venerdì 12 febbraio 2016

Ricomincio da 10, un progetto per Napoli "alla Maradona"

Tra le formazioni che si muovono nell'universo politico napoletano, con l'intento di correre alle prossime elezioni comunali, c'è n'è una che si mostra particolarmente curiosa. Il nome, Ricomincio da 10, preso di per sé potrebbe non dire molto, soprattutto a chi non è partenopeo di origine o di vita. 
Lo stesso, in realtà, si può dire per il candidato sindaco della futura lista, Antonio Del Piano: sul sito del gruppo viene presentato come "artigiano originario di Forcella, lavora a Roma per necessità ma vive a Napoli per amore" e si legge che la candidatura a sindaco è maturata "dopo un passato da attivista popolare", con il fine dichiarato - anzi, il dictat (sic!) - di "valorizzare la napoletanità a 360 gradi [...]: città, cultura, turismo, viabilità, vivibilità", puntando a rendere Napoli "un marchio famoso in tutto il mondo" (anche se, probabilmente, lo è già, nel bene e nel male).
In realtà, però, se si dà un'occhiata al simbolo scelto per la lista, il cervello quasi in automatico va a qualcos'altro di tondo, come ad esempio un pallone. I colori scelti e la struttura del simbolo, infatti, non possono non rimandare allo stemma-marchio del Calcio Napoli. E' vero, le sfumature in qualche modo sono ribaltate, ma l'impressione complessiva è la stessa e anche il "10", scritto nel cerchio interno, condivide con la "N" della squadra la stessa font Times New Roman.
A maggiore riprova, in rete si trova ancora traccia di una prima versione del contrassegno, quando ancora probabilmente Ricomincio da 10 era solo un'associazione. Quella grafica è più grezza (con una sorta di sfumatura metallizzata e due scritte sovrapposte quasi "a etichetta" al cerchio carta da zucchero) e tra l'altro si vede una piccola striscia tricolore, per segnalare qualche legame con il centrodestra, anche solo sul piano programmatico (era stato proprio Del Piano, del resto, l'autore di vari manifesti funebri contro De Magistris insieme al locale club Forza Silvio): il fatto che sia stata messa da parte in favore di quella nuova potrebbe testimoniare che il "rimando" alla squadra del Napoli è tutt'altro che casuale.
I riferimenti calcistici, del resto, non mancano di certo: non solo c'è la frase "la società civile scende in campo", ma c'è soprattutto quel numero 10, che all'ombra del Vesuvio è praticamente sacro, nella memoria indiscutibile di Diego Armando Maradona che l'ha indossato, senza che nessun altro lo usasse più (e a ricordarlo provvede la notizia in base alla quale el Pibe de Oro avrebbe preso malissimo l'idea che quella maglia potesse essere vestita da Insigne).
In ogni caso, sono giusto dieci i punti del programma abbozzati da Del Piano per la lista: in testa ci sono la lotta al degrado (con il contrasto agli abusivi e alla prostituzione) e la riscossione solidale (togliendo tra l'altro il mandato a Equitalia), ma anche, tra l'altro, la valorizzazione delle zone commerciali e dei mercati all'aperto, il ritocco al piano del traffico e le "ronde" per assistere e proteggere i turisti (e anche la creazione di un osservatorio turistico e di un marchio cittadino internazionale). Non può peraltro passare inosservata l'idea di vendere lo stadio San Paolo "a una Spa di azionariato popolare in Napoli", come dire che il tempio partenopeo del calcio dovrebbe diventare dei cittadini; pochi mesi fa, tra l'altro, sempre Del Piano aveva lanciato l'idea di ribattezzare l'impianto "Maradona Stadium"... sempre lui, il 10...
E dieci sono anche i soggetti scelti dalla lista "per ripartire e ricordare a tutto il mondo che Napoli ha una grande storia artistica e culturale", per suonare insomma la carica del rilancio. Nel sito si susseguono le immagini di Enrico Caruso (anzi, in sottofondo si ascolta a ripetizione la prima parte di Caruso di Dalla), Matilde Serao, Totò, Eduardo De Filippo, Massimo Troisi, Pino Daniele, Giancarlo Siani... c'è giusto il tempo di stupirsi, trovando all'ottavo posto la pizza margherita (quasi che la si volesse personificare), vedere che subito dopo c'è Riccardo Muti, ma con la certezza quasi matematica di sapere chi ci sarà al numero 10: Maradona, naturalmente... 

giovedì 11 febbraio 2016

Berlusconi si prepara a dire "Forza Milano"?

Potrà mai essere così il simbolo?
Prima un po' dappertutto, ora essenzialmente a Milano: la voce che dà per possibile l'accantonamento - almeno a questo giro di elezioni amministrative - del simbolo di Forza Italia prende di nuovo corpo. 
Che sia davvero un'idea di Silvio Berlusconi o del suo staff, o piuttosto un pensiero ricorrente di parte dei cronisti, per noi comuni osservatori non è dato sapere; sta di fatto che, se all'inizio dell'anno Repubblica aveva parlato per prima della tentazione berlusconiana di ammainare il tricolore sventolante, questa volta è Lettera 43, con un articolo di Alessandro Da Rold, a far circolare l'ipotesi di "messa a riposo", illustrando però un'alternativa concreta, buona forse per l'intero centrodestra (a sostegno a questo punto di Stefano Parisi) e magari studiata anche con Lega e Fratelli d'Italia:
Rottamare lo storico simbolo di Forza Italia e lanciare quello di Forza Milano da mettere sulle schede elettorali per una nuova lista civica alle Amministrative di giugno 2016 nel capoluogo lombardo. È questa l'idea di Silvio Berlusconi, il Cavaliere che vorrebbe tentare di dare una spallata al governo di Matteo Renzi proprio grazie alle Comunali, ma che non sa più che pesci pigliare per contrastare un Partito democratico che sembra sempre più orientato a raccogliere i voti di un centrodestra in crisi e ormai al capolinea.L'opzione Forza Milano è stata messa sul tavolo delle trattative insieme con il leader della Lega Nord Matteo Salvini e quello di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni.Un soggetto politico che dovrebbe essere in teoria il contenitore in appoggio a Stefano Parisi, l'ex Fastweb, ex city manager della Giunta di Gabriele Albertini, che il 10 febbraio ha sciolto la riserva per sfidare il candidato di centrosinistra Giuseppe Sala.
Non Forza Italia, dunque, ma direttamente Forza Milano. Resterebbe l'invito a non farsi cadere le braccia, a un grande avvenire e allo sforzo collettivo, ma riferito soltanto alla città che, nella vulgata, non smette mai di lavorare (anzi, in cui c'è "un lavurà de la Madòna", per usare antiche parole meneghine dello stesso Berlusconi). 
Non è dato sapere se l'idea sia reale, se sia effettivamente piaciuta al resto della coalizione, soprattutto se gli altri partiti abbiano gradito l'idea di correre insieme, sotto la stessa lista (ammesso che non si tratti del solo contenitore "similcivico" in cui mimetizzare Forza Italia). Di certo non dovrebbero essere girati bozzetti grafici del nuovo nome, ma dovrebbe essere altrettanto certo che ci si dovrebbe allontanare in modo significativo dalla logica del tricolore sventolante, altrimenti la differenza non si vedrebbe quasi per nulla.
O magari così?
A quel punto, vincendo una sua naturale repulsione per il rosso (se non abbinato al verde), Berlusconi potrebbe puntare sul bianco e sul rosso, colori tradizionali della città, gli stessi che figurano sullo stemma meneghino, quello che tradizionalmente era e da poco è tornato sulle maglie del "suo" Milan. Anzi, in altri tempi avrebbe potuto fare anche di meglio: per il simbolo da usare sulle schede, ad esempio, avrebbe potuto abbandonare per una volta la font Helvetica per l'Arial (la stessa delle mille felpe di Salvini), scrivere la parola "Milano" in rosso con tanto di ombra nera visibile e sostituire la "O" finale con lo scudo dello stemma cittadino, ottenendo il doppio risultato di riferirsi tanto alla città, quanto alla squadra rossonera (la stessa, anche qui, di Salvini).
Non era forse quello che temeva nel 2014 Roberto D'Alimonte, quando si scagliava contro la possibilità che qualcuno facesse liste come "No Equitalia" o "Forza Milan" al solo scopo di rastrellare voti per la coalizione e tentare di arrivare alla soglia per far scattare il premio di maggioranza o, comunque, di superare il 50%? Oggi, in realtà, tutto questo sarebbe più difficile. Dal 2013 infatti il Ministero dell'interno, nelle istruzioni compilate a uso dei candidati, vieta di inserire nel contrassegno le raffigurazioni dello stemma comunale (come avevo già scritto a proposito del simbolo di Vittorio Sgarbi); magari, però, si potrebbe sfruttare una riproduzione solo parziale del logo, che in alcuni casi è stata ammessa. Dal 2015, invece, le stesse istruzioni sono categoriche nel vietare l'uso di "denominazioni e/o simboli o marchi di società (anche calcistiche) senza che venga depositata apposita autorizzazione all'uso da parte della stessa società". Potrebbe giusto salvarsi il colore rossonero, se proprio si volesse tingere così la parola "Milano". 
Ultimo particolare interessante: al momento non è un marchio registrato, ma Forzamilano.com è comunque un dominio registrato dalla fine del 2014, a nome di tale Paolo Roccatagliata, consigliere di zona 2. Per chi? Per Forza Italia, naturalmente: se mai il nome o il sito dovessero servire alla causa del partito (e ammesso che vengano chiesti a chi li detiene), probabilmente saranno concessi con più facilità. 
ForzaMilano.it, invece, è stato registrato dall'Unione italiana, partito politico il cui segretario è Gianfranco Librandi, già consigliere comunale di Fi e Pdl, attualmente deputato di Scelta civica; domini simili con altre estensioni risultano altrettanto occupati. Già trovare un sito da collegare alla nuova lista, dunque, potrebbe essere un problema non facilissimo da risolvere; in ogni caso c'è ancora un po' di tempo per chiarirsi su come presentarsi alle elezioni amministrative ormai incombenti. Volendo, potrebbe bastare anche il sito del candidato sindaco Parisi per garantire il collegamento coi milanesi; chissà come andrà a finire nelle settimane che separano Milano dall'inizio del rito del voto...

mercoledì 10 febbraio 2016

"Restituite il patrimonio (e lo scudo crociato) alla Dc!"

Inutile negarlo: occuparsi della Democrazia cristiana, o di ciò che ne resta, non consente mai di annoiarsi. Oggi, per dire, Il Tempo dedica l'intera pagina 2 e il soppalco della prima al patrimonio immobiliare (scomparso) della Dc "finito in procura". La Procura della Repubblica è quella di Roma: settimane fa ricevuto un esposto da parte di chi ha "il fondato timore che buona parte dei beni e delle risorse patrimoniali della storica e vivente Dc siano confluiti nei partiti di successiva formazione, i cui dirigenti hanno così potuto disporre d’ingenti cespiti, senza dichiararli né riportarli nei rispettivi rendiconti/bilanci".
Prime due pagine del Tempo, 10 febbraio 2016
Finora, come sa chi frequenta questo sito, non ho quasi mai scritto della questione del patrimonio immobiliare della Dc. Le ragioni sono diverse: innanzitutto quella vicenda giuridica e giudiziaria, già trattata da varie inchieste giornalistiche di carta stampata e televisive (pure il direttore del Tempo, Gian Marco Chiocci, se ne occupò per il Giornale), è "un casino di pazzi che la metà basta", parole usate da Gianfranco Rotondi (che citava Rocco Buttiglione) per descrivere la situazione della gestione patrimoniale post-democristiana. Quel "casino di pazzi", peraltro, si traduce in una quantità enorme di carte, processuali e non, di cui dispongo solo in minima parte: scriverne ugualmente sarebbe per lo meno incauto (c'è chi soffre di querelite acuta) e ingiusto verso chi quella storia la conosce meglio. Stavolta, però, occuparsi del patrimonio immobiliare permette di tornare sulla questione della "malatrasformazione" della Dc in Partito popolare italiano del 1994, che ha coinvolto anche il simbolo dello scudo crociato: vale dunque la pena di farsi un giro di "Monopoli diccì" (l'immagine, è giusto dirlo, è stata usata per la prima volta all'inizio di A pensar male..., la puntata di Report curata da Sabrina Giannini e andata in onda poco prima delle elezioni europee del 2014, la stessa trasmissione da cui viene la citazione rotondiana di qualche riga fa) e cercare di capire esattamente cosa stia succedendo.  
L'esposto, presentato a Roma e in varie altre procure, risulta firmato da Raffaele Cerenza e Franco De Simoni. Il primo si autodefinisce "presidente dell’Associazione degli iscritti alla Democrazia cristiana del 1993, nella qualità d’iscritto al Partito [...] nell'ultimo tesseramento regolarmente effettuato (1993)". Quell'associazione di fatto esiste almeno dall'inizio degli anni Duemila, quando mosse i primi passi per sostenere che la Dc non era in realtà mai stata sciolta e chi era iscritto all'ultimo tesseramento (1993) aveva mantenuto la qualità di socio del partito: una delle prime azioni, nel 2001, fu l'invito ad Alessandro Duce, ultimo segretario amministrativo Dc, a riconvocare gli organi del partito e, nel frattempo, a compiere tutti gli atti idonei a "evitare la dispersione incontrollata dell'insieme di beni materiali, politici, intellettuali e ideali del partito". Sempre Cerenza, tra l'altro, era stato tra coloro che, con un ricorso al Tribunale di Roma, tra il 2013 e il 2014 era riuscito prima a far sospendere, poi a far dichiarare nulli gli atti del "consiglio nazionale" con cui si era tentato, il 30 marzo 2012, di far ripartire l'attività della Dc, eleggendo alla segreteria Gianni Fontana.
De Simoni, invece, figura come "Coordinatore della Segreteria Politica Nazionale e Segretario Regionale (con poteri commissariali) della Democrazia cristiana del Lazio". La Dc in questione, è bene dirlo subito, è quella che si riconosce nella segreteria politica di Angelo Sandri: lo stesso, come scrive Valeria Di Corrado sul Tempo, figura anche come firmatario dell'esposto alla Procura di Roma, in qualità di "segretario nazionale pro tempore" del partito. Non è certo la prima volta che Sandri compie azioni legate al patrimonio della Dc (si era già rivolto in passato al Tribunale civile di Roma, sperando di far riconoscere alla "sua" Dc la titolarità dei beni che erano stati democristiani fino all'inizio del 1994, facendo invalidare ogni atto dispositivo sugli stessi successivo a quel periodo), ma stavolta il tentativo viene portato avanti insieme a soggetti che non si rifanno direttamente al partito guidato da Sandri.   

martedì 9 febbraio 2016

Copioni, per colpa di una fiaccola

Chi pratica la politica lo impara abbastanza in fretta. Quando qualcuno si sente offeso o defraudato di qualcosa, non c'è vicinanza ideologica che tenga: si reagisce e basta, magari con stile e ironia ma di certo non si resta a guardare. Accadde qualcosa di simile all'inizio di luglio del 2007, quando Francesco Storace decise di lasciare Alleanza nazionale per varare un nuovo partito, la Destra, dopo uno scontro tutt'altro che amichevole con Gianfranco Fini sul futuro e sulla collocazione politica del partito. Nulla di eclatante o di particolarmente nuovo fin qui: in politica divisioni, abbandoni, espulsioni o porte sbattute si sono sempre viste, a volte inattese, altre volte improvvise.
Il fatto è che, per la sua nuova formazione politica, aveva scelto di mettere su un fondo quadricolore una fiaccola dorata. E non era una fiaccola qualunque: per chi aveva militato a destra fin da ragazzo, era proprio lo stesso disegno della fiaccola che aveva contrassegnato i vari gruppi organizzati di quell'area politica. Il riferimento non era ovviamente casuale, ma per chi era rimasto nel partito "ufficialmente" e giuridicamente legato a quella tradizione (cioè An), l'idea che una persona di destra uscita volontariamente da quel sentiero potesse servirsi di quel segno era del tutto inconcepibile.  
Non a caso, se il 3 luglio 2007 Storace svelò il suo simbolo, il giorno dopo tentò di bloccarlo Giorgia Meloni, all'epoca vicepresidente della Camera per An e presidente nazionale di Azione giovani, associazione giovanile legata al partito. Per lei il simbolo aveva una storia che doveva essere rispettata da tutti, anche da Storace: per questo, doveva togliere quella fiaccola dal suo simbolo e lasciarla a chi l'aveva usata da sempre. Fece così diramare un comunicato e scrisse un articolo sul Secolo d'Italia, mettendo in chiaro la situazione:   
"Consideriamo non condivisibile la scelta di Francesco Storace di lasciare Alleanza nazionale ma la rispettiamo, come rispettiamo la sua storia. Proprio per questo però ci aspettiamo lo stesso rispetto per la nostra organizzazione giovanile. Storace sa bene che quella fiaccola, il simbolo che ha scelto per il suo nuovo movimento appartiene, storicamente ai giovani della destra, dalla Giovane Italia, al Fronte della Gioventù fino ad Azione Giovani. Storace sa bene che in quella fiaccola si riconoscono migliaia di ragazzi [...] sa bene quanto sia per noi rappresentativa ed identitaria la fiaccola, come sa bene che pur mantenendo fermo il principio di autonomia i ragazzi di Azione Giovani si riconoscono in Alleanza nazionale. Utilizzare il nostro simbolo per lanciare un diverso movimento significa impropriamente coinvolgere la nostra organizzazione in una diatriba che non ci interessa. Chiediamo a Storace di modificare il suo logo, perché non vorremmo mai trascinare un simbolo così importante e ricco di storia nello strumento di un'imbarazzante querelle legale".
Al di là della risposta "ufficiale", i giovani di Alleanza nazionale reagirono in modo pungente al "furto" del logo: misero in giro una taroccatura del neonato simbolo della Destra, con al posto del nome l'eloquente parola "Copioni", in un Helvetica Inserat impossibile da non vedere. A complicare le cose, peraltro, provvide un comunicato di Franco Pettenati, segretario dell'Associazione studentesca d'azione nazionale Giovane Italia, il quale sosteneva che la sua associazione non era mai stata sciolta (anzi, era giusto impegnata in un contenzioso con Stefania Craxi che nel 2004 aveva fondato un gruppo con lo stesso nome) ed era ancora titolare del simbolo rivendicato da Azione giovani e di fatto appena adottato dalla Destra; lo statuto della "vecchia" Asan-Giovane Italia, per l'esattezza, a novembre 2006 sarebbe stato "aggiornato nel corso di un'assemblea che ha riconfermato il logo", con tanto di deposito degli atti presso un notaio. 
A Storace, in ogni caso, l'attacco della Meloni e di Azione giovani non piacque per niente, a giudicare anche dalla risposta di cui è rimasta traccia in rete (almeno nella voce di Wikipedia, anche se non c'è più la pagina da cui era tratta): "Manderò la richiesta della vicepresidente della Camera alla mia mailing list, insieme al suo indirizzo di posta elettronica, così saprà direttamente da tantissimi militanti che un simbolo non è proprietà privata ma appartiene a una comunità libera di scegliere le proprie strade". Il tono - bisogna ammetterlo - era vagamente minaccioso, ma qualcuno dovette consigliare all'ex presidente della Regione Lazio di evitare grane per il futuro: tempo qualche settimana e la fiaccola prese un altro disegno, mentre anche il tricolore divenne molto più elegante e meglio disegnato. La rinuncia sarà costata, ma il simbolo ne guadagnò di certo.

Grazie di cuore a Giovanni Cadioli, giovane ricercatore, autentico politics addicted (visti i suoi studi oxoniani) e infaticabile raccoglitore di curiosità simboliche, che mi ha trovato grazie al sito e mi ha ricordato l'episodio dei "copioni".

lunedì 8 febbraio 2016

Il nuovo Pci del Giubileo Comunista

D'accordo, in senso stretto non siamo di fronte a un nuovo simbolo, ma poteva questo sito farsi sfuggire l'occasione di parlare di un vero Giubileo Comunista, convocato proprio mentre il 90% degli italiani pensava all'altro giubileo, con base a Roma ed esteso a tutte le diocesi; qui, più che di diocesi, si potrebbe parlare di sezioni e federazioni, se solo esistessero ancora. Ed è proprio per riportarle in vita che il 23 gennaio, sempre a Roma, un gruppo di persone si è ritrovato proprio in nome del comunismo "perché l'Italia - questa è la convinzione di fondo - ha bisogno dei comunisti" e perché, se i fedeli cattolici partecipano al loro giubileo con la mente al paradiso, "noi il paradiso lo vogliamo in terra".
Ma chi sono queste persone che si sono date appuntamento - hashtag #ioPCIsono - in un circolo del Quadraro, per visitare una mostra di foto e materiale storico sul Pci, discutere, (ri)evocare e ascoltare musica? "Siamo compagni e compagne, iscritti e non iscritti a partiti comunisti e di sinistra - si legge nel loro sito - che vogliono costruire il nuovo Partito Comunista Italiano. Un soggetto non nostalgico ma nuovo, che vuole raccogliere l'esperienza del PCI e riproporla in maniera totalmente rinnovata ma con lo stesso spirito di un tempo. Un partito unico e unitario, comunista e di sinistra. Un partito dove tutti devono sentirsi a casa: lavoratori, studenti, casalinghe, disoccupati, commercianti, intellettuali, precari...".
Al fondo delle riflessioni dei promotori, che hanno iniziato a muoversi e organizzarsi a novembre, c'è una certezza: dopo la fine del Pci, "tutti i diritti e le conquiste dei lavoratori, ottenuti dopo anni di lotta durissima, sono scomparsi. Costruire un nuovo Partito Comunista Italiano è la via, per noi, maestra per tornare a lottare e a conquistare quei diritti". In un mondo in cui "ci sono tanti comunisti non comunisti (provate a parlare con la base del Pd) e altrettanti non comunisti convintamente 'comunisti' (provate a parlare con la base M5S) perché comunista per loro è solo un 'aggettivo'" c'è molto da fare. Anche perché, parafrasando Qualcuno era comunista di Gaber e Luporini, "qualcuno è comunista perché quella necessità, quella spinta, verso un mondo migliore, nuovo, non si è mai spenta". Vale per chi ha sempre seguito la falce e il martello, ma anche per alcuni di quelli che si sono riconosciuti nel Crocifisso: "Don Camillo in cor suo è un comunista, come lo è Peppone - dicono - [...] vogliamo dire a voi, cattolici che guardano con sconcerto alla falce e martello, che forse siete comunisti ma ancora non lo sapete". 
Punto primo del progetto, unirsi e non dividersi: "Non pensava forse Guzzanti, quando imitò in modo eccelso Fausto Bertinotti, che le sue parole ironiche e amare potevano essere prese alla lettera dalla sinistra italiana. Ma, incredibile, è accaduto proprio questo. La linea politica del "dividiamoci sempre di più" di Guzzanti - Bertinotti è stata presa alla lettera per anni dalla sbandata sinistra italiana. Il Giubileo Comunista vuole porre fine a questa infausta politica della divisione. Noi parliamo solo di costruire, mai di dividere. Costruire il nuovo Partito Comunista Italiano, senza nostalgie, senza settarismi, per un nuovo popolo comunista che punti al governo del paese". 
Per dare corpo al progetto del nuovo Pci occorreva naturalmente trovarsi e magari in una data significativa. Il 23 gennaio, in effetti, è stato scelto perché vicino al 21, in occasione del 95° anniversario della nascita - a Livorno - del Pci, anzi del Partito comunista d'Italia (quello originale di Gramsci e Bordiga naturalmente, non quello di Procaccini e Diliberto appena ritornato in scena). Ovviamente è stato recuperato il simbolo tradizionale del Pci, con le aste delle due bandiere in versione nera; per il Giubileo, tuttavia, è stato coniato un nuovo emblema, più marchio effimero che altro, ma pur sempre di impatto. Allo scopo, è stato preso uno smiley sorridente e l'arco del sorriso è stato debitamente taroccato, trasformato in una falce-martello, quasi a voler ricordare che il comunismo non va a braccetto con la tristezza e che non dev'essere per forza consegnato alla storia o al passato, ma può convivere con il nuovo, a modo suo.
Per sapere come sarà il nuovo Pci, se davvero nascerà, si possono ascoltare gli interventi del Giubileo; di sicuro, per qualcuno falce e martello non sono affatto arrugginiti. E, se lo sono, è ora di rimetterli in sesto.

domenica 7 febbraio 2016

Quando studiare i simboli era come cacciare aquiloni e stelle

Ma chi l'ha detto, eh? Chi l'ha detto che parlare di politica debba essere sempre e solo una cosa drammaticamente seria e - ancora di più - da prendere sul serio? I frequentatori di queste pagine probabilmente lo hanno capito da un po': va bene tenersi aggiornati, seguire le mille piste che la cronaca parlamentare e non offre giorno per giorno, ma ogni tanto occorre scartare di lato e darsi al cazzeggio totale, indagando e indugiando sull'episodio, sul fatticello, sullo sgambetto, su "tutto quanto fa spettacolo" insomma. 
Che la politica sia proprio uno spettacolo (magari brutto), anzi un teatrone, Filippo Ceccarelli lo sa da sempre e lo ha immortalato nel titolo di un suo bel libro nel 2003; lì si parla anche, come è giusto, di simboli, ma verrà più avanti il tempo di (ri)leggere quelle pagine, finite su carta rilegata dopo essere naturalmente passate da quella di giornale (quella della Stampa allora, quella della Repubblica oggi).
Così, soprattutto quando sul desk del politico non ci sono notizie pesanti, cui dedicare lenzuolate in quantità, se tra le agenzie o tra le foto di giornata c'è traccia di qualche novità simbolica, può essere l'occasione per dedicare più di qualche riga non solo (e non tanto) a quel piccolo evento, ma in generale alle dinamiche grafico-pubblicitarie che hanno segnato e segnano l'agone politico in Italia. Una realtà che per anni (anzi, decenni) è rimasta ferma, ma che dagli anni '90 è letteralmente esplosa, fino ad arrivare all'epoca non ancora finita dell'instabilità totale. Non stupisce, dunque, che nel 2012 - in piena età montiana - Il Tempo abbia dedicato un articolone ai simboli dei partiti, che partendo da un possibile nuovo logo berlusconiano - l'aquilone tricolore - è andato alla ricerca delle tappe evolutive (o involutive) della storia emblematica italiana. Il pezzo, intitolato Simboli e partiti. Cacciatori di stelle e aquiloni, risulta firmato dalla redazione online, per cui probabilmente non è mai stato pubblicato su carta: merita però di essere letto e apprezzato. E magari, se a quel testo fosse stata dedicata una vera pagina, il grafico avrebbe potuto disegnarla così...   
Con l’ultima trovata di Silvio Berlusconi, un aquilone tricolore quale simbolo a sorpresa del partito ancora da battezzare, siamo entrati nella quarta stagione non di Vivaldi, ma della politica: come evocare una nuova primavera con emblemi che ispirino sogni. È inevitabile che accada in periodo di crisi. Ma il cacciatore di aquiloni arriva su un terreno aperto da un altro e forte concorrente, forse il primo ad aver colto la necessità di solleticare la speranza anche a colpi di marchio. Anche il movimento di Beppe Grillo, infatti, induce il cittadino a guardare all’insù, a fantasticare con le cinque stelle disegnate. «E quindi uscimmo a riveder le stelle»: non è, forse, il concetto ormai una suggestione universale grazie a Dante, il più grande poeta ancora vivente attraverso le sue parole? Prepariamoci, dunque, perché tra aquiloni e stelle tutto lascia presagire che sarà una campagna elettorale evocativa, la prossima. Probabilmente anche il Pd di Pierluigi Bersani sarà costretto a correre presto ai ripari, aggiornando il suo simbolo privo di voli pindarici, a parte il sempre espressivo verde, bianco e rosso che mette in risalto la ragione sociale della "ditta", e che è ormai diventato patrimonio stilistico di tutte le formazioni. Con l’ovvia eccezione della Lega Nord e della sua spada al verde, oggi più spuntata che sguainata. Giussano è triste: l’appena eletto Roberto Maroni dovrà tirarlo, anche graficamente, un po’ su. Così come dovrà ricorrere all’inventiva l’Udc di Pierferdinando Casini, specie se si trasformerà nel da lui invocato "Partito della nazione". Alle spalle ha però il precedente delle vele spiegate nel pionieristico Ccd. Ma ora dovrà volare più in alto. Questo generale "yes, we can" che già si annusa tra aquiloni, stelle, spade e vele spiegate, arriva dopo la stagione autunnale, e neppure troppo lontana della fauna e della flora. Specie nel centro-sinistra era tutto un fiorire di Ulivi e di Margherite, di Querce e perfino di Cespugli litigiosi. E poi di Asinelli scalpitanti. A destra Mariotto Segni domava l’Elefantino. Ma a differenze delle italianissime piante, più o meno cresciute nel corso del tempo, le bestie d’importazione americana non hanno portato troppa fortuna ai loro ammiratori in Italia. Diversa era stata la stagione estiva, quando la politica vedeva il sole sulle rovine della Prima Repubblica. Il biglietto da visita di quest’epoca che aborriva la parola "partito", abusata nei primi quarant’anni di politica nazionale, fu lo stemma innovativo di Forza Italia. Il più popolare incoraggiamento sportivo diventava il nome e cognome, addirittura, della lista che avrebbe vinto le prime elezioni del bipolarismo il 27 marzo 1994. Spariva la Democrazia cristiana, il marchio a lungo più consumato nel Paese, e si riesumava il nome del Partito popolare italiano pronunciato per la prima volta nel 1919 da don Luigi Sturzo. Che rivoluzione! Ma prima della svolta semantica, la politica aveva convissuto per decenni con simboli che mettevano il termine "partito" in bella mostra. Nel lungo inverno dei governi di coalizione dominarono sigle tutte uguali e tutte diverse: Pci, Psi, Psdi, Pri e Pli. Solamente i missini avevano chiamato movimento il loro partito, e solamente i radicali rivendicavano d’essere radicali, cioè “diversi dalla partitocrazia”. Formidabili quegli anni? Mica tanto, se nessuno oggi ne rivendica l’eredità etimologica. "Movimento", "Lista civica", "Lega", "Alleanza", "Unione", "Popolo", o i più lunghi "Sinistra, ecologia e libertà" e "Italia dei valori": qualunque sinonimo hanno inventato e inventeranno pur di non chiamare partito il partito. Perciò, dopo l’aquilone e le stelle aspettiamoci le galassie, le comete, gli arcobaleno, i cieli azzurri e, chissà, la luna rossa. Il viaggio per la campagna elettorale è cominciato, e i partiti sono partiti.

sabato 6 febbraio 2016

Italia patria nostra: a Grosseto in campo gli armati in congedo

Tra i capoluoghi di provincia che andranno al voto in primavera per rinnovare l'amministrazione comunale c'è anche Grosseto. Come messo in luce dai media, per molto tempo l'unica certezza elettorale era l'identità del candidato sindaco del MoVimento 5 Stelle, Giacomo Gori; il centrosinistra invece non ha ancora stabilito il candidato, che uscirà dalle primarie. 
Da alcuni giorni, in compenso, nel centrodestra è già fermo un nome, quello di Antofrancesco Vivarelli Colonna, e la coalizione che lo sosterrà sembra già piuttosto affollata: fino a pochi giorni fa, infatti, erano già sei le liste a proprio sostegno. 
Alcune sono chiaramente partitiche (Forza Italia, Lega Nord - Toscana, Fratelli d'Italia e, se si vuole, la formazione Lega Maremma, ultima evoluzione del Movimento autonomista toscano), altre  hanno una caratura più civica (Uniti per una Maremma migliore e Vivarelli Colonna sindaco). Al gruppo originario di sei liste, comunque, da pochi giorni se n'è aggiunta una settima, Italia Patria Nostra, movimento politico forze di polizia ed armate in congedo, per brevità chiamata Italia Patria Nostra, presieduto da Angelo Di Natale e con Pietro Di Mario segretario. 
La presentazione della lista non sembra casuale, dal momento che lo stesso movimento è stato fondato a Grosseto un paio di anni fa da alcuni carabinieri ed appartenenti alle Forze armate "in pensione": accanto a loro, anche civili "che, avendo come riferimento le esperienze di vita accumulate nel corso del loro lavoro, intendono avviare un progetto radicale di rinnovamento dello Stato", come si legge nel sito. "Il Movimento non è espressione di una classe politica 'di sistema', di cui si rifiutano apertamente le logiche organizzative e nemmeno di un ben definito ambito ideologico; al suo interno vige il principio dell’impersonalità attiva secondo il quale tutti sono una ricchezza in quanto apportatori di un bagaglio personale di esperienze e conoscenze utili al risultato finale, ma nessuno conta più dell’altro." 
Non stupisce che per Vivarelli Colonna l'apporto di questa lista sia importante soprattutto per consolidare la linea programmatica sui temi affini alla sicurezza (ma anche il rispetto della legalità), nonché sulle politiche "vicine ai pensionati che troppo spesso sia a livello locale che nazionale sono poco considerati". Tutto questo dovrebbe stare in un simbolo che lo statuto così descrive: "cerchio linea nera, che racchiude un tricolore - verde bianco rosso - effetto bandiera fluttuante, dal centro parte una raggiera giallo ocra, nel centro su tre righe, font Arial, con effetto scalpello la scritta "ITALIA PATRIA NOSTRA" di colore bronzo, nel cerchio intemo, con lettura in senso orario, partendo dalla stella di colore giallo con bordo nero al centro in basso, la scritta font Arial Narrow di colore azzurro con bordo leggero nero 'Movimento Politico Forze di Polizia ed Armate in Congedo'". La grafica non sembra particolarmente gradevole o d'impatto; sull'interesse dei valori, comunque, decideranno i cittadini di Grosseto.