venerdì 16 dicembre 2016

Sicilia futura, binomio inossidabile con Crocetta

L'osservazione dei mutamenti all'interno dei gruppi parlamentari non è l'unico esercizio utile per conoscere l'esistenza di formazioni nuove o poco note fino a quel momento: può essere utile uno sguardo anche ai consigli regionali, sapendo che prima o poi qualcosa di interessante uscirà fuori. Giusto ieri, per esempio, si poteva leggere che all'interno dell'Assemblea regionale siciliana è nato un nuovo intergruppo di undici deputati (dunque tutt'altro che irrilevante), formato da coloro che hanno aderito al Psi e a Sicilia futura: un'aggregazione che fin dall'inizio appare decisamente vicina al presidente siciliano Rosario Crocetta e verosimilmente lo sosterrà alle elezioni regionali che sono previste per l'autunno 2017.
Chi non è nato o cresciuto in Trinacria, tuttavia, potrebbe domandarsi: d'accordo per il Psi, ma Sicilia futura cos'è? Da dove viene? La grafica del simbolo, in sé, non dice molto; da un certo punto di vista, anzi, potrebbe sembrare fuorviante. La sagoma dell'isola, infatti, è collocata - con una sorta di ombra che vorrebbe renderla tridimensionale - in un segmento rosso che occupa quasi tutto il semicerchio superiore; il tricolore che si vede nell'emblema, un po' costruito ad arcobaleno, e l'uso del blu per tingere il nome del partito farebbero pensare a un movimento a vocazione nazionale (il che è significativo, per una realtà legata a una regione) magari collocato nel centrodestra, cosa che evidentemente lo schieramento al fianco di Crocetta smentisce.
Qualche elemento in più, peraltro, si ha guardando al contenuto testuale del contrassegno: accanto al nome di Sicilia futura, infatti, è stata inserita - sia pure con una dimensione troppo piccola, da "corpo estraneo" - la sigla Pdr. Che sta, evidentemente, per Patto dei democratici per le riforme, progetto politico moderato formato a metà del 2014 dall'ex ministro delle comunicazioni Salvatore Cardinale, il cui emblema era caratterizzato - oltre che dalla sigla scritta decisamente in grande - dall'uccello ad ali spiegate e da una stretta di mano (coi colori della Sicilia) collocata curiosamente proprio sulla corona circolare blu che "chiude" lo spazio del contrassegno.
Alla formazione di Sicilia futura, peraltro, aveva contribuito anche un altro gruppo, quello di Sicilia democratica, nato sempre nel 2014 per l'opera dell'eletto regionale Lino Leanza, già membro del gruppo Articolo 4. Anche qui la regione ritorna, nel nome della formazione, nella sagoma dell'isola che "ritaglia" la D della sigla, come pure nel segmento inferiore colorato di giallo e di rosso, mentre il resto del simbolo è completamente virato al blu, in varie sue sfumature. Una parte di Sicilia democratica (in particolare Salvatore Lentini) poco più di un anno fa si era avvicinata al gruppo di Cardinale, costituendo appunto la nuova realtà di Sicilia futura. La politica siciliana, tuttavia, è il contrario dell'immobilità, dunque non c'è da stupirsi della nascita di nuove formazioni. Così come è lecito aspettarsene altre nei prossimi mesi, in questa marcia di avvicinamento alle elezioni regionali.

giovedì 15 dicembre 2016

La Dc ritorna il 26 febbraio: parola di giudice

Fusse che fusse la vorta bbona. Si può sorridere, ricordando il leit-motiv del barista Bastiano da Ceccano, il personaggio con cui Nino Manfredi per tanto tempo ha conquistato il pubblico in televisione e non solo. Eppure potrebbe essere questo, declinato dal ciociaro in tutti gli accenti dialettali, il pensiero di chi, dentro di sé, è sempre stato democristiano. La notizia, infatti, da ieri è ufficiale: la Democrazia cristiana, o perlomeno qualcosa che vuole somigliarle molto, tornerà e si riunirà, per due giorni. L'appuntamento è già stato fissato per il 25 e 26 febbraio 2017
La notizia, in sé, può non sembrare nuova: di tentativi di rimettere in moto la Dc, da Flaminio Piccoli in poi, se ne sono visti tanti, anche passando attraverso le aule di tribunale, luoghi in cui ogni tentativo si è puntualmente arenato e schiantato. Prima d'ora, tuttavia, non c'era mai stato un provvedimento di un giudice che decidesse ufficialmente la convocazione degli iscritti: a fissare la data, infatti, è stato il giudice del Tribunale di Roma Guido Romano, su espressa richiesta di un gruppo di iscritti. Niente di clandestino o di carbonaro, dunque; niente di improvvisato, visto che il procedimento era iniziato a metà maggio.
Tra i promotori della richiesta di riunire i democristiani, peraltro, c'è un vero campione di scudo crociato. Si tratta di Alberto Alessi, il cui cognome a un vero drogato di politica dice già molto. Suo padre Giuseppe - primo presidente della Regione Sicilia - infatti, era stato tra i fondatori della Democrazia cristiana all'epoca della clandestinità; di più, era stato proprio lui a disegnare il primo scudo crociato che poi sarebbe stato utilizzato come simbolo dal partito per gli anni a venire. Non stupisce allora che il figlio Alberto, deputato per tre legislature (prima per la Dc, poi - per pochi mesi - per il Ccd), cerchi da tempo di riattivare il partito la cui storia coincide, sostanzialmente, con la sua.
Alessi, dunque, si era rivolto al tribunale di Roma assieme ad altre quattro persone, tra cui Nino Luciani, professore di scienza delle finanze e primo firmatario dell'istanza, Renato Grassi, Luigi D'Agrò e Renzo Gubert, per chiedere ai giudici di convocare l'assemblea degli iscritti a norma dell'art. 20, comma 2 del codice civile: in base a questo, se quell'organo di un'associazione non viene convocato dagli amministratori quando lo chiedono gli iscritti, può provvedere il presidente del tribunale. Il fatto è che, in base a quella disposizione, occorrerebbe che la richiesta provenisse dal 10% dei soci ("un decimo degli associati", dice il codice): altri tentativi erano stati fatti in precedenza secondo questa via (anche da Alessi e Luciani a giugno del 2014), ma la convocazione d'ufficio era sempre stata negata, perché nessuno era stato in grado di produrre gli elenchi dell'ultimo tesseramento valido effettuato dalla Democrazia cristiana, quello del 1992; in assenza di quelle liste, si era ritenuto che la richiesta di pochi sedicenti iscritti fosse inammissibile, dal momento che i tesserati al partito all'inizio degli anni '90 superavano il milione, dunque i richiedenti non potevano rappresentarne il 10%. 
Questa volta, invece, la domanda di Alessi e degli altri è stata completamente accolta: ciò significa che un elenco è stato prodotto, altrimenti non ci sarebbe stato motivo per cambiare idea rispetto alle decisioni precedenti. Le vecchie liste di un quarto di secolo fa, tuttavia, non sono mai riemerse (nonostante i tentativi di ricostruirle), per cui i ricorrenti hanno ritenuto di poter consegnare al giudice l'unico elenco certamente disponibile: quello di chi risultava tesserato in uno degli ultimi tentativi di rimettere in pista la Dc, che aveva portato alla segreteria l'ex ministro Gianni Fontana
Quel percorso, a dire la verità, fu bloccato proprio dal Tribunale di Roma nel 2013 - tra l'altro, dallo stesso giudice Guido Romano, che ha curato dall'inizio l'istruzione del procedimento iniziato a maggio da Alessi - sulla base di alcuni ricorsi che avevano contestato la procedura con cui si erano convocati prima il Consiglio nazionale, poi il (XIX) congresso del partito nel 2012. Per Alessi e gli altri, tuttavia, questo è un particolare secondario: quella, secondo loro, è stata l'occasione per 1742 dei vecchi iscritti alla Democrazia cristiana di rinnovare la loro adesione al partito e ai suoi ideali, dunque è da queste persone che occorre ripartire se si vuole riprendere il discorso interrotto all'inizio del 1994. I cinque promotori hanno presentato, oltre all'elenco, oltre 200 deleghe di rappresentanza di altrettanti sedicenti iscritti: il giudice ha ritenuto che il numero di richiedenti fosse superiore al 10% degli associati. Romano, nella sua ordinanza di ieri, ha addirittura precisato che non era nemmeno necessario rivolgersi prima agli organi interni per la convocazione dell'assemblea degli iscritti, "attesa la decadenza di tutti gli organi sociali, e conseguentemente l’assenza stessa dell’organo cui chiedere la convocazione dell’assemblea": questo, tra l'altro, potrebbe significare la non permanenza della qualità di legale rappresentante della Dc in capo ad Alessandro Duce, ultimo segretario amministrativo del partito (nel 1994) prima del cambio di nome in Ppi. 
Unica condizione che il giudice aveva posto - nell'ordinanza del 25 ottobre, seguita all'udienza del 18 ottobre - era stata la "necessità di documentare la disponibilità di una sala adeguata ove tenere l'assemblea dell'associazione per una data compresa tra il 20 e il 28 febbraio 2017", vale a dire sufficientemente capiente per poter ospitare tutti gli iscritti, se questi volessero in ipotesi partecipare in massa. Il gruppo dei promotori si è dato da fare e ha fatto riservare un'enorme sala all'hotel Ergife, la Leptis Magna, da oltre 2mila posti. E, a pensarci bene, non poteva che ripartire da lì, dal "congressificio d'Italia" - non solo per la politica - la marcia del partito che ha fatto la storia e la cronaca di questo paese, quando operava e anche quando qualcuno ha cercato di rimetterlo in pista. 
Certo, in questo procedimento non è tutto chiaro: sarebbe facile sostenere che il giudice avrebbe convocato sì una Democrazia cristiana, ma non quella storica, bensì quella "sospesa" di Fontana. A obiezioni simili, tuttavia, i promotori scuotono la testa: "Il giudice ci ha dato ascolto - spiega Pellegrino Leo, altro democristiano da anni impegnato per il ritorno del partito - e ha convocato l'assemblea degli iscritti della Dc, su questo non ci sono dubbi e questa è l'unica cosa che conta. L'assemblea è convocata il 25 febbraio alle ore 21 in prima convocazione, il 26 alle ore 10 in seconda convocazione. Tutto qui, tutto assolutamente chiaro". In quel giorno, l'assemblea degli iscritti si ritroverà sulla base di un ordine del giorno limitato a tre punti: nomina del presidente pro tempore dell'assemblea e del segretario verbalizzante; nomina del presidente dell’associazione (art. 36 cc e principi generali del diritto); varie ed eventuali. Il passaggio, dunque, servirà essenzialmente a dare un legale rappresentante alla "associazione non riconosciuta Democrazia cristiana", per poi permetterle di continuare la sua vita, se e come lo vorrà.
Andrà tutto liscio? E' ragionevole pensare di no, se non altro perché qualcuno - magari un altro gruppo di iscritti o i legali rappresentanti di ciò che resta del Partito popolare italiano, tuttora esistente e probabile continuatore giuridico dell'esperienza della Dc - potrebbe fare ricorso e vanificare il percorso iniziato mesi fa. Gli stessi promotori si attendono ricorsi da parte di qualcuno, "ma - precisa Pellegrino - non siamo preoccupati. A molti di coloro che negli anni si sono messi di traverso ad altri tentativi di riattivare la Democrazia cristiana abbiamo chiesto di cessare le ostilità, mettendo in chiaro una cosa: noi il patrimonio che fu della Dc e che negli anni in tanti si sono spartiti non-lo-vo-glia-mo. Vogliamo solo far tornare e ripresentare agli italiani con un programma diverso e nuovo il partito in cui non abbiamo mai smesso di riconoscerci e che nel 1994 è stato fatto sparire, senza che gli iscritti fossero realmente consultati su questo. Ci è voluto quasi un quarto di secolo e forse servirà ancora altro tempo, ma un passo avanti lo abbiamo fatto". Basterà, per rimettere insieme i pezzi dello scudo crociato?

sabato 3 dicembre 2016

Scudo (in)crociato anche nell'Udc

Non c'è pace, a quanto pare, per lo scudo crociato e ciò che lo contiene. Non bastavano le dispute sulla Democrazia cristiana e sulla sua eredità (giuridica, simbolica e patrimoniale), mancava giusto che un nuovo filone contenzioso si aprisse nell'area dell'Unione di centro, lontana dai fasti di qualche anno fa ma ancora presente in Parlamento e - a quanto pare - abbastanza grande per potersi frammentare. 
Pochi giorni fa, infatti, il tribunale di Roma si è pronunciato - in sede cautelare - su un ricorso presentato dal segretario Lorenzo Cesa, contro il gruppo siciliano dell'Udc, che fa riferimento all'ex ministro (ed ex presidente del partito) Gianpiero D'Alia e ha scelto per sé - soprattutto all'interno dell'Assemblea regionale siciliana - l'etichetta di Centristi per la Sicilia
Tutto, in realtà (e come è facile da immaginare) è iniziato fuori dai tribunali. Alla fine di ottobre D'Alia alla testata online Tempostretto.it aveva dichiarato, senza giri di parole: "L'Udc è morta"; Cesa aveva subito ricambiato la cortesia, sospendendo lo stesso D'Alia, che a sua volta si era dimesso dal partito. Come si è già ricordato in precedenza, peraltro, lo scontro si era già innescato in precedenza, a partire dallo svolgimento del congresso regionale (contestato nella legittimità da Cesa, ma appoggiato da D'Alia) e dallo schieramento sul referendum costituzionale, col vertice nazionale Udc ben deciso per il No e D'Alia (al pari di Pier Ferdinando Casini) schierato convintamente con il Sì.
Proprio il referendum, del resto, era stato il casus belli per il ricorso cautelare presentato da Cesa - attraverso il suo avvocato Pieremilio Sammarco, lontano dalla notorietà acquisita tempo fa come titolare dello studio legale in cui ha lavorato Virginia Raggi - contro D'Alia e gli altri: questi, in particolare, oltre ad essersi attribuiti "senza alcuna titolarità la carica di segretario regionale e di segretari provinciali", avrebbero fatto uso "in modo improprio e illegittimo" del simbolo dell'Udc "assumendo una posizione al chiaro scopo di ingenerare confusione circa la posizione del partito sul referendum costituzionale, in difformità con le decisioni assunte dalla Direzione nazionale del partito". Fine del ricorso, dunque, era ottenere che al gruppo di D'Alia fosse inibito l'uso del contrassegno dell'Udc. 
Lo scorso 28 novembre, tuttavia, i siciliani (difesi da Alessia Giorgianni) hanno reso noto che la prima sezione civile del Tribunale di Roma ha rigettato il ricorso di Cesa. Per il giudice, infatti, mancherebbe uno dei requisiti fondamentali per chiedere e ottenere un provvedimento cautelare come l'inibitoria, cioè il periculum in mora, inteso come pericolo di danno imminente e irreparabile in mancanza di adeguati provvedimenti giudiziari. 
Da una parte, infatti, i dissidenti avrebbero lasciato il partito, mentre gli eletti all'Ars avevano appunto creato il gruppo dei Centristi per la Sicilia (con un emblema mutuato da quello del comitato dei Centristi x il Sì): proprio il recesso di alcuni iscritti e la nascita di una nuova aggregazione con quel nome, per il tribunale, "porta a ritenere che l'orientamento politico che tali soggetti riterranno di diffondere pubblicamente, anche in relazione alla votazione dei quesiti referendari, non sarà per il futuro associato al partito Udc, ma costituirà espressione di un autonomo indirizzo, differente da quello del partito ricorrente sia per i contenuti, sia per la denominazione utilizzata, sia per il simbolo prescelto, [...] del tutto differente da quello del ricorrente". 
Se dunque in futuro non è prevista l'associazione tra gruppo di D'Alia e Udc, non si può parlare di pericolo imminente e irreparabile e non c'è motivo di inibire l'uso del simbolo. Naturalmente l'Udc ha tenuto invece a sottolineare che il ricorso è stato rigettato solo perché le dimissioni dei dissidenti sono state presentate solo alla vigilia dell'udienza, facendo così "svanire ciò che il giudice testualmente qualifica come 'pregiudizio imminente ed attuale derivante dall'uso indebito del simbolo Udc o da convocazioni di assemblee o congressi in cui i contenuti agiscano in nome del predetto partito o si presentino in rappresentanza dello stesso diffondendo una linea programmatica e politica differente dall'indirizzo dell'Udc'". 
Probabile, a questo punto, che almeno questa causa si concluda qui, essendo cessato ogni elemento concreto di contesa: gli appassionati dello scudo crociato potranno riprendere a concentrarsi solo sui tentativi di risvegliare la Democrazia cristiana, senza che altri contenziosi rendano il quadro ancora più complicato.

venerdì 2 dicembre 2016

Azzurro Popolare, una storia che rispunta

A livello nazionale è poco noto, anche se il nome e il simbolo possono facilmente ricordare qualcosa di già visto o di già sentito, ma in Puglia Azzurro Popolare è un marchio politico ben noto e radicato in varie località: già solo per questo, merita di essere considerato su queste pagine. 
Che se ne sappia, la prima comparsa dell'emblema va collocata nel 2009, alle elezioni provinciali di Lecce. Nella coalizione di centrodestra a sostegno di Antonio Maria Gabellone c'era anche Azzurro Popolare: "Non siamo un partito, siamo un progetto", si leggeva nel sito del movimento. Gabellone riuscì a battere la sfidante di centrosinistra Loredana Capone e la formazione presieduta da Aldo Aloisi era riuscita addirittura a ottenere due consiglieri (uno in più dell'Udeur).
In quell'occasione l'emblema era già quello in uso ora: fondo blu, arcobaleno/scia tricolore con base "a gradoni" nella parte inferiore, un arco di dodici stelle in quella superiore. Gli ingredienti grafici per un piazzamento nel centrodestra c'erano tutti (si pensi ai simboli del Pdl o della pionatiana Alleanza di centro): non stupisce dunque che, l'anno dopo, anche per volontà dell'ex governatore Raffaele Fitto, Aloisi fosse stato inserito nella lista del Pdl in provincia di Lecce e, da lì, tornò in consiglio regionale, rappresentando proprio Azzurro popolare. 
Quando nel 2015 si tornò al voto, in molti si aspettavano un appoggio del movimento a Francesco Schittulli, candidato fittiano alla presidenza della regione; per un po' di tempo anche la comunicazione di Aloisi sui social network sembrava suggerirlo. Alle elezioni - quelle della tempesta pre-elettorale nel partito pugliese tra i sostenitori di Fitto e il partito "ufficiale" e commissariato - si candidò invece in Fi (convinto di portare "entusiasmo, energia e mobilitazione oltre che risultati senz’altro positivi per il partito di Forza Italia in provincia di Lecce") e quella volta il seggio non arrivò.
Attualmente il simbolo di Azzurro Popolare è ricomparso sui manifesti a sostegno del No al referendum costituzionale, tra le forze che hanno preso parte al comitato politico (quello presieduto da Annibale Marini a livello nazionale). Ed è sempre uguale, quasi rassicurante nella sua immutabile immagine nazionalpopolare di centrodestra...

giovedì 1 dicembre 2016

Lir, un trifoglio liberale, repubblicano e laico

Andando a spigolare tra le forze politiche che aderiscono ai vari comitati - quando i siti web degli stessi consentono di reperire queste informazioni - capita di scoprire l'esistenza di forze certamente minori, di cui fino a quel momento non si è avuta conoscenza: il "censimento" dei fronti del Sì e del No, dunque, può essere l'occasione di recuperare il tempo e le vicende rimaste in penombra.
Rovistando tra coloro che hanno aderito al comitato Liberi Sì, per esempio, oltre ad Ala, Noi Sud e il soggetto in transizione Scelta civica - Cittadini per l'Italia, appare un altro simbolo sconosciuto ai più, quello del Movimento Lir - Liberali Repubblicani e Laici. Il soggetto politico non ha un proprio sito, ma si avvale di quello costruito per il suo segretario nazionale, Enzo Peluso (che è contemporaneamente il coordinatore regionale per la Campania). 
All'interno del sito si scopre che Lir "nasce nel 2010 nell'alveo del centrosinistra con l'intento di aggregare militanti di cultura laica ed estrazione repubblicana". Il gruppo, si legge ancora, "crede nella piena attuazione della Costituzione Italiana, nella valorizzazione della professionalità e del merito, nella salvaguardia della legalità e dei diritti di libertà, e guarda alla politica estera con una visione europeista e pacifista. Il Movimento favorisce e promuove iniziative per sostenere e diffondere la cultura laica e liberaldemocratica e per portare un’efficace contributo al rinnovamento civile e culturale della società italiana".
Pur avendo la testa in Campania - la sua sede legale è Napoli - il movimento Lir dichiara di avere circa 3mila iscritti, con presenze maggiori nelle città di Roma, Milano, Bari, Bologna, Pisa, Torino, Udine, Padova e Catanzaro. Quella presenza, tuttavia, non si traduce direttamente in una partecipazione elettorale: sempre il sito, infatti, precisa che Lir "dal 2014 ha stretto con il Psi un patto federativo, mantenendo la propria autonomia organizzativa e politica". Questo, probabilmente, fa sì che difficilmente si veda sulle schede l'emblema del movimento, che oltre alla sigla riporta un trifoglio (meno schiacciato e più accurato di quello del Popolo della vita di Alfredo Iorio, in qualche modo simile a una foglia d'edera, almeno in piccolo) e una striscetta tricolore, quasi a richiamare i liberali. Una sintesi grafica tutto sommato gradevole ed equilibrata, anche se poco nota.

mercoledì 30 novembre 2016

Referendum costituzionale: i simboli di chi dice No

Anche sul fronte del No al referendum costituzionale la struttura è simile a quella già vista per il Sì. C'è innanzitutto un comitato nazionale civico (i fondatori sono quasi tutti giuristi o membri della società civile), legato al Coordinamento per la democrazia costituzionale: il Comitato per il NO nel referendum sulle modifiche della Costituzione è presieduto da Alessandro Pace - il presidente d'onore è Gustavo Zagrebelsky - ed è quello che si era incaricato di raccogliere le firme (obiettivo peraltro non centrato) per chiedere l'indizione del referendum, così da poter accedere tra l'altro ai fondi destinati dalla legge ai promotori. La grafica è basata ovviamente sul tricolore, scelta pressoché obbligata per un comitato che vuole includere tutte le sensibilità di chi è contrario alla riforma, al di là di ogni appartenenza politica. Non viene riportato il nome per intero, ma viene messo in evidenza il No, con la O resa da un cerchio rosso con la silhouette bianca di una mano aperta: praticamente un cartello, un modo netto per dare la sensazione dello "stop", della necessità di fermarsi e di respingere le proposte di modifica.
Accanto al comitato civico, è nato presto un comitato dichiaratamente politico, costituito dai massimi esponenti di Forza Italia, Lega Nord e Fratelli d'Italia (ma con tanti altri partiti più piccoli a sostegno dell'iniziativa). L'ente, denominato Comitato per il no alla riforma costituzionale, è peraltro presieduto da un tecnico, l'ex presidente della Corte costituzionale Annibale Marini. Il No ovviamente la fa da padrone, scritto ben chiaro in font bastone black al centro di due cerchi, sovrapposto a una fascia tricolore, che fa tanto nazionale e tanto centrodestra: una grafica essenziale e piuttosto pulita, adatta agli adesivi e più legata a una concezione classica della politica (vista la forma rotonda, che rimanda alle competizioni elettorali).

Oltre a questi due comitati, nel fronte del No - molto variegato e disomogeneo politicamente, come è noto - si registra un gran numero di altre realtà, ciascuna con un proprio emblema: molte realtà, infatti, hanno avvertito l'esigenza di distinguersi, di marcare la propria presenza, magari connotando il loro emblema con un proprio segno politico, anche variando quanto basta l'emblema del comitato politico nazionale. E' il caso, ad esempio, del Comitato per il No - Sovranità popolare, lanciato da Azione nazionale, associazione vicina a Gianni Alemanno. La struttura è molto simile al logo del comitato Marini, anche se cambia la scritta in basso e il tricolore diventa la cifra dell'emblema, spuntando un po' dappertutto: gli archi della circonferenza esterna diventano tricolori, nel cerchio centrale c'è una fascia in filigrana e, soprattutto, in basso appare la fascia "sfrangiata a N" che caratterizza il simbolo di Azione nazionale.
Si può riconoscere la medesima composizione del simbolo, anche se con una certa (e ben visibile) variazione sul tema nell'emblema del Comitato per il No alla riforma costituzionale nella versione offerta dal Fronte nazionale di Adriano Tilgher. Si mantiene il cerchio interno con la fascia tricolore verticale, ma all'interno del No centrale si incastona il simbolo del Fn e tutte le scritte esterne al cerchio sono proposte in una font decisamente marcata e "pesante", quasi a voler ricordare certe grafiche molto "di destra", che però hanno l'effetto grafico di rendere assai poco gradevole l'immagine. 
Molto più fedele alla struttura del segno distintivo del comitato "politico" per il No appare l'emblema dei Riformisti per il No - Noi della grande riforma, comitato presieduto dall'ex Pd Mario Barbi e che, tra i promotori, annovera Stefania Craxi e Stefano Caldoro. Che l'estrazione di questo gruppo sia socialista - anche se la parola non è presente nel nome, ma si preferisce indicare "riformisti" anche forse in ossequio ai Riformisti italiani di Stefania Craxi - è reso del tutto palese dal garofano piazzato in primo piano: si tratta, per i fanatici del dettaglio, dello stesso fiore disegnato all'inizio del 2006, quando il Nuovo Psi (in piena lotta giudiziaria tra i sostenitori di Bobo Craxi e quelli di Gianni De Michelis) presentò liste condivise con la Dca di Rotondi, fiore poi passato al Nuovo Psi di Caldoro dopo l'ennesima scissione nel partito.
Restando per un attimo in casa socialista (un ambito politico in cui, tanto nel passato quanto oggi, le divisioni non sono certo mancate), va notato che i comitati che si richiamano a quell'area sono vari: se ne contano almeno altri due. Convergenza socialista, formazione guidata da Manuel Santoro, mette addirittura il simbolo - sia pure in miniatura, al posto di una delle "o" di "Comitato - nel logo del Comitato per il No di Convergenza socialista: a dominare la grafica - piuttosto spartana e, bisogna ammetterlo, non troppo curata - è un inequivoco segnale ottagonale di stop, riprendendo nella sostanza il messaggio veicolato dal logo del comitato presieduto da Pace.
Più visibile, invece, è il garofano del Comitato socialista per il No, presieduto da Bobo Craxi (e con Rino Formica presidente onorario). La corolla e il calice del fiore - in un disegno realistico che sembra nuovo, rispetto a quelli che hanno caratterizzato la storia socialista dal 1978 in poi - si stagliano sul cerchio rosso che sostituisce la "O" di "No" (e ci è voluto un pur sottile contorno bianco per far emergere meglio il garofano, con un risultato che comunque è gradevole e d'impatto). La nascita di questo comitato si spiega agevolmente con la scelta del gruppo vicino a Craxi jr. di non sposare la linea del Psi, decisamente votata al Sì, ed è in linea con l'apertura di un contenzioso sull'ultimo congresso del partito (i cui atti sono al momento sospesi da un'ordinanza del tribunale di Roma).
Tornando ai promotori del comitato presieduto da Annibale Marini, va detto che più di un partito (pur figurando all'interno di quell'aggregazione politica nazionale) ha scelto comunque di fondare il proprio gruppo di sostenitori del No, anche qui per marcare la presenza in quel fronte così disomogeneo e - inutile negarlo - anche per far valere il proprio peso numerico: queste, in fondo, sono sempre occasioni per "contarsi". Lo ha fatto, per esempio, Fratelli d'Italia creando il Comitato No grazie, voluto dalla presidente del partito, Giorgia Meloni: nessun riferimento politico nella grafica, solo un "No" grande come una casa all'interno di un "fumetto" blu, lo stesso colore (più o meno) del fondo del simbolo e che era stato usato da An, giusto per far capire che questo No viene da destra.
Anche la Lega Nord, per parte sua, ha scelto di creare un proprio comitato, dal nome Donne e uomini liberi votano No. I colori utilizzati per il logo sono quelli tradizionali della Lega (il blu tendente al viola di Alberto da Giussano e il verde del "Sole delle Alpi"), il No emerge con una certa imponenza, ma colpisce come per la prima volta la realizzazione grafica oggettivamente non brilli per efficacia: da una parte, il No appare schiacciato e non troppo gradevole all'occhio; dall'altra, nel segmento blu inferiore si è voluto concentrare troppo testo, per cui l'indicazione - pure importante - che lega il No "alla riforma truffa di Renzi" praticamente non si vede, quasi inghiottita dal resto dell'immagine.
Tra i promotori del comitato "civico" Pace-Zagrebelsky, figura anche Antonio Pileggi, presidente del consiglio nazionale del Pli di Gianfranco Morandi e Stefano De Luca. Tutti e tre sono parte anche del comitato Per le libertà No al peggio, coordinato dall'ex ministro e giudice costituzionale Luigi Mazzella (che ha come vice Cinzia Dato e Cinzia Bonfrisco); al gruppo aderisce anche la Federazione dei Liberali di Raffaello Morelli. Il loro segno di riconoscimento, lungi dall'essere tondo, si basa sul testo in font Helvetica Inserat, salvo proprio il gigantesco No centrale, che - in un curioso color senape - ripropone l'affermazione in modo geometrico, decisamente di altri tempi.
L'area liberale, peraltro, non si esaurisce completamente nel comitato appena visto. Bisogna ricordare almeno i Liberali X il No, di cui risultano promotori Beatrice Rangoni Machiavelli, Giuseppe Bozzi ed Enzo Palumbo, gli ultimi due essendo non solo i patrocinatori di un gruppo di cittadini elettori (compreso lo stesso Palumbo) del giudizio di legittimità costituzionale sull'Italicum instaurato dal tribunale di Messina, ma anche coloro che avevano concepito il primo ricorso al Tar del Lazio contro il quesito referendario. L'emblema, tuttavia, è piuttosto infelice sul piano grafico, anche per la scritta piazzata lì quasi per caso (come posizione e come colori): va solo rimarcato che il disegno bianco su fondo azzurro richiama il bird of liberty dei liberaldemocratici, in particolare il vecchio simbolo europeo dell'Eldr.
Si riconduce al centrodestra anche il comitato Questa volta No! - Una scelta consapevole, anche se a occhio non è facile collocarlo nello scacchiere politico (l'impressione ictu oculi è a mezza via tra la canzone di Gino Paoli cantata da Ornella Vanoni e una pubblicità sul controllo delle nascite...). Cercando in rete si scopre invece che il comitato è stato voluto e fondato dai Conservatori e riformisti di Raffaele Fitto (con il contributo determinante, sul piano della consulenza giuridica, del costituzionalista Alfonso Celotto) per diffondere e difendere le ragioni di un No tecnico e politico insieme. La consapevolezza della scelta emerge con chiarezza nell'emblema, che si presenta semplice e sobrio.
Un po' meno sobrio si presenta l'emblema del Comitato famiglie per il No al referendum, legato al Comitato Difendiamo i nostri figli, di cui è portavoce Massimo Gandolfini e che ha promosso l'ultimo Family Day. Il disegno nella parte superiore (a fondo fucsia, come il colossale No che sta nella parte inferiore bianca) rappresenta il logo di Difendiamo i nostri figli: è l'immagine di una famigliola tradizionale e decentemente numerosa (quattro figli): per fortuna il tratto bianco ci risparmia la coloritura sessista dei maschietti in azzurro e delle femminucce in rosa. Viene in mente il simbolo dell'adinolfiano Popolo della famiglia, ma lo stesso Gandolfini aveva precisato che le liste di Adinolfi non erano loro diretta emanazione. 
Nel novero del centrodestra si può ritrovare anche un singolare Comitato Alto Adige – Südtiroler Komitee per il no alle riforme costituzionali, che era nato già a maggio, con la prima adesione del consigliere regionale Alessandro Urzì (già firmatario della "mozione dei quarantenni" alla Fondazione An). Senza bisogno di grafiche particolari, nell'emblema spicca il messaggio bilingue "No - Nein", scritto a caratteri cubitali. Se anche l'emblema è stato deciso in primavera, la scelta della doppia lingua acquista ancora maggiore significato dopo la polemica scatenatasi a settembre sul progetto di cancellazione di gran parte della toponomastica altoatesina in italiano (lasciando solo la denominazione tedesca): era stato Urzì a denunciare un presunto accordo tra governo italiano e Svp per aggirare il bilinguismo, immaginando in cambio il sostegno della Svp al Sì al referendum
Ha scelto invece una forma rettangolare, da etichetta (ma nel sito ufficiale è presente anche la versione circolare, con la grafica più "allargata" il Comitato popolare per il No, presieduto dall'ex europarlamentare e politico di lungo corso Giuseppe Gargani e avente tra i promotori Mario Mauro, Carlo Giovanardi e altri nomi storici come Potito Salatto (già Dc, ultimamente con i Popolari per l'Italia di Mauro) e i Cdu Mario Tassone e Maurizio Eufemi. 
Il messaggio centrale è ovviamente offerto dall'affermazione netta "Noi no" e rafforzato dallo slogan sottostante ("Rottamiamo la riforma, non la Costituzione"): una vera dichiarazione d'intenti, resa graficamente in modo semplice e con abbondante uso di tutti i colori nazionali, anche se in fondo il risultato grafico non è disprezzabile e ha il pregio indubbio della chiarezza.
Lasciando il campo del centrodestra, anche a sinistra si può verificare l'esistenza di varie aggregazioni tenute insieme dal comune intento del No. Il gruppo di cui si è maggiormente parlato è sicuramente quello del Comitato Scelgo No, presieduto da Guido Calvi, avvocato, docente di filosofia del diritto e già senatore Pds-Ds; coordinatore è invece Stefano Schwarz, collaboratore di Child Frontiers (società legata all'Unicef); tra i nomi notevoli, oltre ovviamente a Massimo D'Alema, anche l'ex parlamentare Pds Pietro Folena. L'uso dei colori si discosta abbastanza da quelli visti in tanti altri loghi (e niente rosso, come ci si potrebbe aspettare): l'impressione grafica che si ricava dall'immagine è quella di uno stencil, di una riproduzione a tampone, che metta in risalto, oltre al No, anche il concetto della scelta.
Meritano attenzione però anche i Democratici per il No, riuniti poche settimane fa da Stefano Di Traglia, ex portavoce di Bersani: lui stesso ha precisato che questi "non sono un comitato, se si intende un negozio con una scritta, ma un gruppo, forse una rete di militanti che promuoveranno il confronto dentro il Pd". Comitato o no, non stupisce che - in antitesi al messaggio lanciato dal partito, chiaramente a favore del Sì - il No sia sottolineato non una, ma due volte, con un carattere black che più spesso non si può, sempre utilizzando il verde e il rosso come colori nazionali e democratici.
Ci sarebbe poi un'altra declinazione di Noi no, stavolta non in salsa centrista, anche se qui non si sarebbe di fronte a un vero e proprio comitato: "Noi No!", infatti, è una campagna lanciata da Sinistra italiana, con la precisa indicazione sul sito che il tutto è "a disposizione e sostegno del Comitato per il no nel referendum costituzionale e del Comitato per il referendum contro l'Italicum". Vale comunque la pena segnalare la frase bianco-gialla su fondo rosso, tra l'imponente e il lezioso (basta guardare come è scritto "Noi") con tanto di quadrato obliquo per meglio caratterizzarla, se non altro perché in qualche immagine di telegiornale ha fatto capolino su casacche e pettorine indossate dai volontari.

Da tutti i simboli visti finora si distanzia quello del Comitato per la Costituzione e le riformel'associazione, che si dice ispirata "a principi della solidarietà, di trasparenza e di democrazia", rileva soprattutto perché uno dei due fondatori è Ciriaco De Mita (tra gli aderenti, anche l'Udc di Lorenzo Cesa e l'ex ministro per le riforme Gaetano Quagliariello). L'emblema si distingue per non contenere alcun riferimento al No: anzi, in rosso e in verde propone "due elementi stilizzati che - si legge nell'atto costitutivo - rappresentano un profilo numismatico appartenente a divinità romana ed un libro aperto rispondente alla costituzione", mentre le due linee curve "rimandano alla C della Costituzione". Dimostrazione, questa che si può dire No anche senza scriverlo.

martedì 29 novembre 2016

Referendum costituzionale: i simboli di chi dice Sì

Nell'ultima settimana che precede il referendum confermativo della riforma costituzionale, com'è prevedibile, parole, dichiarazioni e inviti al voto si affastelleranno e cresceranno ulteriormente di tono: il tutto, fino alla giornata di venerdì, che concluderà - finalmente, mi sento di dire - la campagna più lunga (ben al di là dei trenta giorni previsti dalla legge), drammatizzata, martellante e invadente che la storia referendaria abbia registrato. 
I simboli della discordia è presente a modo suo, senza entrare nel merito del quesito (non è lo scopo di questo spazio) ma cercando di proporre contenuti interessanti per i "drogati di politica". Vista la vocazione del sito e constatata - ahinoi - la mancanza di simboli sulla scheda, ci dedicheremo ai simboli scelti dai comitati di entrambe le parti, mai così vari come in quest'occasione. Così, invece che concentrarsi sulle parole favorevoli o contrarie alla riforma e su chi le dice, baderemo alle casacche disegnate ad hoc per i concorrenti di questa sfida, per cercare di seguire le fasi del gioco da questo punto di vista. Oggi si parte con i comitati del Sì, domani toccherà a quelli del No. Qualunque sia la vostra scelta, buon divertimento. E soprattutto, da buoni #politicsaddicted, andate a votare...

La ricerca si avvale del contributo di Antonio Folchetti, che ha raccolto materiale in vista della sua partecipazione al convegno di AssoComPol (Urbino, 15-17 dicembre): per questo, e per aver suggerito l'idea di analizzare i simboli dei comitati, lo ringrazio pubblicamente.
Prima che il viaggio inizi, preciso che i loghi mostrati non esauriscono tutte le grafiche nate in questi mesi: mancano di certo gli emblemi utilizzati a livello locale (a volte molto diversi da quelli nazionali), ma possono mancare anche alcune aggregazioni su scala nazionale, non intercettate sui media o in rete. Da parte mia e della squadra del sito, ovviamente, non c'è la volontà di oscurare o "degradare" qualcuno, quindi ci scusiamo se qualche comitato o gruppo non si troverà in elenco: potete segnalare la vostra presenza, commentando il post o inviando materiale alle mail del sito e cercheremo di fare il possibile... buona lettura!  

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Il fronte del Sì al referendum costituzionale, pur essendo composito, mostra di avere una regia sostanzialmente unitaria, che ha il suo centro nel comitato formalmente civico (ma certamente connotabile politicamente) denominato Basta un Sì, costituito il 21 maggio scorso: è stato questo il soggetto giuridico che ha depositato in Cassazione la richiesta di referendum ed è riuscito a raccogliere le 500mila firme necessarie per ottenere spazi per la propaganda (e accedere alle risorse messe a disposizione dei promotori dei quesiti). L'emblema non usa la parola "comitato" (come, del resto, nessuno dei gruppi nazionali a sostegno del Sì), preferendo la semplicità dello slogan, breve e user friendly, nel tentativo di comunicare la facilità di ottenere tanti risultati (positivi, secondo i proponenti) con una semplice croce sulla casella del Sì.

La parte grafica, invece, è piuttosto minimal e - volendo rappresentare tutti, anche chi non ha alcuna appartenenza partitica - non presenta connotazioni politiche, accontentandosi di riproporre il motivo del tricolore. Su cosa rappresenti il disegno, tuttavia, non c'è accordo: per qualcuno i quadratini sono un mero artificio grafico per proporre il tricolore senza rischiare l'uso di una bandiera (stile Forza Italia); c'è chi ha pensato a tre carte (vincenti) come tenute "a ventaglio" in mano, per giocare un gioco semplice come lo slogan
Acquista più credibilità l'ipotesi che i tre rettangoli simboleggino tre schede elettorali da inserire in un'urna, di cui la linea su cui sembra appoggiarsi l'elemento tricolore rappresenterebbe la fessura. Non è mancato anche chi ha voluto vedere gli stessi rettangoli come la stilizzazione tridimensionale di un'urna: un pensiero sorto, probabilmente, pensando a una precedente conformazione del logo, che aveva trasformato la "i" accentata proprio in un'urna (la lettera) con tanto di scheda (l'accento). Prima ancora, in compenso, come elemento grafico caratterizzante era stato scelto un "fumetto", fatto con un nastrino rosso ripiegato, che poteva far pensare alla piegatura tanto di una scheda, quanto dei fogli per la raccolta firme (il periodo di uso, in fondo, era proprio quello).

Se Basta un sì rappresenta il centro e il vertice dell'organizzazione dei favorevoli al referendum e all'approvazione della riforma, questo non ha escluso la nascita di altri raggruppamenti, a volte con maggiore connotazione politica, in altri casi più attenti a determinate categorie di elettori. Si prenda, ad esempio L'Italia che dice sì, comitato che si propone di raccogliere essenzialmente le adesioni e l'interesse degli utenti della rete (attraverso i suoi account Facebook e Twitter). La grafica, in effetti, è cambiata più volte, anche se con le due costanti del Sì in grande evidenza e dell'interpretazione "artistica" dello sfondo: inizialmente era stato usato un tricolore pennellato, attualmente si preferisce un background a macchie di colore, per dare un tocco di creatività multicolore al consenso alla riforma.
Se si guarda invece alla Rete del Sì, si scopre che è "un’associazione di cittadine e cittadini con diverse provenienze politiche, professionali e geografiche - si legge sul sito - che vogliono contribuire alla vittoria del Sì". L'associazione, in particolare, "si propone quale punto di incontro tra singoli e comitati promotori per il Sì, e mira a fornire spazi di dibattito e materiale informativo per contribuire a informare i cittadini sulla riforma costituzionale".
A stretto rigore, dunque, non si tratta di un comitato, ma di una "struttura di servizio", per suscitare il dibattito su un tema che non è "per addetti ai lavori, costituzionalisti o professionisti della politica, ma è una questione che riguarda tutti e tocca la quotidianità di ciascuno"; l'emblema scelto dà soprattutto l'idea di qualcosa di "fatto a mano", con font decisamente handwriting e senza forme geometriche, per dare l'idea di un'immagine fresca e dinamica.
Decisamente politico, fin dal nome, è il comitato Sinistra per il Sì, nato all'interno del Pd per raccogliere coloro che hanno scelto di schierarsi a favore della riforma mettendo in evidenza la loro collocazione a sinistra (da Piero Fassino ad Anna Finocchiaro, da Maino Marchi a Nicola Zingaretti): l'intento, probabilmente, era contrastare l'idea che tutta la sinistra fosse naturalmente e categoricamente schierata per il no. In qualche modo il logo scelto sembra imparentato con quello di Basta un Sì, perché i quadratini verdi e rossi sembrano gli stessi di prima, solo spostati per fare da sfondo ai due "Sì", compreso l'inizio della parola "Sinistra" (curiosamente abbinata al verde e non al rosso, probabilmente per rispettare l'ordine dei colori della nostra bandiera).
Nell'area del Pd si possono peraltro riconoscere altre realtà di sostegno al Sì. Un esempio è costituito dal logo elaborato da Rifare l'Italia, l'associazione fondata da Andrea Orlando e Matteo Orfini e ora guidata da Francesco Verducci: in rete è circolato il logo con "Sì" in primo piano e tinto di verde e di rosso, con l'accento tracciato in nero come con un pennarello e uno sfondo verdino sfumato appena accennato, che rimanda comunque . L'emblema, circolare, comprende anche la miniatura dell'associazione Rifare l'Italia, il che dimostra come una componente interna al partito abbia scelto di dare risalto all'impegno verso il referendum, inserendolo all'interno delle altre attività svolte da un gruppo rilanciato pochi mesi prima.
Per restare nell'ambito della maggioranza di governo, si può considerare innanzitutto il comitato Insieme per il sì - Moderati e centristi, a guida certamente politica: era nato con il coordinamento di Ferdinando Adornato e ne facevano parte membri dei gruppi di Area Popolare (tra cui Angelino Alfano, l'ex ministro Maurizio Lupi e Fabrizio Cicchitto), ma non solo (c'erano anche Aldo Di Biagio e il socialista Oreste Pastorelli). L'emblema era abbastanza semplice e anche piuttosto cheap, con il "per" reso con una croce tracciata a mano, un tratto verde e uno rosso: una grafica un po' povera obiettivamente. Del sito del comitato, tuttavia, in rete si sono perse le tracce, al di là delle pagine salvate in cache.
E' invece ancora ben presente e attivo il comitato Centristi per il Sì, guidato da Gianpiero D'Alia, fino a poco tempo fa alto dirigente dell'Udc, almeno prima che si scatenasse una polemica iniziata con i vertici "romani" del partito, prima per l'iter del congresso regionale siciliano (da lui appoggiato e contestato dagli organi interni dell'Udc) e poi proprio per la posizione sul referendum. Perché la dirigenza dell'Udc si è schierata nettamente per il No, ma D'Alia, il ministro Gianluca Galletti e Pierferdinando Casini sono ben decisi a sostenere il Sì: anche per marcare questa posizione, non stupisce che questa parte abbia deciso di fondare un proprio comitato, così da rendere più visibile la sua battaglia.
Il logo ora in uso - fondo e contorno blu, segmento tricolore - ricorda un po' quello dei Moderati, il partito di Giacomo Portas (e, tra l'altro, in Sicilia si è già trasformato in un emblema di gruppo, pronto a trasformarsi - ma è una mia supposizione - in Centristi per l'Italia se dovesse venire buono un emblema di respiro nazionale). Ma se la X pennellata e il tricolore connotano il segno, la prima versione dell'emblema era molto più povera e assai meno d'impatto: ricordava, anche nella struttura e nella resa grafica, il distintivo di Insieme per il Sì, anche se per lo meno il tricolore aveva ricevuto un trattamento migliore dell'originale, tingendo l'accento di "Sì" in modo decoroso. A qualcuno, però, evidentemente il risultato non era piaciuto, così ci si è rimesso le mani, fino al disegno attuale.
Restando in coalizione ma spostandosi verso il centrodestra, merita di essere considerato il simbolo di Insieme Sì cambia, comitato tecnico-politico di quell'area. Se si guarda, infatti, alla grafica, l'occhio sembra vedere subito il cuore giallo su fondo blu di Area popolare (in realtà fa maggiormente il verso al cuore del gruppo parlamentare dei Popolari europei, quello che al momento è stato adottato - in versione rossa-blu - dalla Rivoluzione cristiana di Gianfranco Rotondi) e ci si aspetta di trovare in prima linea i dirigenti di Ncd-Ap (certamente non contrari alla spruzzatina tricolore sul puntino/accento della i). Se si guarda l'organigramma, però, si scopre che la guida del comitato è tutta tecnica: spiccano i nomi del politologo Lorenzo Ornaghi come presidente, del costituzionalista Giovanni Guzzetta come coordinatore, mentre promotori sono i suoi colleghi Vincenzo Lippolis (già funzionario parlamentare), Lorenza Violini e Pietro Ciarlo; nel direttivo, accanto ad altri giuristi come Beniamino Caravita, il nome più politico sembra essere quello di Peppino Calderisi, già radicale, già forzista-pidiellino.
Sono invece dichiaratamente di area liberale gli appartenenti al comitato Liberi Sì, guidato da un forzista della prim'ora come Giuliano Urbani e da uno arrivato giusto mezz'ora dopo, Marcello Pera (nell'elenco dei fondatori, che comprende peraltro di nuovo Lippolis e Calderisi, si trovano anche costituzionalisti come Tommaso Edoardo Frosini, ex funzionari parlamentari come Antonio Malaschini e politici come l'ex radical-forzista Marco Taradash; tra gli aderenti, invece, spiccano i nomi di Gaetano Pecorella e Giuliano Ferrara). Come emblema, ovviamente, non figura nessun simbolo dei partiti affiliati ufficialmente (Ala, Scelta civica - Cittadini per l'Italia, Noi Sud e Liberali repubblicani e laici): quello strano segno tricolore sembra rimandare a due vele, o forse alle pagine di un libro da sfogliare, ma di più non è dato sapere.
Nel fronte del Sì, peraltro, non poteva sfuggire l'unico segno realmente politico, almeno quanto alla sua nascita: già, perché il comitato Radicali per il Sì - Sì per i Radicali, legato a Giovanni Negri (ritornato in pista da poco con la sua Marianna e ben deciso a votare Sì per completare "una lunga, insopportabile transizione") ha utilizzato per sé il simbolo che nel 1992 fu utilizzato dalla Lista Referendum guidata da Massimo Severo Giannini. Addirittura, come si è già notato in passato, l'emblema porta ancora impressa la corolla della rosa di Marc Bonnet, concessa dal Partito radicale alla lista per evitare la raccolta delle firme; forse non era opportuno che restasse lì, ma certamente serve a collocare chiaramente tra i radicali un emblema che, diversamente, farebbe pensare a chi non ha vissuto quella stagione che il logo sia stato creato apposta per questo referendum. E non sull'onda di altri quesiti di un quarto di secolo fa...