mercoledì 26 febbraio 2014

Fratelli d'Italia, tre simboli al prezzo di uno?

Alla fine il verdetto simbolico è arrivato: Fratelli d'Italia, per lo meno alle elezioni europee e alle altre consultazioni di quest'anno, cambierà contrassegno, o meglio lo "aggiusterà" un po', secondo le indicazioni ricevute alle primarie che ha svolto lo scorso fine settimana. Delle otto proposte messe a disposizione dei votanti (dietro pagamento di 2 euro, ormai l'obolo primario è stato istituzionalizzato), ci dicono che la più votata - 28% delle schede tricolori votate - inserisce per intero l'emblema che fu di Alleanza nazionale e di cui la Fondazione An ha concesso l'uso con nutrito contorno di polemiche. In effetti non è proprio la prima versione del logo di An partorita da Massimo Arlechino, ma l'ultima elaborazione di mani ignote, che ha assottigliato il nome e colorato la fiamma a tinte fosforescenti, manco fosse fatta con l'evidenziatore. 
La "pulce" nazionalalleata copre del tutto il nodo tricolore che Fdi aveva scelto in continuità con la grafica e le campagne di An (del resto, a che serve il richiamo, quando si può contare sull'originale), lasciando solo le corde spuntare da sotto al cerchio. Il nome dei Fratelli resta nella parte superiore, meno elegante dell'ultima versione e un po' compresso, per far spazio al "nuovo arrivato".
Posto che Fratelli d'Italia non si può certo dire erede di An (che gli ex siano sparsi in varie altre realtà, a partire da Forza Italia, è cosa arcinota), il principio utilizzato è lo stesso che aveva messo in campo la neonata Alleanza nazionale - allora ancora solo formazione elettorale - quando nel 1994 scelse di racchiudere in un cerchietto la fiammella e di metterla nella parte bassa del cerchio grande. Che poi era lo stesso, identico stratagemma che nel 1991 avevano coniato gli ex comunisti, quando avevano deciso di chiamarsi Pds senza abbandonare del tutto la loro storia, piazzando le bandiere con falce, martello e stella alla base della quercia.
Stavolta però c'è una sorta di unicum, perché - a memoria - è la prima volta che un contrassegno elettorale di fatto ne contiene tre. Quello del Msi all'interno di quello di An che a sua volta è ospite di Fdi. Un gioco di rimandi che lotta anche con la grafica elettorale obbligata (su 3 centimetri di diametro richiesti per l'emblema da scheda, la fiamma sarà alta 6 millimetri), ma di fatto cerca di racchiudere nel cerchio più grande quasi 70 anni di storia.
Si potrebbe dire che i Fratelli d'Italia guardano avanti con un occhio al passato, nel senso che la fiamma la vogliono a tutti i costi? Così così, perché dipende dalla domanda che è stata loro posta. Perché è vero che dei tanti loghi inviati durante la consultazione online su Facebook molte delle proposte avevano la fiamma, così come l'aveva il logo più votato (quello di Enea Paladino, che prendeva il simbolo di An e metteva semplicemente il nuovo nome) che misteriosamente sulla scheda non ci è finito mai, ma in fondo non si deve dimenticare che sei proposte delle otto presenti in scheda avevano la fiammella. Il 77,9% dei votanti ha scelto un simbolo "infiammato", ma considerando che solo due erano senza il vecchio logo, "l’analisi “il 77.9% dei votanti vuole la fiamma nel simbolo” - come scrive con acutezza Rosario D'Auria - ha la stessa profondità della battuta che mi faceva mio zio, unico fratello di mia madre, quando io, unico figlio di sua sorella, ero bambino: 'sei il miglior nipote che ho!'".
In ogni caso, per il futuro bisognerà attrezzarsi: a voler far entrare tanti anni in un simbolo solo, o si allarga la scheda, o si muniscono gli scrutatori di lenti da distribuire ai seggi, assieme alla matita copiativa. Facciamo un preventivo?

lunedì 17 febbraio 2014

Fratelli d'Italia, se il simbolo più votato sparisce dalle primarie


I frequentatori di Facebook con l'occhio più allenato se n'erano accorti quasi subito, già da quando ieri sera sulla pagina ufficiale di Fratelli d'Italia erano state divulgate - come anticipazione - le prime miniature della scheda similelettorale (così suggerirebbe la trama dello sfondo, palesemente clonata dai fac-simile del Viminale) che sarebbe stata distribuita alle primarie sabato e domenica. Quando oggi il partito ha messo a disposizione il pdf della scheda, il sospetto è diventato certezza: alcuni degli emblemi più votati in rete nella consultazione che era stata indetta dal partito proprio per raccogliere le idee simboliche della base ed effettuare una prima scrematura grazie ai voti degli utenti di Faccialibro, nel bollettino preparato per le primarie non si trovavano nemmeno a cercarli con la lente.
A ben guardare, in realtà, dei sette simboli che erano stati presentati con maggiore enfasi a Cagliari a gennaio, sembrano esserne sopravvissuti assai pochi: qualcuno è anche relativamente somigliante, ma magari è stato cambiato qualche dettaglio qua e là. L'assenza più pesante di tutte, tuttavia, è senza dubbio quella del contrassegno che era risultato più votato: quello di Enea Paladino, che riprendeva in tutto la grafica che era stata di Alleanza nazionale, sostituendo soltanto il nome varato tra il 1994 e il 1995 da Gianfranco Fini con la denominazione scelta da Giorgia Meloni, Ignazio La Russa e Guido Crosetto per la loro formazione.

Sulla scheda, invece, finiranno altre rappresentazioni grafiche. Qualcuna, per esempio, riprende il tema grafico già oggi in uso, spostando il nodo tricolore verso la metà del cerchio (e schiacciando, se del caso, la scritta bianca del nome) per fare posto nella parte inferiore bianca al vecchio nome di An (magari con l'aggiunta della parola "popolare", cui Gianni Alemanno sembra tenere molto).
Altre soluzioni, invece, lasciano la parte superiore intatta e non spostano di un millimetro le corde annodate: al nodo viene sovrapposta la "pulce" del simbolo messo nel cassetto tra il 2008 e il 2009, oppure di quel contrassegno resta solo la fiamma - stavolta senza base - che troneggia nel solito cerchietto bianco, sopra la scritta "Alleanza nazionale", insolitamente colorata di rosso.
Altra possibilità sarà mantenere di nuovo la struttura attuale del segno, sostituire "Centrodestra nazionale" con "Alleanza nazionale" e, ancora una volta, coprire il nodo con il cerchietto bianco in cui inserire solo la fiamma (e questo, a ben guardare, è uno dei pochi loghi che di fatto si sono salvati dalla prima consultazione). Per qualcuno, però, a quel punto tanto vale tornare all'antico e riprendere quasi per intero il contrassegno di An, non fosse che per il nome di Fdi, morbidamente schiacciato tra la fiamma cerchiata e il bordo inferiore del cerchio grande.

Gli unici due emblemi che innovano almeno un po' la grafica tradizionale prevedono l'inserimento di una fascetta a metà del cerchio per contenere la dicitura maiuscola "Alleanza nazionale". La versione blu arriva addirittura a coprire la punta della fiamma, gigantesca e sproporzionata rispetto al suo semicerchio; la versione grigia (con parte superiore blu scura e nome del partito meno maiuscolo del solito) lascia nella parte inferiore una fiammella che però prende la foggia del più recente Front National, quasi uno scambio a parti invertite, dopo che monsieur Le Pen all'inizio aveva adattato al suo logo la fiamma di Almirante. 
Saranno dunque queste le otto opzioni tra cui i simpatizzanti e iscritti a Fratelli d'Italia potranno scegliere il loro emblema per le prossime consultazioni. Le polemiche delle ultime 24 ore, però, rischiano di far pesare più gli emblemi assenti di quelli stampati sulla scheda: la corsa verso le primarie sembra iniziata con una falsa partenza.

domenica 16 febbraio 2014

Secondo make-up per il Nuovo centrodestra

Sembra non esserci pace in casa del Nuovo centrodestra. La crisi di governo, però, stavolta non c'entra: il problema e l'instabilità hanno ragioni tutte simboliche. Sì perché, all'assemblea degli amministratori locali del partito guidato da Angelino Alfano che è iniziata ieri e si è conclusa oggi, accanto alla grafica "quadrata" della prim'ora, si è vista una nuova versione del simbolo, stavolta in versione tonda, che guarda evidentemente alle elezioni ormai imminenti di maggio.
Dicono che a volte ai risultati finali si arriva per correzioni e aggiustamenti successivi. Anche in area simbolica, per carità, può capitare: si pensi, per dire, al Movimento sociale Fiamma tricolore, che nel 2001 si vide bocciare l'emblema con la vecchia fiamma che due anni prima andava bene, scodellò in fretta e furia un simbolo con una fiamma "a goccia" per le elezioni politiche, poi - visto che quella soluzione non piaceva a nessuno - si intervenne per gradi, prima stringendo la "goccia" e aggiungendo le seghettature all'esterno, poi inserendole anche all'interno per renderla "più fiamma". Altri ritocchi ripetuti, più di recente, hanno interessato l'Alleanza per l'Italia di Rutelli, che all'inizio aveva piazzato un po' di api dal corpo tricolore, poi le ha annerite spostando i colori nazionali accanto al fiore, fino a cancellare del tutto gli insetti.
Nulla di scandaloso, dunque, se l'emblema cambia volto anche solo di qualche dettaglio, passo dopo passo. Certo però che questi aggiustamenti continui sono realmente frutto della fretta e della frenesia con cui certi soggetti nascono, per far fronte alle esigenze di operatività e visibilità mediatica, al punto che non c'è nemmeno il tempo per studiare un marchio a dovere e verificarne l'impatto sulle persone: lo spernacchiamento subito dalla prima versione del Nuovo centrodestra ne è la prova.
Così, dopo la prima versione "quadrata" e l'immediata (ma non divulgata) cerchiatura del quadro, con un arco tricolore ad ampiezza variabile e il nome del leader più o meno presente, ora l'emblema sembra avere ricevuto una sistemazione più definitiva. Resta l'idea del quadrato blu sfumato, ma visto solo in parte, in alto a sinistra, con la sigla posta un po' sul blu (in negativo, sotto al nome del partito) e un po' sul bianco. Se il segmento inferiore del cerchio porta ancora il cognome bianco di Alfano su fondo carta da zucchero, a separare quell'area dalla parte superiore è una striscetta tricolore (con la banda rossa che corrisponde esattamente all'area superiore bianca); tricolore che, a questo punto, lascia il bordo del cerchio, tutto blu chiaro e che fa ombra all'interno.
Nel complesso, il simbolo sembra più armonico rispetto ai primi tentativi. Che quell'emblema "dica qualcosa" a chi lo guarda, però, è quasi impossibile: niente segni grafici, soliti colori nazionali, solite sfumature simil glam. Unica indicazione più precisa, a parte il nome del partito (che però è piuttosto indefinito in sé) è il nome di Alfano, per identificare in lui il nuovo soggetto politico. Per qualcuno forse è sufficiente, per qualcun altro magari no. 

La sinistra che sta con Tsipras, ma cambia nome



C'è tempo fino alle 18 di domani per decidere quale simbolo potrà avere una delle liste potenzialmente più innovative delle prossime elezioni europee. Si tratta del progetto politico nato dall'appello che sei personaggi di spicco del mondo della cultura italiana (Barbara Spinelli, Andrea Camilleri, Paolo Flores d’Arcais, Luciano Gallino, Marco Revelli e Guido Viale) hanno rivolto agli elettori attraverso il sito di Micromega, facendo propri i principi e i programmi di Alexis Tsipras, il leader del partito greco Syriza che la Gue (la Sinistra europea) ha candidato alla guida della Commissione europea. 
Alla base di quel programma c'è l'idea che l'Europa così com'è non vada bene: dovrebbe cambiare profondamente, tornando nelle mani dei cittadini e dandosi la possibilità di un nuovo inizio, una "risurrezione" a tutti gli effetti. 
La proposta si colloca chiaramente a sinistra nello schieramento politico-elettorale, ma quella parola volutamente non c'è negli emblemi che i sottoscrittori dell'appello stanno votando da ieri mattina: la lista, infatti, non sarebbe parte del Partito della sinistra europea, volendo mantenere la sua coloritura essenzialmente civile e molto europeista, a partire dal suo nome. 
Sono quattro le proposte tra cui gli aderenti all'appello sono chiamati a scegliere, tutte visibili nel sito www.listatsipras.eu: il fondo è sempre rosso, con doppio bordo, l'apparenza e la struttura è uguale ma il contenuto cambia leggermente. I nomi che vengono messi in lizza sono "Cambiamo l'Europa - con Tsipras", "L'altra Europa - con Tsipras", "Con Tsipras - riprendiamoci l'Europa" e "Risorgimento Europeo - con Tsipras". I testi sono tutti scritti in bianco: la prima parte sempre con una font che richiama il gesso sulla lavagna, la seconda - sotto a un archetto giallo che sembra un segno di penna - con un carattere bastone corsivo.


I garanti della lista (i firmatari dell'appello e lo stesso Tsipras) hanno dato alcuni criteri irrinunciabili per poi selezionare le candidature - consentendo ad esempio candidati politici, ma escludendo categoricamente chi ha ricoperto "incarichi elettivi e responsabilità di governo nell'ultimo decennio": intanto, però, resta da capire sotto quale insegna "senza insegne" parteciperanno alle elezioni. Tra lunedì e martedì, a votazione a distanza chiusa, dovrebbe arrivare la risposta.

sabato 15 febbraio 2014

Gli "Innamorati dell'Italia" al fianco di Berlusconi?

A quanto pare non potevano battezzarlo che oggi, nel giorno che i venditori e i pubblicitari dedicano agli innamorati. E proprio Innamorati dell'Italia è il nome di un movimento varato da pochissimo, che gronda amore e colori nazionali da ogni millimetro quadrato della circonferenza. La nuova creatura politica ha anche un suo sito, in cui si viene a sapere che "Gli "Innamorati dell'Italia" sono coloro che amano il proprio paese, che credono nel futuro, che avanzano proposte finalizzate al miglioramento nazionale, guardando alla soluzione e cercando sempre di offrire l'opportunità per tutto il popolo italiano".
Non è che si capisca molto, a leggere queste righe, sull'identità politica di queste persone, anche perché poco oltre è scritto che quegli Innamorati "non hanno bisogno di riconoscersi in partiti o colori per perorare le loro istanze". Secondo Tommaso Cerno dell'Espresso, però, le cose non stanno così e si sarebbe di fronte a una mossa firmata da Silvio Berlusconi in persona: "Gli innamorati - assicura il giornalista - stanno costruendo la rete nazionale delle liste civiche di centrodestra". Nel sito ovviamente non c'e scritto nulla di simile. Il leader, di Certaldo - patria di Boccaccio - è un quarantenne di nome Alessio Berni, la comunicazione è il suo lavoro (come imprenditore, si capisce, mica come bassa manovalanza) e in questi mesi avrebbe ricondotto a un'unica rete circa 1500 liste sparse per l'Italia.
Dichiara lui stesso che l'obiettivo è di raccogliere almeno un consigliere per comune, piazzando così le varie tessere di un mosaico enorme, che si presti a iniziative di proposta (prima che di protesta)  e ad avviare una "RiEvoluzione" generazionale, che si basi sulla logica del "toccarne mille" (cioè i privilegiati a vario titolo) "per salvarci tutti". 
Per Cerno, però, dietro all'idea di mettere in campo "azioni e mozioni che diventino elementi di un nuovo tipo di aggregazione" ci sarebbe essenzialmente l'idea di costruire una rete di movimenti su scala nazionale, che alla fine possa pesare alle urne sul piatto berlusconiano della bilancia. E se tra le truppe "azzurre" si dice da anni che "l'amore vince sempre sull'invidia e sull'odio", viene quasi naturale che il centro della rappresentazione sia un cuore, dal bordo verde-rosso e bianco al centro, con scritte e sfondo blu. Il nome non ha accenti su di sé, per cui il sito e la propaganda possono permettersi di giocare sulla doppia lettura di "Innamorati dell'Italia", leggibile come una descrizione degli aderenti all'iniziativa (innamoràti) oppure un invito a potenziali aderenti (innamorati). Di certo, innamorarsi per la grafica sarà difficile: l'effetto finale del contrassegno, ruotante intorno ai soliti quattro colori nazionali, è di quelli piuttosto cheap, a buon mercato. Ma forse fa parte della strategia del rilancio berlusconiano, chi lo sa.

giovedì 13 febbraio 2014

Se chi lancia Rotondi clona i neogollisti francesi

Inutile negarlo: il feeling tra Italia e Francia è ormai cosa accertata. Per lo meno, dal punto di vista simbolico: l'ultimo capitolo di una storia troppo poco esplorata potrebbe scriverlo il forzista (ma intimamente democristiano) Gianfranco Rotondi, fresco candidato alle futuribili primarie del centrodestra, aggiungendo così un passaggio al centro a una vicenda che, negli anni '70, aveva già messo radici a sinistra e in fondo a destra. 
Apripista, manco a dirlo, fu il leggendario e leggendifico Marco Pannella, che nel 1971 era al congresso di Epinay del Partito socialista francese, quello in cui fu adottata la rose au poing come emblema ufficiale: si narra di una contesa tra il leader radicale e il socialista Giacomo Mancini, che si sarebbe conclusa - stando a voci incontrollate - a notte fonda, con François Mitterand che in pigiama avrebbe ceduto il simbolo a Pannella, dopo che questi si era accertato che il suo competitore del Psi fosse tra le braccia di Morfeo.
Attese fino al 1976 Pannella per sfoderare la splendida rosa nel pugno di Marc Bonnet - che peraltro all'inizio del decennio successivo gli avrebbe fatto causa, vincendola pure, forse perché nessuno aveva chiesto il permesso a lui di usare il simbolo - mentre fin dal 1972 Jean-Marie Le Pen, per il neocostituito Front National aveva adottato la fiamma tricolore del Msi, limitandosi a sostituire il verde con il bleu d'Oltralpe.
Ora che, secondo alcuni, anche nel centrodestra italiano deve tirare di nuovo aria di primarie - dopo quelle che nel 2012 sono state strillate ma non si sono fatte - e che Silvio Berlusconi non è candidabile, è già pronta la candidatura di Rotondi, accolta dall'Unione dei movimenti popolari. Il richiamo nemmeno troppo velato all'esperienza democristiana è evidente, ma qui si rischia di fare il gioco dell'uovo e della gallina: l'emblema del gruppo - che, come gli aderenti si premurano di precisare, "non si tratta di un nuovo partito, perché al movimento aderiscono personalità che operano in vari partiti e lo stesso candidato premier" - infatti è la clonazione in chiave italica della grafica adottata dall'Union pour un mouvement populaire, nata nel 2002 subito dopo la vittoria di Jacques Chirac alle presidenziali. Difficile dire, dunque, se la sigla sia conseguenza del nome o, piuttosto, se il nome sia nato per far uscire quella sigla e "su calco" del precedente francese.
L'acronimo è scritto esattamente con la stessa font, antica e graziata; il bleu e il rosso-bordeaux lasciano il posto al verde e al rosso nostrani e tutta la rappresentazione viene costretta nel consueto cerchio (perché il gruppo non è ancora un partito, ma non si sa mai, e poi gli occhi degli italiani sono abituati a questo). Il cambio più sensibile riguarda l'albero raffigurato nell'emblema: nell'originale francese c'è l'arbre de la liberté, raffigurato come una quercia o, secondo altri, un melo; nella rilettura italiana il tronco è molto più smilzo, al punto da rendere più difficile capire di che pianta si tratti. 
A dire il vero non l'ha capito nemmeno Rotondi, che non ha responsabilità in quell'emblema ("Anche a me sembra più simile alla quercia del Pds - mi ha spiegato - ma io ho già il simbolo di Forza Italia, anche se non impedisco ad altri di disegnarne uno"): gli interessa più che altro sottolineare l'affinità del progetto con la realtà francese ("Indica la strada già percorsa da un paese che ha avuto una robusta Democrazia cristiana, il cui blocco sociale è transitato, con dinamiche variabile, nel gollismo"). Toccherà forse al democristiano Giampiero Catone, che su Facebook sta promuovendo l'evento romano del 1° marzo in cui la candidatura sarà in qualche modo ufficializzata, spiegare che pianta sia quella del logo. Il tempo c'è: a sentire Rotondi, non si vota più tra qualche mese, ma tra qualche anno. 

P.S. Come previsto, è intervenuta l'interpretazione autentica di Giampiero Catone: il logo, disegnato da Alex Di Gregorio, contiene la raffigurazione di un pino marittimo, "una pianta tipicamente italiana". Qualcosa di meno impegnativo dell'albero della sinistra marchiato Pds-Ds (in effetti, che fosse una quercia non lo aveva deciso Bruno Magno, che di quel simbolo fu il padre), qualcosa di più nostrano e più italiano, anche se - come annota diligentemente Wikipedia - "la pianta è stata inserita nell'elenco delle 100 tra le specie esotiche invasive più dannose al mondo". Maldicenze vegetali a parte, il logo viene sfoderato ora, e non è affatto detto che venga accantonato in fretta.

sabato 8 febbraio 2014

I Popolari per l'Italia: una freccia, in barba ai flop di un anno fa

Bisogna proprio dirlo: a qualcuno i flop del recente passato non fanno paura. Anche quando, in fondo, ricordarli è piuttosto semplice. C'era un minimo di attesa per la presentazione - prevista per oggi - del simbolo dei Popolari per l'Italia, la nuova formazione di Mario Mauro, Andrea Olivero e degli altri fuoriusciti da Scelta civica. Qualcuno, ovviamente, più che all'emblema pensava al problema spinoso della collocazione, visto che l'ex forzista-pidiellino Mauro in questi giorni ha marcato più volte le distanze da Slivio Berlusconi, proprio quando i probabili nuovi compagni di strada dell'Udc hanno annunciato con Pierferdinando Casini il loro ritorno nel centrodestra. Un tempismo invidiabile, non c'è che dire, ma ormai il meccanismo era avviato e il rito dell'emblema doveva compiersi. 
Giusto qualche giorno fa erano circolate alcune protografiche, legate ai primi appuntamenti che hanno sancito la nascita del partito: come ingredienti, i soliti quattro colori nazionali, con una striscia tricolore diagonale crescente su fondo blu, con le scritte sulle bande colorate a seguire il loro andamento. Oggi che l'emblema è stato varato, bisogna riconoscere a chi ha concepito la grafica un tasso di estro contenuto, incurante di alcuni canoni di leggibilità e - come si diceva - dei precedenti dal retrogusto amaro.
Già, perché il tema già anticipato del tricolore diagonale è interpretato con la sovrapposizione di tre frecce, quella bianca sopra le altre, a coprire parzialmente quella verde e quella rossa, pronte a fermare un freccione che, ospitando il nome del partito nel suo corpo, punta in alto (e, viste le dimensioni del partito, è un obiettivo ambizioso) e a destra (si può anche dire avanti, ma difficilmente pare che la strada porti a sinistra). iIl tutto su uno sfondo blu-azzurro, con tre cerchi tangenti, dal più grande scuro al più interno chiaro, a tentare di movimentare un po' il contrassegno.
Il simbolo potrebbe finire sulle schede già alle amministrative (oltre che alle europee), ma non si può non spingere la memoria indietro di un anno e passa, quando le frecce sembravano andare per la maggiore tra gli ultraliberisti antitasse: Tremonti (con il suo 3L) abbandonò in fretta le sue velleità sagittarie, i libertari di Forza evasori - Stato ladro si scontrarono mortalmente con il "no" del Viminale; si salvò solo Fare per Fermare il declino, almeno fino all'incidente dei titoli di Oscar Giannino, che decretò il de profundis elettorale per la formazione che sembrava concretamente avviata a ben altri risultati. Che la freccia potesse portare grane, però, non sembra nemmeno avere sfiorato i grafici dell'ultimo simbolo nato e i loro committenti. Poco superstiziosi, forse, ma il lato estetico lascia a desiderare: il premio per il miglior simbolo del 2014 non lo vinceranno i Popolari per l'italia, poco ma sicuro.
 

domenica 2 febbraio 2014

Lo scudo sfumato dei Popolari di Gargani

Chi si ritiene democristiano, in fondo, lo rimane sempre e cerca di dimostrarlo anche con i simboli delle formazioni che fonda, magari a distanza di vent'anni dalla fine politica della Dc. Il discorso vale certamente per Peppino Gargani, avellinese e deputato diccì per ventidue anni filati, fino al ben noto 1994 che in qualche modo mise un punto alla storia democristiana, per lo meno con quel nome (e a dispetto di errori e scorrettezze nelle procedure interne al partito, di cui i giudici si sarebbero occupati in abbondanza negli anni successivi).
Passato dal Ppi a Forza Italia (almeno come partito di elezione), dal Pdl all'Udc, da un annetto a questa parte Giuseppe Gargani ha dato vita a una sua associazione, i Popolari italiani per l'Europa. Non usa la parola partito, forse per non essere accusato di eccessive pretese o per non ricevere subito l'appellativo disdicevole di "partitino", pronto a essere travolto dall'Italicum in discussione alla Camera. Il retroterra, però, indubbiamente è quello, così come l'orizzonte in cui si muovono i Pipe (o Pie, vai a capirci qualcosa con queste sigle) è quello del Partito popolare europeo, al cui gruppo appartiene - ancora per qualche mese - lo stesso Gargani, dopo che nel 2011 l'Ufficio elettorale presso la Cassazione gli ha restituito un seggio a Strasburgo.
Mentre ci si prepara alle elezioni europee di maggio, proprio Gargani ha cercato di registrare come marchio due emblemi per la propria associazione, vuoi per evitare di farseli sfilare, vuoi per prepararsi a usarli al momento opportuno. La prima versione - depositata a febbraio del 2013 - conteneva la dicitura "Popolari per l'Europa" disposta a semicerchio su fondo azzurro, racchiuso da una circonferenza rossa (all'esterno) e bianca. Nel cerchio interno, anche le dodici stelle blu dell'Europa, coperte per metà dal nome dell'associazione, e la scritta maiuscola bianca "Libertas", collocata in diagonale, in posizione strategica. Già, perché all'occhio attento risultava esattamente sovrapposta al braccio trasversale di uno scudo crociato con bordo scuro: la figura è tracciata in filigrana, ma non per questo risulta invisibile, tutt'altro.
La variante, depositata alla fine di luglio - quando l'associazione aveva ormai iniziato a prendere piede in varie parti d'Italia -  utilizza la denominazione completa (spostando in alto "Popolari italiani" e lasciando in basso, stavolta in blu, la dicitura maiuscola "per l'Europa"). Le dodici stelle europee questa volta sono più chiare e il cerchio è rimpicciolito rispetto alle due parti testuali. "Libertas" non c'è più, ma lo scudo crociato c'è ancora, anche se in "negativo" rispetto all'immagine precedente. Volendo lo si legge meno, ma la presenza si avverte ed è un tentativo palese di marcare il territorio. La visibilità dello scudo, naturalmente, sarebbe tutta affidata all'abilità dello stampatore (dei manifesti, delle brochure o, chissà, delle schede elettorali), visto che le sfumature sono sempre un terno al lotto: carta, inchiostri e altre variabili possono dare risultati diversi dallo sperato.
Finora, però, il primo scoglio quegli emblemi sembrano averlo già incontrato. La domanda di registrazione del primo emblema, infatti, è stata respinta; la seconda è ancora "sospesa", ma sembra destinata a finire nello stesso modo. Alla base ci sarebbe soprattutto un problema di forma, nel senso che gli uffici competenti del Viminale non sono propensi a concedere la registrabilità come marchi di emblemi tondi, potenzialmente destinati ad usi elettorali.
Anche se però il segno venisse registrato, probabilmente lo scudo avrebbe vita breve alla prima occasione in cui venisse presentato a elezioni di livello nazionale (comprese le europee): sarebbe pur sempre difficile superare le pretese dell'Udc, che dal 2002 piazza lo scudo crociato nel proprio simbolo e da allora è presente in Parlamento. La sfumatura, quindi, potrebbe doversi attenuare per forza, fino a sparire del tutto. E stavolta non sarebbe colpa della carta o dell'inchiostro.