sabato 15 febbraio 2020

Più Italia, per difendere la tradizione


Dalla fine del 2017, com'è noto, una forza politica - nata come lista, poi evolutasi come partito - è convinta che occorra "più Europa"; qualcuno, da circa un anno, ha iniziato a dire che serve innanzitutto "Più Italia", al punto tale da usare quel nome per distinguere il proprio progetto politico. Si chiama infatti Più Italia un movimento nato lo scorso anno e partito dalla Ciociaria: è della provincia di Frosinone infatti il suo fondatore e presidente, Fabrizio Pignalberi
Lui, laureato in giurisprudenza, ha una militanza politica piuttosto lunga: sul sito del movimento si definisce "sempre fedele alla destra italiana", dichiarando di avere collaborato con il Popolo della libertà, poi con Forza Italia e con Fratelli d'Italia (assumendo ruoli partitici a livello locale e diventando membro dell'assemblea nazionale nel 2017), ma dice di provenire politicamente dalla Fiamma Tricolore.
Nel 2019, però, ha iniziato a lavorare a un proprio progetto politico, Più Italia appunto. Il nome, a dire il vero, non è proprio nuovo: nel 2012 Antonio De Poli aveva depositato come marchi alcuni emblemi, forse immaginando un rilancio o un nuovo corso dell'Udc, tra i quali anche uno con la dicitura "Più Italia". Con quell'esperienza, tuttavia, il nuovo movimento politico non c'entra nulla: "Siamo un movimento - spiega Pignalberi - che alla nascita ha stipulato un accordo con Fratelli d'Italia, sostenendone varie candidature alle elezioni locali, regionali ed europee. Da maggio di quest'anno, però, inizieremo a presentare nostre liste con il simbolo di Più Italia". 
Già, il simbolo. Il nome del partito è uno dei due elementi principali dell'emblema: l'altro è costituito da due tracce identiche, sottili e quasi pennellate, una verde e una rossa. L'impressione è che quei due elementi ricordino una fiamma, richiamando in qualche modo quella utilizzata da Marine Le Pen, prima per il suo Front National, poi per l'attuale Rassemblement National. "In effetti, vista la mia storia politica, ho voluto inserire un rimando a una fiamma molto stilizzata, non proprio identificabile come tale ma comunque riconducibile a quell'idea, per chi vuole ritrovarsi in quell'immagine". 
Visto il nome e il simbolo utilizzato, non sorprende che il movimento si collochi con nettezza nel centrodestra, come a quell'area facevano riferimento i candidati e le liste cui finora è stato dato sostegno. Nel programma ("Dio patria e famiglia!" scherza, ma nemmeno troppo, Pignalberi) si trova la difesa delle famiglie italiane, delle tradizioni e del Made in Italy "come unico e inimitabile marchio", la salvaguardia del territorio, la tutela delle persone economicamente svantaggiate e dei minori sottratti alle famiglie. Le amministrative di quest'anno probabilmente segneranno il debutto del simbolo sulle schede: si vedrà se saprà farsi (ri)conoscere.

lunedì 10 febbraio 2020

Suppletive per il Senato: Umbria, in quattro sulla scheda

Dopo quelle di Napoli e di Roma, ora è definitivo anche il quadro delle elezioni suppletive che si terranno l'8 marzo per il collegio uninominale Umbria - 02 del Senato (che comprende una sessantina di comuni dell'Umbria, cioè tutta la provincia di Terni e parte di quella di Perugia), il cui seggio è stato lasciato libero da Donatella Tesei (Lega) dopo l'elezione a presidente della Regione. Quattro le candidature presentate, tutte ammesse dall'ufficio elettorale regionale: si tratta dunque - finora - della suppletiva col minor numero di aspiranti al seggio. Non è ancora stato reso noto l'ordine di nomi e contrassegni sulla scheda (anche se ovviamente il sorteggio è stato fatto); si può già dire, comunque, che la competizione principale sarà tra due donne. 
Il centrodestra, infatti, ha scelto di schierare Valeria Alessandrini, consigliera regionale della Lega, dunque in continuità con la candidatura che nel 2018 era risultata vincitrice. L'emblema presentato per quest'elezione è lo stesso già visto in altre suppletive, cioè il "triciclo" contenente i simboli di Lega, Fratelli d'Italia e Forza Italia in miniatura e disposti a triangolo. Le tre maggiori forze politiche di quell'area, dunque, si presentano unite. 
Ad Alessandrini il centrosinistra ha risposto candidando Maria Elisabetta Mascio, ternana, dirigente scolastica ed esperta di formazione, già candidata dal Pd come indipendente alle ultime regionali. Mascio, che si candida con il contrassegno "Mascio per l'Umbria" (con un leggero fondino azzurro e il suo nome sottolineato di gesso in verde), ha il sostegno esplicito del Partito democratico e del gruppo Sinistra civica verde, già visto con una propria lista alle regionali (che comprendeva soprattutto Articolo Uno, Sinistra italiana e Verdi); mancano però i riferimenti al Patto civico per l'Umbria (legato al consigliere regionale Andrea Fora), a Italia viva e al Psi, che non hanno sottoscritto la candidatura, in dissenso con il modo in cui si è arrivati alla scelta.
Torna poi autonomo sulle schede - dopo l'alleanza una tantum con il centrosinistra secondo lo schema della coalizione attualmente al governo - il MoVimento 5 Stelle, che presenta come aspirante senatore Roberto Alcidi, di Spoleto, ex dipendente della Meccanotecnica e militante storico del M5S. L'emblema, ovviamente, è lo stesso inaugurato in occasione delle elezioni politiche del 2018, proprio quando fu eletta Tesei che ora dev'essere sostituita. Sebbene il collegio di Terni sia meno sotto i riflettori rispetto a quelli di Napoli e Roma che voteranno nelle settimane precedenti, anche qui ci sarà molta attenzione per il risultato del MoVimento (oltre che per la competizione tra centrodestra e centrosinistra).
Completa il quadro Armida Gargani, avvocata e già militante del M5S (nel 2014 era candidata come consigliera a Terni): in questo caso Gargani si presenterà per il progetto politico Riconquistare l'Italialegato al Fronte sovranista italiano. In Umbria deve avere un certo radicamento, visto che alle scorse regionali aveva già partecipato candidando alla guida della regione una componente del comitato direttivo del Fronte, Martina Carletti. Anche in questo caso, l'emblema è quello che riprende il tema grafico del Fsi: le iniziali verdi del nome sono affiancate dalla Stella d'Italia, tagliata da una parentesi per segnalare la sua incompletezza e il percorso di crescita (e di riconquista della sovranità) che resta da fare. Anche questo voto, a suo modo, sarà un test interessante.

venerdì 7 febbraio 2020

Suppletive per la Camera: Roma, addirittura sette simboli

Dopo quello del 23 febbraio, il successivo turno di elezioni suppletive si svolgerà il 1° marzo, con riguardo al collegio uninominale 1 - Roma della Camera, lasciato libero da Paolo Gentiloni: la circoscrizione del collegio comprende i quartieri della capitale Rione Monti, Rione Trevi, Rione Colonna, Rione Campo Marzio, Rione Ponte, Rione Parione, Rione Regola, Rione Sant'Eustachio, Rione Pigna, Rione Campitelli, Rione Sant'Angelo, Rione Ripa, Rione Borgo, Rione Esquilino, Rione Ludovisi, Rione Sallustiano, Rione Castro Pretorio, Rione Celio, Rione San Saba, Rione Testaccio, Rione Trastevere, Trionfale, Rione Prati, Flaminio, Della Vittoria.
Dopo la scadenza dei termini per la presentazione delle candidature e il sorteggio degli aspiranti deputati per l'ordine sulla scheda, il quadro è completo e chiaro. Per cominciare, la citata scheda sarà più affollata per gli elettori romani rispetto a quella per quelli napoletani chiamati a votare una settimana prima: se in quest'ultimo caso i concorrenti saranno cinque, a Roma si sfideranno in sette per lo scranno della Camera rimasto libero. Il sorteggio ha collocato in prima posizione Marco Rizzo, segretario del Partito comunista, che continua nel suo tentativo di essere presente il più possibile negli appuntamenti elettorali, soprattutto quando hanno un certo peso. Il suo simbolo sarà l'unico a contenere una riproduzione di falce e martello.
Al secondo posto, la sorte ha inserito un personaggio ben noto ai romani, che quattro anni fa lo hanno avuto anche come candidato sindaco: si tratta di Mario Adinolfi, che come allora si presenta con le insegne del Popolo della Famiglia, di cui è tra i fondatori. In questi quattro anni, il simbolo è sempre rimasto lo stesso, dunque anche stavolta gli elettori troveranno sulla scheda la famigliola tradizionale tracciata a matita su fondo blu, con il monito-programma "No gender nelle scuole" nella parte alta del contrassegno. Anche se è stato necessario raccogliere le firme, evidentemente a Roma Adinolfi ha il potenziale per poter essere presente senza grossi problemi al cimento elettorale.
Esprime una propria candidatura autonoma anche il MoVimento 5 Stelle, che candida in quel seggio Rossella Rendina. Dopo le elezioni regionali di Emilia-Romagna e Calabria, i test delle elezioni suppletive saranno rilevanti anche per vedere i risultati del M5S: non si tratta naturalmente di dati comparabili, ma l'esito non proprio esaltante per il progetto politico fondato da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio induce inevitabilmente a guardare con occhio più attento i dati che usciranno dalle urne per la formazione attualmente guidata da Vito Crimi. Il simbolo utilizzato, naturalmente, è lo stesso noto dal 2018, con la dicitura Ilblogdellestelle.it al di sotto della grafica consolidata dal 2010.
Domenica scorsa si era già parlato della candidatura di Roberto Gualtieri per il centrosinistra, con il sostegno al ministro dell'economia da parte di Partito democratico, Italia viva, Sinistra italiana, Partito socialista italiano e Articolo Uno. Per evitare la moltiplicazione di emblemi - e in analogia con quanto si è già visto con riguardo a Napoli e, probabilmente, con quanto avverrà nel collegio senatoriale di Terni - le forze politiche hanno scelto di presentare il contrassegno unitario denominato Roma con Gualtieri, con il tricolore e dominato dal rosso, senza alcun riferimento ai partiti che appoggiano unitariamente la candidatura (a dispetto delle tensioni che a livello nazionale si avvertono in queste settimane).
Le elezioni suppletive romane saranno anche il debutto per il simbolo generico, senza indicazioni locali, di Volt, partito paneuropeo che aveva fatto la sua prima comparsa alle elezioni regionali in Emilia-Romagna (appunto con il riferimento alla regione all'interno del contrassegno a fondo viola). Per questa prima partecipazione al voto politico, che mira essenzialmente a far conoscere il progetto e a offrire una prima sede per confrontarsi con le altre forze politiche, Volt ha candidato Luca Maria Lo Muzio Lezza, di professione architetto, "varese di nascita, romano di adozione" come si legge nella sua breve biografia su Facebook. 
Ha cercato e trovato una soluzione unitaria anche il centrodestra, che per questo appuntamento elettorale ha rimesso in pista Maurizio Leo, avvocato, già deputato di Alleanza nazionale e assessore al bilancio della giunta guidata da Gianni Alemanno. Lo sostengono Lega, Fratelli d'Italia (in cui si riconosce ora), Forza Italia e Udc, per cui stavolta il contrassegno contiene le miniature di tutti e quattro i simboli di partito: il risultato grafico si commenta da sé. 
Ultimo emblema secondo l'ordine determinato dal sorteggio è quello di Potere al popolo!, che sostiene la candidatura di Elisabetta Canitano, già aspirante presidente della regione Lazio nel 2018 per quel progetto politico. Il simbolo non è cambiato in questi due anni, anche se i risultati sono stati pochi, non è stato possibile partecipare alle elezioni europee e nel frattempo Rifondazione comunista e il Partito del Sud hanno scelto di abbandonare il gruppo che aveva scelto di evolvere in soggetto politico più strutturato. Come a Napoli, in ogni caso, l'emblema amaranto e nero con la stella finirà sulle schede.

giovedì 6 febbraio 2020

X la Sicilia, movimento autonomista scritto a chiare lettere

Su queste pagine si è già visto come l'autonomismo siciliano non sia mai stato consegnato al passato: periodicamente partiti o movimenti pongono di nuovo all'attenzione della politica e dei media il problema del rilancio della Sicilia, magari attraverso una sua maggiore autonomia rispetto al resto d'Italia. Può rientrare in questo disegno anche il "battesimo" di un nuovo soggetto politico, che sta muovendo i suoi primi passi e che tra circa un mese e mezzo dovrebbe veder organizzato il suo congresso fondativo. Si tratta di X la Sicilia, un progetto politico che - in base al comunicato diffuso online - riunisce "sindaci, consiglieri ed amministratori locali, giovani e rappresentanti della società civile": il suo primo atto si è compiuto il 1° febbraio a Enna, con un evento di presentazione cui hanno partecipato Francesco Colianni, assessore del Comune di Enna, i sindaci di Randazzo Francesco Sgroi, di Paternò Nino Naso, di Camporotondo Etneo Filippo Privitera e di Fondachelli Fantina Francesco Pettinato; c'erano anche i consiglieri regionali Giuseppe Compagnone, Giovanni Di Mauro e Carmelo Pullara, del gruppo Popolari e autonomisti, nonché l'assessore regionale della famiglia, politiche sociali e lavoro Antonio Scavone.
L'idea, a quanto si comprende, è di continuare a operare nel solco dell'autonomismo che non è mai venuto meno, ma nel tentativo di fare fronte comune ed efficace "per riprendere un cammino - spiegano gli organizzatori - che mette al centro la Sicilia ed il suo sviluppo economico, possibile non certo attraverso misure assistenzialistiche come il reddito di cittadinanza, ma attraverso il sostegno alle imprese". 
Per Sgroi le regioni del Nord - con in testa quelle che hanno richiesto più autonomia - hanno un obiettivo preciso: "difendere i loro interessi, nascondendo obiettivi territoriali dietro il paravento del sovranismo spinto; l'autonomia differenziata che chiedono a gran voce ha l'unico obiettivo di trattenere per sé gran parte del gettito fiscale regionale sottraendolo alle casse dello Stato. Una prospettiva nefasta contro la quale dobbiamo organizzarci fin da subito". Uno dei punti più definiti del disegno del nuovo partito è una politica fiscale per la Sicilia che vada incontro a "chi, eroicamente, decide di investire nell'Isola. Oggi i Comuni vivono una condizione di disagio nei confronti dello stato centrale: politiche di bilancio che ingessano risorse, municipi che vanno in dissesto nonostante patrimoni importanti solo per assurdi vincoli di bilancio, il cui costo si riversa sui cittadini e sulle imprese. Il nostro partito deve essere un muro contro queste politiche".
I problemi della Sicilia, ovviamente, sono molti, dal fenomeno mai cessato dell'emigrazione alle difficoltà nell'ambito dell'agricoltura e dei trasporti (da tempo in grave sofferenza): per i promotori del nuovo partito, è anche colpa del fatto che "la Sicilia è del tutto trascurata dalle politiche del governo, basti pensare al decreto sblocca cantieri. Tutte le grandi opere vengono finanziate da Roma in su. Al sud, salvo qualche eccezione, il nulla!", come ha detto Giuseppe Lombardo, assessore di Catania. 
Di materiale su cui lavorare, insomma, ce n'è parecchio e il programma "per far rinascere la Sicilia" sarà costruito anche online, aperto al contributo di ogni aspirante militante; il tutto verso il 21 marzo, possibile data per il congresso fondativo del partito. In quella sede si vedrà se sarà mantenuto il nome attuale "X la Sicilia" o si adotteranno altre soluzioni (come "Grande Sicilia", un po' come il Grande Sud già visto in passato); al momento il simbolo circolato non è altro che il nome stesso, in carattere pennellato bianco (lo stesso, ma proprio lo stesso dello slogan leghista maroniano "Prima il Nord") su fondo amaranto. La Sicilia, origine e centro di tutto, è solo scritta a chiare lettere, senza alcuna rappresentazione grafica; c'è tempo, in ogni caso, per confermare, aggiungere, cambiare o spostare.

mercoledì 5 febbraio 2020

Radicali italiani, nuovo simbolo composito (in Lombardia) e nuovo statuto

Incredibile a dirsi, certe volte alcuni simboli nascono per forza e perché lo richiedono alcune regole specifiche, mentre altrove non ce n'è bisogno. Lo mostra piuttosto bene un episodio di poco meno di un mese fa, che non ha avuto un'enorme risonanza ma sembra significativo. Il 15 gennaio, infatti, all'interno del consiglio regionale della Lombardia, il gruppo consiliare denominato "+Europa con Emma Bonino" ha mutato la propria denominazione in +Europa - Radicali, come richiesto dal suo unico componente (e, in automatico, presidente), il consigliere Michele Usuelli; della richiesta ha ufficialmente preso atto l'Ufficio di presidenza del 20 gennaio.
Sul suo sito, Usuelli ha spiegato la ragione della sua decisione: 
Ho così uniformato il nome già adottato dal mio collega Alessandro Capriccioli in Regione Lazio. Questa scelta, ancorché a distanza di tempo, nasce dalla indicazione data da Emma durante il congresso di +Europa a gennaio 2019 di rinunciare al riferimento esplicito al suo nome nel simbolo e segue ciò che è avvenuto più recentemente alla Camera dei Deputati con l’adeguamento del nome in "Centro democratico - Radicali italiani - +Europa". Questa mia richiesta vuole inoltre garantire un uguale riconoscimento alle due forze politiche nelle quali mi identifico, anche con l'obiettivo di incoraggiarne la crescita e il rafforzamento. Il desiderio mio e di molti altri compagni è quello di trovare la massima sinergia possibile tra i due soggetti, anche nel rispetto del cammino intrapreso da Radicali Italiani attraverso l’iscrizione al registro dei partiti.
Queste poche righe di dichiarazione meritano di essere considerate attentamente da più punti di vista, a iniziare dall'ultima informazione che contengono, altrettanto passata quasi sotto silenzio. Il 18 dicembre 2019, infatti, sulla Gazzetta Ufficiale sono stati pubblicati quattro nuovi statuti di partiti che hanno superato l'esame dell'apposita commissione (la stessa incaricata di vagliare i rendiconti dei partiti) e dunque sono stati inseriti nel Registro dei partiti politici: si tratta di 10 volte meglio, Siamo Europei, Italia viva e, appunto, Radicali italiani. 
10 volte meglio ha potuto ottenere la registrazione grazie alla sua sporadica presenza alle elezioni politiche del 2018 (anche se non può non colpire il fatto che, come notato meno di un mese fa da Salvatore Curreri su laCostituzione.info, proprio il 18 dicembre 2019 la componente del gruppo misto della Camera Cambiamo! - 10 volte meglio sia cessata in base alla lettera pervenuta il giorno prima all'Ufficio di presidenza di Montecitorio, con cui il non meglio precisato presidente di 10 volte meglio diceva di aver revocato il consenso a essere rappresentato da quella componente del misto, consentendo così che la componente parlamentare si sciogliesse per decisione di un soggetto esterno al Parlamento stesso...).
Siamo Europei di Carlo Calenda, invece, ha potuto chiedere la registrazione grazie alla partecipazione alle elezioni europee 2019 all'interno delle liste presentate con il Partito democratico, con tanto di contrassegno composito e almeno un eletto (lo stesso Calenda); a proposito di simbolo, lo statuto pubblicato in Gazzetta Ufficiale contiene per la prima volta il simbolo in forma tonda, mentre fino a questo momento il logo del movimento di Calenda era sempre stato divulgato in forma rettangolare o, al più, quadrata. Colpisce piuttosto il fatto che lo statuto sia stato presentato alla commissione il 19 novembre (ma è possibile che una prima versione, poi emendata, sia stata sottoposta in precedenza), giusto due giorni prima del lancio di Azione, unico movimento di cui ora è consultabile il sito (e questo sarà interessante, perché la registrazione dello statuto comporta poi gli obblighi di trasparenza, per cui il nuovo sito dovrà necessariamente contenere il bilancio e gli altri documenti richiesti dalla legge, per cui non è da escludere che le pagine di Azione contengano per il primo anno i documenti relativi a Siamo Europei).
C'è poco da dire su Italia viva, se non altro perché nei mesi scorsi si è ampiamente parlato della procedura di scelta del simbolo: la grafica elaborata da Proforma di Giovanni Sasso è stata ufficializzata il 19 ottobre alla Leopolda, dunque il logo non necessita di altre precisazioni. Si deve dire invece che la registrazione è stata possibile grazie alla formazione dei gruppi parlamentari alla Camera e al Senato (ne sarebbe bastato anche uno solo); lo statuto è stato depositato il 28 novembre, data che non induce particolari riflessioni, se non altro perché il partito di Renzi pare essere - dei tre soggetti politici citati fin qui - quello con maggiori prospettive di durata: il passaggio della registrazione appare dunque pienamente normale.
Tornando a Radicali italiani, invece, c'è più di qualcosa da dire. Intanto per cominciare, quella registrazione non sarebbe stata possibile se il 21 novembre la componente del gruppo misto della Camera, inizialmente denominata  "+Europa - Centro democratico", non avesse cambiato nome in "Centro democratico - Radicali italiani - +Europa". Inutile dimenticare che quel cambio di nome risentì profondamente della scelta di Bruno Tabacci, a fine settembre, di uscire dal progetto di +Europa (dopo che il suo annuncio di voler concedere il simbolo di Centro democratico, esente dalla raccolta firme, alla nascente lista di +Europa all'inizio di gennaio 2018 aveva creato molto rumore) per sostenere il governo Conte-bis e della successiva decisione di Alessandro Fusacchia (il 12 ottobre 2019) di abbandonare per la stessa ragione il partito +Europa ma non la componente. Già, perché a metà ottobre si era creata una situazione assurda, visto che la componente era già formata dal numero minimo di deputati per poter esistere e solo grazie alla partecipazione di +E alle elezioni, ma nessuno dei tre membri si riconosceva in quel partito: non Tabacci (Centro democratico), non Fusacchia e nemmeno Riccardo Magi, che con Radicali italiani aveva ormai segnato una certa distanza dal progetto attraverso il quale era stato candidato ed eletto. Certamente non poteva sparire il riferimento a +Europa dal nome della componente, ma a quel punto lo si è messo per ultimo, mettendo per primo quello di Cd e aggiungendo quello di Radicali italiani. Che, a quel punto, è stato messo in condizione di chiedere la registrazione: la marcia di avvicinamento a quel risultato, peraltro, era informalmente iniziata da tempo, visto che la richiesta di iscrizione nel Registro, con contestuale deposito dello statuto presso la Commissione, è datata 29 novembre 2019, ma già prima si era profondamente discusso all'interno di Ri sulle modifiche da apportare alle regole statutarie per ottenere l'iscrizione.
Dopo la modifica del nome della componente del gruppo misto alla Camera, che veniva comunque dopo l'adozione del nome "+Europa - Radicali" da parte di Alessandro Capriccioli nel consiglio regionale del Lazio, restava solo da mettere mano al gruppo lombardo, formato dal solo Michele Usuelli. Quel passaggio, tuttavia, ha richiesto anche una formalizzazione grafica: il regolamento generale del consiglio regionale, infatti, all'art. 20 prevede che "All'inizio della legislatura i consiglieri regionali si costituiscono in gruppi consiliari, con propria denominazione e simbolo" (comma 1) e che le variazioni di nome e simbolo "devono essere comunicati immediatamente in forma scritta all'Ufficio di presidenza del Consiglio" (comma 5), essendo anche previsto che "In caso di contestazioni circa l'uso della denominazione o del simbolo da parte dei gruppi, si fa riferimento a quanto attestato dal soggetto titolare della denominazione o del simbolo" (comma 7-bis). Nessun "obbligo simbolico" è previsto, per esempio, per i gruppi parlamentari o per le componenti del gruppo misto (e non è difficile capire perché: vista la lunghezza ed eterogeneità di certi nomi, tradurli in grafica sarebbe una iattura), per cui si è avuto il caso di gruppi o componenti del tutto privi di emblemi, oltre che di un contrassegno comune che li rappresentasse per intero.
Questo, insomma, significa che probabilmente, senza questa norma lombarda, non sarebbe mai emerso ufficialmente l'emblema che unisce la grafica principale di +Europa a quella di Radicali italiani (pur se privati dell'aggettivo), con il nome dimezzato e la corolla di rosa elaborata nel 1994 da Aurelio Candido per la lista Riformatori nel campo inferiore giallo (come ai tempi della lista Pannella e della lista Bonino). A chi non appartiene alla schiera dei #drogatidipolitica, tuttavia, può capitare di incorrere in errori come ha fatto, per esempio, la testata Varese7Press: nel dare la notizia del cambio di nome ed emblema del gruppo di Usuelli ha titolato In Regione Lombardia ritorna il simbolo del Partito Radicale. Non solo la rosa, disegnata così, non è mai stata il simbolo del Pr, ma il soggetto politico contenuto nell'emblema è Radicali italiani, che dal 2016 ha decisamente separato le proprie strade dal Partito radicale nonviolento transnazionale transpartito, peraltro dopo una polemica virulenta nata in occasione delle amministrative di quell'anno per la scelta di Radicali italiani di presentare a Roma e Milano liste con il nome "radicali" nel simbolo, aggirando le previsioni statutarie del Prntt e di Radicali italiani sulla scelta di non partecipare alle competizioni elettorali "in quanto tali e con il proprio simbolo".
A proposito, quella disposizione che escludeva il simbolo dalle schede elettorali è sparita dallo statuto di Radicali italiani: nella versione pubblicata in Gazzetta Ufficiale non c'è più ed era prevedibile, poiché ben difficilmente la Commissione avrebbe potuto accettarne la permanenza e considerare lo statuto conforme ai requisiti di legge. Casomai è interessante notare che all'art. 20, dedicato alle "Competizioni elettorali", si prevede che il segretario del partito, "sentita la Direzione, assume le determinazioni circa le modalità di partecipazione alle elezioni, le sottopone al Comitato nazionale e comunica i criteri con i quali sono state selezionate le candidature per le elezioni" e il comitato nazionale (che equivale a quello che altrove si chiama consiglio nazionale), sentite le relazioni del segretario, del tesoriere e del presidente, può respingere la proposta di quelle candidature "con il voto espresso dalla maggioranza dei componenti, in caso di presentazione con il nome e il simbolo del Movimento", oppure "con il voto espresso dalla maggioranza dei due terzi dei componenti, in caso di presentazione non diretta". In sostanza, posto che Radicali italiani potrà nuovamente correre direttamente alle elezioni, sarà più difficile opporsi a un progetto elettorale se non è fatto col simbolo del partito, mentre sarà leggermente più semplice farlo se la guida di Ri intende spendere i segni di identificazione ufficiali. 

martedì 4 febbraio 2020

Liberaldemocratici Italiani, un gabbiano per riprendere il viaggio

Tra le liste che hanno partecipato alle ultime elezioni regionali in Calabria c'era anche la Casa delle libertà, collocata nel centrodestra a sostegno della candidatura di Jole Santelli; in quella formazione - che, essendo rappresentata in consiglio regionale, aveva il pregio di non dover raccogliere le firme per presentarsi - sono confluiti esponenti di varie forze politiche presenti sul territorio. Tra queste, anche i Liberaldemocratici Italiani, un nome che fa nascere nei #drogatidipolitica alcuni pensieri, soprattutto quando si legge che il movimento politico è nato nel 2007 e si nota che il simbolo ha come colore dominante il blu dello sfondo: si tratta per caso dell'evoluzione dei Liberal Democratici fondati da Lamberto Dini verso la fine del 2007 e della breve XV legislatura?
In effetti non ne è l'evoluzione, ma il gruppo non è del tutto estraneo a quella storia, come spiega Giovanni Ciro Palmieri, coordinatore dei Liberaldemocratici Italiani per la Calabria, responsabile del comitato dei garanti e rappresentante legale del soggetto politico. "Il movimento in effetti nasce come associazione il 10 febbraio 2007 - spiega - da un gruppo di persone che, come me, facevano riferimento al Partito liberale, quello ricostituito nel 1997 che nel 2004 aveva ripreso il vecchio nome di Pli. Nel giro di dieci anni, però, si era combinato poco o nulla, così io e altri amici altrettanto scontenti di quella situazione abbiamo fondato quest'associazione di respiro nazionale che si chiamava I liberali, anche se allora non era un soggetto politico: era semplicemente un modo per tenerci in contatto, non disperdere il nostro pensiero liberale e mantenere viva la dialettica tra noi". 
Nel 2009 qualcuno cominciò a muovere le acque: "Alcune persone della nostra area hanno iniziato a impegnarsi e a candidarsi, come liberali a titolo personale: Arturo Diaconale, per esempio, era diventato commissario straordinario del Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga; Marco Taradash si era candidato come sindaco a Livorno, ottenendo poco più del 28%. Io mi candidai alle elezioni europee nella circoscrizione Italia meridionale, all'interno della lista dei Liberal Democratici, che quell'anno corse anche grazie all'esenzione dalla raccolta firme per l'alleanza con il Maie. Nei mesi successivi alle elezioni fui contattato da Italo Tanoni, che dei Liberal Democratici era diventato il coordinatore nazionale, mentre Lamberto Dini era già andato da tempo nel Pdl. Lui mi chiese di entrare nel partito, anche perché ero riuscito in pochi giorni e con poca visibilità a ottenere 1173 preferenze. Tenga conto che allora i Liberal Democratici avevano comunque due deputati eletti nel Pdl, cioè lo stesso Tanoni e la presidente Daniela Melchiorre, che era stata anche sottosegretaria alla giustizia nell'ultimo governo Prodi. In seguito però il partito ha cambiato più volte collocazione e, dopo la rinuncia di Melchiorre all'incarico di sottosegretario allo sviluppo economico nell'ultimo governo Berlusconi, è andato scemando il ruolo del partito, che nel frattempo si era avvicinato al Nuovo Polo per l'Italia che poi avrebbe sostenuto Monti".
D'accordo, ma i Liberaldemocratici Italiani? "Nella primavera dello scorso anno - ricorda Palmieri - si era parlato della possibilità che i Liberal Democratici di Tanoni, che giuridicamente esistono ancora, partecipassero alle elezioni del 26 maggio nel centrosinistra. A quel punto io, dopo essere tornato in Calabria, mi sono ricordato di quell'associazione del 2007, nata mesi prima dei Liberal Democratici, e assieme ad altre persone si è deciso di trasformarla in movimento politico, modificando lo statuto con i fondatori che erano ancora disponibili, allora erano uno per ogni regione italiana. Visto che però nel frattempo nella politica si era già affacciato un simbolo con la dicitura 'i Liberali', legato a Renato Altissimo, abbiamo pensato di cambiare il nome in Liberaldemocratici Italiani, senza spazio nel nome per non avere problemi. Il simbolo però è rimasto lo stesso, con il colore blu di fondo e un gabbiano stilizzato: in fondo quasi tutti i soggetti liberali o liberaldemocratici europei hanno nel loro emblema un gabbiano o comunque un volatile, cui noi abbiamo aggiunto tre punti verdi, bianchi e rossi, per richiamare il tricolore e richiamare la presenza delle persone".
Il partito è schierato nel centrodestra, anche se per ora non pensa direttamente a presentare liste con il proprio simbolo ("Al momento non abbiamo certo la forza di superare lo sbarramento a livello regionale o nazionale"), ma continua a riorganizzarsi sul territorio nazionale: "Per ora siamo riusciti a coprire tredici regioni con un minimo di struttura - spiega Palmieri - quando le avremo coperte tutte convocheremo un'assemblea nazionale: contiamo di farlo in primavera e lì ci daremo un coordinatore politico e un presidente. Nel frattempo, dove è possibile, stiamo lavorando per costruire liste, anche di natura civica, con altre forze politiche e gruppi". Avendo come sempre l'obiettivo di costruire qualcosa nell'area dei liberali, sperando che il gabbiano possa spiegare davvero le ali.

giovedì 30 gennaio 2020

Pane pace lavoro, una zattera per il bene comune

E se per salvare la politica e il paese, invece che una corazzata o una nave, bastasse una zattera? Ci avevano pensato all'inizio dell'attuale millennio vari reggiani, in qualche modo legati al cattolicesimo di base, che in quell'emblema tanto precario quanto salvifico scelsero di riconoscersi, dandosi un nome che allo stesso tempo era un programma politico: Pane pace lavoro. Un'agenda decisamente ridotta, forse, ma indubbiamente essenziale: se manca uno dei tre valori, dicevano i promotori all'inizio, c'è il rischio che vengano a mancare anche gli altri. Per i più attenti era facile riconoscere in quel nome il modello di Giorgio La Pira: pane pace e lavoro sono stati tre punti essenziali del suo agire politico, più volte dimostrato durante l'esperienza di sindaco democristiano (sui generis) a Firenze.  
La prima traccia del futuro movimento politico spuntò alle elezioni comunali e circoscrizionali di Reggio Emilia del 1999, anche se per accorgersene ci voleva la lente d'ingrandimento. All'interno del contrassegno composito dell'alleanza tra Centro cristiano democratico e Cristiani democratici uniti (che alle europee correvano invece con due liste diverse, mentre nel reggiano presentavano candidature unitarie fuori dal centrodestra), infatti, si poteva vedere una microscopica freccia gialla e rossa, ripiegata e puntante verso sinistra, con la sigla Ppl, anche se non si diceva da nessuna parte cosa quell'acronimo significasse. Quella "freccina che entra nello scudo crociato di Buttiglione da dietro e da sinistra guardando l'elettore" (così si leggeva nella descrizione ufficiale del contrassegno) era quasi invisibile in un emblema di due centimetri di diametro, ma fu comunque rappresentata nelle candidature. In consiglio comunale arrivò Tarcisio Zobbi, imprenditore di Villa Minozzo aderente al Ccd (già segretario provinciale della Dc, in seguito consigliere comunale e provinciale per l'Udc); nella circoscrizione centro storico di Reggio l'unico eletto fu Matteo Riva, cui proprio quel minifregio si riferiva principalmente. Riva, figlio di Giovanni (che era stato iniziatore dell'esperienza cattolica "del dissenso" One Way e uno dei fondatori di Comunione e liberazione nel reggiano, salvo poi allontanarsene) e nipote di Gianguido Folloni (all'epoca ministro per i rapporti con il Parlamento del primo governo D'Alema, in quota Cdu-Udr), scelse di costituire nel consiglio circoscrizionale il gruppo denominato proprio Pane pace lavoro: da lì operò dai banchi dell'opposizione, contrastando la maggioranza di centrodestra creatasi in quella circoscrizione. 
Non si trattava in effetti della prima candidatura di Riva (già nel 1997 si era presentato a Casina, di cui la famiglia materna era originaria, in una lista civica d'ispirazione democristiana, denominata "Uniti per Casina"), ma l'esperienza elettorale del 1999 fu importante: da lì in avanti Pane pace lavoro iniziò ad agire direttamente e a organizzarsi, facendo accordi con le forze politiche a livello locale. In particolare, proprio in forza di quei patti con Ppl, lo stesso Riva nel 2004 fu candidato nella lista del Partito dei comunisti italiani in consiglio comunale a Reggio: qualcuno rimase stupito, ma la capogruppo uscente del Pdci Loredana Dolci parlò di "asilo politico" dettato dall'impegno di Riva in circoscrizione centro contro il centrodestra e dalla storia di contatti tra comunisti e cattolici (probabilmente propiziata dalla terra emiliana). L'accordo portò bene a Riva, che fu eletto in consiglio comunale assieme ad altri due candidati del partito e divenne capogruppo.  
Quando nel 2008 Rifondazione comunista e Comunisti italiani negarono ogni accordo con il Pd e costruirono con altre forze il cartello elettorale la Sinistra - l'Arcobaleno, per il gruppo di Riva si era trattato di una assurdità totale, perché quella scelta avrebbe portato Berlusconi a vincere. Pur rimanendo tra i candidati della Sinistra arcobaleno (alla Camera in Emilia-Romagna), alla fine di marzo Riva lasciò il Pdci e decise di votare per Veltroni, proprio assieme a Loredana Dolci (che nel frattempo era diventata segretaria regionale del Pdci); in consiglio comunale a Reggio, Riva continuò a sostenere la giunta guidata da Graziano Delrio, fondando il nuovo gruppo "Democratici a sinistra". Dopo le elezioni politiche - in cui Berlusconi puntualmente vinse - il gruppo di Riva fu cercato dall'unico partito che aveva continuato l'alleanza con i democratici, vale a dire l'Italia dei valori: proprio nell'Idv Matteo Riva venne candidato e rieletto nel 2009 in consiglio comunale a Reggio, con un successo personale di preferenze, replicato l'anno successivo in occasione delle elezioni regionali - un migliaio di voti - in un periodo in cui il partito di Antonio Di Pietro godeva di un robusto consenso a livello nazionale.
Nel frattempo, però, Pane pace lavoro era diventata una realtà più solida e aveva assunto la forma dell'associazione-movimento, che proprio nel 2008 aveva anche depositato al Ministero dell'interno il proprio contrassegno, indicando come capo della forza politica Marzia Franceschini: oggi come allora, l'emblema è dominato dalla figura di una zattera: "L'idea grafica nacque nel 2000 - ricorda Riva - quando Silvio Berlusconi in vista delle regionali fece campagna elettorale con Azzurra, la nave della libertà; noi rispondemmo a modo nostro, varando una zattera sul Crostolo a Reggio, la nostra alternativa fluviale e ironica"; l'emblema poi riprende il tricolore, con il verde della zattera e il rosso della vela, e c'è persino un accenno di croce nell'albero che sostiene la vela stessa (probabilmente l'unico modo per utilizzare quel segno e far identificare la propria origine, senza incorrere nella bocciatura da parte del Viminale per l'uso di immagine o soggetto religioso). 
Quella volta c'era l'idea di presentare una lista al Senato, in Emilia-Romagna (con Giuseppe Staccia come capolista e il sostegno dell'ex segretario provinciale Dc Corrado Corghi), ma non se ne fece nulla per l'impossibilità di raggiungere l'obiettivo delle firme. Nel 2013 il simbolo con la zattera è tornato nelle bacheche del Viminale e anche in quell'occasione si è tentato di presentare una lista, sempre in Emilia-Romagna, per il Senato: l'obiettivo, tuttavia, fu mancato per un pugno di sottoscrizioni. Dopo quell'esperienza, l'associazione Pane pace lavoro - che oggi è guidata da Marco Romani - ha deciso di continuare la propria attività di base, non elettorale ma culturale, nelle strade e nelle piazze, con attenzione alla formazione politica, soprattutto dei più giovani, che apprendono il funzionamento delle istituzioni e non di rado proseguono il loro impegno politico e magari vengono candidati: lo scorso anno, nella lista di +Europa che a Reggio sosteneva la ricandidatura di Luca Vecchi, era presente anche Carlo Falcone proveniente da Ppl e il palco del piccolo comizio a chiusura della campagna elettorale era proprio una zattera. 
Oltre che a Reggio Emilia, l'associazione è presente a macchia di leopardo in giro per l'Italia (con nuclei a Roma, Venezia, Agropoli e in altri luoghi). "Il nostro movimento - si legge nel sito di Pane pace lavoro - agisce come forza morale. All'interno di uno spaesamento e di un disagio molto evidenti, la nostra azione opera per un ordine e per un principio superiori di giustizia, di umanità e di pace, mentre, oggi, spesso, l’uomo viene reso oggetto di dominio e strumento per i progetti di chi è più potente". Una "azione di resistenza e di proposta, se non altro svolta attraverso la formazione di uomini e attraverso l’impegno loro diretto nella pratica", per combattere pessimismo, assenteismo e individualismo attraverso la comunità, la solidarietà e la valorizzazione dei talenti. Anche se la zattera non è intenzionata a tornare sulle schede elettorali, esiste e resiste, continuando la sua navigazione mossa dalle idee-forza del pane, della pace e del lavoro.