Potrebbe essere questione di ore, per sapere cosa avrà intenzione di fare Mario Monti, ora che la sua (prima?) esperienza di governo si è conclusa, salvo naturalmente il «disbrigo degli affari correnti». Da giorni si rincorrono voci su candidature, pensieri, perplessità, tentazioni di scesa in campo o anche di rinuncia, causando dolori e preoccupazioni da una parte o dall’altra. Si è parlato di una, due, perfino tre liste a sostegno di Monti come persona indicata a svolgere il ruolo di Presidente del Consiglio (come è noto, non può essere candidato come parlamentare, essendo lui già senatore a vita, mentre potrebbe essere proposto come potenziale capo del Governo). Non è dato ancora sapere che simbolo avranno queste liste – se mai ci saranno: qualcuno ha parlato di «Italia per Monti» o qualcosa di simile, con il nome del Professore ben in vista e un probabile contorno tricolore a fondo azzurrino. Nell’attesa, può essere interessante ricordare un precedente del 1996, per ricordare cosa accadde alla scadenza del primo “governo tecnico” della storia italiana (a non voler riconoscere tale qualifica anche all’esecutivo di Carlo Azeglio Ciampi, che era venuto due anni prima).
Presidente del Consiglio, in quei giorni, è Lamberto Dini, già ministro del tesoro nel primo governo Berlusconi, catapultato a Palazzo Chigi all’inizio del 1995 dopo le dimissioni del Cavaliere (e non esattamente in accordo con lui, almeno nell’ultimo periodo). Pensa che ti ripensa, Dini vuole entrare in Parlamento con una sua squadra, senza allontanarsi troppo dal centrosinistra che di fatto è stato uno dei suoi sponsor. Così il 28 febbraio, pochi giorni dopo le sue dimissioni, presenta alla stampa il suo contrassegno, «Rinnovamento italiano – Lista Dini»: è tra i primi (dopo Pannella, ovviamente) a mettere il suo nome a caratteri cubitali nell’emblema, così come usa in abbondanza le tinte nazionali del tricolore (una piramide? Una strada in prospettiva? La scia delle frecce tricolori?) e del fondo blu, condite da una quindicina di stelle che fanno tanto Europa.
Con quel simbolo, naturalmente, vuole partecipare alle elezioni e in effetti un rappresentante l’8 marzo si mette in fila al Viminale per depositare il contrassegno. Dev’essersela presa comoda e aver sottovalutato la perfidia di chi, nel centrodestra, si era sentito tradito dalla candidatura di un ex ministro del governo Berlusconi. Così, il logo di Rinnovamento italiano viene depositato al Ministero dell’interno con il numero d’ordine 51, ma nessuno immagina la faccia del depositante nell’accorgersi che qualcuno, in bacheca, aveva già piazzato da ore – col numero 9 – il simbolo «Rinascimento italiano – Lista Dini». Anche qui cerchio di fondo blu scuro, la dicitura «LISTA Dini» nella parte superiore (in tondo invece che in corsivo, ma non è che spostasse molto), il resto del nome del partito in quella inferiore, con tanto di striscia orizzontale tricolore e un arco di quindici stelle gialle a contorno di tutto. Una clonazione in piena regola, per di più giustificata dal fatto che, a guidare la lista, è tale «Dini Mariano detto Lamberto».
Nel centrodestra si ridacchia parecchio, anche tra i radicali allora schierati con Berlusconi («Che tecnici sprovveduti, si sono fatti soffiare il simbolo – dichiara divertito il radical-forzista Peppino Calderisi – Forza Italia due anni fa restò per venti giorni davanti al portone del Viminale per evitare appunto che qualcuno copiasse... ») al punto che si pensa proprio a uno scherzone di quegli esperti di legislazione elettorale presenti tra i radicali (a la Calderisi, appunto), nonostante le smentite immediate degli interessati. Si ride meno – è ovvio – nell’entourage di Lamberto Dini, perché per la regola prior in tempore potior in iure (in soldoni, chi prima arriva, meglio alloggia), il loro simbolo rischia seriamente di saltare, essendo stato depositato dopo; a complicare le cose, almeno un’altra lista chiamata «DINI – Rinnovamento italiano», ove Dini non è il cognome del Presidente del Consiglio uscente, ma l’acronimo di «Domani insieme (per una) nuova Italia» (impagabile, non c’è che dire).


