mercoledì 31 agosto 2016

Quanto conta l'immagine coordinata? Il caso di Mondovì

Quando ci si candida a qualcosa, avere un progetto chiaro e omogeneo fin dall’inizio è decisamente utile. E se le voci a proprio sostegno sono numerose, diventa del tutto naturale cercare di metterle a sistema, di armonizzarle e renderle coerenti rispetto a un’idea comune. Così, se un candidato a sindaco in un comune con più di 15mila abitanti può contare sull’appoggio di più liste, queste possono avere ciascuna la propria caratterizzazione visiva, ma può essere utile cercare di affidare a un’unica mano l’impianto la coerenza grafica dei vari simboli, perché a colpo d’occhio sia chiaro a tutti che il progetto alla base è unitario.
Per questo, negli ultimi anni, si sono moltiplicate le iniziative di immagine coordinata – o, se si preferisce essere anglofili, di brand identity – che hanno cercato di dare uniformità, almeno in parte, agli elementi di una stessa coalizione, così da comunicare in modo più efficace l’idea del “gioco di squadra”. Tra i comuni in cui ci si è mossi in questa direzione, c’è anche Mondovì, in provincia di Cuneo: l’amministrazione oggi in carica segue alle elezioni del 2012 e proprio a quelle faccio riferimento ora.
Per sfidare il sindaco uscente di centrodestra, Stefano Viglione, si formò in seno al centrosinistra un’associazione-laboratorio politico con il nome Mondovì in Movimento, in breve MoMo: le primarie indicarono come candidato sindaco Paolo Magnino (con due consiliature alle spalle) e poi si lavorò per dare corpo alla coalizione. Sulla scheda finirono ben sette simboli, tutti bordati di arancione e con il segmento circolare inferiore contenente il nome della coalizione (con la parola “Movimento” in corsivo per dare l’idea grafica del moto), il tutto sormontato da una freccia bianca, che nella prima parte ricalcava il profilo del centro storico cittadino, e dal nome del candidato proposto in una font manoscritta.
Nessuno dei simboli impiegati era dichiaratamente di partito, anche se era abbastanza facile riconoscere l’impronta del Pd nella lista Città democratica, così come una generica impronta “di sinistra” in Mondovì bene comune, che si avvaleva tra l’altro di un fondo stile bandiera della pace e di un gruppo di figure che si tenevano per le mani, un po’ come in un girotondo di bambini.
C’era un riferimento alla vicinanza affettiva alla città con Mondovì nel cuore (con la skyline cittadina in un cuore tricolore), così come non potevano mancare emblemi legati a categorie o temi tradizionalmente toccati sotto elezioni: c’era la Comunità solidale e c’era l’Impegno civico, c’erano le Frazioni protagoniste e c’erano gli Under 30. Sempre e comunque “con Magnino”. 
Al primo turno, bisogna dirlo, la coalizione si attestò poco al di sopra del 25% (il candidato sindaco arrivò al 29%), mentre l’uscente Viglione arrivò da solo al 48,23%, avendo nella sua coalizione di otto liste la Lega Nord e due liste chiaramente riconducibili al Pdl e all’Udc: la prima era stata ribattezzata Il Popolo della Granda (intesa come Cuneo – Provincia granda) e l’arcobalenino aveva perso il colore verde, mentre l’Udc aveva mantenuto lo scudo crociato, ma in alto c’era il nome del comune e il nome era stato modificato in Unione al centro.
Sfiorò dunque la rielezione al primo turno Viglione, ma si dovette andare comunque al ballottaggio, il cui esito sembrava segnato dall’inizio. E invece Magnino se la giocò fino in fondo: si apparentò con le quattro liste che avevano sostenuto in prima battuta Mario Bovetti e si presentò ai cittadini con ben undici emblemi al seguito. Si impegnò al punto che il miracolo quasi gli riuscì: al ballottaggio sfiorò il 48%, poco più di 400 voti lo distanziarono da Viglione che poté così ottenere la riconferma, anche senza aver puntato sull’immagine coordinata (anche se i tre simboli “tridimensionali” della coalizione erano certamente frutto della stessa mano).

giovedì 4 agosto 2016

Pirati, popolari e liberi: nuove componenti in arrivo alla Camera?

Non sono entrati in Parlamento, ma paradossalmente - per il solo fatto di avere partecipato alle ultime elezioni politiche con il loro simbolo - possono aiutare qualcuno a rimanerci con un minimo di organizzazione e con un complice insospettabile: il regolamento della Camera. Ciò che è avvenuto alla Camera all'inizio di giugno, con la nascita della componente del gruppo misto (di soli tre deputati) Ppa - Moderati grazie alla presenza elettorale del primo nel 2013 merita di essere valutato con maggiore attenzione. 


Le origini

Per inquadrare meglio la questione, è il caso di sfogliare il regolamento della Camera, leggendo articoli qua e là. Le componenti del gruppo misto esistono ufficialmente dal 27 settembre 1997: a proporne l'istituzione fu la Giunta per il regolamento allora insediata, presieduta da Luciano Violante e con membri dei vari gruppi. 
In effetti, a livello informale queste articolazioni esistevano già, ma non avevano alcuna rilevanza giuridica. Il fatto è che, nel 1994 - dopo le prime elezioni con il Mattarellum - partiti anche di una certa consistenza (come Alleanza democratica e Psi) non vennero autorizzati dall'Ufficio di presidenza a costituire un gruppo parlamentare in deroga, avendo solo sfiorato la soglia dei venti deputati: tutti i loro eletti dovettero aderire al gruppo misto, che così divenne visibilmente disomogeneo, con compagini nutrite in disaccordo tra loro; tra ribaltoni e scissioni successive, la situazione nella breve XII legislatura non migliorò. Dopo le elezioni del 1996 quelle dinamiche si ripresentarono e la confusione nel gruppo crebbe: si corse ai ripari, con nuove regole che consentissero alle componenti "di esplicare pienamente l'attività politica parlamentare - così si legge nella relazione alle modifiche - nella forma più ampia e attraverso la più larga disponibilità di strumenti compatibile con l’ordinato ed efficace svolgimento dei lavori della Camera".


Le regole

Al Senato la Giunta per il regolamento nel 2004 ha deliberato che "il Regolamento del Senato [...] non conosce la figura delle componenti politiche del Gruppo misto"; non le cita nemmeno il regolamento dello stesso misto. Nella pratica, le componenti esistono, formate anche da un solo senatore, ma - appunto - non hanno quasi nessun valore, se non quello di segnalare la propria appartenenza, per dare visibilità al soggetto politico di cui si fa parte. 
Alla Camera, invece, le regole ci sono. Per l'art. 24, il tempo per gli interventi nel calendario dei lavori attribuito al gruppo misto "è ripartito tra le componenti politiche in esso costituite, avendo riguardo alla loro consistenza numerica". Nella discussione sulle linee generali di un progetto di legge ha la parola un deputato per ciascuna componente (art. 83), così come può intervenire un membro per ogni componente, tra l'altro, su articoli, emendamenti e subemendamenti (art. 85, comma 7) e sulla questione di fiducia posta dal governo (art. 116, comma 3); le componenti possono poi essere invitate alle conferenze dei capigruppo convocate per questioni di straordinaria importanza, ma solo se hanno più di dieci membri
Il discrimine è importante. Di norma per costituire una componente servono dieci deputati, ma l'art. 14, comma 5 consente che gli eletti siano solo tre, purché rappresentino minoranze linguistiche tutelate dalla Costituzione (e siano legati a liste espressione di quelle minoranze), oppure purché "rappresentino un partito o movimento politico la cui esistenza, alla data di svolgimento delle elezioni per la Camera dei deputati, risulti in forza di elementi certi e inequivoci e abbia presentato, anche congiuntamente con altri, liste di candidati ovvero candidature nei collegi uninominali". Il testo si riferisce alla legge elettorale allora vigente, ma si applica anche al solo collegio uninominale rimasto, quello della Valle d'Aosta.
Per i proponenti, i membri dell'aspirante componente dovevano "dimostrare la sussistenza di un movimento organizzato e diffuso nel Paese" con una consistenza parlamentare minima (tre eletti), segni "certi e inequivoci" dell'esistenza del soggetto politico (per la Giunta per il regolamento potevano essere "un simbolo, una denominazione, un’attestazione documentaria o, comunque, una qualche forma di notorietà") e la partecipazione al voto. La norma in deroga era stata pensata nella XIII legislatura per dare visibilità, spazio e agio nell'azione ai partiti che, dopo le elezioni, avevano una presenza significativa alla Camera, ma non avevano deputati sufficienti per costituire un gruppo o una componente. 


La mutazione

Dalla XVI legislatura, però, l'istituto iniziò a cambiare forma: le componenti in deroga a volte sorsero a una certa distanza dalle elezioni (capitò all'Udeur, inizialmente compresa nella Margherita ma poi tornata autonoma), magari in periodi più vicini al nuovo voto (fu il caso, per esempio, del Movimento dei Repubblicani europei, che aveva corso alle politiche). Era un modo per avere tempo in aula e visibilità, ma probabilmente interessava pure un altro aspetto: "le dotazioni e i contributi assegnati al Gruppo misto - precisa l'art. 15, comma 3 del regolamento - sono determinati avendo riguardo al numero e alla consistenza delle componenti politiche in esso costituite, in modo tale da poter essere ripartite fra le stesse in ragione delle esigenze di base comuni e della consistenza numerica di ciascuna componente". Alle componenti, cioè, sono garantiti più fondi per l'attività e i collaboratori da assumere, più personale e più spazi rispetto a quelli per i senatori non iscritti a componenti.
Nel 2005 si fece un passo in più: Gianfranco Rotondi e altri due deputati ex Udc vollero creare la componente del partito nato nel 2004, la Democrazia cristiana (poi Democrazia cristiana per le autonomie). Non avendo corso alle elezioni, ci voleva un altro partito che avesse presentato candidature nel 2001 e desse la copertura chiesta dal regolamento: provvidero i Verdi-Verdi, nati in Piemonte nel 1990, in rapporti col centrodestra e che avevano presentato liste. Il nome, però, poteva dare problemi: da anni la Federazione dei Verdi, in Parlamento dal 1987, lamentava un uso confusorio della parola "Verdi" e nel 2004 il Consiglio di Stato aveva messo in luce un rischio di confondibilità. La componente nacque comunque (grazie, come disse Rotondi a Sebastiano Messina per Repubblica, "alla santità democristiana di Casini", presidente della Camera) con la deroga fornita dai Verdi-Verdi, ma il nome scelto fu "Ecologisti democratici", lo stesso usato poi dai Verdi-Verdi nel 2006 alle elezioni politiche, dopo la bocciatura del simbolo originario. 
Si capì, dunque, che pure un partito che non aveva partecipato direttamente alle elezioni (perché non aveva presentato liste o era nato dopo) poteva creare la sua componente nel gruppo misto, purché si appoggiasse a un partito che le candidature le aveva presentate, magari affiancando il proprio nome a quello del "derogante".


Evoluzioni recenti

In seguito, il meccanismo è stato ripetuto più volte. Nella XV legislatura (la prima dell'era Porcellum), il 16 marzo 2007 alla Camera sorse la componente "Repubblicani, liberali, riformatori", creata da Giorgio La Malfa, Francesco Nucara e Giovanni Ricevuto: tutti e tre erano stati eletti in Forza Italia, il terzo in quota Nuovo Psi (ma aveva lasciato il gruppo), i primi due come repubblicani (ma si erano iscritti subito al gruppo misto). Siccome il Nuovo Psi aveva costituito un gruppo con la Dca di Rotondi e il Pri non aveva presentato liste, la componente fu fondata con l'appoggio del Partito liberale italiano di Stefano De Luca, che aveva raccolto le firme per partecipare alle elezioni, pur senza avere eletti
Nella scorsa legislatura la Lega Sud Ausonia fece nascere la componente di Noi Sud (poi Autonomia Sud) di Arturo Iannaccone; il Partito pensiero e azione di Antonio Piarulli fece altrettanto con Grande Sud di Gianfranco Miccichè; di nuovo il Pli ha via via accolto sotto il suo nome vari parlamentari che hanno abbandonato il Pdl e così via.
Nell'attuale legislatura, prima del ritorno in Parlamento del Ppa, si era già assistito a due episodi significativi. Fare!, gruppo legato a Flavio Tosi, è riuscito a costituirsi in componente grazie al Pri, mentre il Psi, che aveva candidato i suoi esponenti all'interno del Pd, si è dovuto rivolgere al Pli (ancora loro!): entrambe le formazioni hanno partecipato alle elezioni, anche se nessuna delle due è arrivata allo 0,1% nazionale (anche perché avevano presentato liste solo in poche circoscrizioni). Di fronte a ciò, i casi dei partiti Maie e Usei, che hanno eletto i loro deputati all'estero e hanno ampliato i nomi delle loro componenti dopo aver accolto gli aderenti rispettivamente ad Ala di Verdini e a Idea di Quagliariello, sembrano ordinaria amministrazione. 


Ipotesi per il futuro

Se le cose stanno così, essendo probabile che nei prossimi mesi si verifichino altre scissioni e uscite dai gruppi maggiori, è possibile che altre formazioni presenti alle ultime elezioni e rimaste fuori dal Parlamento vengano contattate da coloro che vogliono creare la componente alla Camera, per godere dei vantaggi di quello status (compresa, magari, la possibilità di essere esentati dalla raccolta firme alle elezioni politiche, in caso di normativa favorevole come quella del 2008). Per inciso, quale sia il vantaggio per il partito escluso dalla Camera che si presta a tali operazioni non è chiaro: c'è chi, come Piarulli del Ppa, precisa di non avere chiesto e avuto un euro, accontentandosi di vedere il nome del suo soggetto politico sugli schermi delle dirette parlamentari e sui resoconti o di collaborare all'attività politica; in altri casi, da più parti si sono rincorse le voci che la deroga sia stata pagata con moneta sonante o con altri benefici (cosa che negli anni si è detta pure per alcuni accordi tecnici che consentivano a certe liste di non raccogliere le firme alle elezioni).
Dopo uno sguardo sommario, si scopre che sono 34 le formazioni che hanno presentato liste almeno in una circoscrizione e non sono entrate alla Camera (avendo già tolto Pri, Pli e Ppa); a queste bisognerebbe aggiungere le 3 che hanno corso per aggiudicarsi il collegio uninominale della Valle d'Aosta. Significa dunque che potrebbero formarsi altre 37 componenti? Ovviamente no, per varie ragioni.
Si dovrebbero escludere, innanzitutto, le formazioni strettamente legate a un territorio, che difficilmente potrebbero accettare di favorire partiti che non condividano gli stessi ideali: vale per le formazioni valdostane (Union Valdôtaine Progressiste, Autonomie Liberté Démocratie, Nation Val D'Outa), ma anche per quelle radicate in altri territori (Die Freiheitlichen, Indipendenza veneta, Partito sardo d'azione, Liga Veneta Repubblica, Veneto Stato, Indipendenza per la Sardegna, Meris), a meno che ovviamente gli interessati a costituire la componente non si sentano legati alle stesse cause politiche. Analogamente, le liste legate a campagne decisamente settoriali, come il Movimento italiano disabili e Staminali d'Italia, difficilmente sarebbero le prime a essere contattate per un accordo di rappresentanza parlamentare. 
Sarebbero fuori gioco, poi, anche i partiti e gruppi troppo connotati politicamente, come La Destra, Partito comunista dei lavoratori, Forza nuova, Casapound Italia, Fiamma tricolore, Partito di alternativa comunista, Rifondazione missina italiana (cioè il Movimento idea sociale), Progetto nazionale e Democrazia Atea: potrebbero non essere disposti loro all'alleanza tecnica, così come coloro che volessero fondare la componente potrebbero non essere interessati dall'inizio. Lo stesso discorso varrebbe per formazioni forse non più esistenti, probabilmente non in buona salute: si possono considerare qui Futuro e libertà, Rivoluzione civile e Fare per fermare il declino. 
Chi resterebbe disponibile dunque? Una dozzina di sigle e simboli, dal nome sufficientemente generico da poter essere utilizzato senza troppi problemi. Tra le liste che erano parte del centrodestra, potrebbero esserci Grande Sud - Mpa, i Moderati in Rivoluzione di Samorì, il Partito pensionati (settoriale come ambito, ma molto noto a livello nazionale), Intesa popolare (movimento creato da Giampiero Catone, ora legato a Rivoluzione cristiana di Rotondi) e Liberi per una Italia Equa (progetto politico di Angelo Pisani). Al di fuori dei poli, c'è Io amo l'Italia di Magdi Cristiano Allam (connotato politicamente, ma dal nome universale), ci sono i Riformisti italiani di Stefania Craxi, gruppi meno noti come Popolari uniti, Unione popolare e Tutti insieme per l'Italia. Nessuno però batterebbe il record dell'inconfondibile formazione dei Pirati, non quelli del Partito pirata ufficiale ma quelli arrembanti col jolly roger di Marco Marsili (che prima del voto del 2013 contribuirono a movimentare il clima al Viminale) e del Voto di protesta dell'impagabile Giuseppe Cirillo, alias Dr. Seduction (già noto per aver creato le liste Preservativi gratis e Impotenti esistenziali). 
Dobbiamo aspettarci, nella seconda metà della legislatura, ben dodici microcomponenti nuove alla Camera? Ovviamente no: potrebbe non nascerne nessuna, ma dovesse nascerne una nuova, con meno di dieci deputati, è quasi certo che pescherà da questo elenchino. Con nuovi soldi da stanziare e nuovi uffici da assegnare, ammesso che lo spazio ci sia ancora e non tocchi trovarlo in altri palazzi.

mercoledì 3 agosto 2016

An via da Fratelli d'Italia? Le reazioni

Era inevitabile che la proposta di Giovanni Donzelli di togliere dal contrassegno di Fratelli d'Italia il simbolo di Alleanza nazionale avrebbe provocato reazioni di vario tipo, all'interno dello stesso partito ma non solo. Il primo a tastare il polso, ovviamente, è stato Il Tempo, che ieri in un pezzo di Antonio Rapisarda dava conto di varie posizioni all'interno di Fdi, anche se in questo caso nessuno si schiera apertamente per lo spegnimento della fiamma. 
Anche chi, come l'ex europarlamentare Carlo Fidanza, ammette che An è "una storia finita male" e che il tentativo di riproporre all'interno il modello di An anche grazie al simbolo ha recuperato "una quota di elettori limitata", sottolinea però che occorre "mantenere un richiamo simbolico alla tradizione della destra, con una fiamma, aggiornata, Anche Edmondo Cirielli, che rappresenta Fdi alla Camera, considera "valida la riflessione di Donzelli", ma la ritiene comunque "frettolosa" (soprattutto nella parte in cui rischia di "compromettere l’ottimo rapporto con Salvini"), anche se poi riconosce che "non può essere la vecchia An l’orizzonte. Ci piacerebbe stavolta essere i federatori, con Lega e Forza Italia», a patto che Fi e altri gruppi chiariscano la loro posizione. 
Altri, più semplicemente, per usare le parole di Rapisarda, "non si appassionano al tema del simbolo": è il caso del responsabile famiglia Federico Iadicicco, per il quale "An sì o no è un dibattito sbagliato" e bisogna piuttosto "rimettere al centro i valori di fondo sui quali costruire la fase ulteriore del progetto". O, volendo, del responsabile dipartimenti tematici Marco Scurria, che pure sul punto qualcosa dice: "Nel momento in cui nasceva una nuova storia bisognava far capire chi era l’erede. Oggi è un dato ormai assimilato" e ora che Meloni è riuscita ad aggregare intorno a sé il centrodestra che sta davvero contro Renzi, occorre pensare soprattutto a creare "un centrodestra nuovo e maturo"
L'hanno presa decisamente meno bene alcuni esponenti di destra esterni a Fratelli d'Italia, a partire - come era prevedibile - da Francesco Storace. Nel suo editoriale di ieri per il Giornale d'Italia ha scritto che "riesce difficile immaginare come conciliare il fuoco senza la fiamma", riferendosi all'espressione "il fuoco divampa", usata da Giorgia Meloni per parlare di Fdi: ha sostenuto che in quel partito "si scopre che per prendere voti e' meglio ignorare la propria storia, salvo mettersi in cattedra a dare lezioni ad altri" e che, se si può anche ritenere superata Alleanza nazionale ("ma è stata una storia accompagnata dal consenso di milioni di italiani, come lo fu quella del Msi"), non si capisce perché nella Fondazione An si è condotta una battaglia "per impossessarsi di un simbolo che si vuole mandare in soffitta, rompendo anche ogni tipo di relazione con chi la pensa al contrario". 
Oggi, sul Tempo, intervistato sempre da Rapisarda, Storace rincara la dose: "Quel simbolo venne definito 'una minestra riscaldata' quando lanciammo noi quest'idea [di riutilizzare l'emblema di An, ndb]. La minestra riscaldata invece è diventata buona perché se lo sono presi loro il simbolo da una fondazione di cui non faccio parte, perché per me i partiti nascono dalla società. Poi adesso si dice che questo simbolo potrebbe non attrarre più", e qui il leader della Destra bacchetta Marcello Veneziani, che a Rapisarda aveva detto di condividere l'abbandono del simbolo di An, un'esperienza di cui la destra non può essere orgogliosa, e che le sole resistenze erano volte a "evitare che quel simbolo possa essere utilizzato da altri e possa determinare ulteriori lacerazioni in un mondo che è già di per sé sfasciato". "Tu non credi più in Dio e non ci dovrei credere nemmeno io?", è la lapidaria risposta di Storace (tanto simile a quella che mi sentii dare poco meno di tre anni fa per Termometro Politico). Pur credendoci, stavolta Storace non chiede il simbolo di An per sé: "Quello che succederà si vedrà. Se la Meloni fosse stata saggia e avesse fatto un percorso di grande destra inclusiva probabilmente il problema non me lo sarei nemmeno posto. Tant’è vero che ho scritto 'Togliete i rancori, non i simboli'".
Sulla questione è intervenuto pure l'ex parlamentare di An Antonio Buonfiglio, ex parlamentare di An (e anche tra coloro che, con vari procedimenti giudiziari, si è opposto ai passaggi che di fatto hanno portato alla nascita della Fondazione An): "l’utilità di An si vede dal fatto che da quando è stata sciolta c’è stata l’irrilevanza politica di un’intera classe dirigente", per cui "scongelare il simbolo di An" per le europee del 2014 voleva dire riprendere "la migliore espressione della destra". Purtroppo però per Buonfiglio "Fdi non ha valorizzato questo simbolo, tant'è che oggi i suoi dirigenti sembrano volersene disfare". 
Altrettanto prevedibile, quanto la reazione di Storace, è la reazione del Movimento sociale italiano fondato da Gaetano Saya e guidato da Maria Antonietta Cannizzaro: "Dopo anni di battaglie giudiziarie, udienze, appelli e lotte legali da parte del nostro Presidente Cannizzaro, affiancata dal pool degli Avvocati del nostro Partito, finalmente la leader Giorgia Meloni annuncia la rinuncia al simbolo di AN, utilizzato in questi anni (la Fiamma Tricolore, nostro per storia, eredità e diritto) - scrive la dirigente nazionale Candida Pittoritto -. Il nostro Presidente ha lottato con tutte le proprie forze per ridare al MSI-DN il ruolo politico/storico che merita. [...] Siamo tornati, con tutte le carte in regola, col riconoscimento assodato e ufficiale che l’unica vera Destra siamo noi. Questa è solo la prima di una lunga serie di vittorie che otterremo da oggi in poi". Posto che Meloni non ha detto esattamente così, la battaglia sembra tutt'altro che vinta: le delibere della Fondazione An restano per ora efficaci e la causa civile che al momento vede il Msi prevalere (con una sentenza di appello che contiene vistosi errori in fatto e in diritto) non è ancora chiusa. Ma di tempo per approfondire ce ne sarà parecchio ...

martedì 2 agosto 2016

Partito pensiero e azione, a volte ritornano (in Parlamento)

7 giugno 2016: non una data storica, forse, ma che i veri drogati di politica (© Livio Ricciardelli) dovrebbero segnarsi sui loro calendari. Da quel giorno alla Camera è ufficialmente rappresentato il Ppa, acronimo di Partito pensiero e azione: il nome appare come etichetta di una componente del gruppo misto, il cui nome preciso è "Movimento Ppa - Moderati". La tentazione sarebbe quella di ricollegare il secondo gruppo ai Moderati di Giacomo Portas - anche in base ai collegamenti suggeriti da certe notizie presenti in rete - ma la smentisce in profondo Antonio Piarulli, fondatore e leader del movimento politico: "la componente parlamentare - precisa - è stata costituita su mandato conferito da me ai quei parlamentari, non ad altri, mentre Portas appartiene a un altro gruppo".  
In realtà, si tratta di un ritorno: già il 18 gennaio 2012, infatti, il Ppa aveva provato l'ebbrezza di affacciarsi sempre a Montecitorio e sempre all'interno di una componente del misto, affiancato in quel caso a Grande Sud di Gianfranco Miccichè, non a caso parte di quella compagine parlamentare; partita di nove componenti, la brigata è poi arrivata a dieci unità e così è stato fino a fine legislatura. Nonostante ciò, tanto nel 2012 quanto oggi, allo sbarco del Ppa in Parlamento, anche i notisti politici più scafati, interrogati su quale partito fosse e chi lo rappresentasse, sapevano e sanno dire ben poco; i più preparati, al più, sanno che quel progetto politico era legato proprio a Piarulli - "dottore in scienze politiche, potentino, classe 1961", annotava Cesare Maffi di Italia Oggi all'inizio di giugno - ma si fermavano lì. 
La storia, per sicurezza, ce la facciamo raccontare dallo stesso Piarulli, contattato apposta per capire qualcosa di più: "Ppa - spiega - nasce nel 2002 come associazione di amici e professionisti; nel febbraio 2004 divenne un vero movimento politico, con il quale io mi candidai come presidente della provincia di Torino in quello stesso anno. Ripetei la stessa esperienza nel 2009, l'anno prima però presentai il mio simbolo alle elezioni politiche, io ero il capo della forza politica e presentai una lista nella sola circoscrizione Piemonte 1; nel 2013 ho fatto altrettanto, presentando la lista in quel caso nella circoscrizione Piemonte 2". 
Cosa aveva spinto Piarulli e i suoi amici a creare il partito? "Avevamo un elemento programmatico fondamentale, che abbiamo mantenuto: tentare di frapporci all'azione pervasiva del sistema politico che mirava a fare fuori il pluralismo democratico. La nostra battaglia continua ancora oggi, andiamo avanti finché possiamo". E se non vi sembra abbastanza chiaro, date uno sguardo al blog di Piarulli (che pure è fermo da tre anni) e scoprirete che Ppa "si rivolge a tutti coloro che avvertono l’esigenza di un impegno nel solco delle tradizioni ispirate ai valori della democrazia, della libertà e della solidarietà, con l’ambizione di tradurre la crescita dell’economia in progresso e giustizia per tutti, senza esclusione per una comunità nazionale più equa, più ricca e più libera".
Un progetto simile cercò di farsi strada con un simbolo davvero minimal: la sigla (addirittura puntata, come non si vedeva dai tempi del Pci) in font bastoni bianca, su fondo blu e con il motto "libertà è partecipazione". "E' vero, scegliemmo un emblema di basso profilo - ammette oggi Piarulli - perché non intendevamo lanciare la nuova sigla, ma il contenuto delle nostre idee: volevamo, insomma, che la gente leggesse il nostro progetto, senza fermarsi a un simbolo artefatto. Nel nome, del resto, c'era il cuore del nostro disegno: 'Libertà è partecipazione' è chiaramente ispirato alla canzone di Giorgio Gaber, mentre 'Pensiero e azione' è palesemente debitore di Mazzini, l'ispirazione ce l'ha data lui". Nel 2004, 2008 e 2009, in effetti, il simbolo è rimasto immutato; nelle bacheche del Viminale nel 2013, tuttavia, è finita una versione rinnovata, con un restyling che ha almeno in parte esplicitato il nome del partito, ha inserito le scritte "Partito della gente per la gente" e "piazza pulita" e, graficamente, ha dato un po' di colore e tridimensionalità al marchio elettorale. 
Nel 2004, a dire il vero, c'era stato l'esordio elettorale "in proprio" di Piarulli, ma per la sua prima candidatura occorre andare indietro di tre anni: "In effetti ero stato candidato alla Camera nel 2001 - ricorda ora - perché Democrazia europea, il partito fondato da Sergio D'Antoni, mi volle candidare nel collegio uninominale Torino 5. Il tutto si svolse in circostanze incredibili: capitai a un comizio in cui parlavano Giulio Andreotti e Pippo Baudo e loro dissero 'qui c'è il dottor Piarulli che sarà nostro candidato in Piemonte!'... ero arrivato lì come uditore e me ne andai in un'altra veste!".

lunedì 1 agosto 2016

Donzelli: "An è un feticcio, via dal simbolo di Fratelli d'Italia"

Che in Fratelli d'Italia più di qualcuno - specie tra i più vicini a Fabio Rampelli - non fosse proprio felice di vedere nel proprio contrassegno la fiamma che dal Movimento sociale italiano era passata ad Alleanza nazionale si sapeva, forse più all'interno del partito che all'esterno ma era cosa nota. Due giorni fa lo ha messo nero su bianco Giovanni Donzelli, membro dell’esecutivo nazionale di Fdi, vicino da tempo a Giorgia Meloni: lo stesso che - assieme ad Andrea Delmastro - mesi fa aveva minacciato una sorta di azione legale contro Angelino Alfano e tutto il Nuovo Centrodestra, se non avessero tolto il riferimento alla destra da nome e simbolo di Ncd. 
In effetti, poco meno di un anno fa, quando ancora si discuteva della possibilità - poi abortita - di un impegno politico più diretto della Fondazione An, magari col vecchio simbolo, Donzelli era stato abbastanza chiaro nel dire che la destra "non si può basare su uomini e simboli del 1994". Per chi allora era assente o non aveva voluto capire, tuttavia, questa volta il concetto lo ha ripetuto in modo inequivocabile. Lo ha fatto con una lunga riflessione, intitolata significativamente Una nuova fase per Fratelli d'Italia, pubblicata sul suo blog personale: a dare maggiore visibilità a quei pensieri ha provveduto un articolo di Carlantonio Solimene sull'edizione di oggi del Tempo, ripreso anche da altre testate.
Donzelli, che Solimene definisce "parte a pieno titolo della 'generazione Atreju'" e che ha mosso i primi passi nel mondo della destra a metà degli anni '90, parte dalla constatazione che "l'ex centrodestra non esiste più" e che per tutti i soggetti che ne hanno fatto parte è il momento di pensare al proprio futuro politico. Un futuro che, per Fdi, dovrebbe partire da alcuni dati di peso, alcuni soddisfacenti o molto soddisfacenti (da Roma a Grosseto, da Novara a Terracina, fino al piccolo comune di Rosazza, conquistato a mani basse da Francesca Delmastro), altri decisamente meno. E dovrebbe partire da una consapevolezza: anche se non si è ancora espresso del tutto "il potenziale immenso" del progetto politico, di fatto in voti assoluti tra Roma e Milano "Fratelli d'Italia è il primo partito del centrodestra".
Se nel messaggio c'è un garbato, ma fermo no alla proposta di Stefano Parisi ("la lista civica di Giorgia Meloni su Roma ha preso più voti della sua lista su Milano"), che difficilmente potrebbe vincere sull'intero territorio italiano "facendo il Marchini nazionale" e magari insistendo a ipotizzare larghe intese, c'è soprattutto un punto fermo: per una solida e vincente alternativa a Renzi e al M5S la destra deve fare (e merita di fare) un salto di qualità, per il quale, secondo Donzelli, è "necessario abbattere qualche totem e superare qualche resistenza mentale". 
La frase è un trampolino, una rampa di lancio per il missile pronto a colpire nel segno, che arriva subito dopo: "personalmente credo che sia arrivato il momento di consegnare definitivamente alla storia l'esperienza di Alleanza Nazionale: è ormai un feticcio che ci distrae dall'immaginare il futuro". Si sente immediatamente odore di museo, rumore di vetrine chiuse, di ferri vecchi mollati in cantina. Ma, volendo, pure di arnesi per smontare il simbolo di An dal contrassegno di Fdi: "Anche graficamente - precisa sempre Donzelli, a scanso di equivoci - credo sia utile immaginare un logo senza richiami al passato e capace di comunicare apertura e non una serie di chiusure concentriche". Una frase, questa, che può avere un doppio livello di lettura: quello più radicale suggerirebbe di ripensare tutta la struttura grafica dell'emblema, che del fregio politico di An era decisamente debitore; il nucleo minimo - e irriducibile - della proposta, invece, si accontenterebbe di veder sparire la pulce con la fiammella dal cerchietto di Fdi.