lunedì 18 maggio 2020

La libertà sulla croce: il progetto popolare secondo Preziosi

In questo sito ci si è occupati molte volte del simbolo della Democrazia cristiana e delle dispute giuridiche nate intorno a esso e alla sopravvivenza del partito. Spesso, tuttavia, non ci si ferma a riflettere sull'origine di quello scudo crociato, che risale - com'è noto - a ben prima della sua adozione come emblema della Dc. La prima adozione dell'emblema nell'area che più l'avrebbe utilizzato nel corso dell'ultimo secolo, infatti, si deve a don Luigi Sturzo, con la fondazione del Partito popolare italiano. Lo scorso anno, del resto, era facile ricordarlo, essendo trascorso giusto un secolo dal noto appello "ai liberi e ai forti", datato 18 gennaio 1919. 
Proprio la ricorrenza tonda è stata l'occasione per tracciare bilanci su cent'anni di presenza dei cattolici nella politica italiana, una riflessione che evidentemente non si è arrestata con la fine del 2019. Si spiega così, evidentemente, l'uscita nei mesi scorsi di Cattolici e presenza politica, saggio (pubblicato da Scholé, marchio dell'editore Morcelliana, 228 pagine) di Ernesto Preziosi, presidente del Centro studi storici e sociali (Censes) e già docente a contratto di Storia contemporanea all'Università di Urbino, oltre che deputato Pd nella XVII legislatura. Come si intende anche dal sottotitolo (La storia, l'attualità, la spinta morale dell'Appello ai "liberi e forti"), l'anniversario - non più "tondo" ma pur sempre rilevante - dell'appello di Sturzo è soprattutto l'occasione per uno sguardo d'insieme sul rapporto tra cattolici e politica e vedere dove si è arrivati, essendo ormai passato un quarto di secolo dalla fine dell'unità partitica e politica dei cattolici stessi. 


Lo "stile di rispetto reciproco" che si è perso per strada

Anche per questo, Preziosi può dire che oggi l'appello di don Sturzo "non può essere piegato a questa o quella proposta formulata nel presente". Eppure da là bisogna partire per trovare l'origine di molti fili che poi si sono sciolti o sono rimasti legati, compreso quello simbolico; solo risalendo al punto d'inizio si può valutare il contesto di allora, apprezzando pure le differenze rispetto alla situazione di oggi, capendo così se abbia senso o no parlare di "eredità" della tradizione popolare. E chiedendosi se ora i cattolici si impegnino "per rendere visibile una loro rappresentanza" (esito non semplice né scontato, vista la diaspora partitica all'origine della lamentata irrilevanza di quell'area) o se lo facciano "per contribuire, accanto ad altri uomini e donne di buona volontà, a superare la crisi della democrazia italiana e quindi per costruire nuove opportunità di democrazia e di partecipazione". 
Tale strada per Preziosi è possibile, purché - secondo la lezione di Pietro Scoppola - non ci si limiti a ripetere ciò che Sturzo e altri maestri hanno detto (e fatto), ma si provi a "inventare e costruire il nuovo come hanno fatto essi stessi", rinunciando - qui parla l'autore - a "sterili forme di primazia e autoreferenziali e soprattutto favorendo uno stile di confronto che parta da una essenziale stima reciproca, che non si fa velo delle diversità". Ciò inevitabilmente cozza con le liti fuori e dentro i tribunali che si sono succedute in nome della Dc (da riattivare o da lasciar stare) negli ultimi vent'anni abbondanti e riporta alla mente lo "stile di rispetto reciproco, di tolleranza e di cristiana fraternità" con cui le due fazioni interne al Ppi (quello voluto da Mino Martinazzoli nel 1994) prendevano atto nel "patto di Cannes" della loro insanabile frattura e si preparavano a due percorsi separati, chi con Rocco Buttiglione e chi con Gerardo Bianco, salvo poi continuare per anni a litigare o a non riuscire nemmeno a dialogare con serenità.


Verso il Partito popolare

Il volume di Ernesto Preziosi si apre opportunamente con un'analisi delle esperienze che hanno preceduto la nascita del Partito popolare italiano, a partire dall'enciclica Rerum Novarum di papa Leone XIII (di cui proprio in questi giorni si ricorda l'anniversario, essendo datata 15 maggio 1891) che indusse a volgere lo sguardo verso la condizione lavorativa e sociale delle persone in un mondo in profonda trasformazione. In quelle condizioni, parte della Chiesa inizia a muoversi e gruppi di laici - che già, come sottolinea l'autore, avevano propiziato quel cambiamento rispetto all'astensione forzata da non expedit - intensificheranno la loro attività, avvicinandosi alla politica e preparandosi ad assumerne le forme che proprio in quel periodo si stavano sperimentando (il Partito socialista italiano nacque nel 1892 come Partito dei lavoratori italiani), anche per non lasciare quel terreno alla "conquista" delle altre idee. Oltre al pontefice che agli anatemi di Pio IX sostituì "un linguaggio nuovo" (parole di Sturzo, nel quale l'autore rileva le influenze leoniane in materia di dignità della persona, di diritti e doveri dei lavoratori, di diritto e funzione della proprietà, concezione dello Stato), figure come quelle di Giuseppe Toniolo, Giuseppe Talamo e Romolo Murri (che per primo praticò la denominazione "Democrazia cristiana") ricorrono tanto in quel periodo di transizione, quanto nella formazione dello stesso Sturzo (ma il libro non manca di cogliere altri fermenti in area cattolica presenti al Sud). 
Del sacerdote di Caltagirone si sottolinea soprattutto l'intuizione in base alla quale "l'economia non è una forma sociale a sé stante ma è derivata dalle forme superiori di socialità", quindi va compresa e le classi non vanno contrapposte, ma occorre comunque superare le disuguaglianze sociali, comprendendo tanto gli individui quanto la società: una via alternativa a quelle perseguite dai liberali e dai socialisti. Una parte, in ogni caso, della "traduzione in pratica" degli insegnamenti pontifici che portarono Sturzo - tra l'altro prosindaco di Caltagirone dal 1905 al 1920 - a operare le prime scelte anticipatrici del primo spazio per la presenza politica dei cattolici, senza che lo stesso suo ideatore lo vedesse come l'unico possibile: emergeva già allora la centralità del "metodo della libertà", che il sacerdote siciliano avrebbe praticato in tutta la sua esperienza.


"Una croce, uno scudo e la scritta Libertas"

Il contrassegno del 1919

Proprio quella "libertà", peraltro, sarebbe divenuta un ingrediente fondamentale nel varo del Partito popolare italiano e del suo simbolo
. Il Ppi nacque l'anno dopo la fine della prima guerra mondiale (un periodo che, secondo Preziosi, divenne "un'occasione politica per i cattolici", che si integrarono assai di più nello Stato italiano ponendo le basi per il definitivo superamento del non expedit, anche grazie alla partecipazione al governo nazionale di Filippo Meda in quello stesso tempo) e, invece delle élite cattoliche, riuscì a movimentare le masse in una prospettiva "ben diversa da quella 'conservatrice'" legata al c.d. "patto Gentiloni" e prefigurando un'Italia assai distante da quella a guida liberale, da riformare marcatamente (come 
rende ben chiaro la lettura dell'Appello sturziano, di cui il volume ripercorre con precisione la genesi). Nacque con un chiaro riferimento alla libertà, come già l'incipit "A tutti gli uomini liberi e forti" testimonia, ma già prima era stato scelto come simbolo lo scudo crociato con la dicitura "Libertas": una decisione che, per l'autore del libro, era già "un programma che accompagna la nascita del partito con un'apertura nuova che affronta sì i temi dell'agenda politica, ma dischiude un orizzonte più vasto che va oltre i confini nazionali".
Ernesto Preziosi ripercorre con attenzione il "lungo percorso" del concetto di libertà "prima di comparire al centro della croce che sovrasta lo scudo del Partito Popolare e in seguito quello della Democrazia cristiana": un percorso che ritrova una parte essenziale nella Bibbia (come conquista, come condizione umana, come libero arbitrio), nella Tradizione (come frutto della regalità di Cristo), nella filosofia, nella storia dei comuni medievali, ma anche nelle riflessioni successive svolte tra Settecento e Ottocento. Tutto quel carico di significato e la considerazione che Sturzo ha per l'idea di "libertà" sono all'origine del suo inserimento nel simbolo, insieme alla croce, che già aveva fatto capolino nella testata La Croce di Costantino, fondata dal sacerdote nel 1897 per dare spazio alle sue idee sulle autonomie locali.
Preziosi - che mostra di avere letto con attenzione e attinto molto dal saggio di Girolamo Rossi Lo scudo crociato (2014) e citato in un'occasione: questo merita però più attenzione e ci si tornerà sopra presto - sottolinea giustamente che "a sollecitare la scelta di un simbolo è la nuova legge elettorale in senso proporzionale" (la legge n. 1401/1919): essa introdusse lo scrutinio di lista e obbligò a depositare un contrassegno con le candidature, per poi riprodurlo sulle schede, a beneficio di tutti gli elettori, analfabeti inclusi (nel 1918 si era introdotto il suffragio universale maschile). Se Romolo Murri (che in quel periodo non era ben visto dalla gerarchia, ma ciò per l'autore non ebbe particolare peso nella scelta sturziana) per la sua Democrazia cristiana aveva adottato il garofano bianco - il bianco fiore dell'inno immortale dei democratici cristiani - il fondatore del Ppi preferì un'altra strada: si rivolse all'iconografia della Gioventù cattolica e soprattutto a quella della storia, dell'araldica e dell'antropologia ("La simbologia dello scudo e della croce [...] indica sul piano culturale e su quello antropologico un senso di protezione, di difesa, si riferisce a un contesto guerriero, di combattimento, di militanza anche in senso cristiano"). 
Il simbolo proposto da Meda
La croce sullo scudo era un riferimento al guelfismo e, a dispetto delle perplessità di alcuni (come Filippo Meda, che avrebbe voluto un simbolo "aconfessionale", oltre che facile e semplice), sarebbe stata un ingrediente fondamentale della presenza politica dei cattolici per decenni, grazie alla continuità ideale ed emblematica della Democrazia cristiana. Ciò sempre insieme alla libertas, "che è tutta la nostra aspirazione di libertà contro il centralismo e la oppressione statale soffocatrice di libertà nuova, di ogni tentativo di vita vissuta nella febbre della moderna società e non ultimo elemento provocatore dell'immane fenomeno della guerra" come scrisse il sacerdote ai comitati provinciali del partito nell'autunno del 1919.



Dopo il Ppi, dalla Dc a oggi

Sulle schede il simbolo era in bianco e nero (perché così esigeva la legge), ma nell'immaginario era colorato, con la croce rossa in campo bianco (e non passa inosservata la scelta di mettere in copertina una cartolina di propaganda del Ppi del 1920, che faceva riferimento alla nascita del partito l'anno precedente e alla sua rapida crescita - da pulcino a "galletto gagliardo" - con lo scudo crociato in bella vista) o anche a tinte invertite, seguendo ciò che effettivamente era raffigurato nelle grafiche elettorali. Quell'emblema caratterizzò tutta la vita del partito di Sturzo, anche dopo il suo abbandono della segreteria (1923) e della stessa Italia (1924): il volume dedica l'intero sesto capitolo all'esperienza del Ppi, in modo necessariamente breve ma cercando di coglierne i caratteri fondamentali. Il seguito del libro si occupa pure della Democrazia cristiana, dalla sua fondazione alle varie stagioni attraversate, fino alla "crisi dell'unità elettorale dei cattolici" (stimolata anche dalla trasformazione-scissione del Pci). Questa sarebbe iniziata solo ufficialmente con la trasformazione (con scissioni) della Dc in Ppi nel 1994 - sul modo in cui questa è avvenuta, su queste pagine, ci si è già intrattenuti molte volte - e sarebbe esplosa in modo irreversibile con l'ulteriore "divisione del 1995 di fronte alla nuova legge elettorale maggioritaria" e gli eventi successivi, con un crescente "spaesamento complessivo dell'elettorato cattolico" e la presenza di politici cattolici tanto in soggetti identitari, quanto in partiti "misti" e assai distanti tra loro; tutto ciò mentre muta l'atteggiamento della Chiesa verso la politica, senza scelta ufficiale di una precisa parte politica ma con uno schieramento netto dei vertici della Cei sul piano culturale (il che però avrebbe finito per indebolire l'azione dei laici e per proporre modelli più simili a "modalità distorte dell'impegno politico dei credenti").
In questo mondo profondamente trasformato, tanto nella società quanto nelle istituzioni, al popolarismo si è sostituito da tempo il populismo, cioè l'enfatizzazione strumentale dei caratteri identitari di un popolo e dei particolarismi che porta a scontri invece che al dialogo: nulla a che vedere, come si vede, con il tentativo di "ricomposizione di un tessuto sociale disarticolato" che ha caratterizzato il popolarismo, tenendo insieme dimensione individuale e collettiva. Per Preziosi è ancora possibile recuperare e reinterpretare la tradizione del popolarismo, ovviando all'irrilevanza "di una presenza politica cristianamente ispirata": ci si può riuscire puntando sulla formazione di base dei cristiani (che valorizzi sempre il legame tra pratica religiosa e pratica sociale), incentivando e incrementando l'impegno dei cristiani nella società e, infine, ripensando il ruolo dei partiti come corpi intermedi-mediatori, senza la pretesa di costruire una "forza cristiana" ma con la responsabilità dei singoli preceduta da un'opera comunitaria di "discernimento". 
Sarà sufficiente questo - in un'epoca in cui, a dispetto dell'irrilevanza partitico-elettorale dei cattolici, movimenti e associazioni di proposta sembrano proliferare, pur senza un disegno unitario - a proporre una qualche forma di progetto politico che possa trovare consenso tra le diverse sensibilità dei credenti? La risposta è difficile e non spetta certo a questo spazio: Ernesto Preziosi resta convinto dell'importanza di "avviare processi più che occupare spazi" lasciati liberi. Una scelta che certo costa fatica (come testimonia anche una bella citazione di don Tonino Bello riportata alla fine del libro), ma in teoria sul medio-lungo periodo dovrebbe dare maggiori frutti. Anche il progetto "popolare" di Luigi Sturzo, del quale era parte integrante la scelta come simbolo dello scudo crociato con "Libertas", è stato tutto meno che improvvisato, anche se poteva contare su un terreno più fertile e dissodato. Probabilmente, oggi più di allora, occorre sporcarsi le mani di quotidianità e comunità.

sabato 16 maggio 2020

Salvatore (ex M5S), la faccia (disegnata) e il Buonsenso per la Liguria

Anche le elezioni regionali in Liguria sono state rinviate e si svolgeranno in autunno, così c'è ancora tempo per organizzarsi e mettere in campo nuove formazioni. Una di queste si chiamerà (o dovrebbe chiamarsi) Il Buonsenso: a guidare il nuovo movimento è Alice Salvatore, che formalmente risulta ancora capogruppo del MoVimento 5 Stelle in consiglio regionale (nel 2015 era stata candidata presidente per la stessa forza politica, ma ovviamente era stata eletta in quanto candidata pure nella lista provinciale di Genova). Con lei c'è anche un altro consigliere regionale del M5S, Marco De Ferrari, eletto sempre nella circoscrizione di Genova (il loro gruppo autonomo diventerà ufficiale anche sul sito del consiglio regionale nel giro di pochi giorni e la sua costituzione consentirà - particolare non secondario - di presentare la lista senza raccogliere le firme, per lo meno a livello provinciale); sono stati poi indicati i nomi di cinque probiviri, tutti ex aderenti al M5S.
Come riportano i media che hanno assistito alla conferenza stampa di presentazione del 13 maggio, Salvatore ha rimarcato i temi per i quali si era avvicinata al MoVimento (acqua pubblica, sanità pubblica, ambiente, tutela delle piccole e medie imprese, giustizia per i precari della scuola), quelli che erano stati individuati alle origini da Gianroberto Casaleggio (il suo per lui era il "vero MoVimento 5 Stelle"): per la consigliera regionale, "le idee di Casaleggio sono state tradite da un movimento profondamente mutato prima dall'alleanza con la Lega poi con il Pd", lasciando cadere anche l'impegno per revocare le concessioni autostradali ad Atlantia. Sarebbe Grillo (e probabilmente non solo lui), dunque, ad aver cambiato idea e non le persone che ora sono uscite: "Non eravamo noi a pensarla come lui, ma lui a pensarla come noi, quindi se ora lui ha cambiato idea non è che dobbiamo farlo tutti quanti".
Le battaglie avviate nella "prima era" del M5S (in questo caso, a livello regionale, acqua pubblica, ambiente, mobilità sostenibile, sviluppo e connettività, tutela delle piccole e medie imprese e delle partite Iva) Salvatore vorrebbe continuarle con il suo nuovo movimento, opponendosi alle "alleanze accozzaglia": quella con il partito di Nicola Zingaretti sembra essere quella che l'ha disturbata di più ("Non ho apprezzato e compreso il 'vaffa' che Beppe Grillo dal palco di 'Italia a 5 Stelle' dedicò a settembre a chi del M5S non voleva andare con il Pd: mi ha molto colpito l'abiura di Beppe Grillo, che ha sempre sostenuto che il Pd fosse il partito-derogatico o il partito unico del cemento"). Il riferimento è al governo nazionale, ma evidentemente anche a ciò che è avvenuto in Liguria e che ha riguardato direttamente la consigliera regionale: all'inizio di marzo il MoVimento aveva scelto di presentare una candidatura unitaria con il Pd, ottenendo il consenso di poco più della metà dei votanti sulla piattaforma Rousseau, ma poche settimane prima proprio Salvatore era stata indicata come candidata presidente per il M5S.
Al di là dello scambio di battute tra il capo politico pro tempore Vito Crimi (per il quale la fondazione del nuovo movimento è incompatibile con la permanenza nel M5S e ha segnalato il fatto ai probiviri) e la stessa Salvatore (che precisa di avere già cancellato la propria iscrizione, non occorrendo alcun intervento dei probiviri), l'ex capogruppo in Regione del MoVimento ha precisato che la sua non è e non sarà una semplice lista, ma "un nuovo soggetto politico, un progetto politico di più ampio respiro", che tra l'altro si è già dato un suo sito. Il M5S, invece, secondo Salvatore "è diventato solo un brand, un contenitore, che va in deroga ai suoi contenuti rimanendo vuoto".
Pur non volendo essere un brand a sua volta, l'ex candidata dei 5 Stelle alla presidenza della Regione ha scelto per il suo movimento e per la lista che presenterà un simbolo incentrato sul suo viso, anzi, su un disegno a metà tra il ritratto e la caricatura. La presenza sul simbolo del volto della persona candidata di punta non è certo una novità: i #drogatidipolitica non possono non avere in un'ideale galleria di ritratti quelli di Armando Piano Del Balzo, Moana Pozzi, Francesco (detto Franco) Greco, Mirella Cece e tanti altri a livello territoriale o locale (mentre non avevano scelto la via del viso gli ex M5S Marika Cassimatis e Paolo Putti, che nel 2017 si erano candidati autonomamente a guidare l'amministrazione di Genova). In questo caso, tuttavia, al posto della foto c'è il disegno: un modo, volendo, di metterci la faccia senza prendersi troppo sul serio. E, volendo, anche una scelta rischiosa: il M5S sarà pure diventato un brand (anche se non sembra l'etichetta corretta: brand evoca il concetto di "marca", quindi anche dei valori che il segno evoca, in contraddizione con quanto detto da Salvatore), nel corso del tempo ha mostrato di raccogliere comunque consensi a prescindere dalla persona che lo riveste, mentre le candidature di chi aveva o riteneva di avere una certa notorietà personale sono state assai meno fortunate (con la sola eccezione, probabilmente, di Federico Pizzarotti alla sua seconda corsa elettorale a Parma). E, in condizioni come queste, metterci la faccia (oltre che il nome) è un bell'azzardo.

venerdì 15 maggio 2020

Nasce il Partito del Nord: "Il 93% della ricchezza prodotta resti ai territori"

Formalmente è nata in uno studio notarile di Vittorio Veneto il 14 febbraio 2020, ma si presenta oggi agli elettori - dopo una pausa forzata dovuta all'emergenza Coronavirus - una nuova formazione politica, che si rivolge a una platea definita con idee precise: si tratta del Partito del Nord - Autonomia fiscale, fondato a cavallo tra Friuli-Venezia Giulia e Veneto con l'intento di parlare a tutto il Nord, soprattutto a chi partecipa all'economia dei territori. 
I fondatori del partito sono quattro: Francesco Fileti, Massimo Grinzato, Stefano Zanolin e Egidio Santin, nominato segretario nazionale pro tempore e legale rappresentante della formazione (ovviamente in attesa che si celebri il primo congresso nazionale della formazione politica). Santin ha già avuto alcune esperienze da amministratore: eletto consigliere comunale di Caneva nel 1990 per il Partito socialista italiano, ne è stato sindaco dal 1992 al 1993 (e in precedenza anche assessore della comunità pedemontana del Livenza), divenendo nuovamente consigliere nella consiliatura successiva per una formazione civica fino al 1997; dopo un periodo dedicato soprattutto alla pittura, nel 2003 è stato eletto ("quasi per caso") segretario provinciale del Nuovo Psi per Pordenone e, dopo il trasferimento a Polcenigo, ha ricoperto (non senza tensioni con i livelli superiori), diventando nel 2009 assessore proprio a Polcenigo e in seguito pure vicesindaco. 
In base all'atto costitutivo e allo statuto, il partito nasce per "tutelare i diritti, costituzionalmente garantiti, attinenti la democrazia, la libertà, la dignità della persona", promuovere "il rispetto della persona e la sicurezza sociale con particolare attenzione alla tutela dei minori, degli anziani e dei disabili; agire attivamente per migliorare l'ambiente di vita e di lavoro; contribuire alla cooperazione tra le nazioni", ma soprattutto "contribuire all'equità sociale e fiscale anche in termini economici attraverso la creazione, con metodi democratici ed elettivi, di leggi destinate a tal scopo".
Che alla base della decisione di fondare un nuovo partito ci sia la reazione agli "infiniti e continui sprechi di opere finanziate con il denaro delle tasse di tutti e rimaste incompiute e abbandonate in tutta Italia, cosa che non ci possiamo più permettere" è comprensibile, proponendo come risposta l'autonomia fiscale dei territori. Non può passare inosservato, tuttavia, l'esplicito riferimento al Nord, dopo che alla fine del 2017 quella parola è sparita dal contrassegno elettorale con cui la compagine di Matteo Salvini si è presentata agli elettori a partire dalle elezioni del 4 marzo 2018; già prima, del resto, la scelta della confederazione Grande Nord di Roberto Bernardelli e Angelo Alessandri di mettere quella parola in enorme evidenza nel simbolo era suonata come una precisa scelta di campo, per presidiare l'area che altri stavano per "abbandonare", almeno simbolicamente. "Il Partito del Nord che abbiamo fondato e che altri cittadini delle regioni del Nord hanno voluto insieme a noi - spiega Santin - nulla ha a che vedere con partiti che da trent'anni predicano il federalismo istituzionale e l'autonomia fiscale ma nel concreto, pur essendo stati al governo delle Regioni del Nord e soprattutto nl governo nazionale, non hanno concluso niente, anzi". Non è difficile capire che il segretario si sta riferendo proprio alla Lega, di cui pure - come si è detto - ha fatto parte per un breve periodo, assieme a qualche altro aderente al nuovo partito: "Nessuno, ripeto nessuno degli associati è mai stato iscritto alla Lega di stampo nazionale e di destra​ di Matteo Salvini". 
Il simbolo del partito, ideato dallo stesso Santin e da Fileti (che insieme hanno presentato domanda di registrazione come marchio), oltre a contenere il nome del partito, presenta anche la convinzione-proposta che sta alla base della nuova formazione politica: se infatti il semicerchio inferiore è tutto occupato dal nome "Partito del Nord" (con la seconda parola chiaramente in evidenza) e subito sopra in una fascetta gialla si legge il principio "autonomia fiscale", l'elemento più evidente è il "93%" che campeggia nella parte superiore del cerchio. Che significa? "Di fronte alla recessione economica che non permetterà a noi tutti di avere una pensione dignitosa, pensando soprattutto al presente e al futuro incerto dei nostri figli - precisa Santin - è giusto che il gettito delle imposte sul reddito rimanga per il 93% nel territorio in cui quel reddito è stato prodotto.​ Parassita è colui che non produce alcun tipo di ricchezza e vive continuamente con quella prodotta da altri". 
Il programma del partito, tuttavia, non si limita all'autonomia fiscale: "Per noi è fondamentale potenziare la sanità pubblica e intendiamo farlo riducendo i finanziamenti alla sanità privata. Regioni come la Lombardia, in cui la sanità privata vale il​ 50 % dell'intero comparto sanitario dovranno rientrare in dieci anni nel limite del 10%, il massimo che per noi si può prevedere. Vogliamo poi praticare una vera lotta alla mafia, in particolare alle infiltrazioni mafiose nel.nostro tessuto economico e allo spaccio di droga, pensiamo di incentivare la green economy riducendo nelle colture intensive l'uso dei pesticidi, alcuni dei quali per l'Organizzazione mondiale della sanità sono potenzialmente cancerogeni. Vogliamo poi sostenere norme che tutelino un'equa difesa personale e della proprietà privata e pubblica, senza però aprire al mercato libero delle armi; vorremmo anche rivedere le leggi sul lavoro, approvate da governi di centrodestra come di centrosinistra, che hanno prodotto milioni di lavoratori precari senza un futuro con una minima certezza economica".
Il Partito del Nord, a dispetto della sua nascita in un territorio ben definito, ha già robusti contatti in Piemonte, Lombardia, Veneto (soprattutto nel veronese), nelle province di Trento e Bolzano; altri sostenitori sono stati raccolti nel ferrarese e in parte della Liguria. L'attività potrà essere più strutturata e diffusa una volta superata definitivamente (o quasi) la criticità legata al Covid-19 e si potranno organizzare anche incontri aperti fisicamente al pubblico, il più interessato a sapere che il 93% delle imposte pagate potrebbe restare sul territorio (anche se, in concreto, non sarà certo facile).

giovedì 14 maggio 2020

I travagli della Dc, tra i dubbi sulla federazione e dispute interne

L'emergenza legata al Covid-19, oltre a bloccare o contenere movimenti e attività di quasi tutti gli italiani, ha inevitabilmente congelato o rallentato vari processi politici. Tra questi, anche quello che avrebbe dovuto - nelle intenzioni dei promotori - segnare il ritorno in campo dei democratici cristiani, da una parte con la Federazione popolare coordinata da Giuseppe Gargani che avrebbe dovuto dare luogo a un'iniziativa politico-elettorale con il concorso giuridico-simbolico dell'Udc, con nome ancora da definire (Democrazia cristiana o, secondo Gianfranco Rotondi, Partito del popolo italiano), dall'altra con un nuovo congresso - il XX - della Dc attualmente guidata da Renato Grassi, originariamente previsto per il 20 e 21 marzo ma che non risulta essersi svolto proprio per le restrizioni imposte dal governo per il Coronavirus.
Il blocco forzato delle attività e degli incontri in presenza, tuttavia, non ha fermato i pensieri e i contatti tra i vari partecipanti dei vari progetti, per via telefonica o telematica; in questo modo, peraltro, non sono venuti meno neppure i disaccordi su come procedere, per entrambi i percorsi politico-giuridici. Vale la pena fare un quadro riassuntivo della questione, pur nella consapevolezza che - vista la delicatezza delle questioni e la disomogeneità delle posizioni - qualcosa certamente sfuggirà o sarà involontariamente impreciso: di ciò corre l'obbligo di scusarsi preventivamente, al solito senza prendere le parti di nessun "litigante".


Il futuro della Federazione popolare dei democratici cristiani

Con riguardo alla Federazione popolare dei democratici cristiani, una data chiave dovrebbe essere il 20 maggio, giorno in cui Giuseppe Gargani ha fissato un incontro - ancora però in via telematica, visto che i partecipanti sono di regioni diverse - di coloro che stanno lavorando al progetto; proprio sul "che fare", tuttavia, si appuntano numerosi dubbi e soprattutto differenze di vedute. Questi emergono con una certa chiarezza da una lettera aperta "agli amici della Federazione popolare" pubblicata il 17 aprile da Ettore Bonalberti, presidente dell'Associazione liberi e forti (Alef), ma soprattutto tra coloro che da anni lavorano per il ritorno di un soggetto politico democratico cristiano (come testimonia il suo lungo impegno per la Dc-Fontana e, attualmente, nella Dc-Grassi). 
Ebbene, in quella lettera si conferma la "netta disponibilità espressa dagli amici Gargani, Grassi, Tassone e Rotondi e di molti responsabili di movimenti e associazioni che hanno condiviso il nostro patto federativo"; allo stesso tempo, però, si menzionano espressamente "le perplessità e i distinguo di Cesa e di alcuni dei suoi amici dell'Udc, i quali, forti della loro attuale disponibilità nell'utilizzo del simbolo dello scudo crociato, vorrebbero che quanto sin qui concordato si concludesse semplicemente con l’ingresso di tutti nel loro partito". Un'ipotesi che per Bonalberti è semplicemente "un'operazione fuori della realtà" (si vedrà subito perché). Anche Gianfranco Rotondi, in una mail di qualche giorno successiva (4 maggio), aveva riassunto così la questione: "Abbiamo costituito una federazione volta a ricostruire il partito cristiano. Siamo arrivati alla conclusione che - per rifondare la Dc - la modalità più realistica è l’allargamento dell'Udc, partito detentore dell’uso dello scudo crociato. Ma a tutt'oggi non c’è la certezza che ciò avvenga, né tutti sono concordi su questo percorso". 
Già, perché l'idea che coloro che vogliono ridare vita a una presenza democratico-cristiana in politica aderiscano all'unico soggetto che elettoralmente può usare il simbolo dello scudo crociato senza troppi problemi (o, pur senza aderire, almeno si candidino sotto le sue insegne) è forse la più semplice sul piano pratico e, senza dubbio, quella che più conviene all'Udc, ma non tiene però conto di almeno due problemi. Sul piano giuridico, l'ingresso di nome o di fatto nell'Udc sarebbe come riconoscere la legittimità dell'uso (e, secondo alcuni, della titolarità) dello scudo crociato in capo a quel partito, cosa intollerabile per chi finora si è speso per la riattivazione della Dc (e lascerebbe la questione spinosa di tutte le cause ancora in essere); sul piano politico, allargando semplicemente l'Udc svanirebbe nel nulla il progetto di creare un nuovo soggetto politico cui partecipino a pieno titolo tutti i soggetti collettivi che avevano dato vita alla Federazione popolare. Non aiuta a risolvere la questione il fatto che tutti e tre gli eletti al Parlamento per il partito guidato da Lorenzo Cesa (Antonio De Poli, Paola Binetti, Antonio Saccone) aderiscano ai gruppi di Forza Italia e, comunque, il partito abbia ottenuto altre cariche sul territorio schierandosi con il centrodestra: il nuovo soggetto politico "laico, democratico, popolare, riformista, europeista, ispirato ai valori dell'umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel Ppe da far tornare ai principi dei padri fondatori, alternativo alla deriva nazionalista populista a dominanza salviniana, e alla sinistra senza identità", come lo vorrebbero molti dei partecipanti alla Federazione, dovrebbe assumere una collocazione autonoma, una scelta che all'Udc non sembra convenire.
Una delle proposte in circolo,
tradotta in grafica
Certo, al momento la Federazione popolare esiste ancora, ma altrettanto certamente non è (ancora) un partito, anche perché se lo fosse i soggetti che vi confluirebbero dovrebbero prima esprimersi nettamente con un congresso e deliberare la loro sospensione o, per i più piccoli, direttamente il loro scioglimento (l'infinita trafila di liti sulla "fine" della Dc dovrebbe aver insegnato almeno qualcosa). Certo, la Federazione potrebbe scegliere di comune accordo di presentare candidature alle prossime scadenze elettorali, ma dovrebbe darsi un simbolo, di cui probabilmente si parlerà nella riunione del 20 maggio. Pare non si possa prescindere dalla partecipazione dell'Udc all'operazione per poter usare senza contestazioni lo scudo crociato, ma i contrari all'annessione insistono perché nel contrassegno elettorale figuri solo lo scudo crociato, senza alcun riferimento al Ppe o all'Udc con il nome con cui è normalmente nota (Unione di centro); c'è la disponibilità a valutare l'uso della denominazione "Unione dei democratici cristiani" (che pure è parte del nome integrale dell'Udc, ma di fatto non viene usato nella pratica quotidiana), al più evidenziando le iniziali Udc se questo fosse utile (ad esempio) a evitare la raccolta firme in qualche elezione regionale, senza però che il simbolo sembri graficamente o nominalmente quello del partito di Cesa. Anche una soluzione di questo tipo, peraltro, non parrebbe del tutto condivida e non supererebbe i problemi legati alla titolarità dello scudo e alla possibilità di impiegare il contrassegno "federato" in futuro, se la Federazione dovesse perdere pezzi. 
In ogni caso, rinviate per necessità sanitaria le elezioni di primavera (e nell'ovvia inopportunità, come pure qualcuno forse aveva ventilato, di votare a luglio per l'impossibilità di svolgere a dovere le operazioni serventi alle candidature e la stessa campagna elettorale), c'è un po' più di tempo per organizzarsi e mettere in campo una proposta politica o almeno elettorale, ma nemmeno molto. "Arranchiamo ancora tra racconti di controversie giudiziarie, slanci federativi a 36 sigle, progetto di partito unitario senza una data di scadenza", scriveva Gianfranco Rotondi nella sua lettera del 4 maggio, rilevando con amarezza che si era realizzata una "profezia" formulata da Arnaldo Forlani nel 1992: "la Scristianizzazione del Paese avrebbe ridotto la Dc al 10 per cento, e la legge maggioritaria avrebbe spaccato in due questa quota, producendo due partiti in lotta tra di loro per chi fosse più Cristiano", anche se le dispute sono state essenzialmente di altra natura e le scissioni non si sarebbero contate. "Avevo coltivato la velleità imperdonabile:[...] di poter chiudere la mia esperienza politica esibendo non solo un curriculum ma anche un risultato politico, la rifondazione della Dc. Temo di essermi illuso", scrive con amarezza Rotondi, mentre il virus "rallenta i processi, penalizza maggiormente una platea anziana e digitalmente non alfabetizzata come la nostra. E questo tempo sarà fatale per il nostro progetto; se non mettiamo in campo la Dc (o Ppi che dir si voglia) entro l'estate, dopo sarà tardi". 
Per Rotondi, insomma, il 20 maggio - giorno della riunione telematica convocata da Gargani - sarà "la data ultimativa oltre la quale sapremo se prepararci a un congresso di rinascita o al definitivo epilogo della infinita transizione democristiana". Si vedrà, a questo punto, cosa decideranno le persone partecipanti a quella videoconferenza, in vista delle prossime elezioni ma - più in generale - con lo sguardo all'area popolare, democratica e cristiana.


Quale Democrazia cristiana?

Nel frattempo, come detto, al di là delle vicende della Federazione popolare, prosegue il percorso della Democrazia cristiana, che mantiene la sua autonoma esistenza giuridica. Si è detto del XX congresso del 20 e 21 marzo che non si è svolto, causa Coronavirus; non è ancora dato sapere se il percorso congressuale riprenderà. In compenso, questo periodo - come gli ultimi 18 anni del resto - non è comunque di "pace" nell'area di chi si riconosce nel nome e nel simbolo del partito che fu di Alcide De Gasperi.
Il 14 marzo, infatti, si era tenuta in videoconferenza una "Assemblea dei soci" della Democrazia cristiana "storica", convocata a febbraio dal "presidente pro tempore" dell'associazione Nino Luciani (carica con cui lui si qualifica dopo che, il 12 ottobre 2019, in una riunione analoga a Roma si era ritenuto di dichiarare nullo il congresso svoltosi l'anno prima e che aveva portato all'elezione di Renato Grassi alla segreteria): l'incontro era stato convocato per l'avvicinarsi di un'udienza (originariamente prevista il 24 marzo, ma a quanto pare rinviata al 6 ottobre) della causa intentata da Raffaele Cerenza e Franco De Simoni per far dichiarare illegittimo il XIX congresso Dc del 2018, tanto più che nel frattempo in quella stessa causa sempre Cerenza si era costituito pure come segretario amministrativo e rappresentante legale della Dc storica, in seguito all'assemblea (autoconvocata sempre il 12 novembre 2019, quasi contemporaneamente a quella guidata da Luciani ma in altro luogo di Roma) degli iscritti del 1993. Contestando la legittimità di quel passaggio, l'assemblea del 14 marzo guidata da Luciani aveva deliberato l'esclusione dalla Dc storica di Cerenza, di De Simoni e di Antonio Ciccarelli (ritenendo che assumendo cariche nella "loro" Dc abbiano indebitamente speso nome e simbolo della Democrazia cristiana, causando danno al partito). In quella stessa sede, a quanto si apprende dal verbale, si è deliberato (all'unanimità dei 15 presenti) di consentire, in deroga allo statuto Dc, la convocazione degli associati - anche e soprattutto per il XIX da ripetere - "per pubblici proclami" sulla Gazzetta Ufficiale e con avviso personale via e-mail. 
Nella riunione in video conferenza del 14 marzo si era però anche deciso di aggiornare l'assemblea - senza bisogno di una nuova convocazione sulla Gazzetta - al 23 maggio, sempre in via telematica, per terminare l'esame dell'ordine del giorno. In quella sede si dovrebbero considerare vari punti, a partire dalla ratifica del regolamento congressuale, così come si dovrà discutere della data del congresso, anche in base alle decisioni del governo a proposito della pandemia (peraltro è curioso leggere nell'o.d.g. non trattato a marzo anche la discussione circa la "Ratifica dell'accordo del 15 novembre 2017 di G. Fontana, Franco De Simoni, Angelo Sandri, Paolo Magli per la riunificazione, nella Dc di tutte le loro presenze politiche", forse anche solo per riconoscere che l'accordo è ormai superato dagli eventi e quindi improduttivo di effetti); il gruppo avrebbe poi manifestato l'idea di presentare liste con il nome e il simbolo della Dc. Nel frattempo, peraltro, il 24 aprile sul sito della Democrazia cristiana guidata da Renato Grassi è apparsa una (nuova) diffida a Luciani, accusato a sua volta da Grassi di ledere l'immagine della Dc con le proprie "iniziative prive di fondamento giuridico e in aperta violazione delle norme statutarie" (il florilegio di critiche si può leggere direttamente nella nota pubblicata).
Attraverso lo stesso sito, sempre Grassi e il segretario amministrativo Mauro Carmagnola non hanno mancato di diffidare anche Cerenza e De Simoni: il 3 maggio questi (come segretario amministrativo e politico della Dc, assieme al coordinatore nazionale Ciccarelli) avevano reso pubblico un comunicato stampa in cui censuravano l'attività di formazioni - come la Dc-Grassi e la Dc guidata da Angelo Sandri - che utilizzavano la denominazione "Democrazia cristiana" (indicando a loro supporto determinate decisioni di organi giudiziari), chiedendo alle prefetture, alle questure e alla polizia postale di reagire contro l'uso illegittimo dei segni distintivi che nuocerebbe "gravemente alla credibilità della ricostituita Democrazia cristiana che desidera essere presente sulla scena politica come un partito fatto di persone che desiderano operare con spirito di servizio per la realizzazione del bene comune, per migliorare la qualità della vita di ogni persona e per rendere la nostra società più equa, più aperta, più collaborativa e non ultimo, più libera". 
Per Grassi e Carmagnola le decisioni citate sono state lette in modo scorretto, perché non sarebbero riferibili alla Dc-Grassi (che continua a rivendicare la continuità con la Dc storica) e non ci sarebbe ad oggi contro quello stesso partito "alcuna pronuncia giudiziale che ne abbia disconosciuto la sua legittima entità a rappresentarne la continuità con la Dc come storicamente l’abbiamo conosciuta" (a dire il vero ci sarebbe la decisione dell'Ufficio elettorale nazionale per il Parlamento Europeo del 2019, che - forse andando leggermente oltre ciò che era stato chiesto e non cogliendo pienamente la realtà - disse che dal 1993 la Dc aveva concluso la propria attività senza avere più rappresentanti in Parlamento, quindi il gruppo di Grassi non poteva "accreditarsi quale legittimo continuatore di quel partito"; quella decisione fu confermata dal Tar e dal Consiglio di Stato, anche se va riconosciuto che si tratta sempre di pronunce rese in sede elettorale per l'uso di un contrassegno, non direttamente relative alla continuità di due soggetti giuridici). Sempre Grassi e Carmagnola rivendicano la bontà del procedimento di riattivazione della Dc seguito alla richiesta di disporre la convocazione dei soci della Dc su domanda del 10% degli iscritti, cui il Tribunale di Roma diede seguito alla fine del 2016 (ma con gli elenchi degli aderenti del 2012, non certo del 1992-1993 come è scritto nella diffida), a differenza di quello messo in atto da De Simoni e Cerenza: per questo sono stati diffidati affinché non usino più nome e simbolo della Dc, "con riserva di ogni azione giudiziale a tutela".
La diatriba non si è arrestata qui, essendo continuata con scambi di mail tra le due parti, inviate a un pubblico non ristretto: un schermaglia in punto di diritto, con reciproche accuse di ricostruzioni parziali e faziose, e a volte anche con appunti sulle scelte politiche personali fatte nel corso del tempo (perché in una vicenda come questa hanno inevitabili ricadute giuridiche). In tutto ciò, il tempo scorre e le liti, invece che semplificarsi, si complicano: riuscire a districarvisi e a non perdere il filo di ciascuna di essa richiede un esercizio di pazienza e di saldezza di nervi notevole. Più di quanto, forse, chi nel 1994 scelse di voltare pagina rispetto alla Dc poteva immaginare.

mercoledì 13 maggio 2020

#StopEuropa: Italia unita, per uscire dall'euro (e non solo)

Al di là di ciò che accade nelle aule parlamentari, sembra crescere sempre di più il fronte di coloro che chiedono una discontinuità forte nei rapporti con l'Europa, fino all'abbandono dell'Unione europea e, soprattutto, della sua moneta. Tra i gruppi che si distinguono, c'è Italia unita - #StopEuropa, soggetto politico che rappresenta l'evoluzione recente di un progetto nato ormai cinque anni fa.
Il sito del partito, graficamente curato, riporta lo statuto e i riferimenti alle campagne che sono già state elaborate dai vertici del gruppo: esso, come si legge in rete (Ivg.it), sarebbe nato "dalla fusione di diversi gruppi Facebook" e la sua pagina conta quasi 2500 like, anche se i simpatizzanti sulla rete sarebbero in numero ben maggiore.
Il movimento, come si legge nel sito e sulla pagina, "nasce da membri del popolo, per essere al servizio del popolo, del popolo italiano, che richiede a gran voce il ritorno alla moneta nazionale e l'uscita dai vincoli dell'UE che tutto sembra tranne che una risorsa per il nostro paese". Fine del soggetto politico è, come scritto pure nello statuto, "il conseguimento del benessere del popolo italiano ed ispira la propria azione politica ai valori universali di libertà, giustizia, uguaglianza, meritocrazia, equità fiscale e solidarietà con al centro l'individuo che, in qualità di cittadino, forma il popolo sovrano della nostra nazione". Una delusione, dunque, tanto verso l'atteggiamento dell'Europa, quanto verso i politici italiani di oggi, senza troppe differenze tra loro. 
In effetti, come si diceva, la storia del percorso che ha portato a Italia unita - #StopEuropa non è breve. La cronologia della pagina ricorda che questa nacque il 28 maggio 2015 con il nome "Veri italiani", divenuto rapidamente Progetto Veri italiani: era già presente un'elaborazione grafica, con la sagoma tricolore dell'Italia inserita in una sfera, racchiusa da una freccia tricolore inesauribile, così come c'era il payoff "Uniti per l'Italia" che, con il tempo e con la fusione di varie realtà, sarebbe diventato (da poche settimane) l'attuale Italia unita.
Il movimento si è già dato un organigramma, con un presidente (Simone Verdicchio), due vicepresidenti (Vivien Vettese e Federico Cammarota), un coordinatore nazionale (Giuseppe Cuscusa), un tesoriere (Antonio Storti), un responsabile adesioni (Sirio Gandolfi), un responsabile nazionale dipartimenti (Pietro Pesce), un ufficio comunicazione (con Tiziana Zampieri e Tiziano Sotgia) e una coordinatrice del movimento giovanile (Nunzia D'Acunzo). Nel loro programma, piuttosto articolato, si parte inevitabilmente con l'uscita dall'Europa e dall'Euro (con tanto di raccolta firme per chiedere un referendum Italexit), con il recupero della sovranità monetaria tornando alla moneta nazionale (e riattivando la zecca dello stato perché la ristampi). La maggior parte delle previsioni riguarda lo sviluppo economico (comprese le politiche per il lavoro), l'economia e il fisco, ma non mancano proposte anche nelle altre materie.
Tutto ciò si riassume in un simbolo che appare studiato con cura nei suoi dettagli e nella sua realizzazione. Esso è descritto nello statuto di Italia unita - #StopEuropa: "un cerchio racchiudente una stella argentata, che ha un baffo laterale destro tricolore raffigurante la bandiera Italiana, la punta sinistra della stella è distaccata dal resto del disegno ed è di colore blu scuro con all'interno un cerchio di stelline gialle raffiguranti lo stemma dell’Unione Europea e scritta trasversale e sottostante in bianco #STOPEUROPA. Sotto la stella vi è la scritta ITALIA in carattere grassetto maiuscolo bianco e ancor più in basso vi è la scritta UNITA in carattere maiuscolo bianco, entrambe su sfondo azzurro". Al simbolo sono legate un paio di curiosità: all'interno è presente il simbolo del marchio registrato, al momento però risulta depositata solo la domanda di marchio (il 20 marzo, a nome del presidente Verdicchio) della dicitura #StopEuropa, mentre non si trova - salvo errore - alcun deposito del simbolo di Italia unita (nome peraltro già oggetto di un marchio politico che risale alla fine degli anni '90). Curiosamente, poi, il carattere utilizzato per il nome del partito - probabilmente un Brandon Grotesque - somiglia moltissimo a quello adottato nel 2014 da L'Altra Europa con Tsipras.
Ultima curiosità: nel sito del movimento si invita a sottoscrivere una petizione per consentire al soggetto politico di evolvere e diventare un partito. "Per qualificarsi ed essere riconosciuti come partito politico - si legge - bisogna generalmente avere al proprio seguito almeno mille sostenitori, il numero minimo per fondare un partito". Davanti a questa frase si resta francamente perplessi: fino alla fine del 2013 non esisteva alcuna disciplina di riconoscimento come partito, mentre dopo l'entrata in vigore del decreto-legge n. 149/2013 (convertito con legge n. 13/2014) non risulta alcun requisito di consistenza di iscritti. Per domandare il "riconoscimento", che altro non è che l'inserimento del partito in un apposito registro a seguito della valutazione di conformità dello statuto alle norme vigenti, sono indicati altri requisiti: occorre, alternativamente, avere presentato candidature con il proprio simbolo alle elezioni politiche, europee o regionali, essere indicati come rappresentativi di un gruppo o di una componente parlamentare o, ancora, aver depositato congiuntamente il proprio simbolo con altre realtà e avere concorso a un elezione politica o europea ottenendo almeno un eletto. Come si vede, non c'è alcun riferimento a un numero minimo di iscrizioni. Il che non impedisce, ovviamente, al movimento di diventare partito, non appena una componente parlamentare dichiari di rappresentarlo o non appena abbia partecipato a un'elezione almeno regionale.  

martedì 12 maggio 2020

Movimento nazionale italiano, "per restituire la sovranità al popolo"

Per anni la parola "nazionale" in politica è stata patrimonio di pochi: in parlamento prima era stata dei monarchici e del Blocco nazionale (con liberali e qualunquisti), poi dei missini (divenuti "Destra nazionale") e dei fuoriusciti di Democrazia nazionale; nella Seconda Repubblica sarebbe stata quasi esclusivo carattere di Alleanza nazionale. Negli ultimi anni, tuttavia, sono molte le formazioni che cercando di inserire il riferimento alla Nazione (rigorosamente con la maiuscola): tra queste, si può annoverare anche il Movimento nazionale italiano, che ha mosso i suoi primi passi il 21 luglio 2015, con tanto di atto notarile.  
A concepirlo è stato il fiorentino, allora 35enne, Francesco Campopiano: la sua idea era "vedere il Popolo Italiano finalmente padrone di se stesso", visto che a suo dire la sovranità popolare era progressivamente sparita. "Il nostro intento - spiegava al blogger Domenico Marigliano - è riprendere le redini dell'Italia e riconsegnarle al Popolo": puntava a riuscirci attraverso un programma in 19 punti, "fondamentali per il ritorno di una Italia libera" e in nessun modo negoziabili. Si parte con il ritorno alla sovranità monetaria, con l'uscita dall'Euro e dall'Unione europea (attraverso un referendum) e il ritorno alla Lira; altre modifiche significative dovrebbero riguardare la Costituzione, per rendere l'Italia una repubblica presidenziale, a bicameralismo imperfetto (con il Senato "composto da una delegazione di parlamentari provenienti dalle regioni senza diritto di voto") e imperniata sul federalismo fiscale. Altri punti cardine del programma dovrebbero essere il blocco dell'immigrazione clandestina, con il rimpatrio coatto di tutti coloro che si trovano illegalmente nel territorio italiano) e l'incentivo alle sole imprese italiane (purché abbiano sede nel Paese e paghino qui le imposte); sul piano fiscale è prevista anche la riduzione del prelievo per dipendenti e per le imprese e l'agevolazione dell'accesso al credito.
Nel programma non manca poi il sostegno alla produzione italiana (anche prevedendo una "detrazione totale su spese fatte in aziende Italiane per tutti i cittadini Italiani" e difendendo i prodotti nostrani contro quelli stranieri) e la garanzia di uno stipendio minimo sociale a lavoratori, casalinghe e disoccupati (pur se con un limite massimo temporale), nonché di pensioni dignitose a chi non lavora più; restando in ambito lavorativo, si vorrebbe intervenire sul sistema del collocamento, per "creare un elenco unico di figure e lavori da interfacciare". Sul piano sociale, oltre a tutelare in modo speciale la prima casa ("un diritto su cui lo Stato non può pretendere tasse"), si vorrebbe garantire l'accesso gratuito alle prestazioni sanitarie "a tutti gli aventi diritto" e all'istruzione, così come rendere certo l'accesso al lavoro o all'università, non mancando di "incentivare la ricerca e riportare i nostri Figli a casa". Completano gli elementi essenziali del programma l'abolizione di "tutti i privilegi dei parlamentari, compresi vitalizi e auto blu", la riscrittura dei codici per "garantire la certezza della pena", la lotta alle mafie e, in generale, a concussi e corrotti, nonché l'istituzione di "un nuovo assetto carcerario" (con il rimpatrio di tutti gli stranieri e la creazione di "laboratori utili a imparare un lavoro tale da consentire, almeno in parte, il sostentamento per la permanenza nelle carceri degli stessi" e il reinserimento alla fine della pena).
Tutto ciò dovrebbe essere riassunto da un simbolo molto semplice e schematico, per il quale il 30 aprile è stata anche depositata una domanda di registrazione come marchio. L'emblema è descritto come "cerchio di colore nero contenente la scritta 'Movimento nazionale italiano' in lettere maiuscole di colore nero, in forma circolare adiacente alla bordatura del cerchio stesso. Al suo interno si ripete la scritta, sempre di colore nero ma suddivisa su due righe, 'Movimento nazionale' sopra e 'italiano' sotto, divise da una striscia tricolore verde, bianca e rossa, delimitata con bordo nero. All'interno del campo verde si trova la lettera M, nel campo bianco si trova la lettera N e nel campo rosso si trova la lettera I". Evidentemente c'è l'intenzione, in un modo o nell'altro, di fare sul serio, preparandosi alle prossime elezioni (quando saranno), o almeno volendo proteggere l'uso del nome o sperare che qualcuno sia interessato e il progetto si ingrandisca. Tra le persone interessate a cosa accadrà nelle prossime settimane, dunque, c'è anche Francesco Campopiano.
Nel frattempo, peraltro, su Facebook esiste una pagina con lo stesso nome (Movimento nazionale italiano), il cui simbolo è però completamente diverso: all'interno del cerchio è raffigurata la dea Minerva, nella stessa foggia che per decenni ha caratterizzato il verso delle monete da 100 lire; al posto di un ramo dell'albero di alloro (che manca del tutto), la dea tiene in mano un tricolore. Non è chiaro se l'emblema si riferisca a un altro movimento effettivamente esistente; di certo è la testimonianza che quell'etichetta può riscuotere un certo interesse, anche se è possibile declinarla graficamente in vari modi. Anche se il tricolore non può mancare da nessuna parte.

lunedì 11 maggio 2020

Roma lista civica, un progetto partito da Roma Nord

L'emergenza Coronavirus ha avuto tra i suoi effetti anche l'assicurare che le prossime elezioni per rinnovare l'amministrazione del comune di Roma si terranno nel 2021, alla scadenza naturale del mandato: posto che il voto di primavera di quest'anno sarà rinviato all'autunno, è piuttosto improbabile pensare che nella Capitale possa accadere qualcosa che suggerisca di anticipare di sei mesi le elezioni rispetto alla fine del quinquennio di consiliatura. C'è dunque tutto il tempo per prepararsi e qualcuno, in effetti, si è già messo in moto da alcune settimane. Il riferimento è a Roma lista civica, esperienza che cerca di trasformare un nome comune in marchio politico-elettorale, mettendo al centro l'amore per la città e declinandolo in termini di competenza.
In effetti su Facebook la pagina della costruenda lista civica (che si chiamerà dunque proprio così, anteponendo all'etichetta più classica delle formazioni civiche locali il nome del comune) è nata il 1° marzo e il gruppo è presieduto da Roberto Riccardi. Egli, in realtà, non è solo il fondatore di questa compagine: nel 2016 aveva tenuto a battesimo infatti anche il Partito Roma Nord, sempre con l'idea di guardare (già allora) alle successive elezioni. Già, perché dopo la rivalità pre-elettorale e anche un po' goliardica tra Partito indipendentista di Roma Nord e Partito indipendentista di Roma Sud (Pirn vs. Pirs), Riccardi il giorno di Natale del 2016 aveva pensato di creare davvero con alcuni amici un gruppo politico che, a partire da Roma Nord (tra "l'angolo del raccordo anulare, Piazza Mazzini, Tiburtina-Prenestina e Ponte Milvio", proprio il ponte raffigurato nella grafica scelta come simbolo), iniziasse a pensare - nelle intenzioni dei promotori - al futuro e al bene della città, stilando anche un appello di seguito riportato. 
Siamo un gruppo di cittadini che si propone di candidarsi alle prossime elezioni comunali, per impegnarsi in prima persona per risolvere senza demagogia le mille emergenze di Roma Nord e di tutta la città. 
Vogliamo far vivere bene i romani e non educarli come pretendono di fare i "soliti noti". La città ha bisogno di infrastrutture, servizi, competenza e coraggio; l’attuale no a tutto non è una opzione, ma una disgrazia.
Desideriamo, ad esempio, costruire nuove strade, anziché chiudere quelle che ci sono. Vogliamo progettare il futuro della Capitale che, svilita da anni di soprusi politici e abbandonata a se stessa, oggi è guidata da un gruppo incapace di produrre risultati positivi ed esprimere qualsiasi progetto che porti modernizzazione. 
Abbiamo fondato un partito perché crediamo nella democrazia e non ci facciamo prendere in giro dal vuoto slogan uno vale uno, che si è tradotto in nessuno conta niente, perché nella realtà c’è un uno che decide per tutti.
Roma è una città immensa ed escludiamo che un consigliere comunale eletto ad Ostia si possa “appassionare” ai problemi del Mandrione, o che uno di Don Bosco si “avveleni” per le buche in zona Gemelli. 
Per questo riteniamo indispensabile eleggere in Comune e nei municipi dei rappresentanti territoriali che curino gli interessi di Roma Nord ed applichino best practices anche nel resto della città. 
Vogliamo dunque impegnarci per tutta Roma, perché insieme è possibile attuare una rivoluzione delicata ma decisa. 
In breve vogliamo dare un futuro a Roma, non fare sterile e demagogica politica.A chi ci chiederà: “Siete di destra o di sinistra?”, gli risponderemo: “Siamo di Roma Nord”. Tutta un’altra cosa. 
Unisciti a noi, insieme salvare Roma è possibile.

Dopo oltre tre anni passati così, Ricciardi - dirigente industriale che si occupa di comunicazione e marketing, impegnato nel corpo militare della Croce Rossa - ha progressivamente visto crescere il numero di persone impegnate nel progetto, ma alla fine del 2019 la maggior parte degli interessati al programma di rilancio della Capitale abitava a Roma Sud. A quel punto, valeva la pena far evolvere l'esperienza del Partito Roma Nord (senza chiuderla), dando luogo a Roma Lista Civica: il 29 novembre sono stati depositate a nome di Riccardi due domande di marchio, varianti dello stesso disegno, in cui c'è "un cerchio con all'interno un cuore stilizzato di colore rosso che avvolge parzialmente un panorama stilizzato della città di Roma in cui si vedono i suoi principali monumenti e dalla scritta in caratteri stampatello". Posto che i monumenti sono di tutta Roma (e che la soluzione del mezzo cuore rosso stilizzato ricorda molto quella di SiAmo Torino), ecco come la "lista civica della ricostruzione" - che, a parte la proposta di un termovalorizzatore che non impatta, al punto che "lo puoi mettere sotto casa e non te ne accorgi", non rivela altri punti del programma per non farseli bruciare e copiare - si rivolge ai potenziali elettori. Giudicate voi quanto è stato mantenuto del "manifesto" precedente legato al brand "Roma Nord":
Abbiamo fondato Roma Lista Civica perché crediamo nella democrazia e nella partecipazione attiva di tutti i cittadini, al di là degli sterili schieramenti politici.
Siamo un gruppo di cittadini che si propone di candidarsi alle prossime elezioni comunali, per impegnarsi in prima persona per risolvere con competenza e senza demagogia le mille emergenze di Roma, ormai in preda ad un inarrestabile declino. 
Vogliamo far vivere bene i romani e non educarli come pretendono i “soliti Partiti o pseudo Movimenti”. La città ha bisogno di infrastrutture, servizi, competenza e coraggio. 
Vogliamo che Roma torni a splendere in tutti i suoi quartieri, perché il valore e la tutela della bellezza accrescono il senso di appartenenza dei cittadini alla città e ne stimolano il rispetto e la cura. 
Roma ha bisogno di sviluppo e manutenzione per questo vogliamo, ad esempio, costruire nuove strade, anziché chiudere quelle che ci sono. 
Vogliamo progettare il futuro della Capitale che, svilita da anni di soprusi politici e abbandonata a se stessa, oggi è guidata da un gruppo incapace di produrre risultati positivi ed esprimere qualsiasi progetto che porti modernizzazione. 
Vogliamo una Roma equa, dove sia garantita a tutti la dignità del lavoro e l’indipendenza dai bisogni e il welfare sia pensato e organizzato per chi ne usufruisce e non per chi è chiamato a garantirlo. 
Vogliamo una Roma solidale, attenta ai diritti e ai doveri delle persone, dove la reciproca collaborazione è valore fondante e la difficoltà non è vergogna. 
Vogliamo una Roma unita, dove le differenze tra quartieri non si trasformino in svantaggi per i residenti ma diventino occasione di valorizzazione. 
Vogliamo una Roma libera, senza pregiudizi, aperta al confronto con ogni realtà, per condividere e non dividere. Vogliamo essere la forza civica e popolare che raccoglie le tradizioni culturali e le politiche innovatrici della nostra città, mobilitando le energie e i valori più sani dei cittadini. 
Vogliamo una Roma esemplare, che combatta ogni forma di corruzione per garantire trasparenza e giustizia. Sempre. Governare Roma significa porsi al suo servizio, avere la visione ideale, il progetto culturale, la volontà di cambiamento necessari per restituirle il senso di sé e del suo futuro. 
Vogliamo una Roma partecipata, che attraverso pratiche quotidiane concrete incentivi la partecipazione diffusa, valorizzando così la consapevolezza e la responsabilità individuale di ogni cittadino. 
Vogliamo una Roma responsabile che, facendo propri i principi di sostenibilità adottati dall'Unione europea, realizzi un nuovo modello di sviluppo urbano rispettoso dell’ambiente e capace di valorizzare il grande capitale naturale di cui la città dispone. 
Vogliamo una Roma sicura, che protegga tutti i suoi abitanti con efficacia e tempestività contro ogni forma di violenza. La fermezza contro il crimine, il rispetto delle regole e dei diritti di ciascuno sono il presupposto per l’integrazione, il recupero sociale e il contrasto all'emarginazione. 
Vogliamo una Roma meritocratica, che dia spazio alle risorse migliori per progettare e realizzare una nuova prospettiva di crescita economica e sociale e che permetta a ciascuno di esprimere pienamente le proprie capacità. Una Roma in cui chi occupa posizioni di responsabilità sia il primo esempio di merito. 
Vogliamo una Roma economicamente dinamica, che produca lavoro e benessere. Polo universitario internazionale di eccellenza, turismo culturale, imprese innovative, agricoltura di qualità, industria dello spettacolo sono tra gli strumenti per un presente e un futuro di concreto sviluppo per Roma. 
Vogliamo una Roma orgogliosa di essere capitale mondiale del sapere e dell’arte classica, che trasformi in cultura, ricerca, turismo e modernità la sua naturale vocazione di memoria storica della civiltà occidentale. 
Vogliamo una Roma rispettosa dei desideri, delle tendenze, delle culture e dei credo religiosi di ciascuno dei suoi abitanti. 
In estrema sintesi vogliamo dare un futuro a Roma, non fare sterile e demagogica politica. 
A chi ci chiederà: "Siete di destra o di sinistra?", gli risponderemo: "Siamo di Roma". Tutta un’altra cosa.