venerdì 12 ottobre 2018

Marano di Napoli, simboli e curiosità sulla scheda

Il 21 ottobre saranno chiamati al voto gli elettori di alcuni comuni le cui amministrazioni erano state sciolte per infiltrazioni di natura mafiosa e commissariate: accanto a cinque comuni inferiori (Rizziconi nel reggino, Nicotera e Tropea nel vibonese, Corleone e Palazzo Adriano nel palermitano) sarà interessato dalle elezioni anche il cognome superiore di Marano di Napoli, quasi 60mila abitanti. La competizione appare abbastanza affollata: le sei persone che aspirano alla carica di sindaco risultano sostenute da ben 15 liste, davvero un bel numero, anche se rispetto alle previsioni della vigilia tra le formazioni in corsa non figura il MoVimento 5 Stelle, visto che non è arrivata la certificazione per la lista che avrebbe dovuto sostenere la candidatura di Domenico Speranza.

Mauro Bertini

1) Potere al popolo!

Il sorteggio ha collocato al primo posto il nome di Mauro Bertini, già sindaco di Marano dal 1993 al 1996 e di nuovo dalla fine del 1996 al 2006, che si presenta sostenuto da due liste chiaramente di area sinistra. La prima estratta a sorte è quella di Potere al popolo!, che ha scelto di partecipare alle elezioni locali con lo stesso simbolo varato alle politiche di marzo: sebbene quell'esperimento non sia andato particolarmente bene, la speranza è che su scala ridotta l'esperienza possa essere più fortunata, anche grazie all'apporto di chi ha già amministrato a lungo la città.

2) L'Altra Marano

Al secondo posto del manifesto e della coalizione si trova L'Altra Marano, lista che si presenta innanzitutto come "Centro d'impegno politico" e che in realtà ha connotato l'impegno di Bertini dal 2010, quando il gruppo d'impegno politico si è trasformato in un gruppo consiliare. Da allora il simbolo non è sostanzialmente cambiato (al di là della figura umana in miniatura che era presente sotto l'apostrofo rosso e che ora non c'è più): è stato l'emblema trainante della candidatura di Bertini alle scorse elezioni (è stato sconfitto al ballottaggio dal candidato del centrodestra Angelo Liccardo) e continua a sostenere l'idea che si voglia una Marano diversa (il nome è arrivato ben prima della "lista Tsipras" che dal 2014 ha ispirato molte formazione con il nome "L'Altra...").

Rosario Pezzella

3) Movimento civico maranese

Secondo candidato estratto è Rosario Pezzella, anch'egli sostenuto da due liste di natura piuttosto diversa tra loro. La prima estratta è quella del Movimento civico maranese, di cui Pezzella - già assessore comunale tra il 2006 e il 2011 nell'amministrazione guidata da Salvatore Perrotta, è proprio il portavoce. L'emblema è molto semplice e molto "vuoto": consiste semplicemente in un cerchio bianco con il nome scritto ad arco, le iniziali delle sue tre parole disposte in diagonale al centro (e scritte in un carattere fin troppo elegante per un emblema elettorale) e l'indicazione del candidato sindaco, giusto sopra a una linea tricolore (unico vezzo cromatico del simbolo).

4) Lega

Il progetto civico-politico di Pezzella è sostenuto in queste elezioni anche dalla Lega, alla prima presentazione alle comunali di Marano. Posto che il centrodestra non sta tutto dalla stessa parte, per la sua prima uscita elettorale locale il partito di Matteo Salvini ha scelto di utilizzare il simbolo inaugurato alle ultime elezioni politiche, con in evidenza il nome del leader e, al posto della qualifica di premier, l'indicazione della regione di riferimento. Un'immagine coordinata dalla quale non si sfugge.

Pasquale Albano

5) Albano sindaco

Batte tutti gli altri candidati quanto a numero di liste che lo sostengono Pasquale Albano: sono addirittura sei le formazioni in appoggio alla candidatura di un candidato che si qualifica come civico, ma è accreditato da più parti come legato all'area di centro. Certamente sono molto tradizionali e tendenti al centrodestra i quattro colori nazionali che distinguono il simbolo di Albano sindaco, la formazione più direttamente legata al suo nome, scritto in grande evidenza (anche se con una font molto sottile): il fondo azzurro e la striscia tricolore rimandano un po' al Pdl, un po' alla pionatiana Alleanza di centro.

6) Marano per Albano sindaco

Rimane lo stesso tricolore, ma cambia l'ambientazione per la seconda lista estratta, Marano per Albano sindaco. L'idea che dà il nome della lista è che tutta la città sia pronta a sostenere il candidato sindaco civico; non a caso, come emblema della lista è stato scelto uno dei monumenti principali del comune, ossia il Mausoleo del Ciaurro (anche se nella raffigurazione appare molto più integro e in salute di quanto non sia nella realtà). Già a guardare questo emblema si capisce che l'ingrediente fondamentale di ogni simbolo di questa coalizione sarà il nome stesso del candidato.

7) Giovani per Albano sindaco

Niente tricolore, invece, per la lista civica Giovani per Albano sindaco, formazione che fin dal nome chiarisce da chi è composta e a chi si rivolge. Come simbolo è stata scelta una mano impegnata nel segno della vittoria; al di là di questo, il contrassegno appare un po' sbilanciato e instabile sul piano grafico - a meno di voler dare l'impressione della dinamicità, ma questo scopo non sembrerebbe molto centrato - e, in ogni caso, non manca il riferimento al candidato sindaco, come negli emblemi visti sin qui.

8) Le periferie per Albano sindaco di Marano

Il nome più lungo delle formazioni in corsa alle prossime amministrative è senz'altro quello della lista Le periferie per Albano sindaco di Marano, che vorrebbe calamitare il consenso degli abitanti che non risiedono in centro. Graficamente il contrassegno sembra parente stretto dei primi due, con il ritorno del tricolore (sotto a uno sfondo stavolta blu scuro sfumato) e l'arrivo di un altro monumento (anche se in questo caso per chi scrive è più difficile identificarlo).

9) Prima Marano

Il sorteggio ha finito involontariamente per raccogliere nella prima parte della coalizione tutti i simboli che contengono il nome del candidato sindaco, che manca invece nelle ultime due posizioni. Quinta lista a sostegno di Pasquale Albano è Prima Marano, presentata come antidoto all'individualismo che avrebbe rovinato la città. La ricetta cromatica, tuttavia, non cambia: il tricolore tinge la coda di una "stella cometa" 'irrealistica e naive (quasi a voler salutare l'arrivo di un'era nuova) nel cielo blu.

10) La rinascita di Marano

Il nome di Albano non compare nemmeno nell'ultima lista a suo sostegno, La rinascita di Marano, la cui grafica è certamente la più rutilante di tutte (e anche per questo rimane particolarmente impressa): "la commissione straordinaria ancora in carica - scrivono in una nota i rappresentanti della lista - ci lascerà una situazione deficitaria di grave passività, ma siamo coscienti e pronti con onestà a realizzare una vera rinascita di Marano, proprio come rappresentato dal nostro simbolo che con grande enfasi riproduce proprio la Fenice, quella che rinasce dalle proprie ceneri; proprio partendo dalle ceneri di questa Città massacrata, noi ci prodigheremo affinché ne rinasca una qualità della vita degna dei Cittadini di Marano". C'è qualcosa da aggiungere?

Lorenzo Alfè

11) Lorenzo Alfè 57 - Uomini libero

Il quarto candidato estratto è Lorenzo Alfè, medico, classe 1957. Vai a sapere perché, il suo anno di nascita è finito anche nel nome della sua lista (rischi di omonimie da evitare?), denominata appunto Lorenzo Alfè 57 - Uomini liberi, che come segno grafico ha scelto una campana, segnata dal tempo ma ancora in grado di suonare "l'ora della libertà", per chiamare a raccolta - come detto dal candidato in un'intervista - "uomini liberi perché svincolati da vecchie logiche politiche: liberi da condizionamenti, liberi da interessi personali e di bottega, liberi da pregiudizi, liberi da vincoli di partito e da scambi di potere"

Teresa Giaccio

12) Fratelli d'Italia

Si è detto prima che il centrodestra non si presenta unito alle ormai prossime elezioni di Marano. Lo dimostra il fatto che la lista di Fratelli d'Italia - che nelle scorse settimane ha fatto appello alla Lega perché convergesse sulla propria candidatura, unica chiaramente riferibile all'area del centrodestra - sostiene da sola Teresa Giaccio, unica candidata sindaca di queste elezioni. Per l'occasione, il partito ha scelto di utilizzare il proprio simbolo ufficiale, senza inserire alcun riferimento alla leader nazionale Giorgia Meloni.

Rodolfo Visconti

13) Il cambiamento è Agorà

Ultimo tra gli aspiranti sindaci estratti per la prossima competizione amministrativa a Marano è Rodolfo Visconti, candidato del centrosinistra. La lista che, almeno dal punto di vista del nome, colpisce di più è la prima estratta, Il cambiamento è Agorà, formazione di impronta chiaramente civica che sembra voler far partire il cambiamento dalla piazza e dal confronto con gli altri. L'idea dell'Agorà è data dalla "O" della parola più evidente del contrassegno (con tre circonferenze concentriche) e dal contorno non regolare del cerchio grande blu.

14) Rodolfo Visconti sindaco

La seconda lista della coalizione è senza ombra di dubbio quella che si pone come più vicina all'aspirante sindaco del centrosinistra, visto che ne porta il nome e il cognome. Rodolfo Visconti sindaco, peraltro, nei colori chiarisce anche senza problemi la provenienza di colui che si candida: il rosso e il verde, qui, più che alla bandiera nazionale fanno pensare proprio al Partito democratico, al cui direttivo locale Visconti appartiene; completa il tutto una vezzosa sfumatura rossa, che non stona in un emblema piuttosto leggibile.

15) Partito democratico

Ultimo estratto, con il compito di chiudere la coalizione e l'intera parata di contrassegni sulla scheda, è il simbolo del Partito democratico, la forza politica che maggiormente sostiene la candidatura di Rodolfo Visconti. Per l'occasione è stato utilizzato il simbolo nazionale puro e semplice, senza alcuna connotazione locale o senza l'inserimento di nomi: una scelta che potrebbe non pagare, visto l'appannamento di immagine del Pd a livello nazionale, ma che anche per questo è in qualche modo coraggiosa. 

mercoledì 10 ottobre 2018

XIX congresso della Dc: mancava giusto la diffida dell'Udc...

La telenovela dell'avvicinamento al (sedicente) XIX congresso della Democrazia cristiana si arricchisce di un nuovo, prevedibile - anche se non scontato - capitolo, di matrice sfacciatamente simbolica. Si apprende, infatti, che in questi giorni Gianni Fontana, che si qualifica come presidente dell'assemblea dei soci della Dc (in seguito all'elezione del 26 febbraio 2017) ed Ettore Bonalberti, tra coloro che più si sono impegnati per il ritorno in attività del partito e tra i maggiori sostenitori dello stesso Fontana, hanno ricevuto una raccomandata dal contenuto non proprio rassicurante. Il mittente della lettera, datata 4 ottobre, era Salvatore Ruggeri, segretario amministrativo e - come da statuto - legale rappresentante dell'Udc.
Motivo scatenante della lettera era stata la ricezione, da parte di alcuni iscritti al partito guidato da Lorenzo Cesa, di una comunicazione inviata da Bonalberti e firmata da Fontana "con la quale si dava notizia dell'imminente celebrazione di un'assemblea, a Roma, in data 14/10/2018": il problema non era (tanto) la convocazione dell'assemblea in sé, quanto il fatto che su quei documenti ovviamente comparissero "il simbolo con lo scudo crociato e la scritta Libertas", emblema utilizzato dalla Dc storica fino al 1993-1994 e che, dalla sua fondazione nel 2002, è parte del contrassegno dell'Udc, fondata proprio in quell'anno. 
Nella sua missiva il segretario amministrativo del partito sottolinea che "le plurime iniziative intraprese dall'On. Fontana, con l'intento di dare una continuità storico-politica, ma soprattutto giuridica, allo storico partito della DC, sono state ritenute illegittime dal Tribunale di Roma con molteplici provvedimenti" (citandone, tra l'altro, un paio resi tra il 2013 e il 2016 seguiti a un'azione della Dc-Fontana tesa "ad inibire all'Udc l'uso del proprio contrassegno" e conclusa invece con la condanna alle spese di chi aveva chiesto l'inibitoria).
Più che la questione della continuità giuridica tra Dc storica e Dc-Fontana, in realtà, all'Udc interessa la tutela del proprio uso dello scudo crociato: più spazio, infatti, viene dato alle decisioni dell'Ufficio elettorale centrale nazionale del 2013 e del 2018 che hanno negato la legittimità dell'uso dello scudo da parte della Dc-Fontana, vista la sua presenza all'interno del contrassegno dell'Udc (in verità nel 2018 l'ufficio elettorale ha respinto l'opposizione della Dc "per l'assoluta mancanza di interesse del ricorrente che ormai utilizza il nuovo contrassegno depositato", visto che il rappresentante del partito guidato da Fontana aveva sostituito l'emblema a seguito dell'invito del Viminale). 
Tutto ciò è bastato a Ruggeri per dire che "a fronte di innumerevoli turbative perpetrate negli anni da sedicenti movimenti politici che assumevano di essere i veri continuatori della Dc" (anche di molto precedenti al gruppo di Fontana), l'Udc "ha più volte ottenuto dall'Autorità Giudiziaria (anche in sede di tutela cautelare) il pieno riconoscimento all'uso in via esclusiva del proprio contrassegno" (anche se in effetti dimentica di dire che, a livello locale, non è accaduto di rado che i simboli di varie Democrazie cristiane fossero ammessi anche con lo scudo crociato). Su queste basi, "l'uso del simbolo con lo scudo crociato e la scritta Libertas da parte dell'associazione denominata Associazione Democrazia Cristiana è da considerarsi […] illegittimo, nonché gravemente lesivo dei diritti dell'Udc", dunque il segretario amministrativo dell'Udc ha invitato e diffidato Fontana e Bonalberti "ad astener[s]i immediatamente dall'utilizzo del simbolo dello scudo crociato, con o senza la scritta centrale LIBERTAS, in ogni occasione, elettorale e non, a qualunque livello", dandone comunicazione entro cinque giorni, altrimenti "saranno poste in essere tutte le più opportune iniziative, in ogni sede competente, anche in relazione al risarcimento dei danni".

L'iniziativa dell'Udc non è rimasta priva di risposte. Ettore Bonalberti ha scelto di scrivere direttamente a Lorenzo Cesa: "tu sai quanto sia inappropriato addebitarmi un utilizzo illegittimo dello scudo crociato per il quale ho combattuto una vita (anno di iscrizione alla DC: 1962, sino alla fine e poi….). Tanto più in una fase nella quale, a più riprese, mi hai confortato nell’idea di una possibile ricomposizione sul piano politico delle nostre vicende". 
Bonalberti non vuole parlare del contenzioso giuridico "che ci perseguita da molti, troppi anni" (e per lui va risolto con una soluzione politica, sottolineando che "lettere raccomandate come quelle dell’On Ruggeri […] non favoriscono quelle iniziative tendenti alla ricomposizione dell’area democratico cristiana") e allude solo di striscio - ma intanto lo fa - alle notizie che hanno visto Cesa partecipare all'iniziativa "Più Italia" voluta dall'ex parlamentare An Andrea Ronchi (e "Più Italia", curiosamente, è anche un simbolo depositato come marchio proprio da Antonio De Poli dell'Udc): preferisce continuare a pensare all'idea di ricomporre la diaspora Dc; tuttavia - precisa - "se proprio si intende continuare la battaglia indegna e suicida, dopo il congresso della Dc di domenica prossima, i nuovi organi dirigenti decideranno, in assenza di corrispondenti e auspicabili reciproche iniziative politiche, se e come rispondere sul piano giurisdizionale alle intimazioni di cui alla raccomandata dell’on. Ruggeri". 
Nel 2016-2017 l'Udc non aveva reagito alla convocazione - disposta dal tribunale di Roma - dell'assemblea degli iscritti all'Ergife, mentre lo aveva fatto in passato, in occasione di vari tentativi precedenti. Dopo la raccomandata del segretario amministrativo Udc, a quanto pare, dunque, è molto probabile che si prepari l'ennesima gita in tribunale per coloro che si contendono lo scudo crociato: pronti alla nuova puntata?

lunedì 8 ottobre 2018

Simbolo del M5S: il problema è il "multiprestito" o la sua natura di marchio?

Torna al centro dell'attualità il simbolo del MoVimento 5 Stelle, dopo le vicende giudiziarie di cui si è dato conto nei mesi scorsi (e che ancora non sono concluse, in attesa di una sentenza di merito) e che avevano riguardato anche il segno distintivo della forza politica. Questa volta tutto è partito da un articolo dell'agenzia Adnkronos, pubblicato ieri, secondo il quale da una lettura della nota integrativa all'ultimo rendiconto (relativo al 2017) presentato dall'associazione M5S nata nel 2012 (quella "servente", con sede a Genova, costituita essenzialmente per la presentazione di candidature alle elezioni politiche ed europee) risulterebbe che il simbolo sia passato "anche 'nelle mani' di Davide Casaleggio"
L'agenzia, infatti, riferisce che a pagina 5 del documento si legge: "Il simbolo di proprietà dell'Associazione è stato dato in uso gratuito all'Associazione Rousseau", ovvero il soggetto giuridico guidato da Casaleggio jr "che gestisce la piattaforma web del M5S". Il riferimento sarebbe "al marchio pentastellato con la dicitura 'Movimento5Stelle.it', depositato nel 2015" all'Ufficio per l'armonizzazione per il mercato interno, per la registrazione di marchio europeo, segno distintivo di cui l'associazione del 2012 aveva concesso l'uso alla nuova associazione denominata MoVimento 5 Stelle, costituita nel 2017 (con sede a Roma), guidata non più da Beppe Grillo ma da Luigi Di Maio e che ha presentato candidature alle ultime elezioni politiche. Lo stesso simbolo "prestato" al M5S del 2017, dunque sarebbe stato "prestato" già prima anche all'associazione Rousseau di Casaleggio, come scritto nella nota integrativa al rendiconto dell'associazione del 2012 (quella "prestatrice", anche se il concetto di "prestito" cui siamo abituati è diverso da quello della concessione d'uso, visto che il prestito prevede che la cosa resta proprietà del prestatore, ma non è più nella sua disponibilità e non può permetterne l'uso contemporaneo a più soggetti, cosa che invece qui è accaduta).
Adnkronos nota che "nello statuto del 'nuovo' M5S - pubblicato il 30 dicembre 2017 sul Blog delle Stelle - non veniva menzionata alcuna cessione dell'uso del simbolo pentastellato all'Associazione Rousseau di Casaleggio" (anche se, in effetti, non c'era alcun obbligo di indicarla lì, visto che l'atto costitutivo di associazione non riguardava in alcun modo Rousseau e non era necessario scrivere in quell'atto che lo stesso segno distintivo era stato concesso anche a un altro soggetto, cosa che probabilmente l'associazione del 2012 rimaneva libera di fare). Come è noto, peraltro, alle elezioni politiche del 2018 il contrassegno depositato da Luigi Di Maio, Beppe Grillo e Davide Casaleggio era leggermente diverso da quello concesso dal M5S del 2012: pur essendo identica la parte grafica (che, inutile negarlo, rappresenta la parte realmente caratterizzante dell'emblema, oltre che la visualizzazione del nome della forza politica), al posto del sito Movimento5stelle.it nella parte inferiore era riportato il nuovo sito Ilblogdellestelle.it e la richiesta di registrazione del segno come marchio è stata depositata online presso l'Ufficio italiano brevetti e marchi da Andrea Ciannavei - legale del M5S, presso il cui studio ha sede l'associazione del 2017 - a nome del titolare Luigi Di Maio il 22 gennaio 2018, dopo che si era conclusa la procedura di deposito dei contrassegni per le elezioni politiche. 
Proprio sulla differenza dell'emblema era incentrata la risposta comparsa sempre ieri sul sito Ilblogdellestelle.it, in un post intitolato La verità sul simbolo del MoVimento 5 Stelle:
Il simbolo del MoVimento 5 Stelle utilizzato dall'associazione Rousseau, di cui parlano oggi i giornali, non è quello utilizzato dall'associazione MoVimento 5 Stelle in parlamento per questa legislatura ed è stato utilizzato in passato solo per poter legalmente vendere i gadget con il simbolo, unico motivo per cui ne è stato concesso l'uso.
I giornali prendono per oro colato la dichiarazione di un avvocato che sta intentando decine di cause contro il MoVimento e ha estrapolato qualche numero dal bilancio (pubblico da mesi) dello scorso anno dell'associazione. Dei giornalisti dovrebbero verificare meglio le fonti e le notizie prima di pubblicare, anziché ricercare il solo titolo a effetto. Infatti la partecipazione del MoVimento alle elezioni, passate e future, nulla c'entra con questa vicenda.
Continuiamo a sperare in un'informazione degna di questo nome e scevra da interessi di partito.
Posto che in effetti il rendiconto e i suoi documenti allegati, per quanto riguarda il 2017, non si trovano nel sito www.movimento5stelle.it (se siano stati caricati altrove, mi scuso, ma non li vedo), non è dato sapere altro sull'accordo con cui il M5S del 2012 - certamente prima della costituzione del M5S 2017 - ha concesso a Rousseau l'uso del suo simbolo. Certo non ci si doveva aspettare di trovare riferimenti, nello statuto del M5S 2017, alla precedente concessione d'uso del simbolo a Rousseau: come accennato prima, l'associazione del 2012 non aveva certo concesso all'omonimo soggetto del 2017 l'uso esclusivo del simbolo e altrettanto deve avere fatto con Rousseau, dunque non c'era alcun obbligo di indicare nello statuto dell'ultima associazione gli effetti di un atto compiuto dal soggetto che ha concesso l'emblema. 
Tra l'altro, nello statuto all'articolo 1 si legge che alla denominazione "potrà essere abbinato il simbolo, di proprietà" del M5S 2012, ma non si dice che quello è il simbolo della nuova associazione, che poteva dunque usarlo ma era libera di adottare un diverso emblema in ogni momento, senza nemmeno avere l'obbligo di indicare chiaramente il suo simbolo nello statuto (ciò non sarebbe accettabile se lo statuto dovesse essere valutato dalla Commissione di garanzia degli statuti e per la trasparenza e il controllo dei rendiconti dei partiti politici, perché occorre indicare con chiarezza qual è il simbolo adottato, ma come è noto questo passaggio non interessa al M5S dal momento che non intende avvalersi del 2 per mille e delle altre provvidenze pubbliche).  


Il problema del marchio

Una domanda, però, viene spontaneo porla e non si limita a questo caso, ma ha un respiro decisamente maggiore. Posto che il M5S 2017 si è dato un proprio simbolo e non ha più bisogno di utilizzare quello precedente (anche se, a livello grafico, è chiaramente imparentato con quello concesso a Rousseau), il vero problema è che qui si continuano a confondere i piani del segno identificativo del soggetto politico (il "simbolo" propriamente detto), del contrassegno elettorale e del marchio. Un conto è l'esigenza di un'associazione che partecipa alla vita politica di essere identificata dai suoi sostenitori, un altro (anche se piuttosto simile) è il bisogno di chi concorre alle elezioni di farsi riconoscere senza essere confusi da altri, altra ancora è l'esigenza di far sì che la vendita di gadget con un determinato emblema sia svolta in modo "autorizzato" solo da determinati soggetti: quest'ultima ipotesi, agli occhi di chiunque, è decisamente diversa rispetto alle altre due perché riguarda questioni di sfruttamento economico (e certamente non si tratta di una fattispecie presente in passato, quando bandiere, spille e altri oggetti non erano "prodotti ufficiali").
Una volta di più, dunque, si dovrebbe capire che l'emblema politico, che lo si veda come simbolo o come contrassegno elettorale, non può essere assimilato a un marchio, che è soggetto a regole diverse, da tutti i punti di vista. Se n'era accorto anche il Ministero dell'interno che, nel corso degli anni, non ha mai dato parere positivo alla registrazione come marchi dei simboli dei partiti: quando nel 2012 il Ministero per lo sviluppo economico aveva chiesto chiarimenti (anche perché in alcuni casi il Viminale non si era espresso e certi emblemi erano stati registrati), la Direzione centrale dei servizi elettorali aveva risposto che si voleva evitare di trasformare lo strumento del marchio d'impresa "in una modalità per eludere le disposizioni speciali di carattere elettorale contenute in vari atti normativi", proprio perché sono diversi i criteri di ammissibilità dei segni (d'impresa ed elettorali) e le norme che individuano, tra l'altro, "il soggetto che può essere legittimamente ritenuto titolare del potere di disporre di quel disegno", questione che fa al caso nostro. 
Il Viminale aveva individuato come soluzione la non registrabilità come marchio dei segni politici con forma circolare (quella usata da sempre per le elezioni), anche qualora si fosse stati in presenza di "segni notori in campo politico" (via attraverso la quale sono stati registrati in passato i simboli del M5S). Questo forse può sembrare esagerato - e anche fonte di disparità, visto che vari emblemi sono stati via via registrati come marchi - ma la domanda è fondata: il marketing ha invaso la politica da anni (e non è esattamente un bene), ma non sarebbe il caso di smettere di registrare come marchi i simboli, visto che la pratica produce solo danni e, tra l'altro, non dà nemmeno alcun diritto sul piano elettorale? 

domenica 7 ottobre 2018

La Dc, tra tentativi di congressi, diffide e nuovi distacchi

D'accordo, per Eraclito non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume, ma questo non sembra un motivo sufficiente a scoraggiare un partito a celebrare più volte lo stesso, identico congresso; se poi questo partito è la Democrazia cristiana, occorre armarsi di (santa, santissima) pazienza per capire cosa stia effettivamente succedendo. Anche perché, tanto per cambiare, l'avvicinamento all'assemblea congressuale è costellato da malumori, diffide e nuove separazioni di strade: occorre dunque vedere tutto con calma e, soprattutto, fare qualche nome per non confondersi.

A volte (i congressi) ritornano

Il 26 settembre è stato reso noto da Gianni Fontana, presidente dell'assemblea dei soci della Dc eletto nella riunione del 26 febbraio 2017 (i cui atti, peraltro, sono oggetto di causa davanti al tribunale di Roma, come si è detto più volte e si ricorderà ancora in seguito) che "il XIX Congresso della Democrazia Cristiana avrà luogo in prima convocazione alle ore 19.00 di sabato 13 Ottobre p.v. e, in seconda convocazione, domenica 14 Ottobre 2018 alle ore 09.30 presso la Casa Maria Santissima Assunta - Suore Domenicane, Via Casilina, 235 - 00176 Roma"; contestualmente è stato nominato un comitato di coordinamento nazionale con il compito di curare e vigilare sugli adempimenti preparatori al congresso.
Un congresso che, si diceva, torna nuovamente all'attenzione di chi si proclama democristiano e di tutti i #drogatidipolitica, soprattutto perché questo sembra a tutti gli effetti un déjà vu: il 10 e l'11 novembre 2012, infatti, un'assemblea denominata "XIX Congresso" si era già tenuta, sempre a Roma, in quell'occasione presso l'Auditorium della Tecnica di viale Tupini 65 e anche allora Fontana era arrivato a quell'evento come leader del soggetto politico (era stato eletto "segretario politico" al "consiglio nazionale" del 30 marzo 2012, con cui si era cercato di risvegliare il partito, ed era stato confermato in quella carica proprio a novembre). Gli atti di quell'assise, tuttavia, furono annullati nel 2015 da una sentenza del tribunale di Roma (che nel 2013 aveva già sospeso le stesse deliberazioni) per violazioni dello statuto nella preparazione e celebrazione dello stesso congresso.
I veri #drogatidipolitica, però, non possono dimenticare che il XIX Congresso Dc (tutte maiuscole, naturalmente) era già stato celebrato almeno un'altra volta, se non due. Dal 5 al 7 dicembre 2003, infatti, a Roma si era svolta un'altra assise con quel numero, dalla quale era uscito eletto segretario politico Giuseppe Pizza, mentre segretario organizzativo sarebbe stato Angelo Sandri (segretario politico fino a qualche mese prima, fino alla sfiducia da parte del consiglio nazionale), lo stesso Sandri che in seguito avrebbe impugnato gli atti di quello stesso congresso. Ancora prima, però, il 21 giugno 1997 sempre nella capitale si era già svolto il "XIX Congresso della Democrazia cristiana", anche se era un semplice convegno cui gli organizzatori avevano dato quel titolo così evocativo: i promotori erano stati Flaminio Piccoli  e Gianfranco Rotondi (ecco qui la sua prima apparizione che conta, ai fini di questa storia...) e tra i partecipanti si erano visti Arnaldo Forlani, Vito Lattanzio, Antonio Gava e altri nomi di peso. Allora il livello era ancora quello della boutade e non si faceva ancora sul serio (Piccoli qualche mese dopo avrebbe formato la sua Rinascita della Dc, mettendo insieme le esperienze che nel frattempo si erano costituite, soprattutto per opera di Andreino Carrara in Lombardia e di Angelo La Russa in Sicilia): in tribunale ci si sarebbe finiti - e ampiamente - dopo. 

Malumori e diffide

Naturalmente chi sta tentando di marciare di nuovo verso il XIX Congresso Dc spera di evitare nuove gite nelle aule giudiziarie e, più in generale, di evitare qualunque cosa che possa somigliare a "un'inquietante rissa irrazionale e suicida", secondo le parole di Ettore Bonalberti, uno dei maggiori sostenitori del ritorno alla Dc, possibilmente sotto la guida di Gianni Fontana, a dispetto degli errori che molti gli hanno imputato fin qui.
Il fatto è che, tra coloro che stanno partecipando al tentativo di riattivare il partito che fu di De Gasperi - o, almeno, loro credono sia quello - sono in molti a non volere più che sia Fontana a guidarlo, poiché gli addebitano un gran numero di incertezze, leggerezze, incidenti ed errori nel percorso fatto sin qui. Questo evidentemente è uno dei problemi che sarà necessario affrontare nei pochi giorni che mancano dal congresso: i malumori, se non risolti, rischiano di rendere ancora più difficile un cammino già irto di insidie, visto che è tutto meno che ovvio e certo che la strada intrapresa per rendere di nuovo operante la Dc sia quella giusta.  
A questo occorre aggiungere anche la difficoltà di rapporti con altri soggetti che potevano essere della partita, ma non hanno condiviso il modus procedendi adottato sin qui. Si è detto pochi giorni fa della diffida che la Dc-Fontana ha inviato, mediante uno studio legale milanese, tanto ai rappresentanti della federazione guidata da Rotondi tesa a riportare sulla scena elettorale il nome (e magari il simbolo) della Democrazia cristiana, quanto a Raffaele Cerenza e a Franco De Simoni, rappresentanti dell'Associazione degli iscritti alla Democrazia cristiana del 1993, che da anni si batte per la corretta ricostruzione delle vicende giuridiche che hanno portato il partito a far perdere le tracce di sé e, se possibile, per il ritorno della Dc sulla scena politica. Il 2 ottobre la stessa associazione presieduta da Cerenza ha ritenuto di rispondere alla missiva ricevuta, sempre attraverso il proprio avvocato, contestando alla radice i titoli che il gruppo di Fontana riteneva di avere.
In particolare, per Cerenza e De Simoni la Dc-Fontana "appare ignorare - ed invero non è in
condizione di farlo - la pendenza" della causa davanti al tribunale di Roma, generata dal ricorso degli stessi Cerenza e De Simoni, con cui si chiedeva di invalidare gli atti dell'assemblea del 26 febbraio 2017 (dalla quale, come si è detto, Fontana è uscito presidente dell'assemblea dei soci Dc) per vizi di vario genere: la prossima udienza (quella di precisazione delle conclusioni) è stata fissata per il 19 marzo 2019, dunque c'è ancora tempo per la nuova puntata giudiziaria di questa storia, ma per ora l'unica conclusione possibile per Cerenza e De Simoni è che "alcuna pretesa può essere validamente fondata" da Fontana, che al pari dei due assistiti dell'avvocato sarebbe stato dichiarato "
privo di legittimazione ad incarnare la rappresentanza del partito della Democrazia cristiana" nell'ordinanza che aveva respinto il ricorso intentato contro l'Udc perché non usasse più lo scudo crociato (in effetti il giudice aveva detto che la Dc guidata da Fontana nel 2012 non poteva considerarsi continuatrice della Dc storica, come già dichiarato dallo stesso tribunale di Roma nel 2013 e nel 2016). Tutto questo ha portato l'associazione guidata da Cerenza e De Simoni a diffidare Fontana, nella stessa lettera, "affinché desista immediatamente dal porre in essere atti sprovvisti di fondamento giuridico, oltre che storico e politico, a cominciare dall’asserito 'congresso' del prossimo 14 ottobre 2018". Insomma, la parola "Fine" sembra ben lontana.

Una federazione che perde i pezzi

Le cose, in realtà, non sembrano andare meglio per il percorso guidato da Gianfranco Rotondi, che attraverso una federazione di varie realtà in continuità almeno politica con la Dc si proponeva di far tornare sulle schede elettorali, senza rischi di contestazioni, almeno il nome della Democrazia cristiana, sotto l'ombrello del preuso fatto da lui di quel nome tra il 2004 e il 2006 (prima che il suo partito, poi confluito nel Pdl, prendesse il nome di Democrazia cristiana per le autonomie). Sempre Raffaele Cerenza e Franco De Simoni, infatti, proprio oggi hanno inviato una lettera a Rotondi, in cui sostanzialmente sanciscono la prosecuzione autonoma del loro cammino, in seguito alla condotta che lo stesso parlamentare eletto in Forza Italia avrebbe avuto.
In particolare, non ci sarebbe più stata alcuna riunione del coordinamento dopo la conferenza stampa di Pescara, al di là di un breve incontro il 16 settembre in cui sarebbe stata promessa una riunione a breve "per coordinare il lavoro di organizzazione degli Stati Generali che tu hai convocato per i giorni 23/25 novembre". Nel frattempo però Rotondi ha dichiarato di aver convocato il consiglio nazionale di Rivoluzione cristiana "per sospendere formalmente le attività e riattivare la denominazione Democrazia Cristiana in vista degli Stati generali della Dc di Novembre": in effetti è quello che aveva detto dall'inizio - proprio per poter attivare quella sorta di "ombrello" per legittimare l'uso del nome - ma evidentemente questo non deve andare a genio a chi ritiene di rappresentare la continuità giuridica della Democrazia cristiana. 
"Oggi - si legge nella lettera - dici di essere, e ti presenti, come presidente della Dc. Considerato che la Federazione nata il 5 luglio aveva lo scopo di riunire molte associazioni di ispirazione Dc per riavviare le attività del Partito […], la tua iniziativa di farti una associazione col nome della Dc la riteniamo incomprensibile" e non sarebbe "un segnale di unità", al pari delle attività svolte dai gruppi legati a Gianni Fontana e Angelo Sandri. "Considerato che tu, senza nessun coinvolgimento o informazione alle associazioni del 5 luglio […] vai avanti per conto tuo sia per quanto riguarda la linea politica che per quanto riguarda le scelte organizzative, ci siamo convinti che tu ritieni superato  l'accordo sottoscritto da tutti i presenti (te compreso) il 5 luglio", quindi, Cerenza e De Simoni intendono continuare anche da soli "per ridare vita alla Dc storica". Gli Stati Generali della Democrazia cristiana, dunque, rischiano di essere un po' meno generali. Tanto per cambiare. 

martedì 2 ottobre 2018

Trento, 22 simboli sulla scheda (con una sorpresa)

Gli schieramenti che si presenteranno agli elettori della provincia di Trento il 21 ottobre prossimo sono ormai definiti e accertati: nei giorni scorsi, infatti, si è provveduto al sorteggio dell'ordine sulla scheda delle candidature alla presidenza e delle liste a loro sostegno. Chi si recherà ai seggi troverà 11 candidati alla presidenza, supportati da ben 22 liste: si sarebbe tentati di dire un paio per ogni aspirante presidente, ma si sbaglierebbe, visto che a sballare i conti provvede soprattutto lo schieramento a favore di Maurizio Fugatti, sostenuto da ben nove liste, quasi la metà di tutte le formazioni in campo. Le uniche altre coalizioni in corsa sono quella a sostegno di Giorgio Tonini (appoggiato da Pd, Unione per il Trentino e Futura 2018) e il tandem di sinistra che cerca di portare alla guida della provincia Antonella Valer.
Proprio qui, tra l'altro, si deve registrare l'unica presenza ulteriore rispetto ai simboli "tradizionali" depositati nei giorni scorsi: accanto alla lista L'Altro Trentino a sinistra, infatti, è comparso quello di Liberi e Uguali, gruppo che aveva comunque appoggiato la candidatura di Valer fin da quando era emersa, ma aveva scelto - non è dato sapere perché - di non presentare il proprio contrassegno in anticipo, non accedendo dunque alla tutela degli emblemi tradizionali offerta dalla legge elettorale trentina. 
Al di là di questa new entry, non risultano altre novità nello schieramento finale delle forze politiche, se non la scelta dei simboli per quelle formazioni che ne avevano depositato più di uno. In particolare, l'Associazione Fassa - che aveva voluto tutelare il maggior numero in assoluto di varianti - ha impiegato il segno più semplice, con il solo nome "Fassa"; Forza Italia, Udc e Fratelli d'Italia hanno scelto la versione del loro contrassegno con l'indicazione del candidato presidente Fugatti; anche Tre - Territorialità responsabilità economia ha preferito indicare sul proprio emblema il nome dell'aspirante presidente Roberto De Laurentis. Il Patt ha scelto l'ultima versione del suo emblema (lasciando da parte i suoi precedenti storici), mentre Futura 2018 ha inserito il nome del capolista Paolo Ghezzi, senza la specificazione "presidente", visto che la candidatura non è più autonoma ma all'interno della coalizione che propone Tonini. Non pervenute, invece, le liste di Etica, Noi per il Trentino (e del "triciclo" di queste due formazioni con Il popolo della famiglia), Verdi, La Catena, Psi (né col simbolo ufficiale, né con quello usato nel 2013 dei Riformisti per l'autonomia), Primavera trentina, Trentino Pop, Union autonomista ladina; sulla scheda poi non è finito nemmeno uno dei simboli legati a Geremia Gios (La Civica per Gios, La Bussola del Trentino, Rivoluzione felice) e nessuno saprà mai a chi faceva riferimento il contrassegno di XII stelle. 
Di seguito, si indicano le candidature alla presidenza e le relative liste, secondo l'ordine del sorteggio:
A) Paolo Primon: 1) Popoli Liberi. 
B) Filippo Castaldini: 2) CasaPound Italia. 
C) Maurizio Fugatti: 3) Lega, 4) Progetto Trentino, 5) Agire per il Trentino, 6) Civica Trentina, 7) Associazione Fassa, 8) Autonomisti Popolari, 9) Forza Italia, 10) Unione di centro, 11) Fratelli d'Italia. 
D) Federico Monegaglia: 12) Riconquistare l'Italia. 
E) Roberto De Laurentis: 13) Tre - Territorialità responsabilità economia.
F) Ugo Rossi: 14) Patt.
G) Giorgio Tonini: 15) Unione per il Trentino, 16) Futura 2018, 17) Partito democratico.
H) Ferruccio Chenetti: 18) Moviment Ladin de Fascia. 
I) Antonella Valer: 19) L'Altro Trentino a sinistra, 20) Liberi e Uguali.
L) Mauro Ottobre: 21) Autonomia Dinamica.
M) Filippo Degasperi: 22) Movimento 5 Stelle.

martedì 25 settembre 2018

La Dc (di Fontana) diffida le Dc (di Cerenza e Rotondi): ci risamo...

Altro che "O bianco fiore / simbol d'amore": qui basta smettere di occuparsi per qualche giorno o qualche settimana dell'ennesimo tentativo di tornare alla Democrazia cristiana o, per lo meno, a un partito che abbia quel nome ed ecco che arriva a destinazione l'ennesima diffida per impedire che siano utilizzati la denominazione e lo scudo crociato, fatta partire da altri soggetti che ritengono di essere titolari di quei segni distintivi.
A mandare le missive il 19 settembre è stato uno studio legale milanese, per conto della Dc presieduta da Gianni Fontana. Le hanno ricevute, giusto ieri, tanto i rappresentanti del Comitato iscritti alla Democrazia cristiana del 1993 Raffaele Cerenza e Franco De Simoni (i quali avevano impugnato davanti al Tribunale di Roma gli atti dell'assemblea dei soci Dc del 26 febbraio 2017 all'Hotel Ergife di Roma, la cui convocazione era stata disposta dallo stesso Tribunale: la loro causa è ancora pendente), quanto coloro che stanno prendendo parte al comitato costituente che intende convocare gli Stati Generali della Dc, presieduto da Gianfranco Rotondi: oltre a lui, hanno ricevuto la stessa lettera anche Angelo Sandri (vicepresidente del comitato, in rappresentanza della "sua" Dc o, se si preferisce, della sua visione di "ritorno alla Dc") e gli stessi Cerenza e De Simoni.
Al di là della coincidenza parziale dei destinatari, le due lettere hanno identico contenuto: alla loro base c'è la convinzione che "la Democrazia Cristiana - attualmente presieduta dall'on. Giovanni Fontana - non si è mai sciolta provvedendo anche a mantenere vivo il proselitismo politico che l'ha sempre contraddistinta, titolare della sua denominazione e segno distintivo" (la sottolineatura è presente nel testo): questo in virtù della sentenza n. 19381/2006 del Tribunale di Roma, "successivamente confermata dalla Corte d'Appello di Roma n. 1305/2009 (non cassata dalla Suprema Corte per rigetto dei gravami proposti)".
Ciò, per lo studio che ha inviato le missive, è sufficiente per dire che la Dc-Fontana "non può tollerare ulteriormente ogni indebito utilizzo del proprio segno distintivo (anche latamente riconducibile a quello che l[a] contraddistinse sin dalla sua genesi avvenuta nel primo dopo guerra) o della propria denominazione": se non è in discussione il diritto di ciascuno a esprimere il proprio credo politico con partiti anche affini alla Dc o che con essa collaborino, l'azione intende "stroncare in radice il proselitismo politico di terzi (fra i quali vi è anche la vostra associazione / partito politico) che ingenerano nell'elettorato e, in genere, nel pubblico il falso presupposto di aver a che fare con il Soggetto di Diritto da me patrocinato. La diffida, dunque, è volta a far cessare l'uso indebito del nome e del simbolo da parte di entrambi i soggetti collettivi, con l'inevitabile precisazione che se la richiesta non sarà soddisfatta, lo studio legale procederà con il mandato da esso "con aggravio di spese legali e risarcimento in vostro danno".
Fin qui il contenuto della diffida, con buona pace di chi pensava che Fontana avrebbe visto di buon occhio almeno il cammino unitario intrapreso da Rotondi e dagli altri, arrivando magari a convergere con loro (lo stesso Fontana, del resto, a luglio aveva detto di apprezzare l'iniziativa "in linea di principio", anche se avrebbe dovuto chiedere e ottenere al "suo" congresso l'autorizzazione a procedere in tal senso) e con buona pace anche delle dichiarazioni a questo sito dello stesso Rotondi, secondo il quale non c'era bisogno di arrivare allo scontro con Fontana ("se lui ritiene che la procedura più giusta sia riconvocare il congresso, io non ho niente in contrario, purché la cosa avvenga in armonia e senza che si traduca in una perdita di tempo, se n'è perso già troppo").
Proprio concentrandosi sul contenuto, peraltro, più di un punto non può che lasciare perplessi. Al di là di alcune incongruenze nei destinatari della missiva indirizzata al comitato di Rotondi (non si capisce come mai sia stata inviata a Cerenza e non all'altro amministratore Tommaso Marvasi, così come salta all'occhio dei #drogatidipolitica l'errore nell'indirizzo di Angelo Sandri, per il quale è indicato in modo scorretto persino il comune di Cervignano del Friuli), lo studio scrivente - come si è visto - dà per scontato che la Dc-Fontana sia la stessa Dc "mai sciolta" attiva fino ai primi giorni del 1994; anche a non voler discutere su come sia stato mantenuto "vivo il proselitismo politico che l'ha sempre contraddistinta" (con ben altri numeri di iscritti, che peraltro negli anni hanno dato vita a vari tentativi di rimettere in moto la Dc, giuridicamente diversi da questo attualmente guidato da Fontana), ciò che la Dc-Fontana ritiene scontato non lo è affatto. 
Non solo gli atti dell'assemblea del febbraio 2017 sono tuttora sub iudice, ma se è vero che mai la Dc è stata sciolta, è altrettanto vero che l'unico soggetto in continuità giuridica con quell'esperienza (pur se mutilato, nel tempo, dei transfughi di Ccd, Cdu e altri partiti) è ciò che resta del Partito popolare italiano, che nel 1994 mandò in soffitta - nel modo sbagliato, ma questa è un'altra storia - il nome della Dc. Questa tesi, che ovviamente chi vuole rivedere operante la Dc non può accettare, è stata ripetuta più volte su queste pagine, ma non è stata inventata da chi scrive: è stata proprio la Corte d'appello di Roma nella sua sentenza del 2009 (che, per amore di verità, la sentenza del 2006 del Tribunale di Roma l'ha parzialmente riformata e in nessun caso si parlava di Fontana, che non era ancora stato chiamato a far parte di questa vicenda giuridica) a dire che la decisione sul cambio di nome da Dc a Ppi non era stata dichiarata annullata o dichiarata nulla semplicemente perché il Ppi non era parte del processo (né era necessario che lo fosse) e le considerazioni su quell'atto erano servite solo incidentalmente per decidere la causa tra gli altri soggetti (Dc-Pizza, Cdu e, in seguito, Udc); la Cassazione, nel 2010, nell'unico punto di merito della sua decisione ha confermato questo punto, anche se nessuno sembra volersene accorgere. 
Le due diffide, in ogni caso, testimoniano che la vicenda giuridica legata alla Democrazia cristiana è tutt'altro che conclusa. Non ha proprio voglia di finire perché, in questa storia, tutti i gruppi sono convinti della bontà della loro strada e altrettanto certi della scorrettezza di altre soluzioni, mentre più di una persona è così desiderosa di vedere di nuovo all'opera la Dc da aver aderito a tutti i tentativi di far tornare attivo il partito. E poi c'è ancora chi ha il coraggio di parlare di post-democristiani… 

sabato 22 settembre 2018

Appello del Fronte Verde per una Confederazione ecologista

Un appello per costituire una Confederazione ecologista, un soggetto sociale e politico che metta al centro della sua proposta la difesa dell'ambiente, anche superando differenze di provenienza e visione su altri temi. Lo ha lanciato nei giorni scorsi Vincenzo Galizia, presidente del suo Fronte Verde - Movimento ecologista indipendente, il cui simbolo è apparso molto spesso nelle bacheche del Ministero dell'interno (e gli appassionati di politica ne hanno potuto osservare l'evoluzione, dalla freccia verde ripiegata al tentativo - ricusato - di adottare il girasole dei verdi europei, fino alla scelta dell'arciere, un po' Robin Hood e un po' Green Arrow) e anche sulle schede in alcune elezioni locali (come quelle di Fiumicino).
"Lanciamo un appello trasversale a tutte le forze verdi, ecologiste, ambientaliste, animaliste e sociali per la creazione della Confederazione Ecologista, che possa ridare finalmente una voce forte, libera e soprattutto verde all'Italia partendo già dalle prossime elezioni europee e non solo. Per la realizzazione di una nuova Europa verde, democratica e sociale, che contrasti il potere spropositato delle banche, dei burocrati e delle lobbies e lotti a fianco ed in difesa dei cittadini europei. Siamo aperti al dialogo e disposti a scrivere un programma comune. Il nostro appello è rivolto in particolare alla Federazione dei Verdi, a Green Italia, al Partito Animalista Europeo, al Partito Animalista Italiano, a Democrazia Verde, agli EcoRadicali, al Partito EcoAnimalista, al movimento EcoItaliasolidale e a tutte le associazioni, i movimenti, i comitati ed i cittadini che hanno a cuore gli ideali ecologisti e sociali". 
L'appello lanciato da Galizia non è rimasto inascoltato: nei giorni successivi, infatti, le prime risposte positive sono arrivate da alcuni soggetti politico-sociali che fanno più o meno dichiaratamente riferimento al mondo ecologista. Il primo assenso è arrivato da Democrazia verde: si tratta di un movimento politico di base fondato nel 2016 dal blogger Nicolas Micheletti, che si fonda sulla diade necessaria Ecologia-Economia, per cui il fine della tutela dell'ambiente (anzi, della creazione di un mondo in cui l'ambiente non ha bisogno di essere protetto) non può essere disgiunta, nelle intenzioni dei fondatori, dal raggiungimento della piena occupazione. Il simbolo, che è costituito da una D e una V a coda di rondine leggermente sovrapposte, caratterizza tra l'altro il primo partito vegan-friendly della storia italiana, volendo favorire "lo stile di vita considerato dalle scienze come quello con il minor impatto ambientale in assoluto".
C'è poi il movimento Socialismo Tricolore, legato al professor Biagio Cacciola: un movimento che si rifà alla tradizione socialista italiana (come mostra anche il manifesto scelto come elemento centrale del simbolo adottato) e che è convinto che - come si legge sulla sua pagina Facebook - "senza un grande partito socialista l'Italia non si governa in modo serio". Si sono poi detti interessati fin dall'inizio altre realtà come i comitati "Biondo Tevere" (che da tempo collabora con il Fronte Verde e vuole perseguire il sogno di un Tevere di nuovo pulito e navigabile), "il Cassero" e "Natura Libera", i Gruppi di ricerca ambientale (anch'essi già in rapporti da tempo con il Fronte Verde). 
Altro gruppo che si è detto interessato a questo nuovo progetto di confederazione è la Rete sociale italiana, fondata un anno fa da Giuseppe Criseo, editore della testata online Varese Press. In base al materiale contenuto all'interno del sito dell'associazione, il soggetto sembra collocarsi su posizioni di centrodestra, anche se la definizione breve non lo esplicita ("Siamo un gruppo di persone impegnate nel sociale e per il sociale, non dimentichiamo il passato ma guardiamo al futuro"). Il gruppo finora non ha partecipato direttamente alle elezioni ma ha sostenuto - come ha fatto pure Socialismo tricolore - alcuni candidati alle elezioni amministrative.
Altro soggetto che ha aderito con interesse è il Partito EcoAnimalista, costituito nel 2012 e qualificatosi come "libera, laica, e aperta organizzazione politica di donne e uomini fondata sul principio della libertà, solidarietà ed eguaglianza, dell’ecologia e della differenza sessuale e salvaguardia dei diritti degli animali". Il soggetto politico, guidato da Alessio Nanni, ha un simbolo complesso, nel senso che comprende vari elementi: sotto un arco spesso sfumato verde giallo (ricorda sia un arcobaleno, sia la luce attorno al sole) si vedono in grande evidenza l'impronta di una zampa e una testa di bovino, mentre al di sotto si succedono impronte (umane e animali), il profilo di una pianta, un cuore e un globo.
Tra i soggetti interessati al progetto e che al momento partecipano in qualità di osservatori c'è anche il Partito animalista italiano (nulla a che vedere, anche qui, con il movimento legato a Michela Brambilla), formazione di cui è coordinatore e portavoce l'avvocato campano Cristiano Ceriello. Anche qui non mancano le impronte di animali nel contrassegno, per un movimento che si definisce anche euroscettico e aveva in programma di partecipare alle elezioni europee già nel 2009. Si vedrà nelle prossime settimane se il partito intenderà partecipare con un maggior coinvolgimento nella confederazione lanciata da Vincenzo Galizia.
Come osservatori avrebbero accettato di essere coinvolti anche i Gruppi ricerca ecologica, nati nel 1978 nell'ambito della base missina e che poi hanno proseguito la loro strada (ricevendo tra l'altro il riconoscimento del Ministero dell'ambiente), avendo compiti di gestione di aree ambientali (in particolare la Riserva naturale integrale Grotta dei Puntali a Carini e la Riserva naturale orientata Grotta Molara a Palermo) e anche di protezione civile. Il simbolo, con una conifera verde di montagna davanti al sole rosso, è rimasto praticamente intatto fin dalle origini (è cambiata soprattutto la font della sigla dei gruppi), quindi può ben dirsi un marchio storico. 
Un'interlocuzione è stata avviata anche con EcoItaliaSolidale movimento ecologista nato nel 2011 e guidato da Piergiorgio Benvenuti, già consigliere provinciale a Roma (Pdl, vicino a Fabio Rampelli) e nominato presidente dell'Ama sempre nel 2011 quando era sindaco Gianni Alemanno.
L'idea di Vincenzo Galizia è di arrivare alla metà di ottobre a organizzare la prima riunione organizzativa con i gruppi che hanno aderito (anche se il promotore attende una risposta anche da Verdi e Green Italia), per poi contattare anche liste civiche e liste autonomiste da coinvolgere nella confederazione, avendo come linee guida l'ecologismo, l'animalismo, lo stato sociale e l'identità dei popoli: ogni soggetto manterrebbe la propria indipendenza e specificità, ma con la possibilità di un cammino comune "in difesa dell'ambiente e dei cittadini, già in vista delle prossime elezioni europee ed anche dopo la tornata elettorale". L'appuntamento delle europee è significativo: "siamo europeisti convinti - precisa Galizia - ma non siamo a favore di questa Europa di burocrati, mercanti, banchieri guidate dalle lobbies. Siamo per una nuova Europa di Popoli e Patrie che valorizzi le specificità di ogni Stato e che difenda tutti i cittadini europei". La sfida non sarebbe facile, anche perché il vero problema delle elezioni europee è la raccolta delle firme; in ogni caso, si vedrà quali risultati porteranno le prossime settimane.
Per meglio organizzare il progetto sul piano politico, l'idea di Confederazione ecologista sarà portata avanti soprattutto da Fronte Verde, Democrazia Verde, Partito EcoAnimalista, EcoItaliaSolidale, Gruppi di Ricerca Ambientale, comitati, assieme al Partito animalista italiano e ai Gruppi ricerca ecologica come osservatori (in attesa di avere notizie dai Verdi, da Green Italia e dal Partito animalista europeo; è stata contattata anche l'associazione Fare Verde). Un respiro più ampio dovrebbe avere un ulteriore progetto, provvisoriamente chiamato "Insieme per il quarto polo", che avrà al centro la Confederazione ecologista ma vi troveranno spazio anche Socialismo tricolore, Rete sociale italiana, Polis democrazia diretta e, come osservatore, L'altra Italia: qui si punta alle prossime elezioni politiche, ma c'è tutto il tempo per organizzarsi.