lunedì 23 maggio 2016

Alternativa per l'Italia, new entry in Senato (con nome vecchio)

Dare periodicamente uno sguardo ai profili Facebook dei parlamentari può fornire nuovi spunti di materie da trattare. Da alcuni giorni, per esempio, la senatrice Paola De Pin come foto profilo ha un nuovo simbolo, di cui molti forse non si erano ancora accorti. Euro Exit, prima denominazione utilizzata dalla componente da lei fondata (assieme alla collega Monica Casaletto) è presente, ma senza l'emblema intravisto nei mesi scorsi e solo con il nome, collocato in alto, in posizione un po' defilata ma non troppo; la denominazione principale è invece Alternativa per l'Italia, che su uno sfondo di un azzurrino sfumato verso il bianco piazza un tricolore sviluppato in tre foglioline morbide. 
Il movimento "politico e culturale" in questione ha poche settimane di vita: in rete, in particolare, si trova l'atto costitutivo e lo statuto provvisorio dell'associazione, datato 22 marzo 2016. I fondatori sono Antonio Maria Rinaldi, Maurizio Gustinicchi (entrambi autori di Scenarieconomici.it), Luigi Pecchioli e Fabio Lugano: il loro scopo è "perseguire la diffusione dei valori fondamentali della Costituzione Repubblicana nella sua versione originale del 1948, attuando l'attività politica necessaria alla sua piena attuazione, riscattandone le garanzie perdute e ripristinando la piena Sovranità, compresa quella monetaria, e la piena indipendenza dell'Italia quale Repubblica Democratica fondata sul lavoro".
Nello statuto manca il riferimento al simbolo (dovrà essere aggiunto in seguito, se il gruppo vorrà essere riconosciuto come partito e accedere alle provvidenze pubbliche), perché solo otto giorni dopo l'atto costitutivo è stato lanciato su Scenarieconomici.it un concorso per la scelta del nuovo emblema: indicazioni valide per tutti i partecipanti, l'emblema proposto doveva essere rotondo, senza riferimenti e/o richiami a partiti/movimenti politici esistenti o passati, né tanto meno all'emblema di Alternative für Deutschland (AfD), mentre doveva contenere un richiamo al tricolore. 
Entro l'8 aprile sono arrivate ben 43 proposte (visibili in questa e in questa pagina) da sottoporre al voto dei frequentatori del sito. Il simbolo più votato (elaborato da Luca Tibaldi) e adottato in modo ufficiale il 24 aprile è stato così descritto dalla redazione: "Una giovane pianta che cresce, la vita che si sviluppa sono messaggi positivi per una Nazione stanca e tradita dai suoi governanti. Noi vediamo questo nel simbolo, ed invitiamo tutti e vedervi lo stesso e quindi a concentrarsi sui contenuti, lasciando le sterili polemiche sulle apparenze a chi, di apparenza, vive". Il corpus fondamentale del contrassegno, la piantina, è stato conservato (sono spariti solo i due piccoli elementi bianchi che davano l'idea del terreno da cui spuntava il vegetale ed è stato marcato il contorno delle tre foglie); il fondo invece è diventato bianco e il nome è stato messo decisamente in evidenza. 
La rappresentanza parlamentare in Senato - proprio grazie a Paola De Pin - è stata ufficializzata il 10 maggio, su comunicazione del presidente del gruppo Grandi autonomie e libertà, Mario Ferrara: l'etichetta della nuova formazione è stata aggiunta tra quelle comprese nella parentesi prevista dalla denominazione, tra Idea ed Euro Exit. Il nome scelto per la nuova avventura politica, tuttavia, non è nuovo: già dal 1997, infatti, esiste un atto notarile con cui è stata costituita Alternativa per l'Italia, che fa capo al cremasco Fulvio Lorenzetti e ha come simbolo una rondine con ombra tricolore
Naturalmente non si tratta affatto dello stesso soggetto politico, anzi, non ci sarebbe stato nessun contatto tra i due gruppi. Lorenzetti non ha preso molto bene la notizia: già in passato, con la nascita di Alternativa libera, aveva rivendicato la primogenitura del concetto di Alternativa, ma questa volta a essere clonato - non per forza in modo consapevole, s'intende - è stato l'intero nome. Per questo Lorenzetti ha scritto al movimento, ritenendo "legittima scelta di fondare una aggregazione associativa politica", sottolineando però che "Alternativa per l’Italia già esiste", dunque invita il gruppo "a cambiare il nome scelto in quanto già ampiamente esistente, anche a ragione di una evidente 'usurpazione nominale' risultante". Obiettivamente, come ai proponenti si è chiesto che il simbolo non facesse riferimento ad alcun emblema del passato, sarebbe stato opportuno mettere la stessa attenzione per la denominazione.

domenica 22 maggio 2016

Simboli fantastici (17): Napoli, verso il comune in infradito

E se, a ben pensare, in questa campagna elettorale che arriva fin quasi all'estate (soprattutto con le date dei ballottaggi), la mossa vincente fosse affrontarla con la levità e la calma con cui si cammina in ciabatte? Magari un bel paio di infradito, di quelle leggere e variopinte che affollano spiagge e lungomare, compreso ovviamente quello di Napoli, città che si prepara al voto di giugno.
Non ci sarebbe nemmeno troppo da stupirsi, allora, se ci si imbattesse in una grafica che porta in bella vista proprio quel tipo di ciabatta - suola color blu pervinca, stringa nera - giusto sopra al nome Napoli in infradito: un logo che ha tutta l'aria di un simbolo elettorale.
A una lista partenopea in ciabatte si potrebbe credere davvero, vista l'infornata incredibile di emblemi che finirà sulla scheda, non per forza migliori o più convincenti graficamente di questo. "Queste amministrative - racconta il creatore, Antonino Russo - hanno visto una esplosione di candidati, anche tra persone generalmente non politicanti, persone comuni; ciò si mischia ad un registro linguistico, usato durante questa campagna, davvero basso. Per me è lampante il caso di un manifesto 3x6, alle spalle di un centro direzionale, in cui un candidato utilizzava come motto politico il famoso canto degli ultras del Napoli 'Un giorno all'improvviso'... Questa sensazione alla 'tutto fa brodo' mi ha spinto a volermi unire ironicamente al coro: ho pensato di farlo usando un amico come finto candidato in una lista il più 'terra terra' possibile."
La lista, dunque, è l'unico crisma che manca a Napoli in infradito per essere realmente parte della competizione elettorale. Non per questo, tuttavia, la scelta del marchio è stata poco meditata, vista l'ampiezza di soluzioni che l'opzione "lista terra terra" poteva offrire: "Tra i vari nomi e simboli possibili, come 'Napoli in canottiera' o 'Napoli in zoccoli' - chiarisce l'ideatore del logo - 'Napoli in infradito' è risultato quello più facile da riproporre in veste grafica, anche in vista dell'avvicinarsi dell'estate". Qualche controindicazione, in effetti, c'era: i medici da anni sconsigliano quel tipo di ciabatte perché possono rovinare i piedi, senza contare che con le infradito, la corsa verso Palazzo San Giacomo - sede del comune - sarebbe diventata più difficile, dovendo per forza rallentare per non perdere le calzature per strada o non rischiare di cadere, ma i piedi di certo non avrebbero sofferto il caldo (e qualche feticista dei piedi sarebbe stato soddisfatto).  
L'autore del "simbolo fantastico", tra l'altro, non si è limitato all'elaborazione del contrassegno: si era immaginato anche una personale rilettura di uno degli appuntamenti più classici del percorso di avvicinamento al voto, ossia l'abbinamento tra cibo e propaganda, che in questo caso si traduce in un'inedita "zeppolata" elettorale. "La scelta - conclude Russo - era motivata sempre dalla volontà di mantenere uno stile 'terra terra': una cena elettorale poteva risultare un concetto troppo standard, allora era necessario svilirlo con un alimento non tipicamente utilizzato in una manifestazione elettorale per un candidato sindaco". Peccato non avere partecipato alla festa, naturalmente collocata naturalmente a debita distanza dalle elezioni: dopo le zeppole, dovutamente unte, è sconsigliabile maneggiare una scheda elettorale.

sabato 21 maggio 2016

Uniti per l'Italia, un progetto che sa di già visto

Non c'è pace per il centrodestra italiano, o per lo meno non ce ne dovrebbe essere, soprattutto dando retta a chi si occupa di retroscena in modo seriale. Movimenti continui interesserebbero quell'area politica già piuttosto travagliata: accanto alle geometrie variabili e piuttosto centrifughe di cui danno conto da mesi i media, starebbe già mettendo radici un disegno unitario, una tendenza al rassemblement che coinvolgerebbe gli attori principalida Silvio Berlusconi (e coloro che sono rimasti vicini a lui) a Giorgia Meloni, fino a Matteo Salvini.
Questo sembra di capire leggendo un articolo pubblicato ieri da Affaritaliani.it, a firma Alberto Maggi, nel quale si accenna anche a un possibile emblema per il "cartello" da presentare alle prossime elezioni politiche, per acchiappare il premio di maggioranza:
Altro che divisioni a Roma e Torino, il Centrodestra già guarda alle Politiche. E se resterà questa legge elettorale sarà inevitabile un listone unico Forza Italia, Lega, Fratelli d'Italia. E Affaritaliani.it, in anteprima assoluta, propone la bozza di quello che potrebbe essere il simbolo elettorale della lista unitaria del Centrodestra. Il logo potrà cambiare ma questo che proponiamo è stato visionato da Berlusconi, Salvini e Meloni.
Il simbolo pubblicato ieri - il Centrodestra - Uniti per l'Italia - dunque, dovrebbe essere lo strumento elettorale da mettere in campo alla prima applicazione dell'Italicum, qualora permanesse - e così dovrebbe essere - il premio di maggioranza alla lista più votata: un "listone" di centrodestra, una federazione che permetta a quell'area di confrontarsi in modo meno sbilanciato con Pd e MoVimento 5 Stelle.
Che il centrodestra, per non suicidarsi elettoralmente, debba per forza tentare una soluzione unitaria è fuori di dubbio. Non è nemmeno impossibile che il simbolo somigli a questo, ma che sia proprio quello che si vede è lecito non crederlo fino in fondo: per giungere a questa conclusione, peraltro, basterebbe guardarlo con molta, molta attenzione e avere la fortuna di seguire la politica (sul serio, mica per finta).
Alcune cose risaltano a colpo d'occhio: innanzitutto sarebbe davvero difficile immaginare che chi ora appartiene a Fratelli d'Italia o alla Lega Nord accettasse di correre sotto un simbolo che è una clonazione evidente del vecchio Popolo della libertà. Già questo basterebbe ad avere i primi dubbi; i curiosi della grafica, poi, potrebbero insospettirsi nel vedere l'espressione "per l'Italia" tutta spostata a sinistra, con il peso visivo decisamente e immotivatamente sbilanciato, una cosa che ben difficilmente si vede nei contrassegni studiati a tavolino a livello nazionale.
Al vero drogato di politica, poi, la prima vista del simbolo pubblicato da Affaritaliani.it provoca un flash immediato, un'inevitabile sensazione di déjà vu. Pochi secondi di ricerca mentale e viene in mente che l'8 maggio si è rivotato a Bolzano per eleggere sindaco e consiglio comunale e giusto domani si terrà il ballottaggio. Uno dei due contendenti, Mario Tagnin, era sostenuto dalla Lega Nord e - guarda un po' - da il Centrodestra - Uniti per Bolzano, stessa identica grafica. Anzi, se si allarga a dovere l'emblema divulgato ieri, si nota che all'inizio dell'espressione "l'Italia", in corrispondenza delle prime tre lettere, è rimasta una linea chiara discontinua: sovrapponendo i due contrassegni, si scopre che corrisponde esattamente all'ingombro delle lettere "BOL" del contrassegno originale.
Se davvero di emblema allo studio si tratta, si deve ammettere che è piuttosto frettoloso, grossolano e (anche per questo) poco credibile. Ma in politica, specie in Italia, non si può mai dare per scontato nulla e l'impossibile o l'improbabile può concretizzarsi quando meno lo si aspetta...

venerdì 20 maggio 2016

I nuovi possibili simboli di Alfano

Dovrebbe essere così...
Che il Nuovo centrodestra, come nome (e come simbolo), fosse destinato prima o poi alla rottamazione sembrava chiaro da tempo. Il varo della denominazione Area popolare, in qualche modo, ne era la chiara dimostrazione, ma nemmeno quello probabilmente doveva essere l'approdo finale. Non si tratta di una voce da retroscenisti, bensì del risultato di una ricerca che chiunque può fare nel database dell'Ufficio italiano brevetti e marchi.
Il primo a farla - o, per lo meno, a renderla pubblica - è stato Donato De Sena, in un articolo uscito ieri su Giornalettismo.it: la banca dati, infatti, restituisce sei depositi di marchi tutti datati 25 marzo, simili nella struttura e nel contenuto: le richieste di registrazione di marchio non mostrano il nome del titolare, ma il fatto che siano state trovate cercando come titolare Angelino Alfano la dice lunga. I marchi sono stati registrati per le classi 35  (pubblicità; gestione di affari commerciali; amministrazione commerciale; lavori di ufficio), 41 (educazione; formazione; divertimento; attività sportive e culturali) e 45 (servizi giuridici; servizi di sicurezza per la protezione di beni e di individui; servizi personali e sociali resi da terzi destinati a soddisfare necessità individuali).
Benché le immagini non siano disponibili, la descrizione mostra che si tratta sempre di "un quadrato blu al cui interno nella parte destra viene riportato un cuore con bordo giallo il cui lato è formato da quattro stelle gialle di dimensioni diverse" e, al centro del quadrato, una delle seguenti denominazioni, scritte in bianco: "Italia Popolare", "Unione Liberale Popolare", "Unione Popolare", "Unione per l’Italia", "Unione Popolare Italiana" e "Unione Popolare Liberale"; le scritte sono su due o su tre righe a seconda della lunghezza della dicitura. 
Da un certo punto di vista, tuttavia, la notizia potrebbe già essere un po' datata (e non certo per colpa di chi l'ha data per primo, che invece ha ben cercato e trovato). A ben guardare, infatti, le richieste di registrazione marchi sono state depositate una settimana dopo la "prima apparizione" del simbolo di Area popolare con il cuore "stellato" (datata 17 marzo) e un paio di settimane prima che il segretario generale del Partito popolare europeo chiedesse ad Alfano di rimuovere dal logo ogni riferimento grafico all'emblema del Ppe, invito accolto poco meno di un mese fa con la rimozione delle stelle, almeno dai contrassegni destinati all'uso nelle prossime elezioni. Per questo, è probabile che tutti gli emblemi di cui si parla siano poi ritoccati con il cuore intero, senza stelle.
L'articolo di De Sena nota che altri nomi emergono dai siti "bloccati" per conto di Alfano, come emerge da altre esplorazioni della rete: "Davide Tedesco, spin doctor di Alfano, già intestatario di Nuovocentrodestra.it e Angelinoalfano.it, il 20 aprile si è impossessato di Unionedeipopolari.it e Unionedeipopolari.com, e contemporaneamente anche di Popolariitaliani.it". Unione dei popolari e Popolari italiani, tuttavia, non rientrano tra le combinazioni depositate come marchi.
Anche tra gli emblemi proposti come marchi, peraltro, qualcuno ha meno possibilità di essere impiegato. Il riferimento è innanzitutto a Italia popolare, soggetto politico fondato nel 2004 da Alberto Monticone, che da anni utilizza - soprattutto a livello locale - una rielaborazione del vecchio simbolo del Ppi (dal gruppo registrato come marchio) e che già aveva impedito l'uso dello stesso nome a Gianni Alemanno (che poi ripiegò su Prima l'Italia). Potrebbe però essere fuori mercato anche Unione popolare, trattandosi di un movimento che depositò il proprio contrassegno e candidature alle elezioni politiche del 2013: ne era segretaria Maria Di Prato e in rete si può ancora leggere il programma di allora. Onde evitare guai, diffide e accuse, Alfano e i suoi farebbero bene a ripiegare su altre scelte...

giovedì 19 maggio 2016

In memoria di Marco Pannella: una storia, tanti simboli

La mia passione (o perversione, chissà) per i simboli dei partiti è nata presto. Doveva essere l'anno del Signore 1987-o-giù-di-lì, non avevo 4 anni e per la prima volta mi imbattei in quegli strani disegni, sui santini elettorali e sui fac-simile di scheda (premurosamente inviati a domicilio dai partiti), ma anche in televisione nei dibattiti e nelle lunghe dirette che venivano dopo il tiggì e proseguivano fino a notte inoltrata. I bambini sono attratti dai colori e in quei cerchi illustrati di colore ce n'era: le schede date ai seggi erano ancora stampate in un triste bianco e nero, ma per quel bambino non ancora quattrenne era difficile saperlo.
In quei giorni, in quella notte appena accennata - l'età imponeva pur sempre di non andare a letto tardi - si mescolarono falci, martelli, scudi, garofani, fiamme, soli e quant'altro. Un simbolo, però, attirò la mia attenzione: conteneva una rosa di cui si vedevano bene la corolla rossa (con varie sfumature) e un pezzo del gambo con due foglie; il resto era stretto in un pugno, bianco o comunque chiaro; il tutto però era seminascosto da una strana fascia diagonale nera. Il Partito radicale aveva schierato quel fiore fin dal 1976; quattro anni dopo aveva scelto di "abbrunarlo", di listarlo a lutto in segno di partecipazione alla lotta contro lo sterminio per fame e guerra perseguito dai "signori della guerra" e dai "potenti del mondo e d’Italia" (così si leggeva nella mozione congressuale del 1980). 
In quell'anno di grazia 1987 erano in molti a vestirsi di quel simbolo: ai miei occhi non passò inosservata una donna dai lunghi capelli biondi e dal curioso accento straniero, che rispondeva al nome di Anna Elena Staller (nota come Cicciolina anche a chi ne ignorava l'insolita professione); anche quella volta, tuttavia, il nome più in vista era quello del leader indiscusso del partito (anche se in quel momento il segretario era Giovanni Negri), uno che all'anagrafe si chiamava Giacinto, ma per tutti era semplicemente Marco Pannella.
Basterebbe questo, a pensarci bene, a spiegare perché è giusto, quasi sacrosanto che I simboli della discordia renda omaggio a lui, dopo che il suo cuore poche ore fa si è fermato (e non per protesta). Potrebbe bastare, ma in effetti non basta: il nome di Pannella è legato a doppio filo, oltre che alla storia dei radicali in Italia (fatta di pagine nobili e di momenti difficili come quello attuale), anche a quella dei tanti simboli utilizzati negli anni, in equilibrio tra conservazione e novità piccole o grandi. Una storia che ho cercato di raccontare da poco in un articolo per la rivista giuridica Nomos - Le attualità nel diritto, analizzando passo a passo l'evoluzione giuridico-organizzativa dei soggetti politici radicali e dei loro emblemi.
Per descrivere Marco Pannella - se non si ha il tempo di leggere la biografia "non autorizzata" (e ormai un po' datata) di Mauro Suttora Pannella-Bonino Spa (Kaos, 2001) - ci si può affidare all'intuizione di Edmondo Berselli, per il quale già nel 2004 "trasgressore o tutore, plagiario, eversore o garante, Marco Pannella è - e, ammettiamolo pure, viene difficilissimo oggi dover dire 'era' - un’autobiografia della nazione politica". Per capire le evoluzioni dell'area radicale soccorre invece una frase scritta da Pannella nella prefazione a Underground: a pugno chiuso (1973) di Andrea Valcarenghi: "Abbiamo dovuto e forse saputo [...] inventar tutto, rifiutare ogni strumento esistente, ogni scorciatoia, ogni facilità, per poter avanzare almeno di un poco. [...] La fantasia è stata una necessità, quasi una condanna, piuttosto che una scelta". La fantasia come necessità è diventato il titolo di un bel libro di Alessandro Di Tizio (Lindau, 2005), nato per raccontare a tutti l'azione politica radicale: lo stesso principio, però, si applica alle formazione e ai simboli radicali. 
Se le scadenze elettorali e le dinamiche politiche per i radicali non sono situazioni per raccogliere consenso, ma occasioni per proporre agli elettori battaglie politiche, le idee da perseguire e le persone che le portano avanti contano di più delle strutture con cui si opera: partiti, movimenti e liste, dunque, vengono concepiti secondo le intuizioni del momento, hanno un ciclo vitale "naturale" e questo, serenamente, può concludersi, dunque è del tutto normale adattare nomi e simboli alle battaglie più urgenti del momento o anche lasciare che si estinguano, se hanno fatto del tutto il loro tempo. In casa radicale questo concetto viene identificato come "biodegradabilità" di strutture e simboli e il tutto richiede, indubbiamente, molta fantasia per trovare di volta in volta la veste più adatta alla causa.
Per questo, "regnante" Marco Pannella, sono stati creati e ritoccati decine di simboli, a volte più duraturi, altre volte - come nell'anno di non troppa grazia 1979 - durati giusto il tempo di depositarli al Viminale per evitare fastidiose copie o tenersi aperta la possibilità di alleanze e apparentamenti. Altre volte sono stati procacciati all'estero, quando è parso che potessero essere efficaci anche qui da noi: pochi forse sanno che il "sole che ride", tuttora simbolo dei Verdi, era stato acquistato proprio dai radicali di Pannella dagli antinuclearisti danesi che ne erano titolari e ceduto gratuitamente prima all'associazione Amici della Terra, poi alla nascente Federazione delle Liste verdi.
Il caso più famoso, tuttavia, è quello della "rosa nel pugno", diventato presto in Italia metonimia dei radicali - come si capì già dal nome di una raccolta di scritti curata da Valter Vecellio, Il pugno o la rosa - ma che si era affermato in origine tra i socialisti francesi, in corrispondenza dell'arrivo alla guida del partito di François Mitterand, prima di diventare un segno internazionale del socialismo. La storia dell'approdo dell'emblema in Italia passa ovviamente attraverso Marco Pannella, ma i contorni della storia ormai sono impossibili da definire con precisione. Proprio lui ha parlato spesso di un viaggio a Parigi (o forse al congresso di Epinay, chissà) nei primi anni '70 con l'allora segretario socialista Giacomo Mancini, interessato come lui a poter utilizzare l'emblema in Italia ma senza contare del necessario sostegno dell’intero Psi, ancora legato a falce e martello. 
Immagine messa
a disposizione
 da Massimo Gusso
Il simbolo fu concesso al Partito radicale - secondo qualcuno Pannella lo sfilò nottetempo a Mancini, ma queste sono leggende metropolitane - e venne adottato prima con una rilettura grafica del tema (dal 1974, con il disegno di Piergiorgio Maoloni), poi in modo ufficiale dal 1976; nel 1981, però, i radicali persero una causa con Marc Bonnet, autore del disegno della rose au poing (forse non c'era stato un accordo economico con lui per usare il segno come emblema in Italia) e si firmò un regolare contratto per sanare il tutto, col pagamento di parecchia moneta sonante (per Maurizio Turco erano tra i 50 e i 60 milioni di lire). 
Nel 1988, in corrispondenza dell'evoluzione del soggetto politico in Partito radicale transnazionale, il simbolo andò "in pensione", lontano per statuto dalle urne (e comunque sostituito dall'emblema di Gandhi disegnato da Paolo Budassi); di quando in quando, tuttavia, ha fatto capolino su vari contrassegni del mondo radicale, fino all'esperimento - durato poco - dell'alleanza con i socialisti dello Sdi, proprio nel segno della Rosa nel Pugno. 
In queste ultime settimane l'area radicale sta vivendo un periodo difficile, la scelta di alcuni iscritti a Radicali italiani di partecipare alle elezioni comunali a Roma e Milano con liste aventi la parola "radicali" nel simbolo ha provocato molte discussioni, incontrando il favore di chi chiede a gran voce l'impegno in tante battaglie sui diritti in Italia e la contrarietà di chi chiedeva di rispettare gli statuti dell'area radicale, in base ai quali i vari soggetti "in quanto tali e con il proprio simbolo" non partecipano alle elezioni. Non potrà essere Marco Pannella, magari con uno dei suoi discorsi fluviali, a facilitare un accordo tra i radicali: dovranno essere loro - da soli, stavolta - a trovare la sintesi. Sarebbe un peccato perdere quella voce di laicità e impegno: personalmente auguro loro con tutto il cuore di riuscirci.

Il Grillo (parlante) scacciato dalla scheda di Torino

La seconda decisione di rilievo "simbolico", resa dal Consiglio di Stato ieri sera, appare decisamente meno condivisibile rispetto a quella riguardante l'uso della fiamma tricolore: il riferimento è all'esclusione - o così sembra di capire dal testo delle decisioni - della Lista del Grillo parlante sempre dalle elezioni comunali di Torino.
Come si è detto pochi giorni fa, il Tar del Piemonte ha sostanzialmente escluso dalla competizione elettorale per il capoluogo piemontese la lista citata, parte della coalizione che sostiene la candidatura a sindaco di Gianluca Noccetti, rilevando la potenziale decettività del simbolo adottato. L'imponenza grafica della parola "Grillo" (unita tra l'altro all'espressione No Euro, riecheggiante battaglie condotte dal fondatore del M5S), proprio alla prima occasione in cui il contrassegno del MoVimento 5 Stelle non riportava più il riferimento al sito Beppegrillo.it, rischiava per il Tar di sviare gli elettori, deviando verso la lista in oggetto voti in teoria diretti ai 5 Stelle.
Si era già detto che il ragionamento non sembra corretto, sia per la "storicità" della Lista del Grillo parlante (esiste dal 2008, prima che nascessero le Liste Civiche a 5 Stelle) e dell'emblema No Euro (creato nel 2003), sia per il gran numero di ammissioni delle liste in varie occasioni, tutt'al più con la variante al plurale "Grilli parlanti" - tanto più che alle precedenti amministrative a Torino nel 2011 il simbolo ora escluso era stato ammesso, al pari di quello del M5S - sia per il metro di giudizio seguito in occasione delle elezioni amministrative, tradizionalmente meno severo rispetto a quello adottato per le elezioni politiche ed europee. 
Sostanzialmente su questa linea si è mosso, ovviamente, il ricorso di Noccetti e del delegato di lista Massimo Calleri: l'atto si fonda poi, oltre che su questioni procedurali (che peraltro meriterebbero adeguata attenzione da parte dei tecnici), sull'assoluta non confondibilità grafica degli emblemi (evidenziata dalla stessa Commissione elettorale circondariale e persino dal Ministero dell'interno) e sulla non riconducibilità legale della parola "Grillo" al M5S (lo proverebbero il rifiuto degli attiVisti a essere chiamati "grillini" e l'affermazione di Grillo di non essere a capo di alcun movimento).
Non sono stati di questo avviso, invece, i giudici di Palazzo Spada: 
A ben vedere, la questione della confondibilità tra i contrassegni delle parti odierne è stata in sostanza già valutata da questo Consiglio in relazione ad altra tornata elettorale.In quell’occasione, si è ritenuto che “per come descritti, i due contrassegni potrebbero apparire prima facie differenti, ma ad un attento esame risultano suscettibili invece di ingenerare confusione per via del testo e della sua articolazione, atteso l'assoluta evidenza che nella lista del GRILLO Parlante viene riservata a grandi caratteri al termine GRILLO, che corrisponde al cognome del leader della lista del Movimento 5 Stelle Beppegrillo.It. Da ciò la possibilità di indurre gli elettori in errore al momento di determinarsi circa la espressione del voto, considerata anche la rilevanza che nel presente periodo storico in quasi tutti i contrassegni elettorali assume la indicazione del leader del Partito. Conclusivamente il contrassegno della Lista del grillo parlante risulta strutturato, nel suo complesso, in modo tale da poter sviare gli elettori eventualmente interessati ad esprimere il loro voto per la lista MOVIMENTO beppegrillo.it" (cfr. Cons. Stato, V, n. 2145/2012).L’elemento distintivo enfatizzato dagli appellanti, consistente nella scomparsa del nome Grillo dal contrassegno attuale del Movimento 5 stelle, e tanto meno altri aspetti grafici o testuali secondari, pure mutati nei contrassegni attualmente a confronto, non mettono in discussione l’indiscutibile consolidato legame tra detto nome e il Movimento, come rimarcato dal TAR. A diversa conclusione non può condurre la considerazione della posizione formale rivestita all’interno del Movimento 5 stelle, così come i rapporti esistenti circa la disponibilità del nome e del simbolo del Movimento; e nemmeno i comportamenti tenuti in altri contesti elettorali dai movimenti politici in causa.Infatti, ciò che conta, nella stessa prospettiva indicata dagli appellanti, è che la configurazione del contrassegno sia idonea ad ingannare l’elettore medio, proprio alla luce della “rilevanza grafico/simbolica dei due contrassegni e della portata dell’endiadi significato/significante espressa dagli stessi”, che, ad avviso del Collegio, correttamente il TAR ha ritenuto confondibili. 
La sentenza, dunque, equivale a dire che non ha alcun effetto che nel 2011 il MoVimento 5 Stelle non abbia ritenuto confondibile il simbolo "incriminato" (o, per lo meno, non abbia ritenuto di dover fare ricorso): l'emblema era comunque in grado di ingannare gli elettori e questo è stato valutato dal Tar e dal Consiglio di Stato. Di più, lo stesso simbolo escluso dai giudici amministrativi è stato ammesso senza alcuna riserva a Roma e correrà regolarmente: un'incongruenza davvero difficile da ammettere e stupisce che non sia stata minimamente presa in considerazione.
Ciliegina sulla torta, respingendo il ricorso della Lista del Grillo parlante, il Consiglio di Stato ha confermato la decisione di primo grado, la quale aveva disposto "l’esclusione della lista". Una formulazione di questo tipo non sembrava concedere spazio alla Lista del Grillo parlante la possibilità di cambiare il contrassegno, possibilità che invece avrebbe avuto se la Commissione elettorale circondariale avesse ritenuto l'emblema confondibile a prima vista. Persino nel 2004, quando il Consiglio di Stato - prima delle elezioni europee - ritenne che il simbolo della lista Verdi Verdi - Verdi Federalisti fosse confondibile con quello della Federazione dei Verdi e che per evitare la confondibilità bastasse ingrandire la "pulce" della "Lista abolizione scorporo" inserita per evitare la raccolta di firme, si limitò a dire che l'istanza dei Verdi doveva essere accolta, per cui ci fu il modo almeno di ridisegnare l'emblema
Oggi Noccetti e gli altri si sono presentati alla commissione chiedendo di sostituire l'emblema con quello ammesso nel 2013 e nel 2014 dal Viminale, la richiesta è stata protocollata ma nel frattempo il sorteggio per l'ordine dei simboli sulla scheda - dopo che era stato riescluso il Msi - era già stato fatto, probabilmente sulla scorta dell'esclusione del Grillo parlante operata dal Tar. Se non arriverà nessuna risposta, il gruppo di Noccetti proporrà un ricorso ex art. 700 c.p.c. al tribunale civile di Torino. Sarà sufficiente questo per rimuovere quest'anomalia grave, ai limiti della compressione di un diritto?

mercoledì 18 maggio 2016

Torino, il Consiglio di Stato esclude la fiamma del Msi

I pronunciamenti del Consiglio di Stato di oggi, oltre a riammettere anche la seconda lista di Stefano Fassina, sono tornati anche sui due casi simbolici sollevati nei giorni scorsi dal Tar Torino. Uno di questi si è concluso nel modo giuridicamente più logico: il riferimento è al caso del Movimento sociale italiano di Gaetano Saya e Maria Antonietta Cannizzaro, le cui liste sono state bocciate nei comuni di Torino e Carmagnola dalla Commissione elettorale circondariale per la presenza (ritenuta indebita) della fiamma tricolore, ma erano successivamente state riammesse dai giudici amministrativi di primo grado, ritenendo che non vi fosse alcuna confondibilità con il contrassegno di Fratelli d'Italia e che l'uso della fiamma fatto dal partito di Giorgia Meloni, pur presente in Parlamento, non poteva ritenersi "tradizionale" e dunque non poteva creare alcuna "precedenza" per quell'emblema.
I giudici di Palazzo Spada, invece, hanno di nuovo escluso il simbolo - in particolare con riferimento alla lista presentata a Torino, con candidato sindaco Roberto Salerno - proprio in virtù della presenza della fiamma. Questo è il contenuto della sentenza, per la parte che interessa: 
L’art. 14, comma 6, del d.P.R. n. 361 del 1957 prescrive, infatti, che «non è ammessa inoltre la presentazione da parte di altri partiti o gruppi politici di contrassegni riproducenti simboli o elementi caratterizzanti simboli che per essere usati tradizionalmente da partiti presenti in Parlamento possono trarre in errore l’elettore».Analogamente l’art. 33, comma 1, lett. b), del d.P.R. n. 570 del 1960, richiamato dalla Commissione, stabilisce che essa «ricusa i contrassegni che siano identici o che si possano facilmente confondere con quelli presentati in precedenza o con quelli notoriamente usati da altri partiti o raggruppamenti politici, ovvero riproducenti simboli o elementi caratterizzanti di simboli che, per essere usati tradizionalmente da partiti presenti in Parlamento possono trarre in errore l’elettore».Si deve rilevare, anzitutto, che le disposizioni in esame si riferiscono, testualmente, anche agli elementi che caratterizzano il contrassegno e non necessariamente al contrassegno nel suo complesso, stante la indubbia e, si direbbe, la spesso esclusiva capacità connotativa dei simboli più che del contrassegno in toto considerato.Ora la “fiamma tricolore”, come ha rilevato la Commissione nel provvedimento di ricusazione contestato, costituisce un elemento incontestabilmente e profondamente caratterizzante, per ragioni di ordine storico prima ancora che ideologico, il contrassegno di “Fratelli d’Italia – Alleanza Nazionale”, utilizzato in modo stabile e, comunque, tradizionalmente da tale forza politica presente attualmente in Parlamento.E tanto è stato accertato, del resto, anche dall’Ufficio Elettorale Centrale Nazionale della Corte Suprema di Cassazione, nella decisione del 19.1.2013, laddove ha chiarito che la finalità tutelata dall’art. 14, comma 6, del d.P.R. n. 570 del 1960 è quella di orientare correttamente l’elettore nella sua scelta consapevole, costituendo circostanza con sicuro potenziale decettivo la presentazione di un contrassegno contenente un simbolo – la fiamma tricolore – dotato di capacità identificativa del patrimonio politico e del bagaglio ideologico di un movimento che sia presente in Parlamento.Nella conoscenza degli elettori, come ha rilevato la Cassazione in tale decisione, il simbolo suddetto rimane legato ad un determinato tessuto ideologico-politico, dal quale essi devono poter distinguere le connotazioni peculiari di altri movimenti.Tanto basta a ritenere non rilevanti, ai fini del presente giudizio, tutte le considerazioni svolte nel controricorso dal Movimento Sociale in ordine alla storia del movimento, al preuso del simbolo, alla legittimità del suo utilizzo e alle controversie che ne hanno caratterizzato la tormentata storia.Tali considerazioni, recepite dalla sentenza impugnata, non sono in grado di superare il dato decisivo qui evidenziato e, cioè, che la indubbia idoneità decettiva della fiamma tricolore, per il suo pregnante significato simbolico, costituisce elemento che pienamente giustifica, ai sensi delle sopra esaminate disposizioni, l’esclusione della lista dalla competizione elettorale.Ne segue che, in accoglimento dell’appello, la sentenza impugnata deve essere riformata, con conseguente esclusione della lista “Destra Nazionale – M.S.I.”.
Come si vede, il Consiglio di Stato, pur non richiamando la continuità giuridico-associativa tra il Msi-Dn fondato da Giorgio Almirante e Alleanza nazionale (così come rivendicata, invece, nel ricorso di Fratelli d'Italia), ha però riconosciuto come la fiamma sia "un elemento incontestabilmente e profondamente caratterizzante, per ragioni di ordine storico prima ancora che ideologico, il contrassegno" di Fdi-An: si parla effettivamente di uso tradizionale ma, prima ancora, di uso "in modo stabile", cosa che può dirsi comprovata dal 2014 in poi e che è stata confermata anche dall'approvazione dello statuto di Fdi (contenente pure il simbolo "conteso") da parte della Commissione di garanzia degli statuti dei partiti politici.
Per sottolineare che quella fiamma rimandava comunque ad An, viene citata la decisione dell'Ufficio elettorale centrale nazionale all'inizio del 2013, alla vigilia delle elezioni politiche, resa sempre contro il Msi-Cannizzaro: è vero che in quel momento la Fondazione An non aveva ancora concesso a Fdi l'uso del simbolo, ma si poteva confermare allora come stavolta che costituiva "circostanza con sicuro potenziale decettivo la presentazione di un contrassegno contenente un simbolo – la fiamma tricolore – dotato di capacità identificativa del patrimonio politico e del bagaglio ideologico di un movimento che sia presente in Parlamento". Allora si parlava di An (che in Parlamento non c'era più da qualche anno, ma era ancora presente nella mente di molti), ora si parla di Fratelli d'Italia, che di quel simbolo ha ottenuto l'uso.
Più ancora che tutte le vigente legate alla (ri)costituzione del Msi, alla registrazione della fiamma come marchio e opera dell'ingegno e alla stessa titolarità riconosciuta in sede civile (con sentenza non passata in giudicato) al gruppo della Cannizzaro, il Consiglio di Stato ha ritenuto rilevante "la indubbia idoneità decettiva della fiamma tricolore, per il suo pregnante significato simbolico", per cui doveva ritenersi pienamente giustificata l’esclusione della lista dalle elezioni. E poco importa che l'identità riguardasse solo un particolare del contrassegno di Fdi, evidentemente diverso in una visione "globale" rispetto a quello del Msi-Cannizzaro: il "particolare" non era un elemento qualunque, ma una parte caratterizzante e lo stesso testo delle disposizioni da applicare consentiva una valutazione analitica del segno. Occorre dare atto ai giudici amministrativi di seconde cure, dunque, di avere correttamente interpretato le disposizioni e di avere inquadrato il caso in maniera giuridicamente credibile, anche se il tutto si è tradotto nell'esclusione di uno dei concorrenti dalla competizione.

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Postilla del 19 maggio

In coda a questo articolo, bisogna correttamente dare conto anche della posizione del Msi, che, dopo la sentenza di ieri, è intervenuto con il candidato escluso, Roberto Salerno: questi ha lamentato come "il Consiglio di Stato, proprio su ricorso del partito, Fdi, che lo sta utilizzando illegittimamente ha escluso un partito che, invece, per sentenza esecutiva (Firenze) ne ha pieno possesso e proprietà e che il Tar Piemonte riconosce anche sotto altri profili (confondibilità e uso tradizionale) ammesso alla competizione elettorale". Per lui si tratta di "un vulnus alla vita democratica della Nazione che altera e condiziona gli equilibri politici nazionali, essendo Torino una città di 1 milione di abitanti", pertanto occorre "trovare una immediata risposta sia in sede penale che civile, che non tarderà ad arrivare specie per i particolari che ora dopo ora cominciano a comporre un quadro inquietante di intrecci e rapporti a cominciare dalla presenza senza alcun titolo del sig. Ignazio La Russa a Palazzo Spada nelle ore che hanno preceduto la sentenza".
Giusto il 16 maggio, infatti nel sito del Msi-Cannizzaro si leggeva - in una "lettera aperta" alle massime autorità - che "in data odierna, il sig. La Russa Ignazio, di Fratelli d'Italia, si trovava all'interno del Consiglio di Stato, uscendo da una stanza, a braccetto con un Alto esponente del Consiglio stesso, negli stessi minuti il Sig. Andriani Avvocato della Fondazione di AN, presentava un ricorso contro la sentenza del Tar Piemonte, in merito alla ricusazione delle liste del M.S.I. – Destra Nazionale. Poiché tale atteggiamento ravvisa un dolo specifico da parte del membro appartenente al Consiglio di Stato [...] chiediamo alle Supreme Autorità dello Stato di intervenire in tal senso, Annunciando sin d’ora che procederemo con denuncia penale nei confronti del sig. La Russa, unitamente al Consigliere coinvolto". Questo elemento, ovviamente, non tocca in alcuna maniera le riflessioni giuridiche svolte ieri, ma è corretto riportarlo per non nascondere le lamentele della parte che in Consiglio di Stato ha avuto la peggio.