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venerdì 24 agosto 2012

I partiti (e i simboli) senza regole


E se qualcuno, prima o poi, si decidesse a dare regole precise alla materia dei simboli dei partiti? Qualcosa di simile, per capirsi, a quello che la legge già prevede per le elezioni, per cui occorre rispettare per lo meno i divieti di confondibilità e ingannevolezza (anche se poi, puntualmente, si litiga quando è ora di riempirli di contenuto). Già, perché pochi sanno che, al di fuori degli appuntamenti elettorali, il legislatore italiano non ha dettato uno straccio di norma su come devono essere i contrassegni dei partiti, su come nascono e come muoiono, su chi può utilizzarli e come.
Questo rientra in un disegno più generale, per cui sono i partiti per primi a non essere regolati nemmeno per sbaglio nel loro funzionamento: solo di recente ci si era preoccupati di mettere dei paletti almeno su uno dei punti più delicati, il finanziamento (ma non è che si sia risolto granché), ma per tutto il resto l’organizzazione dei partiti somiglia decisamente al Far West.
È vero, l’articolo 49 della Costituzione dice espressamente che i partiti devono «concorrere con metodo democratico a determinare la vita politica nazionale», eppure i partiti si sono sempre accordati tra loro perché questo principio si applicasse solo al confronto tra partiti, non anche alle dinamiche interne di ciascuna formazione politica. In fondo conveniva a tutti che nessuno, a partire dai giudici e da qualche zelante funzionario pubblico, mettesse il naso all’interno dei partiti: non conveniva sicuramente ai comunisti, che applicavano il metodo del “centralismo democratico”, che lasciava ben poco spazio al dissenso o alla libera espressione delle idee (con qualche effetto concreto, si intende); dall’assenza di regole, però, avevano tutto da guadagnare anche i democristiani – come del resto gli esponenti di altri partiti – che riuscivano a controllare il partito attraverso “pacchetti di tessere” comprate con moneta sonante (e intestate anche ai morti), con cui si poteva decidere chi piazzare in lista o chi far diventare segretario. Morale, niente regole, e tutti erano più contenti.
C’è chi, a dire il vero, per anni ha continuato a presentare proposte di legge per tentare di porre almeno qualche norma, soprattutto a tutela dei diritti degli iscritti e della democraticità della selezione dei candidati, nella convinzione che così non si potesse andare avanti (e non solo perché i costituzionalisti gridavano allo scandalo, dicendo che quel pezzetto di Costituzione rimaneva inattuato). Eppure puntualmente quei progetti normativi non venivano discussi o interrompevano quasi subito il loro cammino parlamentare, affondando in qualche secca o incappando nella fine della legislatura.
Ci è voluto giusto il “caso Lusi”, per far risvegliare di botto un gran numero di parlamentari, che si sono messi al lavoro (o hanno messo sotto i loro uffici legali) per produrre nuove proposte per la regolazione dei partiti politici: da febbraio a oggi se ne contano almeno undici e qualcuna si preoccupa anche di normare la materia dei simboli. Anche il sottoscritto si è messo in gioco, scrivendo una proposta di legge, presentata alla Camera dal deputato Pd Sandro Gozi: l’intero art. 4 del testo è dedicato ai segni distintivi dei partiti, dunque al nome e al contrassegno (per leggerla, basta andare nella sezione Pubblicazioni e interventi “simbolici”).
L’intenzione è buona, peccato che – a quanto pare – finisca in nulla. Per bene che vada, la legislatura finirà nel giro di pochi mesi: il tempo per approvare questa proposta, come del resto altre che nel frattempo sono state presentate, ci sarebbe, ma non sembra esserci un vero interesse da parte dei parlamentari a tradurre in legge qualcuna di queste regole. Qualcuno dice che queste cose, al pari della legge elettorale, non interessano a nessuno. Non è così e, in fondo, non vorremmo per forza pensare male o in negativo: per una volta, ci piacerebbe essere smentiti o, per lo meno, sorpresi.

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