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mercoledì 29 novembre 2017

Liberi e Uguali a sinistra? Ma LibertàEguale c'è già...

In Italia, come appassionati e archeologi di musica leggera sanno bene, periodicamente spuntano accuse di plagio e copiatura varia. In quei casi, la linea difensiva del presunto copiatore contiene quasi sempre un certo ragionamento: le note sono sette, 12 a voler considerare anche le alterazioni, dunque gli accordi armonici e orecchiabili, così come le linee melodiche gradevoli sono limitati, quindi non c'è dolo se due brani si somigliano, magari senza che il secondo autore abbia mai conosciuto il brano che si presume vittima di plagio. Qualcosa di vero nel ragionamento c'è, ma non per questo le condanne per plagio non sono state emesse.
Qualcosa di simile sembra accadere anche con riguardo ai simboli politici, ma anche semplicemente per i nomi di partiti e movimenti. L'ultimo episodio, fresco fresco, riguarderebbe una creatura politica non ancora nata, anzi nascitura, questione di giorni. Il nuovo soggetto politico nascente a sinistra, che dovrebbe raccogliere Possibile, Sinistra italiana, Articolo 1 e magari anche alte cariche istituzionali (a partire da Pietro Grasso e Laura Boldrini), potrebbe chiamarsi Liberi e Uguali. Niente simbolo grafico, per quanto se ne sa, anche se la presentazione ufficiale del logo potrebbe esservi sabato: si è parlato del nome su fondo rosso. Gli appassionati di grafica politica non sono contenti, ma per qualcuno è proprio il nome a essere inopportuno. Perché da 18 anni esiste già la LibertàEguale. Con tutte le maiuscole. Si tratta di una associazione attiva in ambito politico, nata nel 1999 da "riformisti provenienti dalle più diverse esperienze nell’ambito del centrosinistra italiano", come si legge nel sito, per "fare dell’Italia una nazione con maggiore Libertà e maggiore Eguaglianza".
Nell'organo di presidenza sono rappresentate varie culture politiche, a partire da quelle confluite nei dem. Ci sono ex parlamentari (tra gli altri Franca d'Alessandro Prisco, Claudio Petruccioli, Luigi Covatta), altri in carica (come Pietro Ichino, Alessandro Maran, Lia Quartapelle); ci sono filosofi, giuristi ed economisti come Michele Salvati. A presiedere l'associazione è l'attuale viceministro all'economia Enrico Morando, mentre vicepresidente vicario è Stefano Ceccanti. Ed è proprio il docente di Diritto costituzionale comparato ed ex senatore Pd che, dalle pagine del suo blog personale, rivendica la primogenitura, prima ancora che del nome, dell'idea che gli sta dietro: "Vorrei gentilmente avvisare, se fosse vero, che l’associazione Libertà Eguale compie 18 anni domani, si riunisce sabato, in contemporanea a loro (tanti auguri, comunque) a Orvieto e, tra le tante differenze, non aspetterebbe mai le scelte di un magistrato per guidarla". L'avviso è ancora relativamente amichevole, ma poco disposto ad acquiescenze: "Ovviamente - continua Ceccanti - se si tentasse di impadronirsi del nome ci sarebbero consequence".
Di grane giuridiche e giudiziarie legate all'uso di un nome che sembrava troppo simile a qualcosa di già esistente se ne sono viste altre, anche in tempi relativamente recenti. Uno dei casi che avevano fatto maggiormente discutere risale al 2008, quando un gruppo di politici di area cattolica, guidato dall'ex segretario Cisl Savino Pezzotta, nonché dagli ex Udc Mario Baccini e Bruno Tabacci, aveva avuto in mente di costruire la Rosa Bianca, mettendo proprio quel fiore nel simbolo su fondo blu. Il riferimento, forse, era a metà tra il Bianco fiore della Dc degli esordi e la weisse rose cristiana e antinazista, ma i promotori avevano dimenticato un piccolo particolare: in Italia la Rosa Bianca esisteva già da almeno 30 anni, essendo un'altra associazione "per l'educazione alla politica e alla democrazia" nata sempre in ambito cattolico e tra i suoi fondatori annoverava Paolo Giuntella, per anni cronista al Popolo e a lungo quirinalista al Tg1. La sua associazione si rivolse al Tribunale di Roma per far valere il preuso del nome e, già che c'era, anche del sito internet, lamentando un elevato rischio di confondibilità, soprattutto a causa del comune impegno in ambito politico e per il bagaglio ideologico affine. I giudici accolsero quella domanda e il gruppo di Pezzotta dovette rapidamente modificare il proprio nome in Rosa per l'Italia.
In ambito cattolico, in effetti, le polemiche sui nomi non sono mancate. Si pensi, ad esempio, a quando Gianni Alemanno volle fondare il movimento Prima l'italia, dimenticandosi che quell'espressione era già stata utilizzata in ambito politico negli ultimi tesseramenti e nelle ultime campagne della Democrazia cristiana, prima che scegliesse di ribattezzarsi (facendolo male) Partito Popolare italiano. Per non parlare, tra l'altro, di tutte le volte in cui qualcuno ha cercato di chiamare la propria iniziativa Italia Popolare o semplicemente Popolari: tutti quanti, si chiamassero Alemanno, Berlusconi, Mauro, Alfano o in altra maniera, si sono puntualmente trovati una diffida da parte dell'associazione Italia popolare, legata all'ex parlamentare Ppi Alberto Monticone e attualmente portata avanti da Giancarlo Chiapello.
Certo, in quei casi il nome era proprio identico ed era più facile sostenere il preuso, mentre qui da una parte ci potrebbero essere i Liberi e Uguali, dall'altra c'è già da tempo la Libertà Eguale. Tutto risolto allora? Beh, non proprio. Si tratta pur sempre della combinazione degli stessi concetti, pur se espressi con parole appena un po' diverse,  all'interno dello stesso ambito politico, per cui la confondibilità non può essere affatto esclusa. Ne sa qualcosa Il Senatore Carlo Giovanardi, a suo tempo fondatore del partito Popolari Liberali, con il quale entro nel Pdl berlusconiano. Poco tempo dopo, infatti, si vede recapitare una diffida dall'Associazione Liberal popolari, già esistente, che gli intimava di abbandonare l'uso del nome. Le due denominazioni, per quanto simili, oggettivamente non erano identiche, eppure il tribunale di Roma in un'ordinanza diede torto a Giovanardi (che da allora infatti ha utilizzato molto meno il simbolo inizialmente creato), proprio perché i giudici avevano dato rilievo alla combinazione dei concetti, oggettivamente più proteggibile rispetto ai concetti singoli. 
La scena proposta oggi, tra l'altro, dovrebbe essere un déjà vu per chi pochi mesi fa ha fondato Articolo 1, visto che il nome inizialmente scelto, Movimento Democratico Progressista, è stato messo in secondo piano dopo il pronto avviso di un gruppo di democratici vicini a Renzi che in Calabria alle regionali aveva presentato la lista Democratici progressisti. 
Per evitare l'ennesima diffida con strascico legale, in un tempo pericolosamente vicino allo scioglimento delle Camere e che richiede la piena disponibilità del nome e del simbolo che si usa, forse per il nascente rassemblement di sinistra è meglio correre ai ripari e sforzare un po' di più la fantasia; in fondo, forse, le combinazioni interessanti in politica non sono ancora terminate.

giovedì 23 novembre 2017

+Europa, nonostante tutto (e firme permettendo)

Quando, a febbraio, Benedetto Della Vedova lanciò il suo nuovo progetto politico - precisando che non si trattava di un partito o di un movimento - con il nome Forza Europa, furono in molti a chiedersi se quell'etichetta fosse nata per arrivare alle elezioni (che ancora non si sapeva quando si sarebbero tenute, anche a causa delle incertezze legate alla legge elettorale) e trasformarsi almeno in lista (magari non con quel nome, perché sarebbe stato fin troppo facile un accostamento indebito a Forza Italia), con l'apporto di altre persone che all'idea di Europa non hanno mai smesso di credere, a dispetto delle storture degli ultimi anni. Compagni di viaggio ideali potevano essere i Radicali italiani, che sugli Stati Uniti d'Europa puntano da sempre, generalmente poco ascoltati se non da sparuti soggetti e gruppi.
Oggi quell'idea si è fatta più concreta: questa mattina all'hotel Minerva Della Vedova, che - prima di creare nel 2005 i Riformatori liberali, di entrare con questi nel Popolo della libertà, salvo poi uscirne per aderire al finiano Futuro e libertà, fino alle elezioni del 2013 che lo hanno visto candidato ed eletto nella lista Con Monti per l'Italia, con la successiva adesione a Scelta civica, abbandonata nel 2015 - era stato a capo dei Club Marco Pannella - Riformatori, europarlamentare per la Lista Bonino e portavoce di Radicali italiani, ha presentato proprio con Emma Bonino e il segretario di Radicali italiani Riccardo Magi il progetto di una nuova lista - anzi, una "proposta elettorale autonoma" - con relativo emblema, +Europa (il cui sito è www.piueuropa.eu).
Il messaggio lanciato è chiaro: "Per affrontare le grandi questioni del nostro tempo occorrono risposte più ampie che può dare solo un’Italia più europea in un’Europa unita e democratica". In uno dei periodi più euroscettici in assoluto, con forze dichiaratamente antieuropeiste, Benedetto Della Vedova ha coniato una sintesi ancora più diretta: "Europa sì anche così", in contrapposizione ai molti che - non senza ragioni - invocano istituzioni europee diverse da quelle attuali. Il motivo della scelta lo ha spiegato Emma Bonino: "più Europa vuol dire più pace, più sicurezza, più diritti, più crescita, più efficienza, più cultura, più libertà", anche se ora il raccolto europeo può sembrare magro e insoddisfacente e le regole imposte da Bruxelles (comprese quelle finanziarie, della cui bontà il nuovo progetto politico è convinto) possono apparire difficili da rispettare.
Queste idee vengono rappresentate con un emblema tutto basato sul lettering e sui colori: il nome scelto è scritto in una font "bastoni" e stondata, con il segno del "più" giallo che si fonde con la E di Europa, lettera in cui domina il blu, così da richiamare nel segno essenziale i colori europei (senza nemmeno una stella, a differenza dell'abitudine degli ultimi anni di vari partiti); le altre lettere, invece, sono tinte dei colori dell'iride in un motivo a quadrati obliqui. Certamente quello presentato somiglia molto più a un marchio che a un contrassegno elettorale e, se inserito da solo nel cerchio di prammatica, lo lascerebbe piuttosto vuoto: è più probabile che il logo mostrato oggi sia solo un elemento di un eventuale contrassegno elettorale, magari composito con i fregi di altre forze o con l'inserimento di un nome (possibilmente quello di Emma Bonino, la persona più illustre e più nota tra chi ha promosso il progetto-lista e che nel 1999 aveva portato la lista con il suo nome a un ottimo risultato). 
Perché il simbolo, comunque sia fatto, arrivi sulle schede, è tuttavia necessario superare il durissimo ostacolo della raccolta delle firme, dal momento che la lista non può vantare alcun collegamento con gruppi parlamentari esenti da quell'onere. A dispetto dell'abitudine consolidata a raccogliere le firme per chi ha avuto una storia radicale, il compito con il passare del tempo si è fatto molto più arduo e, soprattutto, il tempo per la raccolta è ridotto a poche settimane. Se non si è di fronte a una "missione impossibile" (parole di Emma Bonino), centrare l'obiettivo di una presenza della lista in tutte le circoscrizioni sarà comunque difficile. La situazione sarà identica sia che la lista cerchi di presentarsi da sola, sia che scelga - possibilità non esclusa, ma non facile per alcune divergenze sul programma - di apparentarsi con il Pd nel sostegno ai singoli candidati dei collegi uninominali. Il nucleo del simbolo, in ogni caso, c'è; il gruppo spera di poterlo utilizzare, per presentarsi agli elettori con la sua idea di Europa. 

mercoledì 22 novembre 2017

Dc, la sentenza di Rotondi vale molto meno del previsto

Qualche giorno fa, nel parlare del possibile ritorno della Democrazia cristiana (con nome e simbolo insieme) sulle schede elettorali, era rimasta in sospeso una domanda: che sentenza a lui favorevole sostiene di avere in mano Gianfranco Rotondi? Per tanto tempo ha detto (non di rado a sproposito) di essere ancora lui a tutelare giuridicamente gli interessi di ciò che resta della Dc; poco più di un mese fa, però, aveva fatto un salto di qualità. 
Il 16 ottobre, infatti, aveva dichiarato: "Mi è stata notificata una sentenza di Appello, che inibisce l’uso del nome Democrazia cristiana a uno dei tanti movimenti, che lo hanno rivendicato. Il preuso ed i patti sottostanti per i Giudici di Secondo Grado confermano il nostro diritto all'uso del nome del partito"; con "nostro", evidentemente, poteva solo riferirsi al partito non più operante Democrazia cristiana per le autonomie (nato solo Democrazia cristiana) che lui aveva fondato nel 2004. Una manciata di giorni dopo, sempre Rotondi era andato oltre: "una sentenza della Corte di Appello stabilisce che il nome è nostro". Dunque la Democrazia cristiana è lui? Dirlo sarebbe piuttosto azzardato, per tante ottime ragioni. 
Certo, è vero che tutto questo lo ha dichiarato proprio Rotondi, in più tempi e in più sedi, dunque verrebbe la tentazione di pensare che sia vero. Forse però è opportuno applicare alle sue parole una massima espressa da lui stesso in un'intervista concessa quattro anni fa all'autore di queste righe: "Bisogna avere il coraggio di credere a un politico, ma anche la prudenza di dubitare: non prendere per oro colato tutto quello che dice, fare qualche verifica ed essere anche un po' tolleranti". La tolleranza con lui non è mai stata lesinata, vista la sua presenza parlamentare lunga cinque legislature e le sue innumerevoli dichiarazioni spesso filoberlusconiane e sempre molto democristiane: passare alle verifiche, a questo punto, è assolutamente legittimo.
Così, avendo cura e pazienza di fare qualche indagine, si scopre che non c'è alcuna sentenza di ambito democristiano emessa a ottobre o poco prima. Rotondi ha bluffato? Ovviamente no, una sentenza c'è, ma è stata depositata lo scorso febbraio, una manciata di giorni prima che all'Ergife si riunissero gli irriducibili Dc nel tentativo di riattivare il partito con una sorta di "nulla osta" dal Tribunale di Roma; quella vicenda - tutt'altro che chiusa e risolta, come è noto - non c'entra però nulla con la decisione di cui il leader di Rivoluzione cristiana parla (né ovviamente lui ha detto che c'entrasse, giustamente).
Di che sentenza si tratta allora? Quando Rotondi ha parlato di Corte d'appello, pensando alle cause in cui era coinvolto anche lui come Democrazia cristiana per le autonomie, veniva da individuare soltanto una causa, iniziata nel 2006 dalla Democrazia cristiana, per lo meno da quella che si riteneva rappresentata dal segretario politico Angelo Sandri. Lui si era rivolto al tribunale di Roma per chiedere l'accertamento della nullità di tutti gli atti con cui si era "archiviata" l'esperienza della Democrazia cristiana e se ne era gestito il patrimonio (da restituire), nonché per ottenere l'inibizione dell'uso del vecchio nome e del simbolo a chi ne faceva ancora uso (sul presupposto che questi spettassero alla Dc-Sandri, che si riteneva continuatrice della Dc "storica"): l'azione era rivolta contro il Ccd (che allora ancora esisteva), il Cdu (che aveva sospeso la sua attività, ma di cui Rotondi figurava ancora come tesoriere), il Ppi (anch'esso in sonno, ma giuridicamente esistente), l'Udc e, appunto, la "Associazione Partito Politico Democrazia Cristiana", che poi si sarebbe chiamata Democrazia cristiana per le autonomie.
La sentenza di primo grado (c.d. "sentenza Vannucci") arrivò nel 2009 e fu interamente sfavorevole a chi aveva intrapreso l'azione: il giudice disse che non c'era stata alcuna volontà di costituire nuovi partiti nel 1994, che la Dc aveva semplicemente cambiato nome in Ppi (nel modo sbagliato, come si sarebbe appreso in seguito) e che certamente la Dc-Sandri non era in continuità giuridica con il partito storico; sulla base di questo, il tribunale respinse tutte le domande di quest'ultima. Sull'uso della denominazione "Democrazia cristiana", in particolare, nella sentenza si disse che quel nome era stato abbandonato da tempo da Ppi e Cdu ed era usato "in via esclusiva da DC-Rotondi fin dalla relativa costituzione [...] col consenso degli altri partiti" derivati dalla Dc, dunque anzi era il partito di Rotondi a ottenere che alla Dc-Sandri fosse inibito l'uso dell'antico nome e della sigla.
Quella decisione fu impugnata dalla Dc di Sandri: l'appello iniziò nel 2010, ma la sentenza - la n. 805/2017 - è arrivata solo dopo sette anni (mese più, mese meno). La decisione di qualche mese fa di fatto ha confermato integralmente - al di là delle parti della sentenza relative a questioni di rito - quanto era stato detto nel 2017, soprattutto perché chi aveva impugnato aveva di fatto omesso di presentare documenti a suffragio delle proprie tesi (non versando nel processo i documenti del primo grado). Sulla questione del nome "Democrazia cristiana", la Corte d'appello di Roma sostenne che il titolo riconosciuto a Rotondi non derivava (tanto) da una concessione rilasciata dal Ppi all'impiego di quella denominazione (documento effettivamente esistente e datato 21 dicembre 2004, ma che secondo la Dc-Sandri non contava nulla, perché il Ppi non avrebbe potuto disporre del nome della Dc), ma da "una situazione di fatto, ossia [d]all'oggettiva utilizzazione esclusiva di tale denominazione da parte della DC-Rotondi; di modo che la stessa aveva acquisito, in forza alla percezione che di essa si aveva tra quanti condividessero gli ideali di ispirazione cattolica, una forza distintiva". 
Questa decisione, evidentemente, non dev'essere piaciuta alla Dc-Sandri che nelle settimane scorse deve avere presentato ricorso in Cassazione: in seguito a questo, probabilmente a Gianfranco Rotondi è tornata in mente quella sentenza di qualche mese prima e ha pensato che potesse essere utile in questo periodo pre-elettorale, anche solo per muovere un po' le acque a suo favore. Tutto legittimo, ovviamente, ma a questo punto è il caso di guardare con un minimo di attenzione in più al contenuto di quella sentenza, per capire cosa dica davvero a favore di Rotondi.
Gli dà ragione? Certamente sì, nel senso che respinge completamente, tra l'altro, l'appello della Dc-Sandri nei suoi confronti. Dice che Rotondi - assieme alla "sua" Dca - è il solo titolare del nome della Democrazia cristiana? Questo no. La decisione si limita a dire che in primo grado si era riconosciuto che il suo partito era l'unico a utilizzare quel nome e quindi, come tale, era stato identificato; del valore della concessione della denominazione da parte dei rappresentanti del Ppi nulla si dice (lo stesso Rotondi, in più di un'occasione, ha ricordato che nel 2005, dopo aver partecipato alle elezioni regionali e ad almeno una suppletiva con il nome Dc, gli stessi rappresentanti del Ppi gli avevano cortesemente chiesto di non utilizzare più quell'etichetta così com'era, portandolo a integrare il nome in Dca). 
A questo si deve peraltro aggiungere che, a dire il vero, almeno dal 2002 un partito denominato Democrazia cristiana ha tentato di presentarsi alle elezioni con nome e simbolo tradizionali, riuscendoci solo a livello locale (fatta eccezione per la lista Dc-Paese nuovo alle europee del 2004, dalla quale però era stato fatto sparire il nome dal simbolo, e per la Dc-Pizza presente come "pulce" nel simbolo della Lista consumatori nel 2006). Questo elemento, in effetti, sembra sfuggito a tutti i giudici che si sono occupati di questo filone della vicenda e non sarebbe stato male approfondirlo meglio, se non altro per evitare di lasciare punti potenzialmente in ombra. 
Di certo, però, la Dca di Rotondi è stato il solo partito a riuscire a partecipare con quel nome a consultazioni elettorali di rilievo e a ottenere anche eletti (nel 2006, grazie al simbolo condiviso con il Nuovo Psi). Probabilmente si è ritenuto che questo fosse sufficiente a far ritenere più "degno di protezione" l'interesse di Rotondi all'uso di quel nome e a evitare che altri lo impiegassero. Certamente oggi l'ex ministro per l'attuazione del programma berlusconiano potrebbe riprendere l'uso della sua vecchia Dca (ammesso che gli convenga) senza disturbi; al limite potrebbe anche tentare di unire quel nome allo scudo dell'Udc, se quel partito fosse d'accordo. Da qui a dire, però, che nome e scudo sono suoi, per giunta in forza di una sentenza, ce ne corre parecchio. Rotondi certamente lo sa e, magari, potrebbe leggere queste righe allargando le mani e ammiccando lievemente, come a dire: "io ci ho provato, se qualcuno mi crede, perché no?"

lunedì 20 novembre 2017

Nicola Storto: Il simbolo Pd nacque senza Ulivo, Renzi cambi pure tutto

L'anniversario è tondo tondo, di quelli che andrebbero festeggiati. Domani, infatti, saranno passati dieci anni dal giorno in cui, con grande gioia del segretario-fondatore Walter Veltroni, fu presentato il simbolo del Partito democratico a Roma. Sulla carta doveva essere l'inizio del sogno di chi voleva archiviare le ostilità tra gli eredi della sinistra, nella sua versione progressista, e il cattolicesimo sociale che rifiutava categoricamente l'idea di allearsi con Silvio Berlusconi. Doveva essere un partito a vocazione maggioritaria, lasciandosi alle spalle le alleanze pletoriche stile Unione; perse invece le elezioni del 2008 e non vinse quelle del 2013, dovendo occuparsi subito delle sue ferite, senza vederle guarite del tutto (riuscendo poi a impantanarsi in infinite discussioni interne e a perdere pezzi per strada).
Se in dieci anni il partito è passato dalle mani di Veltroni a quelle di Franceschini e di Bersani, poi - dopo l'interregno di Epifani - di Matteo Renzi dalla fine del 2013, non è invece mai cambiato il simbolo, costretto al più a convivere con adattamenti grafici più o meno azzeccati (molti dei quali, specie a livello locale, sono stati analizzati in questo sito). A disegnare l'emblema, nel 2007, fu il creativo molisano Nicola Storto, allora solo 25enne: dopo un decennio il simbolo - unica sua vera creazione politica - gli piace ancora, ma riconosce che politicamente si è molto deprezzato, come del resto tutti gli emblemi politici. E il partito di oggi c'entra talmente poco con il Pd delle origini e con l'Ulivo - che in origine nel simbolo nemmeno c'era - che Renzi avrebbe tutte le ragioni di voltare pagina e proporre una grafica del tutto diversa. Questo, però, assieme alla storia del simbolo, ce lo facciamo spiegare direttamente da lui.  

Nicola Storto (dal profilo Linkedin)
Nicola, dieci anni fa esatti veniva presentato il simbolo del Pd, il "tuo" simbolo. Con che occhio lo guardi adesso?
Lo vedo come un simbolo che ha poco valore, nel senso che non si parla più di emblemi, ma di personaggi. Invece che alla sinistra o alla destra si fa riferimento esclusivamente ai leader politici.
Ovviamente non è colpa del simbolo, ma della dinamica in cui questo è inserito.
Assolutamente sì. Se ci pensi, lo stesso Renzi quando fa le convention non espone il simbolo, ma la comunicazione della propria campagna promozionale: le grafiche, da "cambia verso" al trolley, non hanno più nulla a che fare con il Pd. Un po' dispiace, nel senso che i simboli dei partiti non hanno più la forza che avevano un tempo, proprio perché il partito si identifica con il personaggio e non con il simbolo.
Dal sito www.nicolastorto.com
Com'eri arrivato a disegnarlo?
Dieci anni fa lavoravo in un'agenzia, Inarea, una realtà molto forte su Roma, tra le più grandi, che si occupava esclusivamente di branding, dunque di loghi e sistemi d'identità. 
Inarea, lo stesso soggetto che nel 2001, quando si chiamava ancora AReA, curò gli ultimi aggiustamenti per la grafica della Margherita, concepita da Andrea Rauch. 
Esattamente, proprio loro. In quel periodo Inarea lavorava molto con il comune di Roma, di cui era sindaco Walter Veltroni, e ha prodotto tanto materiale di comunicazione. Quando la candidatura di Veltroni come leader del Pd e aspirante Presidente del Consiglio emerse con nettezza, fu lui a chiedere ad Antonio Romano, titolare dello studio Inarea, di realizzare il simbolo per il nascente Partito democratico: fu lì che la commessa arrivò in agenzia. Io lavoravo per Inarea da pochissimo, ero entrato a settembre e a ottobre già finii a occuparmi di quel logo, mentre alla presentazione si arrivò circa un mese dopo.
Cosa vi era stato chiesto esattamente?
Il brief era abbastanza chiaro: dovevamo realizzare un logo molto semplice, leggibile e riconoscibile anche da persone con un basso livello di istruzione, memorabile e con i colori istituzionali italiani. Da quel momento in poi abbiamo fatto un benchmark, dunque ricerche sullo "stato dell'arte" sui vari simboli italiani ed europei, intuendo l'indirizzo grafico che si stava muovendo in quel periodo; uno dei simboli più forti era Forza Italia, il must come comunicazione, come impatto visivo, totalmente duttile, facilmente riconoscibile
Ma si può escludere che qualcuno di voi, nel concepire il logo del Pd, si sia ispirato a Forza Italia?
No, non lo possiamo escludere: in fondo i colori sono quelli della bandiera italiana. Al di là di questo, fatto quel benchmark si è iniziato a lavorare in team: eravamo molti ragazzi e ognuno portava avanti le proprie idee; ogni due o tre giorni ci si incontrava e si faceva il punto della situazione. Da lì è nato il simbolo, partendo dalle semplici iniziali. 
Dal sito www.nicolastorto.com
Tu come entrasti in gioco? 
Io ebbi l'intuizione di usare la tecnica del disegno a completamento amodale, con la lettera D che si legge dalla sua assenza. Il simbolo piacque all'interno dell'agenzia e fu portato ai dirigenti del nascente partito per una prima presentazione, assieme a varie altre proposte che erano state elaborate all'interno del team. Dopo quell'incontro ci fu una prima scrematura delle proposte sul tavolo, se ben ricordo la rosa si ridusse a tre o quattro alternative. 
Ricordi quali altre proposte erano in ballo?
C'era un simbolo che poteva ricordare un disco circolare, che si apriva e lasciava vedere all'interno una bandiera tricolore;  altri, non entrati nella shortlist, erano essenzialmente tipografici. Dopo la prima presentazione, in ogni caso, affinammo alcune delle idee in campo e formulammo altre proposte, fino a una seconda presentazione, nella quale fu scelto il mio simbolo.
Insomma ha vinto la tua idea del tratto amodale. Ma il simbolo era già come quello di adesso?
Non del tutto: il logo era costituito dalla sigla PD con sotto la scritta "Partito Democratico", era nato dunque senza l'Ulivo. Questo è stato aggiunto dopo, poco prima della presentazione ufficiale alla stampa, perché fu una richiesta espressa del cliente.
Era stato Veltroni a volere l'Ulivo?
No, in realtà non ricordo chi fosse stato ma non era stato Veltroni a insistere. Certamente fu qualcuno dei dirigenti o dei massimi esponenti del nascente Pd; poteva essere lo stesso Prodi, chissà.
Voi eravate contrari?
Non eravamo pienamente convinti, perché ritenevamo potesse "sporcare" la grafica: avevamo difficoltà a inserire questo ramoscello d'ulivo perché aveva tratto e colori diversi, nonché forme non propriamente geometriche. Dopo una serie di prove grafiche, trovammo la soluzione più indolore possibile ed esteticamente più gradevole.
Tornando al nome del partito, come sceglieste il carattere?
E' una font Univers, stile condensed [dunque compresso in orizzontale, ndb]. Lo scelsi io: durante i miei studi allo Iuav di Venezia frequentai diversi corsi in cui l'aspetto tipografico era rilevante; questi mi diedero conoscenze approfondite e le misi in pratica anche in quell'occasione. Individuai così un tipo di carattere classico, non abusato, ma con una storia importante: lo aveva disegnato Adrian Frutiger, uno dei type designer più importanti del '900, autore di tante altre font rilevanti che utilizziamo ancora oggi, magari senza saperlo [come President, Egyptienne e Avenir, ndb].
A prescindere dal testo, penso che il logo che avevi ideato per il Pd sia nato e cresciuto "fuori dal cerchio", o sbaglio?
Assolutamente sì. Ovviamente l'uso principale del simbolo di partito è sulla scheda elettorale, con la necessità dunque di dargli forma circolare o, almeno, di poterlo inscrivere in un cerchio, ma volevamo comunque creare qualcosa di diverso da quello che già c'era nel panorama di allora. La nostra creazione nasceva all'interno di una griglia rettangolare, ma poteva essere inscritta in un cerchio. In questo layout il simbolo ha dei limiti per i vuoti che si creano, ma eravamo convintissimi del risultato e andammo comunque avanti così, perché il logo restava unico nel panorama di allora ed estremamente leggibile anche a distanza.
Veltroni alla presentazione del simbolo Pd
Parlavi di limiti: non sarà un caso che in seguito nei contrassegni elettorali siano stati aggiunti spesso segmenti circolari o fascette in cui magari inserire il nome del candidato.
Già, poi quando i simboli vengono utilizzati a livello locale spesso si creano disastri, perché ognuno interpreta il simbolo a modo proprio. Facemmo un manuale di identità visiva e preparammo anche alcune simulazioni che prevedevano la presenza del nome del candidato accanto al logo, ma non furono prese in considerazione. 
Cosa ricordi della presentazione del 21 novembre 2007? 
La presentazione si fece allo spazio Etoile a Roma, fui chiamato a illustrare il simbolo assieme ad Antonio Romano; ricordo che c'erano Veltroni, Anna Finocchiaro ed Ermete Realacci. Di quell'occasione ricordo vari complimenti, tante foto, pacche, abbracci e qualche intervista a emittenti locali: un momento di gloria assoluto (ride)
Non male, per chi aveva iniziato da pochissimo...
Vero, ero al mio primo incarico importante e non avrei mai immaginato di arrivare in fondo. Incarico che, in un certo senso, era arrivato del tutto a caso, poteva capitare a me come a qualunque altra persona: sono stato molto fortunato ad azzeccare la soluzione che poi sarebbe piaciuta a Veltroni, rispetto ad altre soluzioni più "costruite" e meno logiche.
Vi è stato chiesto di rimettere le mani sul simbolo o siete usciti di scena?
Usciti totalmente, ricordo che demmo tutti i materiali all'ufficio comunicazione del Pd e tutto è stato gestito lì in autonomia. Ricordo che in seguito mi chiamò soltanto un esponente Pd, molisano come me, proprio in qualità di autore del simbolo, per partecipare ad alcune iniziative sue, ma mi rifiutai.
Prima hai detto di ritenerti fortunato per la scelta della tua idea: pensi che disegnare il simbolo del Pd ti abbia portato più benefici o più problemi in seguito, magari sentendoti dire "Così giovane e già piddino"?
A parte che l'hanno detto, in effetti direi danni. Ci furono grosse critiche a livello nazionale: una delle più brutte venne da Oliviero Toscani, che disse che mi avevano regalato la tessera del Pd per fare quel simbolo, ma fu una critica del tutto gratuita. 
Ci fu poi un fatto molto spiacevole: online qualcuno, presumo della mia università, fece circolare la voce secondo la quale io, per fare il logo del Pd, avrei copiato quello di una testata online olandese, Ad New Media. Anche quella era un'insinuazione davvero gratuita, visto che l'unica somiglianza poteva essere vista in quella D amodale su fondo quadrato arancio. Da lì però ci fu il caos, il panico, sembrava fosse crollato il mondo, ma poi passò tutto e amen; io, che ero giovanissimo, subii un colpo molto forte da quella vicenda, ma ogni volta che in questo ambito della comunicazione si crea qualcosa, c'è sempre qualcuno che lamenta somiglianze o copie, un vero campo minato.
Dopo questa commessa per il Pd, ti è capitato di disegnare altri simboli o loghi politici?
Sul piano politico feci il logo per la Fondazione Craxi e, volendo allargare l'ambito, curai la brand identity per la Cisl; dopo aver lasciato Inarea, però, non me ne sono più occupato, ho fatto proprio altro.
Come hai visto cambiare i simboli dei partiti in questi dieci anni, con l'occhio del creativo?
Alcune volte in peggio, altre in meglio, nel senso che quando i dettagli sono stati più curati, il segno grafico è risultato più gradevole. Il fatto è che è molto facile arricchire di vezzi grafici i simboli, ma si rischia di perdere il concetto: tutto sta a togliere il più possibile, rendere il simbolo essenziale, asciutto e pulito, perché sia subito identificabile. Ho l'impressione che questo ultimamente manchi.
In questo decennio qualche simbolo ti è sembrato graficamente efficace?
Mi ha molto colpito per originalità il simbolo di Fare per Fermare il declino. Durò poco, nel senso che il leader si "suicidò" politicamente, però fu molto interessante con quella freccia bianca su fondo rosso. Mi è poi sempre piaciuta molto l'identity di Rifondazione comunista, per la semplicità nel segno pur nella complessità della comunicazione.
Per contro, qualche fallimento clamoroso sul piano grafico?
Francamente non mi viene in mente nulla di particolare.
Mesi fa Andrea Rauch mi disse di aver chiesto nel 2013 a Renzi, fresco segretario del Pd, di togliere dal simbolo il rametto di ulivo che aveva disegnato lui nel 1995, perché era un disturbo grafico e non c'era più legame tra Pd e Ulivo. Che ne pensi?
Credo sia una cosa giusta, giustissima. L'Ulivo non ha nulla a che fare col Pd, è un retaggio culturale di qualcosa che non esiste più.
Nelle ultime settimane erano circolate voci sulla possibilità di rinnovare in parte o cambiare del tutto il simbolo del Pd. Come la vedi?
Secondo me è giusto che si faccia un simbolo nuovo, secondo le esigenze politiche e personali di chi guida il Pd, cioè di Matteo Renzi. Lui non crede più in quel Pd, dunque ha bisogno di una comunicazione che sia più in linea con la sua posizione. 
Quali regole dovrebbe seguire chi si cimentasse nella creazione di un nuovo logo?
Credo esistano solo regole del buon gusto, unendo anche una buona conoscenza della storia della comunicazione, cosa e come è stato fatto, l'uso dei colori e delle font.
Al di là di tutto, il tuo simbolo di dieci anni fa ti piace ancora?
Sì, mi piace ancora, almeno per quanto riguarda la P e la D: il resto lo eliminerei.
E il nome?
Via anche quello: solo il logotipo tricolore, basta.

Un ringraziamento di cuore a Nicola Storto per il tempo concesso e anche per aver messo a disposizione il file di presentazione del simbolo e dell'identità visiva del Pd (2007), dal quale sono tratte le immagini prive di altra indicazione.

venerdì 17 novembre 2017

La Mossa del cavallo: Ingroia e Chiesa per una Lista del Popolo

Era stata annunciata pochi giorni fa la presentazione - avvenuta ieri alla sala stampa della Camera - di una nuova iniziativa politica, denominata La Mossa del cavallo. Al di là della particolarità del nome scelto, di ascendenze scacchistiche e camilleriane, non aveva mancato di scatenare ironie e critiche feroci in ambienti politici e giornalistici il fatto che a guidare il progetto fossero Giulietto Chiesa, cronista di lunghissimo corso e già parlamentare europeo eletto nel 2004 nella lista Di Pietro-Occhetto (esperienza peraltro chiusa male sul piano dei rimborsi elettorali, come cronache anche recenti hanno ricordato) e soprattutto Antonio Ingroia, già magistrato antimafia, scelto come capo della lista Rivoluzione civile nel 2013 (fuori dal Parlamento, essendo rimasta sotto al 4%) e tuttora a capo del suo movimento Azione civile, erede di quella non fortunata avventura politica.
Cosa stia dietro a quel nome "apparentemente bizzarro e intenzionalmente provocatorio", l'ha spiegato Ingroia, sgombrando subito il campo da alcune ipotesi: "Noi non siamo e non saremo mai un partito, anzi, con questo appello al popolo noi proponiamo un'alleanza tra cittadini contro i partiti, principali responsabili del disastro in cui ci troviamo". Ha negato anche con convinzione che il progetto politico nascente sia di sinistra, a dispetto della storia politica sua e di Chiesa: "Oggi la parola sinistra non significa più nulla, noi guardiamo a quel 60% di elettori che hanno già deciso oggi di non votare alle prossime elezioni, un vulnus alla democrazia e vogliamo dare un contributo per cercare di cambiare la situazione".
Il contributo, dunque, non passa attraverso la costituzione di un partito ("e nemmeno di un movimento, almeno per ora, quindi non chiediamo ai cittadini di iscriversi"), ma si traduce nella proposta della "necessità che quel 60% di possibili astenuti dal voto di non essere vittime delle scelte altrui: tutti noi cittadini - ha continuato Ingroia - abbiamo diritto di dire la nostra, ribellandoci a un sistema ignobile che ha stracciato e quotidianamente straccia la Costituzione italiana". Inevitabile il riferimento al referendum sulla riforma costituzionale: "noi abbiamo vinto, è stata una vittoria straordinaria", ha rimarcato Ingroia, cercando di proporre il nuovo progetto politico come (unico e ideale?) collettore apartitico e antipartitico dell'esito di quella consultazione, a dispetto delle posizioni nette prese dai partiti sul fronte del No. Quello del 4 dicembre, tuttavia, sarebbe stato solo un punto di partenza, occorrendo una "offensiva costituzionale" di cui La Mossa del cavallo vuole essere un punto di partenza.  
Il nome del progetto politico, però, non sarà l'etichetta della formazione elettorale che il gruppo spera di riuscire a presentare nel 2018 (ammesso che si riescano a raccogliere le firme, "un carro armato che ci è stato messo sulla testa", ha denunciato Chiesa). Il nome scelto è Lista del Popolo per la Costituzione, ma ci sarà comunque un cavallo con cavaliere nel simbolo, "che non sarà quello definitivo", ha precisato una volta di più Ingroia (e forse è un bene, visto che il risultato grafico non pare dei migliori, anche per il fondo arancione, che sicuramente spicca ma non pare troppo armonico). 
Chi si aspettava l'immagine di un cavallo da scacchiera è rimasto deluso (giusto il loghino tricolore a quadrati presente sull'appello agli elettori contenuto nella cartella stampa, volendo usare molta fantasia, può rimandare alla scacchiera), anche se l'ex magistrato ha tenuto a precisare che "Giulietto e io siamo appassionati di scacchi" e ha rivendicato la necessità di una mossa "a sorpresa, non prevedibile, che scavalca le file nemiche". La scelta del cavaliere - con la minuscola - sul destriero che spicca un salto (immagine tratta da un affresco, chissà quale, e sormontata da un arcobaleno tricolore) è invece stata fatta come emblema di quell'offensiva costituzionale che il gruppo ha in mente, per esigere e ottenere l'attuazione "totale" della Carta entrata in vigore il 1° gennaio del 1948 e che aveva, sempre per Ingroia, "un contenuto rivoluzionario, rimasto inascoltato".  
Il gruppo che ha dato vita all'iniziativa presentata ieri si sarebbe allargato giorno per giorno sulla base di una "situazione anomala", denunciata da Giulietto Chiesa: "Siamo in pieno colpo di stato, senza carri armati ma portando il paese per la quarta volta a un'elezione illegale, con una legge elettorale anticostituzionale, prodotta da un Parlamento 'illegale' che darà un altro Parlamento di nominati". Ha contrastato con forza il giornalista l'accusa di voler dividere gli elettori: "Non siamo stati noi a dividere il Paese, semplicemente il Paese non è rappresentato democraticamente, per questo oltre metà degli elettori non va a votare". 
L'idea è di mettere in piedi una lista di persone illustri, oneste, competenti e coraggiose, lo stesso coraggio che per Chiesa avranno gli italiani che voteranno la Lista del Popolo: "Il populismo è importante, è una rivolta dei popoli contro una politica che li ha espropriati. Noi non siamo di destra o di sinistra, stiamo con quelli che sono di sotto per combattere con quelli che stanno di sopra". Due gli obiettivi principali: il primo, voltare pagina rispetto alla situazione di "colonia degli Stati Uniti" per una nuova condizione di neutralità, senza nemici e senza sanzioni ("Spendiamo 60 milioni di euro al giorno per tenere in piedi un sistema difensivo che non ci consentirebbe di combattere nemmeno per una settimana"); il secondo, dire chiaramente che i trattati europei risultano contrari alla Costituzione e devono essere tutti rinegoziati ("Non siamo antieuropeisti, siamo per un'Europa forte e per un'Europa diversa: abbiamo delegato la nostra sovranità e rinunciato alla nostra democrazia a favore di istituzioni che non sono democratiche").   
A presentare il progetto, assieme a Ingroia e Chiesa, c'erano Sandro Diotallevi (avvocato del cattolicesimo sociale, convinto che in Parlamento nessuno stia difendendo i principi ispiratori della Costituzione e che sia necessaria una nuova e diversa partecipazione dei cattolici), Carlotta Balzani (europrogettista, presidente del Comitato salute casentinese, certa della necessità di smetterla con la sanità come "uno dei più grandi business in Italia") e Nicolò Gebbia, generale dei carabinieri in congedo (sostenitore della necessità di dichiarare pubblicamente, per ogni titolare di ufficio pubblico, l'appartenenza a qualunque tipo di loggia massonica). Sostegno all'iniziativa è arrivata anche da storici come Aldo Giannuli (spesso citato come legato al MoVimento 5 Stelle, specie nella fase di revisione della normativa elettorale) e il medievista Franco Cardini, noto per non essere proprio di sinistra (a dispetto di una sua fase guevarista); ci sono anche giornalisti come Fulvio Scaglione (già giornalista di Famiglia Cristiana) e artisti come Davide Riondino
La tabella di marcia prevede il ritrovarsi circa tra un mese - dopo le prime assemblee sui territori - con i cittadini interessati, per un'assemblea ampia che permetta di entrare nel merito dei punti del programma e avvii la costruzione di "un Comitato di liberazione nazionale sul modello di quello che si costruì all'indomani delle macerie del regime fascista": l'idea è di ricostruire il Paese a seguito di un altro ventennio, quello berlusconiano "con gravissime responsabilità della sinistra, anche radicale, che continua a fare gli stessi errori", come ha sostenuto con convinzione Ingroia. Toccherà agli elettori valutare la credibilità della proposta; gli ideatori della lista, nel frattempo, lavoreranno per portare sulla scheda il cavallo che salta, sperando che le zampe non restino imbrigliate dalle firme da raccogliere. 

mercoledì 15 novembre 2017

L'impronta di Pirozzi verso la Regione Lazio

Si candiderà e non si ritira, anzi, ora ha presentato pure il simbolo che dovrebbe contrassegnare la propria candidatura. Sergio Pirozzi, sindaco di Amatrice, la partita delle elezioni regionali del Lazio vuole giocarla in prima linea, senza relegarsi nella panchina a bordo campo su cui normalmente siede nelle sue vesti di allenatore.
Certo, presentare un possibile emblema elettorale alla stampa non equivale alla candidatura (basti pensare alle ultime elezioni comunali a Roma, con Guido Bertolaso che alla fine si è ritirato pur avendo già l'emblema per la propria lista e quello "personalizzato" di Forza Italia), ma di sicuro è un passo necessario - un simbolo serve comunque - e importante, perché è la prima occasione per comunicare la propria identità, il proprio progetto.
Pirozzi ha dunque scelto di candidarsi e lo ha fatto con un simbolo molto semplice, d'impatto, di chiara leggibilità e immediatamente riconoscibile. Il fondo è bianco, come sempre più raramente è accaduto negli ultimi anni: su di esso spicca la dicitura "Sergio Pirozzi presidente", con il nome e soprattutto il cognome in grande evidenza, in font Twentieth Century Black (un carattere di per sé netto e imponente, tagliato ad angolo vivo). Sul piano grafico, tra il cognome e "presidente" c'è giusto una striscetta tricolore, elemento molto meno evidente di una chiara impronta di scarpone da montagna, con il classico carrarmato, dalla campitura sgranata come quella che si lascia dopo un contatto con un terreno non omogeneo (come quello coperto da macerie) o, semplicemente, man mano che si continua a camminare.
Lungi dall'essere una semplice calzatura, gli scarponi per il sindaco di Amatrice e aspirante presidente della Regione Lazio sono da sempre un simbolo del suo territorio e della sua gente: "Non conoscono i territori, non hanno gli scarponi", aveva dichiarato neanche due settimane fa per criticare i governanti che avrebbero predisposto misure del tutto inefficaci per rilanciare le imprese delle zone terremotate; gli stessi scarponi sono stati regalati in aprile al ministro Franceschini (in visita ad Amatrice), "perché queste sono le scarpe per stare su questa terra". Il concetto, poi, si accompagna a quello dell'impronta, che nella conferenza stampa è stato adeguatamente enfatizzato: "Penso sia giusto ridare voce ai territori, ai sindaci, al mondo del volontariato, dei professionisti che hanno lasciato nella loro vita un'impronta". Lasciare un segno, dunque, come programma e come carattere necessario dei candidati che dovranno costituire la compagine di Pirozzi.
Unico elemento che può lasciare un po' perplessi è il colore dell'impronta; nell'immagine proiettata sullo schermo del Sgm Conference Center di via Portuense sembra risultare rossa, cosa che potrebbe ricordare il sangue e non tranquillizzare gli elettori. Il sindaco di Amatrice però preferisce sottolineare un altro dettaglio: "Nel mio logo c'è l'orma di uno scarpone che va avanti, andrò avanti comunque", in risposta alle critiche arrivate dal centrodestra dopo la notizia della sua candidatura, accusata di spaccare l'elettorato di quell'area politica. L'impronta, non a caso, sarà pure di un piede sinistro ma "punta a destra", come Pirozzi ha tenuto a sottolineare. 
Le prossime settimane saranno decisive per dare concretezza alla corsa del sindaco di Amatrice - che non sarebbe obbligato a dimettersi, visto che la nuova legge elettorale regionale impone le dimissioni prima del deposito delle candidature ai soli sindaci dei comuni sopra i 20mila abitanti - verso la Pisana; il primo passo, intanto, è stato fatto e la prima impronta (di scarpone) è stata lasciata. 

domenica 12 novembre 2017

Max, la proposta (bocciata) di Toscani per la sinistra

Il simbolo elaborato da Toscani
Come si corre nell'immediata sinistra del Pd? Un po' più uniti rispetto alla situazione attuale sarebbe meglio, anche perché altrimenti la soglia del 3% rischierebbe seriamente di apparire irraggiungibile. Certo, ci vorrebbe un simbolo unico e, probabilmente, non è il tempo di biciclette o tricicli grafici, considerando che con Articolo 1 potrebbero schierarsi Sinistra italiana e Possibile. Proprio in questi giorni, però, si apprende che un primo tentativo blasonato di elaborare quell'emblema è naufragato con fragore, sia per l'accoglienza a dir poco imbarazzata dei possibili utenti del logo, sia per il prestigio del creativo che lo aveva concepito (e per la reazione tutt'altro che diplomatica al rifiuto della sua idea).
Il nome in questione è quello di Oliviero Toscani: il suo curriculum non ha bisogno di presentazioni, la sua attitudine alla provocazione (e il suo piglio nelle reazioni) nemmeno. La sua comparsa sulla scena è stata raccontata così due giorni fa da Goffredo De Marchis sulla Repubblica: 
L'abboccamento risale a un paio di mesi fa. Il fotografo si propone per dare un'identità grafica al nuovo soggetto che deve riunire sotto lo stesso tetto Bersani, D'Alema, Pisapia e ora Grasso. "Sono amico di Pisapia da decenni. Ho curato la campagna per Bersani quando diventò presidente dell'Emilia Romagna. Il simbolo ve lo disegno io". Agli inizi di ottobre l'entusiasmo di Toscani si traduce in un marchio. Chiama i dirigenti di Mdp e dice: "Sono pronto". Arrivano in sede il coordinatore Roberto Speranza, i capigruppo Giuseppe Laforgia e Maria Cecilia Guerra, Arturo Scotto. Ci sono anche i comunicatori del movimento bersaniano. Saluti e convenevoli via Internet poi il Maestro svela la sua creatura. Avvicina un cartoncino alla telecamera e a Roma appare il logo che dovrebbe andare sulle bandiere, sui gadget, sui manifesti e in tv per la campagna elettorale. 
Più che un simbolo, sullo schermo presente nella sede di Articolo 1 in via Zanardelli un mesetto fa è apparso un logo composto da una sola parola: MAX. Un emblema che oggi Helga Marsala su Artribune descrive così
un simbolo grafico secco, sintetico, squillante, massiccio, dal taglio assai pubblicitario o televisivo, lontano dai classici simboli romantici di partito (falce e martello, garofano, ulivo, asinello…) ma anche da un certo minimalismo imperante o dal gusto progressista made in USA in stile Obama. Toscani spalma le tre lettere cubitali su un cerchio convesso, arrotondandole, e le trasforma in un brand sfacciato, senza fronzoli. Sta tutto nel nome. Max come “massimo”: dare il massimo, fare il massimo, scommettere su un’idea e spingerla… Al massimo, per l’appunto. Questo il concept. E poi, ha spiegato con convinzione, “suona bene”. Il colore? Manco a dirlo, un rosso lacca che più rosso non si può. Perché la tradizione, per un progetto di questo tenore, resta un riferimento essenziale: le radici solide su cui ricostruire un mondo, tra nostalgia e progressismo, rigore purista e sperimentazione. 
Tutto bene? Insomma. Perché i vertici di Mdp hanno immediatamente pensato quello cui, a quanto pare, non era venuto in mente a Toscani: Max, Massimo rimanda inevitabilmente a Massimo D'Alema, tra i registi della scissione rispetto al Pd, detestato apertamente da chi è rimasto nella casa dem e probabilmente non troppo amato nemmeno da alcuni di Articolo 1, che lo vedono come una presenza ingombrante e - in prospettiva - divisiva. Alle perplessità manifestate dai potenziali utilizzatori del simbolo, Toscani ha ribattuto confermando la propria idea, come De Marchis ha debitamente annotato:
A suo modo, è un'idea geniale. Si dà un'etichetta nuova a una storia che da anni oscilla, nella terminologia e nella simbologia, tra democratici, progressisti e sinistra con esiti sempre meno incoraggianti. Si mette la minigonna a una tradizione che segna il passo in tutto il mondo, si colora la polvere dell'ideologia. E si ribalta il vecchio in nuovo, nuovissimo. Un tocco di dadaismo. "Non vi sembra moderno? ", insiste Toscani. Eliminato il sospetto di una presa in giro del fotografo che ha creato per due decenni la pubblicità di Benetton, che ha scritto "chi mi ama mi segua" sul sedere di una modella fasciata dagli short dei Jesus Jeans, autore di mille campagne sociali incisive, scioccanti e per questo denunciate o censurate, i dirigenti di Mdp ascoltano il guru. Toscani spiega e rispiega. Fa notare che l'incrocio tra la A e la X crea anche l'effetto di una falce e martello stilizzati. Lista Max suona bene? Maxisti è un bel nome per gli elettori di sinistra? Segue dibattito.
Il primo logo diffuso dai media
Tutto questo, però, non è bastato, così l'offerta sarebbe stata cortesemente declinata. E Toscani, ovviamente, l'ha presa malissimo e non le ha mandate a dire: "Sono dei coglioni così, tutta gente che non è capace a fare un cazzo" (intervistato da Radio Capital e rilanciato dalla Repubblica); "D'Alema porta sfortuna. Max è un soprannome sbagliato per un tipo come lui, tutt'altro che maximo. Io avevo un cane e un cavallo. Sa come si chiamavano? Entrambi Max. Non ho mica pensato a loro. Perché Max non è un nome, è un concetto" (sulle pagine di Vanity Fair). Come se non bastasse, Oliviero Toscani ha prontamente disconosciuto la versione del simbolo fatta circolare dai media (a partire dalla Repubblica) che sarebbe stata alterata: "Quello non è il mio simbolo. Gliel'ho fatto vedere e loro lo hanno disegnato a caso, ad occhio, la cosa più pirla che potessero fare". In effetti, la prima immagine mostrata era molto più simile a una sfera su cui era impresso il nome, complicando probabilmente il messaggio comunicativo (era serissimo il rischio dell'effetto "pallone gonfiato") e alterando anche il colore, assai meno rosso e meno squillante rispetto all'originale. Di rimetterci le mani, ovviamente, nemmeno a parlarne, anzi: secondo Toscani "a loro piace in realtà, non piace solamente perché ha Max e a loro ricorda Max D'Alema, tutto lì". Una cosa da nulla, insomma.

venerdì 10 novembre 2017

Berlusconi e quell'intensa voglia di scudo crociato

Si fa per ridere, ma non troppo...
Alle volte non c'è altro modo di sapere le cose che affidarsi a chi c'era, ai testimoni, anche quando l'evento è potenzialmente pubblico ma in quel momento non ci sono giornalisti a renderlo più accessibile. Oggi, così, dalle agenzie si apprende che - stando alle voci di chi c'era - Silvio Berlusconiintervenuto al telefono durante una riunione di Rivoluzione cristiana, partito fondato da Gianfranco Rotondi, svoltasi a Saint Vincent, avrebbe dichiarato: "Sono entusiasta per il ritorno dello scudo crociato sulla scheda elettorale". Questo perché - dicono sempre i rivoluzionari cristiani e scrivono le agenzie - Berlusconi "starebbe lavorando per una lista nell'alleanza di centrodestra che comprenda esponenti dell'Udc e del partito di Rotondi, il tutto con il simbolo dello scudo crociato".
Non ci sarebbe nulla di strano in sé in questo scenario: gli esponenti dell'Udc si qualificano come democristiani da sempre, proprio come Rotondi. Fa pensare, almeno un po', il fatto che proprio Berlusconi possa parlare di "ritorno dello scudo crociato sulla scheda elettorale", visto che in effetti non se n'è mai andato, almeno a livello nazionale: nessuno lo sa meglio di lui, visto che nelle elezioni dal 1996 al 2006 i simboli con lo scudo crociato - prima il cartello Ccd-Cdu (1996-2001), poi l'Udc - sono sempre stati nell'area del centrodestra, mentre nel 2008 la corsa dell'Udc è stata solitaria e nel 2013 ciò che restava dell'antico simbolo è finito a sostegno del progetto di Mario Monti.
Perché allora parlare di ritorno? La chiave, probabilmente, sta in alcune parole pronunciate da Gianfranco Rotondi qualche settimana fa: "Non vi è nessun ostacolo giuridico alla ripresentazione elettorale della Democrazia Cristiana. Anche l'ultima sentenza del mese scorso ribadisce il diritto amministrativo al preuso del nome da parte mia e del simbolo da parte dell on. Cesa. Unire nome e simbolo è un occasione storica che il presidente Berlusconi considera importante. Le nostre liste saranno aperte a tutti, anche a chi si è contrapposto a noi in Tribunale". L'idea, dunque, sarebbe di riproporre qualcosa di (almeno) graficamente simile alla Dc, unendo il simbolo utilizzato dall'Udc e il nome che Rotondi ha utilizzato per il suo partito precedente, Democrazia cristiana per le autonomie. Il tutto, naturalmente, con la "benedizione" di Silvio Berlusconi, che nei collegi uninominali potrebbe avere bisogno anche della percentuale di questa lista, lui che - potendo - ha sempre preferito avere lo scudo crociato dalla sua che altrove.
Il punto che però più interessa i veri drogati di politica è un altro: di quale sentenza parlava e parla Rotondi? Lui il 16 ottobre aveva dichiarato "Mi è stata notificata una sentenza di Appello, che inibisce l’uso del nome Democrazia cristiana a uno dei tanti movimenti, che lo hanno rivendicato. Il preuso ed i patti sottostanti per i Giudici di Secondo Grado confermano il nostro diritto all'uso del nome del partito"; giusto qualche giorno dopo, interpellato dal Mattino, ha rincarato la dose dicendo che "una sentenza della Corte di Appello stabilisce che il nome è nostro. Se alla vigilia delle elezioni arriva una sentenza del genere, io sospetto che sia un segno della provvidenza". Sulla concezione di provvidenza di Rotondi non è il caso di esprimersi; sulla sua abilità a creare partiti a distanza sufficiente dalle elezioni, ma utili (anzi utilissimi) al momento delle elezioni per creare liste  o federarsi con le formazioni berlusconiane per farsi candidare ed eleggere non si discute. 
Resta da capire, appunto, di quale sentenza si stia parlando: finora non è girato nulla, anche se le poche notizie disponibili permetterebbero di dire che probabilmente il titolo che ritiene di avere in mano Rotondi è meno potente del dichiarato. L'aspetto merita di essere approfondito; intanto, però, c'è da registrare l'ennesimo ritorno di "voglia di scudo crociato" che non ha mai abbandonato Rotondi (va riconosciuto), ma ciclicamente riconquista Berlusconi. Anche a non voler rifare la Dc, non ci sarebbe nulla di strano se un vecchio simbolo berlusconiano (come quello del Pdl, magari con un nome dal gusto ancora più antico, come "Polo libertà") venisse abbinato allo scudo crociato: magari ci sta anche Mastella e il gioco è fatto, con qualche punto percentuale utile da portare a casa e - se ci scappa - qualche posto qua e là.