venerdì 27 maggio 2016

Tra un mese rinasce un Pci, a 12 km dalla Bolognina

Di anni ne sono passati venticinque (anzi, qualcosa in più, visto che l'atto finale, il sipario che cala, è datato 3 febbraio 1991) e, messi in fila uno dopo l'altro, sono stati molti da aspettare. Chi però non si era fatto una ragione della fine dell'epoca del Partito comunista italiano, con nome e simbolo ammainati in favore del nuovo corso del Partito democratico della sinistra, potrebbe trovare ora un po' di pace: tra trenta giorni esatti, ci sarà di nuovo un Pci nel quale militare e (probabilmente) da votare sulle schede. 
Certo, non si tratta esattamente di "quel" Pci: giuridicamente è un soggetto nuovo e anche i numeri, obiettivamente, sono diversi, ma chi ha plasmato il nuovo progetto politico e chi vi ha aderito è profondamente convinto di quanto sta facendo. Formalmente si sta assistendo alla costituzione di un nuovo partito, nato "dall’Appello - così si legge nel preambolo allo statuto del nascente partito - dell’Associazione per la ricostruzione del Partito Comunista, dallo scioglimento e dall’adesione al progetto del Partito Comunista d’Italia e dalla confluenza e adesione di comuniste e comunisti del PRC e di tante e tanti – donne e uomini, ragazze e ragazzi - che avevano abbandonato la politica attiva o che vi aderiscono per la prima volta".
Gli intenti del gruppo emergono già dall'inizio del documento congressuale Ricostruiamo il partito comunista (non a caso un titolo con il "noi", non impersonale): "C’è bisogno di comunismo, c’è bisogno delle comuniste e dei comunisti, c’è bisogno di Partito Comunista. Cadute presto le promesse di benessere e democrazia della narrazione borghese del 1989, il capitalismo mostra, senza veli, il suo volto distruttivo. Un pugno di ricchi, che gestisce lo sfruttamento di enormi masse umane e dell’ambiente, è disposto - pur di non cedere, neppure parzialmente, potere e privilegi insopportabili - a provocare una guerra generalizzata e a correre il rischio di desertificare il pianeta. Per non rassegnarsi a queste prospettive terribili e per costruire il futuro è necessaria l’idea generale di un modo diverso di vivere e produrre. Il socialismo, cioè la proprietà e il controllo sociale dei mezzi di produzione, di scambio, d’informazione e delle risorse essenziali per la vita umana, è, per noi, un tema attuale e decisivo. Il comunismo come liberazione integrale e sviluppo onnilaterale delle donne e degli uomini, si conferma un obiettivo storico di cui si accumulano potenzialmente le condizioni materiali e intellettuali che il dominio capitalistico tende ad asservire ai propri meccanismi o a dissipare". Condivisibili o meno, le idee sono chiare, nette.
La costituente comunista è stata fissata dal 24 al 26 giugno e si svolgerà al circolo Arci di San Lazzaro di Savena (località nota e cara soprattutto agli appassionati gucciniani, almeno finora). La scelta del luogo, ovviamente, non è stata affatto casuale: ci vogliono solo 17 minuti, infatti, per percorrere la dozzina di chilometri che separano la sede del circolo San Lazzaro, in via Bellaria 7, da via Tibaldi 17 di Bologna, quartiere Navile-Bolognina, luogo in cui il 12 novembre 1989 Achille Occhetto annuncio la svolta che avrebbe portato, poco più di un anno dopo, a cambiare nome al partito (a Rimini stavolta, al XX congresso del Pci). 
Se dunque proprio a Bologna era iniziato il cammino del Partito comunista italiano verso l'uscita di scena, è sempre Bologna - e non sottilizziamo troppo sulle differenze di territorio - a vedere un nuovo inizio per il nome Pci (e anche per la sua componente giovanile, la Fgci, di cui è prevista la ricostituzione come avverrà per il partito). I ri-costituenti hanno scelto come slogan per l'assise "Un futuro grande come una storia. La nostra": una storia che, non a caso, parte quasi da dove aveva svoltato, portando gente che c'era e gente che ancora non era nata o era lontana dalla politica.
Di quella storia, naturalmente, fa parte anche il simbolo. La grafica è molto simile a quella originale, anche se con qualche modifica. I dettagli diversi sono essenzialmente due. Innanzitutto, le aste delle due bandiere sono nere e non bianche, per cui si è scelto come riferimento non l'emblema finito sulle schede - no, Guttuso non c'entra nulla qui, da 1953 in poi sicuramente non ci ha messo mano, prima nessuno lo sa - ma quello di alcuni manifesti storici; la stessa bandiera in primo piano ha il contorno bianco più marcato, come già aveva fatto a suo tempo il Pdci. Secondariamente, la vecchia sigla puntata, in carattere Helvetica condensed black, lascia il posto all'acronimo senza punti, con una font meno pesante e più "moderna" (probabilmente Brandon Grotesque Bold). 
La scelta di non essere fedeli al 100% al simbolo classico, sempre presente sulle schede dal 1953 al 1990, non è stata affatto casuale: l'idea era di dare un senso di rinnovamento nella continuità, per non dare l'idea che ci si rifugiasse semplicemente nella nostalgia, ma per trasmettere l'impressione di un progetto politico vero.
Certo, a qualcuno la scelta potrebbe non piacere e non è piaciuta. Giusto il 18 maggio, quando su internet hanno iniziato a circolare le immagini del nuovo simbolo, è nata una pagina Facebook dal nome inequivocabile: "Il nome e il simbolo del Pci non si toccano". Anche i messaggi scritti in bacheca non usano giri di parole: "Una sala di qualche decina di persone e pensano di essere il ‪#‎Pci‬. Ma come possono pensare davvero che questi 4 gatti siano il Pci? come pensano di potersi appropriare di un simbolo e una storia che appartiene a tutti? Ma davvero pensano che siano all'altezza di ‪#‎Berlinguer‬, di ‪#‎Natta‬, di ‪#‎Ingrao‬, etc? Fermiamoli! La storia del Pci appartiene a tutti i lavoratori italiani!", con tanto di indirizzi e-mail cui inoltrare proteste. 
Al di là delle sensibilità di chi ha militato, il nuovo soggetto politico potrebbe temere qualche reazione più solida da ciò che resta dei Democratici di sinistra, giuridicamente eredi del patrimonio (non solo morale) del Pci: il riferimento è in particolare alle fondazioni costituite dopo la sospensione delle attività dei Ds e riunite oggi nell'associazione Enrico Berlinguer. Non è dato sapere se Ugo Sposetti, come ultimo legale rappresentante dei Ds, abbia o avrà qualcosa da eccepire sull'uso del simbolo che, modifiche a parte, è ben riconoscibile nel suo nucleo fondamentale. E' vero che, ormai, dall'accantonamento completo dell'emblema e dalla sua scomparsa dalle aule parlamentari sono passati quasi vent'anni (da quando sono nati i Ds, all'inizio del 1998), dunque anche la tutela per chi lo ha usato tradizionalmente si è certamente affievolita; il gruppo che sta promuovendo la ricostituzione del Pci, in ogni caso, sembra piuttosto tranquillo. 
Nel frattempo il cammino prosegue: oggi a Roma Roma si terrà l'assemblea costituente locale, come se ne stanno svolgendo in tutta l'Italia, per preparare la costituente nazionale di giugno (a Roma, tra l'altro, il gruppo ha aderito alla candidatura a sindaco di Stefano Fassina, che dovrebbe partecipare all'incontro di oggi). Non si tratta ovviamente dell'unione di tutto ciò che sta a sinistra del Pd (basta vedere le puntate del nostro viaggio "in fondo a sinistra" per rendersene conto), ma il tentativo c'è: si vedrà se la bandiera riuscirà a sventolare.

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