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lunedì 1 agosto 2016

Donzelli: "An è un feticcio, via dal simbolo di Fratelli d'Italia"

Che in Fratelli d'Italia più di qualcuno - specie tra i più vicini a Fabio Rampelli - non fosse proprio felice di vedere nel proprio contrassegno la fiamma che dal Movimento sociale italiano era passata ad Alleanza nazionale si sapeva, forse più all'interno del partito che all'esterno ma era cosa nota. Due giorni fa lo ha messo nero su bianco Giovanni Donzelli, membro dell’esecutivo nazionale di Fdi, vicino da tempo a Giorgia Meloni: lo stesso che - assieme ad Andrea Delmastro - mesi fa aveva minacciato una sorta di azione legale contro Angelino Alfano e tutto il Nuovo Centrodestra, se non avessero tolto il riferimento alla destra da nome e simbolo di Ncd. 
In effetti, poco meno di un anno fa, quando ancora si discuteva della possibilità - poi abortita - di un impegno politico più diretto della Fondazione An, magari col vecchio simbolo, Donzelli era stato abbastanza chiaro nel dire che la destra "non si può basare su uomini e simboli del 1994". Per chi allora era assente o non aveva voluto capire, tuttavia, questa volta il concetto lo ha ripetuto in modo inequivocabile. Lo ha fatto con una lunga riflessione, intitolata significativamente Una nuova fase per Fratelli d'Italia, pubblicata sul suo blog personale: a dare maggiore visibilità a quei pensieri ha provveduto un articolo di Carlantonio Solimene sull'edizione di oggi del Tempo, ripreso anche da altre testate.
Donzelli, che Solimene definisce "parte a pieno titolo della 'generazione Atreju'" e che ha mosso i primi passi nel mondo della destra a metà degli anni '90, parte dalla constatazione che "l'ex centrodestra non esiste più" e che per tutti i soggetti che ne hanno fatto parte è il momento di pensare al proprio futuro politico. Un futuro che, per Fdi, dovrebbe partire da alcuni dati di peso, alcuni soddisfacenti o molto soddisfacenti (da Roma a Grosseto, da Novara a Terracina, fino al piccolo comune di Rosazza, conquistato a mani basse da Francesca Delmastro), altri decisamente meno. E dovrebbe partire da una consapevolezza: anche se non si è ancora espresso del tutto "il potenziale immenso" del progetto politico, di fatto in voti assoluti tra Roma e Milano "Fratelli d'Italia è il primo partito del centrodestra".
Se nel messaggio c'è un garbato, ma fermo no alla proposta di Stefano Parisi ("la lista civica di Giorgia Meloni su Roma ha preso più voti della sua lista su Milano"), che difficilmente potrebbe vincere sull'intero territorio italiano "facendo il Marchini nazionale" e magari insistendo a ipotizzare larghe intese, c'è soprattutto un punto fermo: per una solida e vincente alternativa a Renzi e al M5S la destra deve fare (e merita di fare) un salto di qualità, per il quale, secondo Donzelli, è "necessario abbattere qualche totem e superare qualche resistenza mentale". 
La frase è un trampolino, una rampa di lancio per il missile pronto a colpire nel segno, che arriva subito dopo: "personalmente credo che sia arrivato il momento di consegnare definitivamente alla storia l'esperienza di Alleanza Nazionale: è ormai un feticcio che ci distrae dall'immaginare il futuro". Si sente immediatamente odore di museo, rumore di vetrine chiuse, di ferri vecchi mollati in cantina. Ma, volendo, pure di arnesi per smontare il simbolo di An dal contrassegno di Fdi: "Anche graficamente - precisa sempre Donzelli, a scanso di equivoci - credo sia utile immaginare un logo senza richiami al passato e capace di comunicare apertura e non una serie di chiusure concentriche". Una frase, questa, che può avere un doppio livello di lettura: quello più radicale suggerirebbe di ripensare tutta la struttura grafica dell'emblema, che del fregio politico di An era decisamente debitore; il nucleo minimo - e irriducibile - della proposta, invece, si accontenterebbe di veder sparire la pulce con la fiammella dal cerchietto di Fdi. 
E mentre Donzelli sottolinea che il partito "con un leader come Giorgia Meloni deve e può parlare a tutti gli Italiani. Non solo a quelli che votavano An" (giusto per non lasciare dubbi sui confini da allargare e spostare più in là) e suggerisce di stare vicini a "un mondo di liberi professionisti che nessuna forza politica considera più, ma sono loro con le proprie capacità a tenere in piedi la rete economica dell'Italia che riesce a sopravvivere", viene da ricordare come il simbolo di An fosse arrivato lì dov'è ora. Perché, a ben guardare, l'emblema è finito essenzialmente nelle mani di Giorgia Meloni (e lì è rimasto) per evitare che se ne appropriassero altriD'accordo, Fdi era l'unico partito dichiaratamente di destra in Parlamento ed era quello che si poneva in maggiore continuità con l'esperienza conclusa di An, quindi farsi dare l'emblema poteva essere un modo per riannodare qualche filo, ma era soprattutto importante che la fiamma non prendesse altri lidi. 
Alla fine del 2013, poche settimane prima della prima assemblea della Fondazione Alleanza nazionale, Francesco Storace con vari gruppi di destra tentò di usare il simbolo per costituire una "nuova" An: arrivarono puntualmente le diffide dalla fondazione e, dieci giorni prima di Natale, l'assemblea decise di concedere per tutto il 2014 l'uso del simbolo alla "evoluzione di Fratelli d'Italia", grazie a una mozione firmata anche da Gianni Alemanno (il tutto, per inciso, non piacque agli ex An finiti in Forza Italia, come Maurizio Gasparri; qualche soggetto legato a quell'area fece ricorso, ma gli andò male). Quando nel 2015 un gruppo di "quarantenni" - sostenuto anche da Alemanno, in rapporti non proprio idilliaci con Meloni - chiese alla fondazione di impegnarsi direttamente in politica, magari anche sostenendo un partito di nuovo conio (con o senza emblema di An, non importava), una nuova mozione confermò tra l'altro l'uso del simbolo storico a Fratelli d'Italia, stavolta senza limiti di tempo espliciti. 
E mentre Donzelli conclude il suo discorso guardando oltreconfine, disprezzando chi "si inginocchia alla Merkel e attende ordini", ma rifiutando di essere suddito di Marine Le Pen, si continua a pensare al simbolo, chiedendosi quando l'eventuale cambio dovrebbe essere proposto e discusso. Sul fatto che del tema si debba occupare il congresso, non c'è dubbio, se non altro perché ora il simbolo è descritto e allegato allo statuto e una sua modifica comporterebbe necessarie modifiche statutarie che solo un congresso potrebbe deliberare: resta solo da capire che tempi si immaginano per questo passaggio. E' lo stesso esponente toscano di Fratelli d'Italia a dare a Solimene del Tempo qualche indicazione in più: "La nostra intenzione è di celebrarlo subito dopo il referendum. Inizialmente pensavamo a novembre, ma se Renzi continua a rinviare il momento del voto...". 
L'articolo prospetta dunque un congresso entro la fine del 2016, aperta anche a chi ha sostenuto le liste civiche vicine a Fdi e il progetto civico-politico Terra Nostra. Difficile dire, però, se l'idea di schiodare il simbolo di An da quello di Fdi potrà andare in porto: qualcuno, in fondo, potrebbe sempre temere che il non uso da parte del partito di Meloni spalanchi la strada ad altri soggetti. In prima fila, per dire, ci sarebbero Gaetano Saya e Maria Antonietta Cannizzaro, con il "loro" Msi (che al momento, tra l'altro, ha pure a suo favore una sentenza di Corte d'appello: il contenuto lascia dubbi sul piano giuridico, ma è pur sempre il pronunciamento più recente in materia); lo stesso potrebbe dirsi per altri soggetti che volessero utilizzare l'emblema di An per loro iniziative o candidature. 
Certo, anche se Fratelli d'Italia non lo usasse più, quel fregio non verrebbe abbandonato: la titolarità resterebbe della Fondazione Alleanza nazionale e rimarrebbe valida la concessione dell'uso a Fdi (che non perderebbe i suoi diritti anche in caso di non utilizzo per scelta), per cui entrambi i soggetti potrebbero far valere la loro posizione in tribunale. Di eventuali nuove richieste relative all'emblema si dovrebbe discutere nella prossima assemblea della fondazione: questa, però, non si svolgerà prima degli ultimi mesi del 2017. 

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