martedì 12 dicembre 2017

Alternativa popolare al capolinea, e i simboli che fine fanno?

Non è dato sapere quanti avessero creduto davvero che l'avventura iniziata alla fine del 2013 da un gruppo di parlamentari guidati da Angelino Alfano, allontanatosi da Silvio Berlusconi e convinto dell'opportunità di proseguire l'esperienza di governo a fianco del centrosinistra, sarebbe durata a lungo o, almeno, senza perdere troppi pezzi rilevanti. 
In realtà non è durata così poco: il simbolo del Nuovo centrodestra - il primo, quello rettangolare - fu presentato il 5 dicembre 2013, dunque si contano giusto quattro anni (quasi come la montiana Scelta civica, che però si era condannata all'irrilevanza molto prima). Quel periodo, va detto, è stato vissuto in modo tutt'altro che tranquillo, con varie defezioni di peso (da Renato Schifani a Nunzia De Girolamo, fino a Gaetano Quagliariello), l'alleanza con l'Udc non proprio baciata dalla fortuna (al punto tale da finire per spaccare anche quel partito) e il cambio di nome in Alternativa popolare - anticipato dall'etichetta Area popolare già abbinata al cuore simil-Ppe, inizialmente in condominio con l'Udc e poi sempre più appannaggio dei soli alfaniani - che ha finito per togliere ogni traccia di centrodestra dal nome di un partito alleato con il Pd. Dopo la giornata di oggi, tuttavia, il capolinea è arrivato e, se per un po' il simbolo di Ap rimarrà visibile, avrà vita dura dalle prossime settimane in poi.  
Già ieri si era capito che i giochi ormai erano finiti e c'era poco da stare allegri (anzi, Happy, per ricordare la singolare scelta musicale fatta ai tempi di Ncd). Uno dei massimi esponenti del partito, l'ex ministro Maurizio Lupi, aveva sintetizzato la situazione annunciando che il giorno dopo si sarebbe lavorato a "un documento unitario che salvaguardi le due coerenze politiche emerse nella discussione di oggi" (parole pronunciate anche da Alfano). 
Suona strano parlare di "due coerenze politiche" - che se non si temesse di fare torto ad Aldo Moro si potrebbero parafrasare come "divergenze parallele" - con riferimento a due posizioni che inciampano in incrociate accuse di incoerenza: la prima, quella di "appartenenza alla propria storia politica e alla nascita del partito", nel rivendicare la coerenza con il proprio passato di centrodestra è tacciabile di incoerenza per il passato prossimo e per la scelta di tornare accanto a Berlusconi, dal quale ci si era voluti distinguere proprio con la nascita di Ncd; l’altra "di prosecuzione nell'azione riformista di governo, iniziata cinque anni fa", nel voler essere coerente con la scelta di allora (più volte rinnovata) si è attirata da tempo gli strali di chi ha ritenuto quella condotta incompatibile con la storia di centrodestra e moderata dei vari esponenti.
La direzione nazionale di oggi di Ap, più che alla riunione di un organo collegiale, è sembrata una seduta di tribunale che ha sancito - parole usate da molti, anche dalla ministra Beatrice Lorenzin - la separazione consensuale tra le due coerenze divergenti. Il tutto sancito da regolare sentenza, ossia dal famoso documento unitario annunciato ieri:
La direzione di Alternativa Popolare ha approvato all'unanimità la proposta unitaria su cui ha riferito il coordinatore Maurizio Lupi a nome del gruppo (Lorenzin, Cicchitto, Gentile) delegato dalla direzione di ieri, che prevede:1. La prosecuzione dell'unità dei gruppi parlamentari sino al termine della legislatura e l'accordo per cui un gruppo sarà garante della scelta di centrosinistra e l'altro di quella di centrodestra.2. Un patto di consultazione e di confronto permanente e un approfondimento tecnico-regolamentare delegato ai fondatori del partito su eventuali questioni residue, tra cui i simboli, nelle disponibilità del presidente Alfano.
A limitarsi a queste righe, sembra davvero la scissione politica più serena e pacifica mai vista: tutt'altro clima, insomma, rispetto alle lotte senza quartiere in seno al Partito popolare italiano del 1995 o alle baruffe ripetute (e manesche) all'interno del Nuovo Psi a partire dal 2005. Le due strade, dunque, si dividono: Maurizio Lupi si prepara a ritraslocare nel centrodestra, Beatrice Lorenzin e Fabrizio Cicchitto (forse memore del suo passato remoto socialista non berlusconiano) restano invece a fianco del Pd, ma fino alla fine della legislatura i gruppi resteranno uniti; sembra un po' inquietante, tuttavia, la frase in base alla quale "un gruppo sarà garante della scelta di centrosinistra e l'altro di quella di centrodestra", come se davvero i due gruppi parlamentari potessero ragionevolmente fare scelte diverse senza subire accuse di schizofrenia (a meno che, ovviamente, i sostenitori di una posizione fossero concentrati in un ramo del Parlamento e quelli dell'idea opposta fossero quasi tutti nell'altro).
Certo è che questa situazione di "due partiti in uno" - che ricorda tanto, questa sì, quella del Ppi nel 1995, fino alla nascita del Cdu dopo le ordinanze della magistratura e il "patto di Cannes" tra Rocco Buttiglione e Gerardo Bianco per dividere nomi, simboli, testate e cercare di limitare i danni - non sarà priva di problemi. In quanto legale rappresentante di Alternativa popolare, infatti, il simbolo attuale di Alternativa popolare e anche quello precedente del Nuovo centrodestra (di cui Ap rappresenta l'evoluzione, ma in piena continuità giuridica) sono nella titolarità di Angelino Alfano, che ha scelto di non candidarsi e ora si ritrova "arbitro" della scissione; Alfano li ha anche registrati a proprio nome come marchi, ma al di là di questo è chiaro che chi seguirà Lupi, nel fondare un nuovo soggetto politico di fatto abbandonerà Ap e, come scissionista, non avrà diritto su nessun nome o simbolo.
In effetti sembra improbabile che Lupi e gli altri siano interessati a utilizzare il cuore di Alternativa popolare, mentre più di qualcuno sostiene che l'ex ministro sia più interessato a valersi del primo nome, quello di Ncd (che, tra l'altro, nel 2011 era stato depositato da Italo Bocchino e da questi concesso ad Alfano), più adatto alla nuova collocazione del gruppo; Alfano non sarebbe assolutamente obbligato a concederlo, anche se potrebbe farlo in spirito di cortesia. Non è affatto scontato, però, che al centrodestra guidato da Berlusconi e con i "duri e puri" Salvini e Meloni vada a genio la convivenza con quel simbolo o anche solo con quel nome (l'ex Cavaliere non aveva avuto parole gentili per quell'etichetta): a quel punto, forse, converrebbe trovare un'altra soluzione. 
Tutto questo, naturalmente, ammesso che il troncone di centrodestra riesca a vincere la sfida più impegnativa, quella delle firme da raccogliere: trattandosi di un gruppo nuovo e scisso da Ap, infatti, Lupi non sarebbe esentato dalla raccolta delle sottoscrizioni per la sua lista (magari creata assieme ai fittiani di Direzione Italia) e non è scontato che dagli alleati arrivi qualche forma di aiuto. Alla peggio, il gruppo di centrodestra di ritorno potrebbe contribuire alla lista nota come "quarta gamba" della coalizione e a quel punto non ci sarebbero problemi di nomi, ma la visibilità e le speranze di risultati favorevoli (anche in termini di eletti) sarebbero ridotte al lumicino; anche Lorenzin e Cicchitto, però, non dormono sonni tranquilli, soprattutto dopo la pessima prova delle regionali siciliane. Da una parte e dall'altra, insomma, c'è poco da stare Happy.

domenica 10 dicembre 2017

Liberi e Uguali, foglioline (al femminile?) su fondo amaranto

Raramente la presentazione di un singolo contrassegno elettorale ha avuto l'onore della ribalta televisiva in una delle fasce orarie di maggior ascolto (quella delle 21 o giù di lì), per giunta su uno dei canali più seguiti, com'è Rai1. Questa possibilità l'ha avuta e l'ha sfruttata Pietro Grasso, presidente del Senato uscente ma soprattutto leader della nascente lista per la quale da alcuni giorni era diventato definitivo il nome Liberi e Uguali: proprio questa sera, l'ex magistrato ha mostrato il simbolo al pubblico di Che tempo che fa, di cui era ospite, dando così maggior concretezza elettorale al progetto che da alcune settimane impegna soprattutto Possibile, Sinistra italiana, Articolo 1 - Mdp (e probabilmente, dopo la ritirata di Giuliano Pisapia, anche qualche soggetto proveniente dall'esperimento non compiuto di Campo progressista).
Le telecamere hanno ripreso dunque uno dei primi simboli la cui presenza sulla scheda elettorale sembra quasi certa. Il "quasi" è dovuto essenzialmente a eventuali ritocchi dell'ultimo minuto, ma non solo: resterebbe il problema non piccolo dell'esenzione dalla raccolta firme. Posto che non si è di fronte a un partito costituito in gruppo in entrambe le Camere, l'esenzione speciale prevista dalla legge elettorale - valida dunque solo per le elezioni in arrivo - si applica ai "partiti o ai gruppi politici costituiti in gruppo parlamentare in almeno una delle due Camere al 15 aprile 2017" e certamente non esisteva al 15 aprile 2017 un gruppo parlamentare con il nome "Liberi e Uguali". E' vero che Articolo 1 e Sinistra italiana il gruppo parlamentare ce l'hanno ed è stato costituito prima di quella data, ma il loro nome è diverso e, con questo simbolo, non si potrebbe certo sostenere che la lista presentata è di Mdp o Si (il tenore letterale della disposizione non sembra concedere, come avviene in certe leggi elettorali regionali, al gruppo di esentare una lista in qualunque modo collegata). Unico modo per essere certi di non dover raccogliere le firme, insomma, sarebbe inserire da qualche parte una "pulce" di Articolo 1 o Sinistra italiana o, comunque, qualcosa che ne richiami in modo esplicito la grafica.
Certamente non vale come richiamo grafico a Si la scelta grafica e cromatica, dal momento che i due emblemi più o meno deliberatamente si somigliano: in entrambi, infatti, gli elementi testuali e grafici sono bianchi su fondo rosso (anche se Grasso, ospite da Fazio, ha tenuto a precisare che il suo colore esatto è "amaranto": in bocca al lupo ai grafici e agli stampatori delle schede...), stessa cosa che era avvenuta nel 2014 con la lista L'Altra Europa con Tsipras: a ben pensarci, anzi, probabilmente l'antecedente grafico più vicino a Liberi e Uguali è proprio la formazione costituita in vista delle ultime elezioni europee. Anche allora, tra l'altro, si scelse - non senza travagli - di citare l'idea della sinistra con il colore, ma di non inserire la parola "sinistra" nel contrassegno (ed è questo il motivo che esclude completamente la possibilità che all'emblema sia aggiunta la "pulce" di Si): si è dunque di fronte a un profilo di somiglianza ulteriore, che si unisce all'indicazione espressa del leader del progetto politico.
Al di là della tonalità di rosso utilizzata, l'emblema di oggi si distingue da quello del 2014 anche per l'uso di caratteri minuscoli (allora non impiegati), di due differenti font bastoni (lo dimostrano le fattezze delle due G) e, soprattutto, per l'esistenza di un pur minimo vezzo grafico. Il riferimento è alle tre "foglioline" bianche, appoggiate alla "i" di "Liberi", che richiamano la E del nome senza utilizzarla direttamente: queste, a detta di Grasso, "rappresentano il nostro legame con l’ambiente ma anche l’importanza che diamo alle pari opportunità, essendo un simbolo femminile". Se certamente quell'espediente grafico consente di "muovere" almeno un po' l'impianto del simbolo, altrimenti piuttosto statico (unico altro elemento movimentante è la sottolineatura discreta sotto la parola "Uguali"), nelle intenzioni di chi ha chiesto e creato il simbolo dovrebbe anche sopire le polemiche dei giorni scorsi sulla scarsa presenza e rappresentazione femminile della nascente lista.
Sul punto si erano espresse voci storiche come Norma Rangeri, studiose autorevoli come Nadia Urbinati e varie esponenti femministe, ma si era fatto notare anche uno scritto di Nicola Fratoianni, il quale sul manifesto aveva invitato a "leggere e pronunciare [il nome], fin da subito, come 'Libere e Liberi e Uguali'" e a trasformare "quella 'e' da semplice congiunzione in piena soggettivazione". La sua voce, a quanto pare, è stata ascoltata: la "E" non emerge più come lettera/parola autonoma, le foglioline appoggiate alla "i" di "Liberi" la trasformano in "E" (facendo accettare la stranezza di una lettera minuscola che si comporta da maiuscola) e la forma foliare dà alla lettera più leggerezza.
L'espediente grafico, oggettivamente, è gradevole, ma se lo si vede con gli occhi della polemica dei giorni scorsi rischia di somigliare - soprattutto per chi ritiene che l'adesione alla causa femminile sia almeno in parte superficiale e di facciata - più a una strizzata d'occhio o a un cerotto un po' improvvisato sulle critiche, che a un vero gesto significativo. In più, in questo modo sul simbolo il nome che emerge è "Liberi Uguali", che somiglia un po' di più al già esistente "LibertàEguale" di quanto non accadesse con la versione che aveva la "e" ben visibile: chi vorrà attaccare briga in tribunale non mancherà di farlo notare, chi riterrà la questione ridicola o inesistente rimarcherà le differenze nominali (e soprattutto grafiche) che permangono. Per un motivo o per l'altro, insomma, il simbolo di Liberi e Uguali potrebbe far ancora discutere.

venerdì 8 dicembre 2017

Falce, martello e pugno,"Per una sinistra rivoluzionaria"

Non si sa ancora quanto tempo manchi alle elezioni, ma di certo da ieri c'è una certezza: tra gli emblemi che si preparano a finire sulla scheda elettorale, ce ne sarà almeno uno con falce e martello impressi sopra. Non è certo una novità, ovviamente, ma finora si era visto tutt'altro in giro, dunque si tratta pur sempre di una notizia. La formazione in questione si chiama Per una Sinistra rivoluzionaria e nel contrassegno, noto da ieri, figurano le "pulci" di due altre formazioni: Sinistra classe rivoluzione (ossia il gruppo che prima faceva riferimento al Partito della Rifondazione comunista con il nome di FalceMartello, almeno fino alla scissione avvenuta nel 2016, dopo la quale la compagine si qualifica come "Sezione Italiana della Tendenza Marxista Internazionale") e soprattutto il Partito comunista dei lavoratori, ormai consolidata formazione di matrice trotzkista, che si è già presentata agli ultimi due appuntamenti elettorali politici. 
Non si è trattato, a dire il vero, di un'avventura fortunata: guardando ai risultati della Camera, nel 2008 (prima uscita della formazione nata per protesta dopo che Fausto Bertinotti nel 2006 aveva accettato che il Prc sostenesse il governo di centrosinistra guidato da Romano Prodi) al Pcl arrivarono quasi 210mila voti, pari allo 0,57%, mentre al turno successivo si sfiorarono solo i 90mila consensi (Forza Nuova ne prese pochi di più) e la quota scese allo 0,26%. Nonostante questo, Ferrando era ed è convinto della necessità di presentarsi agli elettori con una formazione dichiaratamente di sinistra e rivoluzionaria: "L'obiettivo centrale - ha dichiarato a Monica Rubino di Repubblica - è quello di usare anche la tribuna elettorale per ricostruire una coscienza politica di classe e anticapitalistica tra i lavoratori e gli sfruttati. Vogliamo ricostruire un punto di riferimento anticapitalistico per i lavoratori che, dopo oltre dieci anni di massacro sociale, sono rimasti privi di rappresentanza. Nemmeno i sindacati sono più in grado di difenderli. Figuriamoci coloro che si presentano come la nuova sinistra".
La scelta di lavorare per la presentazione della lista appare soprattutto come una contestazione alla nuova formazione nata in area sinistra sotto l'egida di Pietro Grasso, Liberi e Uguali ("Quella lista comprende un personale dirigente che non solo ha distrutto la sinistra politica in Italia, a partire dallo scioglimento del Pci, ma ha diretto le gigantesche privatizzazioni degli anni '90, ha precarizzato il lavoro [...], ha infine votato tutto il peggio dei governi Monti, Letta, Renzi, inclusa la soppressione dell'articolo 18. In poche parole ha picconato la libertà e l'uguaglianza a danno di chi lavora"), ma dovrà vedersela innanzitutto con il problema della raccolta firme, altrimenti non potrà nemmeno fare campagna elettorale.
Se quella fase andrà a buon fine, gli elettori troveranno sulla scheda un contrassegno dominato dalla silhouette (ovviamente) rossa di una manifestazione di lavoratori con tanto di striscioni, sulla quale campeggia il nome scelto per la lista, che ovviamente mette in evidenza - con il maiuscolo e un carattere corposo, quasi rivoluzionario appunto - l'espressione "Sinistra rivoluzionaria". La parte inferiore del cerchio, su comunissimo fondo bianco, ospita invece - a destra - il noto simbolo della falce e martello sul globo blu del Partito comunista dei lavoratori, mentre nella parte sinistra completa la "bicicletta" il tondo nero di Scr squarciato da un pugno chiuso (rosso), un disegno che sulle schede - fatta eccezione per le liste radicali - non si vedeva dal 1987, cioè dall'ultima presentazione di Democrazia proletaria (anche se la forma del pugno ricorda molto di più quello del Fronte unito della sinistra rivoluzionaria o di Lotta continua). Un simbolo decisamente inconfondibile, dunque: toccherà agli elettori scegliere se farlo arrivare sulle schede oppure no. L'impresa è dura, ma Ferrando e gli altri ci proveranno comunque.

giovedì 7 dicembre 2017

Luca Romagnoli: la mia storia della fiamma (che ritorna)

Quante storie ha un simbolo? Più di quante se ne possano immaginare, perché sono legate alle singole persone che quell'emblema l'hanno visto nascere e crescere (a volte morire), l'hanno diffuso, difeso, supportato (e a volte sopportato), fino a sentirne terribilmente la mancanza quando il fregio, per un motivo o per l'altro, è sparito dalle schede. Molte di queste storie spesso non vengono raccontate da chi le ha vissute: magari le ritengono poco interessanti o non hanno la possibilità di farle conoscere.
Oggi l'amico Alfio Di Marco mi ha proposto in lettura un post di Luca Romagnoli, segretario del Movimento sociale Fiamma tricolore dopo Pino Rauti (dal 2002), ultimo a rappresentare nelle istituzioni (al Parlamento europeo dal 2004 al 2009) la Fiamma. Dal 2014 ha dato vita a un nuovo soggetto politico, Destra sociale, ma la storia politica - specie quando non è stata facile da vivere - non si dimentica. 
Così, nel vedere il nuovo simbolo di Fratelli d'Italia, che dopo l'epoca della "pulce" di Alleanza nazionale ha scelto di ridare molto rilievo alla vecchia fiamma - quella del Msi, non una delle tante reinterpretazioni tentate dalle formazioni che si rifacevano a quella storia, Fiamma tricolore compresa - Romagnoli ha sentito il bisogno di scrivere le sue impressioni e condividere i suoi ricordi. Li ho letti e mi hanno colpito, così li condivido con i lettori di questo sito: che siate o meno d'accordo, che abbiate idee politiche simili alle sue o diametralmente opposte, credo che questa testimonianza rientri a pieno titolo tra le "storie di simboli", raccontate dalle persone che le hanno vissute come se a narrare fossero gli emblemi stessi. 
Gran fiamma seconda. Contesa, deformata, metamorfizzata, stilizzata, amputata, diafanizzata, sottesa; quante ne ha subite e quanto è stata agognata dal 1995 in poi la Fiamma degli italiani? La Fiamma tricolore rosso, bianco e verde, posta su base trapezoidale con inscritta la sigla Msi, intendo.Quanto ne potremmo dire e raccontare; Rauti, dalla metà degli anni Novanta fino al volgere del secolo, io stesso e chi con me, con Noi, nel Ms Fiamma tricolore ha cercato di fregiarsene caparbiamente fino al 2013. Per alcuni è stata un’epopea, di tentativi e resistenze legali e politiche. Interminabili mediazioni con il Ministero dell’interno, quando vi era da depositare il simbolo per le elezioni; estenuanti e spesso inconcludenti trattative con alleati del momento, quando si passavano ore per trovare un accordo su come comporre i simboli delle alleanze; interminabili discussioni con i militanti per spiegare che un atto giudiziario in nome di Fini e per conto di Alleanza Nazionale, inibiva l’uso del simbolo originale. Soprattutto con i diversi, simpatizzanti ed elettori, che per anni ripetevano ostinatamente la stessa domanda: perché non possiamo votare la Fiamma del Msi al posto “dell’Uovo tricolore”, della “goccia cuspidata”, e così via. E quanto tempo, notti perse, chi con la matita, chi con la grafica al computer. Per non dire di quante fotocopie fatte e rifatte sulla modulistica per la raccolta delle firme ogni volta che cambiava qualcosa. 
Ricordo in particolare la notte prima del deposito dei simboli per le elezioni politiche 2006. C’era l’accordo di coalizione; partecipavamo per la prima e unica volta alle politiche in coalizione con la “Casa delle libertà”. Era il momento giusto per osare qualcosa in più: stringere un po’ la goccia e aumentare le cuspidi, per cercare la maggior somiglianza possibile all’originale agognato. Febbrili tentativi per ottenere da Alfio Di Marco e Lamberto Iacobelli (la meritano tutta la citazione), il logo da stampare su carta lucida per il deposito al Viminale. E poi via, di corsa al Ministero, con tutte le apprensioni di sempre. Deposito io senza delega notarile? Abbiamo tutto in ordine? Le dimensioni dei simboli sulla strisciata? Consegno (insisto per consegnare) anche il CD con il file? Faranno opposizione? Magari gli avvocati di An, con in testa proprio Ignazio La Russa? Notti passate di militanza. E di speranza. Ma era indispensabile?Ora, a 23 anni di distanza dal 1995 (quando la maggioranza della dirigenza decise di liquidare il Msi o, come qualcuno ritenne, di ampliarne gli orizzonti nell’accogliente e meno “discriminante Alleanza”), la Fiamma ritorna. Ora, passata da lunga pezza l’epoca ignota a chi è nato alla fine degli anni Settanta, che poco sapeva di storie e di vissuto nelle “fogne” (“la voce” da cui usciva a malapena), e poco, e giustamente, poteva soffrire l’oblio per un simbolo gravato dagli anni, ora, dicevo, risorge.Risorge, proprio come la Fenice e a maggior ragione (scientifica), si può dire dalle sue ceneri. Ora non c’è qui tempo per argomentare. Non ora discettare. Non ora spiegare agli altri quello che ho impiegato anni a spiegare a me stesso, cioè che un simbolo è meno importante dell’attuazione di un progetto politico che da esso non promana ma da esso è sintetizzato. Ora non “il perché e il per come”, e se è opportuno o non lo è. Ora non è qui il luogo per discettare della logica della politica, ma per dare spazio ai sentimenti. Scrivo sentimenti e non nostalgia. Scrivo infine grazie, perché qualcuno ha avuto coraggio - ripeto, a prescindere da calcoli e contingenze -, di lanciare ancora la sfida e di fare appello simbolico a un mondo di patrioti. Scrivo e scusate se sono stato prolisso, semplicemente grazie. Non tanto per un simbolo risorto, ma per averne con le tesi e le linee di vetta riaffermato i principi ispiratori. Con lungimiranza aggiornandone il progetto e rilanciando la sfida.

martedì 5 dicembre 2017

Energie PER l'Italia, Parisi ci mette la faccia

Nomi che vengono, nomi che vanno. Se l'altro ieri Fratelli d'Italia ha presentato il suo nuovo simbolo in cui non è più presente il nome di Giorgia Meloni (a meno che ricompaia nell'emblema che sarà depositato al Viminale a gennaio), Stefano Parisi ha inserito il suo nome - e in modo piuttosto visibile - nel rinnovato simbolo di Energie PER l'Italia, una formazione che guarda decisamente alle prossime elezioni politiche e lancia un messaggio chiaro: ci saremo e ci metteremo la faccia direttamente.
L'emblema, presentato a conclusione dell'ultimo evento Megawatt a Milano - in cui si è discusso del programma elettorale di quella stessa forza politica - comprime nella parte superiore del cerchio la grafica originaria del progetto politico, mantenendo sempre il "PER" molto più evidente rispetto al resto del nome e conservando anche il tricolore fatto di lampadine (preferendo quelle vere a quelle stilizzate e, a dispetto di quanto si poteva pensare, scegliendo la versione spenta e non quella accesa) e ricavando in basso un ampio segmento circolare bianco in cui inserire il nome del leader, il cui peso visivo sembra addirittura maggiore rispetto a quello della forza politica stessa.
Da un po' di tempo la formazione dell'ex sfidante di Beppe Sala alle comunali di Milano sta cercando di ottenere maggiore visibilità: in questa strategia sembra rientrare anche l'approdo a Montecitorio, dal momento che il 2 agosto l'ex gruppo degradato a componente del gruppo misto alla Camera di Civici e innovatori era stato ribattezzato "Civici e innovatori PER l'Italia" e dal 17 novembre il nome è "Civici e innovatori - Energie PER l'Italia", con il nome intero e le maiuscole al loro posto.
Questo traguardo - al di là della curiosità di vedere l'ingresso di una forza di centrodestra in tandem con una compagine che sinora ha sostenuto il governo di centrosinistra - assieme alla decisione di inserire il nome nel simbolo dovrebbe preludere alla scelta di presentare una lista in proprio, senza confluire in altre formazioni elettorali. Questo, ovviamente, comporta la necessità di raccogliere le firme, attività per la quale il gruppo si sta già attivando da tempo, nella speranza che il Parlamento decida di abbassare sensibilmente l'asticella. Nel frattempo, all'esperienza di Parisi sta guardando anche la Marianna di Giovanni Negri, con l'idea di elaborare un vero programma di "ricostruzione del Paese".  Sperando di poterlo fare finendo sulle schede elettorali.

lunedì 4 dicembre 2017

L'Italia in Comune, sindaci in rete per una nuova classe dirigente

In principio, tra il 1998 e il 1999, fu il "partito dei sindaci" dal nome Centocittà: fu forse il primo tentativo - dopo l'avvento dell'elezione diretta dei vertici dei comuni - di tenere insieme le esperienze di vari amministratori (primi cittadini e assessori) sparsi nel Paese per creare un movimento con un piano d'azione comune di respiro nazionale. L'esperienza - guidata da Francesco Rutelli, Enzo Bianco e Massimo Cacciari - confluì poi nei Democratici "prodiani", ma l'idea di fare rete tra i sindaci per contare di più sul piano politico non si è esaurita e periodicamente si è riaffacciata. Hanno lavorato per questo negli ultimi anni e ieri hanno compiuto un passo importante oltre 400 amministratori locali, eletti in tutta l'Italia in liste civiche: il nome scelto per il loro progetto è L'Italia in Comune, con le maiuscole al posto giusto. Perché il Paese è rappresentato dai suoi comuni e i sindaci, per questo, vogliono mettere in comune le loro personali, peculiari esperienze. 
Se nel 2014 si era dato avvio a una rete di scambio di buone pratiche tra amministratori, con il tempo si è acquisita la consapevolezza della necessità di superare un sostanziale isolamento dei sindaci, che i problemi devono continuare a risolverli ma con una collaborazione sempre più difficoltosa da parte dei livelli sovracomunali. Il primo strumento individuato, appunto, fu la condivisione di buone pratiche, per poi rendersi conto che da quello scambio di conoscenze poteva formarsi concretamente una nuova, valida classe dirigente per il paese. 
A spiegare il progetto - lanciato ieri a Roma, presso la sede dell’Opificio Romaeuropa - è Alessio Pascucci, sindaco di Cerveteri: la soluzione per governare non può essere l'autoconservazione delle dinamiche presenti nelle Camere, né la scelta di "mandare in Parlamento le persone di strada. Chi governa il Paese dovrebbe per prima cosa imparare come si amministra, perché la politica per noi deve essere una professione da imparare''. Nessuna paura, dunque, a vestire i panni - odiatissimi negli ultimi anni - dei "professionisti della politica", se questo significa lavorare bene, con cognizione di causa dei problemi e delle ricadute quotidiane sui cittadini delle questioni da affrontare. Solo questa sembra essere la via d'uscita al "senso di abbandono e frustrazione che tanti sindaci condividono", di fronte ai cittadini che chiederebbero soltanto "il rispetto di alcuni diritti fondamentali: dall'assistenza ai disabili alle persone che hanno perso lavoro", anche quando non è nel potere dei sindaci agire su quei piani.
Tra gli oltre 400 aderenti al progetto politico, spicca il nome di Federico Pizzarotti, sindaco di Parma che nel suo secondo mandato amministrativo ha vestito i panni del candidato civico (e come tale è stato scelto dai cittadini). Proprio lui ha sgombrato il campo da eventuali sospetti che L'Italia in Comune possa ambire a presentarsi come lista alle prossime elezioni politiche: "L'idea di unire dei sindaci per lavorare insieme partendo dall'esperienza amministrativa e andando verso un’esperienza nazionale penso sia necessaria, ma credo anche che le cose vadano costruite con serietà e con una comunione di intenti che non si può trovare in pochi mesi". Un obiettivo più realistico è rappresentato dal turno di elezioni regionali previsto per il 2019, a patto di riuscire a lavorare in una sinergia soddisfacente con altre realtà civiche, allargando la platea delle persone coinvolte fin qui.
Niente lista per ora, dunque, ma un manifesto programmatico - dal titolo La Costituzione sana - Perché crediamo nel futuro - c'è già e un simbolo pure: il nome in carattere bastone, che evidenzia le parole "Italia" (anche grazie a una stellina verde usata come pallino della "i") e "Comune", è sovrapposto a una ruota dentata, segno del lavoro e dell'idea che ciascun comune, ciascun amministratore è un ingranaggio di un meccanismo più ampio che richiede l'impegno di tutti per il funzionamento; delimitano una struttura circolare, che si adatta a essere inscritta in un cerchio, due quarti di circonferenza opposti, uno verde e uno rosso, così da creare la sensazione del tricolore. E se le tinte della bandiera nazionale caratterizzano ormai gran parte dei simboli partitici ed elettorali, a buon diritto queste si trovano anche nell'emblema dell'Italia in Comune: il Paese, in fondo, è rappresentato innanzitutto da chi guida gli 8mila comuni italiani.

domenica 3 dicembre 2017

Fratelli d'Italia, il nuovo simbolo con quattro anni di ritardo

Quale tempo migliore dei congressi per adottare nuovi simboli o, magari, dare una sistemata a quelli che ci sono già? In casa di Fratelli d'Italia lo sanno molto bene: alla vigilia del primo congresso, tenutosi a marzo del 2014, venne ufficializzata la scelta di integrare il contrassegno con cui avevano partecipato alle elezioni politiche dell'anno precedente con l'emblema di Alleanza nazionale, concesso dalla Fondazione An in uso all'evoluzione di Fdi, in base ai risultati delle "primarie" svolte tra i simpatizzanti; ora, tra gli atti conclusivi della seconda assise nazionale - svoltasi in questo fine settimana a Trieste - c'è stata la presentazione del nuovo fregio politico (e probabilmente elettorale, nel senso che sulle schede dovrebbe restare tale), che cerca di contemperare lo sguardo al passato (per ricordare e dimenticare) e quello al futuro. Per Giorgia Meloni, confermata presidente del partito, quello appena adottato "è un simbolo che va avanti: mantiene la fiamma ma non fa più riferimento al partito che è venuto prima di noi. La nostra storia resta ma si va avanti".
Analizzando nel dettaglio il nuovo emblema, emerge subito che esso mantiene il nome originale (già da anni privato dell'espressione "Centrodestra nazionale" presente nei primi mesi, retaggio dei Circoli promossi da Massimo Corsaro nel 2012), ma lo semplifica e, in un certo senso, lo depura: sparisce, infatti, ogni riferimento nominale ad Alleanza nazionale. Le ragioni di quel passaggio sono varie, la prima delle quali è generazionale: all'interno di Fdi sono molti, ormai, i giovani che hanno aderito al partito senza essere mai stati iscritti ad An o simpatizzato per essa, perché si sono avvicinati alla politica dopo il 2009 (anno in cui lo scioglimento fu deliberato) o, semplicemente, prima avevano militato altrove.  Inutile sottacere, peraltro, che sulla scelta hanno pesato considerazioni di opportunità politica: il nome di Alleanza nazionale rischiava di essere piuttosto ingombrante, d'inciampo per la strada di Meloni e del suo partito, specialmente dopo gli ultimi sviluppi delle vicende patrimoniali e giudiziarie che hanno riguardato il leader indiscusso di An, Gianfranco Fini, quanto al noto affaire della "casa di Montecarlo". Ricordare troppo il vecchio partito di Fini, da cui peraltro Meloni e vari altri dirigenti di Fdi provengono, certamente sarebbe stato imbarazzante, forse quanto lo sarebbe stato negare ogni legame con il passato, almeno come evoluzione.
Anche per questo, è rimasto un richiamo solo visivo ad An, mantenendo la struttura del simbolo precedente, che ricalcava a sua volta quella concepita tra il 1993 e il 1994 da Massimo Arlechino per Alleanza nazionale. Il blu del segmento circolare superiore è più scuro rispetto a quello delle origini, forse per far risaltare meglio il testo, così come è rimasto il riferimento alle radici del Movimento sociale italiano con l'inconfondibile fiamma tricolore, ma un po' diversa rispetto a prima. Nell'emblema, infatti, non figura la base trapezoidale della fiamma con la sigla Msi (che la tradizione identificava con la bara di Mussolini), soltanto richiamata da un piccolo segmento di base: aver inserito la sola fiamma - tra l'altro decisamente ingrandita - vorrebbe ottenere l'effetto di richiamare un simbolo tradizionale della destra italiana (in cui certamente si identificano i vecchi militanti di Msi e An, ma che non è sconosciuto ai più giovani, che magari hanno visto la fiamma del Front National di Marine Le Pen, forse senza sapere che era stata "importata" proprio dall'Italia), senza però evocare anche l'eredità del vecchio partito, troppo polverosa e superata. Anche quest'uso, peraltro, è rispettoso del deliberato dell'assemblea dei soci della Fondazione An del 2015, in cui si concedeva "l'utilizzo del simbolo", senza obbligare all'uso totale o completo dello stesso (questo, ovviamente, fatte salve eventuali obiezioni che la fondazione dovesse sollevare in seguito).
La nuova grafica, che sarebbe stata curata da un'agenzia di comunicazione, appare più gradevole rispetto al passato. Sparisce certamente l'effetto "cannocchiale" o "matrioska" precedente, che era dovuto alla presenza di tre cerchi uno interno all'altro (e, per evitare comunque rischi del genere, il cerchio bianco in cui è inserita la fiamma non è stato bordato di nero ed è leggibile solo come "vuoto"); della grafica precedente è conservato anche l'elemento tricolore inizialmente costituito dalle tre corde annodate, ma ora è stato stilizzato in una fascetta coperta dal cerchio bianco (paradossalmente una soluzione analoga, anche allora senza basamento per la fiammella, provò a utilizzarla la Fiamma tricolore nel 2009, in un emblema che fu bocciato dal Ministero dell'interno). Meno felice, a dire il vero, sembra l'uso della font Nexa Black - la stessa di Scelta civica ed Energie per l'Italia - per il nome del partito, che rispetto al passato mette in evidenza il riferimento all'Italia, quasi a voler accentuare l'aspetto "sovranistico" del programma: il carattere utilizzato sembra poco armonico rispetto al resto della struttura del contrassegno.  
Nel complesso, in ogni caso, il risultato grafico ottenuto è soddisfacente. Il fatto è che l'emblema adottato oggi arriva, in un certo senso - almeno per l'idea grafica fondamentale - con quasi quattro anni di ritardo. Tra le tante proposte grafiche che nel 2013 erano state inviate a Fratelli d'Italia perché fossero valutate per l'adozione, ce n'era una che aveva preso come base il simbolo di Alleanza nazionale e si era limitata a sostituire il nome di An con quello di Fdi. L'autore della prova era il giovane militante Enea Paladino e la sua idea aveva riscosso un certo successo, per cui molti si erano profondamente stupiti - e qualcuno aveva protestato con una certa veemenza - per non aver trovato il suo logo tra gli otto che furono sottoposti a iscritti e simpatizzanti.
Ora che, quasi quattro anni dopo, la sua idea è stata ripresa (senza base della fiamma e con la striscia tricolore, ma si tratta oggettivamente di particolari trascurabili), Paladino - che nel frattempo è diventato consigliere della provincia di Perugia per Fdi - non nasconde la sua soddisfazione: "Direi che sono felice, il nuovo simbolo è molto simile a quello che produssi io - dichiara a questo sito - già all'epoca quel logo era voluto da tutta la base, ora anche dai vertici del partito... La 'matrioska' non era ben vista dai militanti e non capita dal nostro elettorato. Per me Fratelli d'Italia con la fiamma è una sintesi efficace tra tradizione ideologica e futuro politico". Sulla tradizione non ci sono dubbi, il futuro - saldamente nel centrodestra - si costruirà da domani.