrosinistra… 

Marco Barzanti

10) PARTITO COMUNISTA ITALIANO 

Dopo l’infelice esperienza delle regionali in Umbria lo scorso anno, torna sulle schede il Partito comunista italiano di Mauro Alboresi, che ha scelto di non coalizzarsi con il gruppo di Fattori (a differenza dei "cugini" rifondaroli) e di presentarsi autonomamente sotto la guida di Marco Barzanti, attuale segretario regionale del partito. Il simbolo è quello che abbiamo imparato a conoscere negli ultimi anni, senza variazioni di alcun tipo: la sigla PCI, le aste, la bandiera italiana che sventola dietro la falce e martello. Insomma, almeno dal punto di vista grafico, una riproduzione quasi perfetta del partito-Chiesa che in Toscana esercitava un dominio rimasto inscalfibile per quasi mezzo secolo. Il richiamo alle origini basterà per scaldare i cuori di chi rimpiange quella lunga stagione? 

Salvatore Catello

11) PARTITO COMUNISTA 

La sorte ha voluto che i due simboli con la falce e il martello capitassero di fianco, almeno nella circoscrizione di Firenze 4. E così, al decimo posto, troviamo il Partito comunista di Marco Rizzo, che propone per la presidenza della regione Salvatore Catello, già candidato nel collegio uninominale di Arezzo nel 2018, nonché nelle liste per le europee del 2019. Nei due appuntamenti elettorali appena citati, il Pc di Rizzo ha conseguito proprio in Toscana i suoi migliori risultati su scala nazionale (lo scorso anno un 1,7%: lusinghiero, date le circostanze), radicandosi nel territorio e presentandosi anche ad elezioni comunali - nel 2019 a Firenze e Livorno - senza però centrare l'obiettivo della rappresentanza consiliare. Il simbolo rimane lo stesso, con il quadrato incasellato nel cerchio a distinguerlo dalle tante altre sigle dell’arcipelago comunista, rispetto alle quali Rizzo è ormai da anni orientato a differenziarsi, anche nella sostanza della proposta politica. 

Susanna Ceccardi

12) LEGA 

La Lega, in Toscana, cercherà di tirare la volata a Susanna Ceccardi, fedelissima di Matteo Salvini, che cinque anni fa vinse sorprendentemente il ballottaggio per le comunali di Cascina, risultando così la prima sindaca leghista di un comune superiore toscano. Ha abbandonato poi la carica lo scorso anno, vista l’incompatibilità con il seggio da europarlamentare nel frattempo ottenuto in seguito alle europee del giugno 2019. La Lega – che presenta il simbolo classico coniato per le politiche del 2018 con "Salvini premier", senza varianti territoriali – stavolta mira ad imporsi come il primo partito in assoluto, sperando di approfittare dello sfilacciamento avvenuto nella coalizione avversa, che certamente indebolirà il Partito Democratico. Inoltre, la quasi definitiva esclusione della lista dell’altro Salvini (Roberto, che proprio 5 anni fa riuscì a diventare consigliere battendo Ceccardi) certamente gioverà alla Lega, scongiurando quantomeno la fuga di possibili elettori distratti (ammesso che lo fossero davvero).

13) FRATELLI D'ITALIA 

Il secondo partito estratto per la coalizione di centrodestra è Fratelli d'Italia, che sceglie di correre con il simbolo ufficiale in versione elettorale, cioè con il nome di Giorgia Meloni in grande evidenza (nel 2015, in alto compariva la dicitura "Liste civiche con Giorgia Meloni", in seguito all’accordo che era stato stipulato con numerose realtà civiche sparse in varie province). In questi anni, il partito si è sufficientemente strutturato sul territorio toscano per poter correre autonomamente, con l’ambizione di ottenere un risultato importante, dopo il 4,3% alle politiche 2018 e il 6,5% alle europee dell’anno successivo. D’altra parte, Fdi - che in Toscana conta sulla figura rilevante di Giovanni Donzelli - sembra oggi l’unico soggetto politico sulla cui costante crescita, almeno a livello nazionale, sono d’accordo tutti i sondaggisti. 

14) FORZA ITALIA - UDC 

Suscita curiosità, invece, il simbolo che ha presentato Forza Italia. Il partito di Berlusconi, infatti, ha stretto un accordo con l’Unione di centro "seguendo le indicazioni nazionali che vedono già al Senato un gruppo unico costituto da Forza Italia ed Udc", come hanno dichiarato dalla direzione regionale del partito di Cesa, precisando altresì che, in caso di consiglieri eletti, vi sarà un unico gruppo consiliare. Tuttavia, non appare alcuna traccia della vela, né dello scudo cruciato: l’unico rimando alla presenza dei centristi è il taglio inferiore del logo di Forza Italia, in azzurro, con la semplice sigla "Udc", quasi a dimostrazione di quali siano i rapporti di forza fra i due partiti, entrambi peraltro indebolitisi molto in Toscana negli ultimi anni. Ai drogati di politica, peraltro, potrebbe tornare in mente il contrassegno visto alle regionali del 1995 (le prime a elezione diretta del presidente), che a Forza Italia univa il Polo popolare (il futuro Cdu di Buttiglione, ancora in via di scissione dal Ppi).

15) TOSCANA CIVICA 

Ad un primo impatto, l'ultima formazione estratta sembrerebbe una classica lista civica. Oltre alla prova autoevidente del nome, anche il simbolo lascia supporre che si tratti di una civica di centrodestra: semicerchio blu, riproduzione dei confini regionali, assenza di riferimenti partitici. Eppure, leggendo tra le righe del sottotitolo, "Per il cambiamento", si può intuire qualcosa. Infatti, una componente essenziale di Toscana Civica è Cambiamo! con Toti, il partito che fa capo al presidente uscente della regione Liguria, nato con l’intento di raccogliere i delusi di Forza Italia (e, più in generale, del centrodestra moderato) e fare da terza gamba alla coalizione sovranista guidata da Salvini e Meloni, in vista di un imminente ritorno alle urne, poi sfumato con la nascita del secondo governo Conte. Toscana Civica, ad ogni modo, raccoglie anche il mondo dell’associazionismo e dell’imprenditoria, e si è radicata da anni soprattutto nell’entroterra, in polemica con un modello di Toscana a due velocità che – secondo i promotori della lista – avrebbe nell’ultimo decennio "marginalizzato i territori". 


BONUS TRACK 

La legge elettorale della regione Toscana si configura come un caso più unico che raro: fu la prima legge elettorale regionale ad essere approvata (nel lontano 2004), per poi essere sottoposta a varie modifiche, che hanno influito notevolmente anche sul sistema politico regionale. Per i veri drogati di politica, un saggio – pubblicato su Diritti regionali e risalente al 2017, ma ancora attuale (tranne che per la struttura della scheda) – scritto dall’autore di questo articolo e dal padrone di casa del blog che state leggendo adesso, interamente dedicato all’evoluzione della legge elettorale toscana. Buona lettura! 

mercoledì 2 settembre 2020

Toscana, Roberto Salvini escluso anche per il Tar

Il contrassegno sostitutivo
La terza sezione del Tribunale amministrativo regionale della Toscana ha da poco confermato l'esclusione della candidatura del consigliere regionale uscente Roberto Salvini alla presidenza della regione, nonché la sua unica lista collegata Patto per la Toscana.
Come si ricorderà l'esclusione, decisa una prima volta il 28 agosto, era dovuta al giudizio di confondibilità che l'Ufficio centrale regionale aveva emesso sul contrassegno della lista Patto per la Toscana, a causa del rilievo visivo dato al cognome del candidato, molto simile - anche nel colore e per il minimo corpo del nome "Roberto" - rispetto a quello che il patronimico di Matteo Salvini ha nel contrassegno della Lega: tutti gli altri elementi del contrassegno respinto sono stati considerati "suvvalenti" rispetto al cognome in evidenza, creando così una situazione di possibile "agganciamento" degli elettori che potrebbero votare Roberto Salvini credendo che la lista sia quella legata al più noto Matteo Salvini. 
Il candidato presidente aveva contestato queste tesi, rivendicando (anche sulla scorta della sua esperienza politica e in consiglio regionale) il diritto a candidarsi con il proprio cognome usato alle condizioni concesse a chiunque aspiri alla presidenza e ritenendo inopportuno applicare all'ambito elettorale criteri e parametri (a partire da quello della notorietà) utilizzati di norma nel diritto commerciale e della proprietà industriale; aveva tuttavia dichiarato la sua disponibilità a modificare in parte il contrassegno - arrivando, nell'emblema più distante dall'originale della terna presentata, a ingrandire il nome "Roberto" e ad attenuare il colore giallo - ma l'Ufficio centrale regionale ha confermato il proprio verdetto, generando il ricorso al Tar deciso oggi.
Per il collegio del Tar Firenze - come è scritto nella sentenzan n. 1035/2020 - il simbolo del Patto per la Toscana "risulta effettivamente tale da generare confusione con il contrassegno proprio della lista Lega Salvini Premier": questo per la presenza in entrambi della "scritta 'Salvini' con analoghi dimensione e colore", tale da "indurre gli elettori medi a credere" che il simbolo del Patto sia il simbolo della Lega, quindi di un altro partito. Il poco risalto del prenome rispetto al cognome e "il fatto che quest’ultimo appaia evidenziato con caratteri grandi e colorazione gialla, similmente al simbolo della 'Lega Salvini Premier', sono elementi suscettibili di indurre facilmente l’elettore medio (il quale è portato ad identificare mentalmente il cognome Salvini nel noto Matteo parlamentare) ad abbinare il contrassegno della lista 'Patto per la Toscana' alla lista espressione della Lega", per cui il provvedimento di esclusione è stato ritenuto legittimo. Il fatto che Matteo Salvini non sia candidato alle regionale toscane non avrebbe alcun valore, se non altro perché per la legge elettorale la confondibilità vale anche con partiti che non partecipano alle elezioni, purché siano rappresentati in Parlamento e il loro uso del simbolo sia tradizionale, cioè consolidato (quindi, per i giudici, si deve dedurre - anche se non è scritto a chiare lettere - che a maggior ragione questo vale se il nome che potrebbe subire la confondibilità è incluso nel simbolo che partecipa alle elezioni, anche se la persona cui corrisponde quel patronimico non è candidata).
Qualche riga è dedicata anche alla questione del simbolo sostitutivo, che Roberto Salvini e la sua lista avevano proposto (quello qui raffigurato è la versione n. 3, la più lontana dall'originale): il Tar ha sposato la linea dell'Ufficio centrale regionale, secondo il quale la procedura della legge regionale sul procedimento elettorale è "in sé compiuta" e non consente alcun rimedio a chi presenta contrassegni identici o confondibili, dal momento che non sono previste e regolate "seconde possibilità"; a prescindere da questo, la posizione è stata accolta senza alcuna spiegazione in merito anche a proposito della presentazione multipla di contrassegni (che demanderebbe all'ufficio "un atipico potere di scelta, non previsto nemmeno dall'ordinamento nazionale") e circa la reiterata confondibilità delle tre alternative presentate, caratterizzate "dal maggior risalto attribuito al cognome 'Salvini' e dalle dimensioni della scritta 'Roberto' ragguardevolmente inferiori a quelle di detto cognome".
Il ricorso di Roberto Salvini è stato dunque respinto, ma i giudici hanno addirittura ritenuto di dover addossare ai ricorrenti le spese processuali (che "seguono la soccombenza"): si tratta di un'eventualità piuttosto rara, scegliendo di solito i giudici amministrativi di compensare le spese stesse, per cui sembra quasi che il collegio abbia voluto punire gli autori del ricorso.

martedì 1 settembre 2020

Patto per la Toscana escluso, Roberto Salvini ricorre al Tar

Al momento, delle otto candidature alla carica di presidente della regione Toscana presentate tra il 21 e il 22 agosto, solo sette sono state ammesse. L'Ufficio centrale regionale presso la Corte d'appello di Firenze, infatti, tra venerdì e sabato ha respinto la candidatura di Roberto Salvini, che si era presentato sostenuto dalle liste circoscrizionali del Patto per la Toscana. Da ieri la vicenda è davanti al Tar Toscana, che dovrà decidere nei prossimi giorni sull'eventuale riammissione della candidatura; l'occasione è utile, senza sollevare polemiche, per cercare di capire meglio cosa sia accaduto e riflettere su alcune questioni.

I fatti

Si era già parlato dello scalpore suscitato nel 2015 dalla sua candidatura nella lista pisana della Lega Nord, tradottasi nell'elezione a consigliere regionale (prevalendo proprio sull'attuale candidata alla presidenza Susanna Ceccardi) e a una legislatura trascorsa nel gruppo leghista fino a ottobre del 2019; si era pure visto che il contrassegno di lista con cui (Roberto) Salvini aveva annunciato di volersi candidare aveva come elemento dominante il suo cognome, scritto in giallo su fondo verde (colore fino a qualche anno fa legato al Carroccio).  
Posto che tutti i documenti erano stati depositati in tempo utile, venerdì 28 agosto l'Ufficio centrale regionale ha ricusato in prima battuta la candidatura di Roberto Salvini e le liste circoscrizionali a questa collegate per una delle ragioni di cui si era parlato di più nei giorni precedenti: il contrassegno di lista era stato ritenuto confondibile con quello che era stato presentato dalla Lega per Salvini premier in Toscana. In particolare, erano
stati evidenziati "profili confusori [...] con riferimento in particolare all'utilizzo del nome 'SALVINI', scritto nel medesimo colore giallo e con il medesimo risalto, quanto al carattere e al corpo, risalto peraltro non attribuito al nome 'Roberto' che si presenta con corpo ancora più ridotto addirittura rispetto all'indicazione 'PRESIDENTE', con colore bianco, al pari di quella 'PREMIER' contenuta nella lista Lega Salvini premier".
Come la legge prevede, il giorno successivo l'Ufficio centrale regionale si è riunito di nuovo per valutare l'opposizione con cui il delegato regionale della lista, Marco Lensi, aveva risposto alle censure dello stesso organo. Questi aveva rivendicato quel contrassegno come non confondibile e pienamente legittimo, ma si era detto disponibile "in via subordinata e senza pregiudizio alcuno" a intervenire sullo stesso, presentando tre alternative grafiche (ottenute con modifiche progressive rispetto all'originale). L'Ufficio centrale regionale, tuttavia, sempre nella giornata di sabato ha confermato la sua prima decisione, ribadendo che il risalto dato al cognome "Salvini" nella lista del Patto per la Toscana provocherebbe confusione rispetto all'identico patronimico contenuto nel contrassegno della Lega; quanto alle varianti degli emblemi presentate, queste - al di là dei rilievi sulla loro presentazione irrituale, su cui si tornerà - non erano ritenute così modificate da eliminare il problema di confondibilità. 
Vedendosi confermare la propria esclusione dalla competizione elettorale, a dispetto delle firme raccolte nelle varie circoscrizioni della regione, Roberto Salvini, Marco Lensi e vari aspiranti candidati hanno presentato ricorso al giudice amministrativo, chiedendo l'annullamento dei due provvedimenti di esclusione della lista Patto per la Toscana - Roberto Salvini presidente emessi dall'Ufficio centrale regionale.

Le norme 

Vale innanzitutto la pena richiamare le norme di base sull'ammissione dei simboli elettorali in Toscana. Posto che - a differenza che in altre realtà regionali - la legge regionale n. 74/2004 (sul procedimento elettorale) prevede che il deposito dei contrassegni sia centralizzato presso l'Ufficio centrale regionale e che spetti allo stesso organo vagliare l'ammissibilità di quegli emblemi, è bene ricordare che - in base all'art. 12, comma 4 di quella legge regionale - non sono ammissibili (per quanto interessa qui) contrassegni "identici o confondibili con quelli presentati in precedenza o con quelli notoriamente usati da altri partiti o gruppi politici", nonché contrassegni che riproducano, senza averne titolo, "simboli o elementi caratterizzanti di simboli che, per essere usati tradizionalmente da partiti presenti in Parlamento o in Consiglio regionale, possono trarre in errore l'elettore". Si tratta di una disciplina quasi identica a quella prevista dalla legge elettorale nazionale (con la sola aggiunta della tutela preferenziale per i soggetti politici presenti in consiglio regionale). 
 

Quali argomenti?

Il punto su cui si concentrano le difese dei ricorrenti è legato agli argomenti utilizzati dall'Ufficio centrale regionale per motivare la confondibilità dei contrassegni. I suoi componenti hanno richiamato innanzitutto il parametro - che la giurisprudenza in materia elettorale adotta da tempo - della "normale diligenza dell’elettore medio, escludendo l’eventualità del pericolo di confusione tra due simboli, laddove gli elementi di differenziazione presenti risultino prevalenti sugli elementi che accomunano i due contrassegni". La decisione citata a sostegno della tesi - la n. 2487/2015 della V sezione del Consiglio di Stato - non è una sentenza qualunque, ma quella che cinque anni fa ha confermato la riammissione alle elezioni regionali toscane della Lega Toscana - Più Toscana, ritenendo tra l'altro che il suo contrassegno non fosse confondibile con quello della Lega Nord (a dispetto della comunanza del termine generico "Lega") perché il primo era "dominato in pieno campo dalla bandiera granducale ed i margini superiore ed inferiore riportano a caratteri cubitali l’espressione Lega Toscana in alto e Più Toscana in basso", mentre in quello del Carroccio toscano "campeggia in maniera preponderante la figura scultorea di Alberto da Giussano e la bandiera granducale appare da un lato in dimensione minima rispetto al simbolo dei contraddittori"; in quel caso la presenza del cognome "Salvini" nel simbolo di un partito "ormai espressione di tutto il corpo elettorale" era stato ritenuto un elemento di distinzione ulteriore tra i due contrassegni, ma restava il principio per cui gli elementi identificativi centrali erano diversi e non mancavano altri elementi di distinzione.
Premesso quel criterio, per i componenti dell'Ufficio centrale elettorale "tutti gli elementi - più differenti - che compaiono nella metà superiore dei rispettivi simboli hanno certamente carattere suvvalente rispetto al c.d. 'cuore' di ambedue i simboli, vale a dire il patronimico, identico che campeggia a lettere maiuscole nello stesso colore giallo, nella metà inferiore dei simboli medesimi"; in più, l'elettore medio collegherebbe il cognome "Salvini" al presidente della Lega per Salvini premier, in quanto parlamentare, ex ministro e leader nazionale, mentre l'emblema del Patto per la Toscana darebbe "rilevanza pressoché esclusiva, non tanto alla persona di 'Roberto Salvini', quanto, piuttosto, esclusivamente al cognome 'Salvini' creando così - oggettivamente - una confondibilità estremamente probabile tra i due simboli, per agganciamento, avuto riguardo all'elettore di media diligenza". In conclusione, l'organo ha ribadito l'esclusione della candidatura di Roberto Salvini, per come è stata presentata, "in considerazione della maggiore notorietà del simbolo appartenente" alla Lega per Salvini premier. 
In una conferenza stampa tenuta ieri, vari esponenti del Patto per la Toscana - ripercorrendo in parte le argomentazioni del ricorso - hanno per prima cosa escluso che i due contrassegni siano davvero confondibili: questo innanzitutto per il diritto di chi si candida a utilizzare il proprio nome nella campagna elettorale e nell'emblema della propria lista, a maggior ragione se questa persona fa già politica a livello regionale (e con quel nome è stato eletto e ha acquisito notorietà nel territorio chiamato al voto), a prescindere dalle generalità di altri soggetti impegnati in politica, magari noti su scala nazionale ma non candidati sul territorio.  
Al di là di questo, la lista non condivide l'idea che tutti gli elementi che effettivamente distinguono i due contrassegni possano essere considerati "suvvalenti" (quindi valere meno) rispetto al cognome, effettivamente comune a entrambi i fregi, quando varie sentenze dei giudici amministrativi precisano che la confondibilità va valutata con riguardo a tutti gli elementi del contrassegno e al simbolo nel suo complesso: se gli elementi differenzianti hanno "scarsa incisività", come ha detto il Consiglio di Stato nel 2000, si può parlare di confondibilità, altrimenti no; si deve poi tenere conto di come nel 1999 e nel 2011 sempre i giudici di Palazzo Spada abbiano accettato come parametro la "normale diligenza dell'elettore medio", precisando però che l'elettore medio "di oggi [...] per varie ragioni è in possesso di un bagaglio di conoscenze e di una capacità di discernimento e di apprezzamento ben superiore" rispetto all'epoca in cui le disposizioni erano state scritte. Senza contare che i limiti posti dalle norme elettorali dovrebbero essere - lo dice sempre la giurisprudenza - interpretati in modo restrittivo, per non limitare troppo la partecipazione elettorale.
Se - per tradizione e per come sono scritte le disposizioni - un ruolo rilevante nell'immagine complessiva di un contrassegno è sempre stato riconosciuto al simbolo, l'elemento centrale del simbolo della Lega era e resta Alberto da Giussano (o la statua del guerriero di Legnano, a voler essere filologicamente corretti), a maggior ragione se si considera che il fregio è stato espressamente mantenuto dall'iconografia della Lega Nord e da questa espressamente concesso al nuovo partito; elemento centrale del simbolo del Patto per la Toscana invece è il profilo della regione, comprensivo di tutte le isole spesso non riprodotte per intero (sulla scheda di quest'anno capiterà almeno in due casi), mentre stavolta - a differenza di cinque anni fa, ma anche delle scelte fatte in altre regioni - il partito di Matteo Salvini ha scelto di non inserire nel contrassegno riferimenti verbali o grafici alla Toscana. La stessa descrizione dell'emblema del Patto per la Toscana ("Cerchio bordato di giallo e verde, bianco nella metà superiore, verde in quella inferiore. In alto lungo il bordo la scritta 'PATTO PER LA TOSCANA'. Sotto la scritta due elementi grafici, la bandiera biancorossa toscana di memoria ugoniana e dantesca, formata da tre strisce bianche orizzontali in campo rosso, e una miniatura della mappa della Toscana, di colore verde. Nella parte inferiore del cerchio, disposte su tre righe, le parole: 'ROBERTO' di colore bianco, 'SALVINI' di colore giallo; 'PRESIDENTE' di colore bianco") confrontata con quella del fregio della Lega per Salvini premier ("Cerchio racchiudente guerriero con spada e scudo con impresso leone alato con spada e libro chiuso contornato, nella parte superiore, dalla scritta 'LEGA', il tutto in colore blu; nella parte inferiore del cerchio, inserite in settore ancora blu, sono, su due righe sovrapposte, le parole 'SALVINI' di colore giallo e 'PREMIER' di colore bianco”) per i ricorrenti farebbe emergere tutte le differenze tra le due raffigurazioni elettorali, accentuate dalla diversa collocazione sulla scheda (in coalizione la Lega per Salvini premier, in corsa solitaria il Patto per la Toscana) che dunque renderebbe impossibile la confusione.
A ciò si dovrebbe aggiungere il fatto che Matteo Salvini è certamente noto a livello nazionale, ma Roberto Salvini - come si legge nel ricorso - è comunque attivo a livello sindacale dal 1973 e in ambito politico locale e regionale dal 1987: difficilmente si potrebbero spiegare altrimenti tutte le 5512 preferenze ottenute nel 2015 e la notorietà del ricorrente è certamente aumentata proprio in considerazione della sua attività di consigliere regionale. Sarebbe dunque normale, in considerazione di quella popolarità acquisita, trovare il suo nome sulla propria unica lista: lo ha fatto solo Eugenio Giani (solo sulla "lista del presidente"), mentre non lo ha fatto Susanna Ceccardi, ma tre dei suoi emblemi riportano i cognomi di Giorgia Meloni, Silvio Berlusconi e (appunto) Matteo Salvini che pure non sono candidati (e, anzi, la dicitura legata a Salvini è "premier", senza legami con la politica regionale).
Di più, per i ricorrenti, i criteri indicati dall'Ufficio centrale regionale, in particolare l'ultimo della "maggiore notorietà" di un simbolo (ma, si aggiunge qui, anche il concetto di "agganciamento", che rimanda a quello più preciso di "agganciamento parassitario"), possono essere adatti a dirimere controversie in materia civilistica o di segni distintivi commerciali, ma non certo a prendere decisioni in ambito elettorale. Applicandoli, secondo Roberto Salvini e gli altri che hanno presentato il ricorso, si finisca per mettere in discussione il diritto di una persona che fa politica da tempo di partecipare alle elezioni inserendo nel contrassegno elettorale le proprie generalità, come ormai è prassi consolidata almeno nell'ultimo quarto di secolo - che sia opportuna o no è un altro discorso, ma la considerazione dovrebbe riguardare chiunque voglia candidarsi - per il solo fatto che quel candidato ha lo stesso cognome di un politico noto a livello nazionale, che però non si candida in quell'occasione. 
Questo problema era già stato sollevato in questo sito nelle scorse settimane, evidenziando la profonda differenza di questo caso rispetto alle ben note "operazioni Alias" iniziate con la lista "Rosso sindaco" fino ai più recenti tentativi con la "Lista del Grillo". Perché a dispetto dell'omonimia, qui la persona con lo stesso patronimico aveva già una storia politica, aveva già ottenuto voti sufficienti per essere eletta in un organo dello stesso ente alla cui guida si candida. Non sembrerebbe ragionevole considerare l'uso del cognome foriero di confondibilità: di certo è stato messo in posizione di evidenza - questo è innegabile - ma se non è vietato utilizzarlo all'interno dei contrassegni elettorali, non appare logico che tutti gli altri possano farne uso senza parsimonia nella visibilità e che chi vive (non certo per sua colpa) una situazione di omonimia sia costretto a ridurre il "peso" del patronimico (e senza che ovviamente l'omonimo più noto senta almeno l'opportunità di fare altrettanto), come se questi potesse candidarsi ma con la "penalità" indesiderata di essere obbligato a una corsa anonima. 

La disponibilità a cambiare simbolo

Resta un ultimo profilo da analizzare. Leggendo il ricorso si dice che, dopo la prima contestazione da parte dell'Ufficio centrale regionale, il delegato aveva negato che il simbolo fosse confondibile, ma aveva comunque presentato tre possibili nuovi emblemi che, a suo dire, potevano rimuovere le criticità rilevate dall'organo: ciò voleva essere un segno di disponibilità nei confronti dei rilievi ricevuti, pur senza rivoluzionare l'emblema (perché evidentemente - si ritiene qui - ciò avrebbe significato ammetterne la confondibilità): In effetti l'Ufficio centrale regionale ha innanzitutto ritenuto che quella presentazione di nuovi emblemi fosse irrituale, non essendo prevista nella legge regionale sul procedimento elettorale la possibilità di sostituire il contrassegno, né potendosi configurare un'integrazione delle norme regionali con quelle statali; al di là di quanto fatto valere nel ricorso, sembra irragionevole non ammettere a livello regionale una "seconda possibilità" concessa in modo indiscutibile per gli altri livelli di elezione.
I componenti dell'ufficio avrebbero poi censurato il deposito di tre emblemi, che avrebbe di fatto messo nelle loro mani la scelta del contrassegno (ma questo si può risolvere facilmente, se solo si considera che pochi giorni fa è avvenuto proprio questo in Veneto per il simbolo della candidatura a presidente di Simonetta Rubinato, per cui l'organo elettorale regionale ha scelto l'emblema più lontano da quello a rischio di confondibilità, proprio perché ritenuto non più confondibile); in ogni caso, avrebbero rilevato che il cognome "Salvini" rimaneva comunque in vista.
Da quanto si apprende, i tre simboli proposti come alternativa erano frutto di "aggiustamenti successivi": il primo interveniva leggermente sul colore giallo per renderlo differente, il secondo aumentava di un poco il corpo del nome "Roberto" (portandolo alla grandezza della parola "Presidente"), mentre il terzo aggiungeva a questa modifica un intervento cromatico sulla parola "Salvini", tinta di un colore paglierino così pallido da sembrare bianco, eliminando dunque due delle criticità messe in luce nel primo provvedimento, ma senza rinunciare all'uso e all'evidenza del cognome cui il gruppo ritiene di avere diritto.
Ora, ciascuno può pensarla come vuole sulle singole soluzioni grafiche adottate; tuttavia, posta l'identità dei cognomi (che certo non può costituire causa di incandidabilità né può costringere una delle due persone a non utilizzare il patronimico), si deve notare che il giallo chiarissimo, quasi bianco non è parente del giallo carico del simbolo leghista; allo stesso modo, il verde del Patto per la Toscana non è parente del blu della Lega, così come la Toscana non può essere affine alla statua del guerriero di Legnano. (Per inciso e per celia, se qualche malizioso volesse spingersi a osare al punto di contestare che il lembo toscano delle province di Massa-Carrara e Lucca somiglia pericolosamente alla spada sguainata di Alberto da Giussano, dovrebbe notare che nel loro esame severo sulla confondibilità, i componenti dell'Ufficio centrale regionale non hanno avuto nulla da eccepire sulla forma della Toscana - quella è - e sulla possibilità che possa essere confusa con la sagoma di una statua). Non è dato sapere come avrebbe deciso l'organo regionale se la parola "Salvini" fosse diventata rossa su segmento giallo, In ogni caso, è innegabile che qualche sforzo è stato fatto da parte di chi ha presentato la candidatura e se l'è vista ricusare: qualcuno potrà ritenerlo insufficiente e volto a non toccare il centro del problema, ma lo si può anche vedere come segno di buona volontà senza rinunciare al nucleo del proprio diritto. Del resto, Matteo Salvini e altri leader nazionali, anche ben prima di loro, non si sono preoccupati di togliere il loro nome dai simboli nati per competizioni cui certo non partecipavano, convinti che elettrici ed elettori avrebbero votato più facilmente per quelle liste, anche senza badare alle candidature locali (o forse nonostante queste).

Riflessioni finali

Comunque decideranno i giudici amministrativi, saranno chiamati ad affrontare tra poche ore una questione assai delicata, che non merita di essere liquidata in poche righe o in una manciata di minuti. Si può anche pensare che non esista il diritto a candidarsi, così come non si è certo obbligati a farlo mettendo il proprio nome nel simbolo; non è però nemmeno ragionevole essere costretti a rinunciarvi o a "occultarlo". 
Esistono, è vero, norme nazionali che, alle elezioni politiche ed europee, vietano "la presentazione di contrassegni effettuata con il solo scopo di precluderne surrettiziamente l'uso ad altri soggetti politici interessati a farvi ricorso": attraverso questa disposizione, per esempio, si sono colpiti i tentativi di impedire la presentazione della Lista Dini - Rinnovamento italiano nel 1996 o delle liste di Antonio Ingroia e Mario Monti nel 2013. Questa norma in Toscana - come nella disciplina elettorale cedevole - non è prevista e, va riconosciuto, certamente Roberto Salvini non voleva impedire a Matteo Salvini di usare il proprio nome nel simbolo, pur se non candidato (nel ricorso si è rilevata l'anomalia di quell'uso, ma non si è certo chiesto di sanzionarlo), ne ha agito in modo repentino e celato per raggiungere quello scopo. Anzi, Roberto Salvini ha annunciato settimane prima la sua intenzione di partecipare alle elezioni con un determinato contrassegno, esponendosi potenzialmente a reazioni della Lega che avrebbe potuto preparare le contromosse, facendo presente all'Ufficio centrale regionale quella confondibilità sgradita e magari orientandone il giudizio. Oggettivamente non si può nemmeno sostenere che la lista della Lega per Salvini premier sia stata presentata allo scopo di impedire a Roberto Salvini di correre con il suo simbolo nominato: la lista ci sarebbe stata comunque e il format grafico è lo stesso da oltre due anni e mezzo. 
Ma se Matteo Salvini aveva la legittima aspettativa di utilizzare il simbolo di sempre, Roberto Salvini si attendeva di potersi candidare spendendo il suo nome e il suo cognome, usandoli in un modo il più possibile vicino a quello che a chiunque altro o altra si candidi è tranquillamente concesso: se questo dovrebbe valere per chiunque, a maggior ragione vale per chi con quel cognome è stato eletto e da quella posizione intende ripresentarsi ad elettrici ed elettori.