giovedì 30 dicembre 2021

Al Senato approda noi Di Centro (e appare un simbolo un po' ritoccato)

Per un flash dal passato basta un attimo, un lampo che si accende e (ri)mette in modo la macchina del tempo, giusto il tempo di ricordare senza bisogno di raccontare tutte le vicende daccapo. Chi scrive ora, per esempio, ha perso di vista per qualche giorno - ebbene sì, duole ammetterlo, ma era pur sempre Natale... - i movimenti tra le varie compagini parlamentari, che invece meritano sempre la massima attenzione. Per averne l'ennesima conferma è bastata, una manciata di ore fa, 
l'apparizione di uno status di Facebook che l'altro ieri ha pubblicato sulla sua bacheca l'ottimo Salvatore Curreri, costituzionalista e puntuale osservatore dei fenomeni di "mobilità parlamentare" (per laCostituzione.info cura e aggiorna la pagina "Gruppi in movimento"). In quel post si dava conto dell'esistenza di una componente politica del gruppo misto al Senato denominata - e le virgolette che seguiranno sono d'obbligo, perché conterà tutto, anche le maiuscole e la punteggiatura - "IDEA-CAMBIAMO!-EUROPEISTI-NOI DI CENTRO (Noi Campani)".
Va subito precisato che non si tratta di una nuova componente, ma - come ha subito rilevato lo stesso Curreri - dell'evoluzione della compagine che fino all'annuncio del nuovo nome il 23 dicembre era denominata "IDEA-CAMBIAMO!-EUROPEISTI": questa, a sua volta, due mesi fa ai riferimenti dei primi due partiti (presenti fin dalla creazione della componente, il 5 agosto 2020) aveva visto aggiungere la denominazione "Europeisti", apparsa all'inizio di questo 2021 ormai consunto al tempo in cui sembrava imminente la nascita di un governo Conte-ter, poi effettivamente mai nato (e sparita alla fine di marzo, poco dopo essersi legata a un simbolo). Già quest'unione a colpi di trattino di quattro forze politiche diverse, con tanto di nome indicato tra parentesi, è in grado di restituire immediatamente un flash, anzi, più di uno. 
Avendo buona memoria possono venire in mente quei lunghissimi nomi di gruppo o di componente, in cui tanti trattini tenevano insieme forze politiche che non sempre apparivano particolarmente affini tra loro: era il caso, pescando dalla XVI legislatura alla Camera, della componente "Italia libera - Popolari italiani - Popolari per l'Europa - Liberali per l'Italia - Partito liberale italiano", oppure dell'affollatissimo gruppo "Popolo e territorio (Noi Sud - Libertà ed autonomia, Popolari d'Italia domani - Pid, Movimento di responsabilità nazionale - Mrn, Azione popolare, Alleanza di centro - Adc, Intesa popolare)" (la cui denominazione, registrando tra parentesi tutte le forze politiche presenti nel gruppo, è cambiata varie volte nel corso dei mesi). Qualcosa di simile potrebbe dirsi per il gruppo "Grandi autonomie e libertà", sorto al Senato nella scorsa legislatura: se negli ultimi giorni di quel mandato parlamentare a quel nome era affiancato solo quello dell'Udc, anche in quel caso in precedenza non ci si era certo risparmiati in lunghezza, mettendo sempre tra parentesi i vari soggetti politici interessati; la penultima denominazione, ad esempio, era stata "Grandi Autonomie e Libertà (Direzione Italia, Grande Sud, Popolari per l'Italia, Riscossa Italia, Salute e Ambiente)", ma in precedenza l'etichetta era stata anche molto più lunga (con la comparsa, tra l'altro, del Movimento politico Libertas e di EuroExit).
Ora, è evidente che la formazione di un gruppo (con i vantaggi che comporta) differisce dalla formazione di una componente del gruppo misto, per giunta al Senato. Lì, come si è già ricordato, dallo scorso maggio si è dettata qualche regola in materia di componenti (peraltro solo con un parere della Giunta per il regolamento senza modificare formalmente il regolamento stesso, dunque senza le procedure e le maggioranze previste per questa ipotesi): oggi si può formare una componente a patto che rappresenti "partiti o movimenti politici che abbiano presentato con il proprio contrassegno, da soli o collegati, candidati alle ultime elezioni nazionali" (e con l'autorizzazione del legale rappresentante del relativo partito, cosa che di fatto non ha escluso che la componente "rappresenti" un partito mai entrato in quell'aula, senza che i membri della stessa aderiscano al partito rappresentato). Se però il regolamento della Camera prevede che "le dotazioni ed i contributi assegnati al gruppo misto sono determinati avendo riguardo al numero e alla consistenza delle componenti politiche in esso costituite, in modo tale da poter essere ripartite fra le stesse in ragione delle esigenze di base comuni e della consistenza numerica di ciascuna componente", nel regolamento del Senato - che quasi non contempla le componenti - non si legge nulla del genere. Per questo - a meno di previsioni o decisioni in altro senso di cui non si è a conoscenza - ci si sente di escludere che la formazione di componenti del gruppo misto in Senato abbia qualche fine diverso dall'ottenere visibilità e, magari, tempo per gli interventi in dissenso (benché anche qui non ci siano regole precise); quella visibilità può dare vantaggi "mediati" (come la possibilità di chiedere l'iscrizione al Registro dei partiti e, in seguito, accedere a qualche beneficio; in prospettiva servirà anche a presentare una lista alle elezioni europee senza firme), ma non dovrebbe portare in automatico spazi e fondi per l'attività parlamentare.
Prendendo per buono quanto si è detto, se la visibilità è il principale scopo alla base della nascita di una componente al Senato, si può dire che l'esistenza di una componente ora serve anche a permettere la visibilità a forze politiche che diversamente non potrebbero ottenerla, essendo state costituite dopo le ultime elezioni politiche. Quando era sorta la componente "IDEA e Cambiamo" (senza punto esclamativo allora), ciò era stato possibile grazie alla partecipazione di IDeA alla coalizione di centrodestra in base a quanto risultava "da un atto notarile" (così si è detto in Giunta per il regolamento: probabilmente si fa riferimento all'atto costitutivo di Noi con l'Italia, cui IDeA aveva concorso), anche se il partito di Gaetano Quagliariello ufficialmente non aveva partecipato alle elezioni, né aveva depositato il suo simbolo: ciò aveva consentito, tra l'altro, al partito di Giovanni Toti di emergere almeno con il proprio nome nei lavori parlamentari. L'aggiunta al primo nome del riferimento agli Europeisti è avvenuta il 28 ottobre, non in corrispondenza di determinati ingressi ma a vari mesi dall'adesione di Sandro Biasotti (7 giugno), Raffaele Fantetti (6 maggio), Mariarosaria Rossi (30 marzo) e Marinella Pacifico (29 marzo): inevitabilmente l'attenzione si appunta soprattutto sui nomi di Rossi e Fantetti, tra i registi dell'operazione Europeisti al Senato all'inizio dell'anno.
L'ultimo ritocco alla denominazione è arrivato, invece, proprio con l'ingresso di due nuovi membri nella componente: Andrea Causin e Alessandrina Lonardo, universalmente nota come Sandra Lonardo in Mastella. La sua presenza chiaramente spiega piuttosto bene l'inserimento di noi Di Centro nella denominazione del gruppo e, volendo, anche quello di Noi Campani, visto che entrambe le formazioni sono legate al marito Clemente Mastella. L'alleanza con Quagliariello era già nell'aria all'atto della presentazione del partito ed è stata confermata pochi giorni fa da Mastella. Non è dato sapere per quale ragione Noi Campani nella dicitura ufficiale del gruppo sia finito tra parentesi e in minuscolo, ma mentre si è impegnati in questo dubbio scatta violento il flash, che rimanda a un tempo assai più vicino di quelli evocati prima. Tocca tornare di nuovo alla fondazione del gruppo Europeisti -  Maie - Centro democratico, nato giusto giusto con dieci membri e solo grazie alla deroga consentita ai partiti che hanno concorso alle elezioni di formare gruppi in corso di legislatura (ciò spiegava la partecipazione del Maie, con Ricardo Merlo e Fantetti, e di Centro democratico rappresentato in quel caso da Gregorio De Falco). 
Ora, dei fondatori di quel gruppo oggi sono parte della componente Fantetti, Rossi e Causin (tre membri sugli attuali nove), dal 2 dicembre Ricardo Merlo ha ricostituito la componente Maie, mentre gli altri membri sono in altre componenti (Liberi e Uguali - Ecosolidali, Italexit per l'Italia-Partito Valore Umano), semplicemente nel gruppo misto o in altri gruppi. Il riferimento in quest'ultimo caso è a due membri del gruppo Pd, cioè Gianni Marilotti e soprattutto Tatjana Rojc. I #drogatidipolitica ricorderanno che fu proprio lei a consentire materialmente il sorgere del gruppo europeista, di fatto "prestata" dal Pd e con il nome aggiunto a penna all'ultimo minuto sulla dichiarazione di costituzione del gruppo. La posizione su quel foglio in cui è stata inserita "in zona Cesarini", in chiara rottura dell'ordine alfabetico, tra Fantetti e Marilotti, si spiega pensando che in quel punto fosse atteso l'inserimento di un cognome tra "F" e "M", per esempio "Lonardo". In un primo tempo i retroscenisti avevano parlato di un diverbio sorto tra Sandra Lonardo e Mariarosaria Rossi: in base a quei rumors, la prima aveva chiesto l'inserimento nel nome anche di Noi Campani, la seconda si era opposta. Entrambe le senatrici avevano subito smentito quel litigio, ma il problema di fondo era rimasto. Basta riprendere quanto aveva dichiarato Lonardo a Emanuele Lauria della Repubblica sulla sua mancata adesione al gruppo
Quando sono andata ieri alla riunione per la costituzione di questo gruppo, mi aspettavo sì una composizione variegata ma almeno sotto un simbolo neutro, quello del Maie, e mi piaceva pure il termine "europeisti". Poi ho visto che hanno voluto a tutti i costi aggiungere "Centro democratico", che è una sigla politica. E allora, con tutto il rispetto, cambia proprio la logica [...]. Quando mai si era discussa una cosa del genere? A quel punto ho chiesto che venisse aggiunta pure la mia sigla, Noi campani. [...] Intanto nella mia regione il Centro democratico ha la metà dei nostri consensi [...]. E poi, ripeto, è una questione di metodo. Io potevo scegliere di far parte di un progetto europeista, senza bandiere politiche. Invece non hanno voluto sentire ragioni. [...] Dopo che sono andata via, ieri, mi hanno richiamato alle dieci e mezza della sera dicendomi che il problema era stato risolto. Invece il simbolo di Centro democratico era sempre lì. Mi sono sentita presa per i fondelli. Vadano pure, io resto nel Misto
Non è corretto considerare l'attuale componente come "naturale successione" del gruppo sciolto a marzo. Certo è che, con l'adesione a una componente già esistente (e ritenuta legittimata a esistere grazie a un partito che pure non aveva presentato il suo simbolo alle ultime elezioni), Sandra Lonardo ha potuto dare visibilità al nuovo progetto politico guidato dal marito e di cui lei stessa è parte (noi Di Centro), ma già che c'era si è voluta togliere la soddisfazione che attendeva riscontro da gennaio, infilando tra parentesi e in minuscolo anche il nome di Noi Campani (che in consiglio regionale fa gruppo con Campania libera e Psi).
Nel frattempo, pur non avendo ancora un proprio sito e propri profili social (che comunque stanno per arrivare), noi Di Centro ha aperto almeno una pagina Facebook per l'organizzazione giovanile. Fin qui nulla di strano (in fondo la conoscenza digitale è più dei giovani che di molti politici di lungo o medio corso). Il fatto è che il simbolo mostrato in quella pagina è un po' diverso da quello visto alla presentazione della "Margherita 2.0": la differenza riguarda soprattutto l'elemento tricolore centrale, molto più sottile (soprattutto nella parte verde) e diverso nei bordi laterali (quello sinistro è totalmente tagliato, quello destro solo in parte). Al momento non è dato sapere se sia questo il nuovo emblema del partito (oggettivamente un po' meno curato rispetto al primo) o se sia una sua variante per i giovani di nDC. Certo è davvero curioso che finora un'immagine del primo simbolo mostrato su schermi e bandiere non sia circolata in rete, né su pagine ufficiali né attraverso i media: ne è prova il fatto che una ricerca su Google o sui profili Fb fa uscire soltanto immagini identiche al simbolo che chi scrive ha ricostruito per questo sito, a partire dalle immagini della manifestazione. L'unico altro esemplare, appunto, è quello ora sfoderato dai giovani, ma per ora non si sa di più; in più, visto il tanto spazio bianco al centro, qualche altro elemento potrebbe trovare posto lì in mezzo. Magari anche un campanile che spunta dal tricolore, chissà. 

lunedì 27 dicembre 2021

Partito liberale europeo, il tribunale conferma: il nome va cambiato

Poco prima delle vacanze di Natale è arrivata la decisione del Tribunale di Roma sul contenzioso sorto tra il Partito liberale italiano e il Partito liberale europeo, almeno per quanto riguarda la sua fase cautelare. Nelle scorse settimane ci si era occupati del decreto, emesso inaudita altera parte (nelle ultime ore di apertura dei seggi per le elezioni amministrative 2021) su richiesta del Pli, con cui il giudice Fausto Basile aveva ordinato al Ple 
"la cessazione immediata dell’utilizzo del marchio figurativo e denominativo, nonché della denominazione sociale". Il 16 dicembre il sito dello studio che difende il Pli ha pubblicato l'ordinanza con cui tre giorni prima lo stesso giudice - della XVII sezione civile, specializzata in materia di impresa - ha in parte confermato il suo primo verdetto, sia pure solo con riferimento al nome, con una motivazione più ampia e dettagliata (anche se questo, come si ricordava, è solo il giudizio cautelare e non ancora quello di merito, la cui prima udienza - a quanto è dato conoscere, in base a pubbliche informazioni - sarebbe fissata nella seconda metà di maggio del 2022).
Innanzitutto, l'ordinanza citata permette di conoscere un po' meglio i termini della causa. In particolare il Pli, nel ricorso con cui aveva chiesto al tribunale di ordinare al Ple di smettere di usare il suo "marchio figurativo e denominativo" e comunque il suo nome perché questi avrebbero violato i marchi registrati dal Pli e il (diritto al) nome utilizzato dallo stesso, aveva rivendicato il deposito come marchio della denominazione "Partito liberale italiano" e di altri "marchi di famiglia" e di essere l'unico soggetto legittimato a farne uso, ritenendosi evidentemente leso dall'uso di un nome in buona parte simile da parte del Ple (di più, la presentazione da parte di quest'ultimo di candidature alle elezioni comunali e suppletive di ottobre avrebbe reso impossibile al Pli attendere i tempi ordinari della giustizia per ottenere un rimedio contro questi usi ritenuti indebiti).
Come si è detto, il giudice aveva emesso il provvedimento richiesto, sia pure non in prima battuta: in un primo tempo l'udienza era stata fissata per il 29 settembre, giorno in cui la difesa del Pli non aveva ancora ricevuto l'avviso di ricevimento della notifica del ricorso al Ple effettuata via posta, ma aveva insistito - in quel caso con successo - per l'emissione del decreto di inibitoria cautelare all'uso del nome (nei giorni successivi, peraltro, il Partito liberale italiano aveva depositato un altro ricorso, relativo al comportamento dei provider Aruba e Facebook, cui evidentemente - stando a quanto si comprende leggendo l'ordinanza - era stato chiesto di eseguire il decreto del giudice non mostrando più il nome del Ple, mentre lo stesso Partito liberale europeo avrebbe diffidato le stesse società affinché non ottemperassero alle richieste del Pli). 
Prima della nuova udienza si era poi costituito il Ple, chiedendo di revocare il decreto di inibitoria (perché la trattazione e decisione del caso spettava al giudice amministrativo, per altre ragioni formali o, comunque, perché le richieste del ricorrente non erano fondate) e di respingere le domande del Pli.  L'udienza, prevista  per il 14 ottobre, è stata poi rimandata al 1° dicembre (visto il ritardo con cui il Ple aveva appreso tanto del ricorso del Pli, quanto del decreto emesso a suo favore e senza aver ascoltato la controparte): solo in seguito a quella nuova udienza il magistrato si è riservato di decidere e ha emesso l'ordinanza che qui si ripercorre. 

Alcune questioni di rito

Si è in primis - e in modo condivisibile - escluso che a occuparsi delle lamentele del Pli dovesse essere il giudice amministrativo: benché a spingere il partito a chiedere una tutela cautelare (per evitare di vedere vanificato un eventuale provvedimento emesso successivamente) fosse stato l'uso elettorale del nome "Partito liberale europeo", la causa aveva a oggetto il "diritto al nome" (e all'uso di un segno distintivo), certamente spettante al giudice civile. 
Più delicata appariva la questione della competenza: secondo il Ple, infatti, non essendo stati registrati come marchi i segni di cui il Pli affermava la titolarità e  lamentava la lesione, non c'era motivo di assegnare la causa alla sezione specializzata in materia di impresa (invece che a una ordinaria). Per il giudice, invece, "per costante giurisprudenza, la competenza va individuata in base alla prospettazione della domanda, a prescindere dalla sua fondatezza o meno nel merito" e certamente il Pli aveva richiesto anche la tutela del segni depositati come marchi: il fatto che alcune di queste domande di marchio non siano state accolte non ha alcun riflesso sulla competenza delle sezioni specializzate in materia di proprietà  industriale, cui spetta conoscere "tutte le controversie sui diritti di proprietà industriale, titolati e non", incluse - come fissato dalla Corte di cassazione - "quelle relative al marchio di fatto non registrato", che ormai gode della stessa tutela giurisdizionale prevista per i segni registrati (in più, visto che il ricorso di cui si parla è stato presentato nel corso della causa di merito già pendente presso la sezione specializzata, è lo stesso codice di procedura civile a prevedere che delle domande cautelari collegate alla causa di merito si occupi lo stesso giudice, dunque la stessa sezione specializzata).
Il magistrato ha poi ribadito di aver fissato un'udienza prima delle elezioni, in modo da instaurare il contraddittorio prima di emettere il provvedimento inibitorio chiesto dal Pli; non essendo però andato a buon fine il tentativo di convocare entrambe le parti prima del voto, attendere ancora con l'inibitoria avrebbe significato comprometterne l'attuazione dell'inibitoria stessa (anche se, come si è visto, il decreto è stato depositato, dunque reso noto e conoscibile, quando ormai il turno elettorale del 3-4 ottobre era quasi terminato). Il ritardo con cui il Ple aveva ricevuto la notifica del ricorso non sarebbe stato poi imputabile al Pli (che avrebbe provveduto a spedire il plico entro il termine assegnato dal giudice e non era tenuto a segnalare l'urgenza della notifica); allo stesso modo, non avrebbe prodotto effetti sul decreto di inibitoria la notificazione del primo ricorso alla vecchia sede legale del Ple (invece che a quella attuale), posto che in ogni caso il contraddittorio è stato correttamente instaurato in seguito (con tanto di concessione di più tempo alle parti, soprattutto al Ple, per integrare le loro difese.

I profili di merito sui marchi...

Nella parte dell'ordinanza dedicata al merito, il giudice ha ritenuto opportuno distinguere le argomentazioni legate alla tutela dei marchi e quelle in materia di tutela del (diritto al) nome/simbolo del partito, partendo dalle considerazioni in materia di segni distintivi.
Da una parte, il magistrato ha rilevato che - in base alle ricerche del Ple, ma che chiunque può svolgere sulla banca dati dell'Ufficio italiano brevetti e marchi, al punto che se ne era già parlato su questo sito mesi fa) di alcuni segni rivendicati come marchio dal Pli è stata rifiutata la registrazione (inclusi il simbolo attuale del Pli e quello del partito negli anni '80, citati espressamente nel ricorso). Questo fatto, secondo il Ple, doveva conferire ai segni rivendicati dal Pli la natura di meri marchi di fatto, "inidonei a conferire al titolare i diritti di esclusiva" e che per giunta sarebbero stati privi di carattere distintivo, essendo formati da parole di uso comune e "facenti chiaramente riferimento alla dottrina politica liberale", non potendosi immaginare il monopolio dell'uso della parola "liberale" in capo al Pli. Per quest'ultimo partito, tuttavia, se il rigetto delle domande di marchio dipendeva - ipotesi che chi scrive ha già trattato da tempo in sede scientifica e su questo stesso sito, immaginandola anche proprio con riferimento al caso che ora si tratta - dalla consolidata posizione del Ministero dell'interno contraria alla registrazione come marchio dei segni con significazione politica aventi le caratteristiche tipiche dei contrassegni elettorali (inclusa la forma rotonda), quei segni meritavano comunque tutela come marchi di fatto, tra l'altro noti da tempo.
Per il giudice chiamato a dirimere questa controversia, anche sulla base dei precedenti in materia di conflitto tra partiti, la tutela basata sulla disciplina dei segni distintivi contenuta nel codice della proprietà industriale opera solo ove "il soggetto politico svolga attività di carattere commerciale", cioè "volta a soddisfare esigenze di carattere prevalentemente economico: ciò è comunque possibile, ben potendo i partiti "
svolgere anche attività di stampo commerciale, legate ad attività editoriali, nonché di comunicazione, propaganda e merchandising, sfruttando la notorietà del segno", così come dal 1992 la registrazione di un segno come marchio non è più preclusa a chi non sia un imprenditore (ed è ragionevole che un partito possa voler registrare un segno notorio a questo riconducibile, così da "impedire a terzi di impiegare segni identici o simili nell'attività economica"). Questo basterebbe, secondo la dottrina che il giudice ha ritenuto di citare, per far ritenere "ancora più solida la protezione del nome dei partiti politici contro gli usi usurpativi in senso ampio, volti cioè a sfruttare economicamente la carica suggestiva della notorietà delle associazioni stesse".
Premesso ciò, il giudice non ha ritenuto di confermare la parte del decreto che inibiva al Ple l'uso del "marchio figurativo e denominativo": il fatto che dei segni espressamente menzionati dal Pli nel suo ricorso sia stata rifiutata la registrazione non esclude una tutela di questi "anche quali marchi di fatto", ma questa per il magistrato si può avere solo in presenza di un uso di quei segni "che comporti notorietà" e deve trattarsi di un uso "idoneo", cioè "effettivo" e avvenuto "nell'ambito di un'attività commerciale volta a soddisfare esigenze di carattere prevalentemente economico del partito politico". Il Pli, in particolare, non avrebbe documentato - pur nella sommarietà dell'istruttoria - usi in ambito economico dei segni di cui chiedeva la tutela almeno come marchi di fatto, non avendo valore sotto questo profilo l'uso praticato e la notorietà acquisita dal simbolo in ambito politico-culturale (né sarebbe stato documentato alcun uso economico del nome o del simbolo del Ple)
Quanto ai marchi effettivamente registrati dal Pli ("Alleanza liberale e democratica per l'Europa ALDE", "Alleanza liberale e democratica per l'Italia ALDI", "Alleanza liberale per l'Europa ALE", "Alleanza liberale per l'Italia ALI", "Liberali italiani”, "Futuro liberale", "Rivoluzione liberale" e "Liberali per l'Italia", il tribunale ha riconosciuto la presenza costante della parola "liberale", come nel nome del Ple, ma a un esame sommario di confondibilità "apprezzata in termini non analitici, ma globali e sintetici" ha escluso - in modo condivisibile - ogni rischio di confusione per gli elettori tra i segni di cui è titolare il Partito liberale italiano e il segno di cui si fregia il Ple. Non si poteva certo immaginare un titolo esclusivo sull'aggettivo "liberale" a favore del Pli o di qualunque altro partito, il che si trasformerebbe in un'esclusiva su "una particolare dottrina politica tradizionale": gli stessi marchi registrati dal Pli, essendo tutti imperniati quasi soltanto sull'aggettivo "liberale", sarebbero qualificabili come "marchi deboli" (un concetto che in questo sito si era già evocato nell'articolo precedente sulla vicenda), marchi cioè dalla scarsa capacità distintiva e "rispetto ai quali qualunque modifica rilevante risulta idonea ad escludere la confondibilità dei segni". 
Quanto alla domanda di marchio relativa al segno verbale "Partito liberale europeo", depositata dal Pli il 26 marzo 2021 - dopo la costituzione del Ple (datata 24 novembre 2020) e dopo le prime iniziative del partito aventi una certa visibilità - e tuttora sotto esame, il giudice è stato netto: sarebbe "evidente l'assenza dei requisiti di registrabilità" del marchio "Partito liberale europeo", non essendo stata presentata la domanda dall'avente diritto, mancando la novità del marchio e, in ogni caso, trattandosi di "domanda di registrazione depositata in evidente mala fede solo dopo l’adozione di tale denominazione da parte del neocostituito Ple".
Tutto questo ha fatto ritenere al giudice che la domanda del Pli quanto al diritto di marchio sarebbe risultata presumibilmente infondata (sul piano, dunque, del fumus boni iuris), dunque non c'era motivo di accordare la tutela anticipata sulla base dell'art. 20 del codice della proprietà industriale (dunque con il diritto del titolare di un marchio di vietare l'uso economico e potenzialmente confusorio di un segno identico o simile), né di imporre al Ple di smettere di usare il "marchio figurativo e denominativo" (non essendoci stato alcun uso "idoneo" di questo tipo).

... e i profili sul "diritto al nome"

Caduti i profili di tutela sul fronte del "diritto al marchio", sono invece stati riconosciuti validi quelli in tema di "diritto al nome", per cui l'ordinanza ha inibito al Partito liberale europeo l'uso "in ogni forma e con qualsiasi mezzo, anche all'interno del simbolo e tramite la rete internet, della denominazione 'Partito liberale europeo'". Si sa che quel "diritto al nome", anche per un soggetto collettivo organizzato, si fonda sugli articoli 6 e 7 (soprattutto il secondo) del codice civile e ha lo scopo di "impedire a terzi di appropriarsi del nome, con pregiudizio alla capacità della denominazione di individuare esclusivamente l'ente che l'abbia legittimamente adottato per primo". L'associazione - anche in forma di partito - che adotta un nome, in altre parole, ha diritto di non vederlo utilizzato da altri soggetti collettivi (onde evitare che sorgano confusioni e che il potenziale identificativo di quello stesso nome si sgretoli), così come ha diritto di agire in giudizio per ottenere che l'uso indebito del nome cessi, così da "proteggere quel complesso di valori e finalità perseguite dal gruppo attraverso la propria partecipazione alla vita collettiva"; è altrettanto noto e assodato che il "diritto al nome" si estenda anche al simbolo, alla sigla e ad altri segni "che abbiano anche solo fattualmente assunto un valore identificativo". 
Per il Ple (rappresentato dal presidente Francesco Patamia), nemmeno la denominazione "Partito liberale italiano", in quanto meramente descrittiva (e non nuova), poteva fondare un diritto di esclusiva a favore del Pli su una qualunque delle parole che compongono il nome e, in ogni caso, la denominazione del Ple era sufficientemente diversa da quella del Pli (ribadendo, in sostanza quanto è stato detto per i segni distintivi). Il giudice ha riconosciuto che, in ambito politico, nomi che usino "espressioni descrittivo-generiche, comuni nello specifico settore di operatività" hanno scarso carattere distintivo e che - come si era detto già nella storica ordinanza del 26 aprile 1991 del Tribunale di Roma sulla disputa tra la futura Rifondazione comunista e il Pds"ai segni di identificazione delle associazioni non riconosciute si applicano le norme che disciplinano i segni distintivi dell’impresa, in quanto espressione di un’esigenza di carattere generale di chiarezza e di non confondibilità"; ha però aggiunto che, anche di fronte a "marchi deboli", per escludere i rischi di confondibilità tra due segni identificativi di associazioni occorre che vi siano state modifiche "idonee ad essere percepite dal pubblico degli elettori con effettivo valore differenziante"
In altre parole, se le variazioni (o le aggiunte) al nome non escludono del tutto il rischio di confusione con le denominazioni già esistenti, "comportando così una scorretta identificazione nella comunità sociale dei due partiti in reciproca competizione", si è comunque di fronte a una confondibilità indebita, anche tra "marchi deboli". Questo principio è stato ricordato, da ultimo, da un'importante sentenza della Corte di cassazione che, a metà di giugno del 2020, ha annullato la sentenza della Corte d'appello di Firenze che nel 2016 aveva sorprendentemente respinto la richiesta di Alleanza nazionale e della Fondazione An di inibire al Nuovo Msi di Gaetano Saya e Maria Antonietta Cannizzaro l'uso del nome del Msi e del simbolo della fiamma tricolore: per la Suprema Corte, se era stato giusto premettere che "la confondibilità va apprezzata in termini non analitici, ma globali e sintetici", non si poteva poi dire che l'aggettivo "sociale" non aveva carattere distintivo e affermare in modo apodittico (quindi senza dare adeguate dimostrazioni) che l'aggiunta dell'aggettivo "Nuovo" e dell'espressione "Destra nazionale" erano sufficienti a evitare la confondibilità.
In concreto, tanto il nome del Pli quanto quello del Ple sono formati da tre parole "di per sé descrittive" ed entrambi i segni identificativi hanno dunque "scarsa capacità distintiva". Riconosciuto questo, per il giudice - nel solco di quanto affermato l'anno scorso dalla Cassazione - non è possibile "valorizzare del tutto isolatamente il significato non distintivo dell'aggettivo 'europeo' presente nel Ple, in luogo di quello “italiano” presente nel Pli, al fine di escludere qualsiasi pericolo di confondibilità di tali enti da parte del pubblico degli elettori e la conseguente confusione sugli elementi essenziali che caratterizzano ciascuno di esso come entità propria nella comunità sociale". La variazione del nome del Ple rispetto a quello del Pli, dunque, non basterebbe a evitare la confondibilità di due partiti "che sono entrambi italiani e operano in posizione di diretta e immediata competizione tra di loro": se non la si pensasse così, per il magistrato, si dovrebbero ritenere non confondibili "denominazioni del tutto simili di partiti politici italiani, differenziate soltanto sulla base dell'aggettivo riguardante soltanto l'ambito territoriale regionale o locale in cui ciascuno di essi opera, ad es. Partito liberale italiano, da una parte, e Partito liberale laziale o romano, ecc., dall'altra"; si penserebbe cioè di essere di fronte a due livelli territoriali dello stesso partito (il che potrebbe dirsi anche per il livello italiano e quello europeo) e non a due soggetti politici diversi. 
Basta la possibilità che la confusione avvenga (senza bisogno che il pericolo si sia tradotto in concreto) per far scattare il presupposto per la tutela richiesta. In più, benché sia passato un certo tempo tra le prime condotte del Ple ritenute lesive e l'avvio del procedimento cautelare da parte del Pli (dieci mesi dopo la costituzione dell'altro partito), è stato comunque ritenuto esistente il requisito del periculum in mora: le prime diffide del Pli al Ple affinché non usasse più quel nome non avevano avuto effetti, nel frattempo il Ple aveva presentato candidature alle elezioni amministrative e suppletive d'autunno e appena aveva saputo di questo il Pli aveva iniziato l'azione cautelare; una volta passato quel momento elettorale, resterebbe comunque intatta "la concreta probabilità che il Ple, ove non venga inibito l'uso indebito, possa partecipare alle future elezioni politiche e amministrative del 2022 con la denominazione 'Partito liberale europeo'".
Il giudice, incidentalmente, ha riconosciuto che i simboli dei due partiti sono diversi, ma "è tuttavia ovvio che, in caso di accertamento dell’usurpazione del nome, il partito che ha violato il diritto al nome altrui non può utilizzare la denominazione ritenuta confondibile neppure nel proprio simboloindipendentemente dal fatto che le parti figurative dei rispettivi simboli non siano tra di loro confondibili". Tutto ciò ha fondato l'ordine al Ple di cessare qualunque uso del nome "incriminato" (specificando che non potrà essere usato nemmeno nel simbolo o sulla Rete), prevedendo anche che Aruba e Facebook diano immediata esecuzione all'ordinanza, in modo che non sia più usata online la denominazione "Partito liberale europeo".

Conclusioni

Il sito del Ple, in effetti, non è più accessibile da alcuni giorni, così come buona parte delle pagine ufficiali social del partito (quelle che resistono non sono aggiornate da oltre due mesi). La decisione del Tribunale di Roma, dunque, questa volta ha avuto effetti concreti e tempestivi. 
Volendo esprimere un giudizio sul provvedimento, il maggior spazio per le argomentazioni e le valutazioni previsto in questa sede - rispetto a quella del decreto emesso inaudita altera parte - rende l'ordinanza meno problematica (per lo meno sul contenuto: la forma, tra concordanze dubbie e parole saltate, è migliorabile...) e comunque più condivisibile. Questo vale soprattutto per le osservazioni dedicate alla tutela del diritto al marchio (qui non applicabile) e, almeno in parte, anche per quelle sul diritto al nome: si sono date oggettivamente più spiegazioni sulla confondibilità e questo aiuta a ragionare e a cercare di seguire le argomentazioni del giudice. 
Certo, il punto del diritto al nome resta il più delicato perché non sembrano sciolti tutti i dubbi, relativi soprattutto all'applicazione dei principi fatti valere qui in altri casi già noti. Si deve premettere - rispondendo con un po' di sorriso, sperando che nessuno si offenda - che non è facile, per chi scrive e per chiunque appartenga alla categoria dei #drogatidipolitica, ammettere che "l'elettore medio" possa non conoscere ed apprezzare la differenza tra Partito liberale italiano e Partito liberale europeo o che, non conoscendola, si faccia confondere invece che cercare di informarsi: occorre riconoscere che "il pubblico degli elettori" di cui parla il giudice è variegato e spesso non troppo interessato a quelli che può considerare dettagli (anche quando non lo sono). Ciò detto, è impossibile non notare che finora nessuno si è sognato di contestare, men che meno in ambito elettorale, la coesistenza del Partito comunista (Rizzo) e del Partito comunista italiano (Alboresi): sono due soggetti ben distinti (e anche piuttosto battaglieri), ma benché un nome sia di due parole e l'altro di tre non sembra troppa la differenza rispetto all'esempio "Partito liberale italiano / Partito liberale laziale" fatto nell'ordinanza. Certo, si potrebbe dire che quella coesistenza è stata permessa dal fatto che in quel caso non c'è stato - che si sappia - alcun contenzioso in sede civile, ma se ci fosse stato il problema si sarebbe posto: in ogni caso, la convivenza tra Pc e Pci rimane ed è giusto interrogarsi sui due casi a confronto. 
Sul piano giuridico la causa, come si diceva all'inizio, non è chiusa: il processo di merito è previsto tra cinque mesi (e in quella sede si dovrà anche decidere sulle spese del giudizio cautelare). Sul piano politico, appare pienamente soddisfatto il Pli (che, anzi, nel suo sito espone che "valuterà la richiesta dei danni essendosi presentato il P.L E. alle amministrative in alcune città e anche alle elezioni suppletive camerali in un collegio", ma intanto "esulta per questa vittoria ed ora potrà dedicarsi a festeggiare il suo centenario che si terrà in varie città d’ Italia per concludersi l’ 8 ottobre del 2022"). Sull'altro fronte, non è peregrino pensare che la vita di quello che fino a pochi giorni fa si chiamava Partito liberale europeo non sarà molto duratura: posto che per agire dovrebbe comunque cambiare nome (anche se "alleggerito" rispetto al decreto inaudita altera parte, il contenuto dell'ordinanza non cambia la situazione del già-Ple, a meno che nel giudizio di merito ovviamente la sentenza sia di segno diverso), non è improbabile che alcuni dei suoi aderenti o fondatori scelgano di continuare la loro attività politica in altri soggetti di area liberale. Probabilmente sarà sufficiente attendere qualche settimana per capire come andranno le cose.

mercoledì 22 dicembre 2021

Liberazione Italia, nuovo simbolo e nuova vita fuori dai Gilet Arancioni

Il nuovo simbolo
Chi periodicamente passa in rassegna le pagine legate a partiti e movimenti per scoprire eventuali novità rilevanti, trascurabili o microscopiche può restare colpito di fronte a un simbolo modificato abbastanza da farsi notare e da richiedere di essere guardato con più attenzione, per percepire le differenze e per capire cosa ci sia dietro al ritocco: una semplice evoluzione del segno o, magari, una "ripartenza", un cambio di direzione che meritava di essere segnalato anche dal punto di vista grafico. Ciò vale per i partiti di rilievo, ovviamente, ma la curiosità scatta anche - e forse soprattutto - per le formazioni minori, quelle che fanno la felicità dei #drogatidipolitica (e, probabilmente, la disperazione di chi vive accanto a loro o li osserva, senza riuscire a capirli). 
Il simbolo precedente
Così, in questi giorni, tra una scorribanda e l'altra su Facebook ci si è trovati di fronte alla pagina di Liberazione Italia, un nome che certo non suonava nuovo. Si tratta infatti di una delle forze politiche che nel mese di febbraio del 2019 hanno costituito il Movimento Gilet Arancioni, soggetto politico che ha come portavoce Antonio Pappalardo, a sua volta tra i fondatori del Movimento Liberazione Italia nel 2016. E se il nome, rispetto agli inizi è stato accorciato, anche il simbolo appare diverso rispetto a quello depositato al Viminale nel 2018: al centro c'è sempre un quadrifoglio stilizzato (anche se le quattro foglioline non sono più fatte da cuori pienamente leggibili), ma se prima il tricolore era dato dalla sovrapposizione di tre foglie diverse, ora al centro del cerchio c'è un solo quadrifoglio, tinto dei colori della bandiera ma con le fasce dai contorni interni irregolari. In particolare, la fascia bianca al centro a contorno curvilineo dà l'impressione di una fenice fiammeggiante ad ali spiegate. Dall'emblema è anche sparita la stella con la sigla CLI (dei Comitati Liberazione Italia), sostituita da un segmento curvilineo tricolore, sormontato dalle parole d'ordine del movimento, "lavoro, famiglia, libertà"; niente tricolore invece sul bordo, che questa volta è diventato nero (come il nome scritto nel bordo interno).
Il nuovo simbolo
del Movimento Gilet Arancioni
Qui, più ancora che interrogarsi sulle modifiche del simbolo (che probabilmente risalgono a febbraio), sembra opportuno chiedersi come mai l'emblema sia riapparso, visto che il Mli aveva aderito ai Gilet Arancioni. Da un po' di tempo, tra l'altro, anche il simbolo degli stessi Gilet Arancioni è cambiato (almeno sul nuovo sito web, non sulle pagine dei social): il cerchio è stato diviso nettamente in due in orizzontale e, nella parte superiore, su fondo arancione sfumato, è apparso per la prima volta il gilet citato all'interno della denominazione (nel segmento inferiore è rimasto il tricolore, con la chiave di violino e l'espressione "Si cambia musica", come il nome virata al colore arancione e contornata di bianco). 
Tornando a Liberazione Italia, guardando qua e là si scopre che non c'è nemmeno più il vecchio sito, ma anche qui ne è stato costruito uno nuovo (https://liberazioneitalia.weebly.com/), dal quale si evince che il presidente di Liberazione Italia è tuttora uno dei fondatori, Giuseppe Pino (mentre segretaria è Eleonora Pino). Giuseppe Pino, già commissario della Polizia di Stato, fino circa a un anno fa era il vicepresidente del Movimento Gilet Arancioni e spesso ha operato accanto a Pappalardo, venendo indicato come suo "numero 2"; il nuovo sito dei Gilet Arancioni, tuttavia, non lo riporta più, così come Pappalardo non figura più nel nuovo sito di Liberazione Italia. Il doppio cambio di simbolo e di sito, insieme alla sparizione reciproca dei nomi, in effetti fa pensare che qualcosa sia accaduto, al punto da giustificare una frattura.
In rete non si trova granché sul punto, ma da un paio di video (di un anno fa: il 17 dicembre il filmato di Pappalardo, il 18 dicembre quello di Pino) emergono contrasti, dissapori, finiti anche in parole pesanti: non se ne sa di più, se non che evidentemente quelle divergenze hanno portato a dividere i due progetti, facendo proseguire i Gilet Arancioni e inducendo a riprendere Liberazione Italia, ritoccando entrambi gli emblemi per mostrare che qualcosa era cambiato rispetto al passato. Sarà il tempo a dare conto degli effetti di questi cambiamenti. Nel frattempo Liberazione Italia si presenta come "organizzazione politica che parla al cuore della gente" e che "nasce dal bisogno dei cittadini italiani di restituire dignità e valore sociale alle famiglie e ai lavoratori, di ripristinare i valori nazionali, di recuperare l'orgoglio di italianità, di contribuire a rafforzare il senso della Patria, dell'identità nazionale e della conoscenza delle nostre radici storiche".

martedì 21 dicembre 2021

Divorzio in +Europa: ecco i termini dell'accordo con Italia Europea

Sono passati cinque mesi dal secondo congresso di +Europa, che ha eletto segretario Benedetto Della Vedova e presidente Riccardo Magi. Alla scadenza si era però arrivati con polemiche legate soprattutto alla regolarità statutaria di varie iscrizioni 
al partito "cumulative" e ai potenziali effetti di queste sull'esito del congresso previsto nel 2021. Quelle critiche avevano fondato a marzo il voto di sfiducia nei confronti dell'allora tesoriere Valerio Federico (al quale erano seguite, una manciata di ore più tardi, la presa di distanza di Emma Bonino e le dimissioni di Della Vedova da segretario, decisione che aprì la via del congresso straordinario) e a giugno l'azione davanti al tribunale di Roma di alcuni dirigenti del partito (membri dell'assemblea nazionale e coordinatori di gruppi territoriali) che avevano sollevato il problema delle iscrizioni "cumulative", con cui si era chiesto di invalidare il congresso e alcuni atti che l'avevano preceduto. Il contenzioso formalmente non è ancora chiuso, ma a quanto si apprende è stato raggiunto un accordo tra +Europa e il gruppo degli attori: si avrà la rinuncia agli atti e alle azioni intraprese, sulla base di una transazione che formalizza di fatto una scissione per "separazione consensuale" tra le due anime del partito, con il pagamento di 57mila euro da parte di +Europa a Italia Europea, associazione di riferimento di coloro che si erano rivolti al giudice.

Il contenzioso in breve

La questione, come si è visto in passato, non ha ricadute di tipo "simbolico" (nel senso che non si discute sulla titolarità di simboli o contrassegni), ma è ugualmente interessante e merita di essere approfondita qui perché riguarda vari aspetti di "diritto dei partiti" e di vita concreta dei soggetti politici, spesso litigiosa e comunque mai semplice. 
Come si è detto, a metà giugno otto iscritti di +Europa (Riccardo Lo Monaco, Francesca Mercanti, Diana Severati, Alessandra Senatore, Cristina Bibolotti, Nico Di Florio, Matteo Di Paolo ed Emanuele Pinellisi erano rivolti al Tribunale di Roma con un atto di citazione. Si era chiesto innanzitutto di accertare e dichiarare l'invalidità o l'inefficacia della convocazione delle assemblee di +E che avevano approvato il regolamento congressuale e alcune modifiche statutarie ed eletto varie cariche, nonché della convocazione del congresso, lamentando il mancato rispetto delle norme dello statuto in materia e altri vizi (ad esempio il diverso peso congressuale attribuito ex post agli iscritti in base agli anni di iscrizione). Nella citazione, poi, si precisavano le censure relative alla "impossibilità di individuare in maniera certa gli iscritti al partito" (sempre per la questione del tesseramento "cumulativo"): ciò, per gli attori, era grave sia sul piano della validità del congresso (perché aveva ricadute sulla legittimazione della base associativa come corpo elettorale congressuale), sia dal punto di vista delle norme sulla trasparenza del finanziamento privato ai partiti. Oltre a puntare all'invalidità degli atti citati e delle iscrizioni per il 2020/2021, gli attori avevano chiesto al Tribunale di Roma di sospendere in via cautelare le delibere e la loro esecuzione, per evitare di danneggiare gli iscritti al partito: conseguenza principale della richiesta sarebbe stata la sospensione del congresso (previsto a Roma dal 16 al 18 luglio)Ciò, però, non è avvenuto: la prima udienza del processo cautelare, del resto, si è svolta il giorno dopo la celebrazione del congresso (il giudice non aveva adottato provvedimenti inaudita altera parte): si sono ricordati prima gli esiti di quel congresso, ma il contenzioso è proseguito e +Europa aveva già avuto modo di contestare le censure mosse nell'atto di citazione con un proprio atto. 
Al di là degli argomenti impiegati per respingere varie doglianze degli attori (non noti, non avendo visto gli atti di parte resistente), è facile immaginare che una parte rilevante del confronto abbia riguardato, di nuovo, il tesseramento, le sue caratteristiche concrete e le sue conseguenze sulla sua "bontà", anche in relazione alla determinazione della platea congressuale. In particolare, già prima che la disputa fosse trasferita in tribunale, l'ex tesoriere Valerio Federico aveva detto di aver appreso che la piattaforma impiegata per i versamenti non permetteva "di legare la carta di credito al nominativo di chi versa" (dunque la tracciabilità di quel mezzo di pagamento). Interpellato sulla validità delle iscrizioni cumulative (che apparivano cioè effettuate con lo stesso mezzo di pagamento e quasi contestuali), alla luce dell'art. 5.2 dello statuto allora vigente ("Si consegue la qualità di Associato con il pagamento della quota di iscrizione annuale, che deve essere versata individualmente da ciascun Associato, essendo escluse le iscrizioni collettive"), il collegio di garanzia del partito aveva ritenuto essenziale per la loro validità che queste iscrizioni fossero individuali, cioè che fossero "espressione di una consapevole volontà di ciascuna persona che compie questa scelta", ma ciò non impediva che l'atto materiale del pagamento fosse affidato da più persone allo stesso soggetto. In quei casi, in particolare, il collegio di garanzia aveva dato conto dei controlli - in particolare con contatti via mail o telefonici - che il tesoriere avrebbe potuto svolgere per verificare la volontà di aderire a +Europa di ogni soggetto la cui quota di iscrizione fosse stata parte di un pagamento cumulativo (e non legata a un versamento personale), ritenendosi l'iscrizione non efficace né "perfetta" - ma comunque valida - fino all'esito positivo di quei controlli "alternativi" (risultando invece nulla in caso di esito negativo).
La posizione vista sin qui - verosimilmente contenuta anche nelle difese di +Europa - non doveva avere convinto il gruppo che si era rivolto al giudice: nelle scorse settimane avevano divulgato in rete alcuni numeri su cui gli attori avevano fondato i loro dubbi circa la "bontà" della platea dei soci. In particolare, in base a quei dati, sarebbero stati considerati indici di "anomalie" il fatto che oltre 2000 iscritti - su un totale di oltre 2800 - non fossero stati iscritti l'anno prima al partito (e oltre 1700 fossero alla loro prima iscrizione) e che oltre il 40% delle iscrizioni fosse stata effettuata con un mezzo di pagamento comune ad almeno un altro tesserato; altre anomalie sarebbero emerse dal raffronto tra numero di iscritti nelle varie Regioni e di contribuenti di quegli stessi territori che avevano destinato - in modo certamente volontario - il 2 per 1000 a +Europa (con alcune discrepanze che spiccavano: se in Lombardia erano indicati 421 iscritti e 11208 contribuenti e in Emilia-Romagna il rapporto era di 211 a 3781, in Campania a fronte di 419 iscritti c'erano solo 1416 contribuenti, mentre in Sicilia a 367 aderenti corrispondevano soltanto 1233 contribuenti). Riesce facile immaginare che invece, per +Europa, più rilevanti di qualunque dato siano state le verifiche compiute dalla Tesoreria del partito per accertare l'effettiva volontà dei soggetti di iscriversi e, in caso di esito positivo, validare e rendere efficaci anche le iscrizioni sulla carta "anomale". 

L'accordo +Europa - Italia Europea

Ora, come si è detto, sono passati oltre cinque mesi dal congresso cui si riferiva l'azione iniziata a giugno. Il giudizio cautelare risulta - salvo errore - estinto da pochi giorni, mentre pende tuttora il giudizio di merito, con la prossima udienza prevista alla metà di luglio. Nel frattempo, tuttavia, è insorto un fatto nuovo: il 6 novembre 2021, infatti, è stato trovato un accordo tra +Europa (nella persona del segretario Della Vedova) e coloro che avevano intrapreso l'azione per invalidare la convocazione del congresso e altri atti presupposti e connessi (nella persona del loro avvocato). La transazione non comporta automaticamente l'estinzione anche del giudizio di merito (una persona era intervenuta, aderendo alle posizioni di coloro che avevano iniziato l'azione, e ora vorrebbe continuare il giudizio: a luglio si dovrebbe discutere soprattutto di questo), ma su questo c'è stata la convergenza di attori e convenuto, quindi merita di essere analizzato a dovere.
L'accordo, di cui I simboli della discordia ha appreso il contenuto, contiene affermazioni di principio e di valore politico, nonché disposizioni ben più concrete: sembra peraltro opportuno leggere queste ultime alla luce delle prime, dunque è bene procedere con ordine. In particolare, +Europa e le persone che avevano impugnato gli atti, tutte aderenti alla componente Italia Europea (nata nel 2019 come lista per il congresso di quell'anno, poi divenuta un'associazione autonoma), "pur rimanendo ferme sulle proprie posizioni in merito alla controversia stessa e senza alcun riconoscimento delle rispettive ragioni", si sono trovate d'accordo, "vista l'impossibilità di coesistere all'interno del medesimo soggetto politico, di formalizzare la separazione consensuale". Qui occorre fermarsi un attimo, se non altro perché i #drogatidipolitica in fase avanzata non possono non avere un flash che faccia riemergere dalla memoria i capoversi iniziali del "patto di Cannes" del 24 giugno 1995: lì Rocco Buttiglione e Gerardo Bianco presero atto "della insanabile divisione insorta all'interno del Partito Popolare Italiano" (di natura politica, ma puntualmente finita in tribunale per questioni giuridiche) ed espressero "il comune proposito di vivere questa dolorosa lacerazione con uno stile di rispetto reciproco, di tolleranza e di cristiana fraternità". A parte quest'ultimo punto decisamente cattopolitico, l'atmosfera non sembra molto diversa da quella che si respira ora tra le parti dell'accordo siglato un mese e mezzo fa (e neppure, volendo, da quella che aveva caratterizzato la frattura all'interno del Nuovo Psi nel 2007, per cui i gruppi legati rispettivamente a Stefano Caldoro e Gianni De Michelis, "preso atto della inconciliabilità ed irreversibilità delle diverse scelte politiche ormai maturate all'interno del partito", scelsero di "procedere consensualmente alla divisione delle due componenti del partito").
La "separazione consensuale" si concretizza, da parte di coloro che si erano rivolti al Tribunale di Roma, nella "rinuncia agli atti e all'azione (cautelare e di merito)"; a +Europa, per parte sua, è toccato il "riconoscimento in favore dell'associazione 'Italia Europea' di un corrispettivo economico pari a € 57.000,00 comprensivo delle spese legali", somma da corrispondere con un primo pagamento di 7.000 euro (già effettuato) e con ulteriori dieci rate mensili di 5.000 euro.
Fin qui il contenuto dell'accordo, di cui si prende certamente atto; qualche riflessione, peraltro, non sembra fuori luogo. Per prima cosa, è sicuramente vero che entrambe le parti, sottoscrivendo l'atto, hanno precisato che rimangono ferme nelle loro posizioni (il che non è certo una novità: lo fecero anche, di nuovo, Ppi e Cdu nella transazione che nel 1999 chiuse definitivamente i loro contenziosi sui fatti di quattro anni prima) e non riconoscono le rispettive ragioni; è molto significativo, tuttavia, che +Europa abbia accettato un accordo, con il quale si è impegnata anche a versare una somma di denaro alla controparte. Come è noto, infatti, in caso di scissione a chi abbandona il partito (magari per fondarne un altro) non spetta nulla del patrimonio del soggetto politico-giuridico che lascia, almeno secondo le norme vigenti; le parti, ovviamente, restano libere di accordarsi e agire in modo diverso. Tanto coloro che si erano rivolti al tribunale, quanto +Europa avrebbero potuto decidere di continuare l'azione, ritenendosi nel giusto, e affrontando le conseguenze della loro scelta: il fatto che +Europa, dopo aver regolarmente tenuto il proprio congresso (come si è visto, il giudice non aveva ritenuto di concedere un provvedimento di sospensione inaudita altera parte, cosa che dal partito era stata valutata positivamente) abbia comunque scelto di raggiungere un accordo non equivarrà certo al riconoscimento delle ragioni della controparte, ma di fatto l'esistenza di un corrispettivo da versare a controparte "comprensivo delle spese legali" (o almeno di una parte di queste) a fronte della sua rinuncia agli atti e all'azione appare compatibile con l'idea che il giudizio di merito potesse riconoscere la fondatezza anche solo di parte delle doglianze di coloro che avevano impugnato gli atti dei partito. 
 

Il futuro di Italia Europea

Altrettanto significativo appare il fatto - non trascurabile - che il citato corrispettivo della rinuncia agli atti sia stato riconosciuto all'associazione Italia Europea e non alle singole persone che avevano iniziato il giudizio. Questo, insieme alla presa d'atto della "impossibilità di coesistere all'interno del medesimo soggetto politico", costituisce di fatto il riconoscimento (al di fuori, ovviamente, degli atti su cui si era instaurato il contenzioso) di Italia Europea come soggetto politico collettivo: le otto persone citate nell'atto di citazione, dunque, non si sono viste riconoscere quel corrispettivo come soggetti singoli, ma come membri del soggetto collettivo Italia Europea, cui aderiscono anche altre donne e altri uomini. 
L'associazione politica Italia europea, in particolare, intende promuovere - come si legge nel suo sito - "la formazione di una forza politica liberaldemocratica e europeista" in base ai "principi dell’Unione europea", letti come valori politici e come opportunità per l'Italia (libera circolazione di persone, merci, servizi e capitali; indipendenza della BCE e politiche di stabilità finanziaria; concorrenza economica, equità sociale, garanzia dei diritti indisponibili e della dignità della persona umana).
Il soggetto non esiste solo sulla carta: Italia Europea ha già organizzato, a luglio, un convegno intitolato L'Agenda Draghi e il partito che non c'è, con la partecipazione di vari esponenti politici e culturali del mondo liberal-democratico (di diversa estrazione e attuale appartenenza), come Giuseppe Benedetto, Veronica De Romanis, Sergio Scalpelli, Luigi Marattin, Alessia Cappello e Sofia Ventura. In quell'occasione, l'associazione ha affrontato il nodo dell'assenza di una forza politica che, di fronte all'area sovranista e all'edificando polo demopopulista, riesca a contrapporre un'offerta elettorale competitiva di ispirazione e cultura politica che oggi si sarebbe tentati di definire "draghiana". Altrove nella corrispondente area politica c'è un unico soggetto partitico o ce n'è uno dominante, in Italia no.
Da quanto si capisce, la posizione di Italia Europea si traduce in una proposta allo stesso tempo fusionista e costituente: tutte le forze politiche e associazioni che oggi si riconoscono nell'area libdem (e tutti coloro che si sentono liberaldemocratici ma si ritrovano emarginati dalle tendenze degli schieramenti di centro-destra e centro-sinistra) sono invitate a concorrere a un processo di aggregazione che si dimostri in grado di scardinare un quadro politico sempre più consolidato intorno al bipolarismo rivisitato dei nuovi anni '20 (stavolta in chiave "bipopulista"). Su questo si è espressa proprio a luglio Alessandra Senatore, co-presidente (con Piercamillo Falasca) di Italia Europea: in un suo articolo su Linkiesta, ha spiegato che Italia Europea intende lavorare alla costruzione "di un soggetto politico elettorale che sia chiaramente e decisamente autonomo e alternativo al centro-destra e al centro-sinistra, che abbia un’organizzazione democraticamente strutturata attorno a precise istanze ideologiche liberali, europeiste, atlantiste e che pertanto si riconosca naturalmente nella famiglia dei liberal-democratici europei". Non è Italia Europea, ovviamente, il "partito che non c'è", ma vorrebbe concorrere a costruirlo, con chi vuole ottenere lo stesso risultato; lo farà non come somma di persone ma come soggetto autonomo, con un simbolo ancora provvisorio (tutto lettere e colori) e un percorso tutt'altro che semplice (che peraltro sfida anche la sorte: la sede di Italia Europea è in via Poli, una strada che non ha portato benissimo ai partiti che vi si erano stabiliti, da Futuro e libertà a Scelta civica ad Ala; tutte queste si sono però avvicendate al civico 29, mentre Italia Europea ha preferito allontanarsi un po' da quei ricordi poco fortunati, installandosi al civico 3).

giovedì 16 dicembre 2021

Simboli fantastici (30): Bocciati (e mai presentati) in Friuli-Venezia Giulia

Chi ha seguito attraverso questo sito la presentazione dei contrassegni in vista delle ultime elezioni politiche ed europee ricorderà che, in entrambe le occasioni, era stata sfoggiata una "fantabacheca" dei simboli che al Viminale avrebbero fatto ottima figura, ma non ci erano mai arrivati (ecco quella del 2018 e quella del 2019). Quello stratagemma torna buono ora, stavolta su scala non nazionale, ma regionale, e con una chiave di lettura fantastico-satirica (ma, proprio per questo, saldamente ancorata ad alcuni elementi di realtà). In effetti, a distanza di poco più di due mesi dalle elezioni amministrative che si sono svolte in gran parte dell'Italia il 3 e il 4 ottobre, c'è chi si è premurato di far conoscere i contrassegni delle liste che sono state escluse alle amministrative in Friuli - Venezia Giulia, anche perché in effetti nessuno ha pensato di presentarle: una sorta di Salon des Refusés imaginaires, in cui si può trovare di tutto, comprese assonanze con qualcosa di già noto, con ironia tagliente sparsa a piene mani in ogni fantaproposta elettorale e nei relativi emblemi.

Gli autori

L'iniziativa (assolutamente meritoria, almeno per i #drogatidipolitica che esercitano anche la fantasia e non sono affezionati alla sola realtà dei numeri) si deve al gruppo di Mataran, rivista satirica uscita per la prima volta il 
6 febbraio 2015 - il nome in furlan richiama la figura del "matto", della persona originale che ogni paese ha conosciuto almeno in un esemplare - e che da allora ha proseguito la propria attività con periodicità variabile e con diffusione multimediale (ora su carta, ora solo online). La redazione, in origine "composta quasi esclusivamente da under 35 friulani, pordenonesi, bisiachi e giuliani (questi pochissimi, assicuriamo)" (così si legge, testualmente, nel sito della testata), in questo lustro abbondante si è impegnata in moltissime iniziative satirico-artistiche, editoriali (non di rado facendo il verso a note testate locali) e di altro tipo, dalla realizzazione delle Carte Matarane (carte da briscola interpretate da oltre quaranta tra disegnatori, fumettisti e illustratori friulani) all'organizzazione di eventi-spettacolo, sempre con il sorriso - intelligente e tagliente - sulle labbra. 
L'ultima iniziativa editoriale proposta, proprio in questo 2021, è il Frico, un inserto "dal sapore deciso" (come il piatto tipico friulano da cui prende il nome) allegato al settimanale il Friuli ogni ultimo venerdì del mese: in quelle otto pagine c'è un concentrato di satira per testi, immagini, disegni, fotomontaggi e l'immancabile spazio Friûlcraft. Il periodo della pandemia è stato impegnativo anche per la redazione di Mataran (con varie attività sospese, rinviate o proposte in altre forme), ma a ripagare gran parte degli sforzi è arrivata, a settembre, l'assegnazione del Premio Satira Politica di Forte dei Marmi, nella sua edizione numero 49. I giurati hanno premiato l'esercizio continuo e sempre curato di satira (soprattutto su carta stampata, ma non solo) dal 2015 fino a oggi, in tempi in cui può riuscire difficile persino ridere come si deve, un po' per la situazione sempre più tesa e difficile, un po' perché ormai i linguaggi si sono confusi e si finisce per ridere (in modo sguaiato) o sogghignare un po' dappertutto, spesso senza aver avuto la cura di attivare il cervello, salvo poi prendersela con chi fa satira per davvero.

L'idea

Proprio nello stesso numero del Frico che conteneva la notizia della vittoria del premio si trovava anche il servizio che ha generato questo articolo. Nel mensile, uscito pochi giorni prima delle elezioni amministrative del 3 e 4 ottobre, era infatti presente una doppia pagina contenente le dodici fantaliste, legate ad altrettanti comuni (ovviamente verissimi, effettivamente tra quelli chiamati a rinnovare la loro amministrazione), che secondo la redazione di Mataran non erano riuscite ad arrivare sulle rispettive schede elettorali per i motivi più diversi. 
La scelta del tema, naturalmente, non è stata casuale: "Le elezioni, per chi fa satira, valgono un po' Natale e Carnevale messi insieme - spiegano dalla redazione - perché accade di tutto e c'è moltissimo materiale su cui si può lavorare. In passato abbiamo certamente dedicato spazio alle elezioni regionali, che inevitabilmente attiravano il nostro interesse, ma meritavano la nostra considerazione anche le realtà comunali che erano coinvolte da questo turno elettorale d'autunno: c'erano due capoluoghi, cioè Pordenone e Trieste, ma andavano al voto anche tanti piccoli comuni e ognuno di questi ha proprie peculiarità, molto riconoscibili. Abbiamo scelto dieci di questi comuni, da affiancare ai due capoluoghi, e ci siamo espressi!". Piuttosto che fare ironia su chi effettivamente partecipava alla competizione, tuttavia, il gruppo di Mataran ha scelto di concentrarsi su fantomatiche liste mai presentate ma rigorosamente "escluse dal voto", così da potersi sbizzarrire ancora meglio.
Anche qui, però, è stata la realtà a fornire lo spunto per far scattare la satira: "Avevano fatto parecchio rumore - ricordano dalla redazione - i casi delle due liste #AmiAmoPordenone per Anna Ciriani e Noi con l'Italia per Dipiazza sindaco di Trieste, entrambe prima escluse per difetti legati alla raccolta e all'autenticazione delle firme, poi riammesse dai giudici amministrativi. Questo ci ha invitato a esercitare la nostra fantasia anche con riguardo ad altri potenziali esclusi dalle sfide elettorali, immaginandoci i motivi più diversi". Sono state così create dodici liste, con un profilo di alcune righe per presentarle e dare conto dell'esclusione; ovviamente, insieme alla lista, non si poteva non immaginare anche un simbolo per ciascuna, mettendoci peraltro una certa cura per renderli ora verosimili, ora platealmente improbabili ma sempre ben fatti. Insomma, #veramentefalsi.
  

I simboli e le liste

Iniziando la "rassegna dei fantomatici reietti" proprio da Pordenone, ai matarans della redazione è venuto facile constatare che sulla scheda i Ciriani erano già due: oltre alla riammessa Anna Ciriani (già mancata candidata consigliera comunale di Rebalton nel 2016 e aspirante europarlamentare nel 2019 inserita nelle liste dei Popolari per l'Italia), infatti, c'era anche Alessandro Ciriani, candidato sindaco del centrodestra (poi risultato vincitore) e fratello del senatore di Fratelli d'Italia Luca Ciriani. A quel punto, tanto valeva esagerare e sparare la Lista Cirillo Ciriani (e famiglia) sindaco, vale a dire "una lista formata da soli Ciriani, composta dai familiari e altri assoldati nel gruppo Facebook 'Quelli che di cognome fanno Ciriani'", inclusi due omonimi opposti dei Ciriani veri (un ex marxista-leninista e una suora orsolina). A escludere la lista è stata l'autenticazione delle firme, cui avrebbe provveduto - casualmente senza avere titolo per farlo - il carlino del candidato sindaco, Fufi (guarda caso) Ciriani.
Niente saghe familiari a Trieste, ma un rischio politicamente molto più insidioso e col rischio di prendere botte da orbi. Lì, infatti, si è immaginata la lista Pugili nazisti, affidandone la guida a un consigliere uscente per-niente-falso, ossia Fabio Tuiach, ex pugile e portuale eletto nel 2016 nella lista della Lega Nord (poi, dopo l'espulsione dal gruppo, passato a rappresentare per alcuni mesi Forza Nuova). La redazione ha così configurato una lista a tinte forti (il cui simbolo, a fondo rosso, recava l'alabarda triestina nera su tondo bianco e scritte con font inequivocabilmente evocativi di certi anni bui), composta "da soli uomini bianchi italiani con pallino per i calzoncini, la depilazione e Adolf Hitler". Alla base della ricusazione ci sarebbero state le troppe firme eseguite "con una croce. Uncinata"; l'esclusione è stata confermata nonostante i candidati avessero minacciato di "marciare su Trieste come Martin Luther King e Gandhi".
Esauriti i capoluoghi, tanti altri centri hanno attirato l'attenzione del collettivo di Mataran. Palmanova, per esempio, è nota per la sua forma a stella, ben visibile dal satellite; in più, in una regione di per sé molto militarizzata ("essendo ai confini dell'Impero"), la cittadina fortificata storicamente ha visto la presenza di molti militari, in gran parte di origine meridionale. Questo dato di fatto ha suggerito l'idea della lista Meridionali con Salvini, guidata da Gennaro Polentone ("ex meridionale, ex pizzaiolo, ex vittima dei leghisti") e con la grafica chiaramente simile a quella della Lega (ma con Pulcinella al posto di Alberto da Giussano e la pianta stellata della città al posto del Sole delle Alpi). "Abbiamo giocato - spiegano dalla redazione - con l'idea di una lista di meridionali che non sono più il nemico numero uno della Lega ma addirittura il loro principale alleato, immaginando come obiettivi lo stop agli immigrati (tranne che dal Sud Italia) e al cibo non autoctono (escluso il babà)". Nessun problema con le firme qui, ma Polentone sarebbe stato escluso per ragioni penali, essendo stato colto in flagrante a rubare dal cestino delle offerte in chiesa (volume della refurtiva? Ben 49 centesimi, cifra meno che bagatellare ma molto significativa nel numero).
In altri casi sono stati fatti di cronaca a ispirare i "simboli fantastici" esclusi senza essere stati presentati. "In effetti uno dei primi comuni su cui abbiamo lavorato - continuano i matarans - è stato Latisana: giorni prima si era appreso di una banda che aveva praticato estorsioni di stampo mafioso nei mercati ma era stata sgominata. Ci è dunque venuto spontaneo creare la lista Mafiosi per Latisana, simboleggiata da una testa mozza di cavallo con tanto di sangue al di sotto". Nel programma della lista "con diversi prestanome" c'era l'abolizione dell'Imu e l'introduzione del pizzo e l'uso di materiali scadenti per la costruzione di un argine. Risulta tuttora ignoto il motivo dell'esclusione dalla competizione, "nonostante una martellante campagna dei candidati al mercato" (incluso l'aspirante sindaco, Matteo Messina Denaro, un nome a caso). 
Altrove ci si è concentrati soprattutto sulla grafica, con una certa cura per il simbolo scelto. Lo si può dire per esempio per la lista Stalin Grado, presentata appunto nel comune balneare di Grado, in provincia di Gorizia: il nome della città era perfetto per una sua declinazione "sovietica" e il simbolo del socialismo è stato a sua volta marittimizzato (la falce è stata incrociata con un'ancora e la stella è diventata una stella marina). Il rilancio pensato dal candidato sindaco, Bepi Stalin, passava attraverso i turisti russi, da attirare con "volantinaggi in Siberia, libero accesso ai sottomarini al porto", nonché introducendo "il menu bambini nelle strutture alberghiere" (non nella veste di ospiti, naturalmente), convertendo "il santuario di Barbana in un granaio" e istituendo il Soviet della Protezione civile. Niente guai con le firme o con la giustizia qui: a fermare la candidatura di Bepi Stalin da Fossalon sarebbe stata un'energica madre, "che gli ha intimato di trovarsi un lavoro vero" (avrà visto l'entità dell'indennità da sindaco o del gettone da consigliere...).
Per restare in ambito "Pci e dintorni", ma con un certo sentore di cibo, occorre spostarsi a San Vito al Tagliamento, così da potersi imbattere nel Partito comunista sanvitese, che su fondo azzurro (stile Pdci ultima versione) colloca la doppia bandiera con asta bianca, ma al posto di falce e martello c'è una forchetta infilata in una salsiccia da Festa dell'Unità (con tanto di macchia di unto a fare da stella). La lista, tuttavia, si sarebbe consunta prima di concorrere al voto, spaccandosi sul menu: "la corrente Salsiccia e costa si è ritirata, quella Salsiccia e polenta ha scelto di fare un Primo maggio per conto suo"; in effetti, a San Vito come altrove, a dispetto della tradizione cooperativa e sindacale, il mondo di sinistra si è diviso anche di recente (ma di iniziative se ne fanno molte, così le occasioni per mangiare non mancano).
Il simbolo madre si riconosce ancora meglio nella lista Astemi per Bertiolo, che ha rielaborato per il comune di Bertiolo (Ud) l'emblema classico del Partito socialista democratico italiano: il sole nascente, tuttavia, è stato convertito in una fetta d'arancia che emerge per metà dal mare che, virato anch'esso all'arancione, ora sembra piuttosto la superficie increspata di un bicchiere di aranciata o di succo. "Ci è venuto spontaneo pensare a un'operazione simile, in una delle tante 'città del vino' presenti in Friuli, con una manifestazione molto radicata: ci siamo messi nei panni di quelle pochissime persone astemie che certamente ci sono anche a Bertiolo e si vedono sempre accerchiate da manifesti, banchetti e fiere a base alcolica". La lista doveva avere effettivamente raccolto tutti gli astemi del paese, considerando che "non sono riusciti a raccogliere una firma, ma solo tanto sdegno dai concittadini", perfetti furlans
Fa invece graficamente il verso all'iconografia della Südtiroler Volkspartei la lista Bastian contrari (con tanto di versione in tedesco, Der Querköpfe), immaginata per Sauris, comune montano con tradizioni più germanofile che italiche o friulane. In primo piano, su fondo nero, non c'è la consueta stella alpina, ma una pannocchia, che richiama i pasti a base di polenta (e pietanze connesse): per i promotori, infatti, era ora di finirla "con la birra artigianale, lo speck, le piste da sci, il lago, il carnevale e la variante germanofona unica al mondo", cioè tutto quello che ci si aspetterebbe in quella parte di regione. Si doveva piuttosto trasformare Sauris "in un paese della Bassa friulana: campi di blave (il granturco appunto), un po' di soia, quattro tralicci, due fagiani mollati dalle gabbie, un affluente del Ledra e il gioco è fatto". Tutto il contrario, insomma, di ciò che la collocazione suggerirebbe: sarà per questo che la lista si è ritirata, "ritenendo di avere perso in partenza" ("Ma - come riflessione finale - perché accontentarsi di guidare un gatto delle nevi quando si può derapare con la mietitrebbia?" Agli elettori l'ardua sentenza).
Nella rassegna pubblicata dai matarans sul Frico non poteva mancare una comparsata di Drenchia: "Si tratta - spiegano dalla redazione - di un piccolissimo comune della provincia di Udine, con un centinaio di abitanti sparsi in più frazioni, che nelle statistiche regionali finisce sempre per porsi come 'maglia nera' per vari servizi". Poiché nei giorni in cui la campagna dei simboli "veramente falsi" è stata concepita si parlava molto della fine ingloriosa di Alitalia e della sua nuova vita, è venuto spontaneo immaginare una rinascita di quel comune ad opera di "una cordata di candidati composta da Colaninno, Montezemolo, Benetton, Tronchetti Provera, Caltagirone e Della Valle": tutti uniti avrebbero separato la città in una good country (in cui investire una montagna di soldi prima di rivenderla ai sauditi) e in una bad comp... ehm ... country, da lasciare in mano ai cittadini (e ti pareva...), riuscendo così a fare ciò che non era andato benissimo con la compagnia aerea. A bloccare la lista Rinnovare con i miliardari sarebbe stato un intervento dell'Antitrust (capirai, con quella compagnia), mentre nel simbolo di lista Rich Uncle Pennybags, il vecchietto che accompagna il gioco del Monopoly, è ancora a braccia aperte per accogliere altri colleghi facoltosi nel progetto di rinascita. 
Richiama di fatto la grafica di molte liste contemporanee, con molto testo e niente immagini (forse troppo bianca, visto l'horror albi che si è fatto strada negli ultimi anni), la lista Insieme per bonificare, immaginata a Torviscosa, comune che sorge in una terra di bonifiche e dunque "resta marchiato per sempre": ha scelto infatti come candidato tale Benito Mussons, che però come slogan ha ripetuto a nastro "è tempo di altri bonifici!". Lo ha detto e lo ha proposto a tutti: per qualunque cosa si fosse voluta fare a Torviscosa, occorreva fare un bonifico (dunque mettere mano al portafogli). Valeva anche per lo stesso candidato sindaco, "finito in povertà cercando dei candidati": sarà per questo che alla fine la lista non ha corso e che, per risparmiare qualcosa, non ha colorato lo sfondo del simbolo. Da segnalare l'uso consapevole del Font Populista per la composizione del contrassegno. 
Poteva tranquillamente trovarsi in una scheda di qualche paesino di montagna, presentata da giovani autoctoni (o extra muros, approfittando dell'assenza della raccolta firme nei comuni italiani "sotto i mille") la lista Band@ più larg@, con tanto di montagna stilizzata e, in primo piano, un ripetitore di rete ancora più stilizzato. Un simbolo che poteva dunque sorgere ovunque, in questo tempo in cui si parla di innovazione tecnologica, ma che è stato collocato nel comune fuso di Erto e Casso perché lì, e anche in comuni vicini, "la situazione si è fatta insostenibile: Mauro Corona sta 'rubando' tutto l'internet della valle per fare i collegamenti in tv" (e pensare che da qualche parte qualcuno aveva scritto, a suo tempo, "- internet + cabernet"...). A impedire l'accettazione della lista sarebbe stata "la candidatura di alcuni ungulati non residenti": anche il ricorso "al Tar di Vajont" non dev'essere andato bene.
L'ultimo simbolo "svisto e mai visto" è stato collocato a Cordenons e non è nemmeno il classico simbolo, ma semplicemente un clap, un sasso tondo "preso a caso in Grava" (cioè da uno dei greti di cui è ricca la zona e in cui non poche persone prendono il sole come se fossero in spiaggia). Una candidatura inconsueta, ma che poteva addirittura non essere del tutto sgradita al corpo elettorale: "immobilismo per immobilismo, non si sarebbero notate le differenze con le precedenti amministrazioni". Il Frico ci informa che il clap "non è stato in grado di smaltire la burocrazia restando al palo": di certo, se quello fosse stato il simbolo, vista la forma tonda non perfetta, il Viminale o una commissione elettorale qualunque lo avrebbe escluso.

Il futuro, guardando al Quirinale

Consumato il rito elettorale autunnale (e c'è chi ha fatto sapere alla redazione di Mataran "Sono meglio i vostri simboli di quelli che ho dovuto votare, nella loro follia sembrano più concreti"), non si è però smesso di pensare alla politica, guardando alle realtà locali ma spingendo lo sguardo fino al Colle più alto. Nel numero di novembre del Frico, infatti, è stata lanciata in pompa magna la candidatura di Dino Zoff alla Presidenza della Repubblica. Sarebbero infatti maturi i tempi per un friulano al Quirinale (è nato a Mariano del Friuli) e ci sarebbero tutte le ragioni per mandarcelo: "Per l'Italia del rigore serve un portiere" è stato scritto sulla copertina del numero, oltre a una serie di altri ottimi motivi (Zoff sarebbe "un simbolo di unità nazionale dal 1982, tra i pochi che hanno detto 'no' a Berlusconi, piace sia alla sinistra sia alla Lazio"). Nel pubblico degli spettacoli curati dal gruppo Mataran la candidatura è riproposta in modo costante e piace a molti, proprio nei giorni in cui il centrodestra ripropone il nome di Silvio Berlusconi (e se qualcuno potrebbe apprezzare l'idea di discorsi di fine anno molto brevi o di un capo di stato che, vista la sua altezza, potrebbe guardare in faccia i corazzieri, c'è anche chi è affascinato dalla possibilità di avere come portavoce al Quirinale un altro friulano doc dal timbro inconfondibile, Bruno Pizzul). 
Ridendo e scherzando (anche sulla base del precedente di George Weah, bandiera del Milan poi presidente della Liberia), la campagna "Zoff for president" procede: i parlamentari locali sono stati sensibilizzati a votare Zoff almeno in uno dei primi tre scrutini (quelli che di solito, per la maggioranza qualificata dei due terzi, non vanno a segno) e altrettanto avverrà con i delegati regionali. "Se il nome di Zoff raggiungerà i cinque voti, per noi sarà già un successo": e chissà che, dopo i nomi eventualmente risuonati nello spoglio del primo scrutinio, a qualcun altro venga voglia di scrivere quello stesso breve cognome, pescato fuori dalla politica e dall'ambiente tecnocratico-finanziario... 

Grazie alla redazione di Mataran, popolata da un discreto numero di #drogatidipolitica che - l'ho scoperto ora - seguono anche le evoluzioni di queste pagine: grazie per le loro idee stimolanti e per le loro trovate sulfuree, che smentiscono l'opinione generale in base alla quale i furlans non conoscono o non sanno praticare l'ironia.