mercoledì 15 gennaio 2020

In Movimento, verso le comunali di Trento?

La parola "Movimento" caratterizza da sempre la politica agita e da alcuni anni conosce un uso assai maggiore, soprattutto dopo l'avvento del MoVimento 5 Stelle; non per questo, naturalmente, ha abbandonato il suo significato originario, di persone che si mettono insieme per far circolare un'idea, che non stanno ferme e anzi sono disposte a spostarsi per propagarla meglio, anche solo su un territorio delimitato come quello di un comune. Non stupisce, dunque, che tante liste alle elezioni amministrative contengano l'espressione "In movimento" all'interno del loro nome. E In Movimento si chiama anche un progetto politico sorto a Trento nella prima metà del 2019, sulla base di alcune parole chiave.
In Movimento, che graficamente è reso come un hashtag (#inMovimento) si pone come progetto "distante dai richiami sovranisti e populisti", ma comunque interessato a "interpretare in chiave rinnovata, senza preconcetti, la vocazione autonomista, riformista, solidale e pragmatica" di Trento e del Trentino. A creare il gruppo in consiglio comunale, cinque eletti in varie liste nel 2015 (Paolo Biasioli, Paolo Castelli e Massimo Ducati in Cantiere civico democratico, a sostegno del sindaco in carica Alessandro Andreatta; Eugenio Oliva in Progetto Trentino; Andrea Robol nel Pd) che non hanno condiviso l'assetto assunto dalla maggioranza di centrosinistra in seguito alle elezioni provinciali di Trento (dopo le quali il sindaco ha dato maggior peso al gruppo Futura 2018, alleato del centrosinistra in provincia). Il progetto è imperniato sulla visione di Trento come "città alpina", che ha conosciuto un'importante evoluzione ma ha bisogno di operare al meglio negli ambiti del turismo e della cultura, dell'economia e della finanza, della cooperazione, della formazione e ricerca e della mobilità. Gli interventi di cui tanto il comune, quanto la provincia avrebbero bisogno sono, secondo i promotori, all'insegna di tre concetti chiave: territorio, comunità e sostenibilità. 
Quegli stessi valori figurano all'esterno della circonferenza gialla che contraddistingue il gruppo e che, oltre al nome-hashtag, contiene anche la sagoma del territorio della provincia di Trento, coperto e attraversato da un reticolo di frecce che simboleggiano l'idea di movimento. Quell'immagine, vista così, fa pensare che il progetto politico abbia un respiro più ampio rispetto al comune, puntando anche alle prossime elezioni provinciali, che però sono lontane (2023, in condizioni normali). Anche per questo, forse, è stato predisposto pure un emblema più semplice, che contiene solo il nome in blu con i puntini delle "i" gialli, come la circonferenza che viene tagliata in due "uncini" per fare spazio al nome. Questa soluzione grafica (che ha il pregio di essere contenuta per intero in un cerchio) rende il testo molto evidente e potrebbe essere spesa più facilmente sulle schede delle elezioni comunali che invece sono molto più vicine. E, proprio in queste settimane in cui si inizia a lavorare sui possibili candidati al ruolo di sindaco, In Movimento - attraverso il suo presidente Luciano Rizzoli - si era detto interessato a un disegno di "polo territoriale" con Partito autonomista trentino-tirolese e Unione per il Trentino, poi però quel tavolo è saltato: il Patt sosterrà la candidatura di Franco Ianeselli con il centrosinistra e l'Upt, quindi In Movimento ha ribadito la sua posizione poco affine a una logica bipolare. La lista potrebbe nascere comunque, ma non è detto: singoli esponenti del progetto potrebbero candidarsi altrove, conferendo comunque movimento al quadro politico, sempre avendo a cuore territorio, comunità e sostenibilità. 

giovedì 9 gennaio 2020

Alleanza per l'Europa, la lista libdem "in pectore" per l'Emilia-Romagna

Come si è visto nei giorni scorsi, i simboli pronti a finire sulla scheda delle elezioni regionali in Emilia-Romagna sono 17. Eppure, chi ha cercato di seguire la marcia di avvicinamento alla definizione delle candidature in campo, per alcune settimane ha immaginato che potesse essercene anche un'altra; anzi, per l'esattezza, che sulle schede finisse un simbolo diverso rispetto a quelli che ci arriveranno tra meno di venti giorni. A novembre, infatti, circolando su Facebook ci si poteva imbattere nella pagina della lista Alleanza per l'Europa - Liberaldemocratici e riformisti, una formazione di cui si sapeva poco al di là della generica collocazione politica: appariva misteriosa il giusto, ma tutti potevano vedere il suo simbolo - con la sagoma dell'Emilia-Romagna sullo sfondo di una grafica filoeuropea - realizzato per giunta con una certa cura. 
Una volta presentate ufficialmente le candidature, quell'emblema non è risultato tra quelli depositati assieme alla documentazione, eppure aveva tutte le carte in regola per non sfigurare sulla scheda. Insomma, se davvero la lista fosse riuscita a raccogliere le firme necessarie - come sulla pagina si era detto ancora all'inizio di dicembre - sarebbe stata pronta a fare sul serio. Come sono andate allora le cose? Cosa si può sapere ora della lista che non c'è, che non è mai nata?
"Io direi piuttosto che è la lista che per ora non è sulla scheda, ma è nei nostri cuori": esordisce così Matteo Riva, reggiano, presidente di Alleanza per l'Europa, che in effetti è nata ma solo come associazione. "Il simbolo in effetti era stato studiato proprio in vista di una partecipazione alle elezioni regionali e, a dire il vero, all'inizio sembrava che ci fossero le condizioni per poter concorrere". L'inizio quando? "Alla fine di ottobre. In quel periodo eravamo un gruppi di 138 persone in tutta la regione. Alcuni di noi erano iscritti a +Europa, alcuni erano legati a Siamo Europei che non era ancora diventato Azione, altri erano tra i primi aderenti a Italia viva, c'erano anche alcuni repubblicani e altre persone di sensibilità liberaldemocratica. E noi volevamo proprio mettere in piedi una lista liberaldemocratica ed europeista che potesse concorrere alle elezioni: il nostro gruppo voleva essere di stimolo affinché una lista del genere venisse presentata. Le forze politiche di quell'area, però, per un certo periodo hanno continuato a nicchiare, a quel punto noi abbiamo deciso di partire".
In effetti, la pagina Facebook è stata creata il 13 novembre 2019, quando mancava in sostanza un mese e mezzo alla scadenza del termine per depositare le liste; il giorno prima, il simbolo aveva fatto la sua comparsa sulla bacheca di Riva corredato da un messaggio sibillino ("Siamo quasi pronti. Che ne dite? #EmiliaRomagna"). "Il fatto è - spiega Riva - che fino circa alla fine di novembre +Europa sembrava intenzionata a non presentare la lista: anche nel coordinamento regionale del partito si era discussa questa posizione, magari con l'idea di schierare candidati nella lista di Bonaccini". Quando però, alcuni giorni dopo, il livello nazionale di +Europa ha deciso che la lista doveva essere fatta e occorreva impegnarsi perché quell'obiettivo fosse raggiunto, le cose sono cambiate.
"Si era fatta strada - continua Riva - l'ipotesi che +Europa, Azione, Centro democratico e i repubblicani presentassero una lista unitaria: a quel punto per noi era naturale guardare con attenzione a quest'iniziativa elettorale e abbiamo lavorato perché quella lista potesse esistere. Com'è noto, la situazione via via si è modificata: da una parte, +Europa avrebbe posto veti alla presenza di un riferimento a Centro democratico nel contrassegno della lista; dall'altra, Matteo Richetti, che in Emilia-Romagna rappresenta Azione, ha deciso di contribuire alla costruzione della lista Bonaccini presidente, anche se in un'intervista aveva dichiarato la disponibilità a presentare la lista con +Europa. Insomma, posso dire che il cammino di Alleanza per l'Europa è arrivato a meno di metà del percorso che avevamo immaginato e voluto: avevamo in mente un soggetto più ampio, che aggregasse un numero ancora maggiore di componenti dell'area liberaldemocratica, riformista ed europeista. In ogni caso, questa lista è in campo e noi la sosteniamo".
Il sostegno, in effetti, si è tradotto anche in una partecipazione alla lista: nella circoscrizione di Bologna, infatti, la lista che +Europa ha presentato con il Psi e il Pri comprende anche Silvia Vallisneri, avvocata, già candidata al consiglio comunale di Reggio Emilia nella lista di +Europa, ma prima ancora candidata nel collegio uninominale di Modena e in quello plurinominale di Modena-Ferrara sotto le insegne del Partito repubblicano italiano (e dei verdiniani di Ala, che aveva concesso il simbolo per consentire all'edera di finire sulle schede senza raccogliere le firme). "Ho partecipato alla nascita di Alleanza per l'Europa come repubblicana - spiega lei - credendo nell'importanza di unire le forze di iscritti a partiti diversi per costruire un progetto nuovo in cui gli elettori possano ritrovarsi, autenticamente liberaldemocratico e aperto anche a chi ha un'estrazione cattolica. Porto avanti con orgoglio le idee del Partito repubblicano perché credo che i suoi valori originari, anche se oggi sono poco diffusi, siano ancora vivi e validi: lo faccio anche all'interno della lista +Europa-Psi-Pri, che ha accettato di candidarmi in quanto repubblicana e come esponente di Alleanza per l'Europa".
L'associazione Alleanza per l'Europa nel suo statuto non prevede "date di scadenza": "Il nostro progetto esaurirà il suo scopo quando i liberaldemocratici si saranno finalmente uniti" spiega Riva, che con lo stesso spirito aveva aderito a +Europa e aveva partecipato anche al congresso fondativo del partito, finendo anche al centro di polemiche per la lista "In Europa sì, ma non così", esclusa alla vigilia del congresso per irregolarità e che aveva fatto considerare Riva come uno "scalatore di partito". "So che sono stato visto in quel modo, ma non era il mio scopo. Quella lista aveva messo insieme sensibilità anche molto distanti tra loro; personalmente l'esperienza di mettere insieme forze europeiste e democratiche molto diverse, com'erano Radicali italiani e Centro democratico di Tabacci, mi era piaciuta molto e avevo affrontato quel passaggio con lo stesso spirito, tant'è che personalmente alla segreteria io comunque ho votato Marco Cappato, anche se dopo l'esclusione della lista In Europa sì, ma non così si era fatto un accordo con la lista di Tabacci". L'accordo, a ben guardare, non era sorprendente: Riva era approdato in +Europa proprio in virtù della sua militanza in Centro democratico, peraltro dopo essere stato eletto con l'Italia dei valori consigliere comunale a Reggio nel 2009 e consigliere regionale nel 2010 (fino alla scelta di abbandonare i gruppi nel 2011, seguita poi da strascichi di altra natura di cui le cronache hanno dato conto).
Ora Riva sostiene la lista di +Europa-Psi-Pri che ha accettato di candidare Vallisneri, ma l'associazione Alleanza per l'Europa continua a esistere e mantiene il suo simbolo, che tra l'altro è quasi pronto all'uso, anche su scala nazionale: basta togliere dal fondo il profilo dell'Emilia-Romagna o, volendo, sostituirlo con quello dell'Italia e il gioco per esibire un emblema buono per tutta l'Italia è fatto. Una lista che non sta sulla carta della scheda, dunque, ma può dirsi in pectore, in attesa che i tempi siano maturi...

mercoledì 8 gennaio 2020

Calabria, simboli e curiosità sulla scheda

Si è già accennato nei giorni scorsi alle elezioni regionali che il 26 gennaio si svolgeranno in Calabria, contemporaneamente al voto in Emilia-Romagna. La scheda elettorale calabrese sarà leggermente meno affollata rispetto a quella emiliano-romagnola: le persone che si contendono la carica di presidente sono quattro, sostenute in tutto da 14 liste (quasi sempre presenti sull'intero territorio regionale). Avrebbero potuto essere una di più, in effetti, se non fosse stata esclusa per difetti nella documentazione la lista 10 idee per la Calabria, pensata per appoggiare la corsa di Pippo Callipo: unica altra certezza è che la regione cambierà comunque guida, non essendo stato ricandidato il presidente uscente, Mario Oliverio (in generale, nel 2014 i candidati alla presidenza erano cinque, le liste 15). Ecco di seguito le candidature e le liste a loro sostegno, secondo l'ordine sulla scheda della circoscrizione Nord (Cosenza), l'unica ad avere lo schieramento completo delle liste in campo. 


Carlo Tansi

1) Tesoro Calabria

Il sorteggio ha indicato come primo aspirante alla presidenza della regione Carlo Tansi (spesso pronunciato come Tanzi), geologo, dal 2015 al 2018 a capo della Protezione civile della Calabria. Si tratta dell'unico candidato slegato da qualunque forza politica e si presenta sostenuto da tre liste di natura civica. L'unica a essere presente in tutte e tre le circoscrizioni è Tesoro Calabria, che da tempo è il progetto legato al suo progetto di candidatura: oltre al colore arancione, presente in tutte le liste che appoggiano Tansi, spicca lo scrigno aperto dal quale emerge la Calabria brillante in mezzo ad altri tesori (così almeno si possono interpretare i raggi di luce che vengono dalla luce gialla che si sprigiona dallo scrigno, anche se l'immagine può rimandare anche alla luce del sole che caratterizza il Sud).

2) Calabria pulita

Se, come si diceva, Tesoro Calabria è presente in tutto il territorio regionale, non può dirsi lo stesso per Calabria pulita, altra formazione civica a sostegno di Tansi: essa infatti è presente soltanto nella circoscrizione Nord, quella di Cosenza. La legge elettorale calabrese, infatti, non prevede che un gruppo di liste, per essere ammesso, debba risultare presente almeno in metà o nella maggioranza delle circoscrizioni individuate nella regione. Qui il concetto di pulizia, legato ovviamente alla trasparenza e all'assenza di macchie, è reso con un fondo bianco brillante e accentuato dalle losanghe che riempiono lo stesso cerchio che ospita anche la sagoma della Calabria, il nome della lista (in arancione, come la circonferenza interna) e il riferimento al candidato presidente.

 

3) Calabria libera

Anche la terza lista che sostiene la candidatura di Tansi è presente nella sola circoscrizione cosentina: si tratta di Calabria libera, con il riferimento evidente alla volontà di spezzare i legami e le catene relative alla criminalità organizzata e ad altri interessi. Proprio una catena blocca la regione nel simbolo, anche se i segni intorno alle maglie danno l'idea dello sganciamento; l'arancione qui tinge la Calabria e la circonferenza esterna, mentre gli altri elementi (a parte il fondo bianco) sono blu. Quella di Tansi è l'unica coalizione in cui il nome del candidato alla presidenza è riportato su tutti i simboli della compagine (anche se, come detto, in due circoscrizioni su tre gli elettori ne vedranno uno solo).


Filippo (Pippo) Callipo

4) Democratici progressisti

Sono diventate tre (dopo la bocciatura di 10 idee per la Calabria) anche le liste della coalizione di Pippo Callipo, che dopo la candidatura alle regionali nel 2010 (con Italia dei valori, lista Bonino-Pannella e la sua lista personale) è tornato in pista per il centrosinistra. Il sorteggio ha indicato come sua prima lista quella dei Democratici progressisti, già vista alle regionali del 2014 nella compagine di Mario Oliverio: stesso nome, stesse pennellate astratte di colore verde e rosso per creare il tricolore. Ed è proprio la stessa lista - emanazione del Pd - che, nel 2017, fu ricordata per far presente a Bersani e Speranza che il loro nascente partito non si sarebbe potuto chiamare "Movimento democratico e progressista" (ma la scelta iniziale era già Articolo Uno). 

 

5) Io resto in Calabria

Il secondo simbolo estratto è quello più legato al candidato presidente, anche in chiave "storica": Io resto in Calabria, infatti, era la "lista del presidente" già nella coalizione che aveva sostenuto Callipo dieci anni fa. L'idea grafica è rimasta in buona parte simile, con la sagoma verde e bordata di bianco della regione su fondo blu sfumato radialmente; è sparito l'indice che indicava il nome del candidato (allora scritto con un carattere handwriting), mentre proprio il riferimento a Callipo è stato posto su una fascia bianca, sempre al centro dell'emblema. Pur nella continuità grafica, il simbolo mostra di essere stato meglio congegnato in questo caso.

6) Partito democratico

Ultima delle tre liste in appoggio a Callipo è quella ufficiale del Partito democratico, che graficamente adotta una soluzione incontrata tante volte nel corso degli anni. Il logo elaborato nel 2007 da Nicola Storto, infatti, è stato semplicemente ridotto di dimensioni e spostato leggermente verso l'alto, per lasciare spazio nella parte inferiore a un segmento rosso (lo stesso rosso che permette di individuare la D della sigla) che contiene la dicitura "Callipo presidente" (un po' più stretta rispetto a quello che lo spazio consentirebbe). Si tratta dell'unica lista di partito della coalizione, mentre nel 2014 c'erano anche Centro democratico, Nuovo Cdu e il simbolo di Calabria in rete che comprendeva anche le miniature di Api, Autonomia Sud, Pri e Moderati (e DemoKratici).

Jole Santelli

7) Unione di centro

Il record assoluto di liste presentate spetta alla coalizione che sostiene la corsa di Jole Santelli, avvocata, storica esponente di Forza Italia e Pdl: le formazioni su cui può contare sono infatti sei. Il sorteggio ha posto in prima posizione la lista dell'Unione di centro, che conferma la sua collocazione nel centrodestra sul territorio regionale (anche se nel 2014 aveva appoggiato Nico D'Ascola con il solo Nuovo centrodestra). Il contrassegno è quello consueto (con le vele giusto un po' ridotte di dimensioni al di sotto dello scudo crociato), con l'indicazione della Calabria al posto di "Italia" nel segmento rosso (ma rispetto al 2014 il ritocco grafico sembra essere stato fatto in fretta e con poca cura: il carattere è diverso dagli altri due impiegati nel simbolo).

8) Casa delle libertà

Un altro ritorno che sa davvero di antico, all'interno della coalizione di centrodestra, è rappresentato dalla lista Casa delle libertà. E non solo perché il nome riporta subito allo schieramento a sostegno di Berlusconi alle elezioni politiche del 2001, ma perché la stessa lista era presente alle scorse regionali, in appoggio alla candidatura di Wanda Ferro. Nel 2014 la lista ottenne l'8,59%, un risultato decisamente buono se si considera che il simbolo era ed è piuttosto anonimo, con il nome della lista individuato solo dal contorno delle lettere sul fondo blu (spezzato solo dal segmento tricolore in basso). E questa volta non è nemmeno indicato il nome della candidata alla presidenza.

9) Fratelli d'Italia

Si ripresenta anche questa volta alleato con Forza Italia e Casa delle libertà il gruppo regionale di Fratelli d'Italia, che in questo caso utilizza per sé il simbolo nazionale ufficiale, senza alcuna variazione e anche senza inserire il nome di Giorgia Meloni al suo interno, com'è avvenuto altrove (ad esempio nelle contemporanee elezioni in Emilia-Romagna). Rispetto al risultato del 2014 - la lista sfiorò il 2,5% - questa consultazione elettorale promette comunque un esito migliore per il partito di Meloni, se il voto regionale confermerà il trend nazionale; in ogni caso, si tratterà di una prova importante per gli equilibri nella coalizione (nel 2014 Fdi restò fuori dal consiglio), anche considerando la prima presenza della Lega in Calabria. 
 

10) Forza Italia

Nel 2014 era riuscita a ottenere quasi il 12,3%, risultato nemmeno malvagio se si consideravano le difficoltà che il partito incontrava nel resto d'Italia e a livello nazionale. Questa volta Forza Italia torna in campo con una propria candidata (Wanda Ferro proveniva invece da Alleanza nazionale) e non a caso il simbolo si è trasformato leggermente: la bandierina è stata ridotta, lasciando un certo spazio tanto al nome di Berlusconi - ora nuovamente in pista, senza più il fardello dell'incandidabilità e dell'avvenuta decadenza - quanto al nome dell'aspirante presidente, disposto ad arco nella parte inferiore. Il risultato della lista sarà di sicuro interesse. 
 

11) Lega

Lo si diceva prima: queste elezioni sono in assoluto le prime regionali calabresi in cui partecipa anche una lista della Lega, già votata dal 5,61% degli elettori della regione alle politiche del 2018 e addirittura dal 22,61% alle europee dello scorso anno. Per questo "sbarco", il partito di Matteo Salvini utilizza l'emblema che ormai siamo abituati a vedere da due anni: la base è il contrassegno usato alle politiche, con la parola "Lega", Alberto da Giussano e il riferimento enorme giallo al leader leghista; unica variazione è la sostituzione della parola "premier" con il riferimento alla regione. Gli analisti aspettano soprattutto il risultato di questa lista, rilevante ovviamente non solo in chiave regionale.


12) Jole Santelli presidente

Il sorteggio ha lasciato per ultima, tra le sei liste della coalizione di centrodestra, quella maggiormente legata alla candidata alla guida della regione. Jole Santelli presidente è la sola lista a riportare il nome intero dell'esponente politica (Forza Italia, come si è visto, riprende solo il cognome); quanto alla grafica, pur mostrando una certa cura non permette in alcun modo di capire che il simbolo è stato progettato per le elezioni regionali. Il riferimento al tricolore e il blu del testo e di vari elementi, infatti, rimandano piuttosto alla tavolozza del partito catch all, con aspirazioni nazionali (la bandiera) e collocato naturalmente nel centrodestra. Chissà che questa grafica non torni buona più in là...


Francesco Aiello

13) MoVimento 5 Stelle

Ultimo candidato sorteggiato, tra i quattro che concorrono alla presidenza della Calabria, è Francesco Aiello, ordinario di Politica Economica presso l'Università della Calabria. Aiello è stato indicato come aspirante presidente dal MoVimento 5 Stelle, che così concorre per la seconda volta alle regionali calabresi (cinque anni fa Cono Cantelmi aveva sfiorato il 5%). Rispetto alle elezioni precedenti, il simbolo è quasi uguale, avendo visto modificare solo l'elemento testuale disposto "a sorriso" nella parte inferiore (allora era ancora Beppegrillo.it, ora è Ilblogdellestelle.it, saltando a piè pari il sito precedente del M5S). In questo caso, tuttavia, il MoVimento non è la sola forza che appoggia il suo candidato.

 

14) Calabria civica

L'ultima posizione sui manifesti e sulle schede, infatti, è stata attribuita alla lista Calabria civica - Liberi di cambiare, l'unica in cui figuri - peraltro con una certa evidenza - il nome di Aiello come aspirante presidente. Dopo che il voto su Rousseau aveva scelto di presentare candidature alle regionali, il M5S aveva ribadito che ci sarebbero state alleanze solo con forze civiche: il nome di questa lista è pienamente in linea con questa posizione. "Liberi di cambiare" è il motto di chi si ritiene slegato da interessi di partito (anche se lo stesso nome è stato ampiamente visto nelle elezioni amministrative). Nel suo essere semplice, l'emblema appare comunque ben costruito.

lunedì 6 gennaio 2020

Emilia-Romagna, simboli e curiosità sulla scheda

Mancano venti giorni alle elezioni regionali in Emilia-Romagna, che si svolgeranno contemporaneamente a quelle in Calabria, dalle ore 7 alle ore 23 del 26 gennaio. Rispetto all'appuntamento calabrese, quello emiliano-romagnolo si presenta più denso di candidature e liste: sette persone aspirano alla poltrona di presidente della regione e sono sostenute da 17 liste (nel 2014 c'era un candidato e ben sei liste in meno). 
La presenza dei simboli sulla scheda, tuttavia, non sarà uniforme: la legge, infatti, richiede che una lista sia presente almeno nella metà delle province più una. Dopo l'esame dei documenti da parte degli uffici elettorali, nessuna lista risulta essere stata esclusa a livello regionale: ecco dunque l'ordine così come uscito dal sorteggio, fornendo ovviamente lo schieramento completo di candidature e liste (in particolare, quello che finirà sulle schede della provincia di Parma).

Marta Collot

1) Potere al popolo!

Il sorteggio ha posto in apertura di manifesti e schede la candidatura di Marta Collot, 26 anni, trevigiana, ma arrivata anni fa a Bologna per studiare all'università e al conservatorio, precaria. Si tratta della candidata sostenuta (unicamente) da Potere al popolo!, che dunque dà continuità al cartello elettorale nato in vista delle elezioni politiche del 2018 e di cui è portavoce nazionale Giorgio Cremaschi: il simbolo utilizzato è esattamente lo stesso inaugurato due anni fa. Non si tratta, come si vedrà, dell'unica candidatura a sinistra: se nel 2014 tutta la parte di quell'area non schierata con Bonaccini aveva scelto di riunirsi in una sola lista, quest'anno ce ne sono ben tre. Il che, inevitabilmente, rende più difficile la rappresentanza in consiglio per chi si riconosce nella sinistra.

Lucia Borgonzoni

2) Giovani per l'ambiente

La seconda delle tre donne che aspirano alla carica di presidente dell'Emilia-Romagna è Lucia Borgonzoni, candidata unitaria del centrodestra. Come prima delle sue sei liste - tante quante quelle di Bonaccini - la sorte ha però scelto un emblema nuovo, coniato per l'occasione: si tratta di Giovani per l'ambiente, chiamata spesso "lista under 35" proprio perché presenta candidati giovani, manifestando sensibilità per i temi ambientali. A questo servono i colori "naturali" del cielo azzurro e del verde, che tinge la parte inferiore del simbolo (sotto un arco tricolore un po' stile Fli) e la foglia che richiama pure il profilo della regione nella sagoma intera dell'Italia. C'è anche un sole giallo, che comunque non rischia di essere confuso con quello storico dei Verdi.

3) Forza Italia

La prima lista che rappresenta ufficialmente un partito in questa competizione elettorale è quella di Forza Italia, delle cui liste si è parlato non poco nei giorni scorsi anche per la presenza di Vittorio Sgarbi (a Bologna, Ferrara e Parma) e di Valentina Castaldini (già Ncd). Se nel 2014 il simbolo che appoggiava Alan Fabbri conteneva solo il nome di Berlusconi, stavolta - benché la candidatura sostenuta sia di nuovo di matrice leghista - il partito ha scelto di abbinare al riferimento al fondatore di Fi quello della candidata alla presidenza, disposto ad arco nella parte inferiore del contrassegno (anche perché è piuttosto lungo). Questo - è la sola lista a fare questa scelta, insieme a quella della candidata - insieme a operazioni come quella di Sgarbi, cerca forse di ridare spazio a un partito che nel 2014 aveva preso l'8,36% e solo due seggi, ma ora rischierebbe di arretrare ulteriormente.

4) Fratelli d'Italia

Sembra destinata a ottenere più voti rispetto a Forza Italia, migliorando decisamente il 2% sfiorato nel 2014, la lista di Fratelli d'Italia. In questo caso si è utilizzato lo stesso contrassegno inaugurato alle elezioni politiche del 2018, cioè il simbolo ufficiale contenuto, "a matrioska", nel tondo colorato sempre di blu e di bianco, ma con in alto evidente il nome di Giorgia Meloni, mentre non c'è alcun riferimento alla candidata alla presidenza della regione. Si è ritenuto, evidentemente, che il nome della leader del partito potesse portare più voti e più consenso al partito, che negli ultimi mesi è dato decisamente in crescita, tanto a livello nazionale quanto in territori storicamente di tutt'altro colore come l'Emilia-Romagna.

5) Borgonzoni presidente - Progetto Emilia-Romagna

Ecco la prima "lista della presidente", non legata ai partiti e composta soprattutto da persone di fiducia di chi aspira alla guida della regione (anche perché - è il caso di ricordarlo - la legge elettorale dell'Emilia Romagna non prevede più il cd. "listino" legato alla candidatura a presidente, quindi non ci sono altri modi per far dare spazio a candidature legate alla figura del/della leader). In molti hanno notato il colore rosa/porpora, inteso come femminile, di Borgonzoni presidente, che tinge la parte superiore e prevalente del contrassegno (mentre in quella inferiore, separata da un arco tricolore, sta la silhouette della regione di colore verde - quello del logo regionale, più che quello ex leghista - e con il riferimento all'anno elettorale); nella parte superiore si legge anche il nome della rete civica Progetto Emilia-Romagna, che raccoglie sindaci e amministratori di tutta la regione. 

6) Il popolo della famiglia - Cambiamo!

In sesta posizione arriva anche il primo contrassegno composito della competizione in esame: si tratta della lista che unisce Il popolo della famiglia e Cambiamo!, la formazione guidata da Giovanni Toti che dunque si presenta per la prima volta in un'elezione regionale. L'emblema - non presente in tutta la regione - è diviso esattamente a metà tra le due formazioni, con la parte superiore dedicata al partito di Mario Adinolfi (che ha semplicemente ridotto nome e disegnino della famigliola, oltre che rimpicciolire e adattare al cerchio la scritta "No gender nelle scuole") e quella inferiore a Cambiamo!: curiosità, tanto la banda tricolore quanto lo stile del nome vengono dalla primissima versione del simbolo totiano, come del resto il fondo arancione (in cui stavolta trova spazio la dicitura "Insieme per l'Emilia Romagna", con il nome della regione in maggiore evidenza).

7) Lega

Già nel 2014 la lista più votata del centrodestra era stata quella della Lega Nord, con il suo 19,42%; ora la Lega - senza Nord, senza il Sole delle Alpi e il verde, ma con il cognome di Matteo Salvini più evidente sotto ad Alberto da Giussano - punta a consolidare il ruolo di leadership nella coalizione, sperando di portarla alla vittoria accrescendo ancora la sua quota di voti. Il simbolo, come si intuisce, è una semplice variazione di quello inaugurato alla vigilia delle elezioni politiche del 2018, con l'apposizione "premier" sostituita dal riferimento alla regione (perché "Emilia-Romagna", col trattino, stavolta non fa pensare alle nazioni Emilia e Romagna presenti in verde nel contrassegno del 2014).

Simone Benini

8) MoVimento 5 Stelle

Si era parlato molto, nei mesi scorsi, della possibilità che il MoVimento 5 Stelle non si presentasse alle elezioni regionali in Emilia, ma il voto degli attiVisti sulla piattaforma Rousseau lo scorso 21 novembre ha preso con nettezza la decisione opposta. Così una lista del M5S sarà presente nella prima regione in cui sono stati ottenuti consiglieri nel 2010 (insieme al Piemonte), una di quelle che - pensando anche al suo risultato superiore al 13% nel 2014 - più aveva guardato con sfavore all'idea di non correre di nuovo alle elezioni. A sostenere la candidatura di Simone Benini, 49 anni, imprenditore informatico e apicoltore, sarà soltanto il simbolo che ormai dall'inizio del 2018 accompagna tutte le partecipazioni elettorali del MoVimento, con il sito Ilblogdellestelle.it nella parte inferiore, sotto alla grafica in uso fin dal 2009.  

Laura Bergamini

9) Partito comunista

Altra candidatura singola - l'ultima, ma solo in ordine di sorteggio, delle tre femminili di questo turno elettorale - è quella di Laura Bergamini, parmigiana, 59 anni, educatrice, già candidata sindaca a Parma nel 2017 per il Partito comunista: anche in questo caso corre con le sole insegne del partito guidato a livello nazionale da Marco Rizzo. Il simbolo, ormai il solito da anni - quadrato rosso con falce, martello e stella bianchi, inscritto in un cerchio grigio - non sarà presente in tutta la regione, ma il gruppo è comunque riuscito a raccogliere un numero sufficiente di firme in oltre metà delle circoscrizioni. Si tratta, tra l'altro, della prima partecipazione del Pc alle regionali in Emilia-Romagna.

Stefano Bonaccini

10) Europa Verde

La prima a essere sorteggiata delle sei liste a sostegno della ricandidatura di Stefano Bonaccini, presidente uscente della regione, è quella di Europa Verde. Nome e simbolo sono pressoché gli stessi utilizzati alle ultime elezioni europee dalle liste promosse dalla Federazione dei Verdi (anche se in questo caso non partecipa ufficialmente Possibile): risulta interessante quindi la prosecuzione di un progetto nato per le europee, anche se la soglia di sbarramento era rimasta lontana. Al fondo verde, al girasole dei Verdi europei e al sole che ride adottato in Italia è stata aggiunta solo la dicitura "Verdi Emilia Romagna"; tra i candidati si segnala Gian Luca Sassi, eletto nel 2014 in regione con il M5S nel reggiano.

11) Emilia-Romagna coraggiosa

Si era già parlato nelle scorse settimane della lista Emilia-Romagna coraggiosa - una delle prime, tra le "nuove", a rendere noto il proprio simbolo - che dovrebbe riunire in un'unica formazione la proposta elettorale ecologista e progressista di Articolo Uno, Sinistra italiana, nonché di èViva (rappresentata nel consiglio uscente da Silvia Prodi, eletta nel 2014 con il Pd). Nessuno dei partiti citati esisteva nel 2014, quindi si è scelto un emblema nuovo, tinto del verde d'Emilia ed ecologista, nonché del rosso della sinistra e del cuore, che vuole simboleggiare il coraggio. Tra le candidature, spicca quella dell'ex europarlamentare Elly Schlein, che di quest'operazione ha tenuto le fila.

12) Partito democratico

Sulla carta, il compito più difficile sembra averlo proprio la lista del Partito democratico: nel 2014 riuscì a mantenere un primato solido tra le forze politiche con il suo 44,53%, mentre quest'anno sarà oggettivamente difficile ripetere lo stesso risultato. Che le condizioni siano diverse rispetto al passato emerge anche da un dato piccolo, ma significativo: per la prima volta da quando è stato fondato, il Pd ha scelto di inserire nelle regionali emiliano-romagnole il riferimento al candidato presidente, peraltro con una certa evidenza (scritta bianca su segmento rosso). Gli occhi degli osservatori, oltre che sulle percentuali delle candidature alla presidenza, saranno puntati anche sul numero di voti e sulla percentuale dei dem in Emilia-Romagna, per verificare se può conservare il titolo di "roccaforte" (anche se oggi è difficile definirla "rossa").

13) Volt

Ecco un esordio assoluto, anche se diverso da quello previsto alcuni mesi fa. Le elezioni emiliano-romagnole sono infatti la prima occasione in cui riesce a presentare liste Volt, partito politico europeo, progressista ed ecologista, nato nel 2016 come reazione al referendum su Brexit e intenzionato a strutturarsi in tutta Europa con lo stesso simbolo (nome bianco su fondo viola). Mancato l'obiettivo di correre in Italia alle ultime europee, Volt ha scelto di correre alle regionali - raccogliendo le firme - puntando soprattutto sull'elettorato giovane e interessato a una dimensione europea della politica e della democrazia, con ben saldi i valori della solidarietà e della giustizia sociale. Un primo esperimento, di cui converrà riparlare.

14) +Europa - Psi - Pri

Si era già parlato nelle scorse settimane della lista presentata da +Europa a sostegno della candidatura di Stefano Bonaccini, per la quale è stato necessario raccogliere le firme vista l'assenza di un gruppo ad hoc in consiglio regionale. Il contrassegno contiene il nome di +E scritto con i colori già noti dalla fine del 2017, abbinato alla bandiera europea stilizzata e mossa dal vento; sotto al riferimento al candidato presidente, trovano posto le miniature dei simboli del Partito socialista italiano (già alleato di +Europa alle ultime europee: si tratta della prima uscita del nuovo garofano, anche se in miniatura) e del Partito repubblicano italiano (ancora presente soprattutto in Romagna) con i quali è stato condiviso l'impegno di presentare la lista. Tra i candidati, il più noto è l'economista Giuliano Cazzola (già Psi, molto dopo Pdl, aspirante sindaco di Bologna per il centrodestra e poi in Scelta civica ed Ncd).

15) Bonaccini presidente

Chiude, in base al sorteggio, la compagine elettorale a sostegno della rielezione del presidente regionale uscente proprio la sua lista personale, Bonaccini presidente. Nel simbolo domina il colore verde, quello del logo della regione (che non a caso è richiamata come sagoma dalla forma della bandiera stilizzata e piuttosto mossa dal vento, quasi a riconoscere che questa volta il cammino non sarà una passeggiata), ma anche quello che domina l'intera comunicazione del candidato. Nella lista saranno presenti vari esponenti della società civile, ma anche persone legate alla calendiana Azione (come l'ex deputata Mara Mucci) e a Italia Viva, che fin dall'inizio aveva dato il sostegno a questa formazione.

Domenico Battaglia

16) Movimento 3V - Vaccini Vogliamo Verità

Era stato annunciato il desiderio del Movimento 3V - Vaccini Vogliamo Verità di partecipare a queste elezioni, in una delle regioni in cui i contrari all'obbligo vaccinale son più strutturati (l'associazione Comilva ha sede a Rimini). Gli attivisti hanno affrontato lo sforzo della raccolta firme e correranno in tutte le province, tranne Reggio Emilia, a sostegno del loro candidato Domenico Battaglia. Il contrassegno è quello anticipato giorni fa, con il nome integrale del movimento scritto in nero, all'interno di un cerchio bianco bordato di rosso. Si tratta, per ora, della partecipazione più sistematica di un soggetto che contrastai pone contro l'obbligo vaccinale (nel 2018 la lista SìAmo era stata presente a macchia di leopardo alle elezioni politiche, sempre per la difficoltà di raccogliere le firme); tra i candidati, l'ex deputato Ivan Catalano e Pietro Perrino, già Direttore del CNR di Bari.

Stefano Lugli

17) L'Altra Emilia Romagna

L'elenco dei candidati si chiude con Stefano Lugli, 45 anni, segretario regionale di Rifondazione comunista (e consigliere comune d'opposizione a Finale Emilia); la lista che lo sostiene, però, è L'Altra Emilia Romagna, stesso simbolo utilizzato nel 2014 dalla sinistra che aveva candidato alla presidenza Cristina Quintavalla. La presenza in consiglio regionale - anche se personalmente il suo rappresentante, Piergiovanni Alleva, sostiene Emilia-Romagna coraggiosa - ha consentito di evitare la raccolta firme: capita così che la declinazione regionale dell'esperimento elettorale della lista Tsipras alle europee del 2014 continui a vivere, se non altro perché risulta più conveniente, anche se il risultato di allora sembra lontanissimo (e, con tre liste di sinistra, il 3,72% del 2014 sembra difficile da replicare).

sabato 4 gennaio 2020

Simboli fantastici (25): Uniti per l'alternativa, la sinistra (mai vista) di Cuore

D'accordo che "la sinistra è gioco, è divertimento, è fantasia" (si scherza ovviamente), ma Corrado Guzzanti nei panni di Fausto Bertinotti lo avrebbe insegnato solo a partire dal 1997; cinque anni prima, poi, tra "Gladio", "Mani pulite", crisi economica e altri contorni c'era ben poco da divertirsi. In compenso, già in quel 1992 era nota la tendenza della stessa sinistra alla scissione, quando non allo spezzatino. Parlare di "unità della sinistra" poteva apparire come utopistico (con retrogusto amaro), fantascientifico, oppure poteva essere ritenuto così assurdo e improbabile da configurarsi come puro esercizio di ironia e sarcasmo. Per questo, non stupisce che Cuore - il settimanale satirico, ormai non più inserto dell'Unità - un bel giorno, in uno degli anni più difficili e controversi della storia italiana, abbia preso proprio il tema dell'unità della sinistra come oggetto per la propria ironia tagliente; ai suoi lettori, tuttavia, offrì anche un piccolo esercizio di fantasia "grafico-simbolico". 
Il numero che ci interessa era datato 17 febbraio 1992, per giunta il giorno esatto dell'arresto di Mario Chiesa, con il quale l'inchiesta milanese sulle tangenti sarebbe divenuta nota all'Italia intera. In quel 17 febbraio, mentre le Camere erano state sciolte due settimane prima da Francesco Cossiga e mancavano solo quattro giorni all'apertura del deposito dei contrassegni al Viminale, Cuore metteva proprio in prima pagina un nuovo simbolo, tanto verosimile nell'aspetto quanto distante dalla realtà, per tutta una serie di motivi.
In realtà, la semplice visione dell'intera pagina funziona meglio di una macchina del tempo - anzi, è una vera macchina del tempo - per i #drogatidipolitica: tutta la parte inferiore, per dire, era occupata da un pezzo di Michele Serra, intitolato Il teorema di Pirrotta, facendo così materializzare in un attimo le note politiche accorate e assai filosocialiste di Onofrio Pirrotta al Tg2 (anche se in quel caso era finito oggetto di sberleffo nella sua autoproclamata qualità di smascheratore di bufale). L'occhio, tuttavia, era naturalmente catturato dal "clamoroso scoop" dell'apertura, con un titolo d'impatto nella sua semplicità: Stavolta si vince! Sinistra unita alle elezioni. In poche parole, si rendeva l'idea tanto dell'abitudine (della vocazione?) alla sconfitta della sinistra italiana, quanto del desiderio (della necessità?) di autoconvincersi che quella potesse essere la volta buona. 
In sostanza, il giornale immaginava un vero e proprio "listone" costruito da Achille Occhetto (da un anno segretario del Partito democratico della sinistra), Sergio Garavini (freschissimo segretario di Rifondazione comunista), Giorgio La Malfa (allora e ancora a lungo segretario del Partito repubblicano italiano), Leoluca Orlando (segretario della Rete, fondata un anno prima), Gianni Mattioli (allora presidente della Federazione dei Verdi) e persino Marco Pannella (in veste di leader tanto del Partito radicale, che già allora non si presentava alle elezioni, quanto della lista Antiproibizionisti sulla droga): un "listone" che si sarebbe dovuto chiamare Uniti per l'alternativa e che, nelle intenzioni dei promotori, avrebbe dovuto puntare al 40%.
Anche solo uno sguardo veloce alla pagina, dominata dal titolo e dalla foto enorme dell'incontro "segreto" (ma documentato con foto, urchi!) dei sei protagonisti dell'operazione, era in grado di indurre grasse risate al lettore minimamente avvezzo alle vicende politiche ed elettorali italiane, come si vedrà tra poco; eppure l'attenzione del vero #drogatodipolitica non poteva non farsi catturare da quel cartello retto da Occhetto (forse appena con un briciolo di sicurezza in più rispetto a quando aveva impugnato il nuovo emblema del Pds) che riportava il possibile simbolo di Uniti per l'alternativa. Cuore dell'emblema era la sagoma dell'Italia stilizzata e contornata di rosso, con un sorriso a metà tra lo stretto e il sornione, su un fondo rosso-rosa sfumato, circondata dal nome del "listone" e con la sigla dello stesso  basso, rossa e inserita in un rettangolo, ben visibile in carattere grassetto e graziato. 
Trovandosi davanti agli occhi questo "reperto cartaceo" di quasi ventott'anni fa, il politics addicted di oggi rischia la lacrimuccia, ma viene colto dal desiderio di capire di più - d'accordo, si scherza, ma già che ci si è la vaccata la si faccia intera" - per cui, dopo qualche secondo di attenzione, passa alle pagine interne, sperando che si dica qualcosa di più anche su quella curiosa grafica. A pagina 2, dunque, ecco il titolo iconico: Nasce tra i sorrisi lo "spirito di Chianciano", facendo evidentemente il verso al più noto "spirito di Assisi" di cinque anni prima e invocandone la medesima natura pacificatrice e ricostruttiva. Non è un caso che, come sede del fantomatico incontro, sia stato scelto il "piccolo albergo La Pace", molto francescano e anticipatore inconsapevole dei vari incontri a Camaldoli, Gargonza, Spineto e quant'altro.
Di pace, in effetti, ne sarebbe servita parecchia: giusto per dirne una, di tensioni sotto la cenere ne covavano parecchie tra il Pds e la neonata Rifondazione comunista e, tempo una settimana, sarebbe scoppiata l'ennesima lite dopo la bocciatura del simbolo di Garavini da parte del Viminale per l'impiego dell'espressione "Partito comunista" (coi rifondatori pronti ad accusare il Pds di aver ispirato al ministero la mano pesante e le risposte sdegnate di D'Alema e degli altri), discussione placata solo dalla Cassazione che avrebbe riammesso l'emblema senza modifiche. Del resto, quale miglior luogo per trovare la pace e la tranquillità di una località termale come Chianciano, peraltro avvezza alla politica tra congressi nazionali e feste di partito?
Così, in una domenica 16 febbraio iniziata con una pioggerellina e terminata con sorrisi e strette di mano a suggello di "un incontro davvero storico, tenuto segreto alla stampa e alle tivù con l'unica eccezione degli inviati di Cuore" (alè!), i sei leader - anzi, l'articolo a firma Ambrogio Lopuoti ne cita sette, forse perché c'era anche Massimo D'Alema e la sua ombra era già in azione - si sarebbero incontrati in questo alberghetto: per cominciare, Occhetto "in completo di tweed, volto teso e una gran borsa sotto il braccio", Pannella in "jeans e cappotto di tweed" e l'elegantissimo Garavini, "che si ripara dalla pioggia con una coppola di tweed" (c'era da dubitarne?). Non si hanno notizie sull'abbigliamento di Orlando, mentre si raggiungono livelli grotteschi con l'arrivo di Mattioli che all'appuntamento della "nuova sinistra unita" (eh, brutta cosa i ricordi!) sarebbe giunto "su una vecchia bicicletta di tweed noleggiata alla stazione" (orpo!); niente tweed invece per La Malfa, ritratto solo come frettoloso ed efficiente. 
I contrasti emersi sarebbero stati risolti con uno spinello offerto da Pannella e accettato col sorrido da Occhetto e con una foto polaroid di La Malfa in kefiah scattata da Garavini. Il contenuto dell'incontro sarebbe entrato in un documento di sole tre cartelle e venti righe (merito anche del limite di mezz'ora agli interventi di Pannella, mal sopportato dal suddetto), in cui avrebbero trovato posto l'uguaglianza fiscale e la lotta al deficit pubblico (Occhetto, con ritocchi di La Malfa), lotta al crimine e al business della droga (Orlando e Pannella), marmitte catalitiche per tutti (Mattioli), "fine dell'insulso mercanteggiare di dossier dell'est (Garavini), natura transnazionale della formazione politica (Pannella ovviamente). Finito l'incontro, ci sarebbe stato persino il tempo per distribuire spinelli, legare fazzoletti rossi, gioire "per l'insperata vittoria del Palermo" e appassionarsi alle begonie guidati dalla figlia del titolare.
Un'unione delle forze di sinistra, dunque, anche se sarebbe stato meglio parlare di forze dell'opposizione, visto che a Chianciano non c'era traccia dei socialisti (sì, quelli impanicati per l'arrivo dell'ora legale, ma Cuore l'avrebbe scritto solo un mese più in là): a dispetto della guida craxiana, era difficile accusarli di non essere di sinistra, ma all'epoca erano al governo e non si potevano coinvolgere in disegni alternativi. C'era invece Pannella, ancor lontano dagli accordi con Silvio Berlusconi, e c'era La Malfa, che all'opposizione ci era finito da meno di un anno, così come c'era Orlando che fino a un anno prima era parte della Democrazia cristiana. Loro, assieme agli amici-nemici di falce e martello Occhetto e Garavini e al verde Mattioli, avrebbero potuto "garantire al paese un'alternativa civile allo sfascio mafioso-clientelare prodotto dal regime democristiano-socialista". Questo almeno secondo l'anonimo autore del corsivo, intitolato  Finalmente: pur nelle loro differenze, quelle sei anime avrebbero capito di poter convivere anche in un ipotetico governo "nel nome della rinascita democratica del paese, del rigore amministrativo, del superiore interesse pubblico" - anche perché fino ad allora la Dc in oltre quarant'anni di governo aveva "sempre rappresentato e sostenuto tutto e il contrario di tutto messo insieme capra e cavoli, appoggiato le istanze più disparate" - e in quel modo avrebbero smentito le tesi di chi li riteneva "troppo legati agli interessi di partito, troppo spaventati dall'audacia radicale che la gravissima situazione richiede, troppo rinchiusi nei rispettivi orticelli ideali" (ma vuoi vedere che, invece, alla fine erano proprio così?). 
Soprassedendo sulle dichiarazioni dei contraenti, scrupolosamente riportate in un articolo a firma Dario Durium (eppure no, non si può restare indifferenti di fronte a Garavini che dice di aver fondato Rifondazione comunista per confrontarsi meglio "con spirito sgombro da pregiudizi e durezze ideologiche, coi compagni pidiessini", apprezzando soprattutto il cambio di nome del partito, e a Occhetto che ricambia sottolineando di stimare Cossutta; non possono tacersi la rivelazione sviluppista di Mattioli, la sentenza "l'idea di fare una lista Pannella era veramente una stronzata" pronunciata da Pannella medesimo, la lode al primato dell'obiezione di coscienza, dei diritti civili e del salario garantito cantata da La Malfa), ci si può concentrare su una vignetta di Vincino, ElleKappa o Altan, per poi vedere come lo spirito di Chianciano aveva già iniziato a contagiare i rispettivi partiti. 
Perché, sì, andava bene l'accordo dei leader, ma poi chi le faceva le liste? In fondo, l'idea di un "listone" unico alternativo faceva a cazzotti con l'idea stessa del proporzionale, che ancora si sarebbe applicato (per l'ultima volta e, comunque, con la preferenza unica post-referendaria) alle elezioni politiche e che avrebbe permesso di candidate un numero di persone sei volte maggiore. Non era più semplice dichiarare dall'inizio l'idea del fronte politico alternativo, ma correre ognuno con la propria lista e il proprio simbolo - al massimo con una sorta di "marchio di gamma" da riportare in ciascuno, cosa che fino a quel momento non s'era mai vista - per raccogliere il maggior numero di voti possibili e lasciar scegliere più scelta agli elettori di ogni singolo partito con le preferenze, per poi marciare di nuovo compatti e - si spera - numerosi dopo il voto? Forse sì, ma ovviamente non per i volenterosi dell'alternativa dipinti da Cuore, tutti impregnati di spirito di servizio. 
Niente personalismi e particolarismi nella composizione delle liste: i leader candidati "solo se ci sarà un posto disponibile", frotte di telegrammi di rinuncia alla candidatura (con suggerimenti di candidare esponenti di altri partiti), giurì d'intellettuali in costituzione per decidere le candidature. Erano allo studio pure - secondo l'informato articolo a firma Marco Maria Loden (in epoca molto premontiana, ovvio) - soluzioni inedite per formare gli elenchi di candidati senza destare il minimo sospetto di personalismi e prevaricazioni: dal sorteggio alla "presentazione di una lista formata dalle sole iniziali dei candidati" (con elezione in incognito, almeno per gli elettori), da liste di sconosciuti rappresentanti della società civile (ma questo sarebbe accaduto) a "una lista di sole donne che si recherebbero in parlamento a rotazione, una settimana a testa". Il tutto, sia chiaro, senza svolgere affatto campagna elettorale (perché "un partito non deve chiedere voti a nessuno; deve meritarseli con la sua azione, non con la propaganda"), lasciando comizi e tribune ai "candidati conservatori (Dc, Psdi, Pli)" e a "quelli dell'estrema destra (Msi, Psi e Leghe)". 
Ammirati per la classificazione politica proposta, ci si può ancora lasciar trasportare dal reportage di Uella Carugati sulla passeggiata in giro per Chianciano delle sei compagne degli altrettanti leader contraenti del patto: un pezzo di colore (verosimilmente quello del tweed che ritorna addosso alle signore Pannella, La Malfa e Orlando, puntualmente abbinato a un filo di perle), ma si è costretti a rilevare la mancata analisi puntuale del contrassegno scelto. Anche perché, a ben guardare, si trattava di un emblema sbilanciato: l'Italia nel simbolo rappresentava tutti e nessuno (visto che nessun partito contraente l'aveva come proprio fregio), mentre il sorriso era una chiara citazione del sole che ride dei Verdi e il colore rosso - introdotto proprio in coincidenza con l'adozione delle schede elettorali in technicolor, a dispetto di Cossiga - poteva accontentare almeno in parte i due partiti che si contendevano l'eredità politica del Pci e, sia pur molto alla lontana, i supporter della Rete (il colore di sfondo era quello). Niente foglie di edera o di canapa indiana, niente rose con o senza pugno: repubblicani e radicali antiproibizionisti avrebbero ben potuto piantare grane per quella grafica che li escludeva quasi del tutto. 
Nessuna lite, invece, si registrò in materia simbolica, essendo scoppiata la pace anche lì. Del tutto incidentalmente, si può ora notare che parlare di "Italia che ride", come avevano fatto i titolisti dei pezzi (figure che, notoriamente, nei giornali fanno danni da sempre), era un po' inopportuno. Quello del sole dei Verdi, mutuato dagli antinuclearisti danesi, era effettivamente un sorriso solare - ci si perdoni il bisticcio - contagioso e anticipatore di una risata; quello dell'Italia degli alternativi uniti, invece, sembrava un sorriso tra lo sforzato e il sornione, a occhi più stretti che visti, quasi - ci si perdoni di nuovo e più di prima - andreottiano nell'espressione. Del resto, al governo in quel momento c'era proprio Giulio Andreotti, per il suo ultimo esecutivo. Insomma, quella dell'alternativa, più che un'Italia "che ride", sorrideva quanto bastava, in bilico tra "l'ottimismo è il profumo della vita" (ma a Tonino Guerra l'avrebbero fatto dire una decina d'anni dopo) e la consapevolezza che si preparavano tempi grami e sorridere oggettivamente era fin troppo. 
Manco a dirlo, quel simbolo non finì nelle bacheche del Viminale (e non solo perché il rettangolino con la sigla "UpA" avrebbe dovuto essere contenuto nel cerchio, come le regole vogliono), i sei leader ricordati corsero per conto proprio e non proprio in sintonia; la somma delle loro percentuali arrivò al 32% ma con una lista unica forse avrebbe potuto essere ancor più bassa (secondo il teorema - non di Pirrotta - in base al quale due più due non fa mai quattro, ma tre e mezzo se va bene). I #drogatidipolitica comunque rattristati per non aver potuto vedere quell'emblema sulle schede elettorali possono però apprezzare i due simboli altrettanto fantastici proposti a pagina 3, non firmati ma da attribuire a Roberto Perini: prima un Saturno molto craxiano per il Partito socialista intergalattico, poi un anonimo cane abbaiante per il Partito degli animali qualunque (e pensare che proprio in quel 1992 qualcuno - probabilmente Giuseppe Fortezza - si preoccupò di depositare nuovamente l'emblema dell'uomo stretto nel torchio, finalmente con la U tornata rossa). Un ultimo sorriso, prima di riporre la copia di Cuore servita a rinfrescare la memoria e a viaggiare nel tempo. 

Grazie di cuore a Paola Meinardi, che con il suo archivio e le foto gentilmente concesse ha permesso di riesumare la sinistra unita che non c'è mai stata.