lunedì 11 gennaio 2016

"Niente Forza Italia sulle schede? Assurdo"

Prendiamone atto, per qualcuno i "retroscenisti" sono davvero la categoria più infida sulla faccia del giornalismo: pensano sempre male e, naturalmente, non ci azzeccano mai. Dovrebbe essere questa la conclusione da trarre una volta letta l'intervista a Silvio Berlusconi che Il Giornale ha pubblicato due giorni fa, a firma del suo direttore Alessandro Sallusti. Era prevedibile che, dopo la notizia sparata dalla Repubblica sul possibile congelamento del simbolo di Forza Italia alle prossime elezioni amministrative per evitare danni ulteriori al marchio e al partito (e dopo il vespaio di polemiche che ne sono seguite), il demiurgo e deus ex machina di Fi scegliesse di intervenire in prima persona per dire una parola chiara sul punto.
Così, quando Berlusconi ha ribadito per l'ennesima volta che "la maggioranza degli elettori non vota a sinistra", è stato facile per Sallusti chiedere conto della possibilità che Fi alle amministrative non corra col proprio emblema, "una scelta che sembra dettata dalla paura, dalla voglia di non contarsi". Non cogliere questo assist per Berlusconi era davvero impossibile, così ecco la puntuale risposta: "L'idea che Forza Italia non presenti il suo simbolo è semplicemente assurda. Mi chiedo se qualcuno possa davvero aver pensato una sciocchezza come questa. Ovviamente il nostro simbolo ci sarà e ci sarà per vincere. Il mio impegno è riportare Forza Italia sopra il 20% per vincere le elezioni con il centrodestra superando al primo turno il 40% dei voti".
Diventa interessante, a questo punto, cercare di interpretare a fondo le parole del leader di Forza Italia. Al di là dell'idea di "esserci per vincere", in un'ottica pienamente legittima di propaganda, l'intervista testimonia la ferma volontà di Berlusconi - o, per lo meno, la sua volontà dichiarata - di non abbandonare il campo e di volerlo presidiare con il suo emblema storico. La presenza sarà assicurata quasi sicuramente nelle realtà più visibili (dunque a Torino, Milano, Bologna, Roma, Napoli) e in altre città, oltre che in altre località in cui il radicamento consentirà di raccogliere le firme necessarie con quell'emblema. Il traguardo del 20%, ovviamente, sembra legato a una visione di medio periodo, non parendo realistico riferirlo a questa tornata elettorale (se non altro per i dati dei sondaggi che circolano).
Proprio quel traguardo, però, sarebbe la condizione necessaria per sperare di far superare al centrodestra il 40% al primo turno delle prime elezioni sotto la vigenza dell'Italicum. In questo, è significativo che Berlusconi non estenda espressamente il discorso sul simbolo anche a quelle elezioni politiche, ma parli genericamente di "centrodestra". Questo potrebbe avere due significati alternativi tra loro: probabilmente la speranza del fondatore di Forza Italia - e, come si sa, non solo sua - è che Matteo Renzi si convinca a rimettere mano alla legge elettorale, ripristinando il premio di maggioranza alla coalizione e non più alla lista; in quel caso, Fi concorrerebbe direttamente con il suo emblema alla partita delle elezioni e la percentuale da esso raccolta si sommerebbe a quella delle altre liste, rischiando di vincere (come stava per avvenire nel 2013).
Nell'ipotesi che la legge restasse tal quale, invece, il discorso di Berlusconi si reggerebbe comunque: rafforzare Forza Italia, infatti, servirebbe comunque a portare acqua alla lista unica di centrodestra, da comporre con la Lega Nord e con chi ci sta, a partire da Fratelli d'Italia ("Con Lega e Fratelli d'Italia - si legge nell'intervista - stiamo implementando una collaborazione cordiale e sistematica nelle aule parlamentari e sul territorio"). Certo, ci sarebbe una difficoltà in più: trovare la quadra del simbolo, cercando di non rinunciare alla bandierina e sapendo che nemmeno gli altri (Lega in primis) rinunceranno alle loro insegne. Sperando, ovviamente, che alla fine non ci rimetta la grafica...

sabato 9 gennaio 2016

Noi per la Famiglia, in campo a Cordenons

Continuando il viaggio nelle elezioni amministrative della prossima primavera, la tappa di oggi è Cordenons, comune superiore della provincia di Pordenone. I primi movimenti più evidenti sembrano iniziati nell'area del centrodestra, in particolare tra le forze che sembrano intenzionate a correre insieme alla Lega Nord, il cui segretario, Andrea Delle Vedove, è anche assessore della giunta uscente. Non si parla in questo caso di Forza Italia (non ci sarebbe ancora stato l'incontro tra le delegazioni dei partiti), ma di due liste civiche. L'ultima, in ordine di tempo, dovrebbe essere Noi per la Famiglia e per i media è qualificata senza dubbio come "civica di orientamento cattolico". 
Il simbolo cerca di essere piuttosto descrittivo degli intenti della lista, che il gruppo stesso ha illustrato su Facebook: "a seguito di quanto sta accadendo anche nel nostro territorio - si legge - ci sembrava doveroso dare vita ad una lista Noi per la Famiglia, in difesa dei valori che la Costituzione riconosce. Ci riserviamo in base alle adesioni che riceveremo di partecipare alle prossime amministrative con una lista civica, che sarà d’appoggio a chi difende l’istituto della famiglia". Si tratta, dunque, di una sorta di lista di scopo, illustrato anche graficamente dalla Famiglia (la maiuscola è sul simbolo) rigorosamente tradizionale (padre, madre, due figli, un maschio e una femmina) la cui sagoma emerge al centro della "O" di "Noi", parola più evidente di tutte. E' pur vero che ci sono anche i riferimenti all'ambiente, alla scuola e al lavoro, ma nulla scalfisce il messaggio di identificazione tra il gruppo e le sue idee sulla famiglia apportato dal "Noi" a caratteri cubitali. Proprio quella scritta in giallo su fondo blu, tra l'altro, richiama più o meno involontariamente la grafica di Noi con Salvini, almeno sul piano cromatico. 
L'emblema di Noi per la Famiglia appare per la prima volta sul manifesto dell'iniziativa La famiglia di fronte alle scelte educative emergenti, organizzata proprio con La Lega Nord e con i Giuristi per la vita; accanto c'è anche un altro simbolo, quello di Fides, lista nata dall'esperienza dell'associazione Cittadini in movimento e collocata nel centrodestra (lo stesso Delle Vedove lo aveva chiaramente fatto capire), pur senza perdere il suo carattere civico (anche qui c'è un po' di senso religioso, con una piantina giovane che cresce in un terreno ghiaioso). A vari mesi dal voto, in ogni caso, il quadro è ancora piuttosto fluido e c'è tutto il tempo per rimpolpare gli schieramenti. 

venerdì 8 gennaio 2016

Quando la Quercia sopravvisse a Barletta


Se la matematica non è un’opinione, fare di conto a volte lo è. Per i discreti conoscitori della politica italiana, per esempio, i congressi dei Democratici di sinistra sono stati quattro; per i drogati di politica, invece, sono stati cinque. Tutto bene fino a quello di Firenze nel 2007, ma per loro bisogna assolutamente aggiungere quello di Barletta nel 2008. Quello che, per chi lo ha celebrato, avrebbe certificato la resistenza in vita (e attività) del partito.
Posto che in Italia - su queste pagine lo si è visto spesso - formare un governo è più facile che sciogliere un partito, quando un gruppo politico sceglie di confluire in un'altra sigla occorre innanzitutto un congresso che decida la confluenza, ma non finisce lì. Il "vecchio" partito, infatti, smette di operare politicamente ma resta in piedi, almeno finché ci sono rapporti pendenti (debiti, crediti e, soprattutto, liti giudiziarie); solo quando tutto o quasi viene chiuso, il sipario può calare.
Qualcosa di simile era accaduto ai Ds: alla fine del IV congresso, il 21 aprile 2007, si era deliberato che "all'atto della nascita del Partito democratico verrà conclusa l’autonoma attività politica dei Ds". Tutto bene? Non per tutti. Antonio Corvasce, classe 1970, per esempio non ci sta. Non gli interessa entrare nel Pd o in altri partiti (o fondarne uno): lui vuole "solo" restare diessino e mantiene la carica di capogruppo dei Democratici di sinistra in comune di Barletta.
Da avvocato quale è, al suo ragionamento Corvasce dà subito una veste giuridica, anche se prima viene la questione politica: tutti i dirigenti Ds che sono anche fondatori del Pd hanno lasciato il partito senza una guida, mentre è proprio nel partito della Quercia che Corvasce e altri vogliono continuare a operare. Le elezioni politiche sono nell'aria e per qualcuno occorre muoversi in fretta: a fine novembre 2007 nasce un comitato di base (cinque dirigenti Ds della provincia di Barletta) che avvia un nuovo tesseramento; lo stesso comitato convoca per il 28 febbraio 2008 una "assemblea generale degli iscritti". 
Quel giorno, a Barletta, si ritrovano in 31, 26 presenti e 5 invitati, ben decisi a dichiarare entro il 3 marzo che i Ds sono vivi e assolutamente vegeti: quello, infatti, è il termine finale per presentare i simboli al Ministero dell'interno. Dal pensiero si passa all'azione: dopo due ore di assemblea, si convoca e si dà subito inizio - quello stesso 28 febbraio - al V congresso straordinario "per la continuità", che inizia subito; vista «la presenza totalitaria degli iscritti» (la trentina di persone che ha aderito al tesseramento) non si perde tempo. A tempo di record si presenta e si approva all'unanimità il regolamento congressuale (in un'oretta), l'unico candidato alla segreteria - Fedele Giannone - illustra il suo programma e alle 22 e 15 si ritrova segretario dei Ds, mentre dieci minuti dopo Corvasce è acclamato presidente. E' quasi l'una del 29 febbraio e il congresso si chiude, con un nuovo statuto (quello uscito nel 2001 dal congresso di Pesaro, senza norme transitorie) e gli organi interni ricostituiti. 
Tra coloro che si trovano il primo giorno a depositare i simboli al Viminale c'è anche Antonio Corvasce: in serata, in qualità di presidente dei Ds, presenta l'ultima versione della Quercia (quella con la rosa grande del socialismo europeo e il nome esteso del Pse). Al ministero non si vedono delegati di Piero Fassino e Ugo Sposetti, rispettivamente segretario e tesoriere dei Ds confluiti nel Pd: potenzialmente, dunque, i Ds scongelati a Barletta si sentono più al sicuro. I funzionari del Ministero, però, non la pensano così: per loro Corvasce non è legittimato all'uso del fregio, né si può dire che Giannone sia il "successore" di Fassino, non essendoci continuità tra i due partiti come soggetti giuridici; il partito titolare del simbolo, dunque, va tutelato e i suoi (ex) elettori pure, anche se Fassino e Sposetti non si sono mossi in tal senso. Corvasce non ci sta, per lui i suoi Ds sono proprio lo stesso partito, ma l'ufficio elettorale della Cassazione conferma la bocciatura del simbolo.
Il futuro sindaco di Torino, in compenso, mostra di non avere gradito affatto lo scherzetto made in Barletta e chiede che i giudici dichiarino carta straccia (= inesistenti o nulli) gli atti dell'assemblea e del congresso del febbraio 2008: a dispetto della sospensione dell'attività, infatti, i Ds avrebbero ancora gli stessi dirigenti di prima. Opposto è il pensiero di Corvasce: sarebbe lo stesso statuto dei Ds, tra l'altro, a dire che gli iscritti al partito non possono militare in altre formazioni, dunque chi ha aderito al Pd e partecipato alle primarie che incoronano Veltroni non può più dirsi iscritto ai Democratici di sinistra. 
La questione, tra l'altro, tocca anche il portafogli: secondo il "nuovo" tesoriere, Vito D’Aprile, Sposetti non può più gestire i beni del partito e i rimborsi elettorali allora ancora da riscuotere, finché non è chiaro se debbano riceverli i Ds-Fassino o i Ds-Corvasce, devono restare congelati. Quei denari, peraltro, interessano molto alle banche che vantano ancora crediti dai Democratici di sinistra, nell'ambito di una situazione debitoria tutt'altro che rosea e di cui, in base a una legge di fine anni '90, si è in gran parte dovuto far carico lo Stato. Corvasce sostiene di avere contestato le pretese delle banche e probabilmente lo ha fatto anche per evitare di rimetterci in proprio: il primo atto di citazione di una banca e varie cartelle esattoriali legate a immobili del partito erano arrivati proprio ai Ds con sede a Barletta (un incubo simile a quello vissuto dal corregionale Mimmo Magistro per il Psdi).
Mentre, a quanto si sa, la causa civile sulla corretta rappresentazione dei Ds non è ancora chiusa (con tanto di accuse di produzione di documenti falsi), il partito guidato da Corvasce e Giannone prova più volte a presentarsi alle elezioni, ma viene puntualmente escluso, spesso per intervento dei Ds-Fassino; uno sforzo che deve avere segnato irrimediabilmente Ugo Sposetti, suggerendogli di proporre la norma - poi entrata nell'Italicum - che chiede ai partiti di depositare lo statuto insieme al simbolo, in modo da escludere fin dall'inizio eventuali liste farlocche. Alle ultime due tornate di livello nazionale, una quercia in bacheca al Viminale è finita, ma è sempre stata quella dei Ds-Fassino, mai quella barlettese. Magari Corvasce e gli altri non si sono arresi, ma potrebbero non voler aspettare tempi biblici nella speranza di vedersi dare ragione: una quercia, del resto, vive a lungo, anche per secoli.

mercoledì 6 gennaio 2016

A Milano si copia?

Anche all'ombra della Madonnina si vota a giugno, non ci sono ancora i nomi dei candidati principali (da individuare o da scegliere con le primarie), ma l'atmosfera inizia già a scaldarsi, con accuse di plagio da più parti. L'ultimo colpo lo ha sparato Manfredi Palmeri, candidato sindaco nel 2011 per il Nuovo Polo per Milano e consigliere del gruppo Polo dei Milanesi. "Si legge di nomi e di slogan copiati - ha dichiarato Palmeri - ma facciamo rilevare che anche noi abbiamo appreso di un nome copiato pari pari dall'iniziativa politica che mi ha appoggiato nel 2011 nella mia candidatura a Sindaco e che ha continuato a farlo attraverso le sue componenti più attive: Milano Merita."
La notizia della "copia" è stata data il giorno di Santo Stefano, anche se in realtà è tutt'altro che fresca, visto che risale alla fine del 2014. Risale infatti ad allora la presentazione di Milano merita di più, comitato civico che si propone di creare un'alternativa alla sinistra e coordinato da Giulio Gallera, coordinatore cittadino di Forza Italia. Mentre già nel 2011 Sara Giudice, già Pdl, giornalista e all'epoca promotrice di una raccolta di firme contro il "metodo Minetti", aveva promosso la nascita di un soggetto politico, appunto denominato Milano merita, con tanto di simbolo (nome del raggruppamento e della promotrice in font Insignia verde e rosso su fondo azzurrino, con stella a sei punte a richiamare i sei punti del suo Manifesto del merito e che erano entrati a far parte del programma dello stesso Manfredi Palmeri). 
"Sorprende che chi si muove per formulare proposte alla Città - ha sottolineato ancora Palmeri - tenti di impossessarsi di quello che la Città stessa ha già espresso, stupisce che chi vuole scrivere offerte politiche, copi (male) i titoli dagli altri che hanno già lavorato. Qualsiasi tentativo di imitazione sarà respinto al mittente, a maggior ragione in vista delle prossime elezioni". Già un anno prima, in compenso, Gallera aveva negato ogni ipotesi di plagio: "Si tratta di un nome comune, come 'Roma' o 'Milano'. Mica si può averne la proprietà. Anche perché c'è un simbolo originale e uno slogan originale: Milano merita di più. E soprattutto ci sono le idee per rilanciare la città". Anche se, sul nome, si deve ammettere che l'espressione "di +" non è particolarmente evidente, essendo scritta in giallo su fondo bianco, mentre "Milano merita" spicca molto di più; non è inutile ricordare, peraltro, che il simbolo della lista della Giudice non finì sulla scheda, ma lei si candidò nel Nuovo Polo per Milano, senza essere eletta.
Quella appena raccontata può sembrare una storia minore, ma si inserisce in un contesto di accuse di plagio aperto dal "caso Sala". Dopo la presentazione del logo adottato da Giuseppe Sala per la campagna delle primarie del centrosinistra, infatti, più di qualcuno - a partire dal Giornale - ha parlato di una "strana sensazione di un dejà vu" per quanto riguardava la grafica scelta. L'idea, infatti, è che nell'emblema scelto "la grafica non [sia] originalissima. Anzi. Si ispira parecchio al simbolo del Nuovo Centrodestra, proprio il partito che la sinistra radicale e Sel vedono come il fumo negli occhi e temono che possa diventare alleato a sorpresa di mister Expo in caso di ballottaggio, nell'ipotesi in cui vinca le primarie e diventi il candidato sindaco del centrosinistra alle Comunali". I colori sono ovviamente diversi, con il rosso al posto del blu per un quadrato che viene trasformato in un "fumetto ad angoli", tipico dei social network, dei servizi di comunicazione online; la somiglianza forse è dettata dalla forma similquadrata e dal fondo chiaro, ma l'impressione è che in realtà la parentela grafica finisca lì.
Tutt'altro discorso, invece, le accuse mosse da Nicolò Mardegan, leader della lista civica NoixMilano, che è nata mesi fa e ha tutta l'intenzione di partecipare alle prossime amministrative: "Purtroppo - si legge nella lettera inviata ad Affari Italiani - Sala ha proposto per la propria campagna un nome e un logo praticamente identici al nostro. Delle due l’una: o il team di collaboratori di Sala non è stato in grado, nella costruzione di una strategia elettorale, di consultare social network e motori di ricerca accorgendosi con facilità che il concetto da loro scelto (Noi e Milano) già esiste, oppure ha deciso di ignorare le abitudini civili di fair play che, seppur non scritte, esistono anche nel complesso mondo della politica". Per questo Mardegan ha invitato Sala a modificare lo slogan (anche se il simbolo, con la x rossa come la croce di San Giorgio, è piuttosto distante da quello creato per le primarie meneghine): "diversamente sceglieremo la via legale per inibire l'uso di un'idea che è nostra, quella di NoixMilano, creata prima ancora del coinvolgimento di Sala nella competizione elettorale". Se il buongiorno si vede dal mattino, conviene mettere da parte elmetti e corazze per i giorni del voto.

martedì 5 gennaio 2016

L'arcobaleno di Ricoloriamo Pignataro

Da quando i contrassegni sono stampati a colori sulle schede, l'arcobaleno - come apoteosi e summa cromatica - è entrato a pieno titolo tra i soggetti dei simboli nella politica italiana (dal Partito della legge naturale all'Unione di Romano Prodi, fino alla non felicissima esperienza della Sinistra - l'Arcobaleno del 2008): prima del 1992, i Verdi Arcobaleno si erano dovuti limitare a usare quel nome, senza potersi sbizzarrire di più, mentre anni dopo la Federazione dei Verdi, sotto al sole che ride, avrebbe aggiunto proprio una striscia arcobaleno come riferimento alla pace. 
Oggi, dunque, le remore cromatiche di un tempo non hanno più ragione di esistere, così - dal livello nazionale al più piccolo comune - chiunque voglia ammantarsi di colori può farlo tranquillamente. Tra gli ultimi, almeno per ora, c'è Giorgio Magliocca, che ha tutta l'intenzione di candidarsi a sindaco di Pignataro Maggiore, in provincia di Caserta. Più esattamente si dovrebbe dire "rincandidarsi": Magliocca, infatti, è già stato primo cittadino di Pignataro per due volte, dal 2002 al 2005 e dal 2006 al 2011 (oltre che coordinatore del gabinetto del sindaco di Roma, nella consiliatura Alemanno); non aveva terminato il secondo mandato, essendo stato arrestato e incarcerato qualche mese prima, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Accuse da cui però è stato assolto in primo e in secondo grado: anche per questo, a dicembre l'ex sindaco aveva già manifestato il desiderio di correre di nuovo per la sua vecchia poltrona.
Per presentare il simbolo del suo progetto politico, Magliocca ha scelto una serata tutt'altro che scontata: il 31 dicembre scorso, mentre quasi tutti gli altri festeggiavano la fine del 2015. Niente emblemi partitici nel nome e nell'emblema legato al candidato sindaco che ha militato in An prima e nel Pdl poi: anche in questo caso si è scelto di dare natura civica alla lista, andando oltre i partiti e le appartenenze politiche tradizionali. Il messaggio da comunicare è che la città di Pignataro negli ultimi anni è stata scolorita, per cui la lista intende riportarla ai colori che merita. Non stupisce dunque che la sigla scelta sia Ricoloriamo Pignataro, con l'arcobaleno tracciato a pennellate, in un cielo innaturalmente bianco e con uno scorcio del paese colorato al minimo. Se arriverà sulle schede, in ogni caso, all'elettore non toccherà finire la coloritura: Magliocca e gli altri candidati si accontenteranno di due tratti di matita copiativa.

lunedì 4 gennaio 2016

Niente Forza Italia sulle schede? Ecco come potrà succedere

E se al prossimo turno di elezioni amministrative, nei comunelli sparsi per il Paese come nelle grandi città (Torino, Milano, Bologna, Roma e Napoli su tutte), sparisse completamente il simbolo di Forza Italia? Se ne parla da un paio di giorni e per qualcuno lo scenario è tutto meno che improbabile: sarebbe stato anzi lo stesso Silvio Berlusconi a formulare la proposta.
Ne ha scritto per primo Carmelo Lopapa, parlando su Repubblica dell'ipotesi "illustrata ai più fidati, di presentarsi alle amministrative con liste civiche, magari piazzando i consiglieri forzisti uscenti nelle liste personali dei candidati sindaci": ciò per evitare una batosta certificata dai dati elettorali (con inevitabile passaggio della guida del centrodestra alla Lega Nord), visti i sondaggi che ora danno Fi poco sopra o addirittura sotto il 10%.
Una cosa va precisata subito: che i simboli di partito disertino le schede elettorali è un fatto tutt'altro che nuovo. Già dall'inizio degli anni '90 - se non prima - alcune forze politiche preferivano utilizzare emblemi più neutri o legati comunque al territorio, magari dando una connotazione civica. Con il tempo, specialmente nei comuni più piccoli, mentre le sigle più combattive hanno continuato con orgoglio a metterci la faccia, utilizzando il proprio emblema per farsi riconoscere dagli elettori, la tendenza dei partiti maggiori a giocare a nascondino è aumentata: quando non si presentano proprio, questi contribuiscono alla presentazione di liste civiche senza dare il proprio fregio o lasciandolo solo intuire, nella convinzione che la scelta possa pagare di più nell'urna.
Nulla di drammatico, dunque, se nei comuni minori - la più parte in Italia - Fi non dovesse presentarsi. Nelle città medie e grandi, invece, la sparizione del simbolo forzista sarebbe praticamente inedita (tranne che, ovviamente, nei periodi contrassegnati dagli altri emblemi berlusconiani, dalla Casa delle libertà al Pdl): anche per questo, non stupiscono le reazioni di alcuni pezzi da novanta del partito, come Renato Brunetta e Maurizio Gasparri, che ritengono impossibile l'assenza della loro bandierina dalle schede.  
L'eventuale "congelamento" o "ritiro" del simbolo di Forza Italia avverrebbe in via indiretta, leggendo a contrario quanto previsto dal combinato disposto degli articoli 44, comma 3 e 46, comma 8 dello statuto del partito (anzi, "Movimento politico", come recita il documento), da poco vagliato dall'apposita Commissione di garanzia. In base a essi, la presentazione delle candidature e dei contrassegni in sede locale (elezioni amministrative incluse) avvenga "per mezzo di procuratori speciali nominati dall'Amministratore nazionale", "il solo autorizzato, in sede nazionale e locale, al deposito delle candidature e all'utilizzo del contrassegno elettorale"; oggi la carica di amministratore nazionale è ricoperta da Mariarosaria Rossi come commissario straordinario, ora che lo statuto permette di commissariare anche quella carica (lei però è in carica dal 20 maggio 2014 e il testo dello statuto in vigore fino allo scorso 4 agosto, a quanto mi risulta, prevedeva solo il commissariamento degli organi periferici elettivi, oltre che gli organi nazionali delle organizzazioni interne a Fi)
Dal momento che quello del procuratore speciale, come suggerisce l'espressione stessa, non è un incarico duraturo (e non coincide, ad esempio, con quello dei coordinatori regionali o locali), ma è svolto da soggetti "all'occorrenza nominati", sarà sufficiente che l'amministratore nazionale non nomini alcun procuratore speciale per la singola competizione elettorale (a Milano come a Salerno, a Platì come a Roma) e la bandierina di Forza Italia non potrà essere utilizzata da nessuno. Non da soci di Forza Italia o da affiliati ai club forzisti, non da dirigenti dello stesso partito: senza la procura speciale, le commissioni elettorali dovranno semplicemente ricusare il simbolo e, in caso di mancata sostituzione (o "sanatoria" con successiva ratifica da parte dell'amministratore nazionale), le liste saranno escluse dal voto.
Dunque "Addio Fi", come scrive Lopapa? Non è detto. C'è ancora un po' di tempo per decidere cosa fare: di certo, entrambi gli scenari possibili saranno decisamente interessanti. Se Fi deciderà di correre comunque, l'attenzione sarà puntata sui numeri che usciranno dalle urne. Se sceglierà di saltare un turno (o, al limite, di eclissarsi del tutto), si spulcerà lista per lista nel tentativo - non facilissimo - di capire quanto ha pesato la scelta di correre senza insegne, nel bene e nel male. Il lavoro per sondaggisti, dietrologi e retroscenisti è assicurato, in ogni caso. 

sabato 2 gennaio 2016

Una pigna per conquistare Ravenna

Si dovesse pensare a un'arma, difficilmente verrebbe in mente una pigna, non proprio immediata nemmeno come corpo contundente (a meno che caschi in testa direttamente da una pianta, si capisce); difficile, dunque, anche immaginarla come emblema elettorale bellicoso, per di più in una zona di pianura. Eppure è quasi certo che una pigna tenterà di andare alla conquista di Ravenna
Bisognerebbe, in realtà, fare ammenda subito: quella di cui si parla qui non è una pigna qualunque, bensì la Pigna. Innanzitutto perché siamo a Ravenna, che può vantare una delle pinete più importanti in tutta l'Italia, nota da secoli - ne parlavano già Boccaccio e Dante - e tutelata come "monumento naturale". 
Non è un caso che, in quella città, le pigne spuntino un po' dappertutto: oltre che negli stemmi locali, anche e soprattutto nell'architettura. Non stupisce quindi che, alcuni mesi fa, sia nata un'associazione culturale denominata "La Pigna": nel sito si legge che il cono è stato scelto come emblema "perché significa immediatamente Ravenna, attraverso una delle sue eccellenze universalmente riconosciuta", ma allo stesso tempo è "un segno identitario da troppo tempo non utilizzato e rimosso, a cui va ridata vitalità e futuro"; c'è poi un fascio di significati realmente simbolici, per cui "la pigna è un contenitore di frutti (ma in realtà sarebbero semi, ndb), di sviluppo, di utilità, di progetti; è un insieme solido, unito, poliedrico, plurale; è strumento di riproduzione, di fertilità e di sviluppo; è compatta, utile, concreta, tamugna". A parte l'ignoranza del sottoscritto che ignorava cosa significasse l'aggettivo "tamugna" - a quanto leggo, vuol dire "tosta, massiccia" - le ragioni per la scelta dell'emblema sono del tutto comprensibili.
Fin dall'inizio La Pigna si è posta come "un gruppo di ravennati liberi e coraggiosi, che non si arrendono di fronte alla crisi delle varie rappresentanze, né alla stagnazione della nostra economia e della nostra cultura", puntando piuttosto a "ricostruire finalmente una nuova cittadinanza attiva e utile al cambio di passo nel governo della città", anche attraverso l'elaborazione di una identità urbana territoriale. Facile pensare che quello potesse essere il germoglio di una nuova avventura politica, cosa che si è puntualmente verificata ad alcuni mesi di distanza. A incarnare la sfida è il presidente (e fondatore) dell'associazione, l'imprenditore Maurizio Bucci, non nuovo alla politica ravennate: rappresentante del centrodestra molto attivo in consiglio comunale, a ottobre ha lasciato Forza Italia e ha detto di voler lavorare a un progetto civico che possa essere espressione unitaria del centrodestra. 
Per questo a novembre - dopo che qualcuno aveva fatto il nome del ferrarese Vittorio Sgarbi - Bucci ha iniziato la sua campagna elettorale, in chiave di parte ma non di partito. E se "La Pigna" resta attiva come associazione, la lista messa in campo per le prossime elezioni è La Pigna per la Rinascita di Ravenna: il cono c'è, con la stessa forma, mentre sul fondo blu nella parte bassa si vedono delle fasce irregolari più chiare, probabilmente per richiamare il mare, essendo Ravenna città costiera. Quel mare in cui Bucci conta di non restare impantanato: anche lui, come gli altri, correrà per vincere.