lunedì 19 ottobre 2020

Dubbi su simboli e firme: tutto da rifare (ancor prima di votare) a Tremestieri Etneo

A volte le elezioni fanno rumore più quando non si svolgono rispetto a quando si tengono regolarmente. Ora tra questi casi rientra pure quello di Tremestieri Etneo, circa 20mila abitanti, uno dei tre comuni "superiori" della provincia di Catania (con Bronte e San Giovanni La Punta) che avrebbero dovuto rinnovare la loro amministrazione il 4 e il 5 ottobre: gli altri due lo hanno fatto, Tremestieri Etneo no. Lì, infatti, le elezioni sono state sospese e rinnovate per scelta della giunta regionale siciliana, a causa di vizi e generalizzati relativi alle firme di presentazione delle liste. La decisione apre un
vicenda intricata e delicata: se ne parla in questo sito perché presenta almeno un profilo rilevante legato ai simboli e ai contrassegni elettorali, che getta tra l'altro un alone di dubbio sulle condizioni in cui potrà svolgersi il nuovo turno elettorale. Vale però la pena di ripercorrere i fatti con calma, con la massima attenzione.

Ripetere, dall'inizio

Il 2 ottobre la giunta regionale siciliana, su proposta del presidente Nello Musumeci, ha deciso di sospendere le consultazioni: la Procura della Repubblica catanese aveva fatto sapere che i carabinieri di Gravina di Catania avevano segnalato "la sussistenza di illeciti di rilevanza penale correlati alle sottoscrizioni e alle relative autenticazioni delle liste dei candidati alle elezioni comunali del Comune di Tremestieri Etneo" ed "evidenziati a carico di una pluralità di liste", per cui secondo il presidente sarebbe stata compromessa la regolarità delle elezioni. La delibera di giunta del 2 ottobre aveva scelto per il nuovo voto il 29 e il 30 novembre, con eventuale ballottaggio il 13 e 14 dicembre; i due atti seguenti, però, hanno chiarito che non si trattava di un mero rinvio dell'iter iniziato, in attesa di accertamenti. 
Il 3 ottobre, infatti, un decreto dell'assessora alle autonomie locali Bernardette Felice Grasso ha rilevato che stavano emergendo illeciti penali circa la presentazione di 9 liste delle 10 che avrebbero dovuto partecipare alle elezioni: trattandosi della "quasi totalità delle liste presentate per la competizione elettorale", ci sarebbero state "cause di forza maggiore così come previsto dall'articolo 8 del d.P.Reg. 20 agosto 1960, n. 3" (cioè il testo unico per l'elezione dei consigli comunali siciliani): sono così state sospese le elezioni per il 4 e 5 ottobre, lasciando poi a un nuovo decreto assessorile l'indizione di nuovi comizi elettorali. Il nuovo decreto è arrivato il 6 ottobre: lì si è precisato che le informazioni trasmesse dalla procura costituivano "un vizio di regolarità del procedimento elettorale" e dunque "avrebbero turbato lo svolgimento dell'adunanza elettorale presso il comune di Tremestieri Etneo", per cui l'unica soluzione era la "ripetizione, ex novo, dell'intero procedimento elettorale".

Le segnalazioni e l'indagine

Questi atti, a dispetto del termine "sospensione", hanno messo una pietra enorme sulla procedura elettorale prevista per il 4 e il 5 ottobre, già funestata dalla positività al Coronavirus di uno dei tre candidati, Santo Nicosia: questi (dopo un primo periodo di quarantena) il 27 settembre era risultato nuovamente positivo al nuovo tampone di pochi giorni prima, per cui aveva chiesto il rinvio delle elezioni per non aver potuto in alcun modo fruire della campagna elettorale. Contesta però la soluzione scelta il MoVimento 5 Stelle, principalmente attraverso la sua consigliera uscente e candidata sindaca Simona Pulvirenti: le critiche, illustrate sabato in una conferenza stampa da lei e dall'europarlamentare M5S Dino Giarrusso, sono innanzitutto formali, ma anche di merito. Per capirle, però, occorre fare un passo indietro.
Negli ultimi giorni di settembre, a quanto scrivono varie testate online, pare che "un candidato, poi ritiratosi, abbia segnalato delle irregolarità nella fase di raccolta delle firme per la presentazione delle liste", anche se c'è chi parla di ben quattro denunce. "In quei giorni - spiega Pulvirenti, interpellata da I simboli della discordia - io e altre persone ci siamo rese conto che i carabinieri si sono presentate in varie case di abitanti di Tremestieri, c'era una marea di volanti su tutto il territorio comunale; alcuni cittadini, poi, dicevano che quei carabinieri stavano 'controllando le firme', facendo apporre le firme delle persone su pezzi di carta per confrontarle con altre. A quel punto, allarmata per questa situazione che non capivo, ho contattato Dino Giarrusso, chiedendogli cosa si potesse fare". 
Giarrusso si è rivolto all'ufficio competente, chiedendo l'accesso agli atti di presentazione delle liste: "Mi è stato detto - ha spiegato in conferenza stampa  che non era possibile rilasciarmi copia di quegli atti perché al momento questi sono oggetto di un'indagine da parte della Procura della Repubblica". Nel frattempo, però, la giunta regionale siciliana aveva già deciso di sospendere le elezioni del 4-5 ottobre (due giorni prima che si aprissero i seggi). 

Il problema delle firme

Anche senza disporre degli atti di presentazione delle liste, tuttavia, gli esponenti del M5S si sono fatti un'idea di ciò che potrebbe essere accaduto e ne hanno parlato in conferenza stampa. Il punto di partenza delle riflessioni è il dato, riferito negli atti della Regione Sicilia, in base al quale sarebbero emersi (ovviamente senza che su questo vi sia stato ancora un processo)
illeciti penali relativi alla presentazione di 9 liste delle 10 presentate. Questo, per Pulvirenti e Giarrusso, significa per forza che l'unica lista non toccata da quei sospetti di illiceità è quella del MoVimento 5 Stelle: "Come M5S siamo presenti all'Assemblea regionale siciliana - ci spiega Pulvirenti - e non abbiamo avuto bisogno di raccogliere le firme per la nostra lista; le altre 9 dovevano invece essere sostenute da firme e su quelle si sta concentrando l'indagine".
In effetti, in base alle norme valide per le elezioni comunali nella Regione Sicilia, è richiesto che ciascuna lista sia sostenuta da un certo numero di sottoscrittori (almeno 250 e non oltre 800, in base al numero di abitati di Tremestieri Etneo); non devono invece raccogliere firme le liste presentate dai "partiti o gruppi politici costituiti presso l'Assemblea regionale siciliana in gruppo parlamentare o che nell'ultima elezione regionale abbiano ottenuto almeno un seggio, anche se presentino liste contraddistinte dal contrassegno tradizionale affiancato ad altri simboli" (purché ovviamente siano sottoscritte e presentate dal rappresentante regionale della forza politica o da persone da questo regolarmente delegate). 
Il M5S è effettivamente presente con il suo gruppo all'Ars, dunque era - e sarà - certamente esonerato dalla ricerca di sottoscrittori. Non possono invece dire di contare su un gruppo all'Assemblea regionale siciliana, né di aver eletto un proprio rappresentante alle ultime regionali del 2017 né l'unica lista presentata in appoggio a Santo Nicosia (che univa le "pulci" di Santo Nicosia sindaco, 
Unità siciliana e Nuova luce su Tremestieri, quest'ultima entrata in consiglio comunale cinque anni fa), né almeno 7 delle ben 8 liste che sostenevano la ricandidatura del sindaco uscente Santi Rando. Per lo meno 8 liste sulle 10 presentate, dunque, avrebbero dovuto raccogliere le firme. 
Si potrebbero avere dubbi sulla nona, quella di Fratelli d'Italia (in appoggio a Rando), dal momento che il suo nome è stato riportato per esteso nel contrassegno utilizzato. La legge regionale, però, prevede che il beneficio dell'esenzione valga anche ove la lista sia distinta "
dal contrassegno tradizionale affiancato ad altri simboli": a voler essere molto rigidi, il simbolo tradizionale di Fdi non è riportato per intero (manca la fiamma tricolore, uno degli elementi più rilevanti), quindi è possibile che anche quella lista sia stata considerata slegata da un partito. Naturalmente, non disponendo degli atti di presentazione della lista per capire meglio, la lista potrebbe essere stata comunque considerata emanazione di Fdi: le anomalie contestate potrebbero riguardare la sola autenticazione della firma di chi ha presentato la lista (potrebbe, per esempio, essere stata contraffatta la firma di chi ha autenticato la sottoscrizione).   

Le critiche (formali e sostanziali) del M5S

Che si stia profilando una situazione grave e delicata, appare già chiaro da questi elementi (ove ovviamente l'indagine della Procura li confermasse). Il MoVimento 5 Stelle avversa però la scelta della Regione di sospendere questa procedura elettorale e iniziarne una nuova, indicando come date il 29 e il 30 novembre. La prima ragione è di natura formale: "L'articolo 8 del testo unico per le elezioni comunali siciliane - spiega Simona Pulvirenti per il M5S - prevede che la data delle elezioni sia fissata, dopo una delibera della giunta regionale, con un decreto dell'assessore per le autonomie locali che dev'essere emanato 'non oltre il 60° giorno ed, eccezionalmente, non oltre il 55° giorno precedente quello della votazione'. Il decreto dell'assessora però è datato 6 ottobre, che è il 54° giorno precedente la prima data indicata per il voto, cioè il 29 novembre: c'è un giorno in meno anche rispetto al termine eccezionale previsto, dunque queste nuove elezioni sono state indette senza rispettare le norme vigenti".
Già su questo punto, il MoVimento 5 Stelle sta meditando di impugnare davanti al Tar di Catania l'atto di indizione delle nuove elezioni, facendo dunque valere un motivo formale ma - almeno apparentemente - di insuperabile violazione di legge. Non si tratta però dell'unica ragione di perplessità e preoccupazione per il M5S, che ha chiesto e ottenuto - attraverso le sue rappresentanti nell'Assemblea regionale siciliana Jose Marano e Gianina Ciancio - di audire in commissione Affari istituzionali l'assessora alle autonomie locali 
Bernardette Grasso proprio sulla vicenda della ripetizione delle elezioni. Nella seduta del 13 ottobre, Grasso ha ricordato che la giunta ha deciso la sospensione e il rinvio del voto sulla base delle informazioni ricevute dalla Procura catanese e che, dal momento che "l'assessorato ha interesse ad un corretto svolgimento della procedura elettorale", dopo la nuova convocazione dei comizi "occorrerà procedere ad una nuova presentazione delle liste con la ripetizione dell'intera procedura". 
La spiegazione, tuttavia, non sembra avere convinto per nulla Ciancio, così come non erano convinti ieri la candidata Pulvirenti e l'eurodeputato Giarrusso. Il problema è innanzitutto legato ai tempi: la fine di novembre sarebbe un momento troppo vicino perché si possa effettivamente sapere cosa è accaduto, quali atti illeciti sono effettivamente stati compiuti e - soprattutto - da chi. Aveva dichiarato Ciancio che il mero rinvio "
non può garantire la legittimità della nuova procedura e, pertanto, non può costituire la soluzione del problema, qualora le medesime liste coinvolte dalle irregolarità venissero ammesse in occasione delle nuove elezioni". Sembra di capire che, per il M5S, il problema della partecipazione alle nuove elezioni non riguarderebbe solo le liste affette da anomalia, ma le persone che avrebbero commesso gli illeciti in via di accertamento.
Per Pulvirenti e Giarrusso, infatti, sarebbe inaccettabile che le stesse persone che hanno concorso alla presentazione di quelle liste in violazione della legge potessero partecipare anche alle nuove elezioni, magari sotto altre insegne. Già, perché per Giarrusso quello di Tremestieri Etneo è anche un problema di simboli, usati e "nascosti". Durante la conferenza di sabato, infatti, il parlamentare europeo M5S ha sottolineato come, a suo dire, sei delle otto liste della coalizione in appoggio al sindaco uscente Santi Rando fossero "l'accozzaglia di tutti i partiti i quali, per non ammettere che si sono coalizzati tutti insieme contro il MoVimento 5 Stelle, hanno creato dei simboli 'clone', simili, ammiccanti, ma diversi. Questa, a mio parere, è la prima presa in giro dei cittadini, degli elettori: se ci si vuole candidare non c'è motivo di camuffarsi, ma forse si voleva evitare che qualche giornalista scrivesse che si era messo insieme tutto e il contrario di tutto, quindi si è preferito far figurare tutte le formazioni come liste civiche". 
Se fosse andata così, ovviamente, la scelta di non essere legati ai rispettivi partiti aveva come prezzo l'impossibilità di fruire dell'esenzione dalla raccolta firme e dunque - per 8 liste civiche a sostegno di Rando - la necessità di raccogliere almeno 2mila sottoscrizioni (pari a circa un decimo degli abitanti del comune, anche se coloro che possono firmare sono certamente di meno); a queste si devono aggiungere almeno altre 250 firme per la lista a sostegno di Santo Nicosia e, in ogni caso, il numero effettivo totale dovrebbe essere più elevato perché nessuno rischia di far escludere la sua lista per aver raccolto giusto il numero di sottoscrizioni necessarie ed essersene vista invalidare qualcuna
. Almeno una parte di queste firme, a quanto pare stia emergendo, non sarebbero dunque state correttamente ottenute e autenticate e il problema non riguarderebbe una, ma addirittura nove liste su dieci (dunque tutte tranne il M5S che - come si è detto - era esonerato dalla raccolta)
Stando così le cose, 
Giarrusso ha lanciato l'allarme: "In teoria in una gara chi si comporta in modo scorretto viene squalificato, non può più partecipare. Con la rinnovazione totale della procedura elettorale, invece, di fatto la Regione Sicilia riapre i giochi, permettendo a tutti di candidarsi. Questo non ci sta bene, non è corretto né democratico. In passato partiti anche molto importanti che non hanno rispettato le regole, magari depositando le liste in ritardo com'era avvenuto in Lazio, sono stati esclusi. A mio parere, chi a Tremestieri Etneo non ha rispettato le regole non ha diritto di ricandidarsi in questa nuova finestra aperta dalla regione: dal punto di vista etico certamente questo non è corretto, dal punto di vista giuridico stiamo valutando con un legale se ci sono gli estremi per un ricorso al Tar e, se si farà, sosterremo le spese legali". Per corroborare la sua tesi, Giarrusso ha mostrato un "santino" per le nuove elezioni di fine novembre di una persona che all'inizio di ottobre era candidata in una delle liste a sostegno di Rando (Migliora Tremestieri) e ora si presenterebbe con il simbolo di Fratelli d'Italia: "C'è già stata una prima presa in giro degli elettori con quei simboli cloni e le firme in violazione della legge; c'è già stato un primo furto di democrazia con la sospensione del voto e non vorremmo che ce ne fosse un secondo, permettendo a chi ha già preso in giro i cittadini di presentarsi sotto altre insegne". 

La questione dei simboli utilizzati

Fin qui si è riportato il contenuto della "denuncia" del M5S. si tratta ora di valutare la sua fondatezza e quanto sia stata corretta la decisione della giunta siciliana. Si può iniziare col dire che oggettivamente la questione delle firme (che per l'ennesima volta si ripropone) si innesta su una situazione già anomala, per lo meno con riguardo al panorama "simbolico" delle liste che sostengono la ricandidatura del sindaco uscente. Se nessuno ha avuto nulla da dire sulla lista Migliora Tremestieri (non somiglia a emblemi già noti e soprattutto già nel 2015 era tra le quattro che avevano sostenuto la prima corsa di Randi), gli altri contrassegni della coalizione per un motivo o per l'altro ricordavano qualcosa.
Non è chiaro il motivo per cui il M5S abbia accostato il simbolo di Tremestieri in primo piano a quello del Pd, al di là del motivo tricolore; il nome e l'uso della lente d'ingrandimento rimandava invece a La gente in primo piano, la lista più forte delle quattro presentate nel 2015 da Sebastiano Di Stefano (che stavolta era proprio il capolista di Tremestieri in primo piano). Non era compresa nell'elenco dei "cloni" la lista Forza Tremestieri, anche se il nome poteva rimandare a Forza Italia; il cuore su fondo tricolore, in compenso, somigliava all'elemento centrale del fregio di Tremestieri nel cuore, che nel 2015 sostenne la candidatura di Fabrizio Furnari (che stavolta era un semplice candidato di Forza Tremestieri). Se un nome simile a quello di Fi lo si è appena visto, la bandiera forzista faceva capolino nel simbolo di Tremestieri protagonista, con le bande oblique di colore verde e rosso a richiamare il simbolo berlusconiano. Tornando a pescare dal 2015, era stato conservato il quadrifoglio in rilievo della lista Il quadrifoglio, ma ora quell'emblema era associato alla lista Tremestieri viva, che nel nome poteva rimandare al nuovo partito di Matteo Renzi. 
Qualcosa di simile alla "spunta alata" renziana, invece, compare nel simbolo di Volare per Tremestieri, che invece per i colori e un accenno di "vele" rosse e gialle rimanda con una certa nettezza all'ultima versione del simbolo del Movimento per le autonomie fondato Raffaele Lombardo. Si è già visto che il simbolo di Fratelli d'Italia era stato ripreso quasi per intero in queste elezioni, fatta eccezione per la fiammella nella parte inferiore; il contrassegno scelto per Andiamo avanti Tremestieri, per il segmento inferiore blu con scritta gialla sopra, rimanda in compenso - anche se debolmente - alla grafica della Lega, pur mancando ogni rimando pittografico. Fin qui si trattava - è bene precisarlo - di operazioni legittime, ma certamente anomale nel loro complesso, come legittimo e insieme anomalo era il fenomeno che aveva portato vari candidati del 2015 a ripresentarsi questa volta, sotto insegne simili o del tutto diverse. Certo è che, se su quel panorama si innesta la questione delle firme potenzialmente contraffatte, le anomalie si sommano e rendono la situazione decisamente delicata.  

Quali soluzioni giuridiche possibili?

Detto questo, è tempo di chiedersi se la Regione Sicilia abbia deciso correttamente di sospendere le elezioni e di rinnovare l'intero procedimento. Qui non si analizzerà la questione del termine per indire le elezioni: il mancato rispetto per un giorno del dettato normativo sul termine per le elezioni è evidente, anche se toccherà ai giudici amministrativi valutare se quel termine è meramente ordinatorio o (come qui si crede) vincolante e, ove decidano di annullare l'atto di indizione, valutare anche il modo più opportuno di procedere (per evitare che la situazione di stallo e di prorogatio duri a lungo). Ciò detto, la scelta di "ripartire da zero" con le elezioni presenta a livello logico e "morale" una serie di aspetti problematici, che però non sembrano facilmente risolvibili sul piano giuridico
In base al calendario stabilito dalla regione sulla base delle norme in vigore, le candidature dovranno essere presentate dal 30 ottobre alle ore 12 del 4 novembre: da qui ad allora non saranno nemmeno formulate le accuse a coloro che avessero commesso qualche reato nella precedente procedura elettorale, dunque di certo quelle persone non potranno essere condannate con sentenza definitiva entro allora (e francamente non sarebbe nemmeno auspicabile, dovendosi applicare in quel caso tempi da processo sommario). Ciò significa, inevitabilmente, che quelle persone potranno regolarmente candidarsi alle elezioni del 29 e 30 novembre e anche essere elette: ovviamente però il procedimento penale andrà avanti (le elezioni del 4-5 ottobre non a caso sono state sospese, non annullate, quindi i reati non vengono meno e le indagini continueranno), per cui se una persona eletta sarà poi condannata e ci fossero gli estremi per far scattare l'incandidabilità, questa decadrebbe.
Ovviamente sul piano "morale", come l'ha chiamato Giarrusso, c'è qualcosa di stonato nell'eventualità che chi ha commesso un reato elettorale possa subito ricandidarsi. Il problema però sta proprio lì: chi dovrebbe "stare fermo un giro" e chi dovrebbe deciderlo? Può esserci la tentazione di dire che chiunque si sia candidato in una lista interessata da illeciti nella raccolta e autenticazione delle firme, ma deve essere lasciata da parte: il solo fatto di essere tra gli aspiranti consiglieri di una lista illegittimamente presentata non può significare in automatico che si è responsabili dei reati legati a quella presentazione illegittima; paradossalmente, neanche la persona candidata a sindaco sarebbe per ciò solo responsabile di eventuali contraffazioni di firme. Certo, se sono state falsificate delle sottoscrizioni, sarà responsabilità di una o più persone, magari anche tra quelle che si sono candidate, ma spetterà alla magistratura penale individuarle a seguito degli accertamenti necessari. Non può certo essere un organo politico come la giunta regionale, un organo amministrativo o un organo sui generis come una Sottocommissione elettorale circondariale a decidere se una persona ha compiuto atti penalmente rilevanti e se può o non può candidarsi, magari addirittura prima che le indagini siano state chiuse.
Può ripugnare l'idea che si ripresenti immediatamente alle elezioni, per giunta senza fare nemmeno la fatica di raccogliere le firme grazie all'uso di un simbolo esente, qualcuno che - a qualunque titolo, ma non per forza per essere stato candidato in una lista "sospetta" - abbia concorso alla presentazione di una lista con condotte illecite. Gli avversari - come il MoVimento 5 Stelle - hanno tutto il diritto di segnalare la cosa e di farla valere in campagna elettorale per cercare di convincere elettrici ed elettori, ma non si può chiedere l'esclusione a priori di quelle persone, senza che i giudici abbiano accertato prima cosa è accaduto e chi ne sia responsabile. Del resto, le limitazioni al diritto di elettorato passivo possono e devono essere previste esclusivamente per legge e vanno tassativamente individuate.
Quali sarebbero state le alternative? Non sembra sia prevista - salvo errore di chi scrive, ovviamente - la possibilità di commissariare il comune per scadenza del mandato amministrativo, per il solo fatto che le elezioni sono state sospese e sembrano viziate a causa dei comportamenti illeciti di singole persone: il caso più simile, tra quelli espressamente previsti, sarebbe lo scioglimento per il compimento, da parte del consiglio comunale, di "atti contrari alla Costituzione" o quando vi siano "gravi e persistenti violazioni di legge" o "gravi motivi di ordine pubblico", ma qui evidentemente non c'è alcun atto del consiglio comunale. L'unica soluzione immaginabile, probabilmente, sarebbe stata far svolgere comunque regolarmente le elezioni il 4 e il 5 ottobre, lasciando che poi alcuni cittadini elettori o magari la stessa candidata sindaca del MoVimento 5 Stelle impugnassero la proclamazione degli eletti per l'illecita presentazione delle liste. Uno scenario simile, peraltro, potrebbe aversi se il Tar annullasse il decreto di indizione delle nuove elezioni, in sostanza riattivando la precedente procedura elettorale sospesa e individuando subito una data utile per le elezioni da svolgere con gli stessi candidati che si sarebbero dovuti presentare il 4 e il 5 ottobre.
Dev'essere chiaro, infatti, che anche in quel caso le liste "sospette" sarebbero dovute e dovrebbero comunque finire sulla scheda elettorale, senza possibilità di escluderle. L'esempio fatto da Giarrusso, che chiaramente rimanda all'esclusione della lista del Pdl dalle regionali del Lazio del 2010 (nella sola circoscrizione di Roma), non potrebbe applicarsi qui: all'epoca la lista era stata esclusa per un ritardo nella presentazione dei documenti, ma la contestazione era stata fatta immediatamente, infatti le candidature non furono ammesse e due sentenze del Tar e del Consiglio di Stato confermarono l'esclusione. Qui invece le 9 liste che sarebbero affette da vizi dovuti a condotte illecite sono state regolarmente ammesse e il procedimento elettorale era arrivato fin quasi alle sue ultime fasi: liste e candidati "sospetti", dunque, avrebbero dovuto e dovrebbero ricevere regolarmente i consensi di elettrici ed elettori che volessero votare in quel modo, senza che nessun organo abbia l'autorità e il potere di escluderli. I cittadini elettori e le persone candidate interessate, naturalmente, avrebbero tutto il diritto di contestare il risultato, impugnando la proclamazione degli eletti sulla base dei risultati delle indagini una volta che fossero noti e contestando la validità di firme e autenticazioni; un procedimento, quest'ultimo, che potrebbe avere tempi lunghi, perché per contestare le autenticazioni di pubblici occorre o procedere per querela di falso o - dopo le sentenze del Tar Torino del 2014 sul "caso Piemonte" di quattro anni prima - attendere una sentenza penale definitiva sui reati di falso elettorale.
Ove anche le elezioni si svolgessero con l'offerta elettorale che era prevista per il 4-5 ottobre e i giudici amministrativi accogliessero un'eventuale impugnazione per i vizi che sono stati ricordati, quasi certamente il risultato sarebbe in ogni caso la ripetizione delle elezioni e non l'assegnazione della vittoria e di tutti i consiglieri al MoVimento 5 Stelle: prendendo per buono quanto stabilito dal Consiglio di Stato nel 2018 a proposito della vicenda dei Fasci italiani del lavoro a Sermide e Felonica, non possono che rendere necessarie nuove elezioni tutti gli interventi sull'offerta elettorale (qui legati all'accertamento che certe liste non dovevano partecipare alle elezioni) "suscettibili di alterare in maniera significativa il risultato complessivo della consultazione", poiché l'eliminazione di nove liste su dieci, con il loro carico di suffragi evidentemente consistente, renderebbe "impossibile determinare con attendibilità, in seguito ad una ipotetica eliminazione dei voti dati all[e] list[e] illegittimamente [ammessa], a quali forze politiche essi sarebbero stati attribuiti dall'elettorato". 
Si potrebbe a quel punto avere la tentazione di chiedersi perché mai si dovrebbe perdere tutto questo tempo, per poi dover rivotare di nuovo; anche per questo, probabilmente, la Regione aveva provveduto a indire daccapo nuove elezioni, anche se questo ovviamente permetteva la partecipazione anche a chi prima avesse agito scorrettamente. Certo, i termini di legge non sono stati rispettati e un ricorso è sempre possibile, ma sta al M5S o ad altri potenziali ricorrenti decidere se impugnare l'atto di indizione, con il probabile effetto di ritornare al voto con le liste "sospette" per poi ricorrere contro la proclamazione degli eletti e attendere l'annullamento delle elezioni, oppure evitare di fare ricorso e lasciare che le elezioni di fine novembre si svolgano, stigmatizzando le anomalie verificatesi in precedenza e attendendo che eventuali condanne portino altrettanto eventuali eletti alla decadenza.
Come si vede la situazione è molto delicata e complessa, ancora una volta per una questione di regole non rispettate (e anche, a quanto pare, per un uso per lo meno disinvolto dei simboli). Qui naturalmente non si accusa nessuno, toccherà ai magistrati fare chiarezza e, se investiti della questione, decidere sulle elezioni; nel frattempo, si può solo dire che il miglior modo per non perdere tempo e risorse è rispettare le regole, anche solo quelle del buon senso, valide persino in ambito elettorale. Anche se a volte, in effetti, non sembra.

venerdì 16 ottobre 2020

Arriva Base Italia di Bentivogli (ma il nome non è nuovo)

La data di nascita, in base a quanto riportato dalla pagina Facebook, è il 25 settembre, i media hanno iniziato a dare ragguagli sulla nuova realtà politica sorta il 27, ma hanno continuato anche nelle prime due settimane di ottobre. Formalmente Base Italia non è un partito, essendo presentata rigorosamente come associazione (anche se in Italia, dal punto di vista del diritto civile, i partiti non sono altro che associazioni) e come network: che si tratti, tuttavia, di una "realtà politica" non è certo negato dai due principali fondatori, Marco Bentivogli (segretario generale della Federazione italiana metalmeccanici - Cisl fino a metà luglio) e Luciano Floridi (ordinario di filosofia ed etica dell'informazione all'Oxford Internet Institute dell'Università di Oxford). Il primo articolo che se n'è occupato - scritto da Massimo Rebotti per il Corriere della Sera - ha spiegato infatti che all'origine di questo nuovo progetto c'è una domanda che ha accomunato quelle due figure: "come dare una mano per alzare il livello della politica?".
Alla pagina "Chi siamo" del sito si legge che Base Italia - come probabilmente è scritto nello statuto - "persegue finalità culturali attraverso la promozione e la realizzazione di iniziative di studio e di ricerca in materie economiche, giuridiche, sociali e ambientali a livello nazionale, in materia di lavoro, assistenza, sicurezza, salute, istruzione e formazione, ambiente, finanza ed economia, al fine di sviluppare e promuovere le varie potenzialità del Paese con l'intento di sviluppare connessioni in una logica di squadra e di sistema". In questo contesto, tra l'altro, si propone di "promuovere, studiare e seguire l'elaborazione normativa, a livello nazionale, comunitario e internazionale; promuovere, favorire e mantenere un costante dialogo con le istituzioni e gli enti (sia pubblici che privati) nonché con le associazioni rappresentative dei lavoratori, consumatori e imprese; promuovere e favorire la formazione e la crescita degli associati, anche mediante specifiche attività di formazione; promuovere ed attuare ricerche e studi [...] al fine di approfondire la conoscenza del settore e la sua collocazione nell’ambito del panorama socio-economico del Paese; promuovere convegni, seminari, manifestazioni ed eventi di studio e promozione culturale; elaborare e diffondere documenti". 
Tanto Bentivogli quanto Floridi (rispettivamente coordinatore e presidente dell'associazione) tengono a dire che Base Italia non sarà un partito, ma l'ex sindacalista ha precisato - a Davide Maria De Luca del Domani - che la nuova creatura vuole essere un "network culturale di promozione di partecipazione politica, sociale" e "forza di integrazione tra le energie migliori già oggi in politica", soprattutto in campo riformista e progressista, in chiave antisovranista, antipopulista e in opposizione all'antipolitica. Lo si capisce anche leggendo la "Carta dei valori", presente sempre sul sito: si punta alla crescita e a lasciarsi la crisi alle spalle, non solo in ambito economico e risalente almeno agli anni '70 (quando "la classe dirigente italiana ha abdicato al suo ruolo di modernizzazione del paese"): come antidoto al "declino più generale del paese" e alla paura che questo genera si propone "un lavoro culturale, nel senso più alto e ampio del termine". Per coloro che hanno scritto e sottoscritto il documento occorre "la miglior classe dirigente in grado di esprimere e rappresentare le esigenze della società e di prendere decisioni facendosi carico della complessità": a ciò si può arrivare solo con "un percorso di consapevolezza, che aiuti [...] a perseguire un sentiero di sviluppo (con l’altro)", rifiutando la logica dello "scontro tra società ed élite". Nel "manifesto" si trovano l'attenzione ai territori e all'ambiente (innanzitutto attraverso gli investimenti in tecnologie innovative per ridurre l'impatto ambientale produttivo), la lotta contro le diseguaglianze e per l'inclusione, la costruzione di una visione di lungo periodo in "un rapporto sistematico e articolato con le forze sociali, i corpi intermedi, e tutte le organizzazioni portatrici di valori e di significato sociale", partendo però dal basso senza calare nulla dall'alto (e riconoscendo l'appartenenza "al grande disegno di unificazione europea [...] che nasce con un fine politico, la pace, e lo persegue attraverso uno strumento economico, l'integrazione e il mercato".
"Non esiste crescita economica e civile senza un radicamento umano e sociale. Non esiste una casa comune senza una solida Base" si legge nelle ultime due righe della Carta. Nella casa comune, scorrendo il comitato scientifico, si trovano molte persone "provenienti dal mondo accademico, dall'industria, dalla consulenza, oltre a una nutrita componente del mondo cattolico (mancano invece i sindacalisti)", come scrive sempre De Luca. Tra i nomi che colpiscono di più, si trovano certamente Carlo Cottarelli (che non ha certo bisogno di presentazioni), il sociologo Mauro Magatti, il gesuita ed ex direttore della Civiltà cattolica padre Francesco Ochetta e gli economisti Leonardo Becchetti e Stefano Zamagni: di quest'ultimo è impossibile non ricordare la freschissima partecipazione - come ispiratore e riferimento etico-culturale - al progetto volto a creare un nuovo soggetto politico nell'area cattolico-sociale, cui si è dato il nome di Insieme.
In tutto ciò, peraltro, chi frequenta con una certa costanza queste pagine potrebbe avere una sensazione di 
déjà vu, soprattutto legata al nome scelto. In effetti non sbaglierebbe: a novembre del 2015, infatti, si apprendeva dell'esistenza di un Movimento Base Italia, dal momento che questo apparve nella denominazione estesa del gruppo Grandi autonomie e libertà (e vi rimase fino alla metà di febbraio del 2016). Il simbolo ovviamente è tutto diverso: se l'associazione di Bentivogli è basata su un "fumetto" stilizzato e gioca con i colori bianco e rosso (fondo rosso se si vuole dare l'impressione del cerchio, fondo bianco se interessa mettere in luce solo il logo), il Mbi usava anche verde, azzurro e blu e una cartina regionale dell'Italia; in entrambi i casi, tuttavia, la parola "Base" ha un'evidenza centrale nell'immagine. Per capire che si tratta di due realtà politiche del tutto diverse è sufficiente fare un giro sulla pagina del Movimento Base Italia, che pure sembra ferma da oltre due anni (non esiste nemmeno più il sito); il partito, tuttavia, opera dal 2012 - e in quell'anno era stato depositato anche il simbolo come marchio, sebbene la domanda risulti ritirata nel 2014 - e non risulta che sia stato sciolto. Senza entrare nel merito delle proposte di Bentivogli e di coloro che hanno fondato Base Italia, dunque, ci si limita a dire che forse era opportuno evitare un nome quasi identico a qualcosa che c'era già. Anche solo per evitare seccature legali.

giovedì 15 ottobre 2020

1993: la tegola delle firme sulla Lega alpina di Gremmo

Il simbolo usato a Mantova (1992)
Il 1992 sembrava essere iniziato bene, anzi, benissimo per i progetti politici ed elettorali di Roberto Gremmo. Mentre lui era consigliere regionale in Valle d'Aosta per l'Union autonomiste (e contemporaneamente consigliere comunale a Torino, senza che fosse ancora arrivata la sentenza di primo grado sulla vicenda delle firme a sostegno della lista alle amministrative) e la moglie Anna Sartoris aveva la stessa carica nel consiglio regionale piemontese per Piemont Union Autonomia, era arrivata anche l'elezione di un senatore sotto le insegne della Lega alpina, sia pure nella sua versione lombarda. L'ingresso di Elidio De Paoli a Palazzo Madama dopo le elezioni politiche del 5 aprile 1992 non era importante solo per il risultato in sé, ma anche per gli effetti che avrebbe portato, almeno per qualche anno, ai progetti concepiti dallo stesso Gremmo. 
Non si deve dimenticare, infatti, che era ancora in vigore il decreto-legge n. 161/1976 (convertito con legge n. 240/1976), in base al quale le liste che utilizzavano simboli di partiti che avessero eletto almeno un rappresentante in parlamento o contassero su un gruppo parlamentare avrebbero potuto presentare candidature per le elezioni regionali, provinciali e comunali senza raccogliere le firme; l'interpretazione costante, dall'inizio degli anni '80, era che fosse sufficiente anche solo un contrassegno elettorale composito, che contenesse semplicemente il simbolo esente, anche in miniatura. Gremmo lo sapeva bene, visto che aveva concorso alla nascita e al consolidarsi della regola con le sue iniziative elettorali autonomiste (realizzate con l'appoggio tecnico dell'Union Valdôtaine e della Lista "del melone" per Trieste, poi con quello della Liga Veneta), ma dopo le elezioni politiche del 1992 vide davanti a sé, almeno idealmente, crollare un muro spesso parso invalicabile. Fino ad allora, infatti, per presentarsi alle elezioni locali e regionali l'unica alternativa a una gravosa raccolta firme - specie dopo che la legge n. 53/1990, poco prima che iniziasse la campagna elettorale di quell'anno, aveva paurosamente innalzato il numero di sottoscrizioni necessarie per far correre una lista alle comunali - era poter contare sull'appoggio di un partito già presente in Parlamento e disponibile a prestare la propria "pulce" per esonerare le liste; da quel momento in poi, invece, Gremmo avrebbe potuto contare direttamente sulla Lega alpina lumbarda, pronta a finire su ogni emblema locale per traghettarlo direttamente su manifesti e schede, senza dover raccogliere nemmeno una firma. Che l'autonomista piemontese fosse intenzionato a fare sul serio lo dimostrò alla prima occasione utile, anche per sperimentare meglio il meccanismo della "pulce". Nell'autunno del 1992, infatti, si tennero alcune rilevanti elezioni comunali e provinciali, soprattutto in Lombardia, e Gremmo presentò o fece presentare candidature in più occasioni, grazie al simbolo della Lega alpina.  
A volte andò così così, altrove invece andò bene: 5,2% e un seggio a Mortara, 4,1% e due seggi a Monza, 4,4% e altri due eletti a Varese. Ancora più interessanti furono le elezioni provinciali: se a La Spezia la Lega ligure ottenne un consigliere con il 3%, al voto del 27 e 28 settembre 1992 la Lega alpina lumbarda andò benissimo a Mantova, con il 6,7% e due eletti. Il simbolo impiegato era memorabile: la "pulce" della Lega alpina lumbarda non era nemmeno microscopica, ma a spiccare maggiormente era la nuova dicitura in alto, Lega padana Nord, ovviamente con la parola "Padana" assai più piccola e stretta tra gli altri due termini, riportati a caratteri cubitali e massicci. A sinistra, poi, c'era tutto lo spazio per inserire una curiosa figura di donna, molto simile alla Statua della Libertà, ma in realtà non la era. "Presi quella figura - ricorda Gremmo - dal simbolo del Movimento per l'indipendenza del Territorio libero di Trieste [soggetto politico nato nel 1959, a lungo guidato da Giovanni Marchesich, ndb]. La fiaccola e la corona in testa in effetti ricordano il monumento americano, ma i triestini avrebbero potuto riconoscere anche qualche somiglianza con la statua della Vittoria alata che sormonta il Faro della Vittoria di Trieste". Già nel simbolo originale mancavano le ali, ma era un modo per unire l'idea della libertà cara agli indipendentisti e un segno del territorio. Questa rilettura singolare della Libertà poteva andare bene anche al di fuori del territorio triestino e poteva colpire l'elettore; in più, qualche malizioso sarebbe stato pronto a notare che la statua con il braccio teso avrebbe richiamato la posizione di Alberto da Giussano, potendo dunque ottenere qualche voto in più, dato per scelta o persino per caso.
Si diceva che alle elezioni provinciali di Mantova la Lega padana Nord - Lega alpina lumbarda ottenne il 6,7%, grazie a 17545 voti, un centinaio di schede in più rispetto a Rifondazione comunista. Per carità, anche lì la Lega Nord aveva puntualmente sbancato, prendendo il quintuplo dei voti della Lega alpina e aggiudicandosi ben 11 consiglieri, ma al partito di Gremmo ne toccarono comunque due. Uno di questi rimase "in famiglia", perché fu occupato da Gabriele Gremmo, il figlio del leader autonomista; il secondo, invece, toccò a Attilio Daniele Capra de Carré, che era stato il candidato alla presidenza della provincia (e che era già stato eletto consigliere comunale a Varese proprio per la Lega alpina lumbarda dopo le elezioni del 13 e 14 dicembre 1992). Si trattava di un personaggio singolare, sul quale vale la pena di soffermarsi un poco. 
Il nome di Attilio Capra de Carré, milanese, discendente di una famiglia di nobili origini, era comparso nella lista dei presunti affiliati alla loggia massonica P2 rinvenuta nel 1981 a Castiglion Fibocchi; sarebbe poi rispuntato nelle cronache, sia perché si sarebbe scoperto che Villa Certosa in Sardegna, prima che se la comprasse Silvio Berlusconi, era passata anche nelle sue mani, sia perché a metà degli anni '90 sarebbe entrato in affari con Wanna Marchi e la figlia (e proprio lui avrebbe presentato loro Mário Pacheco do Nascimento, che lavorava nella sua casa di Milano). Ma il nome di Capra non era nuovo neanche in politica: alla fine di luglio del 1991 aveva aderito al nuovo partito Lega italiana, promosso da Domenico Pittella; quella formazione (che nel simbolo tricolore aveva cinque spighe, ma ha avuto anche un triangolo, scelta non casuale...) aveva scelto di unirsi ad altri gruppi nella lista Lega delle leghe (quella con il quadrifoglio). Dopo il risultato elettorale del tutto insoddisfacente alle politiche, tuttavia, Pittella aveva deciso di dimettersi e, il 15 aprile 1992, la segreteria nazionale aveva nominato come commissario per sei mesi proprio Capra de Carré, con il mandato di mettere a punto "una strategia politica che impegni su tutto il territorio nazionale questa formazione che intende principalmente assolvere ad una funzione di stimolo dei partiti tradizionali". Nella sua qualità di commissario della Lega italiana, evidentemente, Capra de Carré decise di concludere un'alleanza con Roberto Gremmo che portò a candidature unitarie in quelle occasioni.
Ci aveva creduto tanto, l'autonomista piemontese, a quel nuovo inizio reso possibile dall'elezione al Senato di Elidio De Paoli, al punto da scrivere nelle ultime pagine del suo libro Contro Roma: "La fenice autonomista è risorta dalle fiamme. Siamo usciti dal ghetto ove qualcuno voleva tenerci. [...] Ci siamo portati a casa il 'simbolo': niente più raccolte di firme snervanti e pericolose, niente più imboscate". Così sarebbe dovuta andare; Gremmo, però, non sapeva che le cose nel giro di qualche mese sarebbero cambiate. Nemmeno venti giorni dopo il voto politico del 1992, infatti, era stato presentato (da Achille Occhetto e altri deputati Pds) un primo disegno di legge in materia di elezioni amministrative, per proporre l'elezione diretta del sindaco: il 14 luglio era iniziato in commissione Affari costituzionali il percorso che avrebbe portato all'approvazione della legge n. 81/1993, che di fatto ha disegnato il sistema elettorale attuale per le amministrazioni comunali, riuscendo nel contempo a evitare il referendum abrogativo che si sarebbe dovuto tenere nel 1993.

Intermezzo: come cadde l'esenzione dalla raccolta firme

In realtà all'inizio Gremmo non aveva di che preoccuparsi: delle 19 proposte di legge sulle elezioni locali presentate nella XI legislatura a Montecitorio, nessuna metteva in dubbio la possibilità per i partiti presenti in Parlamento di presentare liste senza raccogliere firme; molte, anzi, non si erano occupate delle candidature. Quelle che l'avevano fatto, di solito avevano regolato la sola candidatura a sindaco, riconoscendo il diritto a presentarsi a persone sostenute da una parte significativa di elettori, ma anche ai partiti presenti nel consiglio uscente (n. 1051 - Mario Segni e altri), in Parlamento (n. 1266 - Antonio Mundo e altri; n. 1406 - Carmine Mensorio), in Parlamento o in consiglio regionale (n. 1314 - Umberto Bossi e altri) o ancora a livello statale, regionale o comunale (n. 1374 - Giorgio La Malfa e altri; n. 1540 - Raffaele Mastrantuono): in questi casi quelle forze politiche non avevano bisogno di firme. Si distaccavano la proposta del Partito socialista italiano (n. 1288 - Giusi La Ganga e altri), che proponeva un'elezione di secondo grado sostenuta da almeno il 40% dei consiglieri; quella dei Verdi (n. 1344 - Marco Boato e altri) che prevedeva che le liste potessero essere presentate, oltre che dallo 0,5% del corpo elettorale locale, "dai legali rappresentanti di ciascun partito o movimento politico che abbia conseguito con il medesimo contrassegno almeno un eletto nelle precedenti elezioni" (si immagina comunali) e quella - la n. 1251 - riconducibile a parte della Democrazia cristiana e con primo firmatario Adriano Ciaffi, presidente della commissione Affari costituzionali della Camera. Quest'ultima proposta, tra le cause dell'ingovernabilità di molti comuni da affrontare, indicava la frammentazione dei consigli comunali: servivano correttivi come il "significativo aumento delle firme dei presentatori delle liste" per "ridurre la eccessiva proliferazione di liste alle elezioni comunali".
Poiché nessuna proposta aveva toccato il "privilegio" per i partiti rappresentati in Parlamento, nel primo testo unificato per la discussione - presentato il 31 luglio da Ciaffi, indicato come relatore di maggioranza - si era prevista l'esenzione dalla raccolta firme (oltre che per le liste presentate nei comuni sotto i mille abitanti) per le liste presentate da "un partito o gruppo politico rappresentato nel consiglio uscente" e si fosse chiaramente scritto che continuavano "ad applicarsi le disposizioni di cui all'articolo 1, lettera b), del decreto-legge 3 maggio 1976, n. 161", appunto quelle che esoneravano dalla ricerca di sottoscrittori le liste per le elezioni comunali, provinciali e regionali ove si fossero distinte - secondo il testo allora vigente - con "contrassegni tradizionalmente usati da partiti o gruppi politici che abbiano avuto eletto un proprio rappresentante anche in una sola delle due Camere o nel Parlamento europeo o siano costituiti in gruppo parlamentare anche in una sola delle due Camere", nonché le liste in cui i simboli dei partiti esenti fossero stati "integrati da nuovi motti o sigle ed anche se affiancati ai simboli o alla denominazione di altri partiti o movimenti". 
Il 23 settembre 1992, però, Ciaffi presentò un secondo testo unificato, scelto come testo base dopo vari incontri e tentativi di mediazione, in cui quelle disposizioni del 1976 venivano invece espressamente abrogate, per cui anche i partiti presenti in Parlamento erano assoggettati alla (inasprita) raccolta firme: una novità di cui non si erano trovate tracce nelle discussioni precedenti. Il 25 settembre Ciaffi dichiarò all’Adnkronos che per lui la vera novità della sua proposta, insieme all'elezione diretta, era proprio la reintroduzione delle firme obbligatorie per tutti: "I cittadini potranno presentare proprie liste e candidati mentre scompare il privilegio di 'esenzione' che i partiti avevano perché già rappresentati in Parlamento". A suo dire le ostilità dei partiti laici (soprattutto Pli e Pri) al nuovo testo erano legate proprio a quella disposizione: "si preoccupano di scomparire e al contempo dicono di volere la semplificazione".
Il 29 settembre, sempre in I commissione, si levarono varie voci contrarie alla nuova disposizione, soprattutto da parte dei partiti minori: Oscar Mammì (Pri) parlò di una logica volta a "conservare i partiti maggiori, eliminando quelli più piccoli", perché nelle grandi città sarebbe riuscito a presentare liste "soltanto chi si avvale di un forte apparato di partito o di forti organizzazioni collaterali"; Ignazio La Russa (Msi) denunciò "uno sbarramento penalizzante per i piccoli partiti", con il rischio che venissero inserite in lista "persone in grado di raccogliere firme" pur essendo "molto discutibili" (mentre per il collega di partito Maurizio Gasparri in certe zone anche le forze di maggioranza avrebbero avuto difficoltà nella raccolta, mentre fu ancora più duro il giorno dopo Altero Matteoli, parlando di un inaccettabile "tentativo di eliminare tutti i piccoli partiti"). Il 30 settembre il liberale Egidio Sterpa parlò addirittura di disposizioni "in contrasto con il dettato costituzionale perché violano il principio della segretezza del voto: si pensi, soprattutto nei piccoli centri, in quanto sarà difficile vincere la ritrosia della gente a firmare una lista e si pensi al rischio del mercato delle firme" (affermazioni sottoscritte dal repubblicano Adolfo Battaglia); Valerio Zanone riconosceva che "richiedere un certo numero di sottoscrizioni soltanto per partiti e movimenti che per la prima volta partecipano alle elezioni" produceva "una disparità di trattamento rispetto alle formazioni già presenti nella vita politica", per cui non era contrario all'idea che tutti dovessero raccogliere le firme, ma quelle previste dal testo base erano così tante da rischiare l'incostituzionalità, anche per "una enorme sperequazione tra i requisiti richiesti per candidarsi al consiglio comunale e quelli necessari per candidarsi ad altre cariche più importanti". 
Il 6 ottobre si discusse dell'articolo 3, che conteneva l'abrogazione dell'esonero dalla raccolta firme per i partiti presenti in Parlamento. Per la prima volta emersero nette le ragioni di chi voleva sottoporre tutte le liste da presentare alle elezioni amministrative all'onere di sottoscrizione: il socialista Bruno Landi ricordò che l'esenzione per le forze politiche presenti in Parlamento e in consiglio era stata accusata di voler "conservare il sistema partitocratico", per cui si era esteso a tutte le liste l'obbligo di raccogliere le firme, così che i candidati dei partiti potessero contare anche "sull'investitura di un certo numero di cittadini". Erano sulla stessa linea Enzo Balocchi (Dc) e Vincenzo Recchia (Pds): si doveva perseguire il doppio obiettivo di "evitare la presentazione di liste di folklore" (con la raccolta firme non troppo semplice) e di mettere alla prova i partiti tradizionali. Per il Dc Pietro Soddu (che aveva ripreso parole di Claudio Martelli) era giusto perseguire "maggiore trasparenza ed una riduzione del ruolo dei partiti nella presentazione delle liste" e per Diego Novelli (La Rete) non dovevano esserci posizioni acquisite tra i concorrenti, attribuendo responsabilità ai presentatori delle liste; Francesco D'Onofrio (Dc) sottolineò che "tutti i partiti hanno dignità per stare fra la gente, per la sottoscrizione delle liste", chiedendo che le forze politiche si riprendessero sul campo la dignità persa altrove e auspicando che le liste fossero fissate e pubblicate prima della firma per "eliminare quel mistero in cui è avvolta la formazione delle liste da parte delle segreterie di partito" (come avrebbe precisato il giorno dopo). Ragioni opposte furono offerte da chi voleva conservare l'esenzione: per il missino Carlo Tassi non era un privilegio ma la conseguenza "del consolidamento di una tradizione" e rimuoverla voleva dire porre "i partiti che hanno una lunga tradizione sullo stesso piano di qualsiasi altra lista occasionale, magari di folklore". Per Mammì, garantita la "decisionalità" del consiglio comunale col premio di maggioranza, non c'era motivo di ridurre la rappresentatività con vari congegni; Sterpa rilevò il "notevole dispendio di risorse" per autenticare le firme, non sostenibile dai partiti minori. 
Il dibattito proseguì nei due giorni successivi. L'idea di esentare solo le forze politiche presenti nel consiglio uscente, in nome del loro radicamento territoriale, piuttosto che quelle presenti in Parlamento (che potevano non avere legami con il singolo territorio) era stata sostenuta da Adolfo Battaglia (Pri) e Marco Boato (Verdi), ma fu bocciata da Roberto Maroni (Lega Nord), per il quale così si sarebbero discriminati i partiti presenti in Parlamento: per l'esponente leghista, in ogni caso, l'obbligo di raccogliere le firme non era "un elemento impeditivo dell'emergere di nuove forze politiche - e la storia della Lega [...] lo dimostra - e costituisce altresì un momento interessante di verifica, di contatto con la propria base elettorale dei partiti tradizionali". Alla fine, in ogni caso, l'abrogazione dell'esonero dalla raccolta firme fu mantenuta nel testo presentato alla Camera e Ciaffi, nella sua relazione di maggioranza, sottolineò che "sono sempre i cittadini a presentare le candidature, sia quando sono associati in partiti sia quando non lo sono o addirittura vogliono a essi contrapporsi". La Camera respinse gli emendamenti volti a reintrodurre l'esenzione in forme più o meno simili a quelle in vigore dal 1976 - incluso un emendamento a prima firma del leghista Maroni con cui si volevano esonerare dalla raccolta delle sottoscrizioni le liste che erano emanazione di un partito presente in Parlamento o in un consiglio regionale - e così la norma fu approvata già nel primo passaggio parlamentare, il 12 gennaio 1993.

Una strada, improvvisamente, in salita

A partire da quel giorno, probabilmente, Roberto Gremmo sentì il suo progetto autonomista decisamente in pericolo: l'enorme fatica fatta per entrare in Parlamento con la Lega alpina (sia pure nella versione "lumbarda") stava per essere del tutto vanificata da quella disposizione che si voleva trasformare in legge in fretta, per evitare il referendum sulla legge elettorale comunale e poter applicare le nuove norme già alla prima tornata di elezioni amministrative del 1993. Non mancarono tentativi in Senato - soprattutto da parte di Rifondazione comunista, del Movimento sociale italiano, della Lega Nord e del verde (ex Dp) Emilio Molinari - di reintrodurre l'esenzione dalla raccolte firme almeno per le forze presenti in Parlamento: curiosamente, né negli emendamenti, né negli interventi in aula si riscontra mai il nome di Elidio De Paoli, che pure avrebbe avuto molto interesse a far restare quell'esonero. In ogni caso, il 13 marzo 1993 l'aula di Palazzo Madama approvò un emendamento interamente sostitutivo dell'articolo 3, che riduceva il numero di firme richieste ma continuava a prevedere il superamento dell'esenzione. L'ultima possibilità di ritoccare la norma, nella nuova lettura necessaria dopo le modifiche in Senato, sfumò il 24 marzo, con la bocciatura di tutti gli emendamenti all'articolo che qui interessa. Da quel giorno, dunque, divenne chiaro a tutti, e a Gremmo in particolare, che il calvario delle firme da raccogliere alle elezioni amministrative sarebbe ripartito, dopo un solo turno di sollievo per lo stesso Gremmo (e non poteva nemmeno dirsi che era una macchinazione di Bossi contro la Lega alpina lumbarda, visto che il Carroccio i suoi emendamenti per tornare all'esenzione li aveva presentati).
Nel frattempo, però, c'era da affrontare la campagna elettorale in Valle d'Aosta: il 30 maggio 1993, infatti, i cittadini valdostani erano chiamati a rinnovare il consiglio regionale. Roberto Gremmo, dopo l'elezione ottenuta nel 1988, aveva conquistato il diritto a ripresentarsi senza dover raccogliere le 500 firme prescritte dalla legge regionale. Avrebbe potuto ripresentarsi con il simbolo dell'Union autonomiste con cui aveva centrato l'obiettivo cinque anni prima, ma pensò che forse il miracolo dei voti conquistati allora - sottraendoli all'Union Valdôtaine - non si sarebbe ripetuto. L'autonomista pensò allora di sperimentare anche in Valle d'Aosta la Lega alpina, sperando che potesse andare come in Lombardia e che ciò che non era riuscito in Piemonte fosse possibile un po' più a nord: nel simbolo - in bianco e nero - rese più evidenti la parola "alpina", il disegno dell'alpino e il profilo delle montagne, senza aggiungere riferimenti specifici alla Valle d'Aosta. L'esperimento fu coraggioso, ma poco fortunato: quella volta arrivarono solo 603 voti, quando per la legge ne sarebbero serviti 2323 (un trentacinquesimo dei voti validi espressi, secondo la nuova legge elettorale valdostana) per eleggere un consigliere. 
La notizia del seggio perso in Valle d'Aosta arrivò in piena campagna elettorale per le elezioni amministrative del 1993, le prime a tenersi con il nuovo sistema dell'elezione diretta e - come si è visto - con l'obbligo per tutti di raccogliere le firme richieste dalla legge. A dispetto della difficoltà, la Lega alpina era riuscita a presentarsi almeno a Milano e a Torino: nel capoluogo lombardo il simbolo consolidato della Lega alpina lumbarda era stato schierato a sostegno di Pier Gianni Prosperini, mentre a Torino il gruppo aveva sostenuto la candidatura di Maurizio Lupi, fondatore dei Verdi-Verdi, assieme ad altre due liste. In quel caso, tuttavia, era tornato buono il simbolo varato nell'autunno del 1992 alle provinciali di Mantova, con la "superpulce" della Lega alpina lumbarda - che non serviva più a ottenere l'esenzione dalle firme, ma tanto valeva inserirla, anche se la parola "Lumbarda" usata in Piemonte era ai limiti del grottesco - collocata a fianco della Statua della Libertà reinterpretata e sotto al vero nome della lista. Che stavolta non era "Lega padana Nord", ma "Lega vento del Nord", ma le parole intermedie erano sempre poco visibili. 
Quelle esperienze non furono positive, anche perché la legge n. 81/1993 aveva anche ridotto il numero dei seggi da assegnare (da 80 a 50 a Torino, da 80 a 60 a Milano), dunque eleggere un rappresentante era diventato automaticamente più difficile. A Torino la Lega vento del Nord dovette accontentarsi dello 0,96%, a Milano andò meglio con l'1,15% ma il risultato era ben lontano dal consentire l'elezione di un rappresentante. A conti fatti, peraltro,
la lista che sosteneva Prosperini ottenne oltre 800 voti in più della Lega per l'autonomia - Alleanza lombarda, che aveva appoggiato la candidatura di Angela Bossi. Sì, proprio la moglie di Pierangelo Brivio e sorella di Umberto, il quale peraltro si godeva il trionfo della Lega Nord che, superando il 40%, aveva portato al ballottaggio Marco Formentini, poi vittorioso contro Nando Dalla Chiesa sostenuto dal centrosinistra. Quella volta nel simbolo di Angela Bossi era rimasta la rosa camuna, ma rispetto al contrassegno con cui nel 1990 era diventato consigliere regionale Brivio (anche grazie ai suggerimenti e all'aiuto di Gremmo) era apparsa anche la parola "Lega", sperando che potesse portare un valore aggiunto. Quella volta non bastò, oggettivamente, e per la famiglia Brivio il miracolo non si sarebbe ripetuto; il nome coniato, in compenso, avrebbe ottenuto ancora risultati in seguito (e con un cognome già noto), ma è il caso di riparlarne a dovere in un'altra occasione.

lunedì 12 ottobre 2020

Agrigento, simboli e curiosità sulla scheda

Se in quasi tutta l'Italia le elezioni comunali si sono tenute il 20 e 21 settembre, contemporaneamente al voto per il referendum costituzionale, alle regionali e alle suppletive previste, in Sicilia le amministrative si sono svolte nel fine settimana appena trascorso (e non sarà nemmeno l'ultimo turno previsto: in Sardegna il voto è previsto il 25 e 26 ottobre). Se ad Enna è stato rieletto il sindaco uscente, ad Agrigento - l'altro capoluogo interessato dalle elezioni amministrative - si dovrà ricorrere al ballottaggio, previsto per il 18 e il 19 ottobre. Dei sei candidati che si sono presentati alcune manciate di ore fa ad elettrici ed elettori, si affronteranno una seconda volta il sindaco uscente, Calogero (Lillo) Firetto, e un suo ex assessore, Francesco Miccichè, anche se i risultati del primo turno li danno in ordine inverso (36,7% Miccichè, 27,8% Firetto). In vista del ballottaggio, peraltro, Miccichè ha deciso l'apparentamento - oltre che con le sue quattro liste - anche con Forza Italia e Diventerà Bellissima (che, come si vedrà, fin qui hanno sostenuto il candidato Marco Zambuto). Di seguito si vedranno tutti i simboli presenti al primo turno sulla scheda, in ordine di sorteggio.

Daniela Catalano

1) La nuova Agrigento

Il sorteggio aveva collocato al primo posto la candidatura di Daniela Catalano, presidente del consiglio comunale uscente (eletta nel Nuovo centrodestra nel 2015), ma sostenuta in questo caso da un fronte di destra e conservatore. Appoggiata da tre liste, la prima a essere estratta era quella più legata a lei, denominata La nuova Agrigento, con il cognome della candidata in evidenza (e quattro caratteri diversi nel cerchio); non è passata inosservata la scelta di campire quasi tutto il fondo a pennellate blu, in modo piuttosto artigianale ma piuttosto elegante. A dispetto di ciò, alla lista è toccato solo lo 0,5% dei voti.
 

2) Lega

Seconda formazione presentatasi a sostegno di Catalano era la Lega, alla sua prima apparizione alle comunali agrigentine: nel 2015, infatti, sulle schede era finito il simbolo di Noi con Salvini (che aveva preso il 3,45%). Stavolta invece elettrici ed elettori hanno trovato proprio l'emblema con la figura di Alberto da Giussano, con il riferimento alla Sicilia sotto al cognome di Matteo Salvini e al posto della parola "premier". Il risultato, tuttavia, è stato leggermente inferiore rispetto al "precedente" citato: quest'anno la lista "salviniana" si è fermata al 2,5%, con un calo di voti ancora più marcato in termini assoluti.
 

3) Fratelli d'Italia

La formazione più votata della coalizione a sostegno di Catalano è risultata essere Fratelli d'Italia, premiata dal 6,9% di coloro che hanno votato, mentre cinque anni fa si era solo avvicinata al 5% (e ha guadagnato anche in numero assoluto di consensi). Sulle schede la lista aveva corso con il contrassegno elettorale tipico di Fdi, con il simbolo ufficiale inserito all'interno del cerchio con lo stesso motivo bicolore e con il nome di Giorgia Meloni in grande evidenza. Questo appuntamento elettorale, evidentemente, si è posto come un punto di partenza, più che di arrivo, per Fratelli d'Italia ad Agrigento.
 

Francesco Miccichè

4) Uniti per la città

La seconda candidatura estratta è risultata quella di Francesco Miccichè, medico e già assessore della giunta di Calogero Firetto fino al 2017: sarà lui a contendersi al ballottaggio con il sindaco uscente l'amministrazione della città. La prima lisa estratta, tra quelle che lo hanno sostenuto, era Uniti per la città - Sviluppo e lavoro, già presente cinque anni fa nella coalizione che appoggiava Firetto: le stesse sagome umane (tutte maschili) tricolori, lo stesso ramo di mandorlo in fiore su fondo azzurro sfumato (che poi è il colore del fondo del gonfalone cittadino), stavolta il nome scritto per intero e senza "X" al posto di "per". La percentuale è decisamente calata (dal 13,94% al 9,1%), ma rimane uno dei risultati migliori in questo turno.
 

5) Vox Italia

Una delle sorprese di queste elezioni è l'appoggio a Miccichè di Vox Italia, il progetto politico ispirato e guidato da Diego Fusaro: la candidatura del medico, infatti, è stata vista come la sola "di rottura", in grado di cambiare realmente il corso dell'amministrazione cittadina. Per questo esordio agrigentino, Vox Italia ha scelto il suo simbolo nazionale - ancora poco visto sulle schede elettorali - con la doppia spunta tricolore all'interno della O e il motto "Pensare e agire altrimenti". Alla fine, peraltro, la lista si è fermata al 2,2%, ma non è certo stata la prestazione meno fortunata di questo turno.
 

6) Facciamo squadra per Agrigento

Piuttosto meglio di Vox Italia si è collocata Facciamo squadra per Agrigento, terza lista su quattro della coalizione, ma scelta pur sempre dal 7,6% di elettrici ed elettori. La formazione era chiaramente di natura civica, come suggeriva anche il nucleo grafico del contrassegno, rappresentato da una stretta di mano (il segno più classico della cooperazione e delle elezioni locali); questa era inserita in un emblema insolitamente vuoto, con molto bianco e un curioso doppio contorno con la circonferenza esterna spezzata a croce (come in un mirino privato della croce di puntamento).
 

7) Cambiamo rotta per Agrigento

Il risultato migliore, tra le liste che appoggiavano la corsa di Franco Miccichè (e anche tra tutte quelle in campo, con il suo 11,8%), l'ha ottenuto Cambiamo rotta per Agrigento, altra formazione nuova e di natura civica, probabilmente la più vicina alla candidatura del medico: lo si deduce perché il simbolo - chiaramente concepito insieme a quello della lista vista appena sopra - mette in decisa evidenza il riferimento al candidato alla guida della città. Ciò non ha impedito di caratterizzare il contrassegno anche con lo scorcio di un timone, utile a richiamare il "cambio di rotta". 
 

Marcella Carlisi

8) MoVimento 5 Stelle

Niente ballottaggio invece per Marcella Carlisi, scelta come candidata sindaca dal MoVimento 5 Stelle. Si trattava della seconda presenza del M5S alle comunali, dopo quella del 2015 (con il sostegno a Emanuele Dalli Cardillo, che ottenne l'8,79%). In questo caso ha potuto contare su sostegni assai più ridotti: lo dimostra il suo 4,6%, così come il 3% alla fine attribuito alla lista stellata, che cinque anni fa aveva superato invece l'8%. L'emblema è quasi uguale a quello di allora, al di là della dicitura presente nella parte inferiore del contrassegno, che riporta come da marchio registrato il sito nuovo del MoVimento.
 

Angela Maria Serena Galvano

9) Agrigento in movimento

Si era in qualche modo divertito il sorteggio ad accostare due "movimenti" diversi: dopo la candidata del M5S, infatti, era stata estratta Angela Maria Serena Galvano, consigliera comunale uscente legata ad Articolo Uno. La prima delle due liste a suo sostegno era appunto Agrigento in movimento, formazione civica che rappresentava il nome grazie a una fila di varie sagome di persone (assortite) in verde e in cammino, nonché a tre sottili onde arancioni e verdi. L'emblema, piuttosto ben realizzato, si è però dovuto accontentare di uno scarso 0,3%, il risultato più basso di queste elezioni.
 

10) C'è l'alternativa democratica e progressista - Cento passi per la Sicilia

Relativamente meglio è andata alla seconda lista a sostegno di Galvano, C'è l'alternativa democratica e progressista - Cento passi per la Sicilia, di matrice più politica. Lo dimostrano i colori che richiamano Articolo Uno (anche con il riferimento "democratica e progressista") e anche il recupero nominale e grafico dei "Cento passi", progetto elettorale di Claudio Fava lanciato nel 2017 per le regionali siciliane (ovviamente pensando a Pippo Fava). Alla fine la lista ha ottenuto un decoroso 2,3%.
 

Calogero Firetto, detto Lillo

11) Noi - Il popolo della famiglia

Al ballottaggio del 18 e 19 ottobre andrà, sia pure da secondo classificato, anche il sindaco uscente Calogero (Lillo) Firetto, che nel 2015 era stato eletto al primo turno con oltre il 59% dei voti. Formalmente le liste che lo appoggiavano si ponevano come gruppi civici, anche se in qualcuna si poteva trovare qualche tocco politico in più. Era il caso, ad esempio, di Noi, che nel simbolo blu e giallo (colori già visti) poneva in bella vista un tempio stilizzato - segno del territorio efficace per Agrigento - ma anche la Sicilia con i suoi colori, con al di sotto la dicitura "Movimento per il regionalismo"; non mancava poi la "pulce" del Popolo della famiglia. La lista, superando di poco i mille voti, ha ottenuto il 3,8% dei consensi.
 

12) Onda

Si poneva come civico-politica la lista Onda, votata dal 5,9% delle elettrici e degli elettori di Agrigento: un piccolo tocco politico è indicato dalla dicitura (quasi ripetizione della precedente) "Movimento popolare regionalista", a segnalare che la lista era legata al progetto politico del consigliere regionale Carmelo Pullara (cui in effetti si deve ricondurre anche la prima). Il nome della lista era sovrapposto guarda caso a un'onda stilizzata (con tanto di gabbiano in volo), mentre sopra il sole sorgeva dietro la Sicilia e, in filigrana, si vedeva un arcobaleno, come a voler indicare la nascita di una nuova stagione.
 

13) Andiamo avanti

La natura civica era stata direttamente dichiarata dalla lista Andiamo avanti, anche se proprio Firetto l'aveva definita per la stampa "lista ammiraglia che raccoglie candidati con esperienza politica": non sembra un caso, allora, che sia la formazione della coalizione del sindaco uscente che ha ottenuto più voti (pari all'8,5%). L'idea del procedere suggerita dal nome era espressa, oltre che dall'evidenza data alla parola "avanti", anche dal triangolo stondato blu su fondo azzurro, che di fatto trasformava l'intero contrassegno in un gigantesco tasto "Play".
 

14) Agrigento sostenibile

Altra lista direttamente riconducibile alla squadra del sindaco uscente era Agrigento sostenibile, i cui colori erano in pratica gli stessi del contrassegno precedente, ma a parti invertite (fondo color carta da zucchero, grafica azzurra). La lista - l'ultima a essere chiusa, a quando indicato dai media - suggeriva nel nome l'attenzione a temi di natura ambientale, ma traduceva graficamente l'idea del sostegno proponendo come immagine un capitello ionico stilizzato (anche se, per la cronaca, ad Agrigento prevale decisamente lo stile dorico). La lista, tuttavia, è stata la meno fortunata della coalizione, potendo contare solo sullo 0,4% dei consensi.
 

15) Futura Agrigento

Era stato sempre il sindaco uscente e in cerca di riconferma a presentare Futura Agrigento come "lista di giovani" (che peraltro non sembra essere stata particolarmente premiata dalle urne, avendo ricevuto solo l'1,2% dei voti validi). L'idea di una formazione dinamica era stata suggerita, oltre che dalla parola "futura" in grande evidenza e dalle linee "crescenti" nella parte superiore (che cercavano di conferire dinamicità al contrassegno), dall'uso non marginale del colore rosa, poco istituzionale, per nulla "paludato" e più adatto a un uso "giovane".
 

16) Buongiorno Agrigento

Altra lista tra quelle originariamente previste era Buongiorno Agrigento, che nelle intenzioni dei presentatori era la formazione deputata a ospitare soprattutto gli amministratori precedenti che si sarebbero ricandidati con Firetto. In questo simbolo, a fondo azzurro, si vede un sole stilizzato - molto in stile "riccio" - che sorge dietro al nome della lista (il motivo dunque si ripete, dopo la lista Onda), anche se proprio la riproposizione degli amministratori uscenti non suggeriva l'idea di una sorta di "alba nuova", ma più semplicemente di un nuovo giorno sotto lo stesso sole. In ogni caso, la lista ha ottenuto il 7% ed è risultata la seconda più votata della coalizione.
 

17) Rinasce Agrigento

L'ultima lista indicata dal sorteggio per la coalizione (che è stata anche l'ultima sorteggiata in assoluto) è stata anche quella che si poneva in maggiore continuità con la vittoria di Firetto del 2015: Rinasce Agrigento, infatti, è stata la formazione più votata alle elezioni di cinque anni fa (aveva ottenuto il 16%). Il simbolo, tuttavia, era stato profondamente modificato (anche solo per non mettere di nuovo un sole): la struttura era molto simile a quella di Buongiorno Agrigento, anche se le linee blu oblique in qualche modo richiamavano l'idea di un sole nascente. Questa volta la lista ha ottenuto il 5,9%.
 

Marco Zambuto

18) Forza Italia

Ultimo candidato estratto tra gli aspiranti alla guida della città è stato Marco Zambuto, già sindaco di Agrigento dal 2007 al 2014 (eletto col centrosinistra, avendo poi aderito al Pdl, poi all'Udc e infine al Pd), dimessosi in seguito a una condanna per abuso d'ufficio. Ora si è ripresentato sostenuto da tre liste chiaramente di centrodestra: per prima era stata sorteggiata Forza Italia, che sotto alla bandierina e al cognome di Silvio Berlusconi aveva il riferimento al candidato stesso. Con il suo 11,4% la lista è stata la più votata della coalizione e la seconda con più consensi in assoluto.
 

19) Diventerà bellissima

Seconda formazione indicata dal sorteggio era Diventerà bellissima, chiaramente legata al progetto politico-elettorale che nel 2017 aveva portato Nello Musumeci alla guida della regione Sicilia. Il simbolo aveva la struttura cromatica già vista altrove (anche se ribaltata rispetto all'emblema presentato alle regionali, con la parte preponderante gialla collocata in alto e non in basso; da notare il riferimento a Zambuto in una font diversa rispetto a quella usata per la parola "sindaco"). Alla prova delle urne Diventerà bellissima ha potuto contare sul 5,8% dei voti.
 

20) Unione di centro

Il sorteggio, a suo modo, era riuscito a prevedere l'ordine di piazzamento delle liste della coalizione a sostegno di Zambuto. Per terza e ultima (della compagine e di tutte le liste in corsa ad Agrigento) era stata infatti indicata l'Unione di centro, che si è dovuta accontentare del 3,9%. Il simbolo, di base, era lo stesso dell'Udc a livello nazionale (il partito, in Sicilia, è peraltro più forte rispetto a molte altre aree); impossibile non notare, peraltro, la scarsissima grazia con cui è stato inserito (anche qui...) il riferimento al candidato sindaco nel segmento rosso che di norma ospita la parola "Italia", con un carattere Tahoma che nulla ha a che fare col resto della grafica.