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sabato 6 gennaio 2018

Scudo, stella e corona: Dc (senza più) Pizza e monarchici per l'Italia

"A volte ritornano". Si tratta probabilmente di una delle frasi più ricorrenti della storia politica italiana (soprattutto recente), fino al punto di apparire abusata e addirittura banale. Eppure è talmente vera da non poter dire altro quando sulla scena ricompaiono formazioni, simboli e nomi che sembravano spariti dalla circolazione da tempo. E' come se si avvertisse una voce diffusa, di un piccolo ma solido coro sparso qua e là che avverte chi vuol sentire: "Uno ad uno, siamo tornando. Tutti quanti". 
A meno di due settimane dall'apertura del portone del Ministero dell'interno, è poco rilevante dire che sta tornando lo scudo crociato: dal 1946 in avanti, a pensarci bene, non c'è stata una sola elezione - politica o europea - in cui nelle bacheche non sia finito almeno un simbolo con l'emblema prima democristiano, poi post-democristiano (e spesso duplicato in varie salse diccì-nostalgiche). Più interessante è dire che sta tornando la Democrazia cristiana, ma per il drogato di politica medio che passa da queste parti la risposta è abbastanza insoddisfacente, essendo necessario precisare di quale dei tanti tentativi di riportare sulle schede elettorali il partito che fu di De Gasperi si stia parlando. 
Si può allora completare la frase dicendo che è pronta a tornare la Democrazia cristiana "di Pizza". E la notizia per i #politicsaddicted, a questo punto, è davvero succulenta. Perché del percorso che dalla fine del 2001 aveva tentato di rimettere in moto il partito riconvocando l'ultimo organo che a gennaio del 1994 aveva - indebitamente - deciso il cambio di nome da Democrazia cristiana a Partito popolare italiano (vale a dire il consiglio nazionale) e che a partire dal 2003 era stato associato al nome dell'allora segretario Giuseppe Pizza, si erano perse le tracce nel 2013, anno in cui non presentò nemmeno il simbolo - ci pensarono altre tre Dc al posto suo - ma un comunicato annunciò tre candidature diccì nel Pdl, compreso lo stesso Pizza (lui, che sotto l'ultimo governo Berlusconi era stato sottosegretario all'istruzione, non fu eletto, gli altri due sì). Di Pizza in effetti, la cronaca ha raccontato altre vicende non troppo felici, a metà del 2016, ma del "suo" partito non si sapeva più nulla.
A voler far tornare in campo lo scudo crociato rosso bordato di bianco su fondo blu - senza, peraltro, il suo personaggio più noto - sarebbe il suo segretario nazionale, Denis Martucci. E anche questa, per gli appassionati di politica, è una vera chicca. Perché anche quello di Martucci, per i veri appassionati (piemontesi e non solo), è un nome ben noto. Classe 1977, già imprenditore, avvocato del foro di Vercelli, si è avvicinato prestissimo alla politica, iscrivendosi a 17 anni a Forza Italia, con cui fu eletto due volte consigliere circoscrizionale, ma nel 2001 non fu candidato al consiglio comunale dal partito di Berlusconi perché - versione ufficiale - aveva affisso dei manifesti con il suo volto, mentre il partito consentiva di usare solo le foto di Berlusconi e dei candidati sindaci. In seguito è stato candidato altre volte - anche a sindaco a Torino nel 2006, a capo di una coalizione di sei liste - ed eletto in più organi a livello locale; l'attività politica più copiosa, tuttavia, l'ha avuta come segretario regionale per il Piemonte dal 2004 al 2010 proprio della Dc-Pizza: in quel ruolo e in quello di commissario per la Liguria dice di aver presentato "oltre 120 liste comunali e provinciali nel nordovest".
Sarebbe stato proprio lui a tenere in vita la creatura politica di Pizza, anche senza Pizza, preferendo quella strada ad altre che gruppi diversi hanno cercato di battere in questi anni: "Dopo il 2010 - ci spiega - in molti tra coloro che si sentivano ancora democristiani sono stati attratti dall'idea di far tornare la Dc riconvocandone i vecchi organi, magari attraverso i tribunali. Non saremo certo noi a impedirlo; io personalmente, oltre a vedere le difficoltà delle soluzioni effettivamente percorse da chi voleva riattivare così il partito, ho sempre creduto che recuperare il passato fosse una mera testimonianza e servisse a poco se questo non avesse permesso di presentare le liste, come invece eravamo riusciti a fare noi per vari anni". 

lunedì 21 luglio 2014

E se tra due giorni iniziasse a risvegliarsi la Dc?

Dopodomani per svariate decine - centinaia, per i più ottimisti - di persone potrebbe non essere un mercoledì qualunque: il 23 luglio può trasformarsi nel primo passo verso il ritorno della Democrazia cristiana. Che secondo i giudici non è mai morta (ammesso che qualcuno la volesse davvero sciogliere) e nell'idea di qualcuno aspetta solo che la si scongeli e la si rimetta in campo.
Tutto potrebbe (ri)cominciare tra due giorni, a Roma, nella sala della Mercede (in via della Mercede 55): lì, alle ore 12, è stata convocata una riunione del Comitato nazionale dei soci Dc 1992-1993, che di fatto coincide con la sua presentazione ufficiale. "Ci stiamo affacciando pubblicamente da una sede idonea nazionale per pubblicizzare l’attività del comitato - spiega il suo presidente, il leccese Raffaele Lisi -. Il tema conduttore finale della nostra riunione è 'La Dc nell’attuale situazione politica' e di questo parleremo". 
Perché, a quanto pare, qualcuno sembra avvertire un'insopprimibile voglia di Balena bianca, anche in formato più ridotto. Non che finora non si sia provato a soddisfarla: è persino difficile contare con esattezza i partiti che negli ultimi anni si sono richiamati all'esperienza diccì o addirittura si sono contesi il nome e soprattutto il simbolo, quello scudo crociato che dal 1994 di pace ne ha conosciuta ben poca. A riportare in vita il vecchio marchio hanno provato in tanti, a partire da Flaminio Piccoli (che nel frattempo è passato nel mondo dei più); ora ci prova anche Lisi, che non sembra affatto spaventato dagli insuccessi di chi lo ha preceduto. 
Già, perché alla fine di marzo del 2012 un gruppo aveva seriamente tentato la via "dell'autorisveglio", attraverso un'autoconvocazione del consiglio nazionale del partito, firmata dal "consigliere anziano" Clelio Darida. Alla base di tutto, una sentenza della Cassazione a sezioni unite che alla fine del 2010, confermando una pronuncia vecchia di un anno della Corte d'appello di Roma, aveva posto fine a uno dei tanti contenziosi della diaspora democristiana (iniziato nel 2002): a leggere le carte si scopriva che nel lontano 1994 non solo la Dc non era stata sciolta - intenzione che nessuno aveva - ma la modifica del nome era avvenuta in modo del tutto irregolare, al di fuori di un congresso. Nessun partito dunque poteva proclamarsi erede della Dc, né pretendere di usare in esclusiva lo scudo crociato: non l'Udc, né tanto meno le varie Democrazie cristiane che nel tempo si erano moltiplicate, a partire da quella che si riconosceva nella segreteria di Giuseppe Pizza
Ma se nessuno poteva dichiararsi erede della Dc - hanno pensato in diversi - bastava risvegliarla per farla operare di nuovo: doveva servire proprio a questo l'autoconvocazione di Darida e il percorso successivo, che a novembre del 2012 aveva portato alla celebrazione del XIX congresso del partito (quello precedente si era svolto nel 1989), da cui uscì eletto segretario l'ex ministro Gianni Fontana. Peccato che i giudici, in due tempi diversi, abbiano sospeso gli effetti del congresso e del consiglio nazionale di marzo per irregolarità gravi nella convocazione delle due riunioni. "Io avevo avvertito Fontana per iscritto un po' di tempo prima di questa possibilità - dichiara Lisi - ma non sono stato ascoltato e questo è il risultato". Nonostante questo, Lisi vuole riprendere la marcia verso il ritorno della Dc e, come detto, lo fa a dispetto degli errori di chi ci aveva già provato: "Io so bene come fare", garantisce.
La strada scelta questa volta è quella del Comitato formato dagli iscritti al partito nell'ultimo tesseramento valido (quello del 1992-1993): toccherebbe solo a loro, secondo Lisi ed altri (come il suo vice Emilio Cugliari) decidere il destino dello scudo crociato. Ma quanti sono a volerlo di nuovo? "Al momento il nostro comitato, costituito il 20 ottobre 2012, conta 500 adesioni, raccolte giorno per giorno tra i vecchi amici iscritti al partito - spiega il presidente -. Se però conta anche i partecipanti al congresso poi 'congelato' dell'anno scorso, ne deve aggiungere altri 1750". Tutti riuniti sotto il vecchio scudo di stile degasperiano, col bordo superiore arcuato, cui è stata aggiunta la 'indicazione "Dal 1943" ("Per i più giovani", puntualizza Lisi).
L'idea, dunque, è di arrivare entro l'anno a celebrare il congresso, riattivando definitivamente la Dc che, a quel punto, potrebbe rivendicare tutti i suoi beni. Guai però a pensare che lo scopo finale sia quello: "Stiamo operando da artigiani, senza aiuti di nessuno e senza avere alle spalle il fiato di nessuno - rivendica Lisi -. A noi interessa rimettere in piedi il partito, i beni non ci interessano. E' vero che un semplice iscritto può chiedere la rendicontazione a chi di dovere e, alla lunga, questo si potrà fare, ma ora conta rimettere in pista la Dc". Si dovrebbe appunto iniziare dopodomani, con questo gruppo di "iscritti superstiti": tra loro dovrebbe esserci anche Fontana, mentre quasi certamente non ci sarà Giuseppe Pizza ("Lui figura come persona tra i fondatori Pdl, non sappiamo che fine abbia fatto").
Tutto chiaro? Mica tanto. Per cominciare, c'è chi è convinto che un XIX congresso democristiano ci sia già stato (nel 2003), e volendo anche un XX e un XXI. Si tratta del friulano Angelo Sandri, che dal 2004 mantiene la segreteria della "sua" Dc, ha partecipato a varie elezioni locali con il suo simbolo - a volte persino con lo scudo crociato, quando le commissioni competenti non glielo hanno bocciato - ed è a sua volta presidente di un altro comitato di iscritti 1992-1993 (a onor del vero ce ne sono anche altri, coe quelli presieduti da Franco Mortellaro e Raffaele Cerenza). Sandri è sicuro della saldezza dei suoi titoli e non è escluso che, qualora il gruppo di Lisi proceda nel suo cammino, decida di agire legalmente; lui, in compenso, ha ricevuto dal comitato Lisi una diffida stragiudiziale a rispettare le sentenze sullo scudo crociato, al pari dell'Udc, di Pizza, di Rotondi e di altri (compreso Mario Tassone, artefice della "rinascita" del Cdu).
In più ci sarebbe un particolare non da poco. La sentenza di Cassazione del 2010, infatti, dice espressamente che lo "smontaggio" della delibera del cambio di nome da Dc a Ppi del 1994 - contenuto nella sentenza di appello del 2009 - non vale per chi non ha partecipato al giudizio. In particolare non vale proprio per il Ppi (o ciò che ne è rimasto, dopo la sua confluenza nella Margherita), per il quale dunque la decisione del cambio di nome resterebbe valida. Prima di procedere con le attività del comitato, non era il caso di ottenere una sentenza che valesse anche per i Popolari ancora rappresentati da Pierluigi Castagnetti e Luigi Gilli? "Anche loro devono rispettare le sentenze in materia, che dicono che quell'atto di fatto è nullo, con ciò che ne consegue - conclude Lisi -. Noi andiamo avanti, se qualcuno vuole fare causa la faccia pure e si vedrà". Tutto lascia pensare che la storia dello scudo crociato riserverà altre, imprevedibili puntate.

sabato 5 gennaio 2013

La conta degli scudi crociati al Viminale

Simbolo Udc: potrebbe essere così?
Che, almeno alla Camera, accanto a una "lista Monti" (la si era chiamata così in un primo tempo, quando ancora nome e contrassegno non erano noti) ci sarebbe stata anche una lista dell'Udc, era cosa nota da tempo: lo stesso Pierferdinando Casini l'aveva detto fin dall'inizio e lo ha ripetuto anche ieri, "Noi abbiamo una nostra identità, una storia da rappresentare, non possiamo rinunciare allo scudo crociato, portiamo più voti alla causa se ci siamo" (così ha riportato Carmelo Lopapa nel suo resoconto pubblicato oggi da Repubblica). Resta in effetti il dubbio della parte testuale del contrassegno, per cui Monti ha suggerito di rimettere il nome di Casini (che campeggiava nell'emblema fino a settembre), dopo il siluro lanciato dal Pdl Giuseppe Calderisi alla possibilità che il nome di Monti comparisse su tutti i simboli della coalizione; come ho già ampiamente argomentato ieri, il riferimento al Professore potrebbe comparire benissimo, a patto che fosse fatto senza creare confusione (quindi non ripetendo l'intera frase "con Monti per l'Italia"), ma alla fine la scelta sarà dei leader di partito.
Il simbolo di Adc e Dc-Fontana
Casomai, più che del nome di Monti, Casini dovrebbe preoccuparsi proprio dello scudo crociato, la parte per lui imprescindibile del contrassegno dell'Udc. Già, perché, dopo una prima dichiarazione piuttosto dura di Ombretta Fumagalli Carulli il 28 dicembre ("Casini dovrà fare a meno dello scudo crociato"), proprio ieri sarebbe stata avviata un'azione legale per impedire all'Udc e ad altri soggetti di utilizzare quel simbolo. A rivolgersi al tribunale di Roma è stata la Democrazia cristiana. A voler fare i puntigliosi, sarebbe meglio dire la Dc guidata da Gianni Fontana o la "sedicente" Democrazia cristiana storica. Già, proprio quel partito che ritiene di essere lo stesso di De Gasperi, che all'inizio del 1994 nessuno aveva sciolto e che solo nel 2012, dopo anni di tentativi, sarebbe stato "riattivato" da un gruppo di irriducibili (tra cui Clelio Darida, Fontana, la Fumagalli Carulli, Alessandro Duce e altri ancora), i quali si sono fatti forza della sentenza n. 1305/2009 della Corte d'appello di Roma (confermata dalla sentenza della Cassazione a sezioni unite n. 25999/2010), che ha accertato il mancato scioglimento del partito.
La Dc del 1994 e la Dc-Pizza
Alle elezioni di febbraio, Fontana ha tutta l'intenzione di partecipare, tant'è che giorni fa avevo ricordato il patto federativo stretto con l'Alleanza di centro di Francesco Pionati, che traghetta inevitabilmente la Dc-Fontana nel centrodestra a fianco di Berlusconi. Sta di fatto, comunque, che la Dc vuole finire sulle schede e vuole farlo con il suo vecchio simbolo, "quel simbolo glorioso - continua Fontana - che prutroppo ha assunto tante e troppe deformazioni e modificazioni".
Proprio questa frase, per assurdo, mette in difficoltà Fontana, perché è facile vedere come il suo scudo non abbia ripreso la forma della Dc "storica", attiva fino al 1994, bensì quello della Dc di Giuseppe Pizza (di cui non si hanno quasi più notizie), cioè proprio uno dei "deformatori" dello scudo di cui finisce per dolersi il nuovo segretario. I veri problemi, tuttavia, sono altri: innanzitutto, i giudici hanno riconosciuto che la Dc non è stata sciolta (cosa che nessuno voleva fare) e che il cambio di nome in Partito popolare italiano nel 1994 era stato irregolare perché non l'aveva deciso un congresso, ma significava soltanto che il partito che da allora in avanti ha operato col nome di Ppi (e che ancora esiste come semplice associazione politico-culturale), in realtà continuava a chiamarsi Democrazia cristiana. In più, la stessa Cassazione ha detto nel 2010 che l'irregolarità del cambio di nome non vale nei confronti del Ppi (l'ex-Dc, dunque), perché non era stato parte del processo. Nel caso, insomma, Fontana e gli altri non avrebbero "risvegliato" la vecchia Dc, ma avrebbero fatto nascere un altro partito. Anche avessero diritto a recuperare il vecchio emblema, tuttavia, i democristiani dovrebbero ricordare che, in base alla legge, è più tutelato chi partecipa alle elezioni con lo stesso simbolo che nella legislatura precedente era rappresentato in Parlamento: l'Udc ha eletto deputati e senatori con quello scudo nel 2006 e nel 2008 ed era presente già da prima. Difficile, praticamente impossibile averla vinta, davanti ai funzionari del Viminale.
Uno dei simboli della Dc-Sandri
A complicare le cose, potrebbe arrivare il terzo scudo crociato, proprio come nel 2008 (e non è detto che non ne spuntino altri, visto che anche in quella tornata elettorale si erano viste altre imitazioni): anche se nei giorni scorsi ha annunciato la partecipazione alle liste della Federazione dei Cristiano popolari di Mario Baccini, non è escluso che la Democrazia cristiana di Angelo Sandri voglia comunque presentare (sperando di tutelarlo) il suo simbolo, che riprende invece lo scudo "degasperiano" con bordo superiore arcuato, usato soprattutto nei vecchi manifesti del partito. Anche lui rivendica la sua qualifica di segretario della Dc e un lavoro certosino non ancora terminato, nel tentativo di non disperdere il patrimonio politico democristiano. Anche Sandri, tuttavia, finora ha dovuto soccombere all'Udc (tant'è che alle ultime elezioni ha partecipato con un simbolo a forma di cuore, al posto dello scudo): difficile credere che stavolta andrà diversamente.

mercoledì 26 dicembre 2012

Se l'(A)Dc ha voglia di scudo crociato



Tra di loro c’è giusto una «A» di differenza. Va bene, da mesi Beppe Grillo parla di «PDmenoL», ma in teoria tra quei due partiti c’è un abisso. Non è così, invece, per l’Alleanza di centro, fondata alla fine del 2008 da Francesco Pionati dopo il suo abbandono dell’Udc, e per la Democrazia cristiana, ossia il partito ora guidato da Gianni Fontana che vuole identificarsi con la Dc “storica”, dopo il processo di “riattivazione” portato avanti nei mesi scorsi (ma c’è chi parlerebbe piuttosto di anni). I due movimenti, come hanno fatto sapere in una conferenza stampa a Montecitorio il 12 dicembre, hanno stretto un patto federativo sulla base dei «comuni valori democratico cristiani» ed è probabile che faranno un buon tratto di strada assieme, almeno fino alle elezioni.
Gli italiani “affezionati” al Tg1 ricordano Pionati per il suo ruolo di notista-pastonista politico per il telegiornale dell’ammiraglia Rai detenuto per quasi vent’anni – lui stesso si definisce «notista della prima Repubblica» – e hanno continuato a vederlo in tv anche dopo la sua entrata in politica: è comparso un numero impressionante di volte (soprattutto in proporzione alle dimensioni del suo partito), molto più di altri ex colleghi – la Gruber e Sassoli su tutti – che avevano lasciato il video per la politica. Meno noto è Gianni Fontana, in Parlamento dal 1972 al 1994, avvocato e con vari incarichi di governo (fino a divenire nel 1992 ministro dell’agricoltura nel primo esecutivo guidato da Giuliano Amato): dal 30 marzo 2012, Fontana è segretario della Democrazia cristiana, che sta preparando il tesseramento 2013 e pare avere le idee chiare sul suo futuro: «Non vogliamo una rappresentanza striminzita in Parlamento – ha scritto sull’Huffington Post Pietro Salvatori, citando lo stesso Fontana – la nostra vocazione è guidare il paese». Nientemeno.
L’ambizione del partito di Fontana sembra passare attraverso la collaborazione con l’Adc di Pionati: è lui stesso a proporsi di «innovare il sistema politico, fondendo questa carica di innovazione con la tradizione della Dc». Nostalgia di Balena bianca, voglia di scudo crociato: del resto, se tutto andrà come i due partiti vogliono, la federazione parteciperà alle elezioni a febbraio (ovviamente nel centrodestra, a sentire Pionati). Pare sia già pronto il simbolo (lo ha pubblicato il Giornale il 23 dicembre): un cerchio azzurro con la scritta «Alleanza di centro» a semicerchio in alto, una lunetta bianca in basso, con la scritta Democrazia cristiana e nel mezzo, manco a dirlo, lo scudo crociato.
Simbolo ricusato e ammesso - elezioni siciliane 2012
Non è la prima volta che l’Adc utilizza questo stratagemma, da sola o in alleanza sì con la Dc, ma quella di Giuseppe Pizza: in più occasioni nel simbolo ha tentato di inserire uno scudino, anche solo accennato, ma talvolta le commissioni elettorali si sono messe di traverso e lo scudo è stato tagliuzzato o sostituito; figurarsi cosa potrebbe accadere stavolta, se a essere utilizzato fosse lo scudo della Dc-Fontana, mutuato chissà perché da quello di Pizza (e chissà se si sono accorti che non era lo stesso della Dc del 1994). Facile immaginare le proteste dell’Udc – che difficilmente rinuncerà al suo di scudo, ancora diverso – e le successive schermaglie legali, a colpi di sentenze sfoderate e “tassi di democristianità” ostentati. Difficile dire, ora, come andrà a finire: si prospetta uno scontro infuocato, benché in pieno inverno.

sabato 13 ottobre 2012

Piccoli scudi (crociati) crescono



Molti oggi indossano le insegne dell’Udc, che non si è ancora privato dello scudo crociato, altri militano nel Pdl, nel Pd, nell’Api o altrove, sempre che non abbiano lasciato la politica o siano passati a miglior vita. Eppure, per chi è stato democristiano (e, probabilmente, non ha mai smesso di sentirsi tale), si apre un periodo frenetico, ai limiti della schizofrenia. Il 10 e l’11 novembre, infatti, la Democrazia cristiana terrà il suo 19° congresso (non è ancora dato sapere dove); oggi, invece, a Roma si riunisce il Comitato nazionale della Democrazia cristiana e, per i suoi aderenti, la Dc di congressi ne ha già celebrati 22. A non tornare, non sono solo i conti: per molti l’esperienza del partito di De Gasperi, positiva o negativa che fosse, è termina all’inizio del 1994.
Il problema, per questi campioni di scudo crociato, sta proprio lì. Quando, nel 1994, Mino Martinazzoli e Rosa Russo Jervolino decisero di archiviare la Democrazia cristiana per tornare al vecchio nome di Partito popolare italiano, lo fecero senza convocare un Congresso: si limitarono a mutare la denominazione in direzione e consiglio nazionale, ma un assise per marcare quel passaggio non ci fu mai. Qualcuno non si era mai arreso alla scomparsa della Balena bianca, al punto da fare di tutto per riportarla in vita. Anche in formato mignon e passando dalle aule di un tribunale. Ci aveva provato per primo, nel 1997 (e a ottantadue anni suonati), Flaminio Piccoli, fondando una «Democrazia cristiana» con tanto di scudo crociato “degasperiano” (quello col bordo superiore arcuato): che quel partito non fosse lo stesso di De Gasperi, tuttavia, era chiaro a tutti, tanto che i giudici diedero puntualmente torto a Piccoli e gli impedirono di usare il simbolo tradizionale, quando riusciva a presentarsi alle elezioni.
Da dieci anni a questa parte, vari gruppi di (ex) democristiani hanno deciso di fare sul serio, con una tenacia che ha dell’incredibile: sono nate varie Democrazie cristiane, con infinite varianti di quello scudo originario, pronte a dar vita tra di loro a battaglie memorabili (e costose) davanti alle commissioni elettorali e in tribunale per affermare il diritto di considerarsi l’unico erede della Dc; il tutto, mentre l’Udc agiva ad ogni elezione per impedire che una di queste formazioni utilizzasse qualche forma di scudo crociato (troppo confondibile con il suo), non di rado riuscendoci.

giovedì 2 agosto 2012

La Dc torna in Parlamento... e nessuno ce lo dice

La Dc del 1992 ... e del 2012 forse

Non se n’è accorto quasi nessuno, persino i due maggiori quotidiani italiani non sembrano aver dedicato una sola riga all’evento, ma lo scorso 17 maggio è accaduta un fatto di portata quasi storica: in Parlamento è tornata la Dc. 
Certo, è tornata ben lontana dai numeri del 1948 (305 deputati e 148 senatori) o anche solo del 1992, le ultime cui lo scudo crociato “storico” abbia partecipato (quell’anno conquistò 206 seggi alla Camera e 107 al Senato): attualmente può contare soltanto su un deputato, che ovviamente non può fare gruppo a sé. Soprattutto – e qui le cose si fanno maledettamente difficili, anche per chi è abituato a seguire le cronache politiche – non ha nulla a che vedere con l’Udc di Casini (ovviamente), ma nemmeno con la Democrazia cristiana (poi precisata come “per le autonomie”) di Gianfranco Rotondi. È forse la Dc di Giuseppe Pizza, finita qualche volta agli onori delle cronache? Nient’affatto. Allora magari è la Dc di Angelo Sandri (sempre più difficile, visto che la conoscono davvero in pochi)? Men che meno.
Allora, di quale Democrazia cristiana stiamo parlando? A sentire i protagonisti della storia, proprio della “vera” Dc, quella originale. Oddio, nemmeno questa sarebbe una novità (l’avevano proclamato, per dire, anche Sandri e Pizza e poi ancora Sandri per le loro formazioni), ma il segretario politico della formazione Gianni Fontana e gli altri iscritti al partito ne sono pienamente convinti. Per loro, all’inizio del 1994, quando ha mosso i suoi primi passi il Partito popolare italiano di Martinazzoli, nessuno ha sciolto la Democrazia cristiana e questa avrebbe continuato a esistere, sia pure “in sonno”, dormiente”, finché qualcuno non l’ha “risvegliata”. A chi l’arduo compito? Ma a Fontana & co., ovviamente, i quali hanno chiesto invano di convocare il consiglio nazionale della “vecchia” Dc all’allora presidente, Rosa Russo Jervolino e, non avendo ricevuto uno straccio di risposta, hanno provveduto ad autoconvocarlo attraverso l’annuncio firmato da un “campione di democristianità”, Clelio Darida, consigliere anziano di quell’organo non più riunitosi dal 1994.