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mercoledì 3 maggio 2023

Ricordare Andrea Augello con i suoi simboli (incluso Cuori italiani)

Quest'oggi si è celebrato il funerale di Andrea Augello. Chi scrive - è giusto precisarlo subito, per il pieno rispetto di chi legge - non ha seguito in modo approfondito il suo percorso, pur non avendolo mai perso di vista (sentendosi peraltro parte di una diversa area politica); varie ragioni, in ogni caso, suggeriscono che anche ad Augello sia dedicato uno spazio su questo sito. Al di là dell'impegno non breve all'interno del Parlamento italiano (è stato senatore per quattro legislature, inclusa quella attuale, per lui durata meno di un anno), Augello con il suo impegno e la sua militanza ha attraversato in prima persona e non di rado in prima fila varie fasi delicate per la destra italiana e per il panorama politico in generale. La dignità di quel percorso è dimostrata, tra l'altro, dalle reazioni e dai pensieri di vicinanza poco formali e molto sentiti che figure politiche anche molto distanti da Augello hanno offerto in questi giorni. In quello stesso percorso Augello ha associato il proprio nome a vari simboli, uno dei quali - Ecco uno dei motivi, solo apparentemente minore, per cui ha piena cittadinanza in questo spazio - è stato legato espressamente a lui.
Inevitabilmente l'emblema cui Andrea Augello ha dedicato il maggior numero di anni della sua vita si identifica con la fiamma tricolore: prima quella del Movimento sociale italiano - Destra nazionale (insieme alla fiaccola della Gioventù nazionale, organizzazione nella quale si impegnò a lungo), poi quella - ridotta - di Alleanza nazionale (con cui divenne per la prima volta consigliere regionale nel Lazio, nel 1995), per finire con quella (senza base) di Fratelli d'Italia, con cui a settembre dell'anno scorso era stato rieletto in Senato. Un segno di identità e di coerenza, da più punti di vista, senza che questo tolga valore e senso al percorso che negli anni il politico ha compiuto, con approdi in case politiche almeno in parte affini, ma di certo non sovrapponibili. Non sembra fuori luogo ricorrere, per descrivere quel cammino (soprattutto dal 2008 al 2018), ad alcuni versi di Giorgio Caproni: "Devi perseverare, / usare buona pazienza. / Ricordalo, se vuoi arrivare / al punto di partenza": ovviamente Msi-Dn e Fdi non coincidono, ma si ha rispetto dei punti (umani, ideali e grafici) di tangenza.
Di certo non fu banale il passaggio dal Msi ad An, men che meno dev'esserlo stato per Andrea Augello, che negli anni precedenti era stato vicino a Pino Rauti. Nel 1995 di Fiuggi (fu membro della segreteria di quel congresso), a lui come a varie altre persone toccò decidere a quale idea e pratica di destra continuare a dare il proprio contributo: scelse la via tracciata da Gianfranco Fini e la percorse tutta, sino a quando il partito che voltò pagina all'inizio del 1995 (di fatto incorporando l'Alleanza nazionale votata dagli elettori nel 1994 e adottandone il nome) rimase in attività. Con il simbolo di An fu eletto tre volte come consigliere regionale in Lazio (1995, 2000, 2005) e ottenne per la prima volta un seggio in Senato nel 2006, nelle elezioni vinte di misura dalla coalizione di Prodi. 
Due anni più tardi, finita in anticipo la XV legislatura, tornò a Palazzo Madama, ma con il simbolo del Popolo della libertà, un progetto nato come elettorale, ma pensato per diventare anche politico nel giro di qualche mese. Da un certo punto di vista era accaduto lo stesso tra il 1994 e il 1995 con An, ma oltre un decennio dopo non c'era - almeno all'inizio - un'alternativa alla fusione con Forza Italia in un nuovo soggetto politico che avrebbe dovuto costituire una vera novità nel centrodestra, voltando ulteriormente pagina. Così, a marzo del 2009, alla Fiera di Roma, nel giro di una decina di giorni si celebrarono l'ultimo atto di Alleanza nazionale (con l'idea di costituire una Fondazione, che pure non avrebbe avuto vita facile e che avrevve visto lo stesso Augello tra gli amministratori) e quello fondativo del Pdl. Fu un tentativo di fondare una nuova storia, in cui Augello poté ottenere due successi importanti (la vittoria di Gianni Alemanno come sindaco di Roma e quella di Renata Polverini come presidente della regione Lazio, a dispetto dell'incidente della lista del Pdl a Roma), ma dopo una manciata di mesi la navigazione perse la tranquillità. Di fronte all'aggravarsi delle frizioni tra Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi, Augello si spese di certo per fare emergere una soluzione; quando la rottura divenne insanabile, tuttavia, scelse - ci si permette di pensare, non a cuore leggero - di continuare a camminare lungo la via del Pdl (nel frattempo era diventato sottosegretario alla pubblica amministrazione e innovazione), preferendo non spostarsi su quella di Futuro e libertà, che si sarebbe di fatto interrotta con le elezioni politiche del 2013.
Pochi mesi dopo quel voto, però, per Augello fu di nuovo il tempo di una scelta, visto che fu proprio la via del Pdl (che lo aveva appena confermato al Senato) a consumarsi, a novembre del 2013. Quando Berlusconi ritenne opportuno ridestare Forza Italia e anche alcuni di coloro che avevano avuto ruoli di spicco in An (a partire da Maurizio Gasparri) lo seguirono, Augello scelse diversamente. Non optò per la bandierina tricolore e non si legò nemmeno a quegli stessi colori annodati che Giorgia Meloni, Ignazio La Russa e Guido Corsetto avevano scelto (già da un anno) per Fratelli d'Italia: ritenne forse più coerente con il suo percorso cercare di costruire il Nuovo centrodestra, assieme ad Angelino Alfano e ad altre persone che non avevano voluto il ritorno a Forza Italia.
Dopo un anno e mezzo, tuttavia, quella casa politica dovette far sentire a disagio augello, soprattutto per la partecipazione duratura al governo Renzi, nato con premesse diverse rispetto a quelle con cui si era formato il governo Letta e attestato su posizioni politiche e valoriali differenti. Colse dunque la prima occasione utile e concreta per costruire qualcosa di diverso: alla fine del 2015 con Gaetano Quagliariello e altre figure di spicco costituì Idea (Identità e azione); con lui fece lo stesso percorso la moglie, Roberta Angelilli (che aveva condiviso pure le tappe precedenti, dal Msi ad An al Pdl, fino a Ncd). Augello rimase lì anche quando lasciò il gruppo senatoriale Grandi autonomie e libertà per aderire a quello di Conservatori e riformisti, consentendo a questo di non sciogliersi, almeno per qualche mese.
Proprio in quel contesto, all'inizio di febbraio del 2016, nel consiglio regionale del Lazio apparve il gruppo Cuoritaliani, indicato dai media fin dall'inizio come prima proiezione di un movimento legato all'allora senatore Augello (e al suo collega Vincenzo Piso). Se il cuore era già comparso nel 2013 sulle schede elettorali romane legato ad Alfio Marchini (e vi sarebbe tornato tre anni dopo), il tricolore-cuore e il senso di "Comunità in movimento" caratterizzò invece il disegno di Augello: Cuoritaliani (o Cuori italiani) comparve anche in più di una competizione elettorale locale nel territorio regionale, con il simbolo adattato a seconda del comune. Non era la politica nazionale, ma non veniva meno il legame con il territorio, che di certo ha sempre caratterizzato l'attività di Augello.
Non ricandidato dal centrodestra nel 2018, Andrea Augello saltò la XVIII legislatura, quella iniziata con il governo giallo-verde (Conte I), proseguita con il governo giallo-rosso (Conte II), sconvolta dalla pandemia Covid-19 e portata alla conclusione (anticipata) dal governo Draghi, con Fratelli d'Italia come maggiore forza di opposizione. E proprio a Fratelli d'Italia augello aveva scelto di aderire con Cuori italiani a dicembre del 2018: "In molti stanno rispondendo all’appello che qualche mese fa abbiamo lanciato per la costruzione di un grande movimento conservatore e sovranista e per un grande risultato alle prossime elezioni europee. Solo se cresce Fratelli d’Italia, infatti, sarà possibile riportare il centrodestra al governo" disse Giorgia Meloni in quell'occasione, mentre le agenzie parlarono di un nuovo passo verso quel movimento. In Fdi augello ritrovò vari compagni di strada del passato (incluso Fabio Rampelli, considerato a lungo "rivale" dello stesso Augello sul territorio) e più avanti sarebbe arrivato anche Raffaele Fitto, promotore dei Conservatori e riformisti al cui gruppo l'ex senatore aveva aderito. Quando in piena estate si avviò la macchina verso le elezioni del 25 settembre 2022, dovette sembrare naturale riproporre la candidatura di Andrea Augello, già minato dalla malattia. Fu eletto nel collegio plurinominale Lazio - P02 (Viterbo - Guidonia - Latina) e poté iniziare la sua quarta legislatura. L'ultima e la più breve, non a causa di uno scioglimento anticipato. Fiamma o cuore (sempre tricolori), Libertà o Idea, il percorso di Augello merita rispetto, perché lo ha meritato innanzitutto lui. Chiunque appartenga alla schiera dei #drogatidipolitica può riconoscerlo, ringraziando per l'impegno, da qualunque parte lo si guardi.

venerdì 12 gennaio 2018

Fratelli d'Italia, torna il nome di Meloni (e purtroppo anche la matrioska)

Qualche giorno fa, in occasione del vertice del centrodestra ad Arcore, lo stesso giorno della diffusione online del simbolo di Forza Italia per le prossime elezioni politiche, era stato anticipato dal Tg1: se Silvio Berlusconi e Matteo Salvini avevano messo il loro nome nell'emblema delle loro liste, Giorgia Meloni avrebbe fatto lo steso con Fratelli d'Italia. Era solo questione di aspettare un po', a costo di scoprirlo il giorno della presentazione del contrassegno al Ministero dell'interno, proprio come accadde prima delle elezioni europee del 2014.
In rete, però, in questi giorni ha iniziato a circolare la possibile nuova versione del simbolo: così almeno dovrebbe essere, essendo stato inserito in grafiche da manifesto. Il nome della leader effettivamente c'è ed è tutto intero, nome e cognome, anche se il secondo ovviamente è molto più evidente e difficilmente illeggibile, nell'ormai solita font Nexa (Black per il cognome, Light per il nome). Come colore è stato scelto il giallo, probabilmente per rendere meglio come contrasto cromatico: si trattava infatti dell'unica tinta primaria che non figurava nell'emblema di Fratelli d'Italia e la scelta dev'essere stata piuttosto naturale. Del resto, la stessa opzione cromatica era stata perseguita sempre nel 2014, anche se stavolta il nome sembra molto meno "incastrato".
Se i militanti possono aver accolto di buon grado il ritorno del nome di Meloni sul simbolo (ed eventuali persone di diversa idea probabilmente avranno fatto pace in fretta con l'innovazione, augurandosi solo che non ci siano le scintille per la leadership di coalizione com'era accaduto nel 2006), è invece probabile che siano stati colti da disappunto nello scoprire che il simbolo di Fdi è stato inserito in un altro cerchio esattamente con la stessa struttura grafica (parte superiore dominante blu scura, segmento inferiore bianco) e che in alto ospita il nome della leader. Pur non essendoci più il simbolo di Alleanza nazionale, l'emblema circolato in questi giorni fa di nuovo l'effetto matrioska o, se si preferisce, a cannocchiale. Il cerchio grande contiene il cerchio medio di Fdi, che a sua volta contiene quello piccolo, non delimitato della fiammella tricolore. 
Tanto erano sollevati iscritti e simpatizzanti di Fratelli d'Italia per essersi liberati di quella struttura non facile da gestire (e che aveva prodotto risultati visivi non proprio ottimali), tanto ora - se il simbolo circolato in questi giorni dovesse essere confermato - dovranno riabituarsi a convivere con tre cerchi uno dentro l'altro. E meno male che, in fondo, uno stavolta non si vede e l'effetto complessivo non sembra nemmeno troppo sgraziato. Se la matrioska fosse rimasta consegnata al passato, però, non avrebbe pianto nessuno.

venerdì 11 agosto 2017

An pronta a sparire da Fratelli d'Italia?

Se ne parla da tempo, tra auspici, "si dice", timori e appelli, ma forse il momento di una nuova evoluzione politica per Fratelli d'Italia si sta avvicinando davvero. Il percorso verso una destra nuova, sufficientemente svincolata dal passato, sarebbe messo in luce dalla decisione di togliere la "pulce" di Alleanza nazionale (con tanto di riferimento alla fiamma del Msi), che dovrebbe - o, almeno, potrebbe - avvenire nei prossimi mesi. Lo ha scritto giusto oggi Alberto Custodero in un suo articolo sulla Repubblica, sostenendo che al posto del riferimento al partito che costituì l'evoluzione del Msi sarebbe stato inserito il nome di Giorgia Meloni:
Via Alleanza Nazionale (con annessa 'fiamma'), dal simbolo di Fratelli d'Italia. Al suo posto, il logo "Giorgia Meloni". La decisione è stata presa in queste ore dai fondatori del partito, Ignazio La Russa, Giorgia Meloni e Guido Crosetto, e sarà ufficializzata in occasione del Congresso nazionale di novembre. Non è la prima volta che si parla di questo 'ritocco' del simbolo, in casa Fdi. Ma con le elezioni politiche in vista, è stata impressa una accelerazione. 
Quella anticipata da Custodero non sarebbe certo una mera scelta di maquillage grafico (anche se sarebbe tutt'altro che inopportuna, visto che con i tre cerchi uno dentro l'altro sembrava un cannocchiale o - definizione di Alessandro Gilioli - una matrioska; il nome di Meloni, poi, starebbe molto meglio in basso, piuttosto che incastrato in alto com'era alle europee del 2014), bensì "una vera operazione politica di vasta portata" con tre obiettivi strategici. 
Il primo sarebbe attirare all'interno del partito soggetti di area centrista, non più intimoriti dalla presenza di un elemento grafico chiaramente di destra come è l'emblema di An: "non è certo un mistero - scrive Custodero - che da mesi Guido Crosetto sia regista di una diplomazia sotterranea che prevede un pressing su Raffaele Fitto e Giulio Tremonti per convincerli a un eventuale ingresso nel partito di Giorgia Meloni, una volta fatto sparire il simbolo, per loro incompatibile, di An". Ed è curioso e significativo che tutto questo sia attribuito a Crosetto che, pur essendo stato uno dei fondatori di Fratelli d'Italia e pur avendo avuto familiarità politica con Fitto e Tremonti negli anni dell'ultimo governo Berlusconi, è ufficialmente lontano dalla politica dal 2014. 
Il secondo obiettivo sarebbe la costruzione di "una grande e (possibilmente) vincente coalizione di centrodestra": non che questo, per carità, non si potesse o non si possa fare con la "pulce" di An (che, anzi, in un primo tempo ha sicuramente dato più consenso a Fdi, al di là di quello che si dirà tra poco), ma probabilmente questo fine è conseguenza del primo, nel senso che imbarcare più soggetti politici di quanto non sia stato in passato potrebbe portare più voti e, magari, la vittoria. 
Il terzo obiettivo sarebbe quello più delicato: "dare un segnale di discontinuità con Gianfranco Fini, il cui nome è legato a filo doppio ad An". Il partito vorrebbe insomma evitare ulteriori "danni all'immagine" legati alla figura dell'ex presidente della Camera, prima per le vicende legate al "caso Tulliani", poi per la sua scomoda posizione di indagato per complicità in riciclaggio per episodi collaterali all'affaire della "casa di Montecarlo". 
Certo, il problema potenzialmente era già presente quando Fratelli d'Italia aveva chiesto per la prima volta l'uso del simbolo alla Fondazione An (alla fine del 2013), ma allora - così come nel 2015 - si era probabilmente valutato che i vantaggi dall'acquisizione del simbolo erano maggiori rispetto agli svantaggi: ci si poteva accreditare come "il partito della destra", recuperando un po' di voti di coloro che in passato avevano scelto An e non si trovavano più in alcuna forza politica, ma soprattutto si toglieva quello stesso simbolo dalla disponibilità di altri gruppi (prima Storace, Poli Bortone e altri potenziali rifondatori di An, poi Alemanno, i "quarantenni" e altri che miravano a un diverso contenitore politico). A distanza di qualche anno, il simbolo "in comodato" probabilmente ha esaurito il suo effetto propulsivo e, anzi, può tarpare le ali, quindi può essere più opportuno rimetterlo a riposo. Sarà così?

mercoledì 3 agosto 2016

An via da Fratelli d'Italia? Le reazioni

Era inevitabile che la proposta di Giovanni Donzelli di togliere dal contrassegno di Fratelli d'Italia il simbolo di Alleanza nazionale avrebbe provocato reazioni di vario tipo, all'interno dello stesso partito ma non solo. Il primo a tastare il polso, ovviamente, è stato Il Tempo, che ieri in un pezzo di Antonio Rapisarda dava conto di varie posizioni all'interno di Fdi, anche se in questo caso nessuno si schiera apertamente per lo spegnimento della fiamma. 
Anche chi, come l'ex europarlamentare Carlo Fidanza, ammette che An è "una storia finita male" e che il tentativo di riproporre all'interno il modello di An anche grazie al simbolo ha recuperato "una quota di elettori limitata", sottolinea però che occorre "mantenere un richiamo simbolico alla tradizione della destra, con una fiamma, aggiornata, Anche Edmondo Cirielli, che rappresenta Fdi alla Camera, considera "valida la riflessione di Donzelli", ma la ritiene comunque "frettolosa" (soprattutto nella parte in cui rischia di "compromettere l’ottimo rapporto con Salvini"), anche se poi riconosce che "non può essere la vecchia An l’orizzonte. Ci piacerebbe stavolta essere i federatori, con Lega e Forza Italia», a patto che Fi e altri gruppi chiariscano la loro posizione. 
Altri, più semplicemente, per usare le parole di Rapisarda, "non si appassionano al tema del simbolo": è il caso del responsabile famiglia Federico Iadicicco, per il quale "An sì o no è un dibattito sbagliato" e bisogna piuttosto "rimettere al centro i valori di fondo sui quali costruire la fase ulteriore del progetto". O, volendo, del responsabile dipartimenti tematici Marco Scurria, che pure sul punto qualcosa dice: "Nel momento in cui nasceva una nuova storia bisognava far capire chi era l’erede. Oggi è un dato ormai assimilato" e ora che Meloni è riuscita ad aggregare intorno a sé il centrodestra che sta davvero contro Renzi, occorre pensare soprattutto a creare "un centrodestra nuovo e maturo"
L'hanno presa decisamente meno bene alcuni esponenti di destra esterni a Fratelli d'Italia, a partire - come era prevedibile - da Francesco Storace. Nel suo editoriale di ieri per il Giornale d'Italia ha scritto che "riesce difficile immaginare come conciliare il fuoco senza la fiamma", riferendosi all'espressione "il fuoco divampa", usata da Giorgia Meloni per parlare di Fdi: ha sostenuto che in quel partito "si scopre che per prendere voti e' meglio ignorare la propria storia, salvo mettersi in cattedra a dare lezioni ad altri" e che, se si può anche ritenere superata Alleanza nazionale ("ma è stata una storia accompagnata dal consenso di milioni di italiani, come lo fu quella del Msi"), non si capisce perché nella Fondazione An si è condotta una battaglia "per impossessarsi di un simbolo che si vuole mandare in soffitta, rompendo anche ogni tipo di relazione con chi la pensa al contrario". 
Oggi, sul Tempo, intervistato sempre da Rapisarda, Storace rincara la dose: "Quel simbolo venne definito 'una minestra riscaldata' quando lanciammo noi quest'idea [di riutilizzare l'emblema di An, ndb]. La minestra riscaldata invece è diventata buona perché se lo sono presi loro il simbolo da una fondazione di cui non faccio parte, perché per me i partiti nascono dalla società. Poi adesso si dice che questo simbolo potrebbe non attrarre più", e qui il leader della Destra bacchetta Marcello Veneziani, che a Rapisarda aveva detto di condividere l'abbandono del simbolo di An, un'esperienza di cui la destra non può essere orgogliosa, e che le sole resistenze erano volte a "evitare che quel simbolo possa essere utilizzato da altri e possa determinare ulteriori lacerazioni in un mondo che è già di per sé sfasciato". "Tu non credi più in Dio e non ci dovrei credere nemmeno io?", è la lapidaria risposta di Storace (tanto simile a quella che mi sentii dare poco meno di tre anni fa per Termometro Politico). Pur credendoci, stavolta Storace non chiede il simbolo di An per sé: "Quello che succederà si vedrà. Se la Meloni fosse stata saggia e avesse fatto un percorso di grande destra inclusiva probabilmente il problema non me lo sarei nemmeno posto. Tant’è vero che ho scritto 'Togliete i rancori, non i simboli'".
Sulla questione è intervenuto pure l'ex parlamentare di An Antonio Buonfiglio, ex parlamentare di An (e anche tra coloro che, con vari procedimenti giudiziari, si è opposto ai passaggi che di fatto hanno portato alla nascita della Fondazione An): "l’utilità di An si vede dal fatto che da quando è stata sciolta c’è stata l’irrilevanza politica di un’intera classe dirigente", per cui "scongelare il simbolo di An" per le europee del 2014 voleva dire riprendere "la migliore espressione della destra". Purtroppo però per Buonfiglio "Fdi non ha valorizzato questo simbolo, tant'è che oggi i suoi dirigenti sembrano volersene disfare". 
Altrettanto prevedibile, quanto la reazione di Storace, è la reazione del Movimento sociale italiano fondato da Gaetano Saya e guidato da Maria Antonietta Cannizzaro: "Dopo anni di battaglie giudiziarie, udienze, appelli e lotte legali da parte del nostro Presidente Cannizzaro, affiancata dal pool degli Avvocati del nostro Partito, finalmente la leader Giorgia Meloni annuncia la rinuncia al simbolo di AN, utilizzato in questi anni (la Fiamma Tricolore, nostro per storia, eredità e diritto) - scrive la dirigente nazionale Candida Pittoritto -. Il nostro Presidente ha lottato con tutte le proprie forze per ridare al MSI-DN il ruolo politico/storico che merita. [...] Siamo tornati, con tutte le carte in regola, col riconoscimento assodato e ufficiale che l’unica vera Destra siamo noi. Questa è solo la prima di una lunga serie di vittorie che otterremo da oggi in poi". Posto che Meloni non ha detto esattamente così, la battaglia sembra tutt'altro che vinta: le delibere della Fondazione An restano per ora efficaci e la causa civile che al momento vede il Msi prevalere (con una sentenza di appello che contiene vistosi errori in fatto e in diritto) non è ancora chiusa. Ma di tempo per approfondire ce ne sarà parecchio ...

lunedì 1 agosto 2016

Donzelli: "An è un feticcio, via dal simbolo di Fratelli d'Italia"

Che in Fratelli d'Italia più di qualcuno - specie tra i più vicini a Fabio Rampelli - non fosse proprio felice di vedere nel proprio contrassegno la fiamma che dal Movimento sociale italiano era passata ad Alleanza nazionale si sapeva, forse più all'interno del partito che all'esterno ma era cosa nota. Due giorni fa lo ha messo nero su bianco Giovanni Donzelli, membro dell’esecutivo nazionale di Fdi, vicino da tempo a Giorgia Meloni: lo stesso che - assieme ad Andrea Delmastro - mesi fa aveva minacciato una sorta di azione legale contro Angelino Alfano e tutto il Nuovo Centrodestra, se non avessero tolto il riferimento alla destra da nome e simbolo di Ncd. 
In effetti, poco meno di un anno fa, quando ancora si discuteva della possibilità - poi abortita - di un impegno politico più diretto della Fondazione An, magari col vecchio simbolo, Donzelli era stato abbastanza chiaro nel dire che la destra "non si può basare su uomini e simboli del 1994". Per chi allora era assente o non aveva voluto capire, tuttavia, questa volta il concetto lo ha ripetuto in modo inequivocabile. Lo ha fatto con una lunga riflessione, intitolata significativamente Una nuova fase per Fratelli d'Italia, pubblicata sul suo blog personale: a dare maggiore visibilità a quei pensieri ha provveduto un articolo di Carlantonio Solimene sull'edizione di oggi del Tempo, ripreso anche da altre testate.
Donzelli, che Solimene definisce "parte a pieno titolo della 'generazione Atreju'" e che ha mosso i primi passi nel mondo della destra a metà degli anni '90, parte dalla constatazione che "l'ex centrodestra non esiste più" e che per tutti i soggetti che ne hanno fatto parte è il momento di pensare al proprio futuro politico. Un futuro che, per Fdi, dovrebbe partire da alcuni dati di peso, alcuni soddisfacenti o molto soddisfacenti (da Roma a Grosseto, da Novara a Terracina, fino al piccolo comune di Rosazza, conquistato a mani basse da Francesca Delmastro), altri decisamente meno. E dovrebbe partire da una consapevolezza: anche se non si è ancora espresso del tutto "il potenziale immenso" del progetto politico, di fatto in voti assoluti tra Roma e Milano "Fratelli d'Italia è il primo partito del centrodestra".
Se nel messaggio c'è un garbato, ma fermo no alla proposta di Stefano Parisi ("la lista civica di Giorgia Meloni su Roma ha preso più voti della sua lista su Milano"), che difficilmente potrebbe vincere sull'intero territorio italiano "facendo il Marchini nazionale" e magari insistendo a ipotizzare larghe intese, c'è soprattutto un punto fermo: per una solida e vincente alternativa a Renzi e al M5S la destra deve fare (e merita di fare) un salto di qualità, per il quale, secondo Donzelli, è "necessario abbattere qualche totem e superare qualche resistenza mentale". 
La frase è un trampolino, una rampa di lancio per il missile pronto a colpire nel segno, che arriva subito dopo: "personalmente credo che sia arrivato il momento di consegnare definitivamente alla storia l'esperienza di Alleanza Nazionale: è ormai un feticcio che ci distrae dall'immaginare il futuro". Si sente immediatamente odore di museo, rumore di vetrine chiuse, di ferri vecchi mollati in cantina. Ma, volendo, pure di arnesi per smontare il simbolo di An dal contrassegno di Fdi: "Anche graficamente - precisa sempre Donzelli, a scanso di equivoci - credo sia utile immaginare un logo senza richiami al passato e capace di comunicare apertura e non una serie di chiusure concentriche". Una frase, questa, che può avere un doppio livello di lettura: quello più radicale suggerirebbe di ripensare tutta la struttura grafica dell'emblema, che del fregio politico di An era decisamente debitore; il nucleo minimo - e irriducibile - della proposta, invece, si accontenterebbe di veder sparire la pulce con la fiammella dal cerchietto di Fdi. 

venerdì 1 luglio 2016

Quale futuro per Fratelli d'Italia e il centrodestra?

Se il Pd dopo le ultime amministrative può piangere, di certo il centrodestra in Italia non è nelle condizioni di ridere sul serio. Alcune città sono state (ri)conquistate, ma certe sconfitte bruciano (a partire da Milano, Varese e Latina) e il livello di frammentazione raggiunto qua e là (come a Roma e Torino) è pesante. Tra le poche certezze, il fatto che nessun partito del centrodestra potrà rimanere tale quale ad ora: se Forza Italia sta iniziando una mutazione al proprio interno (Alfredo Messina come amministratore straordinario al posto di Maria Rosaria Rossi, Valentino Valentini a capo della segreteria di Berlusconi), qualcosa si sta muovendo anche all'interno di Fratelli d'Italia.
Era stata proprio la leader, Giorgia Meloni, dopo il primo turno delle elezioni romane che la vedevano impegnata come potenziale sindaca, a riflettere sui dati usciti dalle urne. In un'intervista fatta due settimane fa da Daniele Di Mario per Il Tempo, commentando il 12% di Fdi (cui occorreva aggiungere il 4% della "sua" lista Con Giorgia), aveva tracciato questo quadro futuro: "È chiaro che il partito dovrà evolversi, bisognerà raccogliere a partire da Roma l’enorme potenziale di un movimento ancora inespresso. Certo, in alcune zone non siamo andati bene, in altre meglio. Dobbiamo ripartire dal territorio. Dovremo darci degli appuntamenti, ci sto riflettendo. L’obiettivo è avviare un’evoluzione di FdI per ricostruire il centrodestra con una proposta politica importante in vista delle politiche".
Ciò che ha detto Meloni non dovrebbe essere una novità assoluta: già dopo l'assemblea degli aderenti della Fondazione Alleanza nazionale (quella che aveva confermato a Fdi l'uso del simbolo di An), lo scorso ottobre, la futura candidata sindaca aveva annunciato - intervistata da Carlantonio Solimene, sempre per Il Tempo - nel giro di pochi mesi la celebrazione di "un congresso rifondativo che segnerà un’evoluzione", per cui l'evoluzione di cui ha parlato pochi giorni fa potrebbe coincidere con quella ipotizzata lo scorso ottobre (il congresso previsto all'inizio del 2016, del resto, non c'è stato). Si tratterebbe, a ben guardare, di una seconda evoluzione del partito: già l'attuale assetto di Fratelli d'Italia è frutto di un processo costituente iniziato alla fine del 2013 dopo l'esperienza di Officina per l'Italia e proseguito dopo che la Fondazione An aveva concesso per la prima volta l'uso dell'emblema di An (per il 2014).
Quale forma debba avere quell'evoluzione, tuttavia, non è ancora chiaro: probabilmente anche all'interno del partito si stanno vagliando varie ipotesi, anche piuttosto drastiche. Lo proverebbe un sondaggio somministrato via mail ai militanti e ai dirigenti di Fdi: un appuntamento periodico per loro, che peraltro già in passato fu utilizzato per saggiare gli umori della base sull'eventuale impegno politico della Fondazione An proposto dalla "mozione dei quarantenni". Ragionando sulle attività future, gli iscritti erano chiamati anche a riflettere sull'opportunità di sciogliere Fdi, fondando in parallelo un nuovo soggetto politico. La domanda, in sé, ovviamente non implica nulla, ma rende lecito pensare che qualcuno sullo scioglimento abbia riflettuto, almeno per un secondo.
Tutto questo, in ogni caso, si inserisce nel problema legato agli schieramenti alle prossime elezioni politiche, legati a doppio filo alla legge elettorale con cui si voterà. La questione è chiara: se si voterà con l'Italicum così com'è ora - e nessuno, a tutt'oggi, può garantire che non ci saranno ritocchi, voluti da molti, o che la Corte costituzionale a ottobre certamente non interverrà - non ci sarà spazio per le coalizioni e si dovrà cercare di presentare liste unitarie sotto un solo simbolo. Escludendo quasi con certezza che al quartier generale di Fratelli d'Italia si pensi a una corsa solitaria, occorrerebbe studiare nuove soluzioni, di alleanze ma anche di grafica: meglio un simbolo nuovo per tutto il centrodestra (o, magari, per un eventuale progetto da condividere con la Lega di Salvini) oppure un emblema-vetrina, che contenga le "pulci" dei vari partiti, a costo di affollare terribilmente il cerchio?
Nei prossimi mesi si dovrà lavorare molto per sciogliere il nodo; nel frattempo, qualcuno tra gli iscritti coglie l'occasione per chiedere di rinunciare definitivamente alla fiamma nel simbolo di Fdi. I sostenitori di questa posizione fanno notare che, alle ultime elezioni, si è avuta la conferma definitiva che i "vecchi" simboli non attirano più come un tempo, per cui è meglio archiviarli piuttosto che esporli a nuovi, sfortunati test elettorali. E se ancora ad ottobre Meloni puntualizzava che "il simbolo [di An, ndb] è servito a far capire chi siamo, ha reso chiaro che Fratelli d’Italia era l’unica strada per non far sparire la destra italiana dal Parlamento", altri dirigenti di Fratelli d'Italia - a partire da Fabio Rampelli - hanno mostrato dall'inizio scarso entusiasmo per quel riferimento al passato nel contrassegno. La fiamma tricolore continuerà a bruciare?

sabato 5 marzo 2016

Fiamma tricolore, per i giudici è del Nuovo Msi?

Marchio registrato dal Nuovo Msi 
La notizia l'ha sparata ieri Il Tempo, non in prima pagina ma dedicando ad essa gran parte della pagina 7: il Nuovo Msi si riprende la Fiamma Tricolore. Verrebbe la tentazione di togliere le maiuscole, visto che non ci si riferisce al partito che nel 1995 fu costituito da Pino Rauti (e attualmente è guidato, dopo varie vicissitudini, da Attilio Carelli), ma proprio al simbolo della fiamma tricolore, che dal 1946 è stato l'elemento grafico caratteristico del Movimento sociale italiano fondato da Giorgio Almirante e, dopo il congresso di Fiuggi del gennaio 1995, è stato inglobato nel contrassegno di Alleanza nazionale, nuova denominazione del Msi. 
Il Nuovo Msi di cui parla l'articolo scritto da Antonio Angeli per Il Tempo, invece, è quello fondato negli anni 2000 da Gaetano Saya e oggi guidato da Maria Antonietta Cannizzaro, che almeno dal 2006 cerca di presentare candidature con il simbolo storico (giusto con minime varianti grafiche, ad esempio nel colore della base trapezoidale): qualche volta l'operazione è riuscita alle elezioni comunali e, in passato, provinciali; è sempre andata male, invece, alle elezioni politiche, perché il Ministero dell'interno e l'Ufficio elettorale centrale nazionale presso la Corte di cassazione hanno ritenuto che l'emblema fosse confondibile con quello contenuto nel contrassegno di Alleanza nazionale, anche quando quel partito ormai non era presente in Parlamento (l'ultima decisione era del 2013).
Alla base della pagina del Tempo c'è una sentenza della Corte d'appello di Firenze, depositata il 25 febbraio: si tratta di una decisione di secondo grado relativa a una causa iniziata nel 2006 da Alleanza nazionale - allora pienamente operante - contro il Nuovo Msi - Destra nazionale di Saya, davanti al tribunale di Firenze (la sede era in quella città). Il partito di Fini aveva chiesto di inibire l'uso del nome, della sigla e della fiammella al Nuovo Msi e ai suoi dirigenti, rivendicando la titolarità esclusiva di quei segni identificativi; il tribunale, prima in sede cautelare (in due ordinanze successive) nel 2006, poi con la sentenza di primo grado nel 2008, aveva accolto le richieste di An, riconoscendo a quella formazione politica il diritto esclusivo su denominazione, sigla e simbolo.
Ovviamente il Nuovo Msi ha impugnato quella sentenza, a sé quasi interamente sfavorevole (salvo che nella parte che non la condannava ad alcun risarcimento); nel frattempo, però, Alleanza nazionale aveva celebrato il suo ultimo congresso, sancendo nel 2009 la propria confluenza nel Popolo della libertà, e si era trasformata in semplice associazione politica, poi posta in liquidazione. Alla fine del 2011, poi, era nata con atto notarile la Fondazione Alleanza nazionale, alla quale il partito aveva devoluto la titolarità di tutti i propri beni, compreso il simbolo: per questo, nel giudizio di secondo grado si era costituita l'associazione An in liquidazione (ancora esistente), ma era intervenuta pure la fondazione, sostenendo le stesse ragioni dell'ex partito. I giudici, questa volta, hanno dato torto ad Alleanza nazionale e alla Fondazione An, condannandole al pagamento di tutte le (cospicue) spese processuali. Come mai e cosa significa questo?

domenica 4 ottobre 2015

Fondazione An: Fratelli d'Italia vince (ma non stravince)

Alla fine l'accordo che qualcuno aveva sperato non c'è stato: arrivare alla conta sulle mozioni presentate all'assemblea dei partecipanti di diritto e degli aderenti alla Fondazione Alleanza nazionale è stato inevitabile. Chi vuole a tutti i costi identificare vincitori e vinti, dirà che ha vinto la linea di Fratelli d'Italia e ha perso quella dei "quarantenni" e di chi, come Gianni Alemanno, li aveva sostenuti con maggiore forza. In realtà, a ben guardare, la situazione è un po' più complessa e merita una lettura più attenta.
Il primo numero da analizzare è stato poco considerato dagli interpreti. Al voto di oggi hanno partecipato 490 delegati su quasi 600 aventi diritto, cioè coloro che erano regolarmente iscritti o che hanno pagato le quote dovute anche in extremis; a dicembre del 2013, alla prima assemblea, i votanti erano stati 306, gli aventi diritto 693 (chi aveva impugnato l'esito del voto che aveva concesso il simbolo di An a Fratelli d'Italia ne aveva contati 1206, ma forse molti non avevano regolarizzato l'adesione). La partecipazione è stata più consistente stavolta, anche perché da mesi si preparava l'evento (lo hanno fatto soprattutto i sostenitori della "mozione dei quarantenni") e su certe presenze si è contato; pesa però il calo di aderenti alla fondazione, a quattro anni dall'avvio, come se nell'ultimo biennio circa cento persone si fossero scordate di rinnovare l'iscrizione o si fossero allontanate di proposito. Segno poco incoraggiante, a ben guardare.
Arrivando ai numeri più "caldi", quelli delle mozioni, il testo a prima firma di Ignazio La Russa (Fondazione per l'Italia), volto a riaprire un "congresso costituente" di Fratelli d'Italia che apra a chi si riconosce ancora nei valori di An e a rinnovare la concessione del simbolo, ha ottenuto 266 voti, quando ne bastavano 246; la mozione "dei quarantenni" di voti ne ha ricevuti 222. Di documenti ce n'era un terzo, firmato da Nicola Bono e Vincenzo Zaccheo (gli stessi che già nel 2013 avevano chiesto maggiore democrazia interna per la fondazione), con cui si chiedeva di "congelare" il simbolo "perché non diventi motivo di lotta", come ha spiegato Bono, che peraltro sposava la tesi dei "quarantenni": quella mozione ha ricevuto 212 voti. La mozione con primi firmatari Altero Matteoli e Maurizio Gasparri, invece, è stata ritirata, con lo stesso Gasparri che - pur ribadendo che "non si può fare della fondazione un partito" e che "chi vuole rifare un partito alleato con Monti, lo può fare. Non con i soldi della Fondazione" - ha invitato a votare la mozione La Russa.

sabato 3 ottobre 2015

Fondazione An: la mozione di La Russa pronta a vincere?

Alla fine l'appuntamento di destra per eccellenza è arrivato: oggi, all'hotel Midas di Roma, lo stesso in cui il 16 luglio 1976 Bettino Craxi fu incoronato segretario del Psi (e lo rimase per sedici anni e mezzo), inizia l'assemblea dei partecipanti di diritto e degli aderenti della Fondazione Alleanza nazionale. L'appuntamento da statuto è biennale e, dopo la prima turbolenta assemblea della fine del 2013, da tempo si attendeva la convocazione della seconda puntata: come si legge su questo sito da settimane, l'atmosfera se possibile è ancora più tesa ed "elettrica" rispetto a due anni fa.
Più che sulle attività svolte, ovviamente, il confronto-scontro riguarderà il futuro. Fino a ieri erano almeno due le mozioni presentate su cui l'organo della fondazione si sarebbe dovuto pronunciare (ricordando che il numero legale dei presenti perché l'assemblea si costituisca correttamente è un terzo degli aderenti; per l'approvazione delle mozioni occorrerà, in più, la maggioranza dei presenti). 
La prima, e più chiacchierata, era la cosiddetta "mozione dei quarantenni" (presentata a luglio da sei firmatari), volta a tentare di riunire politicamente la destra attraverso una nuova associazione, avallata dalla Fondazione An, per poi approdare al massimo in un anno a un partito unico che rappresenti davvero la destra italiana e che possa essere sostenuto, tra l'altro, dalle risorse residue di An di cui è titolare la fondazione stessa; il testo, cui hanno aderito tutte le associazioni riunite in ForumDestra (a partire da Prima l'Italia, movimento di Gianni Alemanno e di Francesco Biava, vicepresidente della fondazione), è stato da pochi giorni modificato, inserendo tra l'altro il riferimento al parere dei civilisti Antonino Cataudella e Giovanni Doria sulla fattibilità di un impegno politico diretto della fondazione e la richiesta di "democratizzare" la formazione del consiglio di amministrazione dell'ente (facendone eleggere in particolare l'elezione dei membri da parte della stessa assemblea) .
La seconda mozione, non meno discussa, porta le firme di Altero Matteoli, Maurizio Gasparri, Giuseppe Valentino, Marco Martinelli, Alfredo Mantica e Carmelo Porcu (tutti ex An, molti ora militano in Forza Italia, ma non tutti) ed avversa in pieno qualunque "cambio di destinazione d'uso" della Fondazione Alleanza nazionale rispetto alla sua forma giuridica e alla sua vocazione culturale, come pure l'idea che le sue risorse possano essere utilizzate oltre i limiti di legge per finanziare un partito, anche di nuova costituzione: in caso contrario, si prospetta la possibilità di "un infinito e doloroso contenzioso" che - c'è da giurarci - Gasparri e gli altri, direttamente o indirettamente, sarebbero pronti a iniziare.
Tra le due soluzioni appena viste, tuttavia, è probabile che se ne imponga - anche se, magari, di misura - una terza: si tratta della mozione annunciata da Ignazio La Russa nei giorni scorsi (anche grazie a un'intervista sul Tempo), come sorta di mediazione tra le due ipotesi appena viste e la realtà, che vede Fratelli d'Italia come unico partito di destra con rappresentanza parlamentare e cui l'assemblea della Fondazione An ha già riconosciuto per il 2014 (non senza polemiche) l'uso del simbolo, prorogato dal cda per parte di quest'anno. Il testo della mozione è certamente debitore del deliberato dell'assemblea nazionale di Fdi di domenica scorsa con cui si sono impegnati gli aderenti alla fondazione iscritti al partito a non sostenere progetti che possano apparire come "duplicazioni" del partito di tutta la destra che proprio Fdi sta cercando di incarnare.

giovedì 1 ottobre 2015

Fondazione An e i Quarantenni 2.0, la mozione rivista e corretta

Lo avevano annunciato nei giorni scorsi: i "quarantenni" - Sabina Bonelli, Michele Facci, Fausto Orsomarso, Andrea Santoro, Gianluca Vignale e Alessandro Urzì - aderenti alla Fondazione Alleanza nazionale che avevano presentato in estate una mozione per sbloccare quell'ente dalla posizione di "monumento culturale" e dagli maggior peso politico, sostenuti in questo dalle trenta sigle riunite in ForumDestra (a partire da Prima l'Italia, legata a Gianni Alemanno), questa mattina hanno illustrato il nuovo testo della loro proposta, a breve sottoposto ai 293 firmatari della mozione stessa, che punta alla democratizzazione e trasparenza della fondazione finora guidata da Franco Mugnai.
La mozione "Quarantenni 2.0" mostra effettivamente alcune novità. Si rivendica, per esempio, per la Destra nazionale "un ruolo forte e autonomo, non subalterno a nessun altra forza politica, ruolo che può essere guadagnato soltanto riaggregando tutta la diaspora della propria area" (ogni riferimento alla necessità di non essere ai comandi della Lega è puramente casuale, il pensiero a eventuali alleanze Meloni-Salvini forse altrettanto). Si aggiunge poi, nella parte del "considerato che", il richiamo al parere dei civilisti Cataudella e Doria, emesso su incarico del cda della Fondazione An e nel quale si esplorano le possibilità di intervento della fondazione stessa in politica (sostenendo e finanziando una nuova associazione).
Tengono appunto conto di quel parere giuridico alcune delle modifiche più rilevanti della parte "impegnativa", in cui si delinea con maggiore chiarezza il percorso che il progetto politico dovrebbe seguire: per prima cosa i vertici della fondazione, assieme al Comitato scientifico e culturale, dovrebbero stilare un programma di iniziative politiche, culturali e sociali volte a diffondere "le idee della Destra politica, secondo la tradizione che discende dall’esperienza storica di Alleanza Nazionale", con l'attenzione a produrre "un effettivo miglioramento della condizioni di vita degli italiani". Questo punto, in effetti, sembra cogliere le sollecitazioni tanto del direttore del Tempo, Gian Marco Chiocci, quanto di Marcello Veneziani (in un intervento pubblicato sullo stesso giornale), che proponevano in effetti un impegno solido in chiave rispettivamente sociale e culturale.   
Altro contributo accolto sarebbe quello di Massimo Corsaro (già tra i fondatori di Fratelli d'Italia, ora vicino ai Conservatori e riformisti di Fitto, non tenero nei confronti dei "quarantenni" e di chi aveva comunque sostenuto quella mozione), che aveva suggerito di lasciare intatto a quello scopo il patrimonio della Fondazione An, impiegandone solo i frutti e soprattutto di avviare una procedura di gara trasparente per individuare operatori professionali della gestione mobiliare ed immobiliare, in modo che siano costoro ad amministrare l’intero patrimonio della Fondazione.
Viene poi la precisazione del cammino già indicato varie volte in questi giorni, con la nascita di una nuova associazione (alla cui costituzione contribuisca la fondazione, senza però aderirvi e senza trasferirle il proprio patrimonio) che possa aggregare "tutte le persone di destra che si vogliono ritrovare in una 'casa comune'" e gli italiani che si riconoscono nei principi che furono di An. L'associazione dovrebbe operare al massimo per un anno, verificando la possibilità - attraverso un Comitato di promotori che rappresenti tutte le realtà di destra, a partire da Fratelli d'Italia - di indire un grande Congresso di fondazione "che raccolga tutte le energie presenti nella nostra area politica per dare vita ad un nuovo partito unitario della Destra italiana": non una semplice riproposizione di An, ma "un’organizzazione nuova con nome, simboli e messaggi in sintonia con i nostri tempi"
Passaggio necessario per arrivare a tutto questo, però, sarebbe l'impegno per la Fondazione An ad approvare tutte le modifiche statutarie che trasferiscano all’Assemblea dei partecipanti di diritto e degli aderenti il potere di eleggere direttamente il Consiglio di amministrazione e il Comitato dei partecipanti di diritto e degli aderenti (oltre che di approvare i bilanci e decidere chi sono i nuovi aderenti alla Fondazione) e stabiliscano l’incompatibilità tra la carica di consigliere di amministrazione e quella di parlamentare, consigliere regionale o di Città metropolitana, così da trasformare il Cda in un organo solo tecnico (mentre il Comitato dei partecipanti di diritto e degli aderenti sarebbe un organo di indirizzo politico, a partire dalle decisioni dell’Assemblea biennale). Soprattutto la prima parte è chiaramente debitrice della mozione presentata a dicembre dell'anno scorso da Nicola Bono e Vincenzo Zaccheo, non ancora discussa però dall'assemblea.
Il nuovo testo della mozione, alla fine, chiede che l'assemblea della fondazione sia chiamata "prioritariamente, a determinarsi con autonoma votazione sull'utilizzo del simbolo di Alleanza Nazionale", punto che - come si è detto nei giorni scorsi, era misteriosamente sparito dall'ordine del giorno dell'assemblea. Per non saper né leggere né scrivere, comunque, il nuovo testo della mozione precisa che Fratelli d'Italia dell'emblema di An ha avuto solo "l'uso temporaneo" (la prima versione parlava genericamente di "acquisizione del simbolo", potendo essere letta anche in senso definitivo).
Capire chi sarà interessato a questo progetto politico e chi invece - come dichiarano da tempo Gasparri, Matteoli e come ha deciso l'ultima assemblea nazionale di Fratelli d'Italia - chiede che la Fondazione An mantenga un ruolo solo di riferimento culturale, senza sostenere in alcun modo iniziative politiche, è ormai questione di giorni: salvo novità dell'ultim'ora, nel fine settimana al Midas di Roma si celebrerà una vera e propria conta, dagli esiti non troppo prevedibili.

martedì 29 settembre 2015

Quelle accuse di ri-Fondazione (immobiliare) An

Che il clima legato alla possibile "svolta politica" della Fondazione Alleanza nazionale sia decisamente teso, lo mostra la reazione che un semplice articolo di Gianfranco Fini, riportato non da un quotidiano nazionale ma dal sito della fondazione da lui guidata, Liberadestra, è riuscito a scatenare in uno dei dirigenti di Fratelli d'Italia, Andrea Delmastro (lo stesso, per la cronaca, che starebbe cercando la soluzione per togliere la parola "destra" dal nome e dal simbolo del partito di Angelino Alfano).
Cosa ha scritto di tanto dirompente Fini? Partendo dalla recente ricomparsa mediatica di Silvio Berlusconi (prima ad Atreju e poi a una manifestazione di Forza Italia, ha parlato con chiarezza), l'ex leader di An cerca di analizzare i disegni e le prossime mosse del fondatore di Fi: in poche parole, niente primarie per la guida del centrodestra (a dispetto delle idee di Salvini e della Meloni) e blocco unitario contro "Renzi e i comunisti". Questo si tradurrebbe, per Fini, in un programma dell'eventuale lista unica di centrodestra molto influenzato "dall'azionista di maggioranza della futura lista unica o coalizione", che però sarebbe Matteo Salvini: ciò porterebbe a una "cultura di governo" (fatta di "antieuropeismo alla Le Pen, innamoramento per 'Putin liberale ed autentico democratico', ammirazione per il muro anti immigrati di Orban, ruspe per i campi profughi", attacchi a tutte le riforme interne, dal Senato alla scuola) che farebbe diventare il centrodestra del futuro "il migliore alleato di Renzi, altro che Alfano o Verdini!".
Su questa base - ecco il punto "critico" - Fini non crede che "i milioni di elettori che hanno abbandonato il centrodestra", specie quelli che avevano sostenuto la svolta di Fiuggi del 1995 (intravedendo "pur con luci e ombre, la fisionomia di una destra con una credibile cultura di governo, capace di costruire e non solo di demolire") possano tornare all'ovile. E, a suo dire, "forse [...] in cuor loro lo sanno anche molti tra gli ex dirigenti ed iscritti di An che sabato e domenica prossima si riuniranno in occasione della riunione degli iscritti alla Fondazione Alleanza Nazionale. Vedremo cosa decideranno". Come dire che, secondo i calcoli di Fini, piuttosto che condannarsi ad essere amici di Renzi, gli ex An dovrebbero votare in difformità rispetto a quanto stabilito domenica all'assemblea nazionale di Fdi. Sostenendo la "mozione dei quarantenni", ad esempio.
Tanto è bastato per irritare Delmastro, che ha sentito il bisogno di scrivere una lettera a Barbadillo, in cui a Fini ("il liquidatore della Destra italiana" o il "solerte pontificatore") le canta tutte, e non solo a lui. Al di là delle sue "colpe storiche", quella attuale dell'ex leader di An è avere ricordato "a tutti l’importanza dell’appuntamento del 3-4 ottobre della Fondazione Alleanza Nazionale". Un appuntamento che, per Delmastro, "scaturisce da una mozione di c.d. quarantenni che intendono scongelare i beni della destra italiana per fare un nuovo partito di destra, ritenendo insufficiente ed inadeguato Fratelli di Italia – Alleanza Nazionale". In effetti non è proprio così, se non altro perché l'assemblea doveva tenersi entro il 2015 a prescindere dalla mozione (lo prevede lo statuto, visto che la precedente assise era datata dicembre 2013), ma tanto basta per far dire al dirigente di Fdi: "Come dire: ripartiamo dai 'valori… immobiliari'!" 

Fondazione An, i "quarantenni" scrivono agli iscritti: "Non siamo un museo, nessuno vuole portare via i soldi"

Trovarsi la strada sbarrata all'improvviso non fa piacere; se lo fa chi di fondo la pensa come te e pensi possa stare dalla tua parte, ancora meno. Era prevedibile che i primi usciti allo scoperto chiedendo un impegno più diretto della Fondazione Alleanza nazionale in politica avrebbero reagito alle uscite di chi sta opponendo a quel disegno. Dopo il voto con cui l'assemblea nazionale di Fratelli d'Italia ha impegnato gli iscritti a non sostenere nella Fondazione An progetti che paiano "duplicazioni" dell'iter che vuole trasformare Fdi nel partito che punta a unire la destra italiana, i primi firmatari della "mozione dei quarantenni" hanno scritto a tutti gli aderenti alla fondazione, con l'intento dichiarato di portare chiarezza nelle decisioni che ciascuno dovrà prendere; mi sono imbattuto nel testo della lettera, inviata ieri, e posso riportarne il contenuto in anteprima.
Il concetto di base è quello ripetuto più volte in queste settimane: "In un momento di profonda crisi di tutto il centrodestra a noi pare assurdo non impiegare, per quanto possibile e nei limiti di legge, lo strumento della Fondazione per rilanciare la tradizione politica che arriva a noi attraverso l'Msi e An, in un quadro di leale collaborazione con tutti gli altri soggetti politici che operano nel centrodestra".
I primi firmatari - Fausto Orsomarso, Sabina Bonelli (di Fratelli d'Italia), Michele Facci, Andrea Santoro, Alessandro Urzì e Gianluca Vignale - chiariscono le loro idee sulla Fondazione An. Ente che, a loro dire, "non può e non deve trasformarsi in un partito, ma come tutte le fondazioni politiche può svolgere un’attività di elaborazione e diffusione dei valori e delle tesi della Destra politica italiana". Non solo "celebrazione del passato" dunque, ma intenzione e desiderio di "svolgere un ruolo di indirizzo nello scenario politico italiano".
Precondizione di tutto questo, tuttavia, è la "democratizzazione" della fondazione, facendo eleggere il cda dell'ente dall'assemblea, "cancellando ogni criterio di autodeterminazione verticistica". I principi ricalcano la mozione che Nicola Bono e Vincenzo Zaccheo avevano presentato - a quanto pare senza successo - nella prima assemblea della Fondazione An, quella del dicembre 2013 in cui si arrivò a litigare per la concessione del simbolo di An a Fratelli d'Italia (essenzialmente perché per questa votò meno della metà degli aderenti alla fondazione, ma lo statuto della stessa si accontentava di un terzo per ritenere raggiunto il numero legale); il punto però è stato trattato solo indirettamente nella "mozione dei quarantenni", per cui è probabile che si presenti un documento ad hoc.

domenica 27 settembre 2015

Fratelli d'Italia chiude ai "quarantenni": niente doppioni, la destra la uniamo noi

Prima di iniziare, una premessa o, se si vuole, una richiesta preventiva di scuse. Non si vuole trasformare questo sito nell'house organ della Fondazione Alleanza nazionale, come si potrebbe pensare scoprendo che anche questo nuovo post riguarda - anche solo indirettamente - l'assemblea che si terrà questo fine settimana; l'occasione, però, è troppo ghiotta perché non se ne parli qui, visto che la questione riunisce partiti che sopravvivono, partiti che non li vogliono scongelare, vecchi che vorrebbero tornare, nuovi che la pensano come loro e seminuovi che non lo vogliono affatto. 
Oggi, in ogni caso, è arrivata una parola chiara - anche per chi non la voleva capire - su come la pensi Fratelli d'Italia sulla "mozione dei quarantenni" e sul loro disegno di rifare An, o per lo meno un partito di destra che parta dalla Fondazione An. All'assemblea nazionale del partito, svoltasi alla fine della 18° edizione di Atreju (festa nazionale della destra italiana), sotto la presidenza di Ignazio La Russa, si è parlato certamente della linea del partito su sicurezza, valorizzazione del Sud, oppressione fiscale e tutela della famiglia, ma si è pure votato su una mozione relativa al caso "ri-Fondazione An". Il documento approvato "a larghissima maggioranza con due voti contrari" (così si legge in una nota diramata dal partito) è sostanzialmente una porta in faccia alla "mozione dei quarantenni" e a chi la sostiene: una linea che emergeva dalle più recenti parole di Giorgia Meloni, ma non era mai stata detta in modo così chiaro. 

sabato 26 settembre 2015

Fondazione An: una settimana all'assemblea e ci si attacca ancora

Il conto alla rovescia dice meno 7: a una settimana dall'apertura della seconda Assemblea dei partecipanti di diritto e degli aderenti della Fondazione Alleanza nazionale, i colpi in canna più pesanti sono già pronti. Del primo - il monito, con minaccia di ricorso ai giudici, a non toccare i soldi della fondazione per un nuovo partito, da parte di Maurizio Gasparri e degli altri ex An ora in Forza Italia - si è detto; ieri, a rincarare la dose sul piano storico e della memoria, ha pensato Raffaella Assuntina Stramandinoli, per tutti Assunta Almirante
Intervistata dal Tempo, la vedova del fondatore del Msi Giorgio Almirante ha parlato con molta durezza del percorso verso l'Assemblea del 3 e 4 ottobre, soprattutto perché si finisce per parlare di denari. "Qui - spiega - si discute di un lascito che non è dei parlamentari o dei dirigenti, ma di una intera comunità politica. I soldi della Fondazione sono il risultato della lungimiranza di Almirante che ha trasformato il partito più povero della Prima Repubblica in quello meglio attrezzato. I soldi sono dei missini e servono per le manifestazioni pubbliche".
La critica di Donna Assunta, tuttavia, punge pure sul piano politico e umano. Interrogata da Michele De Feudis sulla "mozione dei quarantenni, appoggiata da Alemanno e Menia, per rifondare An", il suo giudizio è sferzante: "Non sono capaci di fare nulla. Non sono stati capaci di amministrare le città dove governavano, come possono creare un nuovo partito? Il partito c’era, il Msi, e c’è ancora nel cuore di tanti italiani. Mentre loro pensano solo ai soldi". Soldi che, al pari della Fondazione, dovrebbero servire a "promuovere cultura e opere di bene" e a "riempire di iniziative culturali anche via della Scrofa, desolatamente vuota". 

mercoledì 23 settembre 2015

Altre scintille nella fiammella di An

Non appena la fiamma sembra rianimarsi, i suoi corni finiscono per bruciarsi tra loro. Era fin troppo facile scommettere che, dopo il parere giuridico di due civilisti che ha tracciato una possibile via per l'impegno politico diretto della Fondazione Alleanza nazionale - sia pure attraverso un nuovo movimento di destra da costituire e (magari) da finanziare - e la posizione assolutamente favorevole a quell'opzione di Prima l'Italia (il gruppo vicino a Gianni Alemanno) sarebbe intervenuto chi, negli anni, si è sempre battuto perche la Fondazione An agisse solo in ambito culturale e non finanziasse iniziative ritenute indebite, specie quando parevano volte ad avviare progetti politici che si richiamassero al partito posto in scioglimento nel 2009, magari grazie a parte del suo patrimonio.
Non stupisce, quindi, che oggi Il Tempo dia molto spazio a una nota che ha tra i firmatari Maurizio Gasparri, già personaggio di primo piano di An, rimasto nel Pdl anche dopo l'uscita del gruppo finiano e tuttora in Forza Italia; condividono con lui quello stesso percorso anche Altero MatteoIi e Marco Martinelli, le cui firme sono accanto a quella di Gasparri. Anche in questa occasione la loro idea non cambia: la discesa nell'agone politico della fondazione, in qualunque forma, sarebbe - si legge nell'articolo del Tempo scritto da Michele De Feudis - "un vulnus clamoroso", poiché contrario "ai principi fondamentali che regolano la vita delle fondazioni e quella dei partiti politici" al punto da mostrare evidenti "profili di illegittimità".
Per i tre forzisti ex An firmatari della nota, ogni possibile forma di impegno politico diretto della Fondazione An sarebbe contra legem. In effetti, il giudizio somiglia a quello dato dai privatisti
Antonino Cataudella e Giovanni Doria per quanto riguarda l'ipotesi che la fondazione agisca direttamente in politica come se fosse un partito: si dovrebbe ricordare che "la vita delle fondazioni è sottoposta al controllo costante del Ministero dell’Interno e quindi dell’Esecutivo", quando in base alla Costituzione un partito "è intrinsecamente libero di incidere sulla politica nazionale e quindi di contrastare la politica dei governi". 
Nulla di nuovo, quindi, rispetto al parere legale già visto. Il giudizio però si divarica sull'ipotesi che la Fondazione An costituisca un nuovo movimento che tenda a trasformarsi in un partito unificante di destra: i problemi, guarda caso, riguardano soprattutto l'aspetto del finanziamento. In un'ipotesi simile, infatti, per Gasparri, Matteoli e Martinelli "si potrebbe ravvisare la violazione dell’articolo 10, c. 8 del D.L. 149/2013 (limite al finanziamento dei partiti da parte di persone giuridiche) e sarebbe inevitabile ipotizzare l’illecita distrazione di risorse dal patrimonio della Fondazione". L'argomentazione, francamente, mostra qualche debolezza: innanzitutto, proprio sulla possibilità di donare a un partito start-up più di 100mila euro all'anno i due giuristi avevano sì aperto, ma con tutte le cautele del caso, precisando che quella era solo la loro opinione e non c'erano ancora riscontri pratici sul punto (quindi non ci sono certezze nemmeno per la tesi opposta); secondariamente, di illecita distrazione si potrebbe parlare - nell'ipotesi contemplata dalla nota - solo qualora la Fondazione desse oltre 100mila euro in un anno al movimento, non anche in caso di elargizioni minori ma comunque consistenti.
Se per Gasparri, Matteoli e Martinelli occorre rispettare "le ragioni inequivocabilmente deliberate dall’ultimo Congresso di Alleanza Nazionale", ossia mantenere l'attività della fondazione in un ambito solo culturale, paventando il ricorso "alle autorità competenti" in caso di comportamenti diversi, altri soggetti hanno idee naturalmente diverse. C'è chi, come Fabio Sabbatani Schiuma, del movimento Riva Destra, bolla come anacronistica la "nostalgia di un partito che non celebrava congressi, dove regnava il pensiero unico del suo leader" (pur ammettendo la necessità di "un progetto credibile a destra, di nuova classe dirigente"), ma è ben diversa la reazione di chi l'impegno politico della Fondazione Alleanza nazionale lo vuole eccome: a queste persone, manco a dirlo, le parole degli ex compagni di strada ora finiti in Forza Italia non sono piaciute per niente.
Così, il portavoce di Prima l'Italia Marco Cerreto bolla come "minaccia di pessimo gusto" il paventato ricorso all'autorità competente qualora l'assemblea della Fondazione An dia il via libera alla "mozione dei quarantenni": "Da chi ha legittimamente deciso di abbandonare la destra per entrare in Forza Italia mi aspetterei quantomeno l'astensione da certe dichiarazioni; chi ha a cuore le sorti del centrodestra non potrebbe che gioire del rafforzamento della destra". Da registrare anche l'intervento di Francesco Biava, vicepresidente della fondazione che non ha mai fatto mistero di gradire il ritorno di An o di qualcosa di simile: dopo aver ricordato che a giugno la consulenza ai giuristi è stata data all'unanimtà dal cda (anche coi voti di Gasparri, Martinelli e Matteoli), Biava nota che i dubbi legati alla questione finanziaria possono essere approfonditi, ma non possono mettere in discussione il potenziale intervento in politica della Fondazione An; per lui, più che della minaccia "aprioristica, oltre che totalmente infondata" del ricorso in procura ("appare come un atto intimidatorio che colpisce inutilmente l'immagine della Fondazione") c'è bisogno che gli aderenti alla fondazione votino sulla "mozione dei quarantenni" liberamente, responsabilmente e "senza sottostare a nessuna forma di minaccia e condizionamento". Se già ora sono partiti i lampi, cos'altro potrà succedere, nei prossimi dieci giorni?