sabato 17 luglio 2021

Europa Verde - Verdi: "Via il simbolo alla componente Facciamo Eco"

Nemmeno una settimana fa, nel dare notizia dell'evoluzione della Federazione dei Verdi nel nuovo soggetto politico Europa Verde - Verdi, ci si era interrogati sul destino della componente politica del gruppo misto alla Camera Facciamo Eco, nata a marzo grazie al sostegno (determinante) del partito del Sole che ride. Si pensava che entro qualche giorno 
il nome della compagine potesse cambiare, inserendo al suo interno anche il riferimento a Europa Verde per rendere visibile pure nelle aule parlamentari l'evoluzione del progetto politico. Non sarà così, anzi, almeno per ora il riferimento ai Verdi sparirà proprio dall'aula di Montecitorio: due giorni fa, infatti, la direzione nazionale di Europa Verde - Verdi ha deciso all'unanimità di revocare la concessione del simbolo della Federazione dei Verdi alla componente parlamentare. Che, evidentemente, è destinata a cessare alla prima seduta utile, a meno che un'altra forza politica che ha partecipato alle elezioni del 2018 le consenta di "sopravvivere". 
Vale giusto la pena richiamare in breve l'inizio di questa storia. La componente del gruppo misto 
Facciamo Eco era nata lo scorso 10 marzo ad opera dei deputati Rossella Muroni (eletta in Leu), Alessandro Fusacchia (eletto in +Europa) e Lorenzo Fioramonti (eletto nel M5S). Questa si era potuta costituire, tuttavia, solo grazie all'apporto dei Verdi, in quanto forza politica presentatasi alle ultime elezioni politiche con il proprio simbolo visibile sulla scheda elettorale (sia pure all'interno delle liste Insieme Italia Europa). Il regolamento della Camera, all'art. 14, comma 5, consente la formazioni di componenti politiche interne al gruppo misto, purché siano composte da almeno dieci membri, senza che sia richiesta alcuna omogeneità politico-partitica; si fa eccezione alla regola permettendo il sorgere di componenti con almeno tre membri, purché questi appartengano a minoranze linguistiche tutelate dalla Costituzione oppure - ed è il caso più frequente - "rappresentino un partito o movimento politico la cui esistenza, alla data di svolgimento delle elezioni per la Camera dei deputati, risulti in forza di elementi certi e inequivoci, e che abbia presentato, anche congiuntamente con altri, liste di candidati ovvero candidature nei collegi uninominali". 
Sulla base di questa disposizione (e visto il modo piuttosto generoso in cui essa è stata finora interpretata), la Federazione dei Verdi - che allora aveva come co-portavoce Elena Grandi e Matteo Badiali - aveva stretto un rapporto di collaborazione con i tre membri originari della componente, concedendo loro l'uso del proprio simbolo e, soprattutto, acconsentendo a dirsi rappresentata alla Camera dai membri della componente. Se il simbolo dei Verdi, in particolare il sole che ride, era a disposizione della compagine fin dall'inizio, alla sua nascita Facciamo Eco era soprattutto un'etichetta, senza una resa grafica precisa, anche se erano stati individuati due colori (verde e viola) usati come elemento visivo ricorrente nei materiali e nei contenuti diffusi. Il 26 marzo, sulla pagina Facebook della componente - alla quale avevano aderito fin dall'inizio anche i deputati Andrea Cecconi e Antonio Lombardo (entrambi eletti nel MoVimento 5 Stelle) - era apparsa una grafica tinta degli stessi colori, con "Facciamo" viola in alto ed "Eco" verde subito sotto, molto evidente e con due elementi curvilinei alle estremità per dare l'idea dell'eco acustica che si propaga. In più di un'occasione i membri della componente hanno accostato il loro nome principale a quello dei Verdi, senza far pensare che ci fossero problemi in questo senso.
Proprio ieri, invece, una comunicazione a iscritte e iscritti dei due freschissimi co-portavoce di Europa Verde - Verdi, Angelo Bonelli ed Eleonora Evi (eletti una settimana fa all'assemblea costituente della forza politica), ha fatto capire che alcuni problemi, nemmeno tanto lievi, erano invece sorti ed erano tali da richiedere un intervento deciso. Se i Verdi avevano accettato di farsi rappresentare in Parlamento da Facciamo Eco (concedendo all'unanimità l'uso del proprio simbolo) "
nella prospettiva di un processo politico unitario e di una positiva collaborazione politico-programmatica", scorrendo la deliberazione della direzione nazionale di Europa Verde - Verdi si apprende di "crescenti divergenze politiche e programmatiche rispetto alla posizione da assumere nei confronti del Governo Draghi". 
Per dirla in poche parole, il consiglio federale dei Verdi il 22 maggio aveva scelto di collocare il partito all'opposizione del governo guidato da Mario Draghi, pur avendo inizialmente "accolto con speranza l’avvento del governo Draghi e le promesse sulla transizione ecologica". Promesse che, a detta dell'organo collegiale dei Verdi, non sarebbero state mantenute, sotto vari piani: nella deliberazione si segnala innanzitutto che la relazione al Pnrr prevede "l'aumento delle spese militari e la richiesta di fondi sul ponte sullo Stretto di Messina" (due punti incompatibili "con la storia del movimento ecologista e pacifista italiano"), eppure i membri della componente si sono astenuti sul punto, così come sull'intero Pnrr "che non rispetta gli obiettivi sul clima" (perché "sottrae risorse al trasporto pubblico, alla depurazione, alla mobilità elettrica, alle rinnovabili, favorendo ancora le fonti fossili, alla lotta allo smog, alle bonifiche dei siti inquinati, agli asili nido e all'imprenditoria femminile"), mentre la componente avrebbe addirittura votato a favore del fondo complementare del PNRR "che finanzia l'Alta velocità nel sud a discapito degli investimenti sui treni regionali, che al 50% ancora oggi sono alimentati a gasolio". 
Europa Verde - Verdi contesta poi al governo Draghi il parere favorevole dato alla costruzione del ponte sullo stretto di Messina ("un’opera che verrebbe realizzata in un'area ad alta sismicità e che sarà finanziata dal governo utilizzando le risorse che si sono liberate da quelle opere finanziate dai fondi del Recovery Plan"), così come la presentazione di "riforme in campo ambientale come il 'd.l. semplificazioni' che diminuiscono le tutele e rinunciano ad investire sui controlli ambientali" e il rifinanziamento della marina militare libica, mentre "la guardia costiera libica è accusata di torture ai danni di migranti e molti video documentano le atrocità commesse". Una stoccata è diretta anche al ministro della transizione ecologica Roberto Cingolani, il quale avrebbe riaperto "discussioni chiuse dai referendum popolari come quella sulla realizzazione delle centrali nucleari, o autorizzando nuove trivellazioni per la ricerca di idrocarburi, frenando gli investimenti sulla mobilità elettrica ritenuta dal ministro non conveniente almeno fino ai prossimi dieci anni nel nostro paese andando in controtendenza a quello che accade in tutto il mondo che investe nell’auto elettrica" 
Insomma, per Europa Verde - Verdi il partito non può certo sostenere Draghi, ma deputate e deputati della componente Facciamo Eco - Verdi sarebbero stati indisponibili ad "assumere una collocazione politica all’opposizione del governo Draghi che non può limitarsi alla semplice critica come invece proposto" da Rossella Muroni. Europa Verde - Verdi ha preso atto di ciò, riconoscendo libertà e autonomia ai membri della componente ma rivendicando lo stesso per sé.
La situazione, già delicata sul piano parlamentare, sarebbe acuita dal non aver riscontrato "alcuna disponibilità da parte della componente parlamentare" al sostegno di liste di Europa Verde - Verdi o alla formazione di "liste verdi ecologiste e civiche comuni per le prossime elezioni amministrative e regionali". I vertici dei Verdi, che avrebbero dato vita in seguito a Europa Verde - Verdi, già dallo scorso novembre - come si legge sempre nel deliberato della direzione nazionale - avrebbero chiesto più volte a Rossella Muroni "di cooperare insieme per costruire una lista Verde, ecologista, civica e femminista per le prossime elezioni di Roma Capitale", mentre lei a fine giugno avrebbe comunicato alla Federazione dei Verdi "che la componente Facciamo Eco-Federazione dei Verdi non si sarebbe occupata di elezioni amministrative". Una posizione considerata "contradditoria e opposta a quella realmente praticata", in base alle notizie riportate dal Pd Roma e da altre forze politiche, in base alle quali proprio Muroni starebbe "partecipando attivamente e in prima persona alle riunioni per la costruzione di una lista civica ecologista concorrente alla lista di Europa Verde - Verdi all’interno della coalizione a sostegno del candidato sindaco di Roma Roberto Gualtieri": ciò avrebbe creato "non poco stupore", facendo concludere che "il simbolo dei Europa Verde-verdi non può essere concesso per favorire liste concorrenti e contrapposte alle elezioni amministrative". 
Il fatto stesso, infine, che nell'ultima newsletter della componente parlamentare si sia espressa la volontà di darsi "una struttura ben definita, con l’obiettivo, entro la fine dell’anno, di iniziare ad essere presenti anche fuori dal Parlamento", con la costruzione di "una rete di tante realtà che condividano la nostra agenda e i nostri valori", è stato ritenuto da Europa Verde - Verdi "esplicitamente divaricante rispetto all’iniziale prospettiva di un processo politico unitario, pur nella reciproca autonomia". 
Il documento approvato dunque parla di "comune decisione" (non è chiaro se ci si riferisca solo ai componenti della direzione nazionale di Europa Verde - Verdi, a interlocuzioni con i Verdi Europei o se la decisione sia stata condivisa pure da Facciamo Eco) di sospendere fino alle elezioni amministrative la costruzione del percorso unitario. Sulla base di ciò, la direzione di Europa Verde - Verdi ha deciso all'unanimità "di revocare la concessione del simbolo della Federazione dei Verdi, oggi nella disponibilità di Europa Verde-Verdi che ne rappresenta la continuità giuridica, alla componente parlamentare Facciamo Eco"; questo non fa venir meno l'auspicio affinché si lavori per creare "subito dopo le elezioni amministrative, come comunemente deciso anche con i Verdi Europei, le condizioni di un lavoro comune, che possa rendere nuovamente possibile una proficua e rinnovata collaborazione anche in Parlamento".
Al di là dell'auspicio, va rilevato che quando il rappresentante di Europa Verde - Verdi (Bonelli o Evi, ma più probabilmente il tesoriere e legale rappresentante Francesco Alemanni) comunicherà alla Presidenza della Camera la revoca del simbolo alla componente Facciamo Eco, che non rappresenta più la Federazione dei Verdi, la citata componente non avrà più ragione di esistere proprio per il venir meno del "requisito della rappresentanza di un partito o movimento politico richiesto ai sensi dell'articolo 14 comma 5, secondo periodo, del Regolamento". Questo era stato scritto sul sito della Camera a proposito della cessazione - il 17 dicembre 2019 - della componente Cambiamo - 10 volte meglio: quest'ultima forza politica (presente alle ultime elezioni solo in poche circoscrizioni e senza alcun proprio rappresentante in Parlamento) nel maggio del 2019 aveva dichiarato di sentirsi rappresentata dalla componente (che all'inizio si chiamava Sogno Italia) e poi aveva ritirato la dichiarazione di rappresentanza, comportando la cessazione della componente (e causando le proteste di chi, come il costituzionalista Salvatore Curreri, riteneva pericoloso che a decidere sul sorgere o sulla "fine" di un'articolazione parlamentare fosse un soggetto politico del tutto esterno alle Camere), mentre i suoi membri residui qualche settimana dopo avrebbero aderito alla componente ridenominata "Noi con l'Italia - Usei - Cambiamo! - Alleanza di centro".
Facciamo Eco, dunque, sembra destinata alla consunzione. Quel nome potrebbe non sparire però dalla vita e dai resoconti della Camera se un'altra delle forze politiche che hanno partecipato alle elezioni politiche del 2018 con il loro simbolo - anche all'interno di altri contrassegni, anche solo in poche circoscrizioni - accettasse di dirsi rappresentata da Facciamo Eco e mettesse a disposizione, insieme al proprio simbolo, la possibilità di costituirsi in componente politica del gruppo misto conferita dal regolamento. Ben difficilmente, tuttavia, questo potrebbe far sopravvivere la componente che oggi esiste: è molto più probabile che di questa si dichiari la cessazione e che il Presidente della Camera autorizzi subito dopo il sorgere di una nuova componente (grazie all'apporto di una diversa forza politica) sulla base della richiesta pervenutagli. 
Il precedente - non identico, ma con alcuni elementi di somiglianza - su cui si poggia quest'idea ha riguardato, nella scorsa legislatura, la compagine di Alternativa libera, formata da deputate e deputati che avevano ottenuto l'elezione nel MoVimento 5 Stelle: sorta nel febbraio 2015 come componente "maggiore" formata da dieci membri e poi sopravvissuta, dopo alcune defezioni, grazie all'arrivo dei rappresentanti di Possibile (forza politica nata dopo le elezioni del 2013, dunque senza facoltà di costituire una propria componente), una volta scesa sotto la consistenza minima richiesta dal regolamento è stata dichiarata cessata il 20 marzo 2017; lo stesso giorno, le cinque persone elette che si riconoscevano ancora in Alternativa libera hanno chiesto e ottenuto di formare una componente grazie al sostegno tecnico di Tutti insieme per l'Italia, al dichiarato scopo di non disperdere lo staff tecnico che aveva assistito la componente sino a quel momento. Nonostante questo, però, lo staff dovette comunque lavorare a fianco di una nuova componente, non potendosi evitare lo scioglimento di quella precedente poiché erano venute meno le condizioni per la sua permanenza in vita (cioè il numero minimo richiesto dal regolamento, che in ogni caso non ci sarebbe più stato dopo la scelta annunciata di Possibile di aderire al gruppo di Sinistra italiana). Anche in questo caso, se non altro per una questione di trasparenza e correttezza, ove un'altra forza politica concedesse a Facciamo Eco di esistere di nuovo come componente, sarebbe opportuno che quella nata grazie ai Verdi cessasse, per poi rinascere subito dopo con il supporto di un altro soggetto politico.
Proseguono dunque le meraviglie - per chi appartiene alla schiera dei #drogatidipolitica tali sono - del gruppo misto della Camera, a dispetto delle proposte di modifica del regolamento che cercano di scoraggiare fenomeni simili, oltre a quello più generale del transfughismo (il cambio diffuso di casacca, detto in altre parole). Nonostante questo, non sarà così facile voltare pagina del tutto: se ne parlerà tra qualche giorno più nel dettaglio, analizzando la proposta di modifica al regolamento presentata dal Pd a fine giugno.

lunedì 12 luglio 2021

M5S, dopo l'accordo Grillo-Conte si aspetta lo statuto. E il simbolo?

Al di là delle notizie sportive provenienti dai dintorni di Londra, che nel pomeriggio e in tarda serata hanno conquistato l'attenzione della maggior parte delle italiane e degli italiani, a drogate e drogati di politica ieri non è di certo sfuggito l'annuncio dell'accordo trovato tra Beppe Grillo e Giuseppe Conte sul nuovo statuto del MoVimento 5 Stelle. Nel pomeriggio, infatti, Vito Crimi aprendo l'assemblea dei parlamentari del M5S ha letto una nota congiunta di Grillo e Conte che si può leggere anche sulla pagina Facebook del MoVimento (spazio che in questa fase svolge di fatto la funzione di "fonte ufficiale" del M5S, al posto del sito Ilblogdellestelle.it la cui gestione è rimasta in capo all'Associazione Rousseau). 
Beppe Grillo e Giuseppe Conte hanno definito concordemente la nuova struttura di regole del MoVimento 5 Stelle. Il MoVimento si dota così di nuovi ed efficaci strumenti proiettando al 2050 i suoi valori identitari e la sua vocazione innovativa. Determinante è stato il contributo scaturito dal lavoro svolto dal comitato dei sette che Grillo e Conte ringraziano. Una chiara e legittimata leadership del MoVimento 5 Stelle costituisce elemento essenziale di stabilità e di tenuta democratica del Paese. Grillo e Conte si sentiranno ancora nei prossimi giorni per definire insieme gli ultimi dettagli e dare avvio alle procedure di indizione delle votazioni.
Per chi gestisce e chi frequenta questo sito, ovviamente, è facile tradurre - come del resto tutti i media hanno ragionevolmente fatto - la "nuova struttura di regole" nel testo del nuovo statuto del MoVimento 5 Stelle, oggetto di non poche scintille nei giorni scorsi tra Conte, Grillo e coloro che - tra le persone elette e quelle militanti - avevano preso posizione a favore o contro il nuovo corso proposto dall'ex Presidente del Consiglio, più che riferirsi al testo "contiano" dello statuto che ben pochi soggetti hanno finora visto e approfondito.
Naturalmente quando il testo dello statuto sarà diffuso - ed è probabile che ciò avvenga nel giro di pochi giorni, visto che la nota congiunta parla di votazioni degli iscritti da indire - sarà analizzato e commentato a fondo su questo sito, valutandone i contenuti e la compatibilità con le norme previste in tema di registrazione dei partiti politici. Già ora sono trapelate alcune informazioni sulle previsioni statutarie, in particolare sui poteri attribuiti al capo politico (Conte) e al garante (Grillo); la deformazione professionale del giurista, che ha bisogno di testi reali su cui riflettere, suggerisce di rimandare ogni osservazione al momento in cui sarà diffuso un testo ufficiale o almeno attendibile.
Nell'attesa, ci si limita a notare che la citata nota congiunta contiene di nuovo un riferimento al 2050 come orizzonte verso il quale il (rinnovato) MoVimento 5 Stelle dovrebbe proiettare "i suoi valori identitari e la sua vocazione innovativa". Lo stesso 2050 di cui si era parlato all'inizio di marzo, quando sul suo sito Beppe Grillo aveva scritto, tra l'altro, che a Conte era stato chiesto "di scrivere insieme a noi un progetto per il futuro del Movimento. Non parliamo di un futuro a breve termine ma dell’unico orizzonte che una forza politica moderna deve considerare: il 2050". Lo stesso anno, pure, che figurava all'interno del pittogramma "Italia Più 2050", depositato come marchio il 17 marzo scorso dal think tank Parole Guerriere Italia legato alla deputata M5S Dalila Nesci e da alcune parti interpretato come possibile nuovo simbolo del MoVimento o del nuovo soggetto politico che ne avesse costituito l'evoluzione.
Del 2050, peraltro, si era parlato anche - e in un'atmosfera assai meno distesa - il 24 giugno, quando Beppe Grillo, quattro giorni prima della conferenza stampa nella quale Conte ha annunciato di aver finito il lavoro sullo statuto (e dunque prima delle nuove scintille all'interno del MoVimento), aveva incontrato i parlamentari del MoVimento, ribandendo tra l'altro - a quanto si è appreso dalle notizie diffuse in quelle ore - il proprio ruolo di garante e co-decisore nella vita del Movimento. Proprio in quell'occasione era stata mostrata - anche ai fotografi dallo stesso Grillo, al suo arrivo a Roma - una nuova versione del simbolo del M5S, uguale in tutto a quello attuale, tranne che per la sostituzione dell'indirizzo internet Ilblogdellestelle.it (nella stessa posizione in cui all'inizio si leggeva Beppegrillo.it e, dal 2015-2016, Movimento5stelle.it) proprio con "2050", l'anno-orizzonte. Anche in quel caso, a dire il vero, non si trattava di una grafica mai vista, ma della riproposizione a grandezza naturale del simbolo "in miniatura" inserito nella grafica diffusa sulla pagina di Beppe Grillo il 14 marzo con lo slogan "Transizione politica. Differenti sì, ma con lo stesso futuro": l'anno 2050 figurava anche nei simboli di Pd, Lega, Forza Italia, Italia viva e Liberi e Uguali, sempre nella stessa font (Arial Black) e solo con colori diversi. 


Sarà dunque questo il simbolo del MoVimento 5 Stelle per il futuro? Per ora sembra presto per dirlo, anche se si è tentati di dire che di certo non resterà identico a quello mostrato il 14 marzo: il simbolo del M5S-2050 visto il 24 giugno è esattamente identico a quello di allora, dunque con un carattere diverso da quello usato per la parola "MoVimento" e per i siti precedenti e con le quattro cifre fin troppo vicine tra loro, quasi al punto di fondersi. Se davvero l'idea è di sostituire il sito Ilblogdellestelle.it (che peraltro, come si è detto, non è nemmeno più nella concreta disponibilità del M5S) con l'anno 2050, è probabile che qualche aggiustamento grafico sia in arrivo. Nel frattempo, però, al post di ieri che ha annunciato l'accordo Grillo-Conte era legata l'immagine più semplice del logo del M5S: quella senza alcun sito, che traduce perfettamente in grafica il nome del MoVimento. Lo stesso emblema, guarda caso, che Grillo aveva fatto depositare come marchio a proprio nome il 20 marzo 2012 all'Ufficio italiano brevetti e marchi e di cui risulta tuttora titolare.

domenica 11 luglio 2021

Europa Verde, da lista a forza politica (evoluzione dei Verdi)

Di solito le liste presentate alle elezioni europee da più forze politiche, 
bisogna ammetterlo, non godono di grande fortuna nel medio periodo, figurarsi nel lungo: spesso non superano lo sbarramento del 4%; quando ci riescono, di frequente si rivelano fusioni a freddo o semplici cartelli elettorali, destinati a far perdere le tracce di sé nel giro di qualche manciata di mesi (e a volte le cose non vanno benissimo nemmeno alle elezioni politiche: esemplare il caso di Liberi e Uguali, nata come lista comune, mai davvero diventata partito unitario a dispetto delle intenzioni proclamate e rimasta solo gruppo parlamentare alla Camera). C'è anche chi, invece, prova a scrivere un finale diverso alla propria storia: è il caso di Europa Verde, nata come lista per le elezioni europee del 2019 soprattutto per iniziativa della Federazione dei Verdi (in quanto soggetto membro del Partito verde europeo), ma che aveva unito anche l'impegno di altre forze politiche di sensibilità ambientalista e progressista, "nonché femminile e femminista", a partire da Possibile.
Ieri e oggi, infatti, si è tenuta a Chianciano Terme l'assemblea costituente della nuova forza politica, il cui nome esatto risulta essere Europa Verde - Verdi e che lo statuto appena approvato qualifica come "federazione" (per cui di fatto la forma organizzativa è rimasta la stessa già vista in passato nell'area "verde"); lo stesso statuto fissa la sede a Roma, in via Augusto Valenziani, 5 (la stessa indicata per la Federazione dei Verdi). Di fatto il nuovo soggetto politico si pone come confluenza delle due esperienze, quella quasi quarantennale della Federazione dei Verdi e quella biennale di Europa Verde. Più difficile, al momento, è dire quale procedimento giuridico sia stato effettivamente adottato, se cioè si sia di fronte davvero alla nascita di un nuovo soggetto giuridico-politico o, piuttosto, non si sia provveduto a modificare lo statuto (di fatto sostituendolo) con il nuovo testo elaborato da una commissione ad hoc. Sembra quasi che la seconda ipotesi sia più probabile (ma naturalmente, ove non fosse così, si provvederà a rettificare quanto prima), visto il post pubblicato sulla pagina Facebook nel primo pomeriggio di sabato: "L'Assemblea dei delegati della Federazione dei Verdi e i numerosi ospiti presenti, esponenti del mondo ambientalista civico e associazionista, presenti a Chianciano Terme hanno deciso: sarà Europa Verde-Verdi a ereditare dalla Federazione dei Verdi il lascito di Alex Langer e a portare in Italia quelle istanze ecologiste, europeiste, femministe e di solidarietà caratteristiche della formazione ambientalista".
Il simbolo adottato sabato è quasi identico a quello coniato in occasione delle elezioni europee di due anni fa; lo stesso, tra l'altro, che con poche modifiche è stato usato fin qui anche alle elezioni sul territorio anche dopo il voto per il Parlamento europeo, eleggendo anche consiglieri regionali. Si rivede dunque il cerchio a fondo verde chiaro, con il girasole adottato dall'European Green Party (riportato anche con il suo nome inglese, riferimenti che hanno permesso nel 2019 di evitare la raccolta firme) e il nome della forza politica subito sotto, con lo storico sole che ride al posto della "o" di "Europa"; unica differenza riguarda la parola "Verdi", aggiunta nella parte superiore a destra del fiore, accanto al bordo del cerchio (qui "Verdi" è proposto in un normalissimo carattere "bastoni", lo stesso usato per indicare i Verdi europei, senza richiamare in alcun modo le font usate in precedenza dalla Federazione dei Verdi). 
A Chianciano si è proceduto all'elezione delle principali cariche della nuova forza politica  "ecologista, europeista, solidale e femminista" (così si legge sulla pagina Facebook, che fino alla fine di gennaio era stata quella dei Verdi, per poi essere unita con quella - creata nel 2019 - di Europa Verde). Co-portavoce sono Eleonora Evi (eletta europarlamentare nel 2014 e nel 2019 con il MoVimento 5 Stelle, passata pochi mesi fa al gruppo verde/Ale e attiva nel progetto di Europa Verde da aprile) e Angelo Bonelli (già deputato verde nella XV legislatura e presidente della Federazione dei Verdi dal 2009 al 2018); in continuità con l'esperienza dei Verdi appare l'elezione a tesoriere (una conferma, di fatto) di Francesco Alemanni; co-presidenti del consiglio federale del partito sono invece Fiorella Zabatta (già componente dell'esecutivo nazionale dei Verdi) e Marco Boato (il cui lungo impegno come parlamentare prima radicale, poi verde è ben noto). Si mantiene dunque la doppia figura di guida del soggetto politico (praticata anche nel vertice del consiglio federale), per esprimere in pieno la parità di genere; è invece monocratica la figura del tesoriere o della tesoriera, anche perché la natura collegiale mal si concilia con le disposizioni in termini di rappresentanza legale.
Ieri è dunque iniziato ufficialmente il cammino di Europa Verde - Verdi. Si vedrà poi se, tra i primi atti, ci sarà anche l'approdo in Parlamento, con la modifica della denominazione della componente del gruppo misto Facciamo Eco - Federazione dei Verdi, magari in Facciamo Eco - Europa Verde - Verdi: in fondo è importante che all'interno del nome resti il riferimento al soggetto che ha partecipato in modo visibile alle elezioni del 2018 perché la componente possa continuare a operare e sarebbe sufficiente una comunicazione alla Presidenza della Camera di un soggetto di vertice di Europa Verde - Verdi per operare il cambiamento.

giovedì 8 luglio 2021

InnovAzione Italia, progetto nuovo con una storia articolata

Non c'è una stagione ideale per fondare un partito: qualunque momento dell'anno può andare bene, se si vuole iniziare una nuova avventura politica. Così non ci si stupisce ad apprendere che il 2 luglio, in una Roma ben più calda del solito, è nato ufficialmente un nuovo soggetto politico, denominato InnovAzione Italia, grazie all'opera di cinque soci fondatori: Sabina Fattibene, Stefano Garzino, Vincenzo Palmieri, Aldo Franco Scalisi e Roberto Sensoni
Il nome sembra piuttosto in linea con le esigenze del momento: l'innovazione è necessaria per far ripartire l'economia il più possibile, a maggior ragione dopo gli effetti deleteri della pandemia Covid-19; per perseguirla occorre soprattutto l'impegno concreto anche dei militanti, rappresentato dal concetto di "azione". Non a caso, nel simbolo - apparso in rete per la prima volta il 22 maggio scorso - la parola è stata sottolineata con la A maiuscola; lo stesso emblema contiene nella parte inferiore un segmento curvilineo a fasce arancioni e gialle leggermente sfumate, quasi a voler dare l'idea del movimento, mentre gli stessi colori tingono due "foglioline" curvilinee, simili a una fiammella che si sprigiona dalla I di "InnovAzione". Il simbolo, peraltro, nella sua parte superiore contiene anche l'espressione maiuscola - ma dal corpo ridotto - "Verso un futuro sostenibile", per sottolineare la sensibilità ambientalista, necessaria perché l'innovazione non distrugga l'ambiente. Non a caso, sulla bacheca di uno dei fondatori, Roberto Sensoni, si legge che l'ispirazione del partito "è quella centrista (quale fu quella della Dc), ed anche ambientalista".
In effetti non è casuale nemmeno il riferimento alla Dc perché Sensoni - che intende candidarsi come sindaco a La Spezia alle elezioni comunali del prossimo anno - è anche il coordinatore provinciale spezzino per la Democrazia cristiana, per lo meno quella che si riconosce nella segreteria nazionale di Emilio Cugliari e che sta cercando - al pari di altri percorsi che ritengono, a loro dire, di disporre legittimamente di nome e simbolo democristiani - di riorganizzarsi in varie parti d'Italia (prima il nome di Sensoni risultava invece abbinato a iniziative legate al gruppo guidato da Angelo Sandri).
InnovAzione Italia, tuttavia, non nasce certo dal nulla. Almeno tre dei cinque fondatori del nuovo soggetto politico risultano essere tuttora tra i dirigenti di un altro partito, Federazione Italia (in particolare, Scalisi è indicato come segretario politico nazionale, Palmieri come segretario organizzativo e Fattibene come direttrice amministrativa). Il sito del partito è attivo dall'inizio di quest'anno, ma la pagina Facebook è stata creata prima. Dallo statuto si apprende che il soggetto politico ha "progetti e ideali delle politiche liberali democratiche, cattolici liberali, laici e riformisti" e che i suoi aderenti "ispirano la loro azione politica ai valori universali di libertà, giustizia e solidarietà, concretamente operando a difesa della persona in ogni sua espressione, per il bene comune, per lo sviluppo di una moderna economia di mercato e per una corretta applicazione dei principi etici e civili". 
Sempre dal profilo di Sensoni, peraltro, si apprende che quello stesso soggetto politico si colloca al centro e raccoglie, anch'esso, l'eredità della Dc (per lui, vista la difficoltà di ricostituire la Democrazia cristiana con un congresso davvero unitario, era importante costruire "un soggetto nuovo [...] ripartendo dall'unione di alcune delle molte schegge generate dalla ormai mitica "diaspora" democristiana, soggetto che faccia propria la tradizione politica moderata ma che si apra pure alle nuove esigenze della modernità"). Nello statuto di Federazione Italia è descritto anche il simbolo, rappresentato da "un cerchio così formato: sfondo celeste scuro, con la scritta 'Federazione' lettere in stampatello; 'Italia', I in stampatello romanico, e 'talia' in lettere in corsivo; sul lato destro in alto, 12 stelle da piccola a crescere fino alla settima poi a decrescere fino alla dodicesima; poi tre apostrofi, realizzati: la parte alta erta, fino ad arrivare a finire stretto; sotto a formare la bandiera italiana, primo interno verde, secondo centrale bianco, terzo rosso". In effetti non era facile leggere il tricolore come fatto di apostrofi, né si capisce bene il senso di quella scelta (l'apostrofo non fa nemmeno parte di quel nome), mentre l'uso dei quattro colori nazionali e il nome "ecumenico" individuato sembravano far pienamente parte della strategia di un partito catch-all.
Nemmeno Federazione Italia (di cui a marzo dello scorso anno era circolata una diversa versione del simbolo, con stelle e un altro tricolore, abbinata al nome Democratici italiani uniti) sembra però essere la "puntata iniziale" di questa storia politica. Lo si comprende sia guardando la cronologia della pagina, sia guardando - di nuovo - il profilo di Sensoni: alla fine di marzo, infatti, si trova notizia della scomparsa improvvisa del presidente di Federazione Italia, Giulio Tomassi, cui lui e altre persone tributavano un'affettuosa memoria. Il suo nome, tuttavia, ai drogati di politica allo stadio profondo poteva forse ricordare qualcosa, come se fosse già stato letto o sentito in un'altra occasione.
La sensazione, va detto, era corretta: Tomassi nei primi mesi del 2019 risultava infatti presidente di Uniti per l'Italia, altro progetto politico (a sua volta dotato di stelle e fascia/nastro tricolore) nato alla fine di marzo del 2019 su impulso di "imprenditori preoccupati dello scarso andamento economico italiano, che propongono nuove opportunità di rilanciare la crescita attraverso giuste condizioni di sviluppo ambientale, territoriale, urbanistico". Per i fondatori era importante puntare sul lavoro, sulla crescita economica attraverso lo sviluppo delle infrastrutture, del turismo e della cultura, senza dimenticare il rinnovamento morale e la lotta alla corruzione. Il partito era stato fondato poco prima del deposito dei contrassegni delle elezioni europee del 2019: in effetti, il simbolo era stato presentato e nella bacheca era visibile con il numero 22 (tra la Sinistra e Pensa Italia per l'Europa). Uniti per l'Italia non fu ovviamente tra le forze politiche finite sulle schede, visto il numero consistente di firme necessario per presentare le liste, ma ebbe per un giorno il suo momento di gloria. L'attività proseguì, sempre con attenzione all'area di centro; lo stesso concetto di "Federazione Italia" non sembra molto distante da quello di "Uniti per l'Italia", essendo invariato lo scopo comune. Lo stacco maggiore sul piano nominale e grafico, in fondo, è arrivato da pochi giorni, con la nascita di InnovAzione Italia: si vedrà se il gruppo dirigente riuscirà a far arrivare il simbolo sulle schede (e dove), magari anche grazie alla riduzione del numero di firme da raccogliere alla tornata elettorale d'autunno.

sabato 3 luglio 2021

Partito liberalsocialista, il garofano col sole nascente per andare oltre

Ha mosso i suoi primi passi negli ultimi mesi del 2020, lo scorso ottobre si è dato un gruppo su Facebook; non ha ancora un suo sito internet, ma da un paio di mesi ha un regolare statuto consacrato in un atto notarile e, ovviamente, da tempo si è dotato di un simbolo piuttosto riconoscibile. Si tratta del Partito liberalsocialista, il cui segretario nazionale è Alessandro Pacifico, di Roggiano Gravina (Cs). 
Le ragioni della nascita del partito si trovano direttamente nello statuto: il partito (che nel documento è indicato come "LiberalSocialista", per marcare bene le due parti del nome scelto), in base all'art. 1, "nasce dalla convergenza di differenti tendenze culturali e politiche ispirate al pensiero socialista, socialdemocratico, liberal-socialista, laico e nella pluralità delle esperienze storiche riconducibili alla tradizione democratica e riformista". I fondatori sono consapevoli della necessità di rielaborare di continuo i portati di quelle esperienze "per reggere il confronto con le sfide della modernizzazione e del mondo globalizzato, nonché per contribuire alla costruzione di una società aperta e plurale, libera e solidale, giusta e sicura, fondata sulla valorizzazione del merito e sulla capacità di soddisfare i bisogni economici, umani, civili, sociali ed ecologici dei cittadini". La Costituzione è ovviamente alla base dell'attività del partito, avendo come idee e principi di fondo l'economia sociale di mercato, il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese (il che significa anche, "nell'ottica del riformismo socialista", la partecipazione dei lavoratori ai processi decisionali delle imprese). L'obiettivo è "costruire una grande forza socialista e democratica, laica, riformista, progressista e di governo".
In effetti, cercando in rete, si apprende che in passato Alessandro Pacifico figurava tra gli aderenti a un altro soggetto politico, di cui questo sito si è già occupato poco più di un anno fa: i Liberalsocialisti per l'Italia. "L'anno passato - spiega Pacifico - io e altri siamo stati contattati per dare corpo alla presenza organizzata di un'area liberalsocialista ed avevamo iniziato col dare il nostro contributo". Qualcosa non dev'essere andato per il verso giusto, per cui le strade si sono divise ed è nata una nuova forza collocata nella stessa area politica. "Vogliamo superare - riprende - la staticità teorica ed empirica, superando il vincolo di appartenenza quasi fideistica di collocazione. Crediamo che i cittadini non siano più vincolati staticamente, anche perché le organizzazioni li espellono o non li rendono partecipi delle decisioni, figuriamoci se affiderebbero loro la rappresentanza: occorre riportare questa rappresentanza in organismi sani e democratici, lo stesso va fatto con le domande che pone il territorio e le risposte che questo merita, perseguendo la speranza senza perdere di vista la concretezza, mettendo comunque al centro la persona, non la finanza". 
Ci sarebbe la tentazione di dire che il partito - organizzato su base territoriale, con autonomia statutaria dei livelli regionali - si colloca nettamente a sinistra, ma occorre prestare attenzione: le persone che aderiscono a questo progetto politico spiegano di voler superare divisioni e strappi che hanno caratterizzato (in abbondanza) la storia della sinistra, "riaggregandosi in forme nuove, forse anche nei termini da usare, se si vuole schiodare l'oppio del personalismo". 
Seconda versione del simbolo
L'idea della ricomposizione delle ferite si intravede anche attraverso il simbolo, il cui centro è dato da un garofano stilizzato, ma con la corolla sagomata a punte come a ricordare un sole nascente: in questo modo si cerca di tenere insieme la storia socialista (senza falci, martelli, libri e rose) e quella socialdemocratica, che nel 1947 dopo Palazzo Barberini aveva preso un'altra strada. Il garofano è circondato da una corona (a sua volta delimitata da due circonferenze verdi) campita per tre quarti di rosso, ricordando il tempo del garofano craxiano (con il nome inserito in quello spazio); nel quarto in basso a destra, rimasto bianco, si intravedono due onde pennellate - una verde e una rossa - per richiamare il tricolore italiano. Lo statuto prevede anche una seconda versione del simbolo, con la corona tutta rossa e l'elemento tricolore nel cerchio centrale, sovrapposto al garofano (che nella pagina Fb è proposto con una foggia un po' diversa, tutta tinta di rosso).
Al momento il simbolo non ha ancora raggiunto le schede elettorali, ma questo potrebbe accadere nelle prossime tornate (magari partendo da qualche realtà territoriale chiamata al voto), in coincidenza con l'espandersi del partito e il crescere dell'impegno dei suoi aderenti, interessati a costruire un progetto nuovo che tenga insieme più storie vicine. 

martedì 29 giugno 2021

L'Alternativa c'è, il simbolo pure, la componente (grazie a Ingroia) anche

Giusto una settimana è trascorsa da quando L'Alternativa c'è, progetto-contenitore politico fondato da parlamentari elette ed eletti del M5S che non avevano dato il loro appoggio al governo Draghi, ha ottenuto la possibilità di costituire una componente politica all'interno del gruppo misto anche al Senato. Si tratta dell'epilogo di un percorso lungo varie settimane e ricco di momenti di tensione, decisioni discusse e anche qualche colpo di scena: l'esito della vicenda, peraltro, è stato permesso grazie all'intervento di Antonio Ingroia, che ha messo a disposizione le facoltà spettanti alla Lista del Popolo per la Costituzione, almeno secondo l'ultima posizione della Giunta per il Regolamento (formalizzata lo scorso 11 maggio).
La nascita della nuova componente parlamentare consente ai suoi aderenti, pur, nei limiti delle norme vigenti a Palazzo Madama, di emergere con il proprio nome all'interno delle aule, ponendosi come compagine di opposizione (insieme a Fratelli d'Italia e a +Europa - Azione). Il percorso verso una più facile identificazione, in realtà, era iniziato già alla fine di aprile, con l'adozione di un simbolo per il progetto politico. Il 26 aprile sulla pagina ufficiale Facebook de L'Alternativa c'è è stato pubblicato un post che spiega nel dettaglio l'emblema scelto. Vale la pena riportare il testo per intero, non essendo frequente che un soggetto politico spieghi direttamente il significato di una scelta che non è mai solo grafica (o, per lo meno, non dovrebbe esserlo). 
- L’Alpha
"Alpha" è la prima lettera dell’alfabeto greco, corrisponde alla "a" italiana di "alternativa".
Il rimando alla Grecia è un tempo il richiamo alla culla della democrazia (peraltro diretta) e al fallimento di certe politiche europee contemporanee.
L'"alpha" greco all'inizio delle parole è un prefisso con significazione "privativa", ossia si pone di contro e in opposizione a ciò che segue. Una parola con davanti l'alpha è l'alternativa opposta alla parola stessa.
L'"alpha" greco è la prima lettera della parola greca ἀλήθεια (aletheia), che vuol dire "verità". L’etimologia di questa parola si muove su due fronti, derivando a un tempo dalla somma di alpha privativo e la parola λήθη (lethe) e il verbo λανθάνω (lanthano). La parola "aletheia", "verità", viene così a significare tanto "non-dimenticare" quanto "non-nascondere", "disvelare". Ed è il compito di buona politica che L’alternativa c'è si propone.
- Il giallo-arancione
Siamo in un momento storico in cui la green economy è spesso già considerata superata dalla blue economy: la green era basata sul concetto di spendere di più per inquinare di meno, rendendo l’ecologia un lusso per i ricchi. Superandola, la blue sottolinea la necessità di rendere sostenibili tanto l'impatto ambientale che lo sforzo economico che vi si affianca, puntando più sui sistemi circolari, sul recupero e sul riuso che sull’implementazione di costosi sistemi sostenibili, e sottolinea l'importanza dell’economia legata al mare.
Il colore giallo-arancione è un passo ulteriore: ci ricorda che tutto sul nostro pianeta fa parte di un sistema chiuso, incluso il mare, ed il ciclo dell'acqua, che non possiamo accelerare per inseguire il suo crescente uso industriale: già enormi masse di denaro vengono investite scommettendo sul crescere del costo dell'acqua a livello globale nei prossimi anni. Progettare la crescita significa ricordarci che tutto nel nostro sistema è circolare, e ci ritorna, come il problema di un rifiuto o la risorsa di un materiale riutilizzabile, e non possiamo sprecare nulla: unica eccezione è il sole, che ogni giorno fornisce energia ulteriore al nostro ciclo, per il resto completamente chiuso. Quel colore giallo-arancione, solare, rappresenta quanto è preziosa quella consapevolezza
Il testo ha spiegato gli elementi più "anomali" (rispetto ai simboli già in circolazione) dell'emblema; non ha ritenuto necessario spiegare, ovviamente, la scelta di inserire un segmento tricolore nella parte inferiore del fregio. Forse la font adottata non è la migliore possibile (non sembra perfettamente intonata con il resto dell'immagine, anche se oggettivamente si legge bene: un corsivo o un carattere con le grazie sarebbe stato meno opportuno) ma nel complesso non è certo un simbolo inespressivo, anche se la comprensione non è immediata. Va detto, per la cronaca, che esiste un'altra pagina Fb (con il nome Alternativa c'è) con pochi post pubblicati ma attiva anche negli ultimi giorni, che mostra una ruota dentata con una stella all'interno: non si tratta certo di una pagina ufficiale, ma è utile ricordare che il 23 febbraio scorso l'Adnkronos aveva pubblicato un lancio di Antonio Atte in cui si parlava di "una ruota dentata con all'interno una stella tricolore". Può essere che qualcuno abbia cercato di "visualizzare" quell'immagine; in ogni caso, le scelte grafiche in seguito sono state diverse.
Dunque da tempo coloro che, eletti nel MoVimento, non hanno condiviso gli ultimi passaggi politici con il sostegno a Draghi, si sono dati un simbolo e ora dispongono di una componente del gruppo misto in entrambe le Camere. Quest'operazione, non andata in porto a marzo per il venir meno delle condizioni per un progetto comune con l'Italia dei valori guidata da Ignazio Messina, è stata possibile questa volta - come si diceva - grazie all'intervento di Antonio Ingroia. Se alla Camera i deputati che si riconoscono in L'Alternativa c'è (15 per ora) hanno potuto costituire la componente senza grossi problemi, visto che non esistono requisiti particolari per le compagni di almeno dieci persone, al Senato com'è noto la situazione è diversa: pur in mancanza di norme scritte (per cui le componenti sono citate una sola volta dal regolamento, ma non normate), in passato si erano sempre permesse le componenti-etichetta (senza altro valore o prerogativa), anche di una sola persona, ma le ultime modifiche al regolamento del Senato in materia di gruppi - che vincolano il sorgere di un gruppo, anche in corso di legislatura, alla rappresentanza di un gruppo partecipante alle ultime elezioni e con almeno un eletto - avevano portato la Giunta per il regolamento e la stessa Presidenza del Senato a un atteggiamento meno permissivo. 
Nella citata seduta della Giunta dell'11 maggio si era approvato un parere, in base al quale - mediando tra varie posizioni emerse nell'organo - si sarebbero potute costituire componenti nel gruppo misto purché rappresentassero "partiti o movimenti politici che abbiano presentato con il proprio contrassegno, da soli o collegati, candidati alle ultime elezioni nazionali" e purché i senatori richiedenti fossero autorizzati "a rappresentare il partito o movimento politico detentore del contrassegno presentato alle elezioni, mediante dichiarazione sottoscritta dal legale rappresentante di tale formazione politica".
Ora, la Lista del Popolo per la Costituzione ha effettivamente partecipato alle elezioni politiche del 2018 (pur se in un numero assai limitato di circoscrizioni, visto l'obbligo di raccogliere le firme) e coloro che intendevano costituire la componente sono espressamente stati autorizzati a rappresentare quel partito da Antonio Ingroia, che della Lista del Popolo per la Costituzione è il rappresentante legale e il titolare del contrassegno elettorale, in base a quanto risulta dalla dichiarazione di trasparenza depositata appunto al Viminale prima delle ultime elezioni politiche. Così, in ossequio al citato parere della Giunta per il regolamento, è nata la componente del gruppo misto del Senato "L'Alternativa c’è - Popolo per la Costituzione", ad ora costituita da Bianca Laura Granato, Luisa Angrisani, Margherita Corrado e Mattia Crucioli. Nel post ufficiale sulla pagina, il 22 giugno, si legge che la nascita della componente dovrebbe essere il primo passo di "un percorso già in atto per costruire un’alleanza costituzionale molto più ampia e larga che rappresenti una terza via, un'aggregazione che si candida a governare il Paese e di cui si sente sempre più forte e vitale la necessità e l'urgenza". Un'alternativa al governo Draghi, ma soprattutto "ai due poli oggi imperanti, la destra nazionalista e il polo moderato, che insieme oggi sgovernano il Paese. Una sponda popolare e costituzionale che dia voce ai cittadini onesti, ai discriminati e delusi dell’attuale classe politica governativa", come pure alternativa "ai governi delle banche della finanza e dei potentati, alle politiche sempre più subalterne ai grandi interessi multinazionali, di lobby nazionali e transnazionali, che ostacolano una vera sovranità democratica e costituzionale".  
Il 24 giugno, nella conferenza stampa in Senato, i membri della componente hanno confermato "un'affinità politica progettuale" con Ingroia, che a sua volta ha detto di avere "messo a disposizione convintamente il simbolo" (ricordando anche Giulietto Chiesa, con cui aveva condiviso quel progetto elettorale e scomparso il 26 aprile dello scorso anno) avendo riscontrato "davvero tantissime affinità, anzi, anche identità" tra i propri programmi e obiettivi con quelli de L'Alternativa c'è. A partire dal fatto che "c'è una voglia di opposizione nel Paese, che chiede un'alternativa e che in questo momento di fatto non è adeguatamente rappresentata dentro i Palazzi della politica": mettere a disposizione il simbolo - o meglio, le prerogative consentite dall'aver partecipato alle ultime elezioni con quel simbolo - per Ingroia significa lavorare ancora per "costruire un Polo che sia alternativo a quelli che hanno governato, anzi, sgovernato il Paese fino ad oggi", facendosi strada tra i delusi e puntando a "una vera, reale, effettiva e non finta applicazione della Costituzione, mentre è in corso una eversione di fatto dei principi costituzionali".
Ingroia auspica la nascita di veri gruppi parlamentari, anche se ciò sarebbe possibile solo alla Camera (ove almeno altre cinque persone elette si unissero), non anche al Senato perché occorrerebbe un eletto con il simbolo della Lista del Popolo per la Costituzione, che invece non c'è stato. Nel frattempo, in dottrina non mancano le perplessità di chi - come Salvatore Curreri, non senza ragioni - ritiene che, con il parere della Giunta per il regolamento che ha consentito la nascita della componente "L'Alternativa c'è - Popolo per la Costituzione", di fatto si sia innovato il regolamento del Senato senza rispettare la Costituzione, vale a dire l'art. 64 che prevede (al comma 1) che il regolamento di ciascuna Camera sia adottato "a maggioranza assoluta dei suoi componenti", il che vale anche per le sue modifiche. Senza contare che quella modifica di fatto consente qualcosa di analogo a ciò che avviene alla Camera, cioè la nascita di una componente del gruppo misto "eterocostituita", i cui membri non siano parte della forza politica che ne consente il sorgere. Sul piano politico evidentemente si è dato il benestare a questa operazione; sul piano giuridico-scientifico, con altrettanta evidenza, i dubbi continueranno. Intanto, però, almeno alla nuova componente corrisponde il suo simbolo. Anzi, due.

lunedì 14 giugno 2021

Scudo (in)crociato, ecco perché tutti i tentativi di rifare la Dc falliscono

Non serviva conferma, ma una lunga, continua sequenza di episodi rafforza una convinzione: la diaspora della Democrazia cristiana appare infinita e irrimediabile. Lo sa chiunque abbia la ventura di leggere le comunicazioni periodiche di coloro che credono di proseguire legittimamente - ciascuno secondo il suo percorso - la vita giuridica del partito nato nel 1942 e sparito dalla politica italiana nel 1994, o anche solo parte della "garbata" corrispondenza via e-mail o sui social network tra soci e simpatizzanti dell'uno o dell'altro tentativo di rimettere in campo la Dc e il simbolo dello scudo crociato. Davanti agli scritti di chi prende la situazione (e si prende) dannatamente sul serio, spesso con
 toni accesi, a volte provocatori o insultanti, non si può non sgranare gli occhi anche dopo anni di studio..
I numerosi tentativi di riportare in attività la Democrazia cristiana hanno finora richiesto venticinque anni di tempo, sforzi organizzativi non irrilevanti (meno intensi nella seconda metà degli anni '90, con impegno crescente negli "anni zero", fino alle energie profuse dopo la famigerata sentenza del 2010 della Corte di cassazione a sezioni unite) e - aspetto venale, ma non trascurabile - un fiume di denaro speso in pubblicazioni, annunci, convocazioni, manifesti e una marea di spese legali. Sforzi da ammirare in astratto: c'è chi ha creduto o crede davvero di riottenere il partito che per anni ha governato (bene o male) l'Italia. Il risultato finale, però, è di tante campagne tentate o annunciate, varie manciate di liste presentate (con travaglio e simboli mutevoli), poche persone elette (e nessuna in posti di rilievo), a fronte di una mole imprecisata di soldi spesa in questo quarto di secolo dalle persone coinvolte, senza che alcun tentativo abbia dato buoni frutti e sia stato condotto senza contestazioni
Più di un "democristiano non pentito", nei momenti di sconforto in cui si guarda indietro, ammette che il raccolto finora è stato proprio magro; molti però, anche quando dicono "questo è l'ultimo tentativo, se fallisce mi arrendo", non riescono a perdersi d'animo, sostenuti pure dal dogma dell'eternità dei democristiani, del resto varie storie personali sono pronte a suffragarlo. C'è poi chi parla con convinzione di complotti per non far tornare la Dc (dei "poteri forti" o, forse, di coloro che avrebbero gestito il patrimonio e non vorrebbero che quelle vicende fossero messe in discussione); i più pessimisti, invece, imputano difficoltà e fallimenti all'avverarsi della "maledizione di Aldo Moro", pensando alla frase che il presidente della Dc avrebbe scritto in una sua missiva dal suo "carcere" ("Il mio sangue ricadrà su di loro").
La questione, ovviamente, va posta in altro modo e occorre un'analisi obiettiva. I tanti, forse troppi documenti letti nel corso degli anni - ammesso che per i #drogatidipolitica valga il concetto di "troppo" - hanno portato a una conclusione tanto netta, quanto sgradevole per chi si è impegnato finora per il "risveglio" della Dc: nessun tentativo fatto per far tornare la Dc poteva funzionare e nessuno potrà funzionare, salvo due ipotesi improbabili. Ciò non dipende da complotti (ininfluenti, anche se ci fossero) o dalla scarsa volontà politica di riportare in vita la Dc (in parte è vero, ma solo in parte), bensì dal diritto. Tra poco si chiarirà perché nessuna strada seguita finora poteva/può essere fruttuosa, avendo però chiaro che i primi nemici del ritorno della Dc sono alcuni tra gli stessi "democristiani non pentiti".
Tutte le strade seguite hanno difetti, più o meno grandi, comunque sufficienti per essere sbarrate con facilità (si vedrà come). Nessun tentativo sarebbe fallito però se tutti fossero stati concordi nei passaggi da compiere, senza portare contestazioni in tribunaleLa prima via fruttuosa verso la Dc - per assurdo che appaia - sarebbe (stata) quella della concordia: lasciando da parte i difetti dei vari percorsi scelti, pur senza poterli cancellare, il cammino poteva e potrebbe continuare. Vari "democristiani non pentiti", in realtà, lo sanno bene: spesso in molti hanno fatto discorsi simili a "abbiamo fatto sicuramente degli errori, tra noi diciamolo pure, ma se davvero volete che la Dc torni, per favore, non contestateci: fateci riattivare la Dc e poi staremo tutti di nuovo in pace nel partito".
Quella pace, tuttavia, manca ogni volta: qualche contestazione, spesso in carta bollata, è arrivata sempre, da chi portava avanti alcuni tentativi contro chi aveva seguito altre vie, oppure da persone di seconda o terza fila che presentavano ricorsi. Già, perché se c'è chi crede che alcune azioni legali o tentativi diversi dal proprio siano (stati) sostenuti da ex-democristiani che hanno interesse a mandare tutto all'aria, una cosa è chiara: uno dei problemi dei "democristiani non pentiti" è che alcuni di loro hanno idee ben diverse su come riattivare il partito e sono fermamente convinti che il loro percorso sia giusto e che gli altri, essendo scorretti o comunque inefficaci, portino solo disturbo o confusione. 
Qui si è già ripercorsa - in tre puntate (1994-2002, 1996-2010, dopo il 2010) - la storia di ciò che è avvenuto dal 1994 in poi: a questa si può fare riferimento, per non perdersi in una vicenda a dir poco intricata. Di seguito dà conto dei difetti delle singole iniziative più recenti, abbinandole - inevitabilmente, per capirci qualcosa - ai nomi più noti di chi le porta avanti:
  • La Dc di Renato Grassi e Alberto Alessi (già di Gianni Fontana): si tratta del partito che opera sulla base, oltre che della sentenza di Cassazione del 2010 - nella convinzione che questa abbia sostenuto che la Dc non è mai stata sciolta e il suo destino è nelle mani degli ultimi iscritti di allora - del procedimento iniziato con la richiesta al tribunale di Roma di disporre la convocazione dell'assemblea dei soci, sulla base della richiesta del 10% degli iscritti risultanti dall'elenco consegnato allo stesso tribunale, come previsto dall'art. 20 del codice civile.
    Il giudice del tribunale di Roma Guido Romano, a dicembre del 2016, ha effettivamente disposto tale convocazione per il 26 febbraio 2017, peraltro senza riconoscere con questo la legittimità della richiesta: in effetti avrebbe potuto non fare nemmeno quello, visto che l'elenco in questione era quello seguito alla ripresa delle attività nel 2012, con un "consiglio nazionale" che lo stesso giudice Romano nel 2014 aveva dichiarato nullo. L'assemblea del 2017 si è effettivamente svolta (con l'elezione di Gianni Fontana alla presidenza), come pure il XIX congresso il 14 ottobre 2018 (con l'elezione di Renato Grassi alla segreteria), atti che - come sottolineano con veemenza alcune persone che partecipano a questo tentativo - non sono stati dichiarati nulli o annullati da alcun giudice. Il che per ora è vero, ma non è assolutamente vero che quegli atti non siano stati contestati: risultano ancora pendenti, infatti, i giudizi relativi all'assemblea del 2017 e al congresso del 2018 (anche se questo si avvia verso la chiusura, forse con la cessazione della materia del contendere), presentati da Raffaele Cerenza e Franco De Simoni per contestare la correttezza delle convocazioni e dello svolgimento delle riunioni. Senza contare, nel frattempo, che altre persone hanno scelto vie diverse per contestare la validità del congresso del 2018.
  • La Dc di Nino Luciani: si tratta del percorso portato avanti dal bolognese Nino Luciani, che nel 2016 era stato incaricato di convocare l'assemblea del 26 febbraio 2017 (e ne aveva presieduto le prime fasi, fino a quando era stato sostituito). Dopo che però nel 2018 sono state mosse dure critiche alla conduzione del congresso, mettendone in dubbio la validità (con tanto di provvedimenti disciplinari in risposta), Luciani nell'estate 2019 ha esibito una lettera di Fontana (che dopo il congresso era diventato presidente del consiglio nazionale, ma nel frattempo si era dimesso dalla carica) che, in qualità di presidente dell'assemblea dei soci eletto nel 2017, lo delegava a riconvocare quegli stessi soci, volendo così proseguire sui binari tracciati dal codice civile. In questo modo, i soci convocati per il 12 ottobre 2019 avrebbero deciso di revocare gli atti congressuali dell'anno precedente ritenendoli viziati, con l'idea di ripetere il congresso in seguito. Quel percorso, decisamente complicato dall'insorgere della pandemia, si sarebbe concluso online il 24 ottobre 2020, con la ricelebrazione via Skype del XIX congresso e l'elezione di Nino Luciani a segretario politico.
    Quel percorso è stato contestato da alcuni soggetti legati alla Dc-Grassi, anche se in tribunale la tesi non ha avuto fortuna. Il problema alla base, però, è che quando Gianni Fontana avrebbe incaricato Luciani di convocare l'assemblea dei soci in base al percorso iniziato nel 2016, quel percorso si era in realtà già chiuso ed esaurito con la celebrazione del congresso del 2018 (anche se era proprio l'esito di quel congresso che si voleva rimuovere), dunque bisognava seguire lo statuto del partito e non la via codicistica (e Fontana non aveva più il potere di proseguire quel cammino). In più, è evidente che se il tribunale di Roma dovesse dichiarare nulla l'assemblea del 2017, temporalmente e logicamente antecedente rispetto all'iter visto sin qui, anche l'elezione di Luciani verrebbe meno.   
  • La Dc di Emilio Cugliari: problemi quasi identici affliggono il tentativo guidato ora da Emilio Cugliari. Questo condivide gran parte del percorso con quello, appena visto, legato a Nino Luciani, ma se ne distanzia nettamente a partire dal 2 luglio 2020, quando a un'assemblea convocata a Roma da Luciani questo sarebbe stato sfiduciato e sostituito - come presidente facente funzione - proprio da Cugliari, il quale sarebbe tuttora al vertice del partito, nell'attesa di celebrare di nuovo il XIX congresso (essendo stato revocato il precedente).
    Chiaramente, se Cugliari è ben deciso a far partecipare la Dc alle prossime elezioni amministrative, Luciani (che si ritiene segretario per il percorso ricordato) non riconosce per nulla la correttezza del percorso rivendicato da Cugliari. Al di là di queste contestazioni, i difetti esaminati prima per la Dc-Luciani valgono anche per la Dc-Cugliari.
  • La Dc di Raffaele Cerenza e Franco De Simoni: se Luciani il 12 ottobre 2019 aveva convocato l'assemblea dei soci per far revocare il congresso del 2018, lo stesso giorno (già prima) Raffaele Cerenza e Franco De Simoni avevano convocato - con tanto di avviso sulla Gazzetta Ufficiale - un'assemblea costituente della Democrazia cristiana, ritenendo che la famigerata sentenza della Cassazione del 2010 legittimasse l'assemblea degli ultimi iscritti a rappresentare il partito (essendo frattanto decaduti tutti gli organi) e anche ad autoconvocarsi. Dopo quell'assemblea, il percorso sarebbe proseguito fino alla celebrazione - stavolta in presenza, a Roma - del XIX congresso il 12 settembre 2020, che avrebbe eletto segretario politico e segretario amministrativo rispettivamente Franco De Simoni e Raffaele Cerenza (vicepresidente e presidente dell'associazione iscritti alla Dc del 1993, che già dal 1999 aveva cercato la via migliore per riportare in attività il partito (credendo che potesse rappresentarlo Alessandro Duce, ultimo segretario amministrativo, primo tesoriere del Ppi e ancora con voce in capitolo sul patrimonio ex Dc).
    In questo caso, è in qualche modo discutibile che, se si considerano decadute le cariche del partito del 1994 per il decorso del tempo, si ritenga invece ancora valida l'iscrizione alla Dc, che in base allo statuto è annuale e richiede il pagamento di una quota (che certamente nessuno ha potuto chiedere in questi anni, ma è comunque necessaria). In più, come si vedrà poi, è soprattutto discutibile l'idea che esista ancora - e che sia stata la Corte di cassazione a svelarlo - una Dc "dormiente", autonoma da ogni altro soggetto e che attende solo di essere "svegliata".
  • La Dc di Angelo Sandri: si tratta probabilmente del tentativo più longevo ancora in atto di rimessa in moto della Dc. Questo, in particolare, trae le sue origini dall'attività con cui nel 2001 Alessandro Duce aveva cercato di riattivare il partito: lui si era fermato dopo le prime decisioni sfavorevoli dei giudici, il friulano Angelo Sandri e altri avevano continuato, portando avanti il partito (di cui nel 2002 Sandri divenne segretario) e contribuendo in modo determinante ad avviare il cammino processuale che nel 2010 avrebbe portato alla famigerata sentenza di Cassazione. Persa la segreteria in favore di Giuseppe Pizza nel 2003, nel 2004 Sandri sarebbe tornato alla guida della Dc (dopo la sfiducia allo stesso Pizza), rimanendone segretario in tutti i congressi successivi (in particolare a quello di Perugia del 2013, il primo celebrato dopo la Cassazione del 2010, con inviti a tutti coloro che, a detta del segretario, avrebbero avuto diritto di partecipare in base a quella sentenza) e presentando in vari comuni liste con il simbolo dello scudo crociato (sia pure spesso con risultati assai ridotti).
    Qui i problemi vengono soprattutto dai difetti emersi nel 2001-2002 (se il tentativo di Duce era stato riconosciuto privo di fondamento e bloccato, iniziative gemmate da questo avrebbero dovuto avere lo stesso destino), ma anche da quelli del 2013 (non bastava certo invitare al nuovo congresso "ricostituente" tutti coloro che sembravano averne diritto per "sanare" i difetti preesistenti). Benché questa Dc sia riuscita a esistere molto più di altre (per le tante elezioni, anche in piccoli comuni, cui ha partecipato), i problemi restavano e restano.
Come si è visto, tutti questi tentativi avevano e hanno difetti; lo stesso potrebbe dirsi di altri percorsi che nel corso del tempo si sono incontrati. Alla radice di tutto, in ogni caso, c'è un ulteriore problema, creato - ancora una volta - dagli stessi "democristiani non pentiti", non tanto alcuni ma praticamente tutti: forse scoraggiati dalla montagna di carte che dovrebbero avere letto per riuscire a districarsi nel ginepraio dello scudo crociato, si limitano a citare in modo quasi fideistico alcuni documenti "fondamentali" del percorso compiuto finora, in particolare alcune sentenze, senza però averli letti a dovere in ogni loro parte.
Questo è accaduto e continua ad accadere soprattutto con la sentenza n. 25999/2010 delle sezioni unite civili della Corte di cassazione, sulla quale generalmente si basa l'idea che la Dc non sia mai morta, ma possa essere riattivata e rappresentata solo dai suoi iscritti dell'ultimo tesseramento (del 1993 o, secondo altri, del 1992). Prima delusione: la sentenza della Cassazione non dice affatto questo. Quel documento, per nulla entusiasmante, non tratta quasi nessuna questione sul piano del merito, ma si limita a spiegare perché quasi tutti i ricorsi - della Dc-Pizza, del Cdu, della Dc-Sandri e dell'Udc - contro la precedente sentenza della Corte d'appello di Roma (la n. 1305/2009) sono inammissibili e perché l'unico ammissibile - quello del Partito popolare italiano - è infondato e quindi va respinto. Era stata la citata sentenza di secondo grado, del 2009, a decidere che il cambio di nome della Democrazia cristiana in Partito popolare italiano, effettuato nel gennaio 1994, in mancanza di un congresso (unico organo del partito a potersi esprimere sul cambio di nome, in quanto parte dello statuto) era stato deliberato da organi incompetenti, dunque era viziato al punto da essere inesistente. Ha per caso detto la Corte d'appello di Roma che la Dc, mai sciolta, era sopravvissuta ma era rimasta "dormiente" dal 1994 e che il suo destino era nelle mani dei suoi iscritti? Assolutamente no, né avrebbe potuto dirlo.
La spiegazione del perché non avrebbe potuto dirlo è legata alla seconda, cocente delusione per chi ha riposto e continua a riporre speranze nella famosa e famigerata sentenza della Cassazione del 2010. Quasi tutti coloro che parlano di quella decisione, infatti, sembrano inspiegabilmente avere saltato le ultime tre pagine delle sedici totali (non le hanno lette? Non le hanno capite?): sono quelle riferite al ricorso del Ppi. Questo partito - tuttora rappresentato dall'ultimo tesoriere Pierluigi Gilli e dall'ultimo direttore generale Nicodemo Oliverio - aveva impugnato la sentenza d'appello del 2009, grado al quale aveva chiesto di intervenire (visto che si discuteva appunto del cambio di nome da Dc a Ppi), ma l'intervento era stato dichiarato inammissibile: secondo gli avvocati, la sentenza era stata sbagliata perché aveva di fatto dichiarato nullo (anzi inesistente) un suo atto senza che il Ppi - ex Dc avesse potuto difendersi nel processo. Sul punto la Cassazione è chiarissima: è vero che la Corte d'appello di Roma ha detto che il cambio di nome da Dc a Ppi del 1994 era viziato, ma si è espressa sul punto solo per decidere una controversia tra altri soggetti (in questo caso, la Dc-Pizza e il Cdu), senza per questo avere "demolito" quegli atti, che rimangono tuttora validi. Solo in questo senso, dunque, era accettabile che il Ppi non partecipasse al processo (per cui il suo ricorso è stato respinto dalla Cassazione).
Se le cose stanno così, la conclusione che se ne può trarre è una soltanto: non solo nessuno ha sciolto la Dc (perché l'idea, giuridicamente, era solo di cambiarle il nome), non solo la Dc esiste ancora, ma questa coincide perfettamente con il Ppi, dal quale nel corso del tempo si sono staccate varie parti (nel 1994 il Ccd e i Cristiano sociali, nel 1995 il Cdu e in seguito altri pezzi), ma ha mantenuto la stessa identità giuridica. La Cassazione, in effetti, confermando la sentenza della Corte d'appello del 2009, ha anche confermato il passaggio sui vizi nel cambio di nome, ma è stata chiara nel precisare che le delibere con cui il nome della Dc è stato cambiato in Ppi non sono state dichiarate nulle e valgono ancora. Non c'è stato quindi alcun "distacco" del Ppi dalla Dc per il cambio di nome fatto male: il soggetto è lo stesso, solo che è ancora la Dc anche se ritiene di chiamarsi Ppi.
Certo, l'aver detto che quegli atti erano così viziati da essere inesistenti è pesante e qualcuno potrebbe avere voglia di chiedere al Tribunale di Roma di trarre le conseguenze delle affermazioni della Corte d'appello, dichiarando nullo il cambio di nome. Potrebbe anche riuscirci (all'esito di un processo nel quale, ovviamente, il Ppi avrebbe tutto il diritto di difendere le proprie ragioni); anche in quel caso, però, l'unica conseguenza che si otterrebbe sarebbe che il Partito popolare italiano riprenderebbe il vecchio nome di Democrazia cristiana, rimanendo però rappresentato dalle stesse persone che lo rappresentano ora (cioè dagli ultimi dirigenti del Ppi, il cui segretario politico era Pierluigi Castagnetti).
Tutto questo comporta che solo il Ppi potrebbe rifare la Dc - con nome e simbolo storici - in piena legittimità (e anche, va detto, in sfregio all'intenzione di "girare pagina" manifestata nel 1994). Chiunque, tuttavia, può facilmente capire che si tratta di un'eventualità davvero improbabile: quel nome era stato lasciato da parte per non usarlo più e tanto gli accordi di Cannes del 1995, tanto un'ulteriore transazione del 1999 tra i rappresentanti di Ppi e Cdu avevano precisato che nessuno avrebbe più dovuto usarlo. 
Se si esclude che proprio il Ppi voglia riprendere ad agire, con nome e simbolo della Dc (quando preferirebbe che questi fossero "consegnati" all'Istituto Sturzo perché lì riposino per sempre, cosa che i "democristiani non pentiti" vogliono invece evitare), si deve dire che resta solo un'altra via praticabile: quella, già citata, per cui tutti i soggetti interessati si accordino - senza eccezioni, senza contestazioni - per riattivare la Dc in un solo modo, cui partecipi chiunque sia interessato. Ovviamente, anche qui è fondamentale che il Ppi non si opponga, altrimenti non si può fare assolutamente nulla: se l'Udc scegliesse di cambiare il proprio nome in Democrazia cristiana, abbinandola allo scudo crociato che usa dal 2002, il Ppi avrebbe pieno titolo per mettersi di traverso e i giudici gli darebbero ragione.
Al di fuori di queste vie (l'iniziativa del Ppi e la strada della concordia senza contestazioni), non c'è altro modo di tornare correttamente alla Dc e tutti i tentativi sono destinati a fallire. Chi ne vuole portare avanti la storia e i valori può ovviamente farlo, ma con un altro nome e un altro simbolo: prima lo si capisce, meglio è.