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giovedì 8 gennaio 2026

Le nuove vicende del Partito liberale italiano (e il "diritto dei partiti")

Non sono ancora trascorsi dieci giorni del nuovo anno e già si profilano nuove questioni rilevanti di "diritto dei partiti". Una di queste, con tutta probabilità, riguarderà il Partito liberale italiano. Nella giornata di oggi, infatti, è stato diffuso un comunicato stampa relativo alla ripresa delle attività del gruppo che il 4 luglio aveva programmato di celebrare il XXXIII congresso a Roma, alla Sala Capranichetta dell'Hotel nazionale, salvo poi scegliere di non tenere l'assise prevista dopo un pronunciamento del Tribunale di Roma (di cui si era parlato nei mesi scorsi). Di seguito si riporta per intero il testo diffuso e ricevuto, per poi offrire dopo altri elementi e qualche riflessione, soprattutto di natura giuridica.
Sabato 13 dicembre 2025 si è tenuto a Napoli, nella sede della Fondazione Aillaud, il Consiglio Nazionale del Partito Liberale Italiano, organo promotore e organizzatore dell'azione politica del Partito. 
Il detto Consiglio Nazionale concludeva il percorso intrapreso con il XXXIII Congresso Nazionale del Partito Liberale Italiano, tenutosi in data 04.10.2025, in seguito alla sua riconvocazione, disposta dopo che l’appuntamento originariamente fissato per il 04.07.2025, veniva rinviato per "gravi motivi" (come previsto dallo Statuto), alla luce delle ultime vicende giudiziarie che hanno riguardato il partito. 
Il Consiglio Nazionale ha provveduto al rinnovo di tutte le cariche rappresentative del partito; ha eletto la Direzione Nazionale e gli altri organi monocratici. I napoletani Piero Cafasso e Marco D’Amico sono rispettivamente il nuovo Segretario e il nuovo Presidente nazionali, Diego Di Pierro di Voghera è il Coordinatore Nazionale organizzativo e il comasco Davide Belli il Presidente del Consiglio Nazionale. 
Il neo eletto Segretario Nazionale Cafasso, ha illustrato le linee programmatiche che informeranno l'azione politica del PLI: la riforma sanitaria in primis, per combattere la lottizzazione politica nella gestione del nostro servizio sanitario nazionale, una riforma fiscale per semplificare un fisco oppressivo e burocratico, l’abolizione della riforma del Titolo V della Costituzione con una graduale soppressione dell'Ente Regione, la regolamentazione della prostituzione e la salvaguardia delle libertà dei cittadini messe a dura prova dagli sprechi nella gestione della cosa pubblica e dall’iper regolamentazione dilagante.
In particolare, a norma dell'art. 17, comma 8 dello statuto del Pli, "Il Congresso Nazionale, una volta convocato, può essere rinviato per non più di tre mesi solo per gravi motivi, in tal caso non sarà necessario rinnovare le procedure per l’elezione dei delegati". A quanto si apprende, al rinvio avrebbe provveduto il presidente del consiglio nazionale uscente (nonché presidente dell'assemblea congressuale) Diego Di Pierro: egli avrebbe poi cercato di contattare Stefano De Luca (quale presidente da ritenere ancora in carica sulla base delle ordinanze del Tribunale di Roma emesse tra il 2023 e il 2024) per sollecitare la (ri)convocazione del congresso, auspicando l'individuazione di una data condivisa. In mancanza di riscontro, lo stesso Di Pierro avrebbe provveduto a riconvocare i delegati già convenuti il 4 luglio a Roma per il 4 ottobre dello scorso anno - volendo rispettare il termine di tre mesi indicato dalla citata disposizione statutaria - scegliendo però di tenerlo non in presenza, ma con una riunione in forma telematica.
L'evento congressuale così convocato si sarebbe tenuto, come si evince dal comunicato (e, a quanto si apprende, con la commissione di verifica dei poteri e l'ufficio di presidenza nella stessa composizione prevista per l'evento di luglio), e si sarebbe concluso con l'elezione del consiglio nazionale, dalla consistenza di 57 membri. Durante la prima riunione dell'organo - quella svoltasi a Napoli il 13 dicembre scorso, come riportato dal comunicato diffuso - si sarebbe provveduto all'elezione delle cariche indicate dall'art. 18 dello statuto. Pie(t)ro Cafasso, indicato come nuovo segretario nazionale, aveva già operato come segretario regionale in Campania durante il periodo in cui Roberto Sorcinelli aveva agito come segretario nazionale del Pli.
I passaggi compiuti tra ottobre e dicembre avrebbero concluso, secondo il comunicato, il percorso che si era interrotto lo scorso luglio. Non è difficile immaginare, tuttavia, che quegli stessi fatti saranno al centro di un nuovo contenzioso giuridico con il citato Stefano De Luca e Grazio Trufolo che agiscono nelle qualità di presidente e segretario del Pli a seguito del XXXIII congresso celebrato il 27-28 giugno dello scorso anno e ritengono di fondare la propria attività sulla base delle pronunce del Tribunale di Roma emesse fin qui e che possono considerarsi efficaci; nuove contese sulla rappresentanza del partito - e, di fatto, sulla spendibilità del simbolo - sembrano dunque profilarsi, potenzialmente avviabili da entrambe le compagini interessate dalla vicenda in questione.
Questo sito, ovviamente, per ora si limita a dare notizia di ciò che accade e ad attendere gli sviluppi che con ogni probabilità ci saranno e di cui, qualora fossero disponibili documenti utili, si darà adeguatamente conto: pur senza esprimere valutazioni nel merito, si può rilevare che le questioni legate alla "democrazia nei partiti" (cioè al rispetto delle regole statutarie/interne e delle norme applicabili alle associazioni non riconosciute) continuano ad avere un rilievo tutto meno che trascurabile, tanto in formazioni che si richiamano a lunghe e consolidate storie politiche (ed è il caso del Pli, ricostituito nel 1997 ma con radici ben più profonde), quanto in soggetti politico-giuridici di più recente costituzione. E, per questa ragione, occorre prestare l'attenzione che tali questioni meritano.

lunedì 29 settembre 2025

Unione liberale, una fenice per ricominciare ad agire (al di là del Pli)

Venerdì scorso, 26 settembre, è stata divulgata l'esistenza di un nuovo soggetto politico dell'area liberale, che nasce dalle ultime vicende delicate che hanno interessato quello stesso campo politico. A presentare Unione liberale, alla sala stampa della Camera dei deputati, sono stati Francesco Pasquali, Claudio Gentile Alberto Aschelter, che fino a pochi mesi fa avevano agito come dirigenti del Partito liberale italiano (Pasquali, in particolare, come presidente, mentre Gentile ne era stato co-segretario dal 2020 al 2022 e Aschelter - segretario romano - era membro della direzione nazionale come lo stesso Gentile): la conferenza stampa di venerdì, invece, sembra voler rappresentare un nuovo punto di partenza, per le idee e per l'azione politica, simboleggiata tra l'altro con un emblema nuovo, distinto da un arco tricolore e da una fenice altrettanto tricolore che nasce da una fiamma rossa.
 

Un passo indietro al 4 luglio (e all'ordinanza del giorno prima) 

Per capire meglio come si sia arrivati alla nascita di una nuova iniziativa politica (non è il caso, per ora, di parlare di partito) in ambito liberale occorre tornare al 4 luglio scorso, giorno in cui era stato convocato il XXXIII congresso del Partito liberale italiano: l'appuntamento era stato deciso a maggio, quando segretario del Pli risultava essere Roberto Sorcinelli e come presidente era indicato - lo si diceva - Francesco Pasquali. 
Il 3 luglio, tuttavia, il Tribunale di Roma ha pubblicato e notificato l'ordinanza - l'ultima, in ordine di tempo, di una non breve serie per un contenzioso che va avanti da tre anni - con cui aveva valutato i reclami presentato dallo stesso Pasquali e da Stefano De Luca contro l'ordinanza di prime cure emessa a metà marzo dal medesimo tribunale in composizione monocratica (col giudice Maurizio Manzi). Vale la pena ricordare che, considerando le domande ex art. 700 c.p.c. avanzate da De Luca, il Tribunale aveva respinto quelle con cui era stato chiesto di ordinare a Sorcinelli e Pasquali di astenersi dal vantare le qualità di segretario e presidente del Pli (ritenendo, in sostanza, che essendo già stata sospesa  in un altro giudizio cautelare le delibere congressuali con cui Sorcinelli e Pasquali erano stati indicati nei rispettivi suoli, si dovesse attendere il giudizio di merito per indicare chi rappresentasse davvero il partito, senza anticipare la tutela); in compenso, il giudice aveva ordinato alla piattaforma Meta "di apportare le modificazioni richieste" circa l'amministrazione della pagina Facebook fino alla sentenza di merito (per cui, dal 10 giugno scorso, il gruppo vicino a De Luca aveva recuperato la gestione di quella stessa pagina). L'esito di quell'ordinanza, evidentemente, aveva scontentato tanto Pasquali quanto De Luca, che avevano proposto reclamo per le parti della decisione a loro sfavorevoli.
L'ordinanza di reclamo, pronunciata da un collegio presieduto da Giuseppe Di Salvo (già presidente dei due collegi di reclamo precedenti) e avete come relatrice Enrica Ciocca, non era di semplice lettura. In ogni caso, la richiesta di Stefano De Luca di ordinare a Roberto Sorcinelli e Francesco Pasquali di non spendere le qualifiche di segretario e presidente del Partito liberale italiano non era per il collegio un "doppione" delle domande precedenti: chiedere di non impiegare più quei titoli era cosa diversa dal chiedere di "dare attuazione alla sospensione" delle delibere alla base delle stesse qualifiche. Posto che le delibere che avevano "destituito" ed espulso De Luca e mutato il quadro dirigente erano state sospese (da varie ordinanze pronunciate tra il 2023 e il 2024), per cui lo stesso De Luca appariva ancora il presidente del Pli, il fatto che Sorcinelli e Pasquali avessero continuato ad agire "come se fossero investiti di poteri gestori e rappresentativi del PLI, ingenerando confusione tra gli iscritti e, in generale, i terzi, tra cui banche, istituzioni, rappresentanti di altri partiti" sarebbe bastato a fondare il sospetto che la richiesta di De Luca fosse fondata (fumus boni iuris); risultando poi opportuno disporre la tutela cautelare richiesta per evitare pregiudizi irreparabili per lo stesso De Luca e per il partito, per i giudici era giusto inibire a Sorcinelli e Pasquali di qualificarsi come segretario e presidente del Pli (o di tenere "qualunque comportamento che possa ingenerare nei terzi il convincimento che i medesimi sono i legittimi rappresentanti del PLI"), prevedendo pure - per rafforzare l'ordine, che richiedeva per forza la collaborazione dei destinatari - un'astreinte di 1000 euro, cioè una sanzione da pagare per ogni altra violazione dell'inibitoria decisa. 
Lo stesso collegio di reclamo, peraltro, aveva accolto le lamentele di Pasquali (e Sorcinelli) circa l'ordine a Meta di modificare l'accesso alla pagina Fb del Pli in ottemperanza all'ordinanza dell'agosto 2024 dello stesso tribunale. Quell'ordine, secondo la nuova ordinanza, era "in insanabile contrasto con l'estromissione della suddetta società" e, in più, puntava "a dare esecuzione ad un'ordinanza pronunciata in un separato giudizio, che ha sua propria fase esecutiva e, come detto, in quanto afferente alla sospensione di una deliberazione adottata dal Pli, è già ex se esecutiva, senza necessità di attuazione": per queste ragioni, i giudici hanno annullato l'ordine stesso dal dispositivo dell'ordinanza precedente.
La stessa ordinanza, per quanto interessa qui, aveva ritenuto "non valutabili" le ulteriori richieste di Stefano De Luca - formulate a maggio - circa il congresso già annunciato per il 4 luglio (per cui Sorcinelli e Pasquali avrebbero dovuto evitare di curare altre attività relative a quell'assise, ritenuta ex ante illegittima se non inesistente, o fornire i verbali degli organi convocanti perché se ne potesse valutare l'impugnazione): essendo stato convocato il congresso dopo il reclamo, nel procedimento cautelare ante causam nel quale era stata resa l'ordinanza non ci sarebbe stato spazio per quella tutela (visto che la convocazione del congresso non era stata impugnata). Di certo però, l'inibitoria (con tanto di astreinte) pronunciata a carico di Sorcinelli e Pasquali avrebbe reso quasi impossibile qualificare la riunione del 4 luglio come "congresso del Pli" senza che gli stessi Sorcinelli e Pasquali corressero il rischio di tenere comportamenti in grado di "ingenerare nei terzi il convincimento che i medesimi [fossero] i legittimi rappresentanti del Pli".
Per questo motivo il 4 luglio, in una sala Capranichetta dell'hotel Nazionale piuttosto affollata, si è comunque tenuto un incontro di coloro che erano stati convocati lì, ma non un congresso del Pli, formalmente "dis-det-ta-to", come scandito in sala dal presidente del consiglio nazionale uscente, Diego Di Pierro (lo si può ascoltare nella registrazione di Radio Radicale): "quello di oggi - aveva detto - non è un incontro del Partito liberale, ma un incontro tra amici che pensano di fare i liberali e vogliono sapere come fare a portare le idee liberali in Italia". "Stiamo lottando perché sia fatta giustizia, non condividiamo l'ordinanza che ci è stata recapitata ma dobbiamo rispettarla", aveva detto subito dopo Sorcinelli, che parlava a titolo personale "per la legittimazione politica che voi ci riconoscete: si può essere liberali a prescindere dal nome che si dà al contenitore. Noi abbiamo una presenza sul territorio che è testimoniata dalla vostra presenza qui oggi: centinaia, migliaia di persone che si riconoscono non nel partito, ma nella nostra proposta politica e noi oggi di questo vogliamo parlare". "Per quanto mi riguarda - aveva aggiunto Pasquali - l'esperienza con il Partito liberale è terminata nella giornata di ieri: per sentirsi liberali non necessariamente bisogna riscontrarsi all'interno del partito. Io e Stefano stiamo pagando pegno per una scelta che abbiamo assunto qualche anno fa, insieme a molti di voi, in buona fede, per cercare di dare un 'contributo' alla dimensione liberale e magari pensando di darlo al Paese. Non ci siamo riusciti, complice anche questa situazione litigiosa che oggi è nelle aule di tribunale. Noi da lì vogliamo uscire: la comunità liberale non può essere lacerata e non può finire soltanto per questioni legate alla legittimità dei ruoli. Dopo l'ordinanza di ieri mi sento ancora più liberale e sento il dovere di esserlo ancora di più".
L'atmosfera, alla Capranichetta, non era stata tranquilla: la notizia dell'ennesima pagina in carta bollata della storia liberale aveva destabilizzato molti. "Il nostro difetto negli ultimi anni - aveva detto Claudio Gentile, co-segretario del Pli dal 2020 al 2022 - forse è stato proprio l'aver frequentato più le aule dei tribunali che quelle parlamentari e sarebbe davvero giunto il momento di tornare a frequentare le seconde piuttosto che le prime. Abbiamo fatto per questo paese ottime cose, anche se non abbiamo neanche l'orgoglio e la capacità di ricordarle; ne possiamo fare molte altre, ma non abbiamo bisogno del simbolino con la scritta 'Partito liberale italiano'". Su questo punto, però, non c'era accordo: se di fatto l'assemblea è stata trasformata in un incontro del "Comitato 4 luglio per la riunificazione dei liberali" (proseguito il giorno dopo con altri momenti di riflessione) per poter continuare a discutere pur in un contenitore diverso, c'era chi insisteva per continuare regolarmente con il congresso convocato, per il quale tante persone si erano radunate lì da varie parti d'Italia: "Gli ordini dei giudici si rispettano, l'ordinanza chiede a Sorcinelli e Pasquali di non arrogarsi il titolo, ma lo fa da ieri, ex nunc, non ex tunc - aveva detto Franco Capasso, avvocato, rivendicando il proprio ruolo di responsabile giustizia del partito - quindi questo congresso, legittimamente convocato, deve prima di tutto dichiarare in un documento che prende atto dell'ordinanza del tribunale e chiede a segretario e presidente di dimettersi, ma contestualmente decide di continuare la propria attività e chiede la riassunzione della causa di merito e la sospensione dell'ordinanza di reclamo". "Entro il 22 maggio - aveva aggiunto Elena Vigliano, fondatrice dell'associazione Stato Minimo e componente della direzione nazionale - si sono iscritte al Pli, in modo tracciato attraverso il sito, diverse centinaia di persone, non per un segretario o un presidente ma per un progetto. La decisione del tribunale non investe le iscrizioni o gli organi locali, che non si possono cancellare con un tratto di penna: sicuramente i rappresentanti che indicati nell'ordinanza in questo momento devono mettersi da parte, ma gli iscritti hanno tutto il diritto in questo consesso di prendere delle decisioni, istituendo la commissione di verifica poteri e verificando i delegati rimasti".
La confusione, dunque, non era poca. "Dobbiamo chiarire una questione fondamentale - aveva chiesto quasi subito in una "mozione d'ordine" Piero Cafasso, segretario campano - Questo è il congresso del Pli, come dice Capasso, o dobbiamo abbandonare la battaglia tirandoci da parte, come dice Pasquali?" La sua idea era di far decidere gli iscritti, quali "veri titolari" del partito; altre voci, in seguito, avevano riproposto il dubbio, divise tra chi il congresso avrebbe voluto celebrarlo comunque, anche "a ranghi ridotti", e chi avrebbe preferito darsi comunque un'organizzazione sotto altro nome per poter continuare a operare senza rischi di azioni legali. Alla fine, nel pomeriggio, si era proceduto alla verifica dei delegati presenti, indicati in numero di cinquanta (anche se qualche ora prima erano molti di più), ma al momento di individuare un "consiglio nazionale" applicando le norme statutarie del Pli - che avrebbero richiesto un minimo proprio di cinquanta membri - qualcuno dei pres nti ha chiesto di non essere incluso e dunque - salvo errore - l'assemblea si è chiusa, dichiaratamente, con un "nulla di fatto". Il tutto mentre alcune persone, sul territorio, avevano detto di voler continuare l'attività politica attraverso nuovi contenitori nati ad hoc, come per esempio i Liberali autonomisti sardi di Carlo Murru e Simone Paini.
Tra gli interventi di quella giornata, sul piano simbolico-nominale, qui se ne vogliono citare soprattutto due. Il primo è un passaggio delle parole appassionate di Cafasso: "Io propongo che il prossimo consiglio cambi il simbolo: via lo straccetto e, al suo posto, una bella bandiera - la nostra - con 'PLI' ben impresso, che fuoriesce da un faro come fascio luminoso ad indicare la via; un colore nuovo vivace, giovane e distintivo, il turchese; in più un segno di saluto, la 'L' di 'Libertà'". Proprio Cafasso, peraltro, in data 13 agosto risulta avere depositato - insieme a Luigi Russo - una domanda di marchio per un simbolo così descritto: "cerchio, nella cui circonferenza viene riportata la scritta 'Nuovo Partito Liberale Italiano". all'interno dello stesso vi è l'immagine di un faro con un fascio di luce tricolore, dalla quale escono le seguenti lettere 'NPLI'. La lettera N la si nota nella parte alta del faro, mentre le restanti PLI dal fascio di luce".
Il secondo è un estratto dalla "mozione" di Bianca Elena Maserti, componente del consiglio nazionale: all'inizio del suo intervento aveva detto di aver suggerito a Sorcinelli come possibile nome alternativo per continuare a fare politica proprio Unione liberale ("Se andate a vedere la storia del Partito liberale nel 1913 esisteva l'Unione liberale che comprendeva la destra di Cavour e alcuni giolittiani: da lì sarebbe nato il seme del Partito liberale. Quello poteva essere un momento di sosta, per ricominciare dalle origini"). Di fatto, quel nome oltre due mesi e mezzo è stato recuperato.
 

La conferenza stampa e il simbolo

Fatte queste premesse, si può tornare alla presentazione di venerdì 26 settembre, resa possibile alla sala stampa della Camera grazie a Italia viva, in particolare a Roberto Giachetti (a nome del quale era prenotata la sala) e all'ex deputato (oggi consigliere regionale in Lazio) Luciano Nobili, che era intervenuto anche il 4 luglio alla Capranichetta: "Sono qui solo per ascoltare e dare il mio grande e sincero in bocca al lupo a questa esperienza cui date vita: a galassia liberale purtroppo vive stagioni complicate, però io sono convinto che invece le idee liberali riformatrici che rappresentate e [...] che cerco di portare avanti nella mia attività, sia nel partito Italia viva che nella mia attività politica più generale, sono invece più vive che mai e sono più necessarie che mai, in un mondo purtroppo sempre più complicato in cui le autocrazie sembrano sempre più forti e in cui le democrazie liberali sembrano sempre più spaventate e sempre più in difficoltà. Penso che di queste idee [...] sia fondamentale che ci sia una pluralità di voci [...] e poi spero anche che nel tempo ovviamente queste voci trovino la formula politica per lasciarsi alle spalle le battaglie [...] con le carte bollate, perché poi invece quello che conta è la politica". 
I primi tratti della nuova esperienza li ha offerti Claudio Gentile, come si è detto ex co-segretario Pli: "Ho il compito di fare da trait d'union tra quello che è stato il momento storico del Pli 2.0, cioè quello che, dopo lo scioglimento precedente post-ciclone giudiziario del 1994, ricostruimmo a Roma il 4 luglio 1997 e il seguito della storia. Avevamo pensato in quest'anno di celebrare sia il compleanno del Pli sia il congresso del Pli 3.0, perché nel frattempo erano avvenuti dei cambiamenti anche abbastanza importanti, ma invece che proseguire con un nuovo compleanno [il 4 luglio 2025] siamo morti. O meglio, è morto un certo modo di vedere la politica liberale in questo Paese e auspico che non solo sia deceduto, ma che nessun infermiere si prenda la briga di rianimarlo in nessun modo possibile. Credo che Unione liberale sia un progetto assolutamente serio, ambiziosissimo, che nel nome nasconde esattamente il progetto politico: dare ai liberali di questo Paese una casa che li contenga possibilmente tutti, perché in tanti si appropriano dell'aggettivo 'liberale' per connotare quella che spesso e volentieri è una scatoletta vuota, che corrisponde più o meno ad un nome e un cognome dietro a una tastiera collegata ad internet, che poi alla fine si rivela sempre inequivocabilmente priva di contenuti". Al di là dei ricordi più recenti, Gentile ha descritto il desiderio di riconnettersi a proprio modo all'esperienza liberale nella storia politica italiana: "In noi che veniamo da una esperienza anche dolorosa, come quella descritta negli ultimi tempi, stamattina prevale il desiderio, più che di una rinascita, di una continuazione con una tradizione che in questo Paese proviene dai tempi del Risorgimento, proseguita [...] con la Resistenza, con il dopoguerra, con la Costituente, e i liberali in Parlamento ci sono sempre stati, tranne che negli ultimi due-tre decenni, dopo la dissoluzione che rammentavo prima. [...]  Noi vogliamo riconquistare quella autorevolezza che aveva Giovanni Malagodi quando si alzava per parlare e tutti ascoltavano quello che aveva da dire. [...] Siamo sempre stati il partito della razionalità, vogliamo esserlo di nuovo [...] con un brand che rinasce dalle ceneri". 
Proprio questa è la lettura da dare al simbolo, nel quale spicca l'immagine della fenice che rinasce dal fuoco: "questa - ha segnalato Gentile - ha esattamente la funzione di ricordare agli italiani che i liberali in qualche modo a questo Paese possono far comodo, che hanno intenzione di porsi al servizio dell'Italia tutta e di tutti gli elettori [...] e che attraverso questo ambiziosissimo Progetto vogliamo riportare un po' più di liberalismo in questo Paese e un po' meno di sovranismo, di populismo, di reddito di cittadinanza, di super bonus per le villette più o meno ricostruite o rimodernate a spese degli italiani e più merito, più attenzione e soprattutto più rispetto per le istituzioni". Quanto agli archi verde e rosso collocati nella parte superiore del fregio, sopra al nome scritto in blu, "non rappresentano la bandiera italiana, disegnata in maniera surrettizia - ha concluso lo stesso Gentile - ma l'emiciclo del Parlamento, rappresentato in quel simbolo perché vuole essere la definizione del nostro rispetto per le istituzioni parlamentari: siamo da sempre parlamentaristi e abbiamo sempre avuto a cuore il sistema proporzionale, anche quando avvantaggiava personaggi che magari avremmo desiderato forse non vedere rappresentati nel Parlamento italiano, ma questo è il nostro faro illuminante. Le istituzioni hanno necessità di essere protette e nessuno meglio dei liberali è capace di farlo". 
"Abbiamo l'ambizione - ha aggiunto per parte sua Francesco Pasquali - di introdurre nel dibattito politico una sorta di neologismo: 'sovranlibertà'. Questo non vuol dire sovranismo, ma significa che oggi la libertà non può essere garantita se non è garantita la sovranità: come liberali guardiamo alla libertà dell'individuo, ma anche alla sovranità del Paese, sovranità che oggi l'Italia non ha, sul piano della sicurezza come dal punto di vista digitale. Noi abbiamo il sogno di uno Stato strategico, uno Stato leggero, al servizio del cittadino, ma uno Stato in cui regni una sorta di responsabilità, alla quale abbiamo collegato la proposta politica 'debito zero per i nostri figli': chiediamo alla politica che ogni nuova norma, ogni nuova legge possa garantire che nessun costo verrà fatto gravare sulle nuove generazioni; questo vorrebbe dire fare attenzione agli sprechi, avere un comportamento responsabile e guardare al futuro. Stiamo elaborando anche altre proposte, ma Unione liberale oggi è una tela bianca che deve essere disegnata insieme anche ad altre realtà del mondo liberale, spesso suddiviso in mille galassie". Per Pasquali "anche in altri partiti presenti in Parlamento ci sono molti liberali, alcuni lo sono e magari non lo sanno; Unione liberale vuole sensibilizzare su alcuni temi e quindi ci dobbiamo interrogare costantemente sulle possibili ricette liberali oggi, con quello che sta accadendo in Europa e nel mondo. Stiamo partendo davvero dal basso, abbiamo un carico storico alle spalle importante, dovremo essere all'altezza di attualizzarlo, partendo dai territori edarci magari un appuntamento dopo la primavera per cercare di darci un'organizzazione, ma il dato di fondo è che non sarà un simbolo, un percorso precedente o diatribe giudiziarie a fermare un pensiero che oggi deve contaminare il Paese, perché mai come oggi a mio avviso c'è bisogno davvero di tenere alta la bandiera della libertà". 
"Noi oggi - ha concluso Alberto Aschelter - stiamo rappresentando una grandissima ambizione: farci portatori di quel dubbio del quale siamo figli e tentare di creare una casa, uno spazio che possa accogliere appunto le diverse anime liberali. Noi siamo qui per dialogare, non per allearci con qualcuno per mandare a casa un terzo, ma per farci portatori di una serie di idee, convinti che queste possano trovare delle orecchie e pertanto ci si possa lavorare insieme. Non è dato sapere dove ci porterà il percorso, ma sicuramente vale tutto il cammino".
La conferenza ha evocato solo in parte lo scontro politico-giuridico in area liberale, culminato - per ora - nell'ordinanza del 3 luglio scorso; qualcosa in più ha detto Pasquali in un'intervista a Lanfranco Palazzolo di Radio Radicale, rilasciata subito dopo la conferenza stampa. A Palazzolo che chiedeva quanto il nuovo progetto politico rinascesse dal "non congresso" di luglio, Pasquali ha risposto: "Quella del 4 luglio 2025 è una giornata che resta comunque impressa nei nostri cuori: doveva essere un momento celebrativo di congresso e di entusiasmo, con iscritti da tutta l'Italia, perché noi quando facciamo i congressi, facciamo gli iscritti. La delusione è stata tanta, il tribunale temporaneamente ha preso questa decisione: ci sono state diverse tappe, che in teoria rischiano di proseguire negli anni. Quindi con un gruppo di amici che ricoprivano diversi ruoli all'interno del Pli abbiamo deciso di rimetterci insieme e di privilegiare le idee liberali a quello che poteva essere il vecchio simbolo: quindi per noi l'augurio a chi oggi sta utilizzando il vecchio simbolo è che possa farlo nel migliore dei modi, perché tra liberali possiamo litigare, ma c'è un rispetto di fondo per chi difende la libertà, ma non vogliamo limitarci a diatribe giudiziarie, quindi nella serenità siamo voluti uscire fuori da quell'esperienza, abbiamo voluto essere propositivi e lanciare un messaggio aggiornato del liberalismo. Sottoporremo le nostre proposte anche agli altri partiti presenti in Parlamento, con la serenità che non sarà un simbolo o un altro a poter fare la differenza, ma la tenacia degli uomini che portano avanti questa idee e soprattutto l'apertura che per noi Unione liberale deve avere: siamo molto fiduciosi di poter coinvolgere molti liberali che magari nella fase delle diatribe giudiziarie possono essere disgustati, e quello non diventa più politica, ma altro".
A distanza di vari mesi, cosa divideva davvero il gruppo rimasto vicino a Stefano De Luca da quello che sta lavorando alla costruzione di Unione liberale? Se lo è chiesto Palazzolo, girando la domanda a Pasquali: "Ci divide un aspetto anche generazionale: sicuramente Stefano De Luca ha rappresentato un pezzo importante del percorso dei liberali in questo Paese, gli va riconosciuto il merito nel 1997 di aver rispolverato e issato nuovamente la bandiera dei liberali, ma la nostra generazione ha una visione e una percezione del mondo diversa e questo ha generato un conflitto anche politico; sono poi intervenute vicissitudini giudiziarie, come capita anche ad altri partiti. Il Partito liberale non aveva neanche particolari patrimoni da difendere, ma era soltanto una questione organizzativa, purtroppo finita nei tribunali invece che in un'arena pubblica; abbiamo preferito quindi questa nuova strada". Una nuova strada marcata, come si è detto, da un nuovo simbolo, ritenuto da Pasquali "fortemente evocativo: cercheremo di seguire il destino dell'araba fenice, cioè di rinascere e volare verso l'alto". Saranno le prossime settimane e i prossimi mesi a delineare il volo del progetto, grazie alle persone che ne fanno parte o che vorranno aderire.

martedì 24 giugno 2025

Pli, congresso "sdoppiato" e scontri in tribunale. E il simbolo?

L'estate è ormai ufficialmente iniziata (anche se il caldo, in effetti, è già arrivato da un pezzo): storicamente questa è stata la stagione delle feste di partito, anche se i tempi sono inesorabilmente cambiati rispetto al passato. C'è chi, in compenso, invece che festeggiare, si ritrova per celebrare congressi, nonostante il citato caldo imperante: vale per il neonato Partito Liberal democratico (che il 28 e il 29 giugno si riunirà a Bologna a San Lazzaro di Savena) e vale per il Partito liberale italiano. Scorrendo le notizie circolanti in Rete, peraltro, si apprende che il congresso del Pli si dovrebbe tenere il 27/28 giugno, come pure il 4 luglio. Un doppio congresso? Un'illusione ottica di sdoppiamento, un miraggio magari causato dal suddetto caldo estivo? 
Di congresso, in realtà, ce ne sarebbe solo uno mentre l'altro sarebbe convocato illegittimamente, a sentire ciascuna delle due parti in disputa. Una disputa che prosegue almeno dalla fine di luglio del 2022, cioè da quando - in vista delle elezioni politiche anticipate fissate per il 25 settembre - si tenne un consiglio nazionale autoconvocato d'urgenza, nel quale fu votata una delibera per dare pieno ed esclusivo mandato all'allora co-segretario Roberto Sorcinelli di rappresentare il partito per stipulare alleanze innanzitutto col centrodestra, presentare liste e depositare il simbolo; passò pure una mozione di "sfiducia/decadenza" dalle loro cariche dell'allora presidente Stefano De Luca e dell'allora co-segretario Nicola Fortuna (accusati, all'interno della stessa mozione, di gravi violazioni statutarie), in seguito dichiarati decaduti dall'iscrizione al Pli per la loro scelta di non riconoscere validità a quelle deliberazioni e di procedere a convocare direttamente gli organi del partito. De Luca e Fortuna contestarono tanto le accuse tanto quelle decisioni, ritenendole illegittime (con riferimento al consiglio nazionale del 30 luglio 2022, per difetto del quorum di autoconvocazione e del quorum costitutivo, per preavviso troppo ridotto, carenza di ordine del giorno, omessa convocazione di tutti gli aventi diritto, difetto di forma nella stesura del verbale e conferimento di poteri in contrasto con lo statuto); al pari, era stato contestato anche il congresso celebrato il 23 settembre 2022, con la conferma di Sorcinelli alla segreteria politica e di Francesco Pasquali alla presidenza del partito (incarico già svolto ad interim).
Una semplice visitina sul web può dare le dimensioni della querelle. Il 7 giugno, sul sito www.partitoliberaleitaliano.org, è apparso il seguente annuncio:

Cari amici, mentre si stanno svolgendo i Congressi Provinciali per l'elezione dei delegati, secondo quanto previsto dallo Statuto (un delegato ogni tre iscritti), desidero informarvi che il Congresso Nazionale si terrà, come deliberato dagli organi statutari competenti, nei giorni 27 e 28 Giugno 2025 presso Salaria Sport Village (Via S. Gaggio, 5, 00138 Roma RM) 
I lavori avranno inizio il giorno 27 alle ore 17 per l’apertura dei lavori, l’elezione del Consiglio di Presidenza del Congresso e della Commissione Verifica Poteri. Il successivo giorno 28 i lavori congressuali riprenderanno con la Redazione del Segretario, il dibattito politico, la presentazione delle mozioni e si concluderanno con l’elezione dei nuovi Organi Statutari (Garante, Presidente, Segretario Nazionale, Tesoriere, Probi Viri e Consiglio Nazionale). Quest'ultimo si riunirà immediatamente dopo per eleggere la Direzione.

Grazio Trufolo - Segretario Nazionale

Dal 10 giugno, sulla pagina Facebook del partito, oltre all'annuncio del congresso per il 27-28 giugno, sono tuttavia apparse anche altre comunicazioni, dalle quali si evinceva che, a valle di un provvedimento giudiziario, la stessa pagina Fb era tornata nella disponibilità del gruppo legato a Stefano De Luca, tuttora indicato come presidente nazionale, e a Trufolo (indicato come segretario). Sulla stessa pagina, ancora gestita per conto della segreteria Sorcinelli, il 6 maggio, si era indicato il 4 luglio come data per il nuovo congresso (indicato come XXXIII, in continuità con quelli del Pli "storico", anche se in effetti risulta che il partito attuale sia stato rifondato anche giuridicamente nel 1997 come Partito liberale, poi rinominato Pli nel 2004). La notizia era apparsa anche sul sito www.partitoliberale.it, tuttora amministrato dal gruppo dirigente guidato da Sorcinelli e Pasquali e proprio lì, il 16 giugno, in risposta ai post apparsi su Fb, è stato pubblicato il seguente "comunicato ufficiale" (riportato per intero, per mera completezza, come i testi sopra indicati).

In questi giorni i sottoscritti, Segretario e Presidente del PLI, sono oggetto di insulti personali, post diffamatori conditi da false accuse calunniose da parte dell’ex presidente del PLI Stefano De Luca, di un suo seguace e un parente di quest’ultimo. Costoro hanno messo in campo una vera e propria azione coordinata di carattere diffamatorio e calunnioso - di cui risponderanno in sede penale - nei confronti nostri e di tutti i dirigenti e gli iscritti del PLI. Dopo che il De Luca si è impossessato della pagina Facebook del partito, lui e i suoi due seguaci stanno falsamente affermando che vi sarebbero “numerose ordinanze collegiali del tribunale di Roma tutte ovviamente favorevoli ai legittimi rappresentanti del Partito” che nel loro immaginario sarebbero loro stessi.  
Occorre quindi dare conto della complessa e lunga vicenda, giudiziaria e non, che vede contrapposti gli attuali legittimi rappresentanti del PLI, ovvero i sottoscritti, l’ex cosegretario nazionale Claudio Gentile e il presidente del Consiglio nazionale Diego Di Pierro tutti da una parte e, dall’altra, Stefano De Luca, l’anziano ex presidente destituito da ogni carica il 30 luglio 2022 e poi espulso dal Partito il 2 agosto 2022. Diciamo subito che, non avendo impugnato la sua espulsione nel termine perentorio di sei mesi come prescritto dall’art. 24 del codice civile, egli è irrimediabilmente, volente o nolente, un soggetto ESTRANEO al Partito Liberale Italiano. Men che meno, dunque, può affermare di esserne il legale rappresentante. 
La vicenda ha origine nel luglio 2022 quando l’allora Consiglio nazionale del PLI (massima assemblea che elegge le cariche e così le può revocare), riunitosi in auto convocazione come previsto dallo statuto, approvò una mozione di sfiducia politica nei confronti del De Luca, destituendolo dalla carica di Presidente. Ciò in quanto si andava verso l’ennesimo congresso gestito in maniera assai poco trasparente (per essere generosi…) dal De Luca, che pretendeva di sostituirsi alla segreteria nazionale nella formazione dell'elenco degli iscritti. Questo, peraltro, avvenne dopo circa 25 anni di ininterrotta tirannia da parte dello stesso sul partito. Anni in cui il PLI, per soddisfare gli interessi di pochi, ha finito col perdere ogni rappresentatività politica nel Paese. Stufi di questa situazione ormai incancrenita, i consiglieri nazionali del 2022 fecero un atto di straordinario coraggio, destituendo il "tiranno". 
Questi ovviamente non si diede per vinto e cercò di ribaltare la legittima deliberazione del consiglio nazionale infischiandosene delle regole statutarie e creando, di fatto, un’organizzazione parallela. Per questo motivo, il 2 agosto 2022 venne espulso e, a seguire, vennero espulsi quei pochi altri che tentarono di seguirlo in quest’azione contro il Partito. Successivamente, tentò di depositare il simbolo del PLI - attraverso una sua delegata - alle elezioni politiche del 2022. Ma tale tentativo venne clamorosamente bocciato prima dal Ministero dell'Interno e poi, in sede di reclamo, dalla Suprema CORTE DI CASSAZIONE, che statuì IN VIA DEFINITIVA che il De Luca o altri soggetti a lui riferibili non avevano alcun diritto a qualificarsi quali rappresentanti legali del PLI né, tantomeno, ad utilizzarne il nome ed il simbolo. Diritto che spettava, viceversa, esclusivamente ai sottoscritti. Grazie a quella decisione definitiva del massimo organo giudiziario del Paese, abbiamo mantenuto e tuttora manteniamo il pieno diritto di rappresentare il PLI, checché ne dica il De Luca o i suoi sodali. 
Da allora il De Luca ha promosso una miriade di azioni - ordinarie e cautelari, un vero e proprio stalking giudiziario - contro i sottoscritti e il PLI, bramando unicamente la sua rivalsa personale, essendo chiaro e pacifico che tutti gli iscritti del PLI non abbiano alcuna intenzione di essere rappresentati da lui. Di recente, ha chiesto al tribunale che ordinasse ai sottoscritti di consegnargli il sito web del PLI e le pagine social, e tutto ciò che appartiene al PLI, nonché che pronunciasse un’ordinanza inibitoria nei nostri confronti. Le sue domande sono state RESPINTE E RIGETTATE dal tribunale collegiale, peraltro con un'ordinanza firmata (anche quale estensore) direttamente dal presidente della Sezione Imprese del tribunale. 
Non pago di ciò, il De Luca ha riproposto le medesime domande che gli sono state ancora rigettate dal giudice monocratico ed ora si trovano pendenti in sede di reclamo. In questa complessa situazione, è riuscito a farsi attribuire (provvisoriamente) la pagina Facebook del PLI, utilizzandola immediatamente per spargere notizie false e diffamatorie nei confronti nostri e di tutti i legittimi organi del PLI, spargendo altresì la falsa notizia che il congresso nazionale si terrà il 27 e 28 giugno invece che il 4 luglio (come è effettivamente). Per far ciò, peraltro, ha utilizzato il medesimo evento Facebook da noi creato, modificando le date. Chi aveva ricevuto l’invito per il congresso del 4 luglio ora vedrà la data erronea del 27/28 giugno e, cosa ancora più grave, risulterà invitato dai sottoscritti o da altri iscritti legittimi del PLI (in quanto avevamo effettivamente inviato loro l’invito corretto).
Si tratta, in tutta evidenza, di un espediente diretto a trarre in inganno i delegati eletti ai congressi provinciali per spingerli a partecipare al suo evento al fine di trarne l’indebito vantaggio di risultarne legittimato. Sinora abbiamo preferito - per il bene e l’immagine del Partito, unica nostra preoccupazione - evitare di dar risalto pubblico alla vicenda. Ma le recenti vicende ci hanno costretto a dover prendere pubblicamente posizione. Ora ci auguriamo che il tribunale di Roma metta uno stop definitivo alle brame di un soggetto che ormai non rappresenta altri che sé stesso e a cui non importa nulla di ricostruire l’immagine di un partito glorioso che lui stesso ha devastato. 
Il 4 luglio a Roma si terrà il congresso nazionale del PLI. Congresso al quale, peraltro, avevamo consentito anche a lui di partecipare e di confrontarsi democraticamente (previa presentazione di nuova domanda di iscrizione, essendo egli un soggetto oggi estraneo al PLI). Il De Luca NON ha presentato domanda di iscrizione, evidentemente non avendo intenzione di sottoporsi democraticamente al giudizio degli iscritti. Dunque, De Luca era e rimane un soggetto estraneo al PLI. Ma, suo malgrado, il partito appartiene solo e soltanto agli iscritti. Non a lui, certamente. Ma neppure a noi e nessun altro: i rappresentanti di un partito sono e devono essere sempre pro tempore. Se il 4 luglio la nostra mozione prevarrà, saremo ancora - come lo siamo ora - il Segretario Nazionale e il Presidente del PLI. Per ulteriori due anni. Poi si vedrà.

Roberto Sorcinelli (Segretario Nazionale PLI) - Francesco Pasquali (Presidente Nazionale PLI)

Lo scambio non poteva certo fermarsi qui. Infatti sul sito amministrato in nome e per conto di De Luca e Trufolo è stata pubblicata una "relazione sullo stato dei contenziosi relativi al Pli, redatta dai legali di fiducia, la quale smentisce puntualmente le esternazioni di Sorcinelli e Pasquali apparse sul sito storicamente appartenente al Pli di cui ancora indebitamente fanno uso". Quella relazione (che a questo link si può leggere integralmente), firmata dagli avvocati Nicola De Luca (che aveva già riassunto in video, sulla pagina Fb del Pli, la medesima situazione giudiziaria) e Giuseppe Ardone, ripercorre le tappe successive alla ricusazione da parte del Viminale (confermata dall'Ufficio elettorale centrale nazionale, non esattamente dalla Cassazione, benché l'Uecn sia costituito presso la sede della Suprema Corte) del contrassegno del Pli, depositato il 12 agosto 2022 in nome e per conto di Nicola Fortuna (tappe di cui questo sito si è occupato nel dettaglio allora).
La relazione degli avvocati De Luca e Ardone fa riferimento a una vicenda giuridica e giudiziaria complessa, dipanatasi nel corso di circa due anni e mezzo senza ricevere troppa notorietà, al di là - salvo errore - delle note con cui lo studio legale D'Aiello e De Luca - lo stesso che si era occupato del contenzioso tra Pli e Partito dei liberali europei, con vittoria del primo nel giudizio cautelare (anche in sede di reclamo) - aveva reso note due ordinanze tra quelle emesse (nel 2023 e nel 2024) e del "botta e risposta" sul sito del quotidiano L'Opinione delle Libertà, risalente al 2023 e tuttora leggibile. Vale forse la pena riassumere - in base a quanto risulta a chi scrive, senza pretesa di completezza - la situazione del contenzioso, essendo pronti a integrare il racconto con le ulteriori puntate della vicenda. Proprio la complessità di questa, peraltro, suggerisce di limitarsi a riportare il contenuto delle decisioni, evitando il più possibile di commentarlo vista la delicatezza della situazione (tuttora connotata da un alto tasso di litigiosità); per mero scrupolo, si precisa - anche se dovrebbe essere ovvio - che quanto si scriverà di seguito si basa esclusivamente sul contenuto delle ordinanze, senza attingere a documenti di parte (fatte salve le loro parti eventualmente citate nelle decisioni).

* * *

1) Verso la fine di ottobre del 2022, dunque un mese dopo le elezioni politiche e dopo il congresso di settembre, il Partito liberale italiano rappresentato da Sorcinelli e Pasquali aveva presentato un ricorso ex art. 700 c.p.c. presso il tribunale civile di Roma contro De Luca e Fortuna, chiedendo in via cautelare che fosse ordinato loro "di cessare immediatamente ogni uso del nome, del contrassegno e di ogni altro segno identificativo del Partito Liberale Italiano": ciò sulla base del fatto che né De Luca né Fortuna avrebbero impugnato la delibera circa la loro decadenza dalla qualità di iscritti (e dalle loro cariche) e, nonostante ciò, avrebbero proseguito "nel tentativo di danneggiare il Pli" (si cita dall'ordinanza) ottenendo il blocco del conto corrente del partito e utilizzandone il simbolo per manifestazioni. Per De Luca e Fortuna, invece, il ricorso doveva essere dichiarato inammissibile o comunque infondato, ritenendo che la delibera del consiglio nazionale del 30 luglio 2022 che li aveva "destituiti" fosse "affetta da plurimi connotati di illegittimità" (si legge sempre nell'ordinanza), mentre sarebbero state regolari la direzione nazionale del 1° agosto e il consiglio nazionale del 5 agosto che avrebbe deciso di "revocare ogni deliberazione assunta" il 30 luglio (delibera che sarebbe stata comunque impugnata in altra sede, alla pari degli atti congressuali del settembre 2022), dunque Sorcinelli e Pasquali non sarebbero stati legittimati a rappresentare il partito. 
Il 25-26 febbraio 2023 la giudice Cristina Pigozzo (XVI sez. civ. imprese) aveva accolto il ricorso del Pli rappresentato da Sorcinelli e Pasquali, disponendo che De Luca e Fortuna - non potendosi qualificare come presidente e segretario del partito - dovessero cessare l'uso "illegittimo del nome, del simbolo e di ogni altro segno distintivo del Partito Liberale Italiano. Per il tribunale la delibera del consiglio nazionale del 30 luglio 2022 era "ancora efficace e non sospesa" (pur essendo stata impugnata da un'altra associata, senza che però fosse stata disposta la sospensione), era stata redatta nella forma dell'atto pubblico e il notaio avrebbe accertato la rispondenza alle norme statutarie vigenti dell'(auto)convocazione del consiglio (da parte di 15 membri sui 63 allora previsti), mentre i vizi contestati da De Luca e Fortuna non ne mettevano in discussione l'esistenza giuridica. Quanto alla revoca della delibera da parte del consiglio nazionale del 5 agosto 2022, per la giudice era stata disposta da un organo convocato "dall'asserita Segreteria Nazionale e dal Presidente già dichiarato destituito e, quindi, allo stato, non [poteva] ritenersi promanare dal Pli"; di più, il verbale della direzione nazionale del 1° agosto che aveva poi convocato il consiglio del 5 agosto non sarebbe stato redatto con atto pubblico e il notaio "non avrebbe potuto attestare la legittimità della costituzione dell'organo" (poiché la delibera di decadenza di De Luca dalla presidenza del partito non era stata sospesa). Sarebbe mancata, dunque, la convocazione "prima facie in modo legittimo" del consiglio nazionale del 5 agosto che avrebbe revocato le delibere precedenti. 

2) De Luca e Fortuna, tuttavia, impugnarono l'ordinanza della giudice Pigozzo, proponendo reclamo (Fortuna in seguito ha rinunciato e il giudizio cautelare nei suoi confronti si è estinto). Il collegio della XVI sezione civile del tribunale di Roma - presieduto da Giuseppe Di Salvo (lo stesso giudice che nel 2002 e nel 2004 dovette esprimersi sull'azione iniziata dal Cdu contro Alessandro Duce per bloccare il suo tentativo di "risvegliare" la Democrazia cristiana) e avente come relatrice la giudice Flora Mazzaro - il 16 maggio - 12 giugno 2023 ribaltò la prima decisione, accogliendo il reclamo di Stefano De Luca. La decisione - la prima citata nella relazione De Luca - Ardone - venne motivata dal collegio con la "insussistenza del fumus boni iuris" (cioè della possibilità che il diritto rivendicato, alla base della richiesta di tutela cautelare, esista e sia accertato in sede di merito). Per i giudici era "pacifico tra le parti" (cioè incontestato) che si fossero susseguite due delibere del consiglio nazionale - quella del 30 luglio con cui si era rimosso De Luca dalla presidenza e quella del 5 agosto con cui si era revocata la decisione precedente - "alla presenza o comunque, con la partecipazione, in entrambi i casi, di taluno dei suoi membri", mentre si contestava reciprocamente - e in modo quasi speculare - la legittimità delle stesse per violazioni di legge o dello statuto. 
Per i membri del collegio, lo spazio per ritenere/dichiarare inesistente la delibera di un organo - dopo la riforma del diritto societario disposta col d.lgs. n. 6/2003 e secondo la giurisprudenza della Cassazione civile (v. la sentenza n. 26199/2021), applicabile anche alle associazioni - sarebbe ridotto rispetto al passato ("se [...] una norma sanziona un determinato fatto con una conseguenza giuridica negativa in quanto esso venga ad esistenza con i connotati essenziali della fattispecie da essa descritta, ne consegue che una delibera nulla o annullabile in base alle legge non possa che essere considerata esistente, seppur viziata"): volendo tutelare la "stabilità degli atti sociali" e la "certezza delle situazioni giuridiche conseguenti", di fatto non si sfugge alla regola per cui un atto ritenuto viziato dev'essere impugnato entro un termine più o meno ristretto. Di fatto il ricorso del Pli di Sorcinelli e Pasquali non avrebbe chiesto di "impugnare, ai sensi dell'art. 23 c.c." la delibera del consiglio nazionale 5 agosto 2022 per farla dichiarare nulla o per ottenerne l'annullamento (e, intanto, la sospensione): anche quella delibera, dunque, fino a un'eventuale decisione che l'avesse invalidata doveva essere considerata esistente ed efficace, quindi gli atti del 30 luglio 2022 - inclusa la decadenza dalla presidenza di De Luca - dovevano considerarsi revocati. Si sarebbe potuto parlare di inesistenza se l'atto "incriminato" non fosse stato in alcun modo imputabile al partito, ma per i giudici la partecipazione di almeno un iscritto al consiglio nazionale del 5 agosto (come a quello del 30 luglio) avrebbe escluso alla radice quest'ipotesi. Sarebbe bastato questo a non far ritenere "provata la titolarità dei poteri di rappresentanza" del Pli in capo a Sorcinelli e Pasquali, mentre verosimilmente De Luca avrebbe auto diritto, quale presidente del partito, "a rappresentare l’associazione Pli e a spenderne il nome, il simbolo e altri segni distintivi".

3) Un nuovo ricorso era stato presentato da Roberto Sorcinelli e Francesco Pasquali a nome del Pli contro Stefano De Luca, con nuova richiesta di tutela cautelare dopo l'ordinanza di reclamo appena vista. Il nuovo procedimento era iniziato sia per contestare che il 5 agosto 2022 si fosse mai svolta alcuna riunione del consiglio nazionale, sia soprattutto per far valere - come fatto nuovo - che proprio il consiglio nazionale del Pli, il 23 giugno 2023, dopo l'ordinanza di reclamo dello stesso tribunale di Roma, era stato convocato dal nuovo presidente dell'organo, Diego Di Pierro (intervenuto a favore del Pli) e aveva "esplicitamente disconosciuto l'asserita riunione tenuta dal sig. De Luca e la conseguente delibera del 5 agosto 2022", negando che fosse "in alcun modo riferibile al Partito Liberale Italiano" e revocandola - al pari di ogni atto compiuto da De Luca nel ruolo da lui rivendicato - per ogni evenienza, oltre a prendere atto "della definitività della espulsione irrogata al Sig. De Luca per omessa impugnazione nel termine di cui all’art. 24 c.c.". Non volendo riconoscere a De Luca "qualsivoglia rappresentanza o funzione" e volendo reagire alle azioni (ritenute "di disturbo") dello stesso, Sorcinelli e Pasquali avevano chiesto di nuovo al tribunale di Roma di ordinare a De Luca di smettere di usare il nome e il simbolo del Pli e di "cessare immediatamente qualsivoglia pubblicazione, informativa e/o comunicazione inveritiera, capziosa e tendenziosa con la quale tenti [...] di accreditarsi quale iscritto e/o titolare di cariche o financo 'presidente' del Partito liberale italiano";
Il giudice Maurizio Manzi (della XVI sezione civile del tribunale di Roma) il 12 luglio 2023 aveva accolto il ricorso del Pli, pur sottolineando che - come eccepito da De Luca nella sua difesa - non si poteva chiedere nuova tutela cautelare "a fronte di un quadro fattuale sostanzialmente immutato" (essendo necessario l'emergere di fatti nuovi per rivalutare la situazione) e ritenendo che al tempo della precedente ordinanza la delibera del consiglio del 5 agosto fosse valida ed efficace. Il magistrato aveva infatti rilevato che la delibera del 23 giugno 2023 - con cui lo stesso organo aveva disconosciuto la "revoca" del 5 agosto 2022 - doveva considerarsi un fatto nuovo sopravvenuto, sufficiente non a far dichiarare decaduto ed espulso De Luca, ma almeno a fondare il fumus boni iuris del Pli guidato da Sorcinelli e Pasquali (e a far ritenere che, in un clima molto più litigioso e in potenziale peggioramento, il diritto rivendicato dovesse essere protetto subito in via cautelare per non rischiare di comprometterlo del tutto, a tutela "degli interessi patrimoniali del partito nonché a presidio del tessuto ideologico e di credibilità dello stesso").

4) Insoddisfatto dell'esito dell'ordinanza, Stefano De Luca presentò di nuovo reclamo, ritenendo che il primo giudice avesse commesso errori di valutazione. Il collegio della XVI sezione civile (specializzata in materia d'impresa) del tribunale di Roma, presieduto dalla giudice Mazzaro - che aveva già steso l'ordinanza di maggio-giugno - e avente come estensore Guido Romano (lo stesso che aveva dichiarato il "consiglio nazionale" della Democrazia cristiana del 30 marzo 2012 e che nel 2016 aveva disposto la convocazione dell'assemblea degli iscritti della Dc su richiesta del preteso 10% degli iscritti), il 25 settembre 2023 (con pubblicazione il 15 gennaio 2024) accolse il reclamo (si tratta della seconda ordinanza citata nella nota degli avvocati De Luca e Ardone). Ritenendo corretto applicare anche in quel giudizio cautelare ciò che era già stato indicato nell'ordinanza di reclamo precedente circa l'inesistenza della deliberazione di un organo di un'associazione (sostenendo che vi fosse spazio qualora quella deliberazione non fosse stata in alcun modo imputabile al partito), il collegio osservò che - come evidenziato da De Luca in sede di reclamo - alla riunione del 12 giugno 2023 del consiglio nazionale non avrebbe "partecipato alcun soggetto riconducibile al Partito liberale, in quanto tutti i soggetti che compaiono nel relativo verbale erano stati precedentemente espulsi o comunque non più iscritti all'associazione".
Ciò non sarebbe bastato a far dichiarare inesistente la delibera di revoca delle decisioni del 5 agosto 2022, ma per i giudici era sufficiente a far ritenere, incidentalmente e in sede cautelare, che quella delibera non potesse "essere idonea a regolare i rapporti all’interno dell’associazione" e comunque non fosse un "fatto nuovo" per fondare il potenziale diritto del Pli rappresentato da Sorcinelli e Pasquali a ottenere l'inibitoria nei confronti di De Luca. Questi, tra l'altro, non sarebbe stato convocato alla riunione del 12 giugno 2023 e ciò per i giudici, oltre che motivo di potenziale illegittimità della delibera, era "ancora più grave se si pone mente al fatto che il predetto sarebbe stato espulso proprio attraverso l'adozione di tale deliberazione". Tra le conseguenze di queste riflessioni, per il collegio c'era il fatto che De Luca - sia pure con rilievo probabilmente da riferire al giudizio cautelare - rivestiva "ancora la carica di Presidente del'Associazione" e non gli si poteva "vietare di comportarsi come legale rappresentante del Partito Liberale" (anche se i precedenti non univoci della disputa giuridica relativa al Pli hanno indotto i giudici a compensare le spese). 

5) A luglio del 2023, in compenso, Stefano De Luca aveva agito a sua volta contro il Pli, basandosi sulla prima ordinanza collegiale ricordata (quella che aveva respinto il ricorso del Pli rappresentato da Sorcinelli e Pasquali ritenendo non inesistente e tuttora efficace il deliberato del consiglio nazionale del 5 agosto 2022). Rivendicando su tale base la permanenza nel proprio ruolo di presidente nonché la validità del Congresso del 7-9 ottobre 2022 da lui indetto (e da cui sarebbe uscito confermato presidente), De Luca aveva chiesto innanzitutto la nomina di un curatore speciale per il Pli (nominato effettivamente dal giudice Manzi dopo la seconda ordinanza collegiale appena ripercorsa, nella persona dell'avvocato Luigi Amerigo Bottai), per poi domandare che la delibera del 23 giugno 2023 fosse dichiarata inesistente perché non riferibile al Pli o fosse sospesa per la sua sospetta nullità; aveva chiesto anche di dichiarare che "l'unica persona con ruoli e poteri di rappresentanza del Pli" era lui stesso, non invece Sorcinelli e Pasquali. 
Il 21 aprile 2024, tuttavia, il giudice Manzi ha dichiarato inammissibile la richiesta di dichiarare inesistente o sospendere la delibera del 23 giugno 2023: dopo la seconda ordinanza collegiale (prima richiamata), "avrebbe dovuto attendersi la decisione" di primo grado del tribunale sul punto, senza chiedere altre tutele cautelari; in più, per il giudice non era mutato "il quadro fattuale rispetto a quello" valutato nella stessa ordinanza collegiale pubblicata a gennaio, quindi non c'era motivo di prendere altri provvedimenti cautelari (il giudice peraltro ha considerato "irrituale" anche la richiesta del curatore speciale del Pli di far dichiarare il difetto di poteri di De Luca per la mancata impugnazione della sua esclusione dal partito entro sei mesi, perché questo avrebbe ampliato l'oggetto della decisione del procedimento).

6) Stefano De Luca ha scelto di opporre reclamo contro l'ordinanza appena commentata, richiedendo ancora una volta l'intervento di un collegio di giudici: come presidente è stato indicato di nuovo Di Salvo (presidente di sezione), Flora Mazzaro era di nuovo membro della triade, mentre l'estensore era Paolo Goggi (autore a sua volta - nel 2022 - di un paio di pronunce in materia di Democrazia cristiana e scudo crociato). Questo nuovo collegio di seconde cure ha accolto il reclamo di De Luca, in un'ordinanza del 24 luglio 2024 (pubblicata il successivo 5 agosto, stessa data del consiglio nazionale difeso da De Luca), terzo provvedimento indicato nella nota degli avvocati De Luca e Ardone.
L'ordinanza collegiale ha richiamato il provvedimento con cui - ai fini di quel procedimento e della valutazione della concessione di misure cautelari - il 15 gennaio 2024 si era ritenuta probabilmente inesistente o invalida la deliberazione del 23 giugno 2023; ha però ricordato che quella stessa pronuncia era legata a un procedimento precedente (avviato da Sorcinelli e Pasquali in nome del Pli) e che i principi giuridici richiamati in quel contesto dovevano "essere applicati anche nel caso di specie al fine di valutare, questa volta in via diretta e non meramente incidentale, l’esistenza e la validità della delibera in oggetto". Se dunque la precedente ordinanza collegiale aveva espresso dubbi sull'esistenza della riunione/delibera del consiglio nazionale  del 23 giugno 2023 solo per ritenere non fondata la richiesta del Pli di adottare provvedimenti cautelari nei confronti di De Luca, in questo caso i giudici hanno ritenuto - sulla base della stessa previsione di inesistenza o invalidità - che la richiesta di tutela cautelare di De Luca dovesse essere "accolta integralmente", "con conseguente accertamento della inesistenza della deliberazione del Consiglio Nazionale del Partito Liberale Italiano del 23.06.2023".
 
7) In quello stesso procedimento originato dal reclamo e proprio sulla base dell'ordinanza collegiale appena ripercorsa, in pendenza del giudizio di merito De Luca aveva chiesto allo stesso tribunale di ordinare a Sorcinelli e Pasquali di astenersi dal qualificarsi come rappresentanti del Pli, "cessando qualunque comportamento pubblico o privato possa ingenerare nei terzi, e in particolare negli aderenti al Pli, il convincimento che i medesimi sono i legittimi rappresentanti del Pli" [nel frattempo, tra l'altro, si erano celebrate varie elezioni, comprese quelle regionali sarde, in cui il partito aveva presentato proprio liste, anche con altre forze politiche, ndb], di fornire tutte le informazioni sulla tesoreria (e di provvedere al rendiconto della gestione) e di trasferire allo stesso De Luca le credenziali dei canali social e del sito del partito, ritenute necessarie per poter diffondere pubblicamente le proprie posizioni politiche a nome del Pli; lo stesso ordine veniva richiesto nei confronti delle società fornitrici dei relativi servizi internet.
Il collegio, presieduto sempre da Di Salvo e di nuovo con Goggi relatore, l'11 dicembre 2024 ha rigettato le richieste di De Luca. La decisione sembra fondarsi su una questione molto tecnica, cioè sulla possibilità di applicare il procedimento d'attuazione di un provvedimento cautelare (regolata dall'art. 669-duodecies del codice di procedura civile, per cui "[...] l'attuazione delle misure cautelari aventi ad oggetto obblighi di consegna, rilascio, fare o non fare avviene sotto il controllo del giudice che ha emanato il provvedimento cautelare il quale ne determina anche le modalità di attuazione e, ove sorgano difficoltà o contestazioni, dà con ordinanza i provvedimenti opportuni, sentite le parti. Ogni altra questione va proposta nel giudizio di merito") anche ai provvedimenti d'urgenza che hanno sospeso la deliberazione di un organo associativo e, in particolare, al caso concreto. Per i giudici quel procedimento in astratto sarebbe stato applicabile, ma occorreva considerare che la sospensione della delibera del consiglio nazionale (23 giugno 2023) ritenuta probabilmente inesistente aveva già prodotto "una situazione giuridica nuova, sostanzialmente analoga a quella precedente" (perché quella delibera, pur esistente e ancora valida, è stata privata temporaneamente dei suoi effetti) e che in sede cautelare il giudice poteva solo determinare le "modalità di attuazione sulla base del dictum cautelare, senza alcun potere integrativo": in concreto, gli ordini richiesti da De Luca con il suo ricorso non sono stati ritenuti "direttamente desumibili dal provvedimento cautelare di sospensione, che di fatto verrebbe ad essere integrato e non meramente attuato" (per cui il ricorrente, se quegli ordini fossero stati disposti, avrebbe potuto ottenere qualcosa di "non previsto dal provvedimento cautelare di sospensione e non ottenibile neanche all’esito del giudizio di merito", volto solo a far dichiarare inesistente o invalida la delibera del 23 giugno 2023). Di più, per il collegio il tribunale nemmeno alla fine di quel giudizio di merito avrebbe potuto obbligare Sorcinelli e Pasquali "all'esecuzione di un facere infungibile" (nel senso che occorrerebbe comunque la collaborazione dei soggetti per ottenere quel risultato) non previsto dal provvedimento cautelare di cui si chiedeva l'attuazione.
 
8) Da ultimo, Stefano De Luca nel mese di gennaio si è rivolto di nuovo al tribunale civile di Roma, con un nuovo ricorso ex art. 700 c.p.c. contro Sorcinelli e Pasquali, riformulando in sostanza buona parte delle domande - astensione dal vantare le qualità di segretario e presidente del Pli, trasferimento delle informazioni di tesoreria e rendiconto, con sanzioni in caso di inadempimento - già presentate in sede di attuazione del provvedimento cautelare dell'agosto 2024 (e respinte con l'ordinanza richiamata subito sopra); il ricorso era però anche rivolto alle società Meta e Aruba, perché il tribunale potesse ordinare loro di "resettare le credenziali di tutti i canali di comunicazione" web del partito, fornendone di nuove a De Luca, "data l'acclarata indisponibilità di Sorcinelli e Pasquali" (così si legge nell'ordinanza) a trasferire al ricorrente l'accesso. Sorcinelli e Pasquali avevano chiesto che il ricorso fosse dichiarato inammissibile (per l'intervenuta "destituzione" dalla carica di presidente ed espulsione di De Luca) o comunque infondato (anche per il fatto che la questione era già stata affrontata in altre sedi).
Sulle domande il 17 marzo si è espresso di nuovo il giudice Maurizio Manzi, con un'ordinanza composita. Da un lato egli ha respinto le richieste di inibitoria nei confronti di Sorcinelli e Pasquali, ribadendo quanto già deciso dall'ordinanza di dicembre 2024 (la delibera del 23 giugno 2023, sospesa provvisoriamente, già non produceva più effetti e non si poteva invocare "l'adozione di un pronunciamento cautelare parallelo di natura anticipatoria - a mezzo della richiesta di specificare chi sia l’unico legale rappresentante dell’organizzazione di partito - nelle more dell'adozione delle pronuncia di merito". Il provider Aruba aveva già provato di non avere più rapporti con il Pli (non essendo più né il registrar del dominio del sito www.partitoliberale.it, né il fornitore del servizio di hosting del sito stesso), dunque anche nei suoi confronti il ricorso è stato respinto. Quanto alla società Meta Platforms (fornitrice, tra l'altro, delle piattaforme social Facebook e Instagram), aveva chiesto di essere estromessa dal procedimento, dichiarandosi disponibile a ottemperare "alla ordinanza che fosse stata emessa": su tale base, il giudice le ha ordinato "di apportare le modificazioni richieste (ponendo in essere le condotte volte a tener conto dei mutati assetti nella direzione del partito) nell'arco temporale intercorrente fra la proposizione della istanza cautelare sino alla adozione della pronuncia di merito in prime cure (salva la valutazione, per l’arco temporale successivo, delle statuizioni adottande in sede di giudizio di cognizione ordinaria di primo grado)". Sulla base di quest'ordine può spiegarsi il "passaggio di mano" - dal 10 giugno - dell'amministrazione della pagina Facebook del Pli (mentre chi si riconosce nella presidenza di De Luca ha costituito un diverso sito - www.partitoliberaleitaliano.org - non potendo accedere a quello sotto il dominio storico www.partitoliberale.it, attivo almeno dal 2001, tuttora amministrato da chi si riconosce nella leadership di Sorcinelli e Pasquali); risulta peraltro che l'ordinanza sia oggetto di reclamo, del quale ancora non si conosce l'esito.
 
Ricostruito - si spera nel modo meno incompleto possibile - il quadro delle ordinanze emesse finora, ci si limita a poche osservazioni (senza entrare in commenti). Da un lato, si è di fronte a otto decisioni - se non è sfuggito qualcosa - tutte di natura cautelare e, come tali, provvisorie e transitorie: le sentenze di primo grado dei rispettivi giudizi di merito, ove si arrivasse alla loro emissione, potranno quindi decidere in modo diverso a seguito di una cognizione piena e non "a prima vista". Dall'altro lato, è altrettanto vero che quelle stesse ordinanze (in particolare le tre collegiali di reclamo, indicate ai punti nn. 2, 4 e 6, nonché le decisioni più recenti ai punti nn. 7 e 8) esistono, producono effetti e, fino al loro eventuale superamento, occorre tenerne conto.
Va inserita in questo contesto la "doppia convocazione" del XXXIII congresso del Pli, che assai probabilmente genererà nuovi contenziosi. Questi, come quelli già avviati (e tuttora pendenti con riguardo al merito), finiranno per riguardare anche l'uso del nome e del simbolo del partito: non tanto la titolarità di quei segni di identificazione, quanto la legittimazione a utilizzarli. L'art. 25 dello statuto precisa che "[i]l Presidente e il Segretario Nazionale hanno disgiuntamente la rappresentanza legale del Partito nei confronti dei terzi ed in giudizio, e sono i custodi ed i responsabili del logo e del simbolo del Partito" e gli stessi "esercitano la facoltà di concedere le deleghe per l’utilizzo del logo e del simbolo, su richiesta degli organi territoriali del Partito per uso elettorale e/o propagandistico ed in ogni altra occasione". Chi dunque si ritiene legittimamente segretario o presidente rivendica per sé l'uso legittimo del simbolo, negando che altri soggetti possano essere titolati. Si resta dunque in attesa degli sviluppi della questione politica e - soprattutto - giuridica, per poterne dare conto e aiutare la comprensione.

sabato 6 agosto 2022

E se al Viminale il simbolo del Pli finisse due volte in bacheca?

La marcia di avvicinamento alle elezioni, si sa, non è mai tranquilla e spesso è fonte di discussioni e scontri; ciò è ancor più valido questa volta, per queste elezioni arrivate quasi all'improvviso. Si litiga tra partiti - come si sta copiosamente vedendo in questi giorni - ma anche all'interno degli stessi, fino addirittura a produrre terremoti nei loro vertici. Parlava proprio di "terremoto" e addirittura di "rivoluzione" una nota pubblicata il 30 luglio sul sito del Partito liberale italiano: lì si dava notizia della sfiducia, durante un consiglio nazionale tenuto in quel giorno in videoconferenza, al presidente Stefano De Luca e al segretario Nicola Fortuna, "destituiti con effetto immediato da ogni carica nel partito grazie all’approvazione della mozione proposta da Agazio Furina, leader della minoranza, ed approvata quasi all’unanimità". 
La situazione, a dire il vero, era già piuttosto delicata prima, perché l'ultimo congresso nazionale svoltosi nel 2020 aveva indicato addirittura tre segretari: Roberto Sorcinelli (con delega alla comunicazione e ufficio stampa), il citato Nicola Fortuna (con delega agli affari esteri) e Claudio Gentile (con delega agli Enti locali); ora sul sito risulta portavoce Sorcinelli (anche se nel verbale del consiglio nazionale del 1° marzo 2020 come portavoce risultava Fortuna). In quel consiglio nazionale, invece, sarebbe stata votata "a larghissima maggioranza la linea politica proposta dal segretario Roberto Sorcinelli 'mai con la sinistra del Pd e di Speranza, dialogo aperto con il centrodestra e solo a condizione della condivisione dei principi liberali irrinunciabili'", con il contemporaneo conferimento a Sorcinelli - già co-segretario dal congresso del 2020 - del "mandato pieno ed esclusivo per la rappresentanza del partito in tutte le sedi istituzionali e per l’uso del simbolo storico del Pli per le elezioni"; in seguito, il ruolo di presidente facente funzione sarebbe stato conferito a Francesco Pasquali, che avrebbe mantenuto l'incarico di tesoriere.
Dal testo di quella nota, tuttavia, non emergono le ragioni che avrebbero portato al "terremoto" o alla "rivoluzione" in casa Pli: per conoscerle occorre leggere l'intervista fatta a Sorcinelli da Francesco Curridori per il Giornale: "Il consiglio nazionale ha sfiduciato il presidente Stefano De Luca e il co-segretario Nicola Fortuna che intendevano portare il Pli in un'alleanza con Carlo Calenda. Si è arrivati a questa situazione dopo che il consiglio nazionale [...], su mia richiesta, ha ritenuto quella possibile alleanza non consona alla nostra posizione politica che è quella del liberalismo classico e conservatore".

La conferenza stampa

Avendo queste informazioni si può comprendere meglio la conferenza stampa tenuta da Sorcinelli, Pasquali e dal vicesegretario Pino Zecchillo presso la sala stampa della Camera. Si capisce bene perché, ad esempio, Roberto Sorcinelli abbia aperto il suo intervento puntando il dito contro "l'atto finale della commedia di Calenda: dopo anni in cui si è costruito l'immagine di una possibile guida in chi crede nei principi liberali, ha gettato la maschera. Si è scoperto che il suo piano era attirare il maggior numero possibile di liberali per poterli svendere allo statalista Letta al mercato dei collegi sicuri. Il Partito liberale si è sempre schierato contro partiti e movimenti di matrice statalista e socialista, così come è da sempre in antitesi ai movimenti populisti che invece sono stati determinanti nella vita politica del paese degli ultimi anni e sono in gran parte responsabili del disastro economico e sociale, aggravato da una crisi pandemica". 
Sul piano economico le parole più dure sono state riservate proprio alle scelte bollate come populiste, "i cui disastri, che saranno pagati dalle generazioni future, hanno portato alla diffusione e al radicamento di idee distorte, alla base del reddito di cittadinanza, dei bonus e delle lotterie: i populisti hanno fatto leva sulla disperazione di tanti italiani, promettendo loro il paese del bengodi, diffondendo l'idea che si possa vivere senza lavorare e senza preoccuparsi della propria sussistenza, perché tanto ci penserà lo Stato". L'idea di assistenza condivisa da Sorcinelli e dalle altre persone intervenute richiede che il sostegno ai bisognosi sia attuato "con strumenti che non mortifichino la dignità di chi ne beneficia e non si trasformino un incentivo a uscire dal mercato del lavoro e della produzione", diversamente ci sarà solo "l'incremento incontrollato della spesa pubblica e dell'assistenzialismo più spinto a spese del contribuente".
Su questa base, "il nuovo corso del Partito liberale italiano", com'è stato chiamato durante la conferenza stampa, per riaffermare "il ruolo centrale della politica vera", ha ritenuto opportuno aprire "interlocuzioni con le altre forze politiche", in particolare con quelle del centrodestra, valutando la possibilità di alleanze purché vengano condivisi alcuni punti programmatici ritenuti "minimi e irrinunciabili". Sorcinelli ha citato, in particolare, la "piena e incondizionata tutela delle libertà individuali", per non ricorrere più a lockdown totali, obblighi vaccinali e green pass; la piena libertà economica come mezzo imprescindibile per la crescita dei cittadini, delle imprese e dell'intero paese; il taglio immediato della spesa pubblica improduttiva, anche attraverso "una progressiva riduzione delle funzioni e dei compiti che lo stato si arroga", in modo da poter arrivare a ridurre la pressione fiscale; l'eliminazione del reddito di cittadinanza, da sostituire con benefici fiscali per le imprese che assumono e con la riduzione strutturale del cuneo fiscale; la riaffermazione di politiche ambientali "libere da pregiudizi ideologici verso fonti energetiche effettivamente capaci di ridurre le emissioni di sostanze inquinanti, a partire dall'energia nucleare"; la riforma della giustizia penale, civile e tributaria, che includa la separazione delle carriere "per garantire l'imparzialità del giudice" e l'incentivo all'arbitrato; un deciso taglio alla burocrazia; la "riaffermazione piena dell'atlantismo e dell'europeismo, con un'integrazione europea ancora più forte, anche in chiave di difesa militare".
Con questa proposta, secondo il tesoriere e presidente facente funzione Francesco Pasquali, "il Pli è tornato, forte della sua tenacia e dei suoi valori, con la volontà di aggiornare il messaggio del liberalismo: in questo contesto serve che il nostro partito sia presente da protagonista nella politica italiana". Naturalmente anche per il Partito liberale italiano si pongono le stesse difficoltà incontrate da ogni forza politica medio-piccola in questa campagna elettorale che mediti di presentare una lista, con riguardo alla raccolta delle firme. "Lo scioglimento anticipato elle Camere sta provocando un vulnus democratico, una distorsione della nostra democrazia" ha ammesso Pasquali, aggiungendo di provare "nostalgia di una voce come quella di Marco Pannella", in grado di denunciare che le condizioni di questa pre-campagna elettorale impediscono a qualunque forza politica, "anche a quelle inserite nel Registro dei partiti, di partecipare direttamente alle elezioni". Il problema non si porrebbe ovviamente se il partito inserisse proprie candidature in altre liste, ma durante la conferenza stampa Pasquali ha espressamente dichiarato: "Abbiamo deciso di depositare il simbolo e presenteremo ugualmente le liste anche se non avremo le firme: impugneremo le decisioni di esclusione, ma dobbiamo evidenziare cosa sta accadendo". Nel suo intervento, il tesoriere ha comunque lanciato un appello "perché i partiti possano dare la soggettività alle forze politiche che vogliono dare un contributo al confronto democratico", probabilmente intendendo dire che sarebbe gradito un intervento "in zona Cesarini" e a tempi accelerati del Parlamento per ridurre le firme o agevolare in altro modo la presentazione di liste. Non è improbabile che a questo punto anche il Pli cerchi di presentare liste senza firme facendo leva sulla sua iscrizione al Registro dei partiti politici e sulla lettura dell'art. 18-bis del testo unico per l'elezione della Camera che potrebbe esonerare i partiti "registrati". 

La versione di De Luca

Il fatto è che, se il Pli rappresentato da Sorcinelli e da Pasquali intende depositare il simbolo presso il Ministero dell'interno, altrettanto intende fare il Partito liberale italiano che si riconosce ancora nella presidenza di Stefano De Luca. Già il 2 agosto una nota diffusa dallo stesso De Luca e da Nicola Fortuna bollava quelle assunte da Sorcinelli e altri come "iniziative nulle e prive di effetto giuridico di alcuni componenti del Partito Liberale Italiano" che avevano creato "confusione e sgomento, oltre a compromettere seriamente l’immagine del Pli nei confronti delle altre forze politiche e la conseguente partecipazione alle elezioni". Negano, in particolare, che il consiglio nazionale del 30 luglio sia stato legittimamente convocato, definendo quella riunione come "un incontro di un piccolo gruppo di amici"; il consiglio da loro riconosciuto, invece, si sarebbe svolto regolarmente nel pomeriggio di ieri, dopo che, "in base a quanto prevede lo statuto, era stata convocata la nostra direzione nazionale che ha approvato la linea politica relativa a queste elezioni, per poi convocare regolarmente il consiglio nazionale" ha spiegato De Luca, espressamente interpellato da I simboli della discordia.
Già, ma quale linea è stata approvata in quell'occasione? "La linea di non concludere alleanze con questo centrodestra - ha risposto De Luca - perché disgustati dal comportamento tenuto da Berlusconi e Salvini che hanno contribuito concretamente alla fine del governo Draghi. Non siamo indignati con Giorgia Meloni, dalla quale siamo certamente lontani, ma lei in fondo è sempre stata coerente, a differenza della Lega e di Forza Italia: avevamo lo statista più capace al mondo e loro lo hanno trattato così". In tutto questo, era vera l'ipotesi di allearsi con Azione di Calenda? "La nostra proposta era in effetti di valutare un'alleanza con Calenda, almeno fino a quando sembrava che volesse costruire uno schieramento di centro; da quando ha concluso l'accordo con il Pd non siamo assolutamente più interessati, perché noi non vogliamo comunque andare con la sinistra".
Cosa intende fare a questo punto De Luca: "Partecipare a queste elezioni, in questo contesto, ormai ci interessa poco; la cosa che ci interessa di più è salvaguardare la titolarità del partito. Per questo, non riconoscendo valore giuridico a quella riunione del consiglio nazionale del 30 luglio, come presidente tuttora in carica ho dato mandato a una persona di depositare il simbolo del partito al Viminale, visto che in base all'art. 25 dello statuto "il Presidente e il Segretario Nazionale hanno disgiuntamente la rappresentanza legale del Partito nei confronti dei terzi ed in giudizio, e sono i custodi ed i responsabili del logo e del simbolo del Partito". E se coloro che hanno agito in questo modo continueranno, la questione finirà in tribunale". Nelle bacheche del Ministero dell'interno, dunque, tra il 12 e il 14 agosto rischieranno di arrivare due esemplari del simbolo del Pli, nella versione attuale con il tricolore pennellato e mosso: a quel punto conteranno le carte e, probabilmente, conterà anche chi arriverà per primo.

mercoledì 6 ottobre 2021

"Il Partito liberale europeo non usi quel nome": il verdetto non convince

L'attenzione che era necessario dare, in questi giorni, alle elezioni amministrative, regionali e suppletive non può far perdere di vista altre vicende simbolicamente rilevanti che riguardano la politica italiana. Ciò anche e soprattutto se queste passano attraverso i tribunali. Due giorni fa è stata diffusa la notizia (attraverso il sito del Partito liberale italiano) di un decreto del Tribunale di Roma, in base al quale il Partito liberale europeo, la formazione guidata da Francesco Patamia, si è visto ordinare 
"la cessazione immediata dell’utilizzo del marchio figurativo e denominativo, nonché della denominazione sociale": la decisione era stata sollecitata da un ricorso presentato dal Partito liberale italiano, volto appunto a ottenere che al Ple fosse inibito l'uso dei suoi segni identificativi.
Di questa disputa si era già parlato mesi fa, quando il Pli - all'inizio di maggio - aveva rivendicato la titolarità del marchio (verbale) "Partito liberale europeo" e aveva diffidato il Ple, in modo che non lo impiegasse più. Il passaggio dalle parole ai fatti si è avuto il 22 settembre, quando il Pli - attraverso il suo presidente e legale rappresentante, Stefano De Luca - ha effettivamente depositato il ricorso presso il Tribunale civile di Roma, chiedendo che il giudice designato ordinasse d'urgenza e inaudita altera parte (o, se il giudice lo avesse ritenuto opportuno, dopo aver convocato le parti) al Ple "la cessazione dell’utilizzo del marchio figurativo e denominativo, nonché della denominazione sociale 'Partito liberale europeo'". 
Il giudice Fausto Basile, della XVII sezione civile - sezione specializzata in materia di impresa - ha subito fissato per il 29 settembre la comparizione delle parti; in quel giorno il Ple non si è presentato né si è costituito (non risultava ancora reso l'avviso di ricevimento della notifica), ma il Pli ha insistito "stante l'imminenza delle prossime elezioni amministrative" (quelle previste per il 3 e il 4 ottobre) perché si adottasse subito il provvedimento di inibitoria senza ascoltare le ragioni dell'altra parte. Il giorno dopo, in effetti, il giudice ha ritenuto che proprio per l'imminenza del turno elettorale - nel quale, come si è visto, il Ple ha presentato proprie candidature a Milano, Roma, Napoli, Latina, Cisterna di Latina e (con Rinascimento) alla suppletiva di Roma-Primavalle - fosse opportuno non rinviare l'udienza di comparizione, ma "provvedere con decreto inaudita altera parte, al fine di non compromettere l’attuazione del provvedimento". Si deve però notare che il decreto, pur datato 30 settembre, è stato pubblicato il 4 ottobre, durante verosimilmente le ultime ore di apertura dei seggi, pertanto se ne è avuto notizia a rito elettorale quasi concluso; in più, sarebbe stato probabilmente ben difficile - anche con una pubblicazione immediata - produrre effetti su questo turno elettorale e, a ben guardare, anche sugli eventuali ballottaggi, come quelli che riguarderanno Roma, Latina e Cisterna (il primo con la certa partecipazione del Ple, gli altri due rilevanti solo in caso di apparentamento).
Il giudice ha motivato il provvedimento di inibitoria ritenendo che per la richiesta avanzata nel ricorso esistesse il cosiddetto fumus boni iuris, cioè il "sospetto" che la domanda del ricorrente - il Pli, in questo caso - fosse fondata e potesse portare a una decisione di accoglimento (in sede di giudizio cautelare, come quello che riguarda la richiesta di provvedimenti inaudita altera parte, la cognizione è sommaria, dunque ci si "accontenta" di rilevare che una domanda è presumibilmente fondata). 
La decisione si è basata innanzitutto sul contenuto del simbolo del Pli
(quale risulta, tra l'altro, dallo statuto del partito, pubblicato pure in Gazzetta Ufficiale nel 2016 dopo l'inserimento dello stesso nel Registro dei partiti politici) - simbolo che include la dicitura "Partito liberale italiano" - e sul deposito da parte del Pli del "
marchio, sia figurativo che denominativo, PARTITO LIBERALE ITALIANO insieme ad altri marchi c.d. 'di famiglia'" (al punto che, per il giudice, "l'odierno attore è l'unico legittimato a farne uso degli stessi"; in più, per il giudice la denominazione "Partito liberale europeo" "risulta del tutto simile al nome 'Partito liberale italiano'" e ai marchi depositati o registrati dal partito di De Luca, anzi, il nome "è addirittura identico nel nucleo essenziale 'Partito liberale', considerata anche l'estensione territoriale nazionale in cui operano entrambi i partiti in causa" e ciò "genera possibile confusione ed inganno nel pubblico e nei i destinatari, anche solo potenziali, dell’attività del Pli". 
Tutto questo sarebbe determinante nella tutela del diritto al nome, ex art. 7 del codice civile, e all'identità personale (diritti di cui godono anche i partiti): essi si traducono - per la sentenza n. 23401/2015 della Cassazione civile - "nella possibilità di chiedere la cessazione di fatti di usurpazione (cioè di indebita assunzione di nomi e denominazioni altrui quali segni distintivi), la connessa reintegrazione patrimoniale, nonché il risarcimento del danno [...], comprensivo di qualsiasi conseguenza pregiudizievole della lesione dei diritti immateriali della personalità, compatibile con l'assenza di fisicità e costituzionalmente protetti, quali sono il diritto al nome, all'identità ed all'immagine dell'ente". 
Quanto ai nomi registrati come marchi, il giudice ha citato l'
art. 20 del codice della proprietà industriale, in base al quale "il titolare ha il diritto di vietare ai terzi, salvo proprio consenso, di usare nell'attività economica: a) un segno identico al marchio per prodotti o servizi identici a quelli per cui esso è stato registrato; b) un segno identico o simile al marchio registrato, per prodotti o servizi identici o affini, se a causa dell'identità o somiglianza fra i segni e dell'identità o affinità fra i prodotti o servizi, possa determinarsi un rischio di confusione per il pubblico, che può consistere anche in un rischio di associazione fra i due segni". La confondibilità qui sarebbe data, per il giudice, dalla "impressione complessiva prodotta" dai segni distintivi, "con particolare considerazione dei loro elementi distintivi e dominanti (c.d. 'cuore/nucleo ideologico')", in particolare per la presenza del nome "Partito liberale europeo", ritenuto "molto simile al nucleo ideologico" delle denominazioni "Partito liberale italiano" e "PLI - Liberali e democratici Europei", registrati dal Pli, "con conseguente rischio di confusione per i possibili destinatari dell’attività politica ed elettorale del Pli".
Il giudice ha quindi concluso ritenendo esistente anche il periculum in mora, dunque l'urgenza di agire per evitare il crearsi di pregiudizi gravi e irreparabili (requisito indispensabile, insieme al citato fumus boni iuris, per l'emissione di provvedimenti cautelari), "in considerazione del fatto che il PLE ha presentato proprie liste a sostegno di alcuni sindaci in varie parti di Italia [...] nonché un proprio candidato alle elezioni suppletive della Circoscrizione Lazio 1, Circoscrizione XV".
 
Fin qui la decisione del giudice (che ha fissato l'udienza con entrambe le parti per il 14 ottobre). Si prende atto del suo contenuto, ben sapendo che questo dipende anche - tra l'altro - dal fatto che la cognizione dei fatti in questa sede è solo sommaria, il che non di rado vale anche per le riflessioni operate da chi è chiamato a giudicare in quell'occasione: questo non significa che quei ragionamenti sono superficiali, ma soltanto che tengono conto di alcuni aspetti in gioco, ma non di tutti quelli che sarebbero considerati in un giudizio approfondito (e, non a caso, in un secondo tempo può capitare che i provvedimenti adottati inaudita altera parte siano rivisti o revocati). Premesso questo, e fermo restando il rispetto per il giudice, sembra necessario dire che più di un punto della decisione adottata non convince: i dubbi riguardano tanto il metodo, quanto il merito.
Innanzitutto chi scrive dubita che il nome "Partito liberale europeo" si debba ritenere "del tutto simile" a "Partito liberale italiano" e che debba avere un peso in questo senso l'identità del "nucleo essenziale" identificato nell'espressione "Partito liberale". Premessa: non si contesta certo l'uso consolidato dell'espressione "Partito liberale" fatto dal partito fondato da Stefano De Luca nel 1997 proprio con il nome di "Partito liberale" e ridenominato nel 2004 Pli (riprendendo il vecchio nome del partito sciolto - per ragioni politiche e per debiti - nel 1994); allo stesso modo, non si nega certo una somiglianza tra i nomi. 
Sembra pero opportuno considerare l'ambito in cui ci si muove: quello dei partiti politici, i cui aderenti e promotori hanno il diritto di associarsi in base alle idee (originali o già diffuse) e di darsi nomi che rispecchino quelle idee. Anche per questo, dunque, il diritto al nome (e sul nome) non può mai arrivare a trasformarsi in un monopolio su un'idea e sul modo di esprimerla. In particolare, pare difficile impedire a un gruppo di persone che abbracci idee e principi del liberalismo e che voglia riconoscersi nella forma-partito al punto da dichiararlo nel proprio nome (peraltro in controtendenza rispetto alla maggior parte dei soggetti politici di nuovo conio) di chiamarsi "Partito" e "liberale" contemporaneamente. Certamente non potrà chiamarsi "Partito liberale italiano" e sul piano grafico dovrà differenziarsi in modo tale da non rendersi confondibile con il simbolo del Pli (innanzitutto nell'interesse delle sue elettrici e dei suoi elettori, prima ancora che di coloro che appartengono al Pli), ma il diritto di scegliere per sé un nome che rispecchi in pieno il proprio orizzonte dovrebbe, ad avviso di chi scrive, rimanere intatto.
Del resto, quando nel 1992 il Ministero dell'interno bocciò - in vista delle elezioni politiche - il simbolo del Partito della rifondazione comunista perché conteneva l'espressione "Partito comunista" nel simbolo, ritenendo che il suo uso si ponesse "in contrasto con i principi dell'uso esclusivo del nome già appartenente a partito tuttora presente in Parlamento", i rappresentanti del Prc (incluso il segretario, Sergio Garavini) si opposero, rilevando tra l'altro che "sono esistiti il Partito comunista d'Italia, il Partito comunista italiano e il Partito comunista marxista-leninista", alcuni dei quali hanno operato contemporaneamente e nessuno di questi (oltre ad avere usato l'espressione semplice "Partito comunista") poteva rivendicare l'esclusiva sull'espressione "Partito comunista"; l'Ufficio elettorale centrale nazionale diede ragione agli opponenti e riammise la lista. Nel 1999 lo stesso ufficio, nella composizione per le elezioni europee, di fronte alle lamentele della stessa Rifondazione comunista, rilevò che il contrassegno elettorale del Partito dei comunisti italiani conteneva "legittimamente [...] gli elementi tradizionali di ogni gruppo politico che si richiami alla ideologia comunista" (il che poteva valere per lo stesso nome), eccependo invece la confondibilità del simbolo (che in effetti fu ritoccato per la prima volta). Per venire a tempi molto più recenti, nessuno ha avuto nulla da eccepire dalla contemporanea presenza sulle schede elettorali e, più in generale, sulla scena politica del Partito comunista (quello di Marco Rizzo) e del Partito comunista italiano (guidato da Mauro Alboresi). Ciò sebbene quello di Rizzo formalmente esistesse almeno dal 2009 e almeno dal 2012 usasse l'espressione "Partito comunista", mentre il partito di Alboresi (pur avendo alle spalle l'esperienza del Pdci, che però era un diverso soggetto giuridico) è stato costituito solo nel 2016.
Già queste riflessioni dovrebbero bastare per dire che un partito che si collochi nella stessa area politica e di pensiero di un altro può adottare un nome simile (i modi organizzativi e i filoni ideali interessanti per i soggetti, del resto, non sono illimitati), purché si differenzi da quelli esistenti tanto nel nome, quanto nel simbolo: questo il Ple già lo fa, valendosi del tricolore (come molti altri emblemi politici) nella forma del nastro e non della fascia, nonché di un fondo blu impossibile da confondere con il bianco. Non sembra, però, che la decisione del giudice si occupi dell'aspetto simbolico, se non per rilevare che il simbolo ufficiale del Pli e quelli depositati come marchi dallo stesso partito hanno un "nucleo ideologico" molto simile a quello comunicato dal nome e dal simbolo del Ple. Il fatto stesso che il Ple abbia ritenuto di qualificarsi come "europeo", individuando come orizzonte di azione quello dell'Europa e volendo mettere ciò in luce, appare una dichiarazione d'intenti potenzialmente in grado di distinguere il Ple dal Pli; sarebbe del resto ben difficile spiegare cosa differenzi oggi Pc e Pci in maniera tale da consentire loro di convivere con nomi molto simili senza che nessuno abbia eccepito qualcosa (è vero che in questi ambiti si agisce solo su istanza di parte e mai d'ufficio, ma la "convivenza" di quei soggetti politici è un fatto, può costituire un precedente e non è liquidabile come una semplice rinuncia, da parte di uno dei due soggetti, al diritto di lamentarsi contro l'uso di un nome confondibile). In più, in questo caso non sembrano nemmeno necessarie le tutele da mettere in campo in caso di scissione (cioè di recesso collettivo), nelle quali la necessità di evitare confusione tra il nuovo soggetto politico e quello di provenienza è particolarmente evidente.
Quanto alle riflessioni sui "nomi registrati come marchi", si è già avuto modo di notare che è la pratica stessa di registrazione come marchio dei nomi e dei simboli dei partiti - vale a dire di segni di identificazione che nulla hanno a che vedere con le logiche commerciali legate ai marchi - a essere poco congrua con la natura di quei segni, nonché foriera di non pochi problemi (che succede, ad esempio, se in campagna elettorale un soggetto politico diffonde pubblicazioni contenenti il suo simbolo in violazione delle norme sulla propaganda, ma crede di essere nel giusto perché dice di usare quel simbolo come marchio, avendolo registrato?). Citare dunque una disposizione che permette al titolare di un marchio di vietare a terzi l'uso di quel segno o di segni simili/confondibili "nell'attività economica" lascia perplessi. 
Si fatica pure, in realtà, a parlare di confondibilità in questo caso, anche chiamando in causa il concetto di "nucleo ideologico": se si vogliono applicare le norme e gli istituti in materia di marchi, infatti, si deve ricordare che "Partito" è un nome generico, il più generico possibile in ambito politico (insieme alla parola "movimento"), così come "liberale" è un nome generico, relativo a un'ideologia e a una famiglia politica, su cui non si può avere l'esclusiva. L'unione di questi due elementi pare costituire un marchio debole, dalla ridotta novità e capacità distintiva; certamente l'uso prolungato ha consolidato il "valore" del segno distintivo, ma non può parlarsi di un uso massiccio nel corso degli anni (nessuno nega le attività del Pl-Pli, né il suo affacciarsi al Parlamento grazie alle adesioni di singoli soggetti in corso di legislatura, ma è difficile paragonare la forza di quel segno a quella acquisita - per esempio - dal MoVimento 5 Stelle quando nel 2013 spuntarono vari simboli-clone, tutti bocciati dal Viminale benché il M5S non fosse ancora in Parlamento). Insomma, unendo tre elementi generici ("Partito", "liberale" e "italiano"), non sembra possa uscire un marchio forte, per cui "Partito liberale europeo" si presenta come un marchio altrettanto debole, ma sufficientemente distinto dal primo, già esistente. 
A questo si aggiunga che nel decreto del giudice non si trova menzione di un dettaglio non secondario: il marchio letterale "Partito liberale italiano", depositato in data 01/09/2010 e rinnovata lo scorso 8 marzo, è stato registrato (ma da Gian Luca Lombardi, persona di cui non si sa di più, se non che ha registrato vari altri marchi verbali coincidenti con nomi di forze politiche), mentre le domande di marchio sul simbolo attuale del Pli e su quello della fine degli anni '80 (con la dicitura "Liberali e democratici europei") sono state respinte (probabilmente per l'uso della forma circolare, che finora ha creato non pochi problemi a chi ha cercato di registrare emblemi politici così conformati); quei depositi possono indicare un uso precedente, ma non è giusto trattare allo stesso modo marchi registrati e segni per cui la domanda è stata respinta. Nel provvedimento giudiziale non si menziona invece l'ultima domanda di marchio, depositata il 26 marzo, relativa all'espressione "Partito liberale europeo": essa non solo è ancora sotto esame, ma - come si è già ricordato - è anche stata depositata dal Pli dopo che il Ple aveva iniziato a usare quell'espressione nelle proprie attività.
Quanto al periculum in mora, infine, si è già detto come proprio la pubblicazione del decreto a elezioni quasi completate (almeno per il primo turno) abbia reso inefficace il provvedimento per questo turno elettorale. Appare difficile pensare però che il Ple non usi il proprio simbolo nella propaganda elettorale relativa al ballottaggio di Roma (dove sarà certamente sulla scheda a sostegno di Enrico Michetti) o nelle altre realtà in cui era presente al primo turno e dovesse decidere di apparentarsi con il centrodestra; i contrassegni elettorali, del resto, non possono essere modificati tra il primo e il secondo turno, quindi può apparire irragionevole ritenere indebito l'uso del simbolo e del nome per eventuali impieghi elettorali relativi al ballottaggio (soprattutto a Roma, visto che il Ple faceva già parte di una delle due coalizioni ammesse al secondo turno). Certo, l'uso del simbolo a queste elezioni può aver fatto ritenere al giudice quanto fosse importante agire in fretta per evitare ulteriori "danni" al Pli, senza considerare queste elezioni (ballottaggi inclusi) ma ogni successivo appuntamento politico o elettorale.
In base a quanto si è detto fin qui, appaiono forse più chiari i dubbi sulla fondatezza della domanda del Pli e sul contenuto del decisum del giudice. Di certo le scelte del Ple, che ha lavorato per essere presente ai citati appuntamenti elettorali (verosimilmente investendo non poche risorse) gli hanno consentito di essere più "presente" e "visibile" nei territori rispetto al Pli (che ora è sì presente nel Registro dei partiti, ma a differenza che in passato non ha visibilità parlamentare, neppure attraverso lo strumento della componente del gruppo misto costituita grazie a persone fuoriuscite da altri gruppi), il quale ha scelto di presentare ricorso dopo l'ammissione delle candidature da parte del Ple. Di certo la disputa giuridica che si è aperta merita di essere seguita, valutando via via la ragionevolezza delle decisioni prese.