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domenica 4 ottobre 2020

Insieme, catena d'impegno comune ed Europa per i cristiani in politica

In politica l'area cristiana, a quanto pare, non cessa di ribollire, producendo nuove formazioni. Tra ieri e oggi, in particolare, a Roma è nato un "nuovo partito di ispirazione cristiana, autonomo e non confessionale", denominato Insieme. La notizia, tuttavia, era nell'aria da tempo, dal momento che questi due giorni sono stati il punto di arrivo - e, a questo punto, anche una tappa verso nuove evoluzioni - del cammino compiuto da varie realtà associative - a partire da 
Politica Insieme, Costruire Insieme e Rete Bianca, ma ce ne sono molte altre - che hanno fatto sin qui riferimento al "manifesto" promosso dall'economista Stefano Zamagni: non a caso, proprio lui ha aperto proprio l'incontro nella giornata di sabato.
All'hotel Parco Tirreno si sono susseguiti vari interventi, preceduti appunto da quello di Stefano Zamagni: parole che hanno dato il senso di un progetto politico nato, nelle intenzioni, non da una leadership esistente o desiderata ma dal basso: una risposta sui generis alla fame di bipolarismo che dal 1993 in poi ha esasperato il quadro politico, senza di fatto consentire più l'esistenza di un vero partito di centro, mentre "una democrazia liberale non può fare a meno di un partito di centro", come sottolineato dallo stesso Zamagni. Il partito cui si è voluto lavorare e che si è scelto di costruire intende ridare dignità in ambito politico al pensiero cristiano (con attenzione al magistero della Chiesa, "ma letto per intero"), ma prima di tutto al pensiero, per una politica che, secondo Zamagni (come ha riportato sul suo articolo per Avvenire Angelo Picariello), "non deve limitarsi a dare delle risposte, deve anche saper giocare d’anticipo sui problemi, suscitando domande, perché altrimenti si rischia solo di inseguire i problemi che non si è stati in grado di prevenire".
Alla giornata - che ha visto anche l'incoraggiamento del cardinale Giovanni Battista Re, che nell'omelia ha invocato "forze nuove" per l'Italia e auspicato il contributo di cattolici e moderati "con lungimiranza e coraggio" - hanno partecipato figure ben note in ambito cattolico-sociale: gli ex dirigenti Cisl Raffaele Bonanni e Natale Forlani, giornalisti cattolici engagé come Giancarlo Infante (legato a Politica insieme) e Giuseppe Sangiorgi (già direttore del Popolo, vicino a Rete Bianca), professori tra i quali Mario Morcellini, Domenico Galbiati e Alessandro Diotallevi; sono stati visti anche ex parlamentari Pd come Nicodemo Oliverio (uno degli ultimi rappresentanti legali del Ppi) ed Ernesto Preziosi, ma c'era pure Domenico Menorello (candidato nel 2013 in Scelta civica, divenuto deputato nel 2016, in seguito legato a Energie per l'Italia e a coloro che stavano cercando di riattivare la Dc).
L'occasione romana ha permesso, tra l'altro, di votare sul documento programmatico, che mette al centro come valori la dignità della persona e il rispetto della vita; la famiglia come "primo ambito della fraternità e risorsa fondamentale della società"; il ruolo davvero formativo di scuola e università; la "dignità con il lavoro e del lavoro"; innovazione e nuovo modello di sviluppo; il rapporto equilibrato e cooperativo tra stato centrale e comunità locali; l'integrazione sovranazionale e la promozione della pace. Tutto ciò, infine, con l'idea di costruire "un partito popolare, radicato nelle periferie, di programma e lontano dal modello leaderistico imperante".
 

La scelta del nome e del simbolo

Non c'è dubbio che tra i momenti più attesi della giornata di oggi ci sia stata la presentazione del simbolo, curata da Alessandro Risso. Lui, direttore responsabile di Rinascita popolare, ha per prima cosa raccontato il procedimento che ha portato a definire i nuovi segni identitari, cui lui stesso ha partecipato: "Al nome e al simbolo abbiamo pensato in sette, più il grafico. Se avessimo operato ciascuno da solo avremmo avuto otto nomi e otto simboli diversi, ma nel nostro lavoro siamo stati capaci di ascoltarci e valutare le ragioni che ognuno ha portato alla discussioni: in sole quattro riunioni abbiamo fatto passi avanti. Dopo la prima avevamo approvato il nome all'unanimità, alla fine degli incontri avevamo definito il simbolo con l'accordo di tutti, anche se ciascuno avrebbe voluto qualcosa in più o qualcosa in meno: anche questo è capacità di fare sintesi, mediazione, la più bella lezione di questo lavoro che oggi presentiamo". In quelle riunioni, ha spiegato Risso, si era deciso innanzitutto che il nome doveva essere nuovo: non si sono considerati concetti come "Italia" o "Popolare" ("Ci siamo affezionati, ma è inflazionato"); niente riferimenti, poi, al mondo vegetale o animale, ma si è scelto di lasciare da parte anche termini quali "politica" o "partito", che ai più ormai incute diffidenza ("Sappiamo di essere un partito, come richiede la Costituzione, solo non lo abbiamo scritto nel simbolo") o altri come "laico" che richiederebbero una mediazione culturale non accessibile a chiunque; da ultimo, si è voluto evitare di creare "un recinto identitario", perché l'identità cristiana e costituzionale forte c'è, "ma non volevamo delimitare il campo per una nuova forza politica che vuole essere soprattutto inclusiva, parlando a tutta la società italiana e chiedendo l'adesione sul suo programma". 
Come si è detto, per prima è stata individuata la denominazione, "Insieme": "Un nome - ha detto ancora Risso - scelto in reazione alla stagione dell'individualismo, della diaspora e dell'insignificanza, ma anche alla camicia di forza del bipolarismo muscolare che si è tentato di mettere alla politica italiana". Il nome scelto doveva poi essere tradotto in grafica: certamente nel simbolo domina la parola "Insieme", tinta di un rosso "caldo, tendente all'arancione -  ha precisato Risso - per richiamare le persone con la loro passione politica e civile"; lo stesso colore torna in una delle due maglie della catena, immagine scelta per rendere graficamente il concetto di "insieme", ma anche per richiamarsi alla necessaria vicinanza a realtà, anche diverse e inizialmente non vicine, con cui è importante dialogare per arrivare alla soluzione dei problemi. 
Se una maglia della catena è rossa, l'altra è blu: "Quel colore richiama i contenuti, gli stessi che volutamente sono stati inseriti nella parte inferiore del simbolo, tinta di blu e caratterizzata dalle stelle dell'Europa: non riusciremmo a risolvere nessuno dei nostri problemi in una dimensione solo nazionale, non ci piace l'Europa degli egoismi nazionali ma noi dobbiamo avere l'orgoglio di ripartire e continuare a credere nell'Europa che Alcide De Gasperi aveva pensato e contribuito a creare". "Lavoro e famiglia", "solidarietà e pace", appunto precisati all'interno dell'emblema, sono "quattro ambiti, quattro parole che caratterizzano in modo ampio ed efficace il nostro impegno: questo - ha concluso Risso - non si esaurisce certo in questo ma su questo certamente si concentra".
Al di là della grafica, piuttosto semplice, senza troppe pretese e comunque leggibile, per la cronaca bisogna dire che in questo momento in effetti la parola "Insieme" non è utilizzata all'interno del Parlamento, ma non è certo nuova, nemmeno per il nome di movimenti politici. Giusto alle ultime elezioni politiche, per dire, si chiamava Insieme il cartello elettorale che univa Psi, Area civica, Verdi e ulivisti; nella XVII legislatura si sono visti Tutti insieme per l'Italia (forza politica che consentì ad Alternativa libera di costituire una componente alla Camera) e anche Insieme per l'Italia, nome della componente senatoriale di Sandro Bondi e Manuela Repetti, cui proprio questo sito ha provveduto scherzosamente ad attribuire un simbolo; in più, vari gruppi interni o vicini ai partiti contenevano o contengono quella parola. 

Prospettive "insieme"?

Nel suo intervento, Raffaele Bonanni ha invitato a coinvolgere nel percorso verso il congresso tutti i cattolici possibili, ma è improbabile che tutte le forze convergano in questo progetto. Lo ha subito dimostrato, a modo suo, Gianfranco Rotondi, che già alcuni giorni fa aveva dato qualche dispiacere a coloro che stavano cercando di riattivare la Democrazia cristiana: "Mi costa metterlo nero su bianco: la Dc è finita, ogni tentativo di riproporla dà risultati residuali. La mia Dc [quella "per le autonomie", ndb] ha avuto respiro perché aveva alle spalle Silvio Berlusconi, leader del Ppe, e Fi e il Pdl con percentuali simili a quelle della vecchia Dc. Eravamo lievito in una torta grande dell’elettorato. Oggi Forza Italia è alle percentuali della mia Dc, noi in proporzione stiamo un po’ meglio, ma è un riavvicinamento in discesa dei numeri. Serve una nuova proposta politica dei cattolici". 
Intervistato oggi da Adnkronos sul progetto di Insieme, ha dichiarato: "Il professor Zamagni è una personalità culturale di grande fascino, penso pertanto che il suo contributo alla politica sarà un vantaggio per il Paese. Cercheremo di dialogare ma il nostro progetto a Saint Vincent, venerdì prossimo, si darà un orizzonte più ampio del segmento neo dc che fin qui abbiamo rappresentato. Serve una nuova iniziativa politica capace di dare compimento alle domande che il Santo Padre pone a laici e cattolici". Se un tempo Saint Vincent era il luogo di ritrovo dei convegni della corrente di Forze Nuove di Carlo Donat Cattin, ora per Rotondi dovrebbe essere il punto di partenza di un percorso che "non si propone di dar vita a un partito, piuttosto a un’area trasversale capace di competere coi sovranisti e la sinistra alle prossime elezioni politiche. Se il tentativo nascerà’ e crescerà, naturalmente Zamagni sarà un interlocutore, ma allo stato non sappiamo che accoglienza avranno le nostre ipotesi".
A Saint Vincent, venerdì sera, Rotondi presenterà tra l'altro il libro di Ettore Bonalberti Demodissea, volume sui tentativi di superare la diaspora democristiana di cui anche questo sito si è occupato nei giorni scorsi. Proprio Bonalberti aveva auspicato la convergenza delle forze di chi nei mesi scorsi ha cercato di mettere in piedi, sotto la guida di Giuseppe Gargani, la Federazione popolare dei democratici cristiani (anche se poi le liste non sono state presentate alle regionali) e dei sostenitori del "manifesto Zamagni", perché una forza politica possa di nuovo dare voce alle istanze dei cristiani in politica, a di fuori degli schemi bipolari (lo stesso Bonalberti, tra l'altro, guida il sito www.insiemeweb.it, legato all'associazione Insieme fondata nel 2008 da Giorgio Zabeo, ultimo segretario provinciale della Dc di Venezia). Come finirà e se certe strade si incontreranno, è presto per dirlo; per ora si può solo notare che un nuovo simbolo è nato e i valori li ha già, resterebbe da creare una struttura, radicarla e - soprattutto - farla contare.

mercoledì 14 agosto 2019

Senato, nuovi gruppi grazie ai simboli (e a dispetto del regolamento)?

Mentre ci si prepara alle comunicazioni del presidente del Consiglio Giuseppe Conte il 20 agosto al Senato e il 21 agosto alla Camera, è il caso di tornare su un punto che ieri era stato solo marginalmente toccato, ma è tutto meno che irrilevante, per lo meno su queste pagine. In effetti da ieri, secondo alcuni, l'eventualità che Matteo Renzi abbandoni il Pd assieme agli eletti a lui più vicini è meno attuale, o comunque si allontana nel tempo; nonostante questo, merita un po' di attenzione l'espediente - ad alto tasso simbolico - di cui si era vociferato nei giorni scorsi per consentire la scissione sul piano parlamentare, con la nascita di gruppi autonomi in entrambe le Camere.

La stretta regolamentare...

A Montecitorio, come si sa, è solo questione di numeri, visto che il regolamento consente a qualunque compagine di almeno 20 deputati di costituirsi in gruppo autonomo; fino a tutta la legislatura precedente, anche a Palazzo Madama era così, con la differenza che - visti i numeri dimezzati - di eletti ne bastavano 10. Alla fine della XVII legislatura, tuttavia, i senatori hanno approvato rilevanti modifiche al regolamento dello stesso Senato, che sono intervenute, tra l'altro, rendendo severe le regole per la formazione dei gruppi, per porre un limite e magari scoraggiare la nascita di nuove formazioni politiche, pronte a causare nuovi cambi di casacca (tecnicamente si parla di "transfughismo parlamentare").
In particolare, il nuovo testo dell'art. 14, comma 4 continua a prevedere la consistenza minima di 10 senatori, ma precisa che ogni gruppo "deve rappresentare un partito o movimento politico, anche risultante dall'aggregazione di più partiti o movimenti politici, che abbia presentato alle elezioni del Senato propri candidati con lo stesso contrassegno, conseguendo l’elezione di Senatori", specificando che un gruppo può rappresentare - e, di conseguenza, riportare nel nome - tutti i partiti che abbiano presentato "congiuntamente liste di candidati con il medesimo contrassegno", quindi tutte le forze federate o riunite in cartello (forse, per quello che si può immaginare, anche se quei partiti o movimenti non erano visivamente presenti nel contrassegno). Unica deroga numerica è concessa al gruppo che rappresenta le minoranze linguistiche, che può essere composto anche solo da cinque senatori: il gruppo Per le autonomie sta in piedi con nove membri, anche grazie all'adesione di due senatori a vita (Elena Cattaneo e Giorgio Napolitano), Pierferdinando Casini (su di lui si dovrà tornare) e Gianclaudio Bressa (Pd, ma eletto a Bolzano grazie all'accordo con la Svp). 

... e la via per allentarla

Stando così le cose non ci sarebbe alcuno spazio per la nascita di gruppi che rappresentino partiti nati durante la legislatura: l'art. 15, comma 3 precisa anzi che "nuovi Gruppi parlamentari possono costituirsi nel corso della legislatura solo se risultanti dall'unione di Gruppi già costituiti". Appare chiaro dunque il senso della riforma: unici movimenti concessi tra i gruppi in Senato, in teoria, sono quelli per aggregare, non per disgregare
Il regolamento, in realtà, lascia uno spiraglio per la nascita di gruppi autonomi, citato dallo stesso art. 15, comma 3: al di là del gruppo delle minoranze linguistiche (che può anche nascere a legislatura iniziata), si rimanda al penultimo periodo dell'art. 14, comma 4, in base al quale possono costituirsi gruppi autonomi sempre di almeno 10 senatori, "purché corrispondenti a singoli partiti o movimenti politici che si siano presentati alle elezioni uniti o collegati". L'uso di questi due distinti aggettivi non è casuale e non sono affatto sinonimi (nel diritto, del resto, se si usano parole diverse una qualche differenza di significato deve pur esserci). Parlare di partiti o movimenti uniti alle elezioni rimanda a quelle forze politiche che hanno concorso alla costruzione di una lista, apparendo uniti anche visivamente nel contrassegno comune: facendo l'esempio con la lista Insieme - del tutto casualmente! - ciò consentirebbe la nascita di gruppi del Psi, dei Verdi e dell'Area civica di Zedda, mentre sarebbe più difficile far sorgere un gruppo autonomo ulivista, se non altro perché l'emblema è solo evocato e l'Ulivo come soggetto giuridico non ha partecipato alla lista.
La disposizione, tuttavia, parla anche di partiti o movimenti "collegati", un termine che alla luce della legge elettorale può significare una sola cosa: il riferimento, cioè, sarebbe alle liste collegate in coalizione, che dunque sostengono il medesimo candidato nei vari collegi uninominali. Così, per proseguire l'esempio di prima, la lista Insieme - sempre casualmente! - potrebbe formare, ove se ne creassero le condizioni, un gruppo autonomo di dieci senatori già solo per il fatto di avere partecipato alle elezioni del 2018 come lista della coalizione di centrosinistra, che ha eletto molti senatori nei collegi uninominali: questo anche se, in ipotesi, nessuno degli eletti fosse stato indicato da quella lista, dal momento che è sufficiente che vi sia stato un collegamento e grazie a questo vi siano stati eletti.

Il casus reflectionis e gli altri casi possibili 

Un'operazione del genere potrebbe essere "normale" (o almeno non desterebbe perplessità) per una forza che avesse superato di poco il 3% a livello nazionale e, per la distribuzione dei seggi a livello regionale, non fosse riuscita a raggiungere da sola i 10 senatori con gli eletti nella quota proporzionale, avendo bisogno dei vincitori dei collegi uninominali per arrivare al numero minimo richiesto. Non è detto invece - ma sulle intenzioni non è il caso di fare troppe congetture - che i riformatori avessero in mente di consentire di avere un gruppo, evidentemente con l'apporto di fuoriusciti da altri gruppi, anche a forze politiche coalizzate che avevano ottenuto assai meno di 10 eletti (tutti nei collegi uninominali). Si tratta della situazione, per esempio, della lista Insieme, che al Senato ha ottenuto un solo eletto, Riccardo Nencini, candidato nel collegio uninominale di Arezzo. L'ex segretario del Psi attualmente è vicepresidente del gruppo misto, ma lui stesso avrebbe dichiarato a ilfattoquotidiano.it: "C’è una discussione in corso, ma vedremo cosa accadrà nei prossimi giorni". Discussione su cosa? Sul fatto che possa nascere un nuovo gruppo parlamentare di cui faccia parte lo stesso Nencini (magari guidato da lui stesso, ma forse non è fondamentale), fondato su quello spiraglio regolamentare che consentirebbe alla lista Insieme cui si riferirebbe Nencini di costituirsi in gruppo, accogliendo nel contempo Renzi e i senatori a lui vicini e accostando al nome di Insieme l'etichetta che i renziani dovessero scegliere di darsi (ore fa si parlava di "Azione civile", ipotesi che ora non ha più alcun valore). Ottenendo, tra l'altro, come notava sempre ilfattoquotidiano.it, il risultato politico di non uscire dal centrosinistra, "visto che Insieme era associata proprio al Pd". 
Ora, non si sa se la scissione in casa dem ci sarà e se questo ragionamento resterà solo un esercizio di stile. Risulta chiaro, tuttavia, che se questa strada venisse aperta, potrebbe essere seguita anche da ogni altra lista che ha partecipato in coalizione alle elezioni del 2018, anche se non ha ottenuto suoi eletti nel proporzionale. Si trova in questa condizione, per esempio, +Europa, che al Senato ha eletto solo Emma Bonino nel collegio di Roma - Gianicolense ed è attualmente tesoriera del gruppo misto: questo ovviamente non significa che debba per forza nascere un gruppo di +E (con transfughi venuti da non si sa dove), né che Bonino accetterebbe di unire un nuovo nome al suo, ma formalmente la cosa sarebbe possibile.
Lo stesso scenario riguarderebbe la lista nazionale meno votata della coalizione di centrosinistra, vale a dire Civica popolare, che aveva in bella vista la peonia "petalosa" e il cognome di Beatrice Lorenzin, mentre assai meno leggibili erano le "pulci" di Italia dei valori, Centristi per l'Europa, Unione (per il Trentino, con la margherita di Dellai), L'Italia è popolare e Alternativa popolare. Unico eletto riconducibile alla lista al Senato, com'è noto, è Pierferdinando Casini, come detto aderente al gruppo Per le autonomie; sulla carta, tuttavia, con altri 9 aderenti potrebbe costruire un suo gruppo, denominandolo Civica popolare (ma anche Centristi per l'Europa, volendo: il nome è abbastanza generico) e magari accostare a tale nome quello della compagine che dovesse ospitare.
Anche nel centrodestra, peraltro, c'è un soggetto disponibile: si tratta del cartello Noi con l'Italia - Udc, che a dispetto del suo 1,2% ha eletto quattro senatori nei collegi uninominali, cioè Paola Binetti, Antonio De Poli e Antonio Saccone dell'Udc e Gaetano Quagliariello di Idea. Al momento tutti e quattro sono parte del gruppo di Forza Italia, ma in teoria - anche se è improbabile che loro considerino questa eventualità - potrebbero portare in dote la loro condizione per costituire un gruppo autonomo che porti anche il loro nome, ovviamente solo in seguito all'apporto di almeno sei senatori (il che è tutto meno che scontato, anche perché è tutto da vedere che ci siano le condizioni perché nascano vari partiti per scissione).
Sempre sulla carta, infine, avrebbe le carte per consentire la nascita di un nuovo gruppo anche Liberi e Uguali, che fuori da ogni coalizione ha eletto quattro senatori, tutti nel gruppo misto (compresa Loredana De Petris, che presiede il gruppo come parte della compagine più numerosa). Anche qui la possibilità che nasca un gruppo è puramente teorica, che si immagini l'ingresso di semplici fuoriusciti o (ancora di più) di un raggruppamento organizzato che voglia appoggiarsi a Leu per ottenere la nascita di un gruppo parlamentare altrimenti impossibile. Di ogni opzione, per irreale che sia, è giusto dare conto, a patto di non farla credere come probabile o addirittura imminente.
In questo elenco dei "gruppabili" (orribile, non lo si userà mai più!), si dovrebbero comprendere anche i simboli che al Senato hanno ottenuto un eletto (solo) all'estero: è il caso, in particolare, del Maie - Movimento associativo italiani all'estero, e dell'Usei - Unione sudamericana emigrati italiani. I due senatori del Maie (Ricardo Antonio Merlo e Adriano Cario, eletto però con l'Usei) fanno parte del gruppo misto, quindi in teoria potrebbero ugualmente fungere da leva per ottenere la nascita di un nuovo gruppo; di certo, è meno facile per una forza politica nuova appoggiarsi a un gruppo che ha chiaramente una matrice legata agli italiani all'estero. 

A che pro?

Resterebbero sprovviste di questa possibilità, insomma, solo le liste che hanno partecipato alle ultime elezioni ma che non hanno avuto alcun eletto, nemmeno nei collegi uninominali: niente gruppo (autonomo, ma con altri aventi diritto chissà...), dunque, per Potere al popolo!, CasaPound Italia, Il popolo della famiglia, Italia agli italiani (Forza Nuova e Fiamma tricolore), Partito comunista, Partito valore umano, Per una sinistra rivoluzionaria, Pri-Ala, Autodeterminatzione, Grande Nord, Lista del popolo per la Costituzione, Democrazia cristiana (di Fontana e Grassi), Destre unite - Forconi, Patto per l'autonomia, SìAmo, Stato moderno solidale e Rinascimento - Mir o per il Movimento della libertà (Estero).
Come si diceva, non è affatto detto che tutte le possibilità in campo (sette in totale) si trasformino in gruppi, anzi potrebbe non verificarsene nessuna (in fondo ci vuole pur sempre una compagine nutrita disposta a uscire da un gruppo esistente), ma sulla carta tutto è possibile. E i vantaggi sarebbero indubbi, per chi cambia gruppo e chi dà la possibilità di attivarne un nuovo, quasi come se fosse un taxi: maggiore visibilità - con tempi dedicati nelle discussioni e voce in capitolo nell'organizzazione dei lavori di aula - e soprattutto maggiori risorse e spazi per agire a livello parlamentare.
Rispetto al passato, a legge vigente, almeno un vantaggio verrebbe meno: quello legato alla raccolta firme. In vista dei precedenti appuntamenti elettorali, infatti, avere un gruppo parlamentare in almeno una delle Camere era un risultato molto ambito, perché consentiva spesso di essere esentati dall'onere delle sottoscrizioni; in qualche caso poteva persino bastare l'aver costituito una componente alla Camera (si veda quello che è accaduto alle elezioni del 2008). Questa volta, invece, l'applicazione "a regime" della legge elettorale è chiara nel richiedere, per far scattare l'esenzione, l'esistenza dei gruppi in entrambe le Camere, ma dall'inizio della legislatura: lo sa bene Liberi e Uguali, che alla Camera ha potuto costituire un gruppo in deroga (14 invece di 20 membri, ma aveva partecipato in modo consistente alle elezioni), ma con i suoi quattro eletti non ha potuto fare lo stesso al Senato, dunque dovrebbe raccogliere le firme anche se dovessero arrivare rinforzi per costituire un gruppo autonomo. E questo, si badi bene, nonostante sia stata proprio l'esenzione dalla raccolta firme applicata una tantum alle elezioni del 2018 a permettere la presentazione di tutte le liste che, sulla carta, potrebbero fungere da taxi per forze nate in corso di legislatura che volessero costituire un gruppo autonomo.
Al momento, dunque, rimarrebbero ferme solo le esenzioni dei doppi gruppi esistenti (MoVimento 5 Stelle, Pd, Lega Nord, Forza Italia, Fratelli d'Italia) e della Svp. Tutto questo, ovviamente, a meno che non si decida di mettere mano alla legge, eliminando le esenzioni o estendendole e, già che ci si è, modificando le norme per la raccolta firme. Ma questa, ovviamente, è un'altra storia che merita un'analisi molto più approfondita e lo studio di soluzioni concrete.

sabato 23 dicembre 2017

Insieme, dell'Ulivo restano solo le foglie (per prudenza)

Una regola non scritta in materia di contrassegni elettorali? "Partita finisce quando arbitro fischia"La massima del venerato maestro Vujadin Boškov è già stata ospite in questo sito, generalmente per dire che i simboli presentati prima che la campagna elettorale inizi sul serio possono dissolversi anzitempo; in questo caso, tuttavia, si intende sottolineare che gli emblemi - pur resistendo - possono essere ritoccati fino all'ultimo momento disponibile, ossia quello del deposito presso gli uffici elettorali competenti (e a volte anche dopo, se a chiederlo sono gli stessi uffici o i giudici). 
Alla presentazione dei fregi elettorali mancano ancora meno di tre settimane, ma qualcuno ha già pensato di cambiare il simbolo di Insieme, quello presentato da Psi, Verdi, Area civica e ulivisti. La notizia è stata data sui siti della lista "Insieme 2018" e del Partito socialista, con tanto di nota ufficiale diramata dai promotori del progetto politico-elettorale:
I promotori della Lista di ispirazione ulivista 'Insieme', Angelo Bonelli, Riccardo Nencini e Giulio Santagata hanno oggi visionato ed approvato il piccolo restyling del simbolo della lista: "Abbiamo pensato che il ramoscello avrebbe potuto ingenerare confusione al momento del voto, per questo abbiamo deciso che il richiamo all'esperienza dell'ulivo potessimo lasciarlo con le foglie. In questo caso per noi le foglie sono sostanza e contenuto. Ma stanno lì anche per indicarci la strada: lavorare per l'unita del centrosinistra, come auspicato da Romano Prodi anche nell'ultimo suo messaggio, nel quale ci ha incoraggiato sottolineando che 'conta l'ispirazione ulivista' e aggiungendo di essere sicuro 'che questa iniziativa possa dare un utile contributo'.""Siamo consapevoli che l'obiettivo comune di tutti i nostri compagni di strada sia quello di sconfiggere il populismo e la destra. 'Insieme' è nata per influenzare le politiche di governo del centrosinistra e siamo convinti che la coalizione sia l'unica strada percorribile e giusta". Lo hanno spiegato Bonelli, Nencini e Santagata licenziando il simbolo definitivo. 
Si temeva, dunque, una possibile confusione al momento del voto e, dunque, anche possibili accuse di avere messo in campo una "furbata" per recuperare qualche voto in più. Senza bisogno che si arrivasse alla fase del voto, tuttavia, la scelta di non presentare esattamente lo stesso ramo che aveva caratterizzato l'Ulivo evita fin dall'inizio che possa sorgere qualche controversia presso il Viminale sull'eventuale confondibilità tra contrassegni. Si era detto che l'uso del rametto disegnato da Andrea Rauch era stato concesso direttamente dall'associazione I Democratici, di cui è legale rappresentante Arturo Parisi (ma forse no, visto che tre giorni fa su Repubblica si leggeva in un articolo di Giovanna Casadio che "è assai probabile che non ci sia neppure il ramoscello d'Ulivo, che è il marchio politico della lista, dal momento che l'Associazione che ne detiene il brand, costituita da Romano Prodi, Arturo Parisi, Franco Monaco e Marina Magistrelli, presieduta dall'avvocato Mario Epifani, ha diffidato i neo ulivisti dall'uso"); soprattutto, però, il Pd è presente in Parlamento dal 2008 e da allora ha sempre avuto il rametto ulivista nell'emblema, dunque qualche problema di confondibilità (non lamentato dal Pd, ma sollevato dal Ministero nell'interesse dell'elettore, a norma dell'art. 14, comma 6 del testo unico per l'elezione della Camera) si sarebbe potuto porre.
Oltre a togliere il ramo, si è deciso di spostare le foglie nella parte destra del contrassegno, ponendole sopra la "e" di "insieme": in questo modo, tra l'altro, sulla seconda "i" (che nascondeva in parte il rametto, per cui la rinuncia a questo non è nemmeno troppo pesante) è diventato necessario ripristinare il puntino, colorato di rosso come per quello della prima lettera. Si deve in ogni caso ammettere che, anche senza legnetto, ridotto di dimensioni e decentrato, l'Ulivo è comunque visibile (benché sulla scheda finisca per misurare pochi millimetri) e l'equilibrio generale della composizione non risulta alterato. Altri problemi non ce ne dovrebbero essere, dunque il simbolo di Insieme può considerarsi definitivo: unica preoccupazione, ora, sarà raccogliere voti e portarli alla coalizione.

giovedì 14 dicembre 2017

Psi, Verdi e civici "Insieme" e rispunta l'Ulivo

Dopo il ritiro di Giuliano Pisapia e del suo Campo progressista - e in attesa di sapere se Emma Bonino e Riccardo Magi riusciranno a raccogliere le firme per presentare la loro lista di PiùEuropa - da oggi accanto all'emblema del Pd c'è almeno un altro simbolo quasi certo: quello della lista Insieme, che si propone di raccogliere il consenso degli elettori socialisti, ambientalisti e persino - cosa che non mancherà di suscitare interesse - di coloro che ancora si ritengono o sono definiti "prodiani".
A parlare è proprio il contrassegno elettorale in sé, che è stato presentato questa mattina a Roma. I drogati di elezioni potrebbero facilmente ricordare che per la prima volta si appresta a comparire sulle schede elettorali nazionali, anche se miniaturizzato, il simbolo del Partito socialista italiano di Riccardo Nencini (l'ultima apparizione nel 2008, a dire il vero non troppo fortunata - poco al di sotto dell'1% - era stata del quasi identico simbolo del Partito socialista, ancora guidato da Enrico Boselli, con un nome più corto e senza tricolore): proprio la presenza della "pulce" del Psi, tra l'altro, dovrebbe consentire alla lista di essere esentata dalla raccolta firme, vista la presenza consolidata al Senato del gruppo Per le autonomie - Psi - Maie (sperando che il Maie non ambisca allo stesso beneficio); mancava invece dalle europee del 2009 il simbolo della Federazione dei Verdi, quando fu utilizzato - accanto alla rosa del Ps-Pse - per esentare dalle firme la (non fortunata) lista Sinistra e libertà, ma al successivo turno elettorale per l'Europarlamento il sole che ride era comunque presente all'interno della lista Verdi europei (altrettanto sfortunata).
Al di là dei simboli appena citati (accanto a quello dell'Area civica volta a rappresentare le candidature di sindaci ed esponenti della società civile, a partire da Massimo Zedda: si tratta di ciò che resta dell'area Pisapia e il colore arancione non è scelto a caso), anche chi non si ritenesse a ogni effetto un election addicted, tuttavia, non potrebbe non rimanere colpito dalla decisa connotazione "prodiana" della lista - che ha tra i suoi promotori l'ex ministro Giulio Santagata - e dello stesso contrassegno elettorale. Lo dice forte e chiaro il rametto di ulivo, anzi, proprio quel rametto di Ulivo (rigorosamente con la maiuscola) creato alla fine del 1995 da Andrea Rauch e ora posto in decisa evidenza, lo dice il riferimento all'Europa nel simbolo, lo dice anche in qualche modo il nome scelto, "Insieme" - scritto tra l'altro in blu con il puntino rosso della "I", ricordando sia l'apostrofo dell'Ulivo sia la I dei Democratici, successiva reincarnazione dei prodiani. "Insieme", accanto alla parola "Italia", finisce per ricordare lo slogan "Insieme per l'Italia" posto nel simbolo dell'Ulivo nel 2001 (e chissà se è stato lasciato da parte per evitare rimandi alla sconfitta rutelliana, visto che per qualcuno inizialmente il nome usato per la nascente lista era proprio quello).
Potrebbe sembrare strano per qualcuno vedere l'Ulivo "duplicato", in miniatura nel simbolo del Pd (dove sta dal 2007 e dov'è tuttora, a dispetto delle richieste di rimuoverlo da parte del suo creatore) e molto più grande in quello della lista Insieme, al punto che i funzionari del Ministero dell'interno potrebbero anche chiedere alla lista di rimuovere il rametto, per non ingenerare confusione tra le due listeL'ipotesi è estrema, ma non del tutto infondata, visto il metro di giudizio severo impiegato in alcuni casi: alle europee del 2009, per dire, il Viminale si era impuntato anche per far rimuovere una fiammella alta tre millimetri dal contrassegno del cartello L'Autonomia, in cui era presente anche La Destra (in un anno in cui Alleanza nazionale nemmeno si presentava più), così come nel 2013 aveva momentaneamente ricusato il simbolo della Lega perché il cognome di Giulio Tremonti (nella pulce di 3L) era stato scritto con la M in evidenza e avrebbe potuto confondersi con le liste di Mario Monti, Presidente del Consiglio uscente.
Il fatto che l'ipotesi sia fondata, tuttavia, non la rende comunque plausibile: dal momento che la lista sosterrà proprio con il Pd gli stessi candidati all'interno dei collegi uninominali, è molto probabile che il Ministero dell'interno scelga di non ricusare un simbolo verosimilmente concordato con i vertici dem (non è da escludere che vi sia un accordo formalizzato sulla coesistenza dei due Ulivi). Proprio il Pd, del resto, dalla lista Insieme avrebbe tutto da guadagnare: i voti dati a questa, infatti, andranno a vantaggio dei comuni candidati uninominali, mentre la lista stessa rischia di non capitalizzare i consensi ottenuti (la soglia del 3% non è proprio alla portata di questo progetto, ma non si può mai sapere). Ironia della sorte, colpisce vedere rispuntare l'Ulivo in una lista dei prodiani diversa dal Pd (nelle cui candidature si libererebbero tra l'altro dei posti), quando nell'associazione L'Ulivo il rappresentante dei prodiani - e legale rappresentante della stessa, nonché titolare del simbolo assieme al Ppi Nicodemo Oliverio e al (P)Ds Lorenzo Simula - era Stefano Ceccanti, oggi convinto sostenitore del Pd e di Matteo Renzi. Ma dal costituzionalista, a differenza di quanto capitato nei giorni scorsi dopo la comparsa di Liberi e Uguali - certamente questa volta non arriveranno moniti al non uso dell'antico simbolo creato da Rauch.