lunedì 18 ottobre 2021

"Regolamento invalido, Nuti sospeso dal M5S illegittimamente": quali effetti della sentenza di Palermo, per vicende di vari simboli fa?

In questo turno elettorale, al di là dell'attenzione attirata dalle persone elette alla carica di sindaco nei vari comuni coinvolti e delle coalizioni che le hanno sostenute, più di un commento è stato dedicato ai risultati del MoVimento 5 Stelle, alla prima prova elettorale importante dopo l'arrivo alla guida di Giuseppe Conte. Se però da più parti si sono analizzati i numeri usciti dalle urne, merita una certa attenzione anche l'esito (temporaneo, riguardando il primo grado) dell'ennesima vicenda contenziosa, legata questa volta a un atto di citazione presentato nel 2017 da Riccardo Nuti, già deputato del M5S (nonché capogruppo alla Camera da luglio a settembre del 2013): una recentissima sentenza del Tribunale civile di Palermo (la decisione risale al 10 giugno, ma è stata pubblicata solo l'11 ottobre) ha infatti dichiarato illegittimi i provvedimenti di sospensione dell'allora parlamentare dal MoVimento emessi nel 2017. Il decisum del giudice non si è però limitato a spiegare i suoi effetti nei confronti di Nuti, "dichiarando" l'invalidità anche del Regolamento del M5S del 2014 e del voto che ha adottato nel 2016 le modifiche al "non statuto" e il nuovo Regolamento: vale la pena di analizzare a fondo la sentenza, anche se a prima vista può sembrare che questa influisca poco o nulla sul MoVimento che opera attualmente. Altra osservazione preliminare: qui i simboli non c'entrano nulla, ma sono utili come "marcatempo" per segnare i vari passaggi nella storia del Movimento (anzi, dei MoVimenti) 5 Stelle.

I fatti alla base del processo

Per cercare di capire la portata della decisione, occorre tornare indietro di alcuni anni. Nuti, tra i primi aderenti (la sua adesione è datata 22 dicembre 2009) al MoVimento 5 Stelle, quando ancora era qualificato come "non associazione" dotata di "non statuto" e non aveva presentato candidature alle elezioni (alle amministrative del 2009 si erano presentate le Liste ciViche a 5 Stelle, ma formalmente si trattava di soggetti giuridici distinti), ma lo avrebbe fatto a partire dall'anno successivo, con il simbolo che conteneva l'indirizzo del sito Beppegrillo.it. In base all'accordo stipulato tra lo stesso Nuti e Beppe Grillo (di identico contenuto rispetto a quello stretto con le altre persone candidate nelle liste del M5S), il futuro deputato si era obbligato a dimettersi dall'eventuale carica in caso di condanna (anche solo) in primo grado, restando una sua facoltà decidere se dimettersi o meno in caso di rinvio a giudizio. 
In tale contesto, nel 2016 - quando ormai il M5S aveva deciso di sostituire il riferimento al sito di Grillo con il nuovo indirizzo Movimento5stelle.it - il Collegio dei probiviri aveva disposto la sospensione cautelare di Nuti dopo che questi era risultato indagato a proposito delle firme (ritenute false) che avevano sostenuto la sua candidatura a sindaco di Palermo nel 2012: per l'organo la scelta dell'allora deputato di avvalersi della facoltà di non rispondere era "suscettibile di pregiudicare l'immagine del MoVimento". Nuti aveva scelto di rimandare l'interrogatorio alla ricezione dell'avviso di conclusione delle indagini, ritenendo comunque opportuno autosospendersi dal gruppo M5S della Camera (soggetto a sua volta distinto dal MoVimento); sempre il Collegio dei probiviri, però, nel 2017 prima aveva sospeso per sei mesi Nuti per non aver accolto l'invito ad autosospendersi anche dal M5S (oltre che, di nuovo, per la scelta di avvalersi in un primo tempo della facoltà di non rispondere), poi l'aveva di nuovo sospeso per lo stesso periodo basandosi sulla notizia della richiesta di rinvio a giudizio (ritenuta dal Collegio dei probiviri in grado di pregiudicare in modo irreparabile l'immagine e l'azione del MoVimento "a prescindere dalla eventuale sussistenza dei reati ipotizzati"). 
A quel punto, non avendo dato frutti il tentativo di far tornare sui propri passi i vertici del M5S e i componenti del Collegio, Nuti - difeso dall'avvocato Lorenzo Borrè - aveva scelto di impugnare i due provvedimenti di sospensione, ritenendo innanzitutto che il Collegio dei probiviri e i suoi poteri si fondassero su disposizioni del "non statuto" e del regolamento invalide, perché adottate sulla base di procedimenti non legittimi (difformi da quanto previsto dalle disposizioni del codice civile applicabili anche alle associazioni non riconosciute: in questo le tesi dell'attore non erano lontane da quelle sostenute nei ricorsi che nel 2016 avevano impugnato varie espulsioni - per vizi legati all'adozione del regolamento del 2014 e alla sua "incompetenza" a regolare quella materia - e che alcuni tribunali, incluso quello di Napoli, avevano accolto almeno in sede di cognizione sommaria) o perché credute illegittime nel loro contenuto. In ogni caso, per la difesa di Nuti i due provvedimenti di sospensione emessi nel 2017 erano comunque illegittimi e "macroscopicamente vessatori": con riguardo al primo, avvalersi della facoltà di non rispondere doveva ritenersi il mero esercizio di un diritto (ed era comunque contestata la tesi della mancata collaborazione con la magistratura) e analoga sospensione dal M5S non era stata comminata ad altre figure di rilievo del M5S risultate indagate (e che non si erano autosospese); quanto alla seconda sospensione, la difesa riteneva che le ricadute mediatiche della richiesta di rinvio a giudizio non si potessero considerare "mancanze" in grado di giustificare una sospensione e comunque in sede di candidatura era previsto che in caso di rinvio a giudizio la persona eletta avrebbe potuto decidere se dimettersi o meno.

Prima della sentenza

Come si diceva, la decisione - presa dalla giudice Claudia Turco, della V sezione civile del Tribunale di Palermo - risale al 10 giugno di quest'anno ed è stata pubblicata solo lo scorso 11 ottobre. Già prima che il processo iniziasse, in ogni caso Riccardo Nuti (insieme a Giulia Di Vita) aveva lasciato il gruppo del M5S della Camera, aderendo al gruppo misto, senza entrare a far parte in seguito di alcuna componente politica; il processo penale sulla questione delle firme false a Palermo è poi andato avanti, arrivando all'inizio del 2020 alla condanna in primo grado di una dozzina di persone (incluso Nuti), anche se i reati si sarebbero prescritti nel giro di poche settimane. 
Alla fine del 2017, in ogni caso, com'è noto era stata fondata una nuova associazione denominata MoVimento 5 Stelle (la terza, dopo la prima - "non associazione" - del 2009 e la seconda, fondata nel 2012 come soggetto presentatore di candidature da Beppe Grillo, dal nipote Enrico Grillo e da Enrico Maria Nadasi), associazione alla quale non risulta che Nuti abbia aderito: certamente Nuti non figurava tra i candidati alle elezioni politiche del 2018, alle quali il MoVimento ha partecipato con una nuova variante simbolica, stavolta recante il sito Ilblogdellestelle.it (benché, in base allo statuto, il M5S-3 avesse ottenuto dal M5S-2 - fondato nel 2012 - la possibilità di usare il simbolo con il sito Movimento5stelle.it). Da ultimo, rispetto a quello della fondazione del 2017, è nel frattempo di nuovo cambiato lo statuto di questo "terzo" M55, essendo stato adottato quest'estate il testo studiato e proposto da Giuseppe Conte (insieme al nuovo simbolo "alternativo", senza più sito e con il riferimento al 2050).  
Dal momento in cui la difesa di Riccardo Nuti si è rivolta al Tribunale di Palermo nel 2017, insomma, sono cambiate molte cose, soprattutto con riguardo alla soggettività giuridica del MoVimento 5 Stelle e alle norme interne che lo reggono. Il processo, tuttavia, è proseguito (anche dopo che la giudice di Palermo a gennaio del 2018 aveva negato, in sede cautelare, la sospensione dell'efficacia tanto dei provvedimenti di sospensione, quanto delle norme interne in base alle quali erano stati irrogati): a dispetto del tempo passato, infatti, era rimasto l'interesse di Nuti a sapere se le sanzioni comminategli fossero state legittime o meno.
A questo proposito, occorre correttamente dare conto anche delle tesi del MoVimento 5 Stelle, ossia del soggetto politico sorto nel 2009, rappresentato da Beppe Grillo (quale garante) e Luigi Di Maio (quale capo politico eletto nel 2017): si riportano le posizioni così come si possono evincere dalla sentenza. Gli avvocati del M5S (Andrea e Paola Ciannavei) avevano innanzitutto rilevato come Riccardo Nuti non avesse più interesse a vedere invalidate le due sospensioni, perché all'inizio di dicembre 2017 "avevano già esaurito la loro efficacia, essendosi caducato anche lo stesso procedimento disciplinare, in quanto non concluso nel termine di 180 giorni dall’invio della contestazione all’interessato, come previsto dall’art. 4 del Regolamento". Ritenuto poi che fosse Roma e non Palermo la sede giudiziaria competente a occuparsi del ricorso, la difesa del MoVimento ha ribattuto alle tesi di Nuti. 
Da una parte è stata rivendicata la natura di "non associazione" per il M5S, al quale non sarebbero state applicabili le norme del codice civile dettate per le associazioni (riconosciute o meno); dall'altra si è negato che il regolamento del M5S pubblicato sul sito di Beppe Grillo nel 2014 dovesse essere approvato con le forme previste dal codice civile per le modifiche statutarie (sia perché "non modificava il 'non statuto', ma aggiungeva regole nel primo non previste, essendo norma interna di rango inferiore", sia perché comunque nel "non statuto" non era previsto l'organo "assemblea" né si indicavano le norme per la modifica di quel documento fondativo). Quanto alle modifiche al regolamento apportate nel 2016, per la difesa del M5S si trattava di innovazioni che nel merito "avevano aumentato la democraticità del movimento e, predeterminando le ragioni di espulsione e le modalità del procedimento disciplinare, avevano apportato un contributo di chiarezza e trasparenza alla vita del movimento stesso"; quanto al metodo, erano state respinte le contestazioni alla validità del voto online come strumento di deliberazione, essendo questo previsto dal "non statuto" e normato dal regolamento del 2014, le cui previsioni - in materia di convocazione dell'assemblea per la votazione, formulazione dei quesiti, espressione del voto e quorum di partecipazione e votazione - sarebbero state rispettate dal M5S.
 

La sentenza 

Su queste basi, la giudice ha emesso la propria sentenza, ritenendosi innanzitutto competente a trattare e decidere la causa: lei ha argomentato che, pur mancando una sede fisica per il MoVimento 5 Stelle, non si poteva affermare la competenza del Tribunale di Roma essendo questa la città in cui "il convenuto svolge attività continuativa", dal momento che il M5S è presente e svolge attività politica in tutto il territorio nazionale, Palermo inclusa.
Nella sentenza poi si è preso atto che i provvedimenti disciplinari di sospensione di cui Riccardo Nuti era stato destinatario avevano ormai esaurito la loro efficacia (ed è il motivo per cui non si era concessa alcuna sospensione in sede cautelare), ma si è riconosciuto che Nuti aveva ancora interesse a far accertare se questi atti fossero stati legittimi, un giudizio che per la magistrata sarebbe stato "eventualmente utilizzabile anche in altra sede ed in funzione di domande differenti" (il che fa pensare subito alla richiesta di eventuali risarcimenti).
Per poter valutare la legittimità dei provvedimenti di sospensione, però, era necessario prima esprimersi sulla validità del regolamento del 2014 e delle modifiche regolamentari e "non statutarie" datate 2016. Nel fare questo anche questa pronuncia ha precisato, una volta di più che le norme del codice civile sulle associazioni non riconosciute (e quelle comunque applicabili ad esse) dovevano e devono applicarsi anche al MoVimento 5 Stelle, a dispetto delle forme di partecipazione "fluide e innovative" che questo si era dato: anzi, qualificare il MoVimento secondo gli schemi e gli istituti praticati dal diritto civile sarebbe il solo modo per "legittimarne l'esistenza stessa e l'operato, scopo tanto più necessario poiché il Movimento da alcuni anni concorre attivamente alla vita politica del nostro Paese" (il che è come dire che, secondo la giudice, non sarebbe possibile partecipare alla vita politica con forme giuridiche non riconducibili a quelle esistenti o previste). In base alla sentenza, avevano valore di statuto, dunque di norme fondamentali stabilite dalle persone associate per regolare la vita del soggetto giuridico associativo, tanto il "non statuto" del 2009, quanto il regolamento del 2014 che integrava il "non statuto": quel regolamento, in particolare, proprio perché - come detto dalla stessa difesa del M5S - integrava il contenuto del "non statuto" con previsioni "coessenziali a regolare la vita dell’associazione" (normando, in particolare, organi e "modalità di funzionamento" del soggetto associativo), doveva essere considerato modificativo delle norme statutarie del MoVimento e, come tale, doveva essere approvato nel rispetto delle norme sulla modifica delle stesse, contenute nello statuto (ma il "non statuto" taceva in materia) o nel codice civile.
Stabilito questo, la giudice non ha escluso che, in generale, il confronto attraverso un blog o altre piattaforme internet e il voto espresso online possano avere caratteristiche tali da renderle idonee a rispettare i requisiti fissati per la discussione e il voto di un'assemblea "diffusa" in tutto il territorio nazionale (con "l'incontro virtuale degli aderenti, identificati mediante specifiche credenziali di accesso, su una piattaforma internet", su cui si possa discutere scambiando commenti e si possa votare "attraverso la selezione di una fra più possibili opzioni"). All'atto della verifica, in concreto, del rispetto delle prescrizioni ex art. 21, comma 2 del codice civile (per cui sono necessari "la presenza di almeno tre quarti degli associati e il voto favorevole della maggioranza dei presenti"), non è risultato però alcun voto sull'adozione del regolamento del 2014, che anzi sarebbe stato adottato con urgenza con pubblicazione sul sito Beppegrillo.it il 23 dicembre 2014: in questo modo, le modifiche apportate dal regolamento al "non statuto" (cioè allo statuto del MoVimento) sono state ritenute annullabili.
Privato di validità e di efficacia il regolamento del 2014, non potevano considerarsi valide ed efficaci nemmeno le norme contenute in esso circa la validità delle deliberazioni (per cui di norma occorreva solo la maggioranza dei votanti senza alcun quorum costitutivo, mentre per le votazioni su modifiche al regolamento o al programma era richiesta anche la partecipazione al voto di almeno un terzo degli iscritti). Anche il voto svoltosi tra il 27 settembre e il 26 ottobre 2016 sulle modifiche al "non statuto" e al regolamento (con la scelta tra la versione con espulsioni - opzione poi risultata prevalente - o senza) era dunque regolato dalle norme del codice civile e, per essere valido, doveva vedere la partecipazione di almeno tre quarti delle persone associate (e l'opzione prevalente doveva ottenere almeno la maggioranza dei voti delle persone partecipanti); in più, la quota dei tre quarti doveva essere calcolata sul totale delle persone associate al MoVimento "fino all’inizio delle predette consultazioni". Anche volendo considerare come aventi diritto al voto le sole persone iscritte alla fine del 2015, peraltro, in base ai dati pubblicati sul sito avevano partecipato a quella consultazione 87213 persone associate su 135.023, pari al 64,6%, dunque meno dei tre quarti prescritti dal codice civile: per la giudice, in particolare, non si poteva equiparare la mancata partecipazione al voto a un'astensione (che presupponeva invece l'aver partecipato all'assemblea). In mancanza del quorum costitutivo, non aveva valore il fatto che il voto favorevole alla proposta di regolamento contenente le espulsioni avesse comunque superato la metà delle persone presenti, non essendosi regolarmente costituita quell'assemblea ai fini della deliberazione sulle modifiche statutarie: il voto per la modifica del "non statuto" e l'adozione del (nuovo) testo del regolamento, aperto dal 27 settembre al 26 ottobre 2016, dunque, non era valido (e questo non ha reso necessario valutare altri profili di illegittimità del voto sollevati dalla difesa di Nuti).
Accertata e dichiarata l'invalidità del regolamento del 2014 e delle modifiche "non statutarie" e regolamentari del 2016, il destino delle sospensioni comminate a Riccardo Nuti era segnato: a irrogare le sanzioni era stato un organo - il Comitato d'appello - previsto dalle norme di cui è stata accertata l'invalidità e le stesse norme prevedevano il rilievo disciplinare di determinati comportamenti, per cui le sospensioni sono risultate "a cascata" illegittime

Dopo la sentenza

"Tanto tempo per piccole soddisfazioni" ha twittato Riccardo Nuti dopo la pubblicazione della sentenza, che ha accolto le sue domande, inclusa la condanna del M5S alle spese per il giudizio di merito (mentre quelle del giudizio cautelare - nel quale, come si è visto, si è negata la sospensione dei provvedimenti sanzionatori - sono state compensate). Naturalmente la vicenda contenziosa non si è di certo esaurita: da una parte il MoVimento 5 Stelle potrebbe impugnare la sentenza, sperando di vedersi dare ragione in appello; dall'altra parte, sulla base di questa decisione, Nuti potrebbe a sua volta agire per chiedere di essere risarcito dal M5S per aver subito queste sospensioni illegittime che indubbiamente hanno segnato l'ultima parte del suo mandato parlamentare e ne hanno pregiudicato l'eventuale ricandidatura. Al di là di questa singola vicenda, non si può escludere che - soprattutto ove la sentenza analizzata dovesse passare in giudicato - i giudici di altri processi tuttora in corso relativi o alla validità del regolamento del 2016 (ce n'è uno a Roma tuttora in corso) o a sanzioni irrogate sulla base delle medesime norme regolamentari possano basarsi sul decisum di Palermo e dichiarare a loro volta invalido il regolamento o accogliere le domande di chi avesse nel frattempo impugnato eventuali sanzioni e il cui processo fosse ancora pendente.
Ovviamente la sentenza di Palermo non ha effetti diretti sul MoVimento 5 Stelle costituito con atto notarile nel 2017
. Lo statuto già allora, infatti, precisava all'art. 7, lettera g) che "Le votazioni aventi ad oggetto le modifiche del presente Statuto sono valide, in prima istanza, solamente qualora vi abbia partecipato almeno la maggioranza assoluta degli iscritti, in seconda istanza qualunque sia il numero dei partecipanti, e in ogni caso sono assunte a maggioranza dei voti espressi", dunque a condizioni più favorevoli rispetto a quanto previsto dal codice civile (lo stesso articolo, alla lettera c), precisava che occorreva un preavviso di convocazione di almeno 15 giorni in caso di votazioni su modifiche statutarie). Il testo attuale dello statuto - lo statuto che propone il simbolo con il riferimento al 2050 - ha ridotto il preavviso minimo a 8 giorni, mentre le altre norme sono pressoché immutate (ora si parla di un quorum costitutivo n prima istanza della "maggioranza assoluta degli iscritti aventi diritto di voto", nulla cambia invece per la seconda istanza e con riguardo alla necessità che la proposta ottenga la maggioranza dei voti espressi). 
Altrettanto ovviamente, però, il fatto che la sentenza di Palermo non abbia effetti sul "nuovo" M5S non significa che non possano essersi verificati altri passaggi giuridicamente critici, in particolare nell'adozione dello statuto proposto da Giuseppe Conte. Se la validità di quella fonte sarà contestata in sede giudiziaria e qualche giudice si pronuncerà in materia, naturalmente se ne parlerà anche qui.

martedì 12 ottobre 2021

"Sciogliere i movimenti di chiara ispirazione neofascista", con o senza simboli fascisti: qualche riflessione giuridica (e non solo)

I fatti gravissimi di sabato a Roma, con l'assalto alla sede nazionale della Cgil e al pronto soccorso del policlinico Umberto I (e il progettato accesso a sedi istituzionali) ha riportato al centro del dibattito pubblico la discussione sulla necessità e sull'opportunità di sciogliere formazioni politiche "di stampo fascista", attraverso le norme vigenti in Italia. Ora si parla (e non è la prima occasione) di Forza Nuova, in passato di CasaPound Italia e di altre sigle. Più voci hanno chiesto al Governo di procedere - magari in fretta - allo scioglimento di Fn e di altri soggetti politici affini, applicando la XII disposizione finale della Costituzione e le disposizioni (specie l'art. 3) della legge n. 645/1952 ("legge Scelba"). Le richieste sono state formalizzate in mozioni parlamentari, a partire da quelle a prima firma di esponenti del Partito democratico (Simona Malpezzi e Dario Parrini al Senato, Debora Serracchiani ed Emanuele Fiano alla Camera), sostenute pure dal MoVimento 5 Stelle,  Liberi e Uguali e Italia Viva a Montecitorio (a conclusioni simili arriva la mozione 
di Iv e Psi al Senato e le altre presentate sempre a Palazzo Madama da M5S e Leu).
Stavolta la discussione non si incentra direttamente sull'uso di simboli fascisti: nel corso della sua storia, infatti, Forza Nuova non si è mai distinta con simboli o contrassegni elettorali che richiamassero espressamente il fascismo (vale per la coccarda tricolore, per la sigla tricolore a forma di fiamma, per il romboide rosso e bianco con le iniziali e anche per l'attuale rondine; era di certo più evocativo il colore nero, ma di per sé non è etichettabile come "fascista"). Più che di simboli (partitici o elettorali), qui si discute evidentemente di azioni e di condotte; la materia resta però rilevante, poiché le mozioni chiedono che lo scioglimento riguardi, oltre a Forza Nuova, anche "tutti i movimenti politici di chiara ispirazione neofascista" (così si legge nelle mozioni del Pd), ad alcuni dei quali si imputa anche l'uso di emblemi fascisti nella loro attività o come segni di identificazione politica o (fino a quando questo è stato tollerato) elettorale, ritenendo anzi che proprio quest'uso possa fondare lo scioglimento.

Le disposizioni rilevanti, per chiarire il quadro 

Prima di procedere, è bene mettere fissare alcuni punti, rilevanti per il ragionamento. Com'è noto, la XII disposizione finale della Costituzione (e non transitoria, come si capisce dai lavori della Costituente) sancisce al primo comma che "È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista"; si è già ricordato su questo sito che quella "riorganizzazione" può avere qualunque forma (partito, associazione, comitato...), ma perché ci sia violazione della disposizione si deve voler riorganizzare quel "disciolto partito fascista", come lo si è conosciuto nella storia, non qualcosa che gli somigli (e neanche, ad esempio, un generico partito autoritario). Coloro che scrissero la Costituzione, tuttavia, non scelsero la forma della "democrazia protetta" o "militante", indicando già nella legge fondamentale - come sarebbe avvenuto, ad esempio, in Germania - quali condizioni consentissero di parlare di "riorganizzazione del partito fascista", a chi toccasse accertare e dichiarare quest'ultima e come reagire a ciò (lo scioglimento o altri provvedimenti) a tutela dei valori e del funzionamento della democrazia: lasciarono che a fare questo fosse il legislatore ordinario. 
Il Parlamento ha agito "a rate", in vari momenti, a partire dalla citata "legge Scelba" nel 1952. Questa stabilì che c'è riorganizzazione del partito fascista quando un'associazione o un movimento persegue "finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politica o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza o svolgendo propaganda razzista, ovvero rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, principii, fatti e metodi propri del predetto partito o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista" (art. 1); la legge n. 152/1975 ("legge Reale") precisò che per il reato di riorganizzazione basta anche solo "un gruppo di persone non inferiore a cinque". L'art. 3 della "legge Scelba" si occupa dello scioglimento del soggetto collettivo (e della confisca dei beni): il primo comma prevede l'ipotesi "normale", per cui occorre una sentenza penale (anche non definitiva, come avvenne con il Movimento politico Ordine nuovo nel 1973) che accerti la riorganizzazione perché il ministro dell'interno, sentito il Consiglio dei ministri, ne ordini lo scioglimento; il secondo comma propone invece un'ipotesi eccezionale per cui, "nei casi straordinari di necessità e di urgenza", il Governo può provvedere allo scioglimento e alla confisca con decreto-legge, anche senza una condanna, se ritenga di essere di fronte al perseguimento collettivo di "finalità antidemocratiche proprie del partito fascista" (il decreto è efficace immediatamente, ma va convertito entro 60 giorni dal Parlamento perché non decada).
Per un'interpretazione più compiuta della "legge Scelba", poi, bisogna tenere conto delle sentenze della Corte costituzionale in materia, specie della sentenza n. 1/1957 e della sentenza n. 74/1958, relative ai reati di apologia del fascismo e di manifestazioni fasciste, ma applicabili anche alla fattispecie di riorganizzazione del disciolto partito fascista (perché, come si è visto nella definizione dell'ipotesi, l'apologia del fascismo e le manifestazioni fasciste sono tra i possibili modi per perseguire "finalità antidemocratiche proprie del partito fascista"). Le due pronunce precisarono - e non c'è stata alcuna sentenza di segno diverso in seguito - che quelle norme erano legittime perché punivano (solo) l'apologia "tale da potere ricondurre alla riorganizzazione del partito fascista" (sentenza del 1957) e (solo) le manifestazioni "usuali del disciolto partito che [...] possono determinare il pericolo che si è voluto evitare", che cioè trovino "nel momento e nell'ambiente in cui" sono compiute circostanze che le rendano idonee "a provocare adesioni e consensi e a concorrere alla diffusione di concezioni favorevoli alla ricostituzione di organizzazioni fasciste" (sentenza del 1958).
Da ultimo, nel 1993 il decreto-legge n. 122/1993, convertito dalla legge n. 205/1993 ("legge Mancino") è rilevante da vari punti di vista. Innanzitutto con l'art. 3 ha introdotto - modificando la "legge Reale" - un ulteriore divieto, bandendo "ogni organizzazione, associazione, movimento o gruppo avente tra i propri scopi l'incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi". Secondariamente, ha previsto - all'art. 7 - che se c'è un processo per violazione del divieto appena citato, il giudice competente possa disporre la sospensione cautelativa del soggetto collettivo (su richiesta del pubblico ministero, anche sollecitato dal Governo) e, qualora si arrivi a una sentenza irrevocabile che abbia accertato che l'attività di quei soggetti collettivi ha favorito la commissione di reati legati alla violenza o alla discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi (inclusa l'agevolazione di attività di associazioni e simili con quei fini), il titolare del Viminale (dopo decisione in tal senso del Consiglio dei ministri) ordina lo scioglimento dell'associazione o comunque del soggetto collettivo. In questo modo, nel 2000, si è arrivati allo scioglimento del Fronte nazionale di Franco Freda; allo stesso tempo, si nota che non è previsto qui lo scioglimento eccezionale con decreto-legge (quindi non si può sciogliere un movimento in condizioni di necessità e urgenza anche ove risulti fomentatore di violenza o discriminazioni, in mancanza di una sentenza).

Cosa non si può fare

Fissata la cornice normativa entro la quale ci si può muovere, si ritorna alla domanda di questi giorni: si può sciogliere Forza Nuova? Occorre innanzitutto tenere a freno l'istinto - comprensibile, dopo le scene inaccettabili viste sabato - di dichiarare a bruciapelo, come a voler premere il pulsante in un quiz per rispondere a una domanda non ancora terminata, che "Forza Nuova e le altre organizzazioni fasciste vanno sciolte", magari aggiungendo "perché lo dice la Costituzione" (anche perché questa risposta, restando in tema di quiz, non sarebbe esatta). Allo stesso modo, va messa da parte la tentazione di seguire il principio "fascista è chi il fascista fa": anche questa è comprensibile, per chiunque sia antifascista, ma il giurista -  costituzionalista, penalista o di altra disciplina -  non può accettare che ci si accontenti di questo ragionamento, specie se in ballo c'è l'uso di strumenti "forti" come lo scioglimento.
Per prima cosa, occorre sgombrare il campo da alcuni equivoci di natura politica. Innanzitutto dev'essere chiaro che la XII disposizione finale della Costituzione e le disposizioni della "legge Scelba", inclusa quella sullo scioglimento (attivabile anche in forma eccezionale dal Governo), valgono esclusivamente per la riorganizzazione del partito fascista: lo dicono con chiarezza i lavori della Costituente, i lavori parlamentari del 1952 e persino il tribunale di Roma nella sentenza che ha riconosciuto la riorganizzazione del partito fascista nell'attività del Movimento politico Ordine nuovo (negando ad esempio l'applicabilità delle disposizioni a Lotta continua o a Potere operaio). Non si tratta, dunque, di norme polivalenti, ma di norme unidirezionali, che non si possono usare per sciogliere movimenti o associazioni di sinistra, anarchiche o, comunque, non fasciste. E questo perché, piaccia o no, la Costituzione ha le sue radici nell'antifascismo, il che ha avuto come logica conseguenza disposizioni "asimmetriche" come quelle viste: questo è e chiunque deve prenderne atto. Si può ovviamente proporre di rimuovere la XII disposizione finale o di integrarla ampliandone l'efficacia a partiti di altra natura (come a quelli che "si propongano l'instaurazione di regimi totalitari di ideologia comunista", secondo la proposta del deputato di Fratelli d'Italia Edmondo Cirielli in questa legislatura), in modo poi da regolare l'ipotesi sullo stile della "legge Scelba": per fare questo, però, occorre una legge di revisione costituzionale, con i suoi tempi e le sue ampie maggioranze e, finché il percorso non si compie, occorre essere consapevoli che la manifestazione (o l'eventuale apologia) di certe idee politiche è punibile, quella di altre no. 
Anche la proposta di approvare una mozione (più o meno unitaria) contro tutti i totalitarismi, nessuno escluso, come chiesto da Forza Italia, non può servire per sciogliere soggetti politici che non costituiscano "riorganizzazione del disciolto partito fascista". Bisogna anche aggiungere, in più, che lo strumento dello scioglimento appare adeguato per un'associazione, un movimento o comunque un soggetto che abbia un'organizzazione e soprattutto atti fondativi; è molto più difficile pensare a uno scioglimento con qualche effetto per realtà informali, senza atto costitutivo o magari tenute insieme da strumenti "impalpabili" come una chat o un gruppo sui social network (che ovviamente però si possono limitare o chiudere d'autorità, ma lo scioglimento è un'altra cosa).

Cosa si può fare (ma potrebbe non accadere)

Fatte queste precisazioni, si torna alla domanda: dopo i fatti di sabato, si può allora sciogliere Forza Nuova? Ammesso che esista una risposta giusta, questa potrebbe essere forse: "Dipende", nel senso che occorre compiere valutazioni di natura giuridica e politica.
Il simbolo precedente di Fn
Bisogna dire con chiarezza che, al momento, per Forza Nuova non esiste alcuna sentenza (nemmeno di primo grado) che riconosca con riguardo a questa la riorganizzazione del partito fascista, benché in passato vari episodi siano stati caratterizzati da violenza; si ricorda anzi almeno un procedimento penale (presso il Tribunale di Castrovillari, iniziato nel 2001 e conclusosi nel 2005) che pur avendo riconosciuto Fn come "movimento 
tradizionalista, di matrice cristiana, volto all’affermazione di determinati valori tipicamente conservatori" e avendo rilevato il "forte richiamo ai simboli e motti propri del regime fascista", ha negato che le azioni di Fn censurate fossero "volte ad annullare o menomare la dialettica democratica, ad impedire il confronto politico, ad annientare […] gli avversari". Allo stesso modo, non risulta che ci sia per lo stesso soggetto politico alcuna sentenza penale, men che meno irrevocabile, che abbia accertato come l'attività di Fn abbia favorito la commissione di reati legati alla violenza o alla discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi, dunque la fattispecie ex "legge Mancino" non pare applicabile.
Sembra opportuno aggiungere che, sempre fino a questo momento (e stando a ciò che è noto a chi scrive), una sentenza di accertamento della riorganizzazione del partito fascista manca anche con riguardo ad altri soggetti politici, a partire da CasaPound Italia. Non sono mancate in effetti condanne a persone legate a Cpi essenzialmente per il reato di manifestazioni fasciste, ma si tratta di cosa diversa dalla citata riorganizzazione: dunque manca il requisito fondamentale per poter applicare la fattispecie "normale" di scioglimento di quei soggetti collettivi, essendo appunto richiesta una sentenza di accertamento (anche se ancora non irrevocabile)
.
Vale anzi la pena ricordare che ogni procedimento penale volto ad accertare, tra l'altro, la riorganizzazione del disciolto partito fascista si è chiuso o con l'archiviazione o con l'assoluzione per il Movimento fascismo e libertà, costituito nel 1991 da Giorgio Pisanò, che nel nome ospita il riferimento diretto al fascismo e nel simbolo impiega il fascio romano. In effetti la pratica ha dimostrato che un conto è la non illiceità dell'associazione, un altro è l'uso elettorale di quel nome e di quel simbolo: per un parere reso al Viminale nel 1994 dal Consiglio di Stato, in effetti, il riferimento esplicito al Fascismo non era ammissibile in sede elettorale, mentre l'uso del solo fascio, purché disgiunto dalla parola "fascismo", si poteva ammettere visto che la storia del fascio non si limitava al Ventennio ma era ben più risalente. In realtà, con il passare degli anni (e fatta eccezione per un caso assai importante di ammissione alle regionali del 1996 in Sicilia), il metro di giudizio delle commissioni elettorali e dello stesso Consiglio di Stato si è parecchio inasprito, anche in assenza di norme nuove in materia.
Si è avuto prova tangibile di questo soprattutto dopo il "caso Sermide", vale a dire dopo che il movimento Fasci italiani del lavoro nel 2017 era riuscito a conquistare un seggio nel consiglio comunale di Sermide e Felonica (Mn), peraltro dopo aver partecipato indisturbato a varie elezioni locali. Com'è noto - anche a chi segue questo sito - i giudici amministrativi hanno ritenuto illegittima la presenza di quella lista con quel contrassegno alle elezioni e (in secondo grado) si è annullato il voto; nel frattempo si era aperto il fronte penale della vicenda, ma tutti gli imputati sono stati assolti tanto dal Tribunale di Mantova, quanto dalla Corte d'appello di Brescia. Va rimarcato che il giudizio si era basato essenzialmente sullo statuto del partito, sui suoi documenti programmatici (che certamente condividevano parte dei profili ideologici del fascismo e dei suoi obiettivi, ma per la Cassazione rileva la condivisione totale e non parziale) e comunque sulle azioni svolte, ritenute in concreto non pericolose, nell'ottica della riorganizzazione di quel partito fascista: per riprendere le parole della sentenza di appello, un conto è "ricostituire il disciolto partito di Mussolini" (cosa non consentita), un conto è "riscattarne, senza evidente finalizzazione, soltanto la memoria" (e questo non è illegittimo).
Insomma, se una sentenza che accerti la riorganizzazione del disciolto partito fascista manca, non si può sciogliere per via ordinaria né Forza Nuova, né altri soggetti politici di quella che altrove è stata chiamata "galassia nera". Naturalmente è facile notare che, se fino a pochi giorni fa per vari gruppi analizzati fin qui non ci sono stati episodi di gravità tale da far scaturire una simile sentenza, il discorso potrebbe cambiare dopo i fatti di sabato a Roma. C'è un'indagine in corso e il procedimento potrebbe concludersi con una sentenza penale che accerti la riorganizzazione con riguardo a Forza Nuova: in quel caso si arriverebbe allo scioglimento "ordinario" (il provvedimento, ovviamente, riguarderebbe solo Fn e altri soggetti collettivi per i quali risultasse dimostrata l'ipotesi di riorganizzazione, non in modo generico tutti i movimenti e le associazioni di una certa area).
Non si può certo escludere, peraltro, che quanto accaduto sabato a Roma - in particolare le violenze, i danneggiamenti, i ferimenti - e ciò che eventualmente le indagini dovessero svelare (o che il Governo dovesse apprendere in base a proprie fonti) porti lo stesso Governo a percorrere la via eccezionale dello scioglimento con decreto-leggecome richiesto nelle mozioni citate all'inizio. Le condizioni giuridiche oggettivamente ci sarebbero (nessun caso precedente che abbia riguardato Forza Nuova o CasaPound può dirsi grave come quelli avvenuti sabato); resterebbe in effetti problematico sciogliere con lo stesso decreto-legge soggetti collettivi che non risultino aver partecipato alla manifestazione di sabato e la cui adesione al fascismo sia ideologica ma non concreta. Perché se diventa concreta o c'è - si perdoni il bisticcio - il rischio concreto che lo diventi allora il fascismo è certamente un crimine; se resta sul piano ideologico il fascismo è un'idea, che si ha tutto il diritto di criticare con nettezza e di combattere politicamente - con piena ragione, a parere di chi scrive - ma non ha varcato la soglia del crimine.
Analizzato il piano giuridico, resta però quello politico, che poi non è davvero distinto da quello giuridico. Come si è detto, l'eventuale scioglimento dei soggetti politici che si ritenga perseguano "finalità antidemocratiche proprie del partito fascista" seguirebbe a un decreto-legge del governo, deliberato da questo e adottato sotto la sua responsabilità. Il che significa che, inevitabilmente, la deliberazione circa l'adozione del decreto si presenta come un atto di enorme valore e peso politico, si sarebbe anzi tentati di chiamarlo "atto politicissimo". Già qui si avverte la delicatezza assoluta della questione, non certo diminuita dal fatto che a presiedere l'esecutivo in carica sia un tecnico di pregio come Mario Draghi. Gran parte dei ministri che compongono il Consiglio, infatti, sono di designazione politica ed è evidente che una deliberazione così importante cui, per manifestare il loro dissenso, non partecipassero i ministri di una determinata forza politica partirebbe già con il piede sbagliato. Anche perché, come si è detto, il decreto-legge di scioglimento dovrebbe poi il percorso stabilito in Costituzione per quella fonte, dunque essere presentato immediatamente alle Camere e convertito in legge entro sessanta giorni per non perdere efficacia fin dall'inizio, cosa che non solo riporterebbe giuridicamente in vita il soggetto sciolto, ma avrebbe effetti politici e istituzionali incalcolabili. Se questo è lo scenario più drammatico tra quelli immaginabili, altri non sarebbero comunque agevoli: si pensi alla conversione del decreto avvenuta con una maggioranza risicatissima, per giunta senza l'appoggio di una o più forze politiche della compagine che ora sostiene l'esecutivo in Parlamento. Se Forza Italia, Lega e Fratelli d'Italia si esprimessero chiaramente contro lo scioglimento, potendo contare anche sul sostegno di una parte rilevante del gruppo misto (si pensi soprattutto alla situazione del Senato), semplici conteggi potrebbero sconsigliare l'azione di un decreto simile.
Tirando le somme, se si vuole sciogliere Forza Nuova o altri "movimenti di chiara ispirazione fascista" senza che questo costituisca un problema giuridico e politico, occorre attendere una sentenza che accerti la riorganizzazione del partito fascista, che al momento non c'è. Se invece si ritiene che la situazione sia pericolosa e non ci si possa permettere di aspettare, occorre che il Governo si prenda la responsabilità (politica innanzitutto) di decidere lo scioglimento, confidando che il Parlamento "ratifichi" quella scelta con la conversione in legge e possibilmente non con una maggioranza ristretta, per evitare che la decisione appaia delegittimata (pur restando formalmente legittima) e che il Governo ne risenta. Altre vie non ci sono. Il presidente Draghi, stando alle notizie diffuse nelle ore scorse, avrebbe detto che il Governo valuterà l'ipotesi dello scioglimento: si vedrà quanto tempo occorrerà e cosa deciderà in merito. Nel frattempo, chi prova indignazione (e magari paura) per quanto è accaduto ha il diritto di manifestarlo e, se ritiene di poterlo fare, di impegnarsi per contrastare idee e pratiche che non condivide. Può continuare a farlo, magari con più forza e convinzione di prima, oppure può iniziare a farlo ora se in passato non l'aveva fatto, facendo attenzione a ciò che fa e a ciò che dice e impegnandosi perché le altre persone facciano altrettanto. Il primo passo per non vedere mai più scene vergognose e inaccettabili come quelle di sabato 9 ottobre inizia sempre da lì.

lunedì 11 ottobre 2021

Simboli sotto i mille (2021): il Nord e qualche avvertenza prima di partire (di Massimo Bosso e Gabriele Maestri)

D'accordo, anche ai #drogatidipolitica piacciono i grandi eventi e le invasioni di liste assicurate da voti come quelli che, in questo turno elettorale, hanno attirato l'attenzione: Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna, Trieste, un'intera regione come la Calabria... Ma i veri #drogatidipolitica aspettano con ansia anche il voto nei microcomuni, quelli con meno di mille abitanti in base all'ultimo censimento: lì, come ben sa chi frequenta questo sito, per presentare una lista non servono sottoscrizioni a sostegno, ci si candida e si va sulle schede elettorali senza bisogno di raccogliere le firme. Proprio questa maggiore facilità di presentare le candidature produce da oltre un quarto di secolo fenomeni interessanti (e non sempre edificanti), da studiare e far conoscere.
Anche quest'anno, così, parte il nostro itinerario "sotto i mille", in cerca di curiosità, anomalie e stratagemmi della microItalia che va alle urne. Questo, a dire il vero, potrebbe essere l'ultimo viaggio che varrà la pena compiere in quei piccolissimi comuni, anzi, fino a qualche mese fa non era certo che avesse senso svolgerlo. A fine maggio, infatti, il Senato aveva approvato un disegno di legge che, tra l'altro, puntava a introdurre una minima raccolta di firme anche in quei microcomuni (almeno 5 fino a 500 abitanti, almeno 10 fino a 750 abitanti, almeno 15 fino a 1000 abitanti): il polverone sollevato a livello nazionale da Striscia la Notizia (a proposito delle liste esterne ai paesi, legate alle licenze retribuite delle forze di polizia e non solo) aveva probabilmente spinto a muoversi in fretta, ma alla Camera la discussione sul testo non è ancora iniziata (ne parleremo meglio tra qualche giorno), così quest'anno le liste "sotto i mille" si sono potute presentare ancora senza firme.
Quel disegno di legge, peraltro, punta anche a rendere stabile una norma inserita solo per questo turno elettorale "a causa delle oggettive difficoltà di movimento all'interno dei singoli Stati e fra diversi Stati"
: in tutti i comuni fino a 15mila abitanti (non solo quelli "sotto i mille") in cui era stata presentata una sola lista, se di norma occorreva che andasse a votare almeno il 50% degli aventi diritto (e che il numero di voti validi per la lista fosse pari almeno al 50% dei votanti), stavolta bastava che si recasse alle urne il 40% del corpo elettorale comunale e nel conteggio di quest'ultimo non sarebbero rientrati gli elettori iscritti all'Aire (Anagrafe degli italiani residenti all'estero) che non avessero votato. Possiamo già dire che questa misura provvisoria ha salvato dal commissariamento vari comuni nei quali c'era una sola lista; il problema, invece, non si è comunque posto nei comuni in cui le liste erano almeno due, bastando in quel caso anche un solo voto valido o poco di più, come insegna il caso di Sambuco... e se questo nome non vi dice nulla, beh, malissimo!
Sostanzialmente, anche in questa occasione, le liste presentate e degne di nota (accanto a quelle "normali", effettivamente legate al singolo comune in cui si vota) si possono dividere in tre macrocategorie: a) liste espressione di piccoli movimenti, nazionali o meno, in cerca di visibilità e magari di qualche eletto; b) liste presentate per ottenere licenze elettorali; c) liste messe in piedi per evitare il commissariamento in caso di mancato raggiungimento del quorum (che è calato, ma non si sa mai...) oppure per limitare l'accesso al consiglio comunale di eventuali liste esterne attraverso una minoranza "amica" o almeno legata al paese.
Prima di partire per il viaggio, ci si consenta una piccola nota, anche per far capire a chi legge come nasce questo testo. Per poter mappare ciò che accade "sotto i mille" è d'obbligo, a scrutinio finito, uno sguardo accurato al portale Eligendo del Ministero dell'interno, verificando tutti i risultati che interessano e cercando di interpretarli; il lavoro, però, inizia già prima del voto, valutando il quadro delle candidature comune per comune, per individuare in anticipo alcune delle realtà da osservare con attenzione. Negli ultimi anni il Viminale ha dato a suo modo una mano, pubblicando con un po' di anticipo il tabulato che contiene i nomi e la consistenza (quanti candidati, divisi per sesso) di tutte le liste presentate in ciascun comune chiamato al voto. In generale, però, la cosa migliore è cercare di procurarsi il maggior numero possibile di manifesti delle candidature dei comuni interessati dalle elezioni: ciò consente di avere migliori riproduzioni dei contrassegni di lista (quelli che tradizionalmente illustrano i nostri articoli), ma anche di vedere i nomi delle persone candidate nelle varie liste, verificando se certi nomi si ripetono (nello stesso anno o rispetto agli anni precedenti) e avendo qualche indicazione sull'origine di chi è stato messo in lista (ad esempio constatando che la maggior parte delle candidature sotto lo stesso simbolo non è legata a quel territorio). 
Il solo modo per trovare i manifesti (senza disturbare gli uffici elettorali comunali) è passare in rassegna il sito web di ogni comune in cui si vota, cercando la versione Pdf del manifesto. Se quest'operazione appare lunga e complessa, lettrici e lettori non immaginano quanto sia snervante: di frequente la ricerca diventa una sorta di caccia al tesoro o di nascondino. Qualche comune dedica alle sue elezioni amministrative una pagina ad hoc (come fanno i comuni superiori, tenuti a pubblicare i documenti per le norme sulla trasparenza elettorale) o più pagine, una per ogni notizia (così la ricerca si fa meno immediata), ma molti comuni piccoli non lo fanno: guardando certi siti istituzionali è difficile sapere che in quel comune si voterà (a volte c'è solo la relazione di fine mandato). Se manca una pagina dedicata, si deve battere con cura l'albo pretorio digitale (ogni comune per legge deve averlo), cercando la pubblicazione del manifesto (che, sempre per legge, va affisso - anche nell'albo - entro l'ottavo giorno prima del voto). Occorre però armarsi di molta pazienza, che può non bastare. Di solito in effetti il manifesto si trova, ma il problema è dove: a volte è catalogato sotto "Atti elettorali", "Affissioni elettorali" o "Manifesti elettorali", oppure semplicemente tra i "Manifesti"; spesso però quelle voci non ci sono (o ciò che serve non sta lì) e bisogna cercare alla voce "Avvisi" o "Avvisi pubblici". Se il documento salta fuori, si passa a un altro comune, ma a volte il manifesto non c'è proprio, neanche il giorno prima del voto. Quando si trova, peraltro, scatta il disappunto se è stata inserita la scansione del documento, a colori (ma in cattiva qualità) o addirittura in bianco e nero (lo ha fatto persino il comune di Bologna): una scelta inspiegabile, visto che basterebbe affiggere il Pdf chiesto alla tipografia. Per recuperare almeno il simbolo a colori in dimensioni maggiori rispetto a quelli impiegati dal Ministero dell'interno, resta la speranza che il sito della rispettiva Prefettura abbia caricato il fac simile della scheda del comune che interessa: a volte si è fortunati, a volte ci si deve arrendere.     
Una volta raccolto tutto ciò che si è riusciti a trovare e consultati tutti i dati utili, in ogni caso, è tempo di mettersi in viaggio. Si parte dal Nord e, naturalmente, non si può che iniziare da una regione che ci ha sempre regalato grandi soddisfazioni, tanto da meritarsi un libro ad hoc - cioè il nostro, M’imbuco a Sambuco!: andiamo a incominciare, dunque, dal Piemonte.

Il nostro viaggio inizia registrando una new entry, vale a dire un nome e un simbolo che finora non si era mai incontrato. Si tratta del Fronte Piemonte, soggetto politico con una sua pagina Facebook e un suo sito: proprio lì si scopre che quel soggetto politico è nato "
per espressa volontà dei Dirigenti e Militanti di Forza Nuova, con l’arduo compito di aggregare le varie comunità locali piemontesi, per creare una solida realtà che aiuti i figli dimenticati di questo paese"; se in Rete, peraltro, il simbolo riporta un profilo nero montuoso che si staglia su fondo rosso, sulle schede elettorali le montagne sono diventate verdi. Fronte Piemonte si è presentato a Casaleggio Novara e a Montaldo Torinese: se nel primo comune non ottiene seggi a causa della presenza di due liste locali su tre, nel piccolo comune torinese il Fronte è proprio la seconda lista di due e con 22 voti (pari al 6,7%) elegge tre consiglieri. Va aggiunto che Forza Nuova si è presentata con il proprio simbolo a Suno, comune in provincia di Novara intorno ai 2800 abitanti (nel quale dunque si sono dovute raccogliere le firme): anche lì le liste sono solo due, così Fn è riuscita a raccogliere 144 voti (il 16,03%), sufficienti a far conseguire i tre consiglieri di opposizione; uno di loro, tra l'altro, è Lorenzo Borioli, candidato sindaco del Fp a Casaleggio (a ulteriore conferma della vicinanza tra i due progetti politici).
Non è invece una new entry, ma a suo modo una conferma degli ultimi anni, il Partito Valore Umano: affacciatasi per la prima volta alle elezioni e alla notorietà nazionale partecipando con alcune liste alle politiche del 2018, da meno di un mese questa forza politica è riuscita a spuntare persino al Parlamento, pur non avendo eletto nessuno. Il 14 settembre scorso, infatti, al Senato è stata costituita la componente del gruppo misto "
Italexit - Partito Valore Umano": il Pvu, grazie alla sua partecipazione elettorale di tre anni e mezzo prima, ha permesso di al partito di Gianluigi Paragone (a Palazzo Madama rappresentato da lui e dal senatore Carlo Martelli, entrambi eletti nelle liste del M5S) di costituire una componente autonoma e di avere visibilità. 
Tornando al Piemonte, i
l Partito Valore Umano ha proposto tre liste, in particolare a Sant'Agata Fossili, nell'alessandrino, e in due comuni del cuneese, Entracque e Vinadio: nel primo comune sono arrivati 16 voti (7,44%) e un seggio, strappato alla seconda lista - Giovani Insieme per Sant’Agata - che evidentemente non doveva avere un grosso radicamento nel paese (34 voti in tutto). A Entracque le liste invece erano solo due e il Pvu, con il 10,43% raccolto grazie a 44 voti, ha eletto tre consiglieri, ma il risultato ottenuto a Vinadio può dirsi persino entusiasmante per il piccolo movimento: qui i voti sono 104, pari al 28,65%, contro i 105 (28,92%) della lista Diamo una mano a Vinadio (che come simbolo ha … una mano che ne regge un'altra più piccola): un solo voto ha separato le due liste di minoranza, così al Pvu è toccato un solo consigliere dei tre riservati all'opposizione; le due liste sconfitte, però, insieme hanno raccolto più voti di quella vincente (cosa che nei piccoli centri è decisamente rara) e la nuova amministrazione non potrà non tenere conto di questo.
Nel viaggio che prosegue troviamo poi il Movimento Progetto Piemonte, piccola formazione identitaria regionale (legata soprattutto a Massimo Iaretti9 
già vista in passato in queste elezioni nei microcomuni. Quest'anno il Mpp si è presentato ad Albano Vercellese e Cravagliana, sempre in provincia di Vercelli, località dell'Alta Valsesia a pochi chilometri dalla Svizzera. Se ad Albano la competizione tra le due liste locali (finita 95 a 91) ha lasciato un solo voto alla forza politica di cui si parla (appunto nel ruolo di terza lista), a Cravagliana oltre al Mpp c'era una sola lista di paese e con 25 voti, pari al 17,53%, sono arrivati scattano tre seggi: una percentuale di tutto rispetto per una lista oggettivamente esterna al paese. Sul piano grafico, il Movimento Progetto Piemonte ha confermato la scelta della semplicità, con un cerchio a fondo bianco bordato di nero, mentre al centro c'erano ancora le diciture "Lista Civica", "Progetto" con il nome del comune e la sigla del partito, tutte scritte in nero (font Helvetica Black).
Altra formazione certamente locale è Progetto Paese, una lista civica che si è incontrata alcune volte negli scorsi anni (soprattutto dal 2019, ma già presente nel 2018) e che ha ottenuto consiglieri in vari comuni. Il progetto politico-elettorale risulta legato all'associazione no profit Diritti e Libertà e si pone come "gruppo di persone dallo spirito liberale che curano con attenzione i territori, si impegnano a salvaguardare la qualità della vita di ogni cittadino, a proporre idee innovative sui territori e a combattere ogni forma di discriminazione all'interno delle istituzioni": il presidente di Diritti e Libertà è Davide Betti Balducci, candidato sindaco lo scorso anno a Parella e in questa tornata aspirante primo cittadino a Torino, sostenuto dal Partito Gay LGBT+ e dal Partito Animalista. Progetto Paese - che in questo turno elettorale curiosamente torna all'emblema standard usato nel 2019 (quello del 2020 manteneva il paesino stilizzato, ma era personalizzato con il nome del comune al voto), mentre nella sua pagina web il simbolo, a fondo blu con un leggero tricolore, è ancora diverso - si è presentato innanzitutto a Barbaresco (Cn), dove sono arrivati solo 12 voti (3,60%); 
a Lemie, nel torinese, lo stesso numero di voti (10,91%) ha invece fruttato i tre consiglieri di minoranza (incluso il delegato nazionale, Mimmo Dellisanti). Sempre in provincia di Torino, a Borgomasino, è arrivata la percentuale migliore (11,79%; capolista, tra l'altro, era Sara Franchino, già consigliera regionale dei Pensionati per Cota dal 2013 al 2014, nonché riferimento legale per Diritti e Libertà), ma le liste in gioco in tutto erano tre, quindi i 52 voti ottenuti non hanno fatto conseguire seggi (ma quei consensi sono stati ago della bilancia nella competizione elettorale: visto che tra le due liste locali è finita 201 a 188, chissà dove sarebbero finiti i voti di Progetto Paese se non si fosse presentata?).  
L'ultima lista presentata da Progetto Paese la si è trovata a Gravere, sempre in provincia di Torino, ma a pochi passi dalla Francia: lì, con il 4,24% (prodotto da 15 voti), sono arrivati comunque due seggi. Le formazioni in campo, in quel comune, erano infatti tre: una - Gravere 21-26 - era senza dubbio pienamente legata al paese, come dimostra il 92,37% ottenuto; il restante 3,39% (12 voti) e il terzo seggio di minoranza è toccato… alla Democrazia cristiana! Avete letto bene, anche se - visto ciò che si legge con frequenza su questo sito - probabilmente non ne sarete del tutto stupiti. Il simbolo è molto simile a quello coniato dalla Dc nel 1992 (con lo scudo crociato su fondo blu): nella forma attuale, con tanto di bordo bianco intorno allo scudo, è stato usato dal 2006 dalla Dc guidata da Giuseppe Pizza, poi dal primo tentativo di riattivare il partito guidato da Gianni Fontana e, più di recente, dal nuovo processo di riattivazione iniziato nel 2016-2017 e che oggi ha come segretario Renato Grassi. Non è un caso la comparsa del simbolo a Gravere: proprio lì, da una quarantina d'anni, ha una casa Mauro Carmagnola, segretario amministrativo della Dc-Grassi. Proprio Carmagnola si era presentato come candidato sindaco ("
vedo il paese spegnersi. Vale la pena tentare qualcosa" ha scritto sul suo profilo Facebook) e l'unico seggio ottenuto dal simbolo della Dc (cioè da uno dei gruppi che rivendica la continuità giuridica con il partito che, comunque la si pensi, ha avuto un ruolo chiave nella storia d'Italia) è toccato appunto a Carmagnola.
Restando ancora in provincia di Torino, a Brosso troviamo l'unica presenza piemontese di L'Altra Italia, formazione già nota a chi frequenta questo sito (e di cui, dallo scorso anno, si è sentito parlare parecchio). Analizzando la lista si trovano (come sempre) molti candidati nati in Puglia, compreso il candidato sindaco, Vincenzo Miggiano che è uno dei dirigenti del movimento (si tratta in particolare del tesoriere). La competizione elettorale è stata stravinta dalla lista lista locale Caro Brosso con 242 voti (88,32%); il simbolo con l'aquila tricolore (ricavata dalla vecchia fiamma del Msi) è riuscito a raccogliere un solo voto, mentre gli altri se li è aggiudicati una seconda lista, Uniti per Brosso: visto che l'affluenza ai seggi ha superato di pochissimo il 76%, il che fa capire che non c'era alcun problema di quorum da affrontare o prospettare, il risultato ottenuto fa pensare che Uniti per Brosso sia stata messa in piedi soprattutto per evitare l'ingresso di estranei in consiglio comunale.
Si è parlato prima di Barbaresco e, a rischio di ubriacarsi, vale la pena tornarci. Qui, infatti, oltre alla lista vincente, Barbaresco è presente (nel simbolo c'era un bicchiere in cui il vino tracciava la skyline del paese), che ha ottenuto 278 voti (83,48%) e a Progetto Paese di cui si è già detto, c'era un'altra lista, Barbaresco 20 21. L'occhio del #drogatodipolitica, più che dal simbolo (in cui si vede soprattutto un disegno della torre del paese) è attratto dal nome del candidato sindaco, Gianluca Noccetti. Nel torinese lui è ben noto (ne riparleremo), ma proprio a Barbaresco di certo lo conoscevano già: nel 2016 era stato eletto consigliere, quale candidato della Lista dei Grilli Parlanti - No Euro (il candidato sindaco era Franco Grillo) e con gli altri due eletti di quella formazione - le liste in corsa erano infatti solo due e i Grilli parlanti avevano conquistato tutti i seggi di minoranza - aveva poi formato il gruppo della Lega. 
Questa volta, come si è visto, Noccetti si era proposto come aspirante primo cittadino, schierando in lista anche gli altri due consiglieri uscenti del gruppo di minoranza, Giuseppe Franchi e Simone Galfrè: i 43 voti ottenuti, pari al 12,91%, sono bastati a riconfermare i tre seggi. A Lequio Tanaro, della provincia di Cuneo ("la Granda") come Barbaresco, è finita sulle schede una lista omologa: il simbolo di Lequio Tanaro 20 21, peraltro, è ancora più semplice e non contiene nessuna raffigurazione grafica. 
Il candidato sindaco, in questo caso, è Simone Galfrè, come si è già detto consigliere uscente di minoranza a Barbaresco: è stato eletto consigliere, insieme ad altre due persone, grazie ai 34 voti ottenuti dalla lista (9,19%) conto i 336 consensi della formazione locale.
Se si cambia provincia e si torna nel torinese, a Massello si sono presentate tre liste: due erano locali e si sono divise 44 dei 45 voti espressi (si noti che la popolazione legale è di 
56 abitanti, mentre nel 1861 era arrivata a 813 persone: il paese, a 1188 metri sul livello del mare e dalla popolazione in gran parte valdese, è un esempio tangibile dello spopolamento delle montagne), conquistando tutti i seggi del consiglio. L'unico altro voto valido (una persona ha lasciato bianca la scheda) è andato alla lista Piemont, la cui grafica (scritta bianca su fondo blu con drapeau piemontese limitato in un piccolo cerchio) è quasi identica a quella della lista Piemont Liber presentata nel 1992 alle elezioni politiche. Anche considerando questo particolare, non ci si stupisce troppo a trovare in lista alcune persone già viste nelle liste "20 21" (incluso Giuseppe Franchi, consigliere uscente a Barbaresco) o altre con cognomi altrettanto visti in quelle formazioni. Il quadro, peraltro, non sarebbe completo se non si notasse che Gianluca Noccetti, che nel 2016 si era anche candidato a sindaco di Torino (per Forza Toro, Mida Automobilisti, Amici a 4 zampe, Comitato Disoccupati Esodati e Lega Padana Piemont), quest'anno figurava tra i candidati della Lega al consiglio comunale di Torino e con lui c'era anche Roberto Cermignani (consigliere circoscrizionale leghista uscente, ma in passato nell'Italia dei valori, poi coordinatore di Centro democratico in Piemonte e mancato candidato presidente alle regionali piemontesi del 2014, dopo aver presentato al Viminale, prima delle europee, il simbolo Chiamiamolo per il Piemonte). Non è tutto: nella lista della Lega presentata per il voto nella quarta Circoscrizione, infatti, si potevano trovare Cermignani, Marco Di Silvestro (candidato sindaco di Piemont a Massello) e - si legga con attenzione e con rispetto - Marco Rabellino.  
Lasciando Massello - con un pensiero inevitabile a una lunga epoca elettorale intrisa di calcoli e spruzzata di guasconeria, ma che a quanto pare è tramontata, lasciando il passo a scelte più pragmatiche e alla ricomposizione di vecchie ferite - e girando per il Piemonte, la regione in assoluto più ricca di comuni "sotto i mille", si trovano poi alcune liste che sembrano essere state presentate più per evitare il rischio del mancato quorum (anche quando non si è concretizzato, anche avendo riguardo alle vecchie regole) che per competere. Per iniziare la carrellata, nel torinese, a Lusigliè si trova la lista Noi Insieme, che con 20 voti - 8,40% - ottiene tre seggi (alle elezioni si è comunque presentato ai seggi il 56,4% del corpo elettorale). A elezioni finite, tuttavia, si apprende che il neosindaco Angelo Marasca e la sua sfidante (e attuale capogruppo dell'opposizione) Monica Bertuzzi sono marito e moglie: uno scenario da "interno di casa con ospiti" (elettori) che sembra fatto apposta per evitare sorprese legate al quorum.
Spostandoci in provincia di Alessandria, a Montecastello la lista Ansema per Möntecasté (
ansema significa "insieme") si aggiudica come seconda (e unica altra) lista i tre seggi della minoranza con soli 12 voti (7,89%: anche qui vota comunque il 55,67% degli aventi diritto). A Castelnuovo Belbo (At) Uniti per Castelnuovo ha ottenuto 11 voti, pari al 2,00%: qui però le liste sulla scheda elettorale erano tre, per cui i presentatori non si aspettavano forse una seconda locale, che ha preso 191 voti (34,73%), o in alternativa potrebbe essersi trattato di un'operazione politica sfortunata. A Olmo Gentile, sempre nell'astigiano, la lista L'Otto Marzo - la forza delle donne i voti raccolti sono stati solo 4 voti (12,12%), ma sono stati sufficienti per conseguire i tre seggi di minoranza, visto che le liste erano solo due: lì, peraltro, hanno votato solo 37 aventi diritto su 118, una quota al di sotto del quorum del 40% (quindi stavolta la seconda lista è più facile da spiegare).
Passando alla provincia di Biella, merita innanzitutto una visitina il comune di Veglio: anche qui le liste presentate erano soltanto due. Accanto a Giovani x Veglio c'era la lista Giovani amministratori piemontesi: le urne hanno assegnato a quella formazione soltanto 6 voti (pari al 2,97%), ma questi sono bastati a portare a quella formazione i tre consiglieri di opposizione. Non si è trattato, ovviamente, dell'esordio elettorale di quella lista: l'anno scorso, infatti, il simbolo esclusivamente letterale dei Gap è apparso sulle schede elettorali di Tavigliano, ma anche prima la si era già vista. Per quello che si sa, la formazione dovrebbe essere legata alla Lega e, in particolare, alla sua giovanile.
Sempre in provincia di Biella, però, una tappa d'obbligo è Rosazza: questo piccolo comune, infatti, ha offerto ai #drogatidipolitica una delle chicche assolutamente imperdibili in questo turno elettorale. Nel 2016 divenne sindaca Francesca Del Mastro Delle Vedove, sorella di Andrea, deputato di Fratelli d’Italia biellese, e figlia di Sandro, ex parlamentare di AN: allora la lista aveva il simbolo ufficiale di Fdi e - curiosità  già notevole - tra gli eletti c’era Carlo Fidanza, attuale europarlamentare (nemmeno originario di quel territorio). Nel 2021 la sindaca uscente si è ripresentata con un simbolo civico, #Ricostruiamo Rosazza (ma viene da chiedersi: chi l’avrebbe demolita, visto che amministrava lei con le persone di sua fiducia?): il paese ha 124 elettori, hanno votato in 57 e probabilmente qualche rischio di non superare il quorum (anche nella sua nuova versione) esisteva. Si può spiegare così la presenza di una seconda lista che, con notevole esercizio di fantasia, viene chiamata Lista n. 2 (provare, anzi, guardare per credere!)... e il simbolo? "Beh, siam biellesi, perché sprecare colore?", così la scritta nera su fondo bianco con cerchio bordato di nero è stata ritenuta sufficiente. Sarà stato il poco appeal di simbolo e nome, sarà stata la composizione della lista, praticamente tutta fatta di extra muros: come che sia stato, si è verificata un'anomalia assoluta, per cui la seconda lista non è stata scelta da nessuna elettrice o da nessun elettore. Morale, per la serie "Mi piace vincere facile", la competizione elettorale finisce 56 voti a zero e tutti i dieci seggi del consiglio comunale vanno alla lista della sindaca uscente (persino quando le liste sono due, per ottenere i tre seggi di minoranza almeno un voto bisogna prenderlo...).
Facendo, per finire, un salto in provincia di Vercelli, precisamente a Quinto Vercellese, si scopre che lì per la prima volta dopo anni si sono presentate due liste tutte locali: in passato infatti, al di là della presenza stabile della lista Per Quinto (che anche quest'anno ha espresso il sindaco, Giuseppe Ghisio), a rappresentare la minoranza erano stati esponenti di liste esterne di partito o quasi (Fiamma Tricolore, Forza Nuova, una civica di destra nel 2016). La presentazione di una seconda lista locale (denominata Lista civica per il cambiamento, con l'immagine di un libro aperto al centro) ha probabilmente invogliato maggiormente le elettrici e gli elettori a esprimersi: si è recato alle urne ben l'86,02% degli aventi diritto, forse un record a livello nazionale in questo turno elettorale...

In Liguria, essendoci poco da segnalare, ci si trattiene poco. Giusto il tempo di un primo giretto a Orero, in provincia di Genova, dove Giacomo (Mino) Gnecco ha vinto con assoluta tranquillità sulla lista Insieme per Orero, presentata a sostegno della candidatura a sindaco di Iolanda (detta Iole) Bacigalupi vedova Monteverdi: lei ha infatti ottenuto 21 voti (7,05%), comunque sufficienti a portare a casa i tre seggi della minoranza (gli stessi che la lista aveva già ottenuto nel 2016, avendo però raccolto un risultato migliore: 50 voti, pari allora al 15,2%). Si noti che a Orero ha votato il 61,15% del corpo elettorale, quindi non pare che la presenza della lista sia stata suggerita dall'opportunità di evitare problemi di quorum
Prima di lasciare la regione, poi, si può ancora fare un giro ad Armo, in provincia di Imperia. Anche in questo caso elettrici ed elettori trovano sulla scheda due formazioni: ha vinto bene quella dalla grafica più semplice (un campanile con tanto di campane che suonano), vale a dire la lista Pro Armo. Quanto alla seconda compagine in campo, cioè la lista Crescere insieme Armo (con la classica stretta di mano come elemento principale del contrassegno elettorale), ha raccolto in tutto 8 voti (pari al 14,04%) che si sono puntualmente trasformati nei tre seggi di minoranza. Anche in questo caso vale la pena dare un'occhiata all'affluenza e si nota che si è recato alle urne il 64,04%, dunque forse non ci si erano posti particolari problemi di quorum. Appare più probabile che gli abitanti si siano voluti cautelare da eventuali liste esterne e da eventuali sorprese nel risultato finale: qualcosa di simile era accaduto nel 2006, quando la lista Patria e Tradizione - Destra per l'Italia (certamente non legata al paese) con un solo voto si era aggiudicata addirittura 4 seggi (tanti ne spettavano allora alle minoranze nei comuni "sotto i mille").

Qualche tappa in più del nostro percorso si trova in Lombardia, la più popolosa regione italiana: lì, infatti, si scoprono alcuni casi interessanti. Partiamo dal piccolissimo comune di Morterone in provincia di Lecco (28 abitanti, 27 elettori, 22 votanti): lì si presentano due liste composte entrambe di residenti fuori paese (inclusi i sindaci). Ha vinto la lista Monterone insieme - con il profilo del Resegone nel simbolo - grazie a 12 voti (57,14%), sufficienti a ottenere 7 seggi, mentre la seconda lista (anche in base all'ordine sorteggiato per le schede) era del Partito Gay LGBT+, destinatario dei restanti 9 voti (nelle urne si è trovata anche una scheda bianca) e dei tre consiglieri di minoranza. Va segnalato che, a urne chiuse, la lista sconfitta (che proponeva come candidato sindaco Andrea Grassi) ha presentato ricorso, lamentando come Morterone insieme - tutta composta da candidati provenienti da Ballabio, dalla Valsassina e da Lecco - fosse stata ammessa nonostante i documenti fossero stati presentati 30 minuti dopo l'orario limite, mettendo dunque in discussione la regolarità delle elezioni e la vittoria di Dario Pesenti (primo sindaco a non chiamarsi Invernizzi o Redaelli). Il ricorso sarà discusso e magari se ne vedrà l'esito; nel frattempo la vita scorre come può nel paesino a 1070 metri di altitudine, il più piccolo comune d’Italia (e qualcuno potrebbe interrogarsi su quale senso abbia mantenere in vita enti così piccoli). 
Si è parlato poco fa del Partito Gay LGBT+, che certamente non può dirsi confinato ai microcomuni: si è dato conto, nelle settimane scorse, della sua presenza alle consultazioni di importanti città (a partire da Torino, Milano, Bologna, Roma, Napoli). Questa forza politica, in ogni caso, si è presentata pure a Valnegra, nel bresciano, centrando anche lì l'obiettivo di entrare in consiglio comunale con due esponenti, grazie ai 14 voti ricevuti (pari al 12,28%). Il terzo scranno riservato alle minoranze se l'è aggiudicato la lista Impegno civico, sulla base dei suoi 10 voti. Considerando che gli elettori erano 182, 118 dei quali hanno votato, è difficile spiegare la presentazione di una lista dichiaratamente civica (con tanto di montagne nel simbolo, le stesse di cui la lista intendeva evitare lo spopolamento con misure ad hoc) ma dimostratasi ben poco competitiva.
In un certo senso si è ritrovata più logica nella presentazione, nel comune comasco di Veleso, della lista Veleso Futura. Considerando che del 243 aventi diritto al voto si sono recate alle urne solo 119 persone (poco meno della metà, dunque), il rischio di non raggiungere il quorum del 40% del corpo elettorale non era campato in aria (mentre sarebbe stato assai probabile un commissariamento con le regole ordinarie, in base alle quali dovrebbe votare almeno un avente diritto su due). A conti fatti, in ogni caso, la lista in questione ha ottenuto solo 3 voti (2,83%), tanti quanti i seggi di minoranza che le sono stati automaticamente attribuiti, stante la presenza di due sole liste. Bene che si sia evitato il commissariamento, certo, ma casi simili inducono a riflettere sull'opportunità di ritoccare il meccanismo di assegnazione dei seggi (che, in casi come questi, finisce per sovrarappresentare di parecchio le minoranze). 
Nel pavese merita un giretto, invece, innanzitutto il comune di Breme, in cui una lista locale (Lista civica per Breme) fa man bassa di voti, vincendo con il 91,3%. Lì si è presentata anche L'Altra Italia, scelta però soltanto da 3 persone in cabina elettorale. I 27 voti che mancano all'appello sono finiti invece alla lista Patria e Libertà per la Lomellina provincia: questa (inconfondibile con la sua testa di aquila su stella tricolore), con il 7,83%, ha mandato in consiglio comunale Luca Battista, storico esponente della destra sociale della zona (oggi milita in Fratelli d'Italia) e altri due candidati. 
L’Altra Italia ha tentato una sortita elettorale anche a Rognano, sempre in provincia di Pavia, ma anche qui le liste locali erano due e le hanno lasciato solo 4 voti (1,28%). In proporzione è andata decisamente meglio a Sant’Angelo Lomellina alla lista presentata da Grande Nord (ribattezzata in questo caso Grande Sant'Angelo): con 27 voti (pari al 9,34%), infatti, è riuscita a conquistare tutti e tre i seggi di minoranza. Un dettaglio non secondario: considerando che solo il 43,26% del corpo elettorale ha effettivamente esercitato il diritto di voto, qualche rischio di non raggiungere il quorum (anche nella versione "alleggerita" valida per queste elezioni) c'era, quindi la seconda lista aveva oggettivamente una sua utilità, anche se in questo caso non è stata fondamentale.
Se in Emilia-Romagna non si sono registrati casi di comuni "sotto i mille" chiamati al voto (quindi non ci si passa, nemmeno per fare un giro dalle parti di uno degli autori), vale la pena fare una capatina in Veneto, terra di solito poco interessata da questo fenomeno, ma che comunque offre tre spunti degni di nota in altrettanti comuni. I primi riguardano il Partito dei Veneti, movimento dal carattere chiaramente locale: si è presentato a Rotzo, nel vicentino, ma le due liste locali gli hanno lasciato poco spazio, così i voti raccolti sono stati solo 6 (1,25%). 
Oggettivamente è andata un po' meglio a Portobuffolè, in provincia di Treviso: lì sono arrivati 30 voti (pari al 8,85%), trasformati in due dei tre seggi di minoranza. Il terzo se l'è aggiudicato la terza lista presentata, Per Portobuffolè, scelta da 21 tra elettrici ed elettori (6,19%). Vale la pena ricordare che nel 2016 le liste erano state due: se quella vincente era stata sempre Viviamo Portobuffolè - Lega (allora Nord) - i seggi riservati all'opposizione erano toccati tutti a Forza Nuova. Su uno di questi si era insediata Jennipher Gola: proprio lei, in questo turno elettorale, è stata l'aspirante sindaca indicata da Per Portobuffolè (non a caso i media locali hanno parlato della sua come "lista di destra"). 
L'ultima tappa veneta è Selva di Cadore, altro microcomune in cui si sono affrontate due liste (mentre nel 2016 se ne era presentata una sola). La lista Selva c'è! ha vinto senza alcun dubbio, concentrando 289 voti su 300; l'altra formazione, Insieme per Selva di Cadore, ha raccolto i restanti 11 consensi (pari al 3,67%), trasformati nei tre seggi di minoranza. A Selva vota il 65,46% (e anche cinque anni fa l'affluenza, pur risultando più bassa, si era tenuta a distanza di sicurezza dal quorum previsto dalla legge): si può dunque escludere che la presenza della seconda lista sia stata sollecitata dal desiderio di evitare il commissariamento.

La prima parte del viaggio si chiude qui. Nell'attesa di scendere nelle regioni del Centro e del Sud, c'è ancora il tempo di un'ultima segnalazione, un po' piemontese e un po' lombarda. In particolare, a Lozzolo e a Caglio (due comuni rispettivamente in provincia di Vercelli e di Como) hanno partecipato alle ultime elezioni quattro liste, un'anomalia rispetto alle realtà viste sin qui (che non sono mai andate, come si è visto, oltre le tre formazioni in corsa). 
Qui però sembra più difficile pensare a fenomeni strani o potenzialmente torbidi: l'analisi dei risultati (che non danno conto di simboli con un consenso vicino allo zero), infatti, fa pensare quasi sempre a liste espressione di parte delle comunità locali. Ciò non toglie che, a confronto con molti paesi monolista o al più bilista, si sia di fronte a due casi di forte (e insolita) partecipazione alla vita amministrativa. Di più, in entrambi i casi i tre seggi di minoranza sono andati uno a testa alle liste sconfitte (proprio perché non troppo lontane tra loro nei voti ottenuti): per questo, in ciascuno di questi due consigli comunali ci saranno ben quattro gruppi consiliari!

(1 - continua)