martedì 5 febbraio 2013

Il tempo delle schede in technicolor

E pensare che, fosse stato per Dj K (al secolo Francesco Cossiga), la politica nell'urna sarebbe ancora in bianco e nero. O, per lo meno, lo sarebbe rimasta molto più a lungo. Era giusto il 1992 quando, da più parti all'interno delle forze politiche si era fatta strada la richiesta che i simboli dei partiti, dopo tanti anni, sulle schede fossero stampati a colori. La proposta, secondo il socialista Silvano Labriola, si poteva fare "tenendo conto sia del carattere più articolato che hanno assunto nel tempo gli emblemi e i contrassegni elettorali, sia del progressivo sviluppo della capacità tecnologica dei mezzi strumentali a disposizione dello Stato". Non c'era un gruppo parlamentare che non l'avesse sottoscritto, quel progetto di legge. 
Certo, ogni cosa aveva un costo: era toccato al sottosegretario socialista all'interno Valdo Spini dire che, se fno ad allora stampare le schede per le elezioni politiche era costato 2,1 miliardi, con il colore il conto avrebbe superato di poco i 3 miliardi. Questioni di portafogli, tanto per cambiare, anche se - Spini ne era certo - gli elettori avrebbero gradito perché la novità avrebbe reso "in qualche modo anche più attraente la prossima scheda". Soprattutto, se la televisione era a colori dal 1977 (e già lì si era arrivati parecchio in ritardo, chiedere ai repubblicani il perché) e i manifesti lo erano ben da prima, perché continuare a votare in bianco e nero? 
In Parlamento, in fondo, erano più o meno tutti d'accordo: "Passeremo - sottolineava il diccì Adriano Ciaffi - da un rapporto partecipativo ad uno «televisivo» anche nella scheda, che oggi potrà fiorire in una molteplicità di colori". "Oggi vi è un maggior numero di partiti - prendeva atto, non senza un occhio alle spese, la demoproletaria Edda Fagni - e quindi di contrassegni elettorali, caratterizzati da disegni di fiori, piante ed altre cose; se sono contraddistinti da un colore, gli elettori hanno la possibilità di distinguerli meglio". "Sembra uno strumento utile - notava la deputata del Pds Silvia Barbieri - in una realtà in cui le schede recano una gran quantità di simboli, che può generare confusione e difficoltà per l'elettore sotto il profilo di un suo rapido orientamento".
Senz'altro la Barbieri non sapeva, forse non immaginava, che il boom per i contrassegni sarebbe arrivato proprio dopo il colore. Forse lo sapeva, nella sua imperscrutabile attività premonitoria, l'onorevole Kossiga Francesco, alle ultime battute del suo settennato da Presidente della Repubblica, ormai in fase largamente picconatoria: fu proprio lui a rinviare la legge alle Camere, perché ci tornassero sopra e riflettessero anche sulla questione dei simboli in technicolor Per carità, non che lo scopo chiarificatore della "mano di colore" non fosse da condividere, ma qualche problemino da risolvere c'era, tipo "gli inconvenienti che possono derivare sia dalla stampa delle schede presso stabilimenti tipografici diversi, sia dalle modificazioni che la riproduzione dei colori può subire per effetto del tipo e del colore della carta utilizzata per le schede di votazione". 
Ma soprattutto, Cossiga metteva in guardia tutti, contro i furbetti del simbolino ancora da inventare: "per partiti o movimenti politici che utilizzino simboli con segni grafici diversi, ma con colori identici [...] possono aumentare, anziché diminuire i motivi di confusione e quindi di esclusione", con tanto di incertezza sui criteri di valutazione e connessi rischi di screditare tutta la baracca elettorale. Senza contare che, nel 1992, si sarebbe votato per la prima volta con la preferenza unica, dopo il referendum del 1991, e indicando i candidati solo coi cognomi, non coi numeri: "Sono state cambiate le abitudini seguite dagli elettori da più di quarant'anni. Sicché - proponeva il presidente - parrebbe preferibile operare in modo tale che gli elettori possano sperimentare progressivamente le varie innovazioni". Della serie: cosa volete, sono abitudinari questi elettori, non li sconvolgete troppo.
La vagliò di nuovo il Parlamento, quella legge, ma non cambiò nulla, almeno sul piano degli emblemi: alle politiche del 1992, per la prima volta, si sarebbe votato a colori, come i partiti volevano. Poche settimane dopo, al Ministero dell'interno ne ammisero 125 (54 in più rispetto al 1987) e quasi altrettanti ne ricusarono: molti dei tarocchi, a dire il vero, erano in bianco e nero, ma un piccolo boom ci fu e si consolidò nel 1994, quando si sfondò quota 300. Al Viminale tutti gli addetti lavorarono come non mai; Cossiga, che al Quirinale non c'era più da due anni e il Ministero l'aveva lasciato da un pezzo, dev'essere stato colto almeno da qualcuno nell'atto di soffocare una risatina con la mano. O forse era un miagolio che suonava come un "ve l'avevo detto": il non ancora Gatto Mammone, quella volta, ci aveva visto giusto.

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