Visualizzazione post con etichetta ugo sposetti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta ugo sposetti. Mostra tutti i post

sabato 3 settembre 2016

Dopo Genzano, il Pci pronto a tornare sulle schede

Genzano di Roma è un comune di circa 24mila abitanti, uno dei centri più noti dei Castelli Romani e puntualmente citato – sia pure un po' di fretta, tra Marino e Albano Laziale, senza nemmeno un aggettivo a contorno – nella canzone simbolo di quel territorio, 'Na gita a li Castelli (o Nannì, da Petrolini in poi). Proprio da Genzano è partita, a giugno, l'avventura elettorale del Partito comunista italiano, prima ancora della sua fondazione ufficiale. Il primo turno delle elezioni amministrative, infatti, si era tenuto il 4 giugno, mentre l’assemblea nazionale che ha costituito il Pci si è svolta a San Lazzaro di Savena venti giorni dopo (dal 24 al 26), giusto all'indomani del ballottaggio.
Il progetto della costituente comunista era stato già naturalmente avviato da tempo, ma il simbolo ufficiale della nuova formazione è stato reso noto soltanto alla fine di maggio, mentre simboli e liste dovevano essere depositati all'inizio del mese. Per quell'antipasto elettorale, dunque, si decise di utilizzare un simbolo di passaggio, chiaramente connotato territorialmente. La base grafica era quella del Partito comunista d’Italia – nuovo partito, anche sul piano giuridico, evoluzione del Partito dei comunisti italiani – con la bandiera rossa con falce, martello e stella sovrapposta al tricolore ed entrambe ondeggianti, con aste bianche alla loro sinistra; la sigla nella parte inferiore aveva già cambiato carattere rispetto al passato (quello usato poteva essere un Corbel), ma aveva mantenuto i punti dopo ogni lettera; nella corona esterna blu, per non lasciare spazio a dubbi sulla collocazione, figuravano l’indicazione "Comunisti italiani" (giusto per chiarire da che storia si veniva) e il sostegno al candidato sindaco scelto. 
In quell'occasione, infatti, i comunisti del Pci avevano deciso di appoggiare Flavio Gabbarini, candidato comune di quasi tutto il centrosinistra. Anche se la coalizione al primo turno era nettamente davanti alle altre compagini (ottenne il 42,67%), al ballottaggio il Comune è stato conquistato dal MoVimento 5 Stelle. A dispetto del risultato poco incoraggiante per il centrosinistra, tuttavia, il Pci poteva essere soddisfatto per un buon 6,45% (755 voti su 11691): il dato è particolarmente significativo, se solo si considera che all'interno della stessa coalizione Sel e Rifondazione comunista avevano presentato una loro lista (assieme ai Verdi), ottenendo solo il 2,36%. 
Il risultato ottenuto non è stato sufficiente a ottenere seggi, ma il Pci da quella prima elezione ha tratto un messaggio di incoraggiamento. In fondo, il simbolo storico del partito di Togliatti era apparso per l’ultima volta sulle schede elettorali in occasione delle elezioni regionali e amministrative del 6/7 maggio 1990 (e, per giunta, era ancora in bianco e nero). Quelle del 12/13 maggio dell’anno dopo, infatti, erano già successive al XX (e ultimo) congresso di Rimini, per cui l’emblema si era ridotto a una "pulce" alla base dell’albero della sinistra – poi identificato con una quercia – disegnato da Bruno Magno per il Partito democratico della sinistra: sarebbe rimasto lì fino a tutti gli appuntamenti elettorali del 1997 (l’ultimo fu il voto amministrativo in Sicilia, celebrato il 30 novembre e il 14 dicembre), prima della sostituzione con la rosa del socialismo europeo nell'emblema dei Democratici di sinistra. Certo, dal 1991 in avanti falci e martelli non sono mancati (da quelli di Rifondazione comunista e dei Comunisti italiani, fino agli "arnesi" riproposti da formazioni più piccole), ma il simbolo originale non si era più visto.
Il gruppo che a giugno ha deciso di ridare vita al Pci, eleggendo segretario il bolognese Mauro Alboresi, ha invece scelto di puntare proprio su quell'emblema storico, senza alcun dubbio: "l simboli sono importanti: dicono cosa siamo, cosa vogliamo – ha spiegato ieri sera Alboresi alla Festa dell’Unità Comunista a Labaro, a Roma Nord –. Noi facciamo riferimento alla falce e al martello non solo perché sono storicamente i simboli del lavoro, ma perché sono stati per tanta parte del mondo simboli di emancipazione, di affrancamento dallo sfruttamento e dalle diseguaglianze: sostanzialmente, un simbolo di speranza. Abbiamo deciso di rimetterlo in campo, facendo riferimento alla parte migliore di quella storia, quella dei comunisti italiani e internazionali, perché siamo convinti che quando quel simbolo e quello che rappresentava sono stati messi da parte, ad esempio con la sciagurata scelta di superare il Partito comunista italiano, le condizioni di quel blocco sociale di riferimento, di quelle persone che hanno vissuto quel simbolo nei termini che dicevo non sono migliorate, anzi, sono drammaticamente peggiorate. Siamo davvero convinti che ci sia bisogno di ridare spazio e vita a quel simbolo, proprio perché i simboli sono importanti".
A ben guardare, in realtà, il contrassegno scelto non è proprio identico a quello storico: le aste sono diventate nere, la sigla è senza punti e con una font più elegante e moderna, anche se il nucleo grafico e visivo dell’emblema è ben riconoscibile. “Dal punto di vista della sostanza – ha precisato Alboresi – non cambia nulla: noi siamo e vogliamo restare comunisti, convinti più che mai che oggi ci sia bisogno di un partito comunista che, memore della sua storia ma senza nostalgie o inutili attaccamenti al passato, guarda avanti; abbiamo fatto questa scelta per guardare al futuro, nostro e dei nostri figli”. 
Le modifiche tuttavia ci sono e, ovviamente, non sono state fatte a caso: “Dal punto di vista formale – ha continuato il segretario – è cambiato il colore delle aste che si sono anche leggermente rimpicciolite, sono scomparsi i puntini: lo si è fatto non solo per rendere un po’ più ‘fresco’ quel simbolo, ma anche per evitare che, stupidamente, qualcuno ci ponesse un problema rispetto all'utilizzo di quel simbolo. Non è stato fatto e mi fa piacere, ma se qualcuno avesse messo in discussione questa nostra scelta, la prima domanda che avrei fatto sarebbe stata: perché non possiamo usare un simbolo che altri abbiamo deciso di accantonare?”. Alboresi non cita mai esplicitamente Ugo Sposetti, tuttora legale rappresentante di ciò che resta dei Democratici di sinistra, giuridicamente titolari del simbolo tradizionale del Pci: in effetti avrebbero potuto e potrebbero ancora contestare in qualche sede la scelta di nome ed emblema fatta da questo nuovo partito, ma le dichiarazioni rese da Sposetti al Fatto Quotidiano a maggio ("Se quando il loro simbolo verrà registrato sarà identico al nostro, faremo quello che dovremo fare. Purtroppo, se c’è qualche variazione sul simbolo non gli puoi dire nulla") lasciano immaginare che non ci saranno azioni legali.
Una volta ripreso e leggermente "rinfrescato" l’emblema storico, il Pci sta lavorando per la sua presenza capillare su tutto il territorio nazionale, sul piano organizzativo ma soprattutto elettorale: "Non credo sia sufficiente di per sé avere sulla scheda una falce e un martello – ammette Alboresi – diverse esperienze ci hanno dimostrato che così non è. Noi però vogliamo ovviamente presentare il simbolo del Pci, cui abbiamo deciso di ridare vita con l’assemblea costituente nazionale, e di presentarci con esso alle elezioni ogni volta che sarà possibile, perché siamo convinti che ci sia bisogno di far rivivere, prima ancora che il simbolo, le ragioni profonde dell’essere il Partito comunista italiano". Certamente non si tratta (ancora) della riunione sotto lo stesso fregio di tutti coloro che si ritengono comunisti: Rifondazione comunista rimane e probabilmente ha altre mire (guardare a Sinistra italiana, per esempio), il Partito comunista di Marco Rizzo continuerà per la sua strada così come vari altri soggetti politici. Il vecchio simbolo, tuttavia, è pronto per finire di nuovo sulle schede, con la convinzione che falce e martello non siano affatto arrugginiti.

venerdì 8 gennaio 2016

Quando la Quercia sopravvisse a Barletta


Se la matematica non è un’opinione, fare di conto a volte lo è. Per i discreti conoscitori della politica italiana, per esempio, i congressi dei Democratici di sinistra sono stati quattro; per i drogati di politica, invece, sono stati cinque. Tutto bene fino a quello di Firenze nel 2007, ma per loro bisogna assolutamente aggiungere quello di Barletta nel 2008. Quello che, per chi lo ha celebrato, avrebbe certificato la resistenza in vita (e attività) del partito.
Posto che in Italia - su queste pagine lo si è visto spesso - formare un governo è più facile che sciogliere un partito, quando un gruppo politico sceglie di confluire in un'altra sigla occorre innanzitutto un congresso che decida la confluenza, ma non finisce lì. Il "vecchio" partito, infatti, smette di operare politicamente ma resta in piedi, almeno finché ci sono rapporti pendenti (debiti, crediti e, soprattutto, liti giudiziarie); solo quando tutto o quasi viene chiuso, il sipario può calare.
Qualcosa di simile era accaduto ai Ds: alla fine del IV congresso, il 21 aprile 2007, si era deliberato che "all'atto della nascita del Partito democratico verrà conclusa l’autonoma attività politica dei Ds". Tutto bene? Non per tutti. Antonio Corvasce, classe 1970, per esempio non ci sta. Non gli interessa entrare nel Pd o in altri partiti (o fondarne uno): lui vuole "solo" restare diessino e mantiene la carica di capogruppo dei Democratici di sinistra in comune di Barletta.
Da avvocato quale è, al suo ragionamento Corvasce dà subito una veste giuridica, anche se prima viene la questione politica: tutti i dirigenti Ds che sono anche fondatori del Pd hanno lasciato il partito senza una guida, mentre è proprio nel partito della Quercia che Corvasce e altri vogliono continuare a operare. Le elezioni politiche sono nell'aria e per qualcuno occorre muoversi in fretta: a fine novembre 2007 nasce un comitato di base (cinque dirigenti Ds della provincia di Barletta) che avvia un nuovo tesseramento; lo stesso comitato convoca per il 28 febbraio 2008 una "assemblea generale degli iscritti". 
Quel giorno, a Barletta, si ritrovano in 31, 26 presenti e 5 invitati, ben decisi a dichiarare entro il 3 marzo che i Ds sono vivi e assolutamente vegeti: quello, infatti, è il termine finale per presentare i simboli al Ministero dell'interno. Dal pensiero si passa all'azione: dopo due ore di assemblea, si convoca e si dà subito inizio - quello stesso 28 febbraio - al V congresso straordinario "per la continuità", che inizia subito; vista «la presenza totalitaria degli iscritti» (la trentina di persone che ha aderito al tesseramento) non si perde tempo. A tempo di record si presenta e si approva all'unanimità il regolamento congressuale (in un'oretta), l'unico candidato alla segreteria - Fedele Giannone - illustra il suo programma e alle 22 e 15 si ritrova segretario dei Ds, mentre dieci minuti dopo Corvasce è acclamato presidente. E' quasi l'una del 29 febbraio e il congresso si chiude, con un nuovo statuto (quello uscito nel 2001 dal congresso di Pesaro, senza norme transitorie) e gli organi interni ricostituiti. 
Tra coloro che si trovano il primo giorno a depositare i simboli al Viminale c'è anche Antonio Corvasce: in serata, in qualità di presidente dei Ds, presenta l'ultima versione della Quercia (quella con la rosa grande del socialismo europeo e il nome esteso del Pse). Al ministero non si vedono delegati di Piero Fassino e Ugo Sposetti, rispettivamente segretario e tesoriere dei Ds confluiti nel Pd: potenzialmente, dunque, i Ds scongelati a Barletta si sentono più al sicuro. I funzionari del Ministero, però, non la pensano così: per loro Corvasce non è legittimato all'uso del fregio, né si può dire che Giannone sia il "successore" di Fassino, non essendoci continuità tra i due partiti come soggetti giuridici; il partito titolare del simbolo, dunque, va tutelato e i suoi (ex) elettori pure, anche se Fassino e Sposetti non si sono mossi in tal senso. Corvasce non ci sta, per lui i suoi Ds sono proprio lo stesso partito, ma l'ufficio elettorale della Cassazione conferma la bocciatura del simbolo.
Il futuro sindaco di Torino, in compenso, mostra di non avere gradito affatto lo scherzetto made in Barletta e chiede che i giudici dichiarino carta straccia (= inesistenti o nulli) gli atti dell'assemblea e del congresso del febbraio 2008: a dispetto della sospensione dell'attività, infatti, i Ds avrebbero ancora gli stessi dirigenti di prima. Opposto è il pensiero di Corvasce: sarebbe lo stesso statuto dei Ds, tra l'altro, a dire che gli iscritti al partito non possono militare in altre formazioni, dunque chi ha aderito al Pd e partecipato alle primarie che incoronano Veltroni non può più dirsi iscritto ai Democratici di sinistra. 
La questione, tra l'altro, tocca anche il portafogli: secondo il "nuovo" tesoriere, Vito D’Aprile, Sposetti non può più gestire i beni del partito e i rimborsi elettorali allora ancora da riscuotere, finché non è chiaro se debbano riceverli i Ds-Fassino o i Ds-Corvasce, devono restare congelati. Quei denari, peraltro, interessano molto alle banche che vantano ancora crediti dai Democratici di sinistra, nell'ambito di una situazione debitoria tutt'altro che rosea e di cui, in base a una legge di fine anni '90, si è in gran parte dovuto far carico lo Stato. Corvasce sostiene di avere contestato le pretese delle banche e probabilmente lo ha fatto anche per evitare di rimetterci in proprio: il primo atto di citazione di una banca e varie cartelle esattoriali legate a immobili del partito erano arrivati proprio ai Ds con sede a Barletta (un incubo simile a quello vissuto dal corregionale Mimmo Magistro per il Psdi).
Mentre, a quanto si sa, la causa civile sulla corretta rappresentazione dei Ds non è ancora chiusa (con tanto di accuse di produzione di documenti falsi), il partito guidato da Corvasce e Giannone prova più volte a presentarsi alle elezioni, ma viene puntualmente escluso, spesso per intervento dei Ds-Fassino; uno sforzo che deve avere segnato irrimediabilmente Ugo Sposetti, suggerendogli di proporre la norma - poi entrata nell'Italicum - che chiede ai partiti di depositare lo statuto insieme al simbolo, in modo da escludere fin dall'inizio eventuali liste farlocche. Alle ultime due tornate di livello nazionale, una quercia in bacheca al Viminale è finita, ma è sempre stata quella dei Ds-Fassino, mai quella barlettese. Magari Corvasce e gli altri non si sono arresi, ma potrebbero non voler aspettare tempi biblici nella speranza di vedersi dare ragione: una quercia, del resto, vive a lungo, anche per secoli.

giovedì 22 gennaio 2015

Senza statuto, niente simboli? Serve, ma fino a mezzogiorno

Capita anche questo. Può capitare che, nel bel mezzo della seduta di oggi a Palazzo Madama in cui si discute dell'Italicum e non si sono ancora spenti i fuochi delle polemiche (e dei bruciori di stomaco) legati all'emendamento Esposito, scattante come un supercanguro, all'improvviso si apra un dibattito sui simboli elettorali, grazie a un altro emendamento che - paradossalmente - non contiene nemmeno la parola "contrassegni".
Si tratta, per i maniaci dell'ordine e della precisione, dell'emendamento 1.12165: il numero dice poco, il presentatore - Ugo Sposetti, tesoriere e legale rappresentante dei Democratici di sinistra anche nella lunga fase seguente alla loro inattività politica - può dire moltissimo. Se non altro perché lo stesso Sposetti si è interessato a lungo di regolazione dei partiti (era sua una delle proposte di legge più attente della passata legislatura, la n. 3809 della Camera), pur non avendo gradito appieno la soluzione adottata circa un anno fa, tra dicembre e febbraio (infatti non la votò).
In ogni caso, l'emendamento citato si va a innestare sull'art. 1, comma 7 del disegno di legge n. 1385, che a sua volta modificherebbe il primo comma dell'art. 14 del testo unico per l'elezione della Camera (e che si applica per relationem anche al Senato, ovviamente finché il Senato esiste). Dopo la modifica proposta da Sposetti, l'articolo sarebbe diventato così (l'aggiunta è quella sottolineata, in corsivo sono le parti aggiunte o modificate dal resto dell'art. 1 comma 7):
I partiti o i gruppi politici organizzati, che intendono presentare liste di candidati nei collegi plurinominali, debbono depositare presso il Ministero dell'interno il proprio statuto di cui all'art. 3, del decreto legge 28 dicembre 2013, n. 149 il contrassegno col quale dichiarano di voler distinguere le liste medesime nei singoli collegi plurinominali. All'atto del deposito del contrassegno deve essere indicata la denominazione del partito o del gruppo politico organizzato.
Ora, a parte una piccola incongruenza formale (manca una "e" alla fine dell'emendamento o, per lo meno, una virgola che renda la frase masticabile, ma il problema non si pone), la questione sul tavolo è: vuoi partecipare alle elezioni? Allora non depositare solo il simbolo (e il programma), ma anche lo statuto. E non uno statuto qualunque, ma quello richiesto dalla legge che ha (gradualmente) sostituito i rimborsi elettorali con finanziamenti diretti e indiretti ai partiti. Che ne possono godere a patto di avere - appunto - uno statuto che contenga quanto previsto da quell'art. 3 e che abbia (particolare di peso) la forma dell'atto pubblico.

venerdì 12 dicembre 2014

Riecco (forse) il Partito comunista d'Italia. Ossia, da Pdci a Pcdi

Inutile negarlo, la politica italiana è (o dovrebbe essere) abituata agli eterni ritorni: lo ha testimoniato a sufficienza la miriade di "rinascite", "rifondazioni", di partiti con la parola "nuovo" che precede nomi vecchi e di contrassegni puntualmente debitori di antichi simboli mai davvero accantonati. Negli ultimi anni si sono esercitati soprattutto gli irriducibili dello scudo crociato, finendo non di rado in tribunale (o rischiando di finirci), ma anche tra gli aficionados della falce e martello non si scherza. Soprattutto dopo che qualcuno ha annunciato il "ritorno" del Partito comunista d'Italia
Non si tratta del già esistente Partito comunista, cioè la formazione nata come Comunisti Sinistra popolare sotto la guida di Marco Rizzo e tornata al vecchio nome nel 2012; non è nemmeno però un gruppo nuovo a recuperare la denominazione adottata per la prima volta nel 1921 da Antonio Gramsci, Amadeo Bordiga e altri. A prepararsi a tornare all'antica etichetta è il Partito dei comunisti italiani, storicamente legato ad Armando Cossutta e Oliviero Diliberto e attualmente guidato da Cesare Procaccini. E' proprio lui a firmare un lungo comunicato in cui si dà conto del ritorno, o almeno dei suoi preparativi.
Così si apprende che, al comitato centrale Pdci del 23 Novembre, nel valutare il risultato delle elezioni regionali emiliane e calabresi (che hanno visto il buon risultato della lista L'Altra Emilia Romagna, con l'elezione di alcuni consiglieri), si è confermata "la necessità di proseguire con determinazione nel processo di ricostruzione di una soggettività comunista capace di ridare rappresentanza politica alle istanze del mondo del lavoro e delle masse popolari [...] e di rappresentare, prefigurando  una alternativa possibile, una risposta credibile ai loro bisogni", come sottolineato anche dall'appello (non senza seguito) dell’Associazione per la Ricostruzione del Partito Comunista.
E' nata da lì la decisione di partecipare con più vigore alla ricostruzione comunista "dando vita al Partito Comunista d’Italia, quale evoluzione dell’esperienza del PdCI e scelta a ciò funzionale". Sarebbe stato lo stesso comitato centrale a decidere di far registrare statuto e simbolo della nuova esperienza politica, in più promuovendo "rapidamente la relativa campagna di tesseramento per l’anno 2015".
Il tenore del comunicato non fa pensare che si tratti, come si diceva, della formazione di un partito nuovo (anche se ci sono elementi che vanno in questa direzione): si parla espressamente non di una chiusura d'esperienza, ma del "suo rilancio in direzione di una soggettività comunista più grande, la cui necessità e possibilità è sottolineata da ciò che accade, dal perché accade".
Certo, potrebbe comunque seguirsi la strada della costituzione di un nuovo soggetto politico, nella speranza che anche altri soggetti possano aderire; se invece in mente ci fosse proprio il cambio di nome, sarebbe interessante capire se sia previsto in tempi rapidi un congresso, visto che - come ormai è noto, dopo le vicissitudini in casa democristiana - per mutare la denominazione del partito (specie se si fa ricorso a un nome già esistito) occorrerebbe l'assise nazionale. 
L'uso del nome difficilmente potrebbe creare seri problemi di compatibilità con gli altri partiti (in fondo, per il Pdci si tratterebbe solo di invertire le lettere di mezzo): il precedente storico di Gramsci e Bordiga è talmente risalente, infatti, da rendere inimmaginabile qualunque collegamento con quell'esperienza nata negli anni '20. Per il simbolo, invece, la partita sarebbe molto più delicata.
Pare di capire, infatti, che come emblema si voglia utilizzare la doppia bandiera falce-martello e tricolore, con tanto di aste: esattamente la stessa che, dopo il 1948 - e senza che Guttuso ci mettesse mano, a differenza della vulgata comune - ha caratterizzato il "marchio" politico ed elettorale del Partito comunista italiano, da Togliatti a Occhetto (cambierebbe, paradossalmente, solo la sigla, non più puntata e con una font più moderna, mentre in alto comparirebbe la minidicitura "Ricostruire il partito comunista").
Il fatto è che quel segno, almeno fino a pochi mesi fa, era certamente nella disponibilità dei Democratici di sinistra, che dal 1998 sono subentrati al Partito democratico della sinistra nella titolarità dei nomi e dei segni, benché non facessero parte del nuovo contrassegno. Ora che anche formalmente i Ds risultano sciolti - e non disponendo delle carte necessarie a capire bene la vicenda - è da vedere se a essere titolare ora dell'emblema (o, per lo meno, a poter agire davanti al giudice in caso di uso ritenuto indebito) sia la stessa associazione in liquidazione o una delle fondazioni cui è riconducibile buona parte del patrimonio, soprattutto immobiliare, che era stato del partito. Ovviamente l'uso della falce e del martello in sé non sarebbe problematico (ce ne sono già parecchie e di varie fogge); il problema è l'impiego di quel disegno. 
Alla base, tra l'altro, ci sarebbe un episodio già molto chiacchierato. Basta sfogliare le cronache politiche del 1998 - anno in cui proprio Cossutta e compagni, in contrasto con Fausto Bertinotti, avevano provato a salvare il governo Prodi alla Camera, senza riuscirci - per vedere come Rifondazione comunista avesse accusato da una parte il neonato Pdci di avere copiato il suo emblema, dall'altra i Ds, rei di avere "concesso" di fatto l'uso del vecchio segno grafico. Espressamente interrogato sul punto dal sottoscritto, Ugo Sposetti (ultimo tesoriere dei Ds) affermò categoricamente che "Nessuno ha concesso un bel niente!", anche se in effetti non risulta che lui o qualcuno per lui si sia opposto per vie legali - mai risparmiate in Italia - all'uso della grafica, cui mancavano giusto le aste delle due bandiere per ricreare la vecchia atmosfera.
Sarà curioso vedere come la questione evolverà nelle prossime settimane: se qualcuno protesterà ufficialmente (compresa Rifondazione, che fino a qualche tempo prima era unita al Pdci nel progetto di Federazione della Sinistra) e, soprattutto, quanti guarderanno con interesse a quell'emblema. Se in ballo ci saranno bandierine o bandierone, saranno i numeri a dirlo.

----

Aggiornamento del 13 dicembre 2014
Contrariamente a quanto detto prima, è probabile che proprio di un partito nuovo si tratti, in cui il Pdci dovrà decidere se confluire o meno. In effetti sarebbe la soluzione più rispettosa delle procedure giuridiche (come si è detto, non si è fatto un congresso per cambiare il nome); si vedrà come e in quanto tempo si arriverà a quel risultato.

venerdì 1 febbraio 2013

La Quercia che resiste

Per convincersi che certe cose durano molto più del previsto e, soprattutto, di quanto la gente possa immaginare, può essere utile fare un salto al Ministero dell'interno per una qualunque ragione plausibile e, già che ci si è, cercare quella parte di corridoi del piano terra che ospita tuttora le bacheche dei contrassegni depositati a gennaio. Lasciate perdere quella pletora di emblemi ammessi, che potrebbero finire sulla scheda che userete per votare (gli altri, la maggior parte, si perderanno fino alla prossima consultazione); lasciate stare anche, per una volta, i simboli ricusati - di quello ci siamo occupati fin troppo nei giorni scorsi - e puntate decisamente su quelli senza effetto. Contrassegni magari validissimi, ma che non potrebbero mai finire sulla scheda perché i partiti non hanno presentato tutta la documentazione: alle rispettive formazioni politiche, in fondo, interessa solo tutelare il loro "marchio" da furbate altrui.
Nel mezzo di quella bacheca, ci trovereste anche la quercia ancora ben piantata dei Democratici di sinistra, nella sua ultima versione - adottata nel 2005 dal congresso di Roma - con la rosa del Pse in bella vista alla base di quello che il "padre" del simbolo del Pds, Bruno Magno, aveva chiamato "l'albero della sinistra", senza specificarne la specie. Chiunque pensava che i Ds fossero finiti con la nascita del Pd e avessero semplicemente cambiato casa, sbaglia di grosso: del resto qui se n'è già parlato, in Italia chiudere un partito è terribilmente difficile. Finché c'è una sola pendenza, per dire, una formazione politica non può chiudere bottega (a meno che non scelga la strada dello scioglimento-liquidazione, passando tutto in mano a un commissario che pensi a sbrogliare la partita di debiti e crediti)
Ora, i Ds - che al 31 maggio dell'anno scorso contavano ancora 49 rapporti di lavoro - l'ultimo bilancio l'hanno reso noto il 25 giugno 2012, pubblicandolo su quattro pagine dell'Unità: alla fine del 2011 risultavano varie procedure di liquidazione ancora in corso, 8,47 milioni di euro di disavanzo, ma soprattutto 156,6 milioni di euro di debiti (ereditati in gran parte dall'Unità, quando era l'organo del partito), 150 milioni dei quali verso banche. Dodici mesi prima la somma era più alta di 30 milioni: ad abbassarla ci ha pensato la quota di rimborsi elettorali che il Tribunale di Roma ha destinato a quello scopo, ma dalla fine del 2011 ai Ds non spetta più alcuna risorsa pubblica.
In queste condizioni è difficile, se non impossibile chiudere la baracca. Così, se i Democratici di sinistra devono continuare a vivere, tanto vale impegnarsi a tutelarne anche il contrassegno. La cosa non è di poco conto, se si considera che nel 2008 tale Antonio Corvasce da Barletta si era presentato al Viminale a depositare proprio il contrassegno dei Ds, sostenendo di esserne stato eletto presidente in un V congresso sconosciuto ai più (chissà perché) svoltosi - guarda guarda - a Barletta il 28 febbraio dello stesso anno. Il Viminale bocciò il contrassegno quell'anno e lo fece anche l'Ufficio elettorale centrale nazionale; la stessa cosa accadde l'anno dopo, ma quella volta il legale rappresentante dei Ds, Ugo Sposetti, fece depositare comunque l'emblema, per maggiore sicurezza. Corvasce ci avrebbe riprovato in seguito, cercando anche di intervenire nel processo esecutivo che era stato iniziato dalle banche per recuperare una parte dei loro crediti attraverso i rimborsi elettorali del partito: anche in quel caso, peraltro, gli sarebbe andata male.
L'esperienza, in ogni caso, ha insegnato: per questo, anche quest'anno la collaboratrice di Sposetti è andata con tutta calma a presentare l'ultimo simbolo dei Ds al Ministero. Non occorreva certo essere i primi, ma era importante esserci. Depositato il contrassegno (ovviamente senza la documentazione, ché tanto non serviva) è uscita soddisfatta: magari non ci saranno problemi - Corvasce quest'anno non si è visto - ma la prudenza non fa male. Meglio non rischiare che la Quercia (o ciò che ne resta) sia messa in pericolo.