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mercoledì 31 agosto 2016

Quanto conta l'immagine coordinata? Il caso di Mondovì

Quando ci si candida a qualcosa, avere un progetto chiaro e omogeneo fin dall’inizio è decisamente utile. E se le voci a proprio sostegno sono numerose, diventa del tutto naturale cercare di metterle a sistema, di armonizzarle e renderle coerenti rispetto a un’idea comune. Così, se un candidato a sindaco in un comune con più di 15mila abitanti può contare sull’appoggio di più liste, queste possono avere ciascuna la propria caratterizzazione visiva, ma può essere utile cercare di affidare a un’unica mano l’impianto la coerenza grafica dei vari simboli, perché a colpo d’occhio sia chiaro a tutti che il progetto alla base è unitario.
Per questo, negli ultimi anni, si sono moltiplicate le iniziative di immagine coordinata – o, se si preferisce essere anglofili, di brand identity – che hanno cercato di dare uniformità, almeno in parte, agli elementi di una stessa coalizione, così da comunicare in modo più efficace l’idea del “gioco di squadra”. Tra i comuni in cui ci si è mossi in questa direzione, c’è anche Mondovì, in provincia di Cuneo: l’amministrazione oggi in carica segue alle elezioni del 2012 e proprio a quelle faccio riferimento ora.
Per sfidare il sindaco uscente di centrodestra, Stefano Viglione, si formò in seno al centrosinistra un’associazione-laboratorio politico con il nome Mondovì in Movimento, in breve MoMo: le primarie indicarono come candidato sindaco Paolo Magnino (con due consiliature alle spalle) e poi si lavorò per dare corpo alla coalizione. Sulla scheda finirono ben sette simboli, tutti bordati di arancione e con il segmento circolare inferiore contenente il nome della coalizione (con la parola “Movimento” in corsivo per dare l’idea grafica del moto), il tutto sormontato da una freccia bianca, che nella prima parte ricalcava il profilo del centro storico cittadino, e dal nome del candidato proposto in una font manoscritta.
Nessuno dei simboli impiegati era dichiaratamente di partito, anche se era abbastanza facile riconoscere l’impronta del Pd nella lista Città democratica, così come una generica impronta “di sinistra” in Mondovì bene comune, che si avvaleva tra l’altro di un fondo stile bandiera della pace e di un gruppo di figure che si tenevano per le mani, un po’ come in un girotondo di bambini.
C’era un riferimento alla vicinanza affettiva alla città con Mondovì nel cuore (con la skyline cittadina in un cuore tricolore), così come non potevano mancare emblemi legati a categorie o temi tradizionalmente toccati sotto elezioni: c’era la Comunità solidale e c’era l’Impegno civico, c’erano le Frazioni protagoniste e c’erano gli Under 30. Sempre e comunque “con Magnino”. 
Al primo turno, bisogna dirlo, la coalizione si attestò poco al di sopra del 25% (il candidato sindaco arrivò al 29%), mentre l’uscente Viglione arrivò da solo al 48,23%, avendo nella sua coalizione di otto liste la Lega Nord e due liste chiaramente riconducibili al Pdl e all’Udc: la prima era stata ribattezzata Il Popolo della Granda (intesa come Cuneo – Provincia granda) e l’arcobalenino aveva perso il colore verde, mentre l’Udc aveva mantenuto lo scudo crociato, ma in alto c’era il nome del comune e il nome era stato modificato in Unione al centro.
Sfiorò dunque la rielezione al primo turno Viglione, ma si dovette andare comunque al ballottaggio, il cui esito sembrava segnato dall’inizio. E invece Magnino se la giocò fino in fondo: si apparentò con le quattro liste che avevano sostenuto in prima battuta Mario Bovetti e si presentò ai cittadini con ben undici emblemi al seguito. Si impegnò al punto che il miracolo quasi gli riuscì: al ballottaggio sfiorò il 48%, poco più di 400 voti lo distanziarono da Viglione che poté così ottenere la riconferma, anche senza aver puntato sull’immagine coordinata (anche se i tre simboli “tridimensionali” della coalizione erano certamente frutto della stessa mano).

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