lunedì 29 settembre 2014

Dc (di Sandri) e Lista del Grillo: le meraviglie iniziano a Reggio Calabria

Archiviate in fretta le primarie per indicare il candidato alla presidenza della regione Emilia-Romagna per il centrosinistra, è già tempo di pensare alle nuove elezioni d'autunno. Occorre votare in Emilia e in Calabria, la data fissata è il 23 novembre, ma prima ancora - il 26 ottobre, anche se il centrodestra avrebbe preferito l'election day - sarà il turno di Reggio Calabria: il turno elettorale a lungo rinviato darà finalmente governatori eletti al capoluogo più meridionale della penisola.
Di certo i numeri complessivi colpiscono, con un totale di 32 liste e quasi 800 aspiranti consiglieri comunali. Eppure, più ancora che il record di 11 liste a sostegno di Peppe Falcomatà (per il centrosinistra), quasi sfiorato dalle 9 formazioni in appoggio a Lucio Dattola (centrodestra), a colpire davvero è lo schieramento che candida a sindaco il professor Paolo Ferrara, legato al progetto politico Liberi di Ricominciare. 
Oltre al contrassegno del movimento, molto in stile centrodestra catch-all (con una scia tricolore dai tratti leggermente ingenui su fondo bianco, sotto al semicerchio blu scuro), sulla scheda ci saranno quattro altri simboli dall'aria vagamente familiare, da osservare con attenzione e occhio sgamato. Lo sguardo attento, peraltro, è del tutto necessario: con le sue cinque liste a sostegno (molte di più rispetto a quelle in appoggio ad altri candidati), Ferrara si pone concretamente come outsider delle elezioni reggine: l'obiettivo principale, ovviamente, è approdare al ballottaggio, ma anche se ne restasse fuori il suo appoggio potrebbe avere un certo peso al secondo turno; in ogni caso, la coalizione ha i numeri per eleggere più rappresentanti in consiglio comunale ed essere concretamente parte della vita politica locale dei prossimi anni.
Tornando agli altri simboli a sostegno di Paolo Ferrara, il più "rassicurante" e tradizionale di tutti, a conti fatti, sembra essere l'emblema del cartello Libertà - Esigenze sociali: una "bicicletta" che raccoglie i fregi del Movimento autonomo alternativo (altro segno tetracromatico filonazionale, declinato in salsa perfettamente calabrese) e del Meda, il Movimento europeo diversamente abili. I due contrassegni, non sconosciuti all'uso locale o nazionale (il Mesa ha più volte presentato il suo emblema al Ministero dell'interno), sono posati in un azzardato accostamento cromatico su un fondo giallo bordato di rosso, ma nessuno troverebbe nulla da ridire o di strano a guardare la scheda.
Non si potrebbe dire lo stesso per la lista Forza Reggio. Il lettering riprende in tutto e per tutto quello di Forza Italia, anche per la posizione obliqua crescente; il fondo, però, è tutto color amaranto (e non c'è da stupirsi, essendo il colore "ufficiale" di Reggio Calabria) ed è bordato di una doppia coroncina sottile, dello stesso colore. L'emblema, tuttavia, convive con quello forzista, regolarmente presente nella coalizione che sostiene Dattola: teoricamente il rischio di confusione tra i due emblemi c'è, se non altro per la possibilità che qualcuno associ i segni (pur essendo legati a due schieramenti diversi), ma a quanto pare per la commissione elettorale tutto andava bene.
L'esame dell'organo incaricato di vagliare liste ed emblemi, tuttavia, sembra essere stato piuttosto benevolo, all'insegna del "dentro tutti". Sembra spiegarsi soprattutto così la presenza sul manifesto e sulla scheda del contrassegno della Democrazia cristiana che riconosce come proprio segretario Angelo Sandri: il sorteggio ha posizionato il fregio al primo posto tra i cinque presentati a sostegno del candidato Ferrara, per cui lo scudo crociato fa bella mostra di sé in quella selva di 32 immaginette colorate. Già, perché la commissione ha ammesso l'emblema tradizionale dei democristiani, lo scudo crociato (in stile degasperiano, con la parte superiore ricurva) usato e rivendicato da anni da Sandri, che figura direttamente tra i candidati consiglieri, assieme ad altri militanti e dirigenti nazionali (come Michele Battiloro). Tra i contrassegni presentati non c'è quello dell'Udc e questo probabilmente ha permesso al partito di Sandri di finire senza troppi problemi su manifesti e schede. Non è il riconoscimento di continuità con la Dc storica che certi iscritti vorrebbero avere, ma per qualcuno è già qualcosa di cui essere contenti.
La Dc-Sandri lotterà come tutte le liste per ottenere un numero di voti sufficiente a ottenere un seggio in consiglio comunale. Il colpo più audace (pur nella prudenza), tuttavia, presenta una firma ben nota. Perché tra i cinque simboli presentati a sostegno di Ferrara, c'è anche quello della Lista del Grillo parlante - No Euro, uno degli ultimi marchi-progetti sfornati dalla mente e dal gruppo del piemontese Renzo Rabellino. In effetti, nella lista dei candidati, c'è proprio lui, al secondo posto: la piazza di capolista, in piena operazione alias, è stato ceduto all'imperdibile Alessia Lucrezia Giovanna Grillo, donna di cui nulla si sa se non che ha un cognome potenzialmente più pesante dei tre nomi che ha.
Il gioco era stato tentato anche alle elezioni politiche del 2001, proponendo di candidare come capolista al Senato tale Giuseppe Grillo, quando ancora di progetti stellati non si parlava: dal Viminale, tuttavia, arrivò la prima di varie bocciature, ammettendo solo la trasformazione della parola principale in "Grilli" e mettendo in evidenza il riferimento ai "parlanti". Stavolta, però, il MoVimento 5 Stelle è pienamente attivo e, come è ovvio, nel contrassegno contiene il riferimento al proprio fondatore-ispiratore, Beppe Grillo: nonostante questo, per i funzionari della commissione tutto è a posto e non si rischia la confusione. Forse saranno le (5) stelle a rischiarare il cammino degli elettori confusi, ma di certo Rabellino ha messo a segno il primo colpo elettorale di questo turno: c'è da giurarlo, sarà solo il primo.

giovedì 25 settembre 2014

Il simbolo religioso dove (non) te lo aspetti

Se ne è già parlato tempo fa su queste pagine: tra i comportamenti vietati che potenzialmente confondono le acque simboliche della politica italiana, c'è anche l'uso di "immagini o soggetti religiosi": giusto per evitare che qualcuno pensi che il santo, la Madonna, la congregazione o la religione di turno siano scesi in campo al fianco di chi ne sfodera i segni (o che qualcuno voglia farlo credere, giusto per spillare qualche voto in più).
La regola vale per le elezioni nazionali ed è applicata di solito in modo piuttosto severo: alle ultime elezioni politiche, per dire, i simboli saltati per "ragioni religiose" sono stati quattro (ma il numero poteva essere più alto, a voler essere davvero rigorosi: chiedere al Partito dei cattolici, per esempio) e in passato il giudizio non è stato meno tenero. Alle elezioni amministrative, invece, il metro sembra più elastico: in nome della più ampia partecipazione locale - e considerando che il tempo per controllare tutta la documentazione è pochissimo - se non ci sono casi clamorosi (come l'immagine di un Cristo benedicente), si lascia correre.
Disco verde, dunque - quasi sempre - ai monumenti di qualunque genere, anche quando si tratta di una chiesa, di un santuario o di un'abbazia. A liberalizzare i campanili ci aveva pensato la natura stessa dell'Italia (e non certo Mastella), a salvare dalla mannaia gli edifici sacri ha provveduto il buon senso. Nessuno, ovviamente, nega la loro natura di luoghi di culto o di devozione, ma ci si intende sul fatto che chiese, santuari e abbazie con il tempo sono diventati soprattutto segni di riconoscimento territoriale, in grado di identificare un comune tanto quanto un monumento del tutto civile e laico, se non di più: chi li vede sulla scheda non pensa alla religione, ma al luogo in cui vive.
Non riconoscere questo, prima ancora che miope, è inutile: assieme alle peculiarità ambientali di un luogo e ai campanili, gli edifici religioni sono tra gli elementi preferiti dai propugnatori delle liste civiche (o di chi vuole nascondere la propria appartenenza dietro il civismo). E quando il monumento è particolarmente rappresentativo, ci si buttano anche in due o in tre, avendo giusto la cura di rappresentarlo in modi diversi e da vari punti di vista. Era successo, per dire, a San Benedetto Po nel 2011: su quattro liste presentate, ben due ospitavano l'abbazia di San Benedetto in Polirone, certamente il segno più importante del territorio: la sagoma appena tracciata a contorni rossi o la silhouette verde del complesso sacro facevano bella mostra sulla scheda e nessuno, in commissione elettorale, si era sognato di bocciarne una delle due. Tra i due litiganti aveva vinto un terzo, ma a prevalere davvero, quella volta, era stata l'abbazia.
Se poi l'edificio religioso in questione è anche, di fatto, l'unico monumento del paese, proibirlo diventa ancora più assurdo. Così, a Zelo Buon Persico, comune del lodigiano, in aprile la lista "Tutti per Zelo" non si era fatta troppi problemi a inserire nel proprio contrassegno la stilizzazione della chiesa parrocchiale, che si affaccia sulla piazza del paese. A qualcuno, però, il dubbio che i funzionari potessero bocciare il simbolo era venuto lo stesso: in sede di esame, però, nessuno ha avuto da ridire. In effetti, mettersi di traverso per non far passare l'immagine dell'unico vero monumento della città, riprodotto anche nei particolari (ma senza riportare nemmeno una croce), avrebbe avuto poco senso. Il piano della piazza colorato a tinte arcobaleno ha continuato a ospitare la chiesa e la maggioranza dei cittadini ha gradito: il sindaco del comune oggi è espressione di quella lista.
Qualcuno, in compenso, sembra fare di tutto per mettere a dura prova l'attenzione dei controllori (e anche la tenuta delle norme). A Novara di Sicilia, per dire, nel 2012 si scontravano solo due liste: aveva vinto senza troppa larghezza "Libertà e progresso", a sostegno del candidato sindaco Girolamo Bertolami. Nel contrassegno di quella lista, un geometricissimo (e quasi naïf) sole giallo sorge non dal mare o dalla terra piana - in stile socialdemocratico o veterosocialista - ma da due rilievi montuosi verdi, alzandosi in un cielo azzurrino sfumato con uccelli in volo. Immagine quasi commovente, nella sua semplicità che non pretende nulla... ma aguzzando l'occhio, sul monte di sinistra, si vede una croce disegnata sulla cima. 
Sulla scheda sarà stata alta meno di un millimetro, sulla riproduzione grande per i manifesti forse due millimetri e mezzo; non è chiaro che bisogno ci fosse di piazzare quei due tratti di nero quasi impossibili da vedere (magari c'è proprio una croce su uno dei monti del paesaggio del comune messinese). I componenti della sottocommissione elettorale circondariale comunque non se ne sono accorti e, se anche hanno visto il segno, hanno evidentemente lasciato correre. Contenti loro (e contenti quelli di Rifondazione comunista, che hanno partecipato alla lista), contenti tutti.

mercoledì 3 settembre 2014

Favia e i Liberi cittadini, se il civismo si vede (anche) dal simbolo

L'autunno è alle porte e le elezioni regionali anticipate (sia pure solo di qualche mese) in Emilia Romagna si avvicinano. Mentre il Pd è alle prese con i primi passi della macchina delle primarie, qualche certezza  sui contendenti c'è già e qualche simbolo è già sicuro. A partire da quello della lista civica Liberi cittadini per l'Emilia Romagna, che si propone di portare a livello regionale le battaglie che normalmente sono condotte dalle liste civiche nei comuni. A ispirare la formazione, anche se non figura tra i candidati, il consigliere regionale uscente Giovanni Favia: è lui stesso a spiegare come sia nato l'emblema della lista e quale significato abbiano le sue parti.
"Credo molto nella semiotica, nell'importanza della comunicazione, nei simboli – chiarisce –. Non è arrivato un grafico a farci proposte: siamo stati noi – io in questo caso, confrontandomi con altre persone, facendo girare tutte le proposte e raccogliendo critiche e osservazioni – a chiedere a chi ha curato la grafica di realizzare il contrassegno, ovviamente andando per tentativi. Dall'idea alla carta il percorso non è sempre dritto e il creativo in questo ti guida e alla fine si crea anche uno scambio creativo: il concept e le necessità comunicative che avevamo comunque le abbiamo indicate noi, a volte andando molto nei dettagli".
Di certo, nome e contrassegno costituiscono un "parto unico", con due elementi che si completano a vicenda (il primo è pur sempre parte del secondo), ma a nascere per primo è stato il "titolo" della lista: "Siamo partiti da lì – spiega il consigliere – volevamo innanzitutto dare un'impronta di civismo al nostro gruppo, non un'impronta 'politica', per cui la parola 'Cittadini' per noi era importante. È anche vero che quella parola, ultimamente, nel MoVimento 5 Stelle si è inflazionata, ormai è un refrain, un mantra che è fine a se stesso: per contraddistinguerci abbiamo aggiunto il termine 'Liberi'". 
Sembra questo il punto focale nel ragionamento di Favia: "Tutti sono cittadini, anche quelli che stanno nei partiti, a differenza di ciò che dice Grillo: la differenza sta nel modo in cui fai politica. Essere liberi è la nostra differenza, anche da loro: loro sono di fatto teleguidati da una struttura di marketing, una struttura comunque padronale che pensa per loro, che detta visioni strategiche e politiche, mentre i partiti rispondono alle segreterie e agli apparati. Noi siamo cittadini liberi, che fanno politica semplicemente per passione, per migliorare la società: questo era il messaggio che volevamo dare".  Certo, in parte l'etichetta della lista è stata influenzata  dall'emblema: "Volevamo renderci ben riconoscibili in cabina elettorale, per cui abbiamo adattato il nome anche in base agli spazi concessi dal contrassegno". 
Una volta fissata la denominazione, si trattava di passare al marketing elettorale. "Volevamo portare l'esperienza del civismo, che ha molto successo a livello locale con i cittadini che si auto-organizzano dal basso – chiarisce l'ispiratore di Liberi cittadini – le liste civiche nascono ovunque e con molta energia ed entusiasmo a livello comunale, mentre a livello regioanle tutta questa forza atomica scompare, si dissolve. Il nostro progetto dunque era questo: cercare di portare anche a livello regionale quell'energia, quel piacere di fare politica, liberi da gomitate, carriere, giochi, concentrandosi sui contenuti".
Occorreva trovare il modo di portare tutto questo nel simbolo: "Serviva certamente un'iconografia legata al civismo. Guardando con attenzione i loghi delle molte liste civiche, abbiamo notato alcuni temi ricorrenti: la presenza di persone (in tondo, stilizzate, ...), di segni legati all'ambientalismo (e molte liste nascono anche in nome della difesa del territorio locale) e di segni legati all'identità territoriale, per cui santuari, torri, monumenti sono frequentissimi". 
Si spiega così facilmente la presenza della torre, vista come luogo che marca genericamente un territorio e ne è segno di riconoscimento: "Non è il riferimento a una torre reale, indica piuttosto anche che l'Emilia Romagna è un contenitore di tante identità diverse: quella torre anonima di fatto non ne esclude o ne privilegia nessuna". L'immagine della torre obliqua ha fatto pensare a più di qualcuno alla torre degli Asinelli di Bologna, ma la pista è sbagliata: "Ce l'hanno detto in tanti – riconosce Favia – ma evidentemente chi l'ha detto non è bolognese: uno di Bologna, come sono io, non potrebbe mai rappresentare una sola delle Due Torri, che per noi sono un tutt'uno. Anche uno che va sulla Garisenda o sugli Asinelli va sulle Torri, non su una sola".
Sempre sul piano iconografico, poi, ci sono le foglioline a marcare il tema della tutela ambientale e a dare un po' di movimento al logo; l'impatto maggiore, in ogni caso, resta sempre quelo del nome, che spicca in verde sul fondo bianco. Guai, però, a pensare che quello da poco sfornato sia l'ennesimo contrassegno debitore del tricolore italiano: "I colori che abbiamo scelto, dopo alcuni esperimenti, sono esattamente quelli del vessillo della Regione – precisa il consigliere –. Noi abbiamo preso precisamente qulle tonalità cromatiche e le abbiamo armonizzate nel logo: come le liste civiche locali giocano sui colori del comune, noi usiamo quelli della Regione. Noi tra l'altro siamo un comitato di scopo per le elezioni. Non vogliamo creare un'identità, lavoriamo sul progetto civico che abbiamo presentato". 
A dare l'ultimo tocco di movimento e di scarsa staticità è l'impianto generale dell'emblema: "Siamo una lista giovane, moderna che sa padroneggiare anche gli strumenti della comunicazione visiva: è voluto che il cerchio di contorno non sia perfettamente chiuso e che tutto il logo abbia una linea dinamica e almeno un po' aggressiva".
Nessuna delle persone che si è impegnata per la nascita di Liberi cittadini, invece, ha voluto inserire parole o segni grafici riferibili alla passata militanza nel MoVimento 5 Stelle di diverse di loro. "Non volevamo correre il rischio – precisa Favia – di essere identificati come ex-5Stelle, che non è affatto una bestemmia, anzi, andiamo fieri di essere ex, ma siamo consapevoli che occorre allargare il perimetro". A scanso di equivoci, lo stesso consigliere va ancora più nel dettaglio: "Siamo anche fieri di aver creduto, in un certo momento storico, a qualcosa cui hanno creduto in tanti: non penso alla deriva populista e basata sull'idolatria che poi c'è stata, ma a quella minoranza che credeva davvero che Grillo fosse un uomo di spettacolo che dava solo la vua visibilità a un progetto di cittadinanza, organizzato, democratico, meritocratico e serio. Poi è stato tutt'altro, ma chi segue la politica italiana conosce la storia: chi vuole capirla la capisce".
L'essere identificati o scambiati con il gruppo di provenienza sembra essere uno dei maggiori timori per Favia, che tra l'altro ha scelto di non essere ricandidato (a qualunque titolo) alle prossime elezioni regionali: "Uno dei motivi per cui non sono in lista è anche questo: la mia presenza avrebbe portato più consenso, perché comunque le persone votano chi conoscono, ma si rischiava che il progetto diventasse una polemica nei confronti del M5S e io non volevo questo". 
Per il consigliere uscente era comunque importante non gettare la spugna: "Avendo io creduto alle battaglie che ho fatto, non mi sarei potuto nascondere alle elezioni. Sono convinto che giocando si può perdere, non giocando si perde di sicuro": nessuno di noi ha aspettative future, il fatto che le cose possano andare male non ci spaventa, è molto più importante per noi tenere la testa alta". La battaglia, dunque, sarà giocata: la torre servirà a farsi riconoscere, anche se emergere sula scheda è ben più difficile che in Pianura padana.

lunedì 25 agosto 2014

Ritorneremo democristiani: la Dc "dal basso" (e di iscritti fedeli) targata Leo

Lo si è visto un mese fa: per qualcuno, l'autunno che viene scatterà l'ora della Dc o, meglio, del suo ritorno. Il comitato degli iscritti 1992/1993 alla Democrazia cristiana, presieduto da Raffaele Lisi, scalda i motori per tentare di convocare correttamente il XIX Congresso nazionale del partito, ripartendo dal punto in cui tutto si era fermato, all'inizio del 1994. Del percorso immaginato da Lisi si è già detto; c'è chi, però, non condivide quel disegno e pensa a un'altra via, per una Dc che rinasca dal basso, fatta solo da chi – dopo il 1994 – non l'ha mai "tradita" politicamente.
Il progetto è di Pellegrino Leo, di cui avevo già ospitato una lettera per il Presidente della Repubblica, scritta con uno scopo preciso: chiedere al Quirinale di intervenire per far cessare l'uso dello scudo crociato da parte di chi non ha titolo di fregiarsene. A partire, a detta di Leo, dall'Udc che alle ultime elezioni europee lo ha affiancato al simbolo del Nuovo centrodestra: il Viminale aveva riconosciuto al partito di Cesa l'uso "tradizionale" dello scudo e aveva ricusato gli emblemi degli altri soggetti che contenevano quel segno. 
Anche Pellegrino si era visto bocciare il suo contrassegno, con scudo arcuato su fondo bianco e bordo del cerchio blu; non ha impugnato la decisione del Ministero "per spirito di italianità" e per non tenere le elezioni appese a ricorsi, ma la ricostruzione del Viminale non gli è andata giù. Ma quale "uso tradizionale" per l'Udc, ha protestato nella lettera a Napolitano: "a usare lo scudo fin dalla fase costituente di questo paese è stata la Democrazia cristiana". Partito che, come ha accertato la magistratura, non è mai stato sciolto. Da lì, Leo deduce che nessun soggetto politico dal 1994 a oggi è in continuità giuridica con l'esperienza della Dc o ne ha usato correttamente il simbolo. La Democrazia cristiana, non essendosi sciolta, esisterebbe ancora, ma ora sarebbe "in sonno" e, soprattutto, del tutto priva di dirigenti locali o nazionali: ogni carica sarebbe scaduta da tempo. Come si può dunque riattivare il partito?
Secondo Pellegrino Leo, bisogna tenere conto di varie disposizioni dello statuto della Democrazia cristiana, in base alle quali l'adesione "ad associazioni o movimenti aventi finalità politiche o ideali contrastanti con quelle del Partito" è incompatibile con l'iscrizione alla Dc (art. 8, comma 1) e i soci "che si presentino come candidati alle elezioni politiche in liste e collegamenti diversi da quelli della Democrazia Cristiana o comunque non approvati dagli organi competenti del partito" sono dichiarati come non più appartenenti al partito (art. 118, comma 2, anche se la dichiarazione toccherebbe alla Direzione nazionale e ci sarebbe la possibilità di ricorrere ai probiviri per contestare quel provvedimento). 
Per Leo (a differenza di quanto pensa Lisi), chiunque dopo il 1994 si sia iscritto anche solo una volta a un altro partito, non può far parte dell'operazione di "ricostruzione". Lo stesso vale per chi si è comunque candidato in altre liste, visto che di certo il partito "dormiente" non poteva dare alcun consenso. Il discorso varrebbe innanzitutto per chi ha aderito a Ccd e Ppi (il "parto gemellare" del gennaio 1994): chi si è iscritto, per Leo, lo ha fatto spontaneamente, convinto che il percorso da seguire fosse quello, senza porsi problemi sulla "sopravvivenza" della Dc.
Se le cose stanno così, quale strada potrebbe far tornare la Dc? Pellegrino Leo crede di averla trovata in un provvedimento del Tribunale civile di Roma emesso il 23 giugno 2014, a seguito di un'istanza presentata da lui, nonché da Alberto Alessi e Nino Luciani (che mesi prima hanno fondato la Democrazia cristiana nuova, un "partito ponte" che consenta di portare avanti gli ideali della Dc fino al suo ritorno anche giuridico). I tre a maggio avevano chiesto al Tribunale di convocare l'assemblea nazionale degli iscritti alla Dc a norma dell'art. 20 del codice civile. La norma, tuttavia, prevede che la convocazione dell'assemblea sia richiesta da almeno un decimo degli associati e per il giudice designato era "notorio" che Leo, Alessi e Luciani non rappresentassero un decimo degli iscritti alla Dc. Il loro ricorso è stato dichiarato inammisibile, ma nella risposta del magistrato può esserci la strada da percorrere: per convocare l'assemblea (che coinciderebbe con il congresso, l'organo sociale più simile all'assemblea del codice civile) ci vuole il 10 per cento degli associati.
Il problema, però, sono i numeri: quanti sarebbero gli iscritti alla Dc, sui quali calcolare quel decimo? Per il giudice, i ricorrenti non avevano prodotto "le ultime liste disponibili degli iscritti" all'associazione: quegli elenchi, relativi al 1993 o tutt'al più al 1992, in effetti non sono facili da trovare. Di certo il numero da raggiungere sembra alto: nel 1988, al XVIII Congresso nazionale parteciparono 1.862.000 iscritti. Al 1992/1993 il numero dovrebbe calare di molto, un po' per la crisi che la Democrazia cristiana stava affrontando (si parla di 850mila soci del 1993), un po' perché dal conto dei tesserati bisognerebbe togliere i morti – non pochi, compresi tanti nomi eccellenti – e coloro che dal 1994 hanno aderito ad almeno un partito, a partire da chi (secondo questa ricostruzione) si è legato dall'inizio al Ccd e al Ppi. Senza liste, però, fare conti e supposizioni sulla quota da raggiungere è inutile.
Come fare allora? Pellegrino Leo un sistema ritiene di averlo trovato. Se la Dc non è mai stata sciolta, pur priva di dirigenti, sarà ancora dotata di iscritti (quelli dell'ultimo tesseramento valido del 1993, tolti i defunti e coloro che sono passati ad altri partiti) e le stesse sezioni, pur chiuse da anni, non sono mai state soppresse. Basterebbe dunque che anche solo una persona tra coloro che sono rimasti iscritti "riaprisse", anche fisicamente, le sezioni paese per paese. In mancanza di organi dirigenti, toccherebbe a quell'iscritto convocare una riunione degli iscritti e darne notizia con avviso affisso al di fuori della sezione; per abbondare (ed evitare che qualcuno non si senta chiamato in causa), la convocazione sarebbe resa nota anche attraverso la pubblicazione nell'albo pretorio comunale e i mezzi di comunicazione locali. 
Coloro che si presenteranno alla riunione e risulteranno conformi ai requisiti visti prima, saranno considerati iscritti (al limite, potrebbe non venire nessuno) e la sezione potrà riprendere la sua attività come da statuto; gli altri, almeno in questa fase, dovranno aspettare. Una volta che lo stesso procedimento sarà completato in tutta l'Italia – magari cercando di svolgere quelle assemblee tutte negli stessi giorni nei territori vicini – si avrà la mappa completa dei democristiani di oggi. Solo allora si potrà sapere il numero totale degli iscritti e, dunque, quanti dovranno chiedere – rappresentando un decimo dei soci – la Convocazione del congresso nazionale della Dc al presidente del Tribunale di Roma.
Solo allora, dunque, la macchina della Democrazia cristiana potrà finalmente ripartire. Ad avviarla, nel caso, sarà un manipolo di illustri sconosciuti, visto che i nomi più noti della Dc – tra quelli rimasti in vita – hanno quasi tutti militato sotto altre sigle, da Forza Italia ad An, dalla Margherita al Pd, oltre ovviamente alla popolata galassia parademocristiana (Ppi, Ccd, Cdu, Udc, Dca e tutte le varie formazioni che hanno tentato di far rivivere lo storico partito). Convocato per via giudiziaria il congresso e ricostituiti i nuovi organi, ci sarà di nuovo spazio per tutti, a partire dai vecchi campioni di scudo crociato ancora in salute. Da qui ad allora, però, Leo e gli altri compagni di viaggio avranno molto da fare, città per città, sezione per sezione. E, soprattutto, dovranno convincere chi di dovere che Dc e Ppi giuridicamente erano due soggetti diversi: non sarà facile, ma ci proveranno.

domenica 10 agosto 2014

Federare i Democristiani, un piano regione per regione

Mentre si aspetta di capire se almeno una delle strade immaginate per rimettere in moto la macchina della Democrazia cristiana, c'è chi tenta di tenere insieme almeno un po' di pezzi dello scudo (specie quelli sparsi regione per regione), provando ugualmente a contribuire alla riattivazione della Dc.
Da alcuni mesi, infatti, è nata la Federazione nazionale dei partiti regionali Democristiani (Federazione nazionale Democristiani per gli amici): con essa un gruppo di persone si è ripromesso di aggregare, nel rispetto dell'autonomia di ciascuno, "tutti i movimenti di matrice cattolica, liberale e riformista", nel nome dei "valori culturali occidentali, e nella specie i modelli delle moderne democrazie occidentali" e degli insegnamenti della dottrina sociale della Chiesa. L'interesse, tuttavia, prima di tutto va i partiti regionali Democristiani che sono stati creati via via (dopo una decisione del 2009 del consiglio nazionale di quella Dc che all'epoca era guidata da Giuseppe Pizza), per portare avanti gli ideali diccì pur salvando l'autonomia di ogni realtà locale: la regionalizzazione era in qualche modo proseguita anche dopo la sentenza della Cassazione di fine 2010, anche se per qualcuno non c'era più motivo di andare avanti e bisognava ridare la parola agli iscritti del 1992-1993.
A guidare come segretario quest'aggregazione di gruppi, figli diretti o indiretti della Dc storica, è Ugo Grippo, attualmente anche segretario regionale della Dc Campania e originariamente proposto come Presidente del Consiglio nazionale della Dc-Fontana (poi a quella carica altri hanno candidato e fatto eleggere Ombretta Fumagalli Carulli, ovviamente prima che i giudici cancellassero a colpi di pronunce almeno un annetto di operazioni "riattivatorie"). A scorrere il nome dei consiglieri nazionali, si ritrovano nomi già noti a chi aveva frequentato gli ambienti delle varie sedicenti Democrazie cristiane, dal lombardo Achille Abbiati ad Armando Lizzi (segretario amministrativo della gestione Pizza), fino ad Alessandro Duce, mitico ultimo amministratore della Dc e primo del Ppi, prima di diventarlo del Cdu.Il sito della Federazione, www.democristiani.com, ha peraltro il pregio (raro, bisogna ammetterlo) di illustrare nel dettaglio il contrassegno scelto per quest'aggregazione politica, anche se l'immagine sa parlare da sé. Non poteva ovviamente mancare un accenno allo scudo crociato, collocato in alto a sinistra: esso, stando al sito, è lì "per indicare l’eredità lasciata e l’ispirazione dello storico partito della Democrazia cristiana", anche se il disegno è più simile a un triangolo stiracchiato, un po' come se fosse una vela e il risultato non è dei migliori.
I bracci della croce, in compenso, stavolta sono molto sottili, così la scritta maiuscola Libertas deve traslocare al di fuori, ma diventa l'elemento più evidente di tutto il contrassegno: "È grande e al centro, ad indicare – si legge sempre nel sito – i valori sani che vogliamo portare avanti, quelli della storica Democrazia Cristiana, in trasparenza a simboleggiare un po' la colonna portante delle intenzioni"
Il logo gioca molto sui colori rosso e blu, gli stessi del vecchio simbolo della Dc ("per poterne valorizzare l’identità"), ma ecco farsi strada delicatamente l'immancabile elemento tricolore, un nastrino ripiegato (anche se la posizione era quella dei "destri" di Democrazia nazionale). Ogni elemento di quel disegnino non sembra fatto a caso: "Il nastro tricolore per indicarne la nazionalità, l’intreccio per indicarne il forte legame con il Paese e il movimento ad indicarne la libertà e lo sguardo verso il futuro". Futuro nel quale, come è scritto a rosse lettere su fondo grigino, l'obiettivo è andare "verso il Ppe": "Una dicitura fondamentale – assicura il compilatore del sito – ad indicarne l’europeismo e la modernità". 
Prima di pensare al Ppe, tuttavia, la Federazione Democristiani ha un orizzonte assai più italiano da rincorrere: ci sarà la sfida della politica attiva, magari con la partecipazione alle elezioni se si riuscirà a mettere in campo un'organizzazione adatta e, soprattutto, a trovare un po' di risorse. La sfida sarà dura, ma i federati vedono praterie da conquistare. 

martedì 5 agosto 2014

Per un pugno di simboli: la presentazione all'istituto Sturzo (6 giugno)

Finalmente mi è possibile mettere a disposizione di tutti la registrazione audio (diffusa da Radio Radicale) e una piccola galleria fotografica della prima "uscita pubblica" del mio libro Per un pugno di simboli, avvenuta il 6 giugno 2014 presso l'istituto Luigi Sturzo a Roma, per interessamento del suo segretario generale Giuseppe Sangiorgi, che ha pure guidato gli interventi. Parlo di uscita pubblica più che di presentazione perché la mia presenza si è accompagnata a quella di Girolamo Rossi, autore del volume Lo scudo crociato, pubblicato da Armando. 
Proprio il simbolo del Partito popolare di Sturzo prima e della Democrazia cristiana poi è stato al centro di questo evento romano, organizzato proprio nella "ultima dimora" del segno, almeno secondo gli auspici di tre campioni diccì tutti passati a miglior vita (Andreotti, Cossiga e Scalfaro), che avrebbero voluto consegnare l'emblema del loro partito all'istituto di via delle Coppelle pur di non vederlo strattonato e conteso tra litigiosissime parti in causa.
A discutere con noi della forza comunicativa e del valore storico politico dello scudo sono stati chiamati Gianpiero Gamaleri, professore ordinario di Sociologia dei processi culturali e comunicativi (Uninettuno) e Gerardo Bianco, già parlamentare e segretario del Ppi che ha vissuto da quella posizione uno dei momenti più drammatici della storia del simbolo, conteso senza risparmio di spintoni, porte sfondate, utenze tagliate all'improvviso e insulti sotto i crocifissi.
Quel 6 giugno il libro ha mosso il primo passo, alla presenza di un pubblico interessato (e in parte non rassegnato all'idea di vedere sparire quell'emblema ricco di storia); mi auguro che anche in futuro e altrove possa avere una buona accoglienza. A partire dall'evento-presentazione che si terrà il 26 settembre a Piacenza (ore 16, Galleria Ricci Oddi), nel programma del Festival del Diritto 2014: l'invito agli interessati è valido fin d'ora.

domenica 3 agosto 2014

Popolari Liberali o Liberal Popolari? Scambiando gli addendi, il risultato cambia

Che poi uno se lo potrebbe anche chiedere: che fine hanno fatto i Popolari liberali di Carlo Giovanardi? Per lui è facile la risposta – ultimamente ha cercato di fare il sindaco di Modena, senza esagerata fortuna – ma che ne è del partito nato a febbraio del 2008 dalla corrente omonima dell'Udc, con il chiaro intento di rimanere nel centrodestra (a differenza di Casini e soci) per poi approdare nel Pdl, cose puntualmente accadute?
In effetti, a spulciare in rete, il sito www.popolariliberali.it c'è ancora, anche se sembra piuttosto fermo, per lo meno al 2010; il simbolo campeggia ancora nella pagina web del senatore Giovanardi, c'è addirittura l'invito ad aderire al gruppo, ma il link rimanda direttamente alle adesioni al Pdl. Questo nonostante la nuova casa politica di Giovanardi sia il Nuovo centrodestra, di cui – a dare retta a Wikipedia – i Popolari liberali sarebbero diventati una corrente o, per lo meno, un elemento di apporto politico. Tutta questa esposizione, tuttavia, il simbolo non ce l'ha e, a spulciare un po' in giro, si scopre qualcosa di interessante: quel nome, infatti, a qualcuno non era proprio andato giù.
Sì, perché in quel di Roma esistevano già i Liberal Popolari ed erano nati da un pezzo, esattamente il 10 novembre 1995. Confondere i due segni, dal punto di vista della grafica, è difficile. L'emblema dell'associazione guidata da Alfio Pulvirenti è così descritto: "In un cerchio esterno di colore blu viene riportata la scritta, in negativo, 'Liberal Popolari'. Un cerchio lo separa da un tondo blu nel cui interno vengono raffigurati due delfini contrapposti, uno di colore rosso e bianco ed uno di colore verde e bianco; sullo sfondo degli stessi compaiono in forma circolare sette stelle". Tutt'altra cosa, evidentemente, rispetto al cerchio carta da zucchero con filetto tricolore centrale di Giovanardi. Le parole del nome, però, erano praticamente identiche: cambiava l'ordine e c'era una "i" di differenza, ma secondo Pulvirenti non era sufficiente a scongiurare il rischio di confusione o di associazione tra i due gruppi (e in effetti qualche giornale più di una volta ci è cascato).
La questione inevitabilmente è finita davanti al tribunale di Roma e il partito di Giovanardi – stando all'ordinanza del 23 dicembre 2010 – ha avuto la peggio. Il giudice infatti ha riconosciuto, oltre alla quasi identità dei nomi, che "gli scopi associativi sono analoghi, concernendo entrambi la promozione del dibattito nella cittadinanza in materia politico economica nel’area moderata, a cui storicamente si iscrive la cultura popolar-liberale, e il cittadino che culturalmente e politicamente si riconosce in tale area". Il conflitto tra i due nomi, dunque, era del tutto plausibile e, almeno per quanto riguardava i nomi, doveva concludersi con la vittoria di Pulvirenti. Da una parte la sua associazione è nata almeno dieci anni prima del gruppo di Giovanardi e ha sempre fatto uso del suo nome; dall'altra, è vero che a luglio del 2008 era stato depositato presso l'Ufficio italiano brevetti e marchi l'emblema dei Popolari liberali (registrato quasi due anni dopo, evidentemente senza che il Viminale in quel caso si sia opposto), ma il logo dei Liberal Popolari era stato depositato presso l'Ufficio per l'armonizzazione del mercato interno già a dicembre del 2007 e un anno dopo era arrivata la registrazione come marchio comunitario. 
Giovanardi e soci, insomma, erano comunque arrivati tardi, per cui la giudice Gabriella Muscolo aveva inibito loro in via cautelare l'uso del nome "Popolari Liberali". Non sembra che l'etichetta sia stata abbandonata del tutto – del resto non è nemmeno noto se la vicenda processuale sia andata avanti – ma di certo tra i motivi della parziale sparizione dell'ennesimo simbolo a cromia nazionale allargata (il tricolore e l'azzurro/blu) potrebbe esserci anche questo piccolo e poco conosciuto inciampo legale.