mercoledì 31 dicembre 2014

L'anno finisce, la gratitudine no!

L'anno 2014 si sta chiudendo e, con l'avvento del 2015, questo blog compie due anni e mezzo: il primo post, infatti, è datato 2 luglio 2012. Il sito è nato come "figlio" del volume giuridico che avevo appena pubblicato (e, non a caso, ne ha assunto dall'inizio il nome) e, circa due anni dopo, è diventato "padre" del mio secondo libro, Per un pugno di simboli, trasmettendogli il taglio pop che avevo cercato di dare a questo spazio articolo dopo articolo. 
Di questi due anni e mezzo, qualche periodo è stato un po' vuoto e dominato dalle assenze (a causa dei miei impegni e mai per cattiva volontà), altri sono stati ricchi, per i tanti fatti "simbolici" che si sono susseguiti. 
Di certo, però, queste pagine sarebbero molto più povere senza l'aiuto di un nutrito gruppo di persone: penso a chi è stato intervistato o interpellato da me per ottenere informazioni, ma anche - e soprattutto - a chi, senza che io lo chiedessi, ha scelto di aiutarmi, avvertendomi ogni volta che si è imbattuto in notizie che potevano finire in questo angolo di Rete e, a volte, proponendomi anche qualche scritto suo, perché finisse qui. Si tratta di persone molto diverse (tra di loro e, spesso, anche da me) per età, lavoro ed estrazione politica, ma tutte hanno permesso - chi più, chi meno - che la versione web dei Simboli della discordia diventasse quello che è ora. 
Riconoscere i debiti forse non è di moda, ma è cosa ottima e giustissima. Non posso quindi chiudere l'anno senza avere ringraziato pubblicamente chi ha contribuito (a volte senza saperlo) a rendere questo spazio un po' meno assente e un po' più completo. Di seguito tento un elenco, che rischia di essere incompleto, ma è ugualmente dovuto verso chi ci ha messo del suo per darmi una mano: a loro e a tutti i lettori, saltuari o assidui (compresi quei "drogati di politica" [© Livio Ricciardelli] che hanno fatto una visitina qui persino il giorno di Natale), l'augurio sincero di un 2015 all'altezza dei desideri di ognuno. 
Gabriele Maestri

Un ringraziamento particolare a Ignazio Abrignani, Guglielmo Agolino, Antonio Angeli, Luca Bagatin, Laura Banti, Paolo Barbi, Enzo Barnabà, Niccolò Bertorelle, Mauro Biuzzi, Mauro Bondì, Massimo Bosso, Carlo Branzaglia, Stefano Camatarri, Francesco Cardinali, Nicola Carnovale, Roberto Casciotta, Pierluigi Castagnetti, FIlippo Ceccarelli, Mirella Cece, Giancarlo Chiapello, Emanuele Chieppa, Beppe Chironi, Valerio Cignetti, Giuseppe Cirillo, Roman Henry Clarke, Emanuele Colazzo, Francesco Condorelli Caff, Pietro Conti, Francesco Corradini, Antonio Corvasce, Emilio Cugliari, Johnathan Curci, Francesco D'Agostino, Nicola D'Amelio, Roberto D'Angeli, Stefano De Luca, Roberto De Santis, Mauro Del Bue, Maurizio Dell'Unto, Dario Di Francesco, Roberto Di Giovan Paolo, Alfio Di Marco, Marco Di Nunzio, Antonino Di Trapani, Alessandro Duce, Filippo Duretto, Daniele Errera, Filippo Facci, Leonardo Facco, Arturo Famiglietti, Giovanni Favia, Paolo Ferrara, Emilia Ferrò, Antonio Folchetti, Gianni Fontana, Massimo Galdi, Vincenzo Galizia, Vincino Gallo, Luciano Garatti, Marcello Gelardini, Alessandro Genovesi, Alessandro Gigliotti, Michele Giovine, Carlo Gustavo Giuliana, Vincenzo Iacovissi, Matteo Iotti, Luca Josi, Piero Lanera, Calogero Laneri, Lisa Lanzone, Pellegrino Leo, Raffaele Lisi, Max Loda, Maurizio Lupi (il Verde Verde), Mimmo Magistro, Francesco Maltoni, Gian Paolo Mara, Marco Marsili, Antonio Massoni, Federico Mauro, Raffaello Morelli, Mara Morini, Alessandro Murtas, Antonio Murzio, Paolo Naccarato, Gianluca Noccetti, Matteo Olivieri, Fabrizio Orano, Andrea Paganella, Roberto Pagano, Enea Paladino, Lanfranco Palazzolo, Enzo Palumbo, Max Panarari, Max Panero, Federico Paolone, Ottavio Pasqualucci, Oreste Pastorelli, Francesco Pilieci, Elisa Pizzi, Marina Placidi, Vladimiro Poggi, Giuseppe Potenza, Cesare Priori, Giulio Prosperetti, Renzo Rabellino, Andrea Rauch, Livio Ricciardelli, Francesco Rizzati, Lamberto Roberti, Donato Robilotta, Luca Romagnoli, Gianfranco Rotondi, Roberto Ruocco, Stefano Salmè, Angelo Sandri, Maurizio Sansone, Ugo Sarao, Jan Sawicki, Gian Franco Schietroma, Gianni Sinni, Valdo Spini, Ugo Sposetti, Francesco Storace, Tiziano Tanari, Mario Tassone, Luigi Torriani, Ciro Trotta, Andrea Turco, Massimo Turella, Sauro Turroni, Max Vassura, Ettore Vitale, Mirella Zoppi, Roberto Zuffellato. 

martedì 30 dicembre 2014

Il mistero della Lega nazionale

Inutile negarlo: il concetto di Lega tira e attira, almeno a ondate periodiche. Se n'era già accorto Umberto Bossi, nel 1992, all'esordio alle elezioni politiche della Lega Nord, quando aveva avuto il sentore che in tanti avrebbero provato a sfruttare la potenza di quella parola: cercò di porre un freno alla moltiplicazione delle Leghe facendo presentare a sua volta un treno di simboli con la parola "Lega" proposta in una miriade di combinazioni, ma se le vide bocciare tutte (a differenza delle altre Leghe, tutte sopravvissute, a volte con buoni risultati).
Ora si ha la stessa impressione, soprattutto da quando del Carroccio è arrivato Matteo Salvini, che ha restituito al partito impulso e potenziale espansivo a un progetto non più limitato al Nord (mostrato con il varo di "Noi con Salvini"). Da alcune settimane - la creazione in rete risale al 15 novembre - risulta attivo il sito www.leganazionale.org, che - secondo la pagina Facebook da poco aperta, è lo spazio della "Lega per la rinascita del Popolo Italiano". 
La prima pagina del sito sembra rimandare a uno statuto, quando invece ci si trova di fronte a un modello di atto costitutivo, privo di nomi, che però riporta come data di costituzione il 22 dicembre (e data di sottoscrizione, inspiegabilmente, il 5 dicembre). In quel giorno si collocherebbe la decisione di far nascere "la Associazione politica 'LEGA' con lo scopo di perseguire [...] l’unità del popolo italiano per la riconquista della sua sovranità nazionale, della massima giustizia sociale, dell’indipendenza politica, culturale, sociale, economica, finanziaria, tecnologica, scientifica e militare, nel solco della sua identità storica e delle sue identità territoriali e proiettata in un’alleanza continentale dei popoli che vivono da Dublino a Vladivostok e con la più stretta cooperazione con le nazioni del Mediterraneo e del Vicino Oriente". Un'altra pagina parla di una "provvisoria aggregazione [...] fondamentalmente formata da esponenti della società civile (docenti universitari e di prestigiosi istituti, accademici; giuristi, professionisti, lavoratori dipendenti e autonomi [...],  studenti e giovani prestatori d’opera, ufficiali, imprenditori e quadri aziendali".
Lo stesso atto costitutivo descrive il simbolo, se non altro provvisorio, che l'associazione si è data: "un cerchio con corona bordata in rosso imperiale con al centro la parola LEGA in nero su fondo bianco"; a guardare l'emblema compreso nel sito, tuttavia, sembra di vedere qualcosa di molto, molto diverso, visto il mancato accenno nella descrizione al colore verde.
Legato al progetto politico ci sarebbe un apposito Manifesto, volto alla ricostruzione dell'identità e della sovranità di popolo, contro la globalizzazione e la "Politica del debito infinito". Nella pagina dedicata al programma, si propone a Salvini e alla Lega Nord una mobilitazione per abrogare in via referendaria le norme "che rendono la Banca centrale un ente privato nelle mani delle banche d’affari" e la legge che istituisce Equitalia, nonché una battaglia di "difesa del settore dei tassisti per bloccare l’anarchia all’americana di Uber". Altre proposte sono lanciate alle nasciture liste "Noi con Salvini".
A voler capire chi si celi dietro il nome "Lega nazionale" e le sue insegne, ci si deve accontentare di ben poco: i firmatari pubblici del manifesto risultano 12 e quasi la metà risultano anonimi. Non può non colpire poi il link, nel "piede" del sito, a Rinascita, "quotidiano di sinistra nazionale", accanto tra l'altro ai loghi di Italia sociale, "periodico del socialismo nazionale", L'Uomo libero (ricorre il nome di Fabrizio Fiorini, firmatario anche di un articolo su Rinascita circa una delle prime iniziative di questa Lega) e all'agenzia di informazione economica Consul Press. Capire effettivamente "chi c'è dietro" sembra un'impresa semidisperata: tra qualche settimana forse ne sapremo di più.

lunedì 29 dicembre 2014

Il fac simile dell'Italicum: simboli finti e la sorpresa delle preferenze

Il fac simile mostrato in conferenza (da foto Ansa)
Mi scuso in anticipo se, per una volta, non do conto di una causa, di una scaramuccia o del parto di una nuova creatura simbolica, ma utilizzo questo spazio per fare il tecnico: le urgenze non si discutono e, quando ci sono, è meglio dare loro strada. L'urgenza qui viene dalla presentazione, durante la conferenza stampa di fine anno del presidente del Consiglio Matteo Renzi, del fac simile della scheda elettorale legato all'Italicum. Un passaggio che merita attenzione, per ciò che mostra e (soprattutto) per ciò che non si dice espressamente.
All'immagine del modello mostrato dal capo del governo - stampato in bianco e nero e forse un po' in fretta, visto che un bordo della scheda è finito tagliato, un po' come facevano certe stampanti Hp con i bordi inferiori dei fogli - aggiungo subito le parole con cui Renzi ha presentato la scheda ai giornalisti, con l'avvertenza che ho sistemato il testo, rimuovendo le incertezze e gli errori del parlato (a partire dal fatto che Renzi dice continuamente "legge elettorale" quando è chiaro che intende dire "scheda elettorale"). Ecco dunque la presentazione: 
«Una scheda elettorale che ha dei simboli – sono simboli finti, naturalmente – con sei, sette, otto partiti, non di più. Uno vota il simbolo e dà la preferenza a quello che Calderoli chiama “capolista bloccato”, mentre a me piace pensare che questo sia un Mattarellum con le preferenze, come profilo. Il candidato di quel collegio lì è chiaramente riconoscibile, per cui se c’è un candidato a Cremona il giornale di Cremona saprà che lì il candidato si chiama Tizio, quello di Forza Italia in quest’altro modo, quello della Lega pure… e sarà molto semplice poter anche permettere a ciascuno di loro di fare campagna nel collegio. In più c’è lo spazio per mettere due preferenze, un uomo e una donna. Io lo trovo un meccanismo di una semplicità impressionante. Sfido chi non approva questo metodo  che pure è stato votato dalla direzione del Pd e approvato dalle forze della coalizione e praticamente in larghissima parte anche da Forza Italia  e ha una proposta diversa a darci un fac simile più semplice di questo».
In parte l'immagine si commenta da sé: come annunciato, spariscono le coalizioni (per cui i rettangoli delle singole liste sono tutti staccati), mentre compare la stampa di elementi non previsti nel bollettino usato vigente il Porcellum; su questi, però, converrà tornare. 

mercoledì 24 dicembre 2014

Simboli fantastici (2): "Tanta luce" con il salvagente di Proloche

Una delle poche certezze della politica italiana, almeno secondo gli esperti tradizionali, dovrebbe riassumersi in una frase: se c'è un candidato alle elezioni, avrà anche un simbolo con cui presentarsi. L'idea era buona, anzi ottima anche e soprattutto nel 1994, quando la nuova legge elettorale - il Mattarellum - per la quota di seggi affidata al sistema maggioritario favorì come non mai la proliferazione di contrassegni e si arrivò al record assoluto di emblemi depositati, sfondando non di poco quota 300.
Durante quella campagna elettorale, l'acutissima banda di Avanzi - con a capo la futura sempreverde Serena Dandini, già ben rodata con la Tv delle ragazze - aveva messo in piedi la nuova trasmissione satirica di Raitre, Tunnel, schierando in video larga parte degli attori che avevano già animato le tre stagioni del programma precedente. Tra loro, non poteva mancare Pier Francesco Loche, che in Avanzi aveva vestito i panni di un fino mezzobusto, infaticabile annunciatore di notizie ufficiose e mormorate. Quella volta era tempo di osare di più, addirittura con una candidatura, proprio come a voler partecipare alle elezioni politiche, previste per fine marzo. 
C'era innanzitutto da inventare un partito: ecco allora Proloche, pronto a supportare degnamente la campagna elettore di un candidato unico, l'autodefinitosi "Uomo Venuto dal Mare", trattandosi di uomo sardo. E se ogni città che toccava con i suoi improbabili comizi - pronunciati a bordo del suo camion-palco a fianco di un inespressivo assistente - era invariabilmente "il paese che io amo!", il motto imprescindibile della sua campagna era ed è rimasto "SALVALITALIA", ovviamente tutto attaccato e proclamato tutto d'un fiato, nella foga di trarre in salvo il Paese e cercare consenso. 
Anche Proloche, però, non poteva sfuggire alla logica emblematica: per affrontare quei "putribondi figuri" degli avversari, occorreva un simbolo. E, se c'era l'Italia da salvare, quale immagine migliore di un salvagente tricolore per comunicare il concetto; il verde, il bianco e il rosso, accompagnati all'altrettanto italianissimo (e protoberlusconiano, in quelle settimane) azzurro dello sfondo, erano poi un'anticipazione dell'epidemia di colori nazionali che stava già infestando buona parte delle multidecine di simboli depositati al Viminale e si sarebbe propagata negli anni fino alla pandemia odierna. 

martedì 23 dicembre 2014

Simboli fantastici (1): Partito socialista aristocratico, quando il voto è denaro

In mezzo a tante storie simboliche terribilmente vere, deve avere diritto di cittadinanza anche qualche storia emblematica "veramente falsa". Nel senso che i partiti erano del tutto inventati, ma i loro contrassegni erano stati creati sul serio. Magari sono nati per scherzo, o per esercizio di satira, o ancora come spunto o elemento di contorno per un film di qualunque genere. Sta di fatto che sono venuti al mondo e far finta che non siano mai esistiti è ingiusto. Se non altro per rispetto alle menti che, più o meno sane, hanno contribuito alla loro venuta tra noi. 

Se bisogna parlare di "simboli fantastici", bisognerà pure partire da quello che, più di altri, ha rischiato di essere reale e di finire persino sulle schede. Perché mercoledì 14 maggio del 1980, in fila davanti al tribunale di Roma per consegnare le firme e liste per partecipare alle elezioni regionali del Lazio, alcuni loschi figuri c'erano davvero. 
Nelle loro cartelle, i documenti erano marcati con il simbolo del Partito socialista aristocratico, la cui sigla però era "Spa": nessun errore però, considerando che il motto scelto era "il tuo voto è denaro". A promuovere il partito era niente meno che la banda del Male, probabilmente una delle macchine da guerra satiriche più devastanti a cavallo del cambio di decennio. Quei documenti, però, non arrivarono mai sulle scrivanie giuste: per averne testimonianza, basta leggere l'incipit di un articolo del giorno dopo, firmato da Giuseppe Zaccaria sulla Stampa (e, per gli amanti del genere, pubblicato a pagina 2 subito sotto a un'apertura vergata addirittura da Luca Giurato, probabilmente ancora privo di camicie e occhiali variopinti): 
«Chiederemo mille miliardi di danni!», tuonava nell'atrio del tribunale Vincenzo Sparagna, baffuto redattore del «Male». Poco più in là Jiga Melik, altro ideatore del settimanale, lunga criniera bionda e giubbetto rosso fuoco, arringava i poliziotti attoniti e la gente radunata intorno per spiegare che era tutta una porcheria, che loro erano arrivati in tempo e che, se si voleva proprio spaccare il capello in quattro, allora anche dc e msi, giunti un attimo prima, avrebbero dovuto essere esclusi. 
Motivo del contendere la presentazione — che scadeva ieri mattina a mezzogiorno — delle liste per le prossime elezioni amministrative a Roma e nella provincia. Il «Partito socialista aristocratico» (più brevemente «Spa», emanazione e braccio politico del «Male») era appena stato escluso per essere i suoi rappresentanti giunti con un minuto di ritardo sul tempo massimo. Lo scopo era quello di assicurarsi l'ultima casella in basso nella scheda elettorale (impresa tradizionalmente riuscita alla democrazia cristiana), ma ufficialmente Sparagna e Melik sostenevano di essere stati «depistati» da due figuri che, all'Ingresso, avevano indicato loro una direzione opposta a quella dell'ufficio elettorale. «Siamo arrivati a mezzogiorno in punto!», protestavano i due. [...] 
Dopo aver sfiorato l'arresto i due del «Male» se ne sono andati annunciando ricorsi, e portandosi dietro il sospetto che anche i corridoi del tribunale fossero stri utilizzati per improvvisare satira.

lunedì 22 dicembre 2014

Il 100% che non ha mai visto le schede

Bisogna ammetterlo: certe volte alcuni dei contrassegni che finiscono nelle bacheche del Ministero dell'interno raggiungono tassi notevoli di ermetismo: risulta davvero difficile capire chi stia dietro a quei cerchietti ma, soprattutto, cosa voglia fare e quale sia il suo programma. Talora accade persino con i partiti che dovrebbero essere più noti (a dimostrazione che le grafiche oggi rischiano di comunicare ben poco ai potenziali elettori), più spesso però capita con formazioni minori, che spuntano di rado nella fila fuori dal Viminale.
Così nel 1996, tra due carneadi assoluti come la Regione dolomitica europea e il laziale Golfo unito - Orizzonte nuovo, con il numero 147 aveva varcato il portone del ministero il rappresentante del Primo comitato 100%. E proprio la percentuale, scritta in una quasi naïve font Balloon e delimitata da due spartanissime virgolette rettangolari, era di fatto l'unico ingrediente dell'emblema, insieme allo sfondo color giallo carico. 
Già, ma cos'era questo comitato e che significava quella quota percentuale? Per scoprirlo oggi occorre andare in un sito dalla grafica decisamente old fashioned, in cui si legge tuttora che l'emblema già visto "è il SIMBOLO / del Movimento promosso in Italia e nel Mondo / del 1° COMITATO "100%" / per poter Conoscere a fondo - Dibattere pubblicamente / Votare / in ogni Località e Regione di ogni Paese / e / alle Nazioni Unite / il / 1° PROGRAMMA / BASE COMUNE GLOBALE PERMANENTE / del nostroVillaggio Globale / uno Strumento finora mancante - sempre più necessario / fondato su quanto sappiamo dela realtà / in modo oggettivamente controllabile / da chiunque" (maiuscole ed errori compresi).
A leggere così, occorre riconoscerlo, emerge un disegno ambizioso, ma continua a capirsi pochino. Bisogna spulciare le altre pagine del protosito per scoprire che i primi passi di questo progetto politico sono stati mossi nel 1990 (o probabilmente anche prima), visto che già l'11 dicembre di quell'anno tale Gustavo Ongari dice di avere messo a punto "il Programma base comune globale", "già presentato ed illustrato alle Ambasciate di 60 Paesi accreditati a Roma, presso il Quirinale e la Santa Sede, perché venisse trasmesso ai rispettivi Capi di stato e di governo, [nonché] all'Organizzazione delle Nazioni Unite [...] ed al Parlamento Europeo". Lo stesso programma, addirittura, sarebbe stato presentato - già tradotto in più lingue - ai capi di stato e di governo del G8, riuniti a luglio del 1994 a Napoli.
Il sito dà conto anche dello statuto del "1° Comitato 100%", associazione con sede a Torino (e con l'intenzione dichiarata di crearne altre, anche all'estero) e fatta sorgere con tanto di atto pubblico datato 1992. Allo stesso è strettamente legato il programma di cui si è detto più volte (qui dato nella sua prima versione): la lunghezza dello stesso - 60 obiettivi e 43 sottobiettivi fondamentali - ci hanno però sinceramente scoraggiato dal fare una lettura approfondita, che lasciamo alla bontà del lettore. Lettura che, peraltro, sarebbe imprescindibile, poiché l'intero contenuto del programma "coincide con la serie completa di quelle condizioni fondamentali che lo studio di tutte le strutture e funzioni della natura e nostre individua come necessarie e come sufficienti da costruire o eliminare per il loro svilupparsi e attuarsi al 100%". 
La frase spiega il nome del gruppo e, allo stesso tempo, traccia uno scenario fantapolitico (i programmi, da sempre, sono fatti per non essere integralmente realizzati) e contemporaneamente conferma al malcapitato interessato che non una riga del programma potrà essere omessa. Non dovettero essere poi molte le persone disponibili a correre con le insegne del 100% (o, forse, i lettori coscienziosi erano già allora pochi), visto che alle elezioni nessuna lista o candidatura singola si legò al simbolo a fondo giallo. 
Il presentatore alle politiche saltò un turno, non mettendosi in fila nel 2001, ma tornò a depositare simbolo e documentazione nel 2006 e per il voto di due anni dopo: la font questa volta era un Arial, piuttosto compresso (e sempre con qualche problema alle virgolette, unica differenza tra i due anni), ma nemmeno in quelle due scadenze elettorali il contrassegno finì sulle schede. Nuove notizie del Programma base comune globale permanente (o di sue nuove versioni) non si hanno; chissà se il suo ideatore ha cambiato idea o sta ancora cercando persone che vogliano metterlo in pratica. Al 100%, naturalmente.

domenica 21 dicembre 2014

Noi, Salvini copia la forzista Calabria? Per niente

Quando si tratta di affrontare qualcosa di nuovo o inatteso, di cui non si comprende ancora appieno il potenziale e potrebbe in qualche modo arrecare disturbo, il primo impulso è quello di approntare le difese, magari sparando qualche colpo in aria o a salve, col risultato che la situazione non appaia così chiara. 
Così, non stupisce che, poche ore dopo la presentazione alla Camera di Noi con Salvini, il simbolo (già depositato come marchio il 4 dicembre) con cui il segretario della Lega Nord intende proporre un nuovo progetto nelle regioni centromeridionali, sia arrivata su Twitter la risposta di Annagrazia Calabria, deputata di Forza Italia e presidente nazionale di Forza Italia giovani. 
La parlamentare ha affidato a Twitter il suo pensiero, mettendo a confronto la foto di Matteo Salvini che presenta il nuovo contrassegno con uno scatto che la ritrae a fianco di Silvio Berlusconi sul palco della manifestazione romana "Noi, la forza dell'Italia" (organizzata dai giovani forzisti il 23 novembre dell'anno scorso) e con il logo di "noi" coniato per l'occasione. 
I manifesti con il logo di Annagrazia Calabria (Dagospia)
La nota diffusa alle agenzie parla di un simbolo "regolarmente depositato e registrato e quotidianamente usato per le attività di Forza Italia Giovani". L'emblema in effetti è stato sperimentato già dall'inizio di novembre, quando le plance romane per le affissioni sono state affollate da decine di manifesti a fondo blu, con l'esclamazione "no!" che - con la rotazione del punto esclamativo - cambiava a poco a poco in "noi", con la scritta e il rettangolo di contorno colorato di giallo: lo stesso segno è stato utilizzato su manifesti e sulle scenografie delle varie manifestazioni.
Nessuno ha parlato (per il momento) di azioni legali o altri passaggi contro il progetto di Salvini, anche se certamente l'uscita della Calabria potrebbe guastare almeno in parte la festa e affiocare il progetto neonato di Noi con Salvini.
Ha certamente il pieno diritto Annagrazia Calabria di esprimersi come ha fatto, anche e soprattutto come titolare del marchio depositato in data 4 novembre 2013 presso l'Ufficio italiano brevetti e marchi e registrato ad agosto di quest'anno; non coglie però nel segno quando dice che il simbolo "è di '#Noi'". Non c'è nessun originale, nessuna imitazione e questo per varie ragioni. Chi conosce il diritto della proprietà industriale sa che si distingue tra marchi forti e deboli, a seconda della loro capacità distintiva, cioè di distinguere un prodotto o un servizio dagli altri. Si ha un marchio debole quando si è di fronte a un segno sostanzialmente descrittivo, o che preveda l'impiego di termini di uso comune o denominazioni generiche: la tutela, in questi casi, è limitata alle "variazioni sul tema" rispetto ai termini comuni o generici, ricomprendendovi anche la resa grafica del segno.
Ora, non può certo dirsi che "noi" sia un marchio forte: come pronome personale, la parola è una delle più usate nel linguaggio quotidiano (anche in tempi di forte individualismo come questo). In politica, poi, esistono molti precedenti dell'uso del termine "noi" all'interno di un contrassegno elettorale: Noi Sud ne era solo l'esempio più recente (ma rappresentato anche in Parlamento nella scorsa legislatura), ma a livello locale non si contano i casi di liste che si fondano sul concetto di "Noi con..." o "Noi per...", sottolineando l'impegno al fianco di una persona o per un territorio. E' pure vero che la Calabria ha registrato come marchio la sola parola "noi" (chiedendo la protezione per la classe 41, in cui sono ricompresi "servizi di formazione in ambito di associazionismo politico, movimenti politici, associazionismo civico, movimenti civici, servizi di organizzazione e direzione di attivita' per manifestazioni politiche"), ma è evidente che la logica delle norme che tutelano il marchio - e di quelle, diverse ma non lontane nell'ispirazione - che tutelano il contrassegno politico-elettorale - è quella di tutelare l'originalità, non di consentire a un singolo o a un gruppo di detenere il monopolio su termini o realtà di uso comune: cosa c'è di più politico e di generico del senso di comunità e di unità, riassunto dal termine "noi"?
Ma allora, ci si potrebbe chiedere, a cos'è servito registrare "noi"? Che tutela può invocare la deputata forzista? Come si diceva prima, in questo caso oggetto di protezione in caso di marchio debole è l'elemento di originalità comunque presente: in questo caso, unico vero tratto distintivo è la rappresentazione grafica, con il "noi" scritto con una determinata font e incluso in un rettangolo a bordo leggermente più spesso del corpo del testo; qui si prescinde dal colore, visto che il segno è stato volutamente depositato in bianco e nero, in modo da coprire tutte le varianti cromatiche possibili. E' di tutta evidenza, però, che non c'è alcuna possibilità di confondere l'emblema registrato dalla Calabria e quello lanciato da Salvini: il simbolo presentato venerdì, infatti, contiene sufficienti elementi che lo differenziano da quello dei giovani forzisti (l'assenza di un rettangolo, il carattere diverso e in stile maiuscolo, l'aggiunta di parti testuali caratterizzanti, lo sviluppo circolare). L'unico elemento di contatto tra i due emblemi, insomma, è il "noi": proprio quello su cui, come si è visto, nessuno può mettere le mani in esclusiva.