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sabato 13 ottobre 2012

Piccoli scudi (crociati) crescono



Molti oggi indossano le insegne dell’Udc, che non si è ancora privato dello scudo crociato, altri militano nel Pdl, nel Pd, nell’Api o altrove, sempre che non abbiano lasciato la politica o siano passati a miglior vita. Eppure, per chi è stato democristiano (e, probabilmente, non ha mai smesso di sentirsi tale), si apre un periodo frenetico, ai limiti della schizofrenia. Il 10 e l’11 novembre, infatti, la Democrazia cristiana terrà il suo 19° congresso (non è ancora dato sapere dove); oggi, invece, a Roma si riunisce il Comitato nazionale della Democrazia cristiana e, per i suoi aderenti, la Dc di congressi ne ha già celebrati 22. A non tornare, non sono solo i conti: per molti l’esperienza del partito di De Gasperi, positiva o negativa che fosse, è termina all’inizio del 1994.
Il problema, per questi campioni di scudo crociato, sta proprio lì. Quando, nel 1994, Mino Martinazzoli e Rosa Russo Jervolino decisero di archiviare la Democrazia cristiana per tornare al vecchio nome di Partito popolare italiano, lo fecero senza convocare un Congresso: si limitarono a mutare la denominazione in direzione e consiglio nazionale, ma un assise per marcare quel passaggio non ci fu mai. Qualcuno non si era mai arreso alla scomparsa della Balena bianca, al punto da fare di tutto per riportarla in vita. Anche in formato mignon e passando dalle aule di un tribunale. Ci aveva provato per primo, nel 1997 (e a ottantadue anni suonati), Flaminio Piccoli, fondando una «Democrazia cristiana» con tanto di scudo crociato “degasperiano” (quello col bordo superiore arcuato): che quel partito non fosse lo stesso di De Gasperi, tuttavia, era chiaro a tutti, tanto che i giudici diedero puntualmente torto a Piccoli e gli impedirono di usare il simbolo tradizionale, quando riusciva a presentarsi alle elezioni.
Da dieci anni a questa parte, vari gruppi di (ex) democristiani hanno deciso di fare sul serio, con una tenacia che ha dell’incredibile: sono nate varie Democrazie cristiane, con infinite varianti di quello scudo originario, pronte a dar vita tra di loro a battaglie memorabili (e costose) davanti alle commissioni elettorali e in tribunale per affermare il diritto di considerarsi l’unico erede della Dc; il tutto, mentre l’Udc agiva ad ogni elezione per impedire che una di queste formazioni utilizzasse qualche forma di scudo crociato (troppo confondibile con il suo), non di rado riuscendoci.


Alla fine del 2010, la Cassazione aveva concluso una vicenda giudiziaria iniziata nel 2002, confermando una sentenza dell’anno precedente che cercava di mettere ordine a una giungla di nomi, simboli e pretese: il concetto è che nessuno aveva sciolto la Democrazia cristiana, il cambio di nome era avvenuto in modo irregolare e né l’Udc, né le varie Dc in campo potevano dirsi eredi di quel partito. Un gruppo di democristiani, guidato dall’ex ministro Clelio Darida, ha preso l’iniziativa, chiedendo la convocazione del consiglio nazionale della Dc in carica nel 1994 (ed eletto nel 1989) alla Jervolino che lo presiedeva: loro hanno letto la sentenza come se tutto fosse rimasto “congelato” per diciotto anni – niente Popolari, Ccd, Cdu e sigle varie – e fosse arrivato il momento di riattivare la macchina del partito, con tanto di tesseramento e congresso (il 19°, rispettando l’antica numerazione). Assise che si svolgerà il 10 e 11 novembre, con l’ex ministro Giovanni Fontana come segretario uscente e Alessandro Duce come segretario amministrativo: lui era stato l’ultimo a ricoprire quel ruolo nella “vecchia” Dc e nel 2002 aveva già provato a “scongelare” il partito, anche se i ricorsi di Cdu e Udc l’avevano fermato dopo pochi mesi.

Peccato che, ad Angelo Sandri, tutto questo non piaccia per niente. Sandri, coordinatore del Comitato nazionale della Dc che vuole raccogliere gli iscritti al partito degli anni 1992-1993, rivendica di essere stato eletto segretario della Democrazia cristiana da un’assemblea di iscritti nel 2002 – convocata dopo i tentativi di riattivazione di Duce – e di aver riottenuto quella carica con i Congressi del 2005 e del 2009 (il 20° e il 21°, secondo altra numerazione): morale, il partito sarebbe nelle sue mani, mentre Darida, Fontana e gli altri sarebbero dei mistificatori, da contestare e fermare in sede legale. Anche questo è all’ordine del giorno dell’assemblea degli iscritti convocata per oggi a Roma, cui è prevista la partecipazione anche degli iscritti alla Rinascita della Democrazia cristiana, partito costituito nel 2000 e guidato oggi come allora dal varesotto Carlo Senaldi.
Tanto per semplificare il quadro, da tempo non pervengono notizie della Democrazia cristiana di Giuseppe Pizza, divenuto segretario nel 2003 dopo Angelo Sandri (che aveva dato impulso a quel  19° congresso) e rimasto tale nel 20° e nel 21° congresso che anch’egli ha fatto celebrare, dopo che nel 2004 si è consumata una rottura tra Sandri e lo stesso Pizza, praticamente mai ricomposta negli anni successivi (Sandri sostiene di aver sfiduciato Pizza nel 2004 e si ritiene continuatore di quel partito, mentre il suo avversario contesta tutto ciò). Pizza nel 2008 era diventato sottosegretario all’istruzione nel governo Berlusconi, il sito del suo partito è ancora in rete, ma sembra assai poco aggiornato (in compenso, la Dc di Fontana ha preso il simbolo di Pizza, non quello della “vecchia” Dc e forse nemmeno se n'è accorta); qualche notizia in più di sé la dà la Democrazia cristiana regionalizzata, una struttura federale costituita in varie regioni a partire dal 2009 da vari iscritti della Dc-Pizza e ora sembra in contatto con Sandri, sebbene almeno uno dei promotori, Alberto Alessi, abbia aderito alla Dc di Fontana.
In tutto questo, c’è anche chi alza sommessamente la mano e fa notare che in effetti la Democrazia cristiana non è mai stata sciolta, ma nessuno ha mai voluto questo, men che meno Martinazzoli che di fatto ha chiesto solo di cambiare il nome al partito. Unico erede della Dc, dunque, sarebbe il Ppi, passato da Martinazzoli a Bianco a Marini, fino all’ultimo segretario Pierluigi Castagnetti: egli ne è tuttora legale rappresentante, a dieci anni dalla confluenza del Ppi nella Margherita e a un lustro dalla nascita del Pd. Certo, i giudici hanno stabilito che il cambio di nome da Dc a Ppi, senza congresso, era irregolare, ma l’unica conseguenza sarebbe che i Popolari, in realtà, avrebbero continuato a chiamarsi, fino a oggi, Democrazia cristiana. È lecito dunque prevedere che le dispute su nome e simbolo continuino ancora, con uno scambio incrociato di ricorsi e provvedimenti di cui farsi scudo. Crociato, ovviamente.

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