domenica 16 settembre 2018

"Semplicemente +Europa": l'annuncio (e i moniti) di Emma Bonino

Non si può dire che sia proprio una novità il fatto che Emma Bonino considerasse il suo nome pronto a lasciare il simbolo di +Europa: lo ha ribadito in tante occasioni e anche questo sito se n'è occupato poco più di un mese fa. Ieri, però, il punto è stato ribadito con la stessa forza in un evento decisamente importante: Bonino, infatti, è intervenuta all'evento "+Europa2019", che guarda chiaramente alle elezioni europee dell'anno prossimo (un traguardo che la stessa senatrice aveva definito possibile ma non essenziale, anche per la difficoltà di trovare fondi adeguati per la campagna elettorale) e nel frattempo pensa a strutturare meglio il nuovo soggetto politico su tutto il territorio nazionale.
Nel suo intervento, che assieme a quello di Benedetto Della Vedova ha concluso l'evento di oggi, Emma Bonino ha trattato in chiusura la questione del suo nome:
Come sapete ho fatto con entusiasmo e qualche fatica tutta la parte, diciamo fino al 4 marzo e dopo, e ho dato il mio nome alla lista di +Europa, proprio per i tempi stretti ho pensato e penso - magari per arroganza, non lo so, ma devo anche dire che mi è stato richiesto con una qualche insistenza, diciamo così - [...] che questo abbia favorito la conoscibilità e la riconoscibilità politica del simbolo. Sono fiera di averlo fatto, mi sono anche incazzata tantissime volte, voi non sapete quante. Ma adesso che la lista elettorale si è trasformata in un processo politico è naturale, serio che si chiami semplicemente +Europa. 
Il simbolo, dunque, si appresta a svuotarsi; non ha nemmeno più bisogno ufficialmente della "pulce" del Centro democratico, visto che in Parlamento ci è arrivato con le elezioni e alle europee del 2019 potrà presentare liste senza alcun problema, magari esentando altre formazioni che entrassero sotto lo stesso contrassegno (alle prossime politiche invece la questione sarà più problematica, visto che non esiste alcun gruppo parlamentare di +Europa, ma se parlerà a tempo debito). Può essere che in futuro, proprio per le elezioni europee, il contrassegno arrivi a contenere motti o altre scritte nella parte inferiore, ma di certo non ci sarà più il nome di Emma Bonino, che - come ha ricordato più volte - non ha alcuna intenzione di candidarsi alle elezioni europee (soprattutto perché, in caso di elezione all'Europarlamento, dovrebbe dimettersi dal Senato provocando un'elezione suppletiva) e dunque non vuole comparire di nuovo sul simbolo, che ora avrà il tempo di farsi conoscere da sé grazie alle attività del soggetto politico.
"+Europa non è il partito di Emma Bonino, - ha precisato lei - è il movimento che vorrete voi, insieme ovviamente. Emma Bonino in qualche modo è ognuno di noi, è ovviamente insieme a Radicali italiani, insieme a +Europa"; la senatrice ha avuto persino modo di scherzare aggiungendo "Ancora non ho capito se mi iscrivo al Centro democratico, però secondo me alla fine...". Battute a parte, Bonino ha ricordato l'importanza dell'apporto di ciascun militante al nuovo partito, "a partire dall'atto più militante di tutti che banalmente si chiama iscrizione"  (infatti si è iscritta il giorno stesso a +Europa, pagando 5mila euro per l'iscrizione).
Il discorso di fondo, nel passaggio dalla lista al partito, non è cambiato: "Non stiamo dicendo Europa e basta, ma +Europa - ha detto ancora Bonino - questa Europa non è quella che avremmo voluto ma solo difendendola potremo migliorarla. Ho paura del nazionalismo perfetto. Preferisco un'Europa imperfetta su cui si possa lavorare". L'idea, per il coordinatore Benedetto Della Vedova, è di costruire "una piattaforma aperta a tutti gli europeisti che amano il diritto, i diritti e la libertà e sanno che oggi in Europa l'Unione fa la forza, la forza di ciascuno di noi". Il congresso in programma servirà dunque "a creare le condizioni per un successo alle elezioni europee di maggio. Che saranno decisive per l'Europa e l'Italia", contribuendo a costruire a Bruxelles "una rete che condivida una comune piattaforma sull'Europa, superando di slancio l'ipocrisia delle famiglie politiche europee divise all'interno", per creare una vera famiglia federalista che abbia una voce sola al Parlamento europeo.
A mettere in guardia però dal rischio di risultati elettorali deludenti ha pensato ancora Emma Bonino. Dopo aver ricordato che occorre non dare mai "neanche la sensazione che siamo un movimento solo elettorale", puntando piuttosto su contenuti e iniziative, ha messo in luce un punto ben preciso: "Non dobbiamo, a mio avviso, non dovete [...] sprecare il simbolo: dobbiamo stare attenti, perché è il nostro patrimonio e quindi come tutti i patrimoni va maneggiato, diciamo, con cautela". E, ove il riferimento allo spreco del simbolo non fosse stato abbastanza chiaro, la senatrice ha parlato in modo ancora più netto: "Ci sono occasioni elettorali che possiamo anche saltare: decidiamolo insieme, ma non l'ha prescritto il medico, è una scelta politica, di grande senso politico e quindi dobbiamo esserne consapevoli". Non è da escludere che Emma Bonino si riferisse, oltre che alle regionali lucane e abruzzesi imminenti, anche alle stesse elezioni europee, ove per esempio il partito non arrivasse abbastanza pronto e rischiasse di non raggiungere il 4%, esito che assesterebbe un colpo molto duro alla solidità del progetto +Europa. Non dover raccogliere le firme, insomma, non significa in automatico partecipare, se si rischia una figura grama.

martedì 11 settembre 2018

Depositato come marchio il simbolo del Partito Gay... ma ce n'era già uno

La notizia, in questi giorni, è rimbalzata su più mezzi di comunicazione: qualcuno ha iniziato a credere all'appetibilità di un partito gay o comunque di una forza politica impegnata innanzitutto (ma non solo) a tutelare i diritti delle persone omosessuali, al punto da evidenziarlo nel proprio nome. Sul Tempo lo si è letto il 9 settembre, dopo che a scoprire il tutto era stata l'Adnkronos. 
A destare curiosità era stato soprattutto il deposito come marchio - il 30 agosto - presso l'Ufficio italiano brevetti e marchi di due grafiche, tutte a nome di Fabrizio Marrazzo, portavoce del Gay Center e attivista Lgbt, noto anche per essere stato presidente dell'Arcigay di Roma.
Il potenziale simbolo del Partito Gay è così descritto nel database dei marchi: "Scritta Partito Gay all'interno di un cerchio con una linea a 6 colori (rosso, arancione, giallo, verde, blue e viola) sotto la parola Gay, ed all'esterno del cerchio in alto le parole: Europa Italia. Tutte le scritte sono in carattere Calibri di colore nero". Era costruita allo stesso modo la grafica della Lista Gay, che semplicemente sostituiva la parola "partito" con "lista". In un certo senso, il riferimento all'Europa e all'Italia ricorda il simbolo usato alle politiche dalla lista Insieme (presentata da prodiani, Psi, verdi e Area civica), anche se le due parole sono presentate in ordine inverso e, in questo caso, sul bordo esterno del cerchio e non all'interno.
Fabrizio Marrazzo, intervistato dall'Adnkronos, ha spiegato che al momento "si tratta ancora di un'idea embrionale. Ma siamo disposti a scendere in campo qualora la politica si dimostrasse sorda alle nostre richieste. Con questa iniziativa vogliamo soprattutto dimostrare che promuovere temi come i diritti delle persone omosessuali non fa perdere voti". Lo avrebbe dimostrato un sondaggio commissionato da GayCenter alla Euromedia Research di Alessandra Ghisleri (i dati sono stati presentati in conferenza stampa alla Camera il 23 gennaio), in base al quale il 6,2% degli intervistati si sarebbe detto disposto a votare per una "lista gay" (anche se finora nessuno lo ha mai proposto), mentre la nascita di un movimento simile sarebbe vista comunque con favore dal 27,3% del campione, segno che - secondo Marrazzo - "i temi delle battaglie storiche Lgbt sono trasversali nel panorama politico italiano. Gli elettori Lgbt sono presenti in tutti i partiti". Un progetto politico simile otterrebbe consenso soprattutto tra i giovani (anche oltre il 14%) e avrebbe un successo diverso in base alla scelta di presentarsi da solo (1,6%), con il centrodestra (1,9%), con Leu (2,1%), con il Pd (3%) o con il MoVimento 5 Stelle (anche il 4%).
Posto che non è affatto scontato che l'idea di questo partito si concretizzi (lo stesso Marrazzo spiega che l'opera che si porta avanti mira essenzialmente a stimolare la politica a "dare risposte alla comunità Lgbt" e solo se queste risposte non dovessero arrivare si valuterebbe "un impegno diretto in politica"), il fatto è che un Partito Gay ci sarebbe già. E non esattamente da poco. Se infatti il primo nucleo di quel partito in Italia è apparso all'inizio del 2008, il 1° agosto dello stesso anno è nato il Partito gay italiano (dall'unione dell'associazione omonima, del Partito lesbico italiano e del Partito transessuale italiano), i cui tre soci fondatori dal sito internet del partito risultano essere Davide Cuppini, Marco Scarpa e Barbara Sandri. 
E' vero che lì si parla di "una realtà che verrà presto ufficializzata" (senza indicare date), ma il progetto dell'associazione ormai sembra consolidato. Lo stesso simbolo ha subito una variazione: se inizialmente c'erano varie foglie dai colori dell'arcobaleno su fondo rosa, attualmente l'emblema è decisamente più elaborato (rispetto alle origini), con la riga colorata sempre arcobaleno che funge da sostegno per la statua di Eros e Psiche di Antonio Canova e un altro motivo iride che tinge i pallini accanto al nome "Partito Gay" (con tanto di riflesso a specchio), mentre nella parte bassa è ospitato anche un segmento tricolore, per non evitare un riferimento cromatico nazionale.
Entrambe le grafiche, com'è facile vedere, sono molto più efficaci delle due alternative depositate come marchio. Ora, al di là delle perplessità dell'uso del termine "gay" per indicare l'intero universo omosessuale o lgbt (anche se certamente quella parola è più nota, più breve e più evocativa di "omosessuale" e più pronunciabile della sigla lgbt), viene da chiedersi se Fabrizio Marrazzo, nel depositare quegli emblemi, abbia tenuto conto di ciò che esisteva già da tempo. Non è dato sapere se la richiesta di registrazione come marchio sia stata concordata in qualche modo da Marrazzo con Cuppini e le altre persone fondatrici del Partito gay italiano, anche se è probabile che l'iniziativa sia stata autonoma. E' molto probabile che il simbolo non finirà mai sulle schede (l'ostacolo della raccolta firme è sempre problematico, per tutti), ma per alcuni giorni la stampa, soprattutto certi media che quest'idea non la vedono di buon occhio, ha avuto di che parlarne; intanto, però, il tema dei diritti lgbt e del rispetto dovuto a chi si professa così rimane, nella sua interezza.

venerdì 7 settembre 2018

Il simbolo elettorale della Lega salverà i fondi dal sequestro?

La decisione del Tribunale del Riesame di Genova sulla vicenda processuale relativa alla Lega Nord, scaturita dalla sentenza di primo grado del 24 luglio 2017 che aveva visto la condanna per truffa aggravata di Umberto Bossi, Francesco Belsito e alcuni ex revisori del partito (per l'iscrizione nel rendiconto di "false informazioni circa la destinazione delle spese sostenute", i cui fini erano estranei agli interessi del partito) e aveva disposto la confisca di 49 milioni di euro quale "profitto del reato", è arrivata ieri e non è certo stata favorevole a ciò che resta del Carroccio. In un'ordinanza di sette pagine, il collegio ha disposto "il sequestro preventivo finalizzato alla confisca diretta anche delle somme di denaro che sono state depositate o verranno depositate sui conti correnti e depositi bancari intestati o comunque riferibili alla Lega Nord successivamente alla data di notifica ed esecuzione del decreto di sequestro preventivo" emesso dal tribunale a settembre, "fino a concorrenza dell'importo di euro 48.969.617".

L'ordinanza e i suoi precedenti

La decisione, ovviamente, non è stata presa "a caso", ma si è dovuta adeguare a quanto aveva già stabilito nei mesi scorsi la Corte di cassazione, cui si era rivolta la Procura della Repubblica di Genova. Questa era contraria alla tesi iniziale del Tribunale del Riesame in base alla quale - com'era scritto nella precedente ordinanza del 20 ottobre 2017 - il sequestro finalizzato alla confisca poteva riguardare solo le somme che erano state trovate sui conti della Lega Nord al momento dell'accesso della Guardia di finanza e non anche quelle che vi sarebbero state versate in seguito, a qualunque titolo, ritenendo che con ciò si sarebbe avuta una "estensione del sequestro cautelare a tempo indeterminato": per i giudici occorreva "un nesso di pertinenzialità" tra i reati e le somme da sequestrare, per cui una volta effettuato il sequestro la partita era chiusa.
La Cassazione, invece, accogliendo i rilievi della Procura, ritenne - con la sentenza n. 29923/2018, depositata il 20 giugno ma con la decisione formata in udienza già il 12 aprile - che l'avvenuto sequestro non avesse esaurito l'efficacia del decreto originario che lo aveva disposto (e che la Lega Nord non aveva contestato), poiché alla base c'era sempre l'accrescimento dei fondi a disposizione della Lega Nord in seguito al "profitto del reato" (e il denaro, una volta illegittimamente percepito, si era confuso con le risorse legittime, dunque si poteva sequestrare qualunque somma fosse stata nella disponibilità del partito): ciò legittimava "la confisca diretta del relativo importo, ovunque e presso chiunque custodito e quindi anche di quello pervenuto sui conti e/o depositi in data successiva all'esecuzione del provvedimento genetico". Annullata con rinvio l'ultima ordinanza (del 16 novembre scorso) del Tribunale del Riesame di Genova, il nuovo esame da parte dello stesso organo doveva seguire per forza il principio di diritto indicato dalla Cassazione, per cui era difficile aspettarsi un esito diverso da quello che effettivamente si è avuto.
Sulla base di questo, è stato inutile per la Lega cercare di dimostrare che le somme attualmente presenti sui suoi conti (dopo il primo sequestro) erano di provenienza lecita: come già espresso in più occasioni dalla Cassazione, "poiché il fine del sequestro consiste nel ristabilire l'equilibrio economico alterato dalla condotta illecita", "l'adozione del sequestro preventivo non è subordinata alla verifica che le somme provengano dal delitto in quanto il denaro deve solo equivalere all'importo che corrisponde al profitto del reato". E poiché nel caso di truffa aggravata il sequestro preventivo è un atto obbligatorio e non a discrezione dei magistrati e che, comunque, si è di fronte a una funzione riparatoria del sequestro per "ristabilire l'equilibrio economico alterato dall'indebito arricchimento", non c'è motivo di limitare le somme sequestrabili al primo accesso della Guardia di finanza (anche perché questo farebbe dipendere "il quantum del sequestro da circostanze eccentriche e accidentali quali la data in cui la polizia giudiziaria decide di accedere presso la banca o la data in cui l'organo inquirente ritiene di dare esecuzione al sequestro del Tribunale". Il sequestro, dunque, "conserva tutti i suoi effetti anche mediante successive apprensioni delle somme che periodicamente confluiscano sui conti ad essa riferibili", fino al raggiungimento dei 49 milioni di euro.
Non hanno avuto successo le censure presentate dalla Lega Nord, in particolare quella in base alla quale sequestri e confische sarebbero inammissibili se svolte nei confronti di partiti politici, "in quanto esponenziali di interessi costituzionalmente tutelati", allegando che non era mai stato esteso ai partiti politici il d.lgs. n. 231/2001, che regola la responsabilità da reato degli enti e delle società: quella fonte, tuttavia, riguarda la responsabilità amministrativa (e non quella penale, come in questo caso). In più, per le ipotesi di truffa aggravata commessa a danno dello Stato il sequestro è, come detto, obbligatorio: non è possibile dunque valutare diversamente il fatto che a commettere il reato siano stati (in base alla sentenza di primo grado) i dirigenti di un partito e che il sequestro vada a colpire il partito che ha incassato quei fondi. 
Gli avvocati della Lega avevano poi espressamente parlato, nelle loro difese, di "diritti fondamentali denunciati dall'articolo 49 della Costituzione" dai quali sarebbero derivate "le modalità di finanziamento, che sia pubblico o privato, ai partiti politici". Ora, come è noto sul punto l'art. 49 della Costituzione non prevede nulla (si dice solo che "Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale", visto che in Assemblea costituente fallì ogni tentativo di dire qualcosa di più preciso sulla "democrazia nei partiti" e sul loro finanziamento), anche se le leggi sul finanziamento pubblico ai partiti sono nate - in seguito a vari scandali finanziari - per tutelare il corretto concorso dei partiti alla determinazione della politica nazionale e un fine simile è legato alle disposizioni sulla trasparenza dei finanziamenti privati introdotte in seguito. 
Sulle questioni legate all'art. 49 l'ordinanza del riesame non si è diffusa: si è limitata a dire che il fatto che nel procedimento penale siano parti civili "i massimi Organi costituzionali di rappresentanza popolare", vale a dire le Camere che hanno versato alla Lega contributi non spettanti, "esclude ogni possibile violazione delle prerogative democratiche in relazione all'esecuzione della confisca". A ben guardare, dire che nel procedimento "madre" sono parte civile le Camere è cosa diversa dall'assicurare che i partiti hanno il diritto di essere in condizione di funzionare (anche) attraverso i finanziamenti; sembra piuttosto un modo elegante per dire che, visto che le Camere sono nella posizione dei danneggiati, non si può pretendere nulla di più sul piano delle garanzie.

Cosa accadrà in futuro?

L'ordinanza, dunque, ora c'è. Gli avvocati di via Bellerio potranno impugnarla in Cassazione, per evitare che la Guardia di finanza proceda immediatamente con il sequestro preventivo (in quel caso occorrerebbe attendere una nuova pronuncia della Suprema Corte, anche se è molto difficile che possa essere favorevole alla Lega, si rischia anzi una decisione di inammissibilità). Nel frattempo, però, ci si può basare su quello che è scritto e su ciò che nell'ordinanza non è scritto. Se infatti il sequestro riguarderà tutte le somme "che sono state depositate o verranno depositate sui conti correnti e depositi bancari intestati o comunque riferibili alla Lega Nord successivamente alla data di notifica ed esecuzione del decreto di sequestro preventivo", diverso discorso deve farsi necessariamente per conti che siano chiaramente riferibili a un altro soggetto e, dunque, non sarebbero oggetto di sequestro
Se, per esempio, i contributi dei parlamentari eletti dalla Lega e le somme di tutti i cittadini che intendano sostenere le necessità presenti del partito ora fossero versate direttamente sui conti della Lega per Salvini Premier, questi non sarebbero aggredibili e non si potrebbe mettere in discussione la libera volontà di cittadini ed eletti di sostenere quel partito e non un altro. La questione del 2 per mille è più complessa: sulle destinazioni già operate non c'è ovviamente nulla da fare, per il futuro invece sarà possibile beneficare la Lega per Salvini Premier, anche se ufficialmente questa non ha partecipato alle elezioni (il simbolo era della Lega Nord), ma la presenza nel contrassegno elettorale della dicitura "Salvini Premier" scritta nello stesso modo dell'emblema depositato con lo statuto dalla Lega per Salvini Premier potrebbe far rientrare anche per il futuro tra le formazioni beneficiabili in base alle norme sui partiti - art. 10 del d.l. n. 149/2013, convertito con legge n. 13/2014 - se questa fosse ritenuta sufficiente a far pensare che Lega Nord e Lega per Salvini Premier hanno "depositato congiuntamente il contrassegno elettorale e partecipato in forma aggregata a una competizione elettorale mediante la presentazione di una lista comune di candidati o di candidati comuni", ottenendo almeno un eletto (al momento la Lega per Salvini Premier fa parte dei partiti ammessi alla contribuzione del 2018 come componente del gruppo misto al Senato nella legislatura precedente).
Se fosse così, si spiegherebbe bene quanto detto ieri da Matteo Salvini a Marco Cremonesi del Corriere della Sera: "Lega ci chiamiamo e Lega ci chiameremo. E a meno che non me lo sequestrino, il cognome Salvini me lo tengo. Anche se di questi tempi, mai dire mai...". Non ci sarebbe bisogno di creare nessun partito, men che meno senza il nome di Lega: la messa in salvo del patrimonio futuro - soprattutto del 2 per mille - sarebbe possibile con ciò che c'è già, ma solo grazie a quanto ottenuto proprio dalla Lega-non-più-Nord e da Alberto da Giussano, oltre che dallo stesso Salvini. Questo non significa per forza che la Lega (già Nord) verrà messa automaticamente da parte, ma rende solo improbabile la creazione di un terzo contenitore (quarto se si vuole considerare anche Noi con Salvini) magari con un nome ancora diverso.

lunedì 3 settembre 2018

Nomi per la nuova Lega (se ci sarà): pregi e difetti di "Prima gli italiani"

La questione legata ai segni distintivi della Lega, strettamente intrecciata all'esito della decisione del Tribunale del riesame di Genova sul possibile sequestro delle future entrate del partito, non smette di attirare l'attenzione dell'opinione pubblica e della stampa: così, benché il segretario federale Matteo Salvini anche ieri ad Alzano Lombardo abbia dato per certo ai militanti che "il nome non si tocca", le ipotesi continuano a fiorire. 
Se in precedenza Pietro Salvatori sull'Huffington Post aveva parlato di Lega nazionale, oggi su Repubblica Matteo Pucciarelli ha concentrato l'attenzione su "Prima gli italiani": si tratterebbe di una delle "ipotesi sulla scrivania di Matteo Salvini per cambiare denominazione al partito", assieme - si legge nel pezzo - a "Lega Italia", "Lega", "Popolo italiano" e "Noi".
La scelta, ovviamente, non sarebbe dettata dal caso ma dalle circostanze. Il procuratore capo di Genova Francesco Cozzi - lo stesso che si sta occupando del crollo del ponte Morandi - ieri era stato intervistato da Andrea Pasqualetto per il Corriere della Sera e, in quell'occasione, aveva messo qualche "paletto" all'eventualità che i sequestri delle nuove risorse leghiste possano avvenire. Non solo ha chiarito che, anche in caso di ordinanza sfavorevole alla Lega, un certo indirizzo giurisprudenziale suggerirebbe comunque di non procedere coi sequestri ove quella stessa ordinanza fosse (di nuovo) impugnata in Cassazione (anche perché pende ancora in secondo grado il processo a Bossi e Belsito), ma ha trattato anche l'eventualità di un soggetto politico nuovo: 
Di fronte a un nuovo soggetto giuridico completamente autonomo, non potremmo fare nulla rispetto ai versamenti futuri. Anche se il neonato partito è erede del precedente dal punto di vista ideologico e politico. Bisogna sempre valutare la continuità giuridica per procedere e in questo caso salterebbe.
Le parole di Cozzi, che naturalmente in quanto pubblico ministero non sarà chiamato a decidere sulla vicenda (toccherà a un collegio di tre giudici), sono piuttosto chiare: non conta la continuità politica, ma quella giuridica e "un nuovo soggetto giuridico completamente autonomo" metterebbe davanti a sé un muro. E da un certo punto di vista queste caratteristiche le ha già la Lega per Salvini Premier: lo dimostra lo stesso sito della Lega Nord, nel momento in cui precisa che in nessun caso al momento coincidono l'iscrizione alla Lega e alla Lega per Salvini Premier, perché alla prima possono iscriversi solo coloro che sono residenti o domiciliati nelle regioni-nazioni indicate nello statuto, mentre gli altri si possono iscrivere solo al secondo soggetto giuridico; se in futuro coloro che sono iscritti oggi alla Lega (Nord) si iscrivessero alla Lega per Salvini Premier, questo non darebbe continuità giuridica e i soldi delle loro iscrizioni sarebbero salvi, così come non si potrebbe contestare la possibilità per parlamentari e consiglieri regionali di versare parte dei loro emolumenti - che non sono certo soldi del partito, all'origine - alla "nuova" Lega (immaginando che quei versamenti non avvengano sulla base di un contratto ma di una sola intesa verbale; se ci fosse stato un accordo scritto, evidentemente con la Lega-non-più-Nord per cui erano candidati, la questione sarebbe più complessa).  
Certo, visto che le parole sono pietre, bisogna analizzare bene quello che ha detto il procuratore Cozzi: se si bada alla sola continuità giuridica, andrebbe bene un qualunque soggetto, anche già esistente. Il discorso cambia, ovviamente, considerando l'espressione "nuovo soggetto giuridico completamente autonomo", che sembrerebbe richiedere la costituzione di un nuovo ente di fatto, fin dall'origine (e nei suoi documenti fondativi) del tutto autonomo da ogni associazione attuale; da un certo punto di vista, la stessa frase sull'iscrizione che si è vista prima ha dei lati sfavorevoli all'impiego della Lega per Salvini Premier, perché la scelta di dividere gli iscritti mostra chiaramente un collegamento tra i due gruppi (e la compresenza dei simboli nelle pagine web di iscrizione tanto della Lega quanto della Lega per Salvini Premier corrobora questa impressione); è anche vero che questi sono legami politici, non certo giuridici, quindi non è detto che questi particolari siano rilevanti.
In ogni caso, la decisione sulla necessità o meno di un nuovo soggetto giuridico e sulla reale novità dei suoi segni distintivi influenza direttamente ogni riflessione su di essi. Scrive ancora Pucciarelli:
Se per marcare la distanza giuridica con il vecchio guscio sarà necessario un nome completamente diverso, senza neanche Alberto da Giussano nel simbolo, allora si pensa a una denominazione più da "slogan". In linea con la politica inaugurata in questi anni da Salvini, ma capace allo stesso tempo di calamitare e far sentire a casa anche elettori in libera uscita da Forza Italia o Fratelli d’Italia. Quindi - è il ragionamento - serve un nome non troppo identitario, non troppo antico con dizioni tipo “partito”, ma contenente già un messaggio preciso e riconoscibile. Da qui ad esempio il finora fortunato "Prima gli italiani", che già campeggia in tutte le slide della Lega, utilizzato ad ogni comizio, o anche sotto forma di hashtag e così via.
Quante possibilità ci sono che le cose vadano davvero così? Partiamo dagli altri nomi indicati all'inizio dell'articolo da Pucciarelli, al di là dell'uso della semplice parola "Lega", sostanzialmente identico a quello fatto sul simbolo a partire dalle elezioni politiche. Lega Italia è fuori mercato, perché lo ha utilizzato Carlo Taormina e in passato è stato particolarmente rigido nel difenderne la titolarità. Noi è già stato in qualche modo utilizzato in ambito leghista, non con troppo successo, benché sulla carta ci fossero alcuni elementi a favore: dalla sua ha certamente l'aspetto unificante, anche se crea un po' di confusione semantica (Noi... e gli altri? Non potrebbero dirsi "noi" per qualche ragione) e, in ogni caso, la stessa parola campeggiava sull'emblema depositato come marchio da Diego Della Valle a suo tempo. "Popolo italiano" potrebbe piacere, anche se naturalmente anche qui non si potrebbe mai dire che il popolo italiano è solo quello che vota Salvini. 
Si è lasciato per ultimo "Prima gli italiani", se non altro per quell'alone di plausibilità dato dall'uso frequente dello slogan con tanto di grafiche in stile trumpiano nella comunicazione di Salvini. Questo basta a trasformarlo in un nome per un partito? Ovviamente non lo si può escludere (e, con il senno di poi, sarebbe un modo per evitare quel che era accaduto a suo tempo quando il Carroccio si vide sfilare l'uso elettorale di Prima il Nord!), ma non è nemmeno automatico, per tante ragioni. Innanzitutto perché uno slogan forte non funziona con certezza sulla scheda. Secondariamente, qualcuno ha sottolineato - lo ha fatto Marco Zonetti su Affaritaliani.it - che a marzo 2017 il marchio "Prima gli italiani" era stato rivendicato da Casapound Italia, la quale aveva diffuso un comunicato in cui si leggeva "Prima gli italiani diventa un marchio, e un simbolo, registrato e ad usarlo potrà essere solo CasaPound Italia" e si era detta pronta a "portare in tribunale chiunque presenti un simbolo/marchio con scritto dentro Prima gli italiani. Esiste un simbolo registrato - di nostra proprietà - che si chiama 'Sovranità - Prima gli italiani'. Un simbolo che è già stato presentato alle elezioni in passato e che anche questa volta useremo per impedire di utilizzare la parola 'Sovranità' nel simbolo a qualunque formazione, compreso il movimento degli ineffabili Alemanno e Storace".
Tutto chiaro? Non proprio. Innanzitutto sarebbe davvero auspicabile che le forze politiche - tutte, ma proprio tutte - smettessero di mischiare le carte, confondendo marchi e segni di uso politico ed elettorale, perché si tratta di due campi profondamente diversi; le regole sono simili (quanto ai criteri della novità, capacità distintiva e liceità) ma il fine è del tutto diverso ed evitare di trasformare in mercato anche quel poco che resta della politica non sarebbe male. Secondariamente, il simbolo di cui parlava CasaPound lo si è già visto più volte alle elezioni locali (al Viminale non ci è finito mai), ma scartabellando tra le domande di marchio conservate nel database dell'Ufficio italiano brevetti e marchi, non si trova traccia di quell'emblema, nemmeno tra le domande rigettate: viene dunque da chiedersi a quale registrazione si riferisse l'associazione-partito dalla tartaruga ottagonale. Casomai, nello scartabellamento ritorna alla mente che all'inizio di febbraio del 2017 - dunque prima rispetto al comunicato di CasaPound - l'espressione "Prima gli italiani" era stata depositata come marchio, per cinque classi di prodotti e servizi, da Dimitri Kunz d'Asburgo Lorena, compagno di Daniela Garnero già coniugata Santanchè. Impossibile credere che quel nome sia stato registrato a favore di CasaPound e che questa possa rivendicarne la titolarità. "Prima gli italiani", dunque, come nome per l'eventuale nuovo partito sembra poco sicuro: magari sul piano giuridico non ci sarebbero ostacoli seri, ma iniziare la vita di un partito - creato magari per evitare aggressioni al patrimonio - dovendosi già difendere in tribunale non pare di buon auspicio.

domenica 2 settembre 2018

"Ecco come faremo tornare il nome della Dc in politica"

Ispirato alla Dc-Rotondi del 2004
Era inevitabile la curiosità dei media e di una certa parte della politica per il progetto guidato da Gianfranco Rotondi per riportare sulla scena politica una forza politica con il nome Democrazia cristiana. Anche se lui stesso è consapevole che non sarà quella "storica" di De Gasperi e Moro; altri suoi compagni di viaggio, in realtà, vorrebbero rinsaldare anche i legami giuridici con il passato. E' il caso di Raffaele Cerenza, presidente dell'Associazione iscritti alla Dc del 1993, che ha partecipato a varie delle cause legate al partito tanto in qualità di avvocato, quanto di parte: c'era anche lui a Pescara, alla conferenza stampa in cui, venerdì pomeriggio, Rotondi ha annunciato le proprie dimissioni da segretario di Rivoluzione cristiana, la sospensione dell'attività politica del partito e la nascita di una costituente che faccia tornare una Dc nella politica nazionale.
"L'annuncio di venerdì è stato sicuramente un punto di partenza di un processo, ma anche in qualche modo un punto di arrivo", spiega Cerenza, che tiene a precisare il modo in cui si è giunti a questo passo. "Lo step precedente si è avuto il 5 luglio, con la firma di un atto per dare luogo a una federazione di varie realtà di ispirazione democristiana, che tracciasse un cammino comune senza disperdere il lavoro fatto da ciascun gruppo finora: in particolare, parti di quell'atto erano l'associazione che io presiedo, la Democrazia cristiana guidata da Angelo Sandri, il Movimento politico Libertas di Antonio Fierro e, appunto, Rivoluzione cristiana di Rotondi. L'idea iniziale era di consacrare quella federazione in un atto notarile, permettendo allo stesso tempo anche all'Udc di entrare a farvi parte, in modo che potesse apportare il preuso legittimo dello scudo crociato. Dopo vari altri colloqui tra di noi, abbiamo scelto di procedere in modo leggermente più snello, creando questo comitato costituente che è stato presentato appunto venerdì".
In quella sede si è indicato come presidente-coordinatore generale dello stesso comitato lo stesso Gianfranco Rotondi; hanno la qualifica di vicepresidenti Franco De Simoni (vicepresidente dell'associazione iscritti Dc del 1993) e Angelo Sandri (lui è stato nominato anche vicepresidente vicario). Come coordinatore organizzativo è stato individuato Giampiero Catone, da sempre vicino a Rotondi nelle sue attività, mentre la gestione amministrativa del comitato è stata affidata a Tommaso Marvasi (indicato da Rotondi e che è stato indicato come tesoriere) e allo stesso Cerenza; i due nei prossimi giorni dovrebbero ricevere regolare procura anche per rappresentare eventualmente il comitato in sede processuale. 
Come anticipato da Rotondi nell'intervista rilasciata a I simboli della discordia prima della conferenza stampa, per procedere con maggiore sicurezza ed evitare che al comitato - tanto nella fase che precede gli Stati generali della Democrazia cristiana quanto negli atti seguenti volti a partecipare alle elezioni - qualcuno contesti la legittimità a usare il nome della Dc, molto probabilmente si agirà con la "copertura" dell'associazione-partito Democrazia cristiana fondata da Rotondi nel 2004, che si è presentata alle elezioni del 2005 con quel nome (e nel 2006 come Democrazia cristiana per le autonomie). 
"In questo modo, proprio per il preuso fatto del nome, nessuno dovrebbe ostacolarci, ma - tiene a precisare Raffaele Cerenza - io credo che questo comitato sia una somma di legittimazioni: la nostra associazione di iscritti del 1993, infatti, apporta la legittimità giuridica a chiamarsi Democrazia cristiana, facendo valere la qualità di soci dei suoi aderenti che si considerano iscritti alla Dc fin dall'ultimo tesseramento valido [datato appunto 1993, ndb] e che, in virtù della teoria dell'immedesimazione organica, rappresentano loro stessi la Dc. Per questo, a Pescara ho personalmente rivendicato l'importanza dell'attività della nostra associazione di soci Dc del 1993, importanza di cui Rotondi è perfettamente consapevole." A sua volta, è probabile che Angelo Sandri rivendichi per sé un impegno ormai più che ventennale - anche se raramente fortunato - nei tentativi di rimettere in gioco "una" Dc (che fosse un partito nuovo o una supposta riattivazione di quello storico) e, per la "sua" Democrazia cristiana, il maggior numero di partecipazioni a competizioni elettorali di livello comunale e, a volte, persino regionale (a prescindere dalla reale entità dei risultati usciti dalle urne).  
Mentre il procedimento verso gli Stati generali della Democrazia cristiana (possibilmente con il coinvolgimento di molti ex parlamentari e passati leader diccì, a partire da Ciriaco De Mita e Arnaldo Forlani) e l'auspicato ritorno di un partito con il nome della Dc sulla scena elettorale (magari alle prossime regionali in Abruzzo), non si fermano i risvolti contenziosi della storia infinita dei tentativi di rimettere in pista la Dc storica. In particolare, è prevista per il mese di marzo del 2019 la decisione del Tribunale di Roma sul ricorso che giusto due anni prima (due anni...) avevano presentato proprio Raffaele Cerenza e Franco De Simoni, per far invalidare tutti gli atti che avevano portato all'autoconvocazione (disposta dal giudice Guido Romano dello stesso tribunale) dell'assemblea dei soci della Dc il 26 febbraio 2017 e all'elezione a presidente della stessa di Gianni Fontana. La stessa Dc che è riuscita a far accettare al Viminale una rivisitazione "a bandiera crociata" del proprio ultimo simbolo e persino a presentare qualche lista, sia pure con scarsissimo successo e con infinite discussioni al proprio interno. Lo scudo, insomma, è destinato a non essere mai posato, assieme alle altre armi.

sabato 1 settembre 2018

Nuovo nome per la (nuova) Lega? Improbabile (ma qualcuno propone)

E se, dopo aver preso il 17,35% alle ultime elezioni, diventando il primo partito del centrodestra e arrivando al governo grazie all'accordo con il MoVimento 5 Stelle, la Lega fosse pronta a sparire? In queste ore ne parlano in molti e, anche se il fondamento è limitato a una quota vicina allo zero, le supposizioni si rincorrono, soprattutto su possibili cambi di nome e, magari, anche di simbolo. 
La questione, come i media avevano già supposto alla fine del 2017, sarebbe legata alla vicenda processuale che ha riguardato Umberto Bossi e Francesco Belsito (già segretario e tesoriere della Lega Nord) a proposito dei rimborsi elettorali, che ha portato al sequestro dei conti del partito: da più parti si è sostenuto che, per evitare di perdere le risorse future della Lega, da tempo sarebbe stata allo studio una soluzione legata alla nascita di un nuovo partito, con un diverso nome. Così qualcuno aveva letto, per esempio, la nascita della Lega per Salvini Premier, il cui statuto - depositato da Roberto Calderoli - era stato considerato regolare dall'apposita Commissione e puntualmente pubblicato in Gazzetta Ufficiale. Anche se a presentare il simbolo al Viminale e a eleggere i suoi rappresentanti in Parlamento era stata solo la Lega Nord (lo provano con chiarezza tutti i documenti elettorali presentati).
Il sospetto si è fatto più profondo nelle ultime ore dopo le dichiarazioni pubbliche di una delle persone più vicine a Matteo Salvini, ossia il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti. Intervistato da Peter Gomez alla festa del Fatto Quotidiano alla Versiliana, a una domanda legata alla vicenda dei finanziamenti, per cui si attende una decisione all'inizio di settembre da parte del Tribunale del riesame di Genova (dopo che la Cassazione aveva dato il via libera al sequestro anche delle risorse future), ha risposto così:
Tutti i soldi che c'avevamo sono già stati presi dalla magistratura, quindi noi non abbiamo in questo momento più nulla. Il problema che si deciderà il 5 settembre sarà se tutti i futuri proventi, che sono oggi i versamenti dei parlamentari, i versamenti dei consiglieri regionali che affluiscono nelle casse della Lega vengono automaticamente requisiti. A quel punto lì è evidente che un partito politico non può esistere perché non ha più soldi, quindi se dovesse esserci questo tipo di interpretazione da parte della magistratura, che noi contestiamo non in quanto tale ma perché frutto di una decisione non ancora definitiva, [...] la conseguenza sarebbe definitiva, cioè la chiusura di fatto del partito, rispetto a una sentenza che è di primo grado. Se questa cosa qua la facessero dopo che si è esaurito l'appello ed eventualmente la Cassazione, io non avrei nulla di dire; noi contestiamo il fatto che questa conseguenza per noi il 6 settembre sarebbe definitiva senza che quel processo lo sia. 
Non si tratta, naturalmente, di un annuncio di chiusura, ma di un mero ragionamento pratico: se in prospettiva un partito non può ricevere neanche un soldo senza che il denaro venga sequestrato, evidentemente quel partito con le casse vuote chiude bottega e se anche in seguito gli imputati dovessero risultare innocenti, quel danno non verrebbe mai ristorato. 
Il nucleo del messaggio di Giorgetti - "il 6 settembre il partito chiude" - è però bastato a qualcuno per sostenere che forse non basterebbe nemmeno aver fondato il nuovo partito a dicembre, perché il tutto potrebbe essere interpretato come una manovra di aggiramento ("Siamo sicuri - si legge sul Corriere della Sera, in un articolo di Marco Cremonesi che riporta le parole di un deputato leghista - che per lorsignori sarà abbastanza discontinuo un partito con Lega nel nome e lo stesso segretario che ha percepito l’ultima rata dei finanziamenti contestati?"). La soluzione viene individuata da qualcuno nella costituzione di un soggetto ancora diverso, magari senza la parola "Lega" nel nome: "Tutto dovrebbe partire da capo. Tessere, militanza, congressi. Ci vorrebbe un congresso costituente di autoconvocati, chi lo sa… È una cosa senza precedenti", si legge ancora sul Corriere
Naturalmente di certo non c'è assolutamente nulla: anzi, fonti attendibili del partito definiscono come "tutte fantasie" le ipotesi di fondazione di un nuovo soggetto o anche solo di cambio di nome. Tutto questo, però, non ferma la girandola di ipotesi: ieri l'Adnkronos dava per molto probabile la nascita di un soggetto politico dal nome "Lega nazionale", nel quale fare confluire tanto la Lega Nord, quanto la Lega per Salvini Premier (e magari anche il progetto Noi con Salvini, per la verità archiviato piuttosto in fretta). La stessa agenzia ammette che, in realtà, l'operazione dovrebbe essere più politica che giuridico-tecnica, essendo necessario soprattutto trovare "la sintesi tra due statuti - quello della Lega (Nord), a vocazione autonomista, e quello di Salvini Premier, ipersovranista e populista".
Cosa ci sia di vero in tutto questo è molto difficile da dire, anche se chi scrive tende a dubitare di tutto questo. Innanzitutto perché un gruppo con il nome Lega nazionale, per lo meno indicato nel simbolo, già c'era: il suo sito (www.leganazionale.org) non è più attivo e anche la sua pagina Facebook è piuttosto ferma, ma c'è da giurare che se davvero il Carroccio o una sua reincarnazione decidesse di utilizzare quel nome, coloro che avevano animato quel progetto sarebbero pronti a rispuntare e a farsi sentire, magari per mettersi di traverso. O col rischio che chiedano qualcosa in cambio, cosa che un leghista di provata fede come Roberto Calderoli aveva già stigmatizzato nel 2015, quando in aula a Palazzo Madama - nelle discussioni che hanno portato all'Italicum - aveva salutato con favore la norma che chiedeva alle forze politiche di depositare assieme al simbolo il proprio statuto registrato, soprattutto per evitare la presentazione di emblemi potenzialmente confondibili: in quell'occasione, l'allora vicepresidente del Senato aveva manifestato tutta la sua allergia per il procedimento che si dovette aprire nel 2013 "per stabilire se due allegri compagnoni avessero solo portato un simbolo ovvero, come è capitato al nostro partito, se qualcuno avesse depositato un simbolo pretendendo che la moglie venisse candidata in un collegio con elezione sicura per accettare di ritirare il simbolo che aveva depositato".
Tornando a eventuali cambi di nome o di simbolo, è tutto meno che scontato che ve ne siano. Non era automatico nemmeno che gli elettori apprezzassero il nome "dimezzato" di Lega, anche se la continuità politica e "sentimentale" era assicurata dalla presenza di Alberto da Giussano (che poi sia esistito davvero, a chi interessa?); alle elezioni è andata bene, ma altri cambiamenti a breve scadenza potrebbero non essere compresi e assimilati da tutti. Il problema dei fondi potrebbe esserci e, inevitabilmente, andrà affrontato, senza poter fare riferimento a nessuno dei precedenti noti perché nessuno somiglia a questo (si possono ricordare le liquidazioni per debiti di Pli e Psi, la seconda delle quali probabilmente non si è ancora chiusa del tutto: i nuovi partiti poterono iniziare la loro vita senza aggressioni al loro patrimonio, ma alla base c'erano solo debiti, non vicende giudiziarie che implicavano richieste di denaro direttamente al partito - e non solo a suoi esponenti - come questa); l'ipotesi di un cambio netto e repentino dei segni distintivi, tuttavia, sembra davvero improbabile (oltre che smentita da fonti interne).
In ogni caso, le voci giornalistiche di un possibile cambio di nome e di simbolo hanno generato discussioni in rete e anche qualche proposta: il nome "Lega" e il guerriero di Legnano sono indubbiamente nel cuore di molti militanti, ma la discussione sul futuro simbolico del Carroccio ha interessato anche persone non legate al partito. E' il caso di Alfio Di Marco, che da anni si occupa di grafica e comunicazione: non appena sui media è circolata la voce di un possibile nuovo partito denominato "Lega nazionale", ha postato sulla pagina di Matteo Salvini - a commento del post del ministro dell'interno sulle cinquanta pagine di accuse contro di lui per la vicenda Diciotti - due sue proposte grafiche, in cui convivono il nome circolato in queste ore e la dicitura "Salvini Premier", assai più in evidenza, con un ritorno del colore verde che, più che uno sguardo al passato, servirebbe a marcare la distanza rispetto all'ultima tavolozza cromatica leghista. In entrambe le bozze è presente un elemento tricolore, una sorta di "graffio" dai confini regolari: in un caso si colloca sullo scudo del guerriero (spodestando il leon da guèra ma conservando la figura più nota lombarda), nell'altro lo sostituisce per intero, con un taglio più netto rispetto al passato. Un emblema certamente diverso (e questo sul profilo della "non continuità" potrebbe essere un valore aggiunto), più centrato sulla dimensione territoriale che attualmente il partito ha e forse anche con la sua connotazione sovranista, con la difesa dell'italianità. Si tratta ovviamente solo di proposte, che potrebbero non servire se il simbolo - come è molto probabile - resterà quello che è; i contributi alla discussione, quando non sono gridati, sono comunque sempre ben accetti.

Bolzano, simboli e curiosità sulla scheda

Il 21 ottobre 2018 sono previste le elezioni del consiglio della provincia autonoma di Bolzano: la legge elettorale - l.p. n. 141/2017 - prevede, similmente a quanto accade per le elezioni politiche, che il deposito dei contrassegni preceda quello delle liste, delle firme e dei documenti a loro sostegno (deposito che è tuttora in corso, si concluderà il 4 settembre). Per questo turno elettorale sono stati depositati 17 contrassegni, tutti risultati ammessi (anche se i media precisano che due ammissioni sono "con riserva", senza specificare di quali emblemi si parli).
Il deposito, peraltro, è stato effettuato da 15 forze politiche, perché due di esse hanno scelto di presentare due contrassegni ciascuna (la legge elettorale non prevede un espresso divieto sul punto, come invece avviene a livello nazionale). La ragione si deve rinvenire nel fatto che la legge esenta dalla raccolta firme solo "partiti o raggruppamenti politici che nelle ultime elezioni hanno presentato candidature con proprio e identico contrassegno ottenendo almeno un seggio nel Consiglio provinciale o nel Parlamento italiano o nel Parlamento europeo": l'espressione "identico contrassegno" dà l'idea di essere interpretata con particolare severità - cosa che, negli anni, non era avvenuta a livello nazionale, essendo sufficiente anche un contrassegno composito ed essendo normalmente accettati piccoli aggiustamenti - per cui anche una minima variazione dell'emblema nella sua interezza farebbe perdere il beneficio dell'esenzione dalla raccolta firme
Due soggetti politici, dunque, hanno scelto di depositare tanto l'emblema con cui hanno intenzione di presentarsi quest'anno, tanto quello con cui cinque anni fa hanno ottenuto eletti in consiglio provinciale: se non si completasse la raccolta firme per il contrassegno nuovo, le liste saranno depositate con quello vecchio esente dall'onere delle sottoscrizioni. Il sorteggio dei contrassegni, già effettuato, ovviamente ha considerato queste due varianti alla pari di tutti gli altri simboli, per cui nell'ordine sorteggiato le due versioni grafiche non risultano mai consecutive. Ecco, di seguito, i simboli secondo l'ordine di sorteggio:
  

L'Alto Adige nel cuore

Il primo simbolo sorteggiato è quello della forza politica fondata nel 2013 da Alessandro Urzì nel tentativo di unire le forze alternative al centrosinistra (e in particolare al legame da tempo instauratosi tra Pd e Svp). Quello depositato è il simbolo con cui lo stesso Urzì è stato eletto nel 2013 in consiglio provinciale, dunque è stato riproposto per assicurarsi la partecipazione al voto senza dover raccogliere le firme. Da segnalare il cuore individuato da tre nastri dai colori nazionali, come a voler ribadire con forza l'italianità del territorio (tema su cui Urzì si è sempre battuto molto nel corso degli anni).


Verdi - Grüne - Verc

La sorte ha voluto che risultassero consecutivi gli emblemi delle due formazioni che hanno deciso di presentare una coppia di contrassegni per i motivi ricordati. In questo caso, però, al secondo posto si è collocato il nuovo simbolo dei Verdi altoatesini, che al tradizionale segno della colomba e al nome scritto in italiano, tedesco e ladino (questa volta in minuscolo) unisce anche il girasole, emblema che caratterizza i Verdi europei, anche per sottolineare il partito europeo di riferimento (European Green Party). Se la raccolta firme andrà a buon fine, sarà questo il simbolo che finirà sulle schede.


Die Freiheitlichen

In terza posizione è stato sorteggiato il simbolo - ormai più noto anche a livello nazionale, anche per essere stato inserito nel contrassegno utilizzato dalla Lega nel 2014 alle elezioni europee - di Die Freiheitlichen (I libertari), partito indipendentista vicino alla maggioranza germanofona e su posizioni di destra. L'emblema è il consueto, ormai stabile da anni, con l'enorme "F" ricavata geometricamente all'interno del cerchio grazie all'uso dei colori blu e giallo all'intorno: niente raccolta firme ovviamente, grazie ai 6 seggi ottenuti nel 2013. 


Team Köllensperger

Dovrà invece necessariamente cercare le sottoscrizioni degli elettori la lista creata da Paul Köllensperger, unico eletto nel 2013 del M5S e questa volta pronto a presentarsi da solo (uscendo dal MoVimento ma senza attaccarlo), con una lista - o, visto il nome, una squadra - che porta il suo nome, per "intraprendere la via del cambiamento in Alto Adige", magari preparandosi a co-governare con il partito di maggioranza (Svp) e magari proprio con i 5 Stelle. I colori del M5S, giallo e rosso, dominano peraltro anche questo simbolo, in cui l'elemento grafico prevalente è il disegno di un fumetto che contiene la sagoma nera della provincia di Bolzano, sottolineando l'intento di dar voce a essa.


L’Alto Adige nel cuore - Fratelli d’Italia - Civici e indipendenti uniti

Successivamente il sorteggio ha collocato il nuovo simbolo presentato da Urzì per le prossime elezioni provinciali (che però avrà bisogno della raccolta delle firme). Se cinque anni fa Fratelli d'Italia era nato da poco e non aveva ufficialmente partecipato alle elezioni, questa volta si è deciso di dare visibilità alla sua corsa nella lista comune presentata con L'Alto Adige nel cuore; alla stessa, peraltro, partecipano anche altri soggetti "civici e indipendenti uniti", come recita il nome scelto (e la parola "uniti" sul contrassegno serve anche a segnalare la loro presenza).


Südtiroler Volkspartei

Non poteva ovviamente mancare il partito che da sempre detiene la maggioranza dei consensi in Alto Adige e che, di conseguenza, domina il governo della provincia di Bolzano. Ovviamente il simbolo utilizzato dalla Svp è quello di sempre, la stella alpina con la medesima grafica ben nota; non si è utilizzata la versione delle elezioni politiche, che conteneva anche il riferimento al Partito autonomista trentino tirolese, ma quella "solitaria" - con la "V" ad ombra rossa aggettante sul fondo nero - che aveva ottenuto ben il 45,7% alle elezioni provinciali di cinque anni fa. 


Vereinte Linke - Sinistra unita

I gruppi politici a sinistra del Partito democratico questa volta hanno scelto di presentarsi uniti tra loro in un'unica lista (mentre cinque anni fa Prc e Pdci avevano corso da soli, restando fuori dal consiglio). Il simbolo utilizzato - che deve raccogliere le firme - è a fondo rosso e gli elementi grafici e testuali sono bianchi, come Liberi e Uguali, anche se è il solo elemento di contatto. Nel nome scelto si è evidenziato il concetto di sinistra rispetto a quello dell'unità (scritto più piccolo e con un carattere handwriting); completa la grafica un profilo montano, giusto per caratterizzare territorialmente l'emblema. 


Forza Italia

Alle elezioni provinciali bolzanine questa volta Fi partecipa da sola, mentre nel 2013 aveva scelto di allearsi con la Lega Nord e A-Team autonomie. Il risultato allora non fu esaltante (2,5% e un solo eletto), ma stavolta il partito spera di poter fare meglio. Una curiosità riguarda il simbolo scelto: per poter godere dell'esenzione dalla raccolta firme e nell'impossibilità di utilizzare l'emblema composito impiegato cinque anni fa, il partito aveva l'opportunità di utilizzare il fregio delle ultime elezioni politiche (con la dicitura "Berlusconi presidente"), ma ha optato per quello con cui nel 2014 ha eletto i propri europarlamentari - la legge elettorale lo consente - che riporta solo il cognome di Berlusconi.


Süd-Tiroler Freiheit

L'ordine del sorteggio dopo Forza Italia ha collocato un'altra forza politica indipendentista chiaramente radicata a livello locale, la Süd-Tiroler Freiheit (Libertà Sud-Tirolese) fondata da Eva Klotz, con il motto "Libera alleanza per il Tirolo", naturalmente scritto in tedesco. Il contrassegno utilizzato è lo stesso che nel 2013 ha portato a raccogliere il 7,2% e a eleggere tre consiglieri, tra cui la stessa Klotz (poi dimessasi l'anno dopo): un emblema con una grafica semplice e piuttosto geometrico-testuale, ma di sicuro impatto visivo, come è facile notare. 


MoVimento 5 Stelle

Nel 2013 era riuscito a ottenere il 2,5% come la lista di Fi-Lega Nord, eleggendo appunto un consigliere; questa volta che il M5S è al governo a livello nazionale, spera probabilmente di ottenere un risultato migliore, anche se il suo unico eletto nello scorso turno elettorale, come si è visto, ha scelto una strada diversa. Sul piano grafico, ovviamente il simbolo non è quello utilizzato nel 2013, ma quello con cui il M5S ha eletto i suoi parlamentari alle elezioni politiche, altrettanto valido per ottenere l'esenzione dalla raccolta firme.


Partito Democratico - Demokratische Partei

Si è complicato, almeno sul piano grafico, il simbolo del Pd rispetto a quello impiegato nel 2013. Oltre al logo di Nicola Storto sormontato dal nome del partito in lingua tedesca, infatti, è presente anche il riferimento al Partito socialista europeo, in una fascia rossa collocata sotto a un segmento blu che contiene le stelle della bandiera Ue; nella parte inferiore, poi, è stato inserito il riferimento "con le civiche", segnalando l'allargamento della lista. Un simbolo molto più "ammassato", dunque, che in base alla rigida normativa bolzanina dovrebbe raccogliere le firme per la lista.


Noi per l'Alto Adige Südtirol 

Del tutto nuovo, invece, è il simbolo della formazione Noi per l'Alto Adige Südtirol, Il simbolo è qualificato come "scritta bianca su campo arancione e montagne stilizzate", ricavate in un arco di cerchio; Noi non è solo un pronome inclusivo, ma è anche il nome del parco tecnologico di Bolzano in cui è stata presentata la lista, costituita da amministratori locali di varia provenienza (centrodestra e centrosinistra), attenti al tema del lavoro e soprattutto a garantire una rappresentanza al gruppo linguistico italiano e guardare a una dimensione regionale, che non escluda il Trentino. 


Bürgerunion für Südtirol

Non è del tutto nuovo, ma a rigore sarà comunque chiamato a raccogliere le firme il simbolo di Bürgerunion für Südtirol (Unione dei cittadini per il Sudtirolo), che nel 2013 era riunto in cartello con Ladins Dolomites e Wir Südtiroler, riuscendo a conquistare un eletto con il 2,1%. L'ex Union für Südtirol si presenta con il suo emblema "aggressivo" che mette in grande risalto - anche grazie all'Arial Black utilizzato - la prima parte del suo nome - senza indicare invece quello del suo leader, Andreas Pöder - e continua a perseguire le sue istanze autonomistiche, con particolare riguardo alla popolazione di lingua tedesca e ladina.
  

Verdi - Grüne - Verc - Sel

Si è visto prima il contrassegno che i Verdi altoatesini vorrebbero utilizzare in queste elezioni, ma si è detto anche che l'inserimento del riferimento ai Verdi europei li costringerebbe a raccogliere le firme. Ove quest'operazione non riuscisse entro i termini di legge, la lista sarà contraddistinta dall'emblema utilizzato cinque anni fa alle elezioni, che aveva ottenuto l'8,7% ed eletto tre consiglieri; pazienza se sul contrassegno c'è ancora il nome di Sel, che non esiste più, l'importante è poter correre senza firme...


Casapound Italia

Per le liste di CasaPound questa è l'occasione del debutto alle elezioni provinciali di Bolzano: se nel 2013 erano state presentate liste alle politiche, infatti, altrettanto non era stato fatto in Alto Adige per il voto locale. Da tempo, tuttavia, il gruppo cerca di essere presente con proprie candidature nel maggior numero possibile di territori: non stupisce, quindi, che sulla scheda gli elettori bolzanini possano trovare il simbolo ormai ben noto della tartaruga ottagonale, ovviamente una volta completata la raccolta firme richiesta alla lista.


Lega 

Si è visto che cinque anni fa la Lega Nord non si era presentata autonomamente, ma in una lista con Forza Italia e A-Team. Questa volta, forte anche dei maggiori consensi riscossi a livello nazionale (e lo si può ben dire, dopo la partecipazione al voto in tutta l'Italia), la Lega-non-più-Nord corre alle elezioni provinciali di Bolzano con una propria lista; per farlo senza dover sottostare alla raccolta firme, ha dovuto depositare lo stesso simbolo con cui ha eletto i propri parlamentari, senza poter aggiungere alcun riferimento territoriale per non perdere il beneficio.


Il popolo della famiglia

Ultimo simbolo sorteggiato è quello del Popolo della famiglia, anch'esso al debutto a queste elezioni (visto che Mario Adinolfi lo ha fondato dopo il 2013). Il simbolo depositato è esattamente lo stesso che circola da tre anni a questa parte, ma la sua assenza in Parlamento e in consiglio regionale costringerà i promotori della lista a tentare la raccolta di firme per poter correre alle elezioni. Cosa tutt'altro che impossibile, visto che il gruppo negli ultimi anni si è presentato spesso a livello locale, anche se i risultati non sono mai stati soddisfacenti.