mercoledì 18 dicembre 2013

Contro l'Europa del rigore, "Io cambio" (in verde)

Chi aspetta le elezioni europee per vedere il trionfo dei partiti antieuropeisti può intanto prendere nota di una "nuova" sigla politica, che si inserisce perfettamente in quel filone. Si tratta di Io cambio, movimento che si è presentato oggi alla Capranichetta a Roma e punta a cambiare radicalmente volto all'Europa e a "farle pagare", per vie legali, i danni che una guida troppo tecnocratica e rigorosa avrebbe arrecato ai cittadini, anche attraverso l'Euro.
A dire il vero, il soggetto politico non è proprio nuovo. La sua nascita - almeno come primo nucleo - era stata annunciata già a gennaio: il progetto aveva raccolto soprattutto ambientalisti, autonomisti ed ex leghisti, ma la trasformazione in partito non era un esito scontato. 
Per sicurezza, in ogni caso, i fondatori avevano scelto di depositare un primo simbolo al Viminale, indicando come capo della forza politica Angelo Alessandri, a lungo segretario nazionale della Lega Nord Emilia, prima di lasciare il Carroccio alla fine del 2012 per contrasti insanabili con il nuovo corso maroniano. In seguito non hanno presentato alcuna lista, ma tutto era pronto per partecipare a pieno titolo alle elezioni politiche di febbraio. A distanza di quasi un anno, il movimento si è strutturato meglio; Alessandri è presidente del soggetto politico, mentre alla segreteria c'è Agostino Dantuoni e tra gli aderenti più noti si segnala l'europarlamentare toscano Claudio Morganti. In questo tempo, però, l'emblema scelto undici mesi fa ha cambiato un po' fisionomia, specie su alcuni particolari.
Oggi come allora, in realtà, il contrassegno non prevede nessun disegno particolare all’interno: il compito di comunicare è affidato tutto al nome della forza politica. Allora però la «i» di «io» aveva la foggia di una sagoma umana e si allungava alla base verso destra con una coda morbida e appena ricurva. «Volevamo rappresentare l’idea di un movimento autonomista, pur non estremo – mi spiegò allora Matteo Iotti, che fu incaricato di depositare l'emblema –. Per essere davvero autonomisti, occorreva avere come fulcro la persona: non a caso, la “i” ha quella forma particolare e viene per prima».
Non era nemmeno un caso che quella «i» umanoide fosse tinta di verde («Noi quel colore ce l’abbiamo anche nel cuore» mi disse sorridendo Iotti), mentre il segmento circolare blu della base sembrava rispondere a esigenze grafiche, anche se ricordava un po’ la lunetta che c'è anche nel simbolo della Lega e ha ospitato il riferimento alla Padania e ai vari leader.
Stavolta, invece, la «i» in forma umana è rimasta semplicemente una lettera minuscola della parola che è diventata blu: il pallino, univo vago ricordo della testa dell'ometto, è praticamente incastrato nel bordo del contrassegno, molto più corposo rispetto alle origini. E molto più verde, soprattutto. Quel colore, infatti, stavolta domina più di metà della grafica, compresa la metà inferiore del cerchio, il cui bordo alto "a onda" ricorda la coda della vecchia «i». Chi volesse leggere una scelta "leghista" nella svolta grafica - ispirato dalla tonalità di verde utilizzata, effettivamente molto simile a quella impiegata dal Sole delle Alpi alle camicie verdi - sbaglierebbe obiettivo: più che alla Lega, la tinta vuole rimandare alla terra, al territorio, che secondo il movimento dev'essere il centro delle rivendicazioni.
Alla fine dei conti, il nuovo simbolo dà un risultato più pulito e "rinfrescato": grazie al "traforo" della scritta «cambio» e al pallino della «i» riesce a sembrare leggero pur essendo molto più  pieno rispetto alla prima versione. Nella sua essenzialità, però, quel protoemblema sapeva essere più coraggioso, per il maggiore spazio dato al bianco e per quella figura umana e letterale che non conosceva eguali e non passava inosservata. Se la grafica nuova potrà fare presa sugli elettori, in ogni caso, saranno le urne a dirlo, tra una manciata di mesi.

lunedì 16 dicembre 2013

La nuova, vecchia fiamma della Destra sociale

A suo modo è una notizia: la Fiamma tricolore non c'è più. Per lo meno in Rete: dal 10 dicembre, infatti, il sito risulta ufficialmente "in manutenzione". Sembra una delle conseguenze dell'ultimo, teso comitato centrale che il 26 novembre ha bocciato l'ipotesi del segretario Luca Romagnoli, che vedeva con favore l'adesione del movimento alla nascente federazione che - con Storace, la Poli Bortone e altri - voleva riportare sulle schede il simbolo di An.
Non è più online il sito della Fiamma tricolore, come si diceva, ma c'è quello nuovo nuovo (presentato proprio oggi) e ancora in allestimento della Destra Sociale, la denominazione con cui Romagnoli e il resto della Fiamma si era presentato alle europee del 2009 e alle regionali dell'anno successivo. Non è il sito di un partito, ancora non se ne parla: è però un contenitore politico che raccoglie una parte significativa di ex aderenti alla Fiamma, a partire dallo stesso Romagnoli e dalla stragrande maggioranza degli iscritti di Lazio e Piemonte, mentre altri si stanno aggiungendo dalla Basilicata e da altre parti d'Italia.
"C'è bisogno di Destra sociale - scrive nel sito Romagnoli - c’è voglia di ripartire in modo diverso con nuovi entusiasmi e concretezza. Con una nuova formula, una organizzazione diversa dalla classica formula Partito; partecipare alle elezioni si può con un simbolo, una lista e un programma senza per questo dover immediatamente ripercorrere strade organizzative tanto classiche quanto oggi un po’ obsolete".
L'idea, dunque, è quello di radunare un gruppo di persone non tanto attorno a un soggetto politico istituito, ma a un programma e, magari, a un modo di fare: "con più sorrisi e meno mistica - precisa Romagnoli - con più partecipazione e meno settarismo, con più vera socialità e trasversalismo e con tanto meno velletarismo esclusivista". Parole che, senza fare riferimenti diretti, sembrano rivolte a chi è rimasto nella "vecchia casa": il primo appuntamento per vedere come ripartire è fissato per l'11 gennaio del nuovo anno, in luogo ancora da definire.
L'intento, insomma, è "cercare ancora linee di vetta alla luce della Fiamma". Perché una fiamma, in qualche modo, dovrebbe esserci ancora nell'avvenire della Destra sociale. Quasi certamente non quella appena abbandonata (essendo frutto di una scissione, il gruppo non può fregiarsene), ma una soluzione sarà trovata.
Nel frattempo, Romagnoli e gli altri lanciano una piccola provocazione simbolica: recuperano il contrassegno verde varato nel 2009 e, al posto della fiammella che usavano dal 2002, piazzano quella storica del Msi, con tanto di base trapezoidale rossa a scritte bianche (era la versione di An, ma è proprio il primo simbolo che Rauti aveva tentato di presentare nel 1995, alle elezioni suppletive di Padova, simbolo che aveva irritato da morire La Russa ed era stato bocciato dal Viminale). Così, per vedere di nascosto l'effetto che fa e, magari, se qualcuno da fuori si brucia.

(Pubblicato anche su Termometro Politico)

sabato 14 dicembre 2013

Il simbolo di An ai Fratelli d'Italia. E gli altri?

Alla fine si è andati oltre quello che era prevedibile. Era probabile che la Fondazione Alleanza nazionale non concedesse al Movimento per Alleanza nazionale di Francesco Storace, Adriana Poli Bortone e vari altri la possibilità di usare l'emblema tradizionale di An; la riunione di oggi dell'assemblea della fondazione, tuttavia, ha scelto di concedere l'emblema al partito Fratelli d'Italia, almeno per quanto riguarda le elezioni europee dell'anno prossimo. 
Ad avanzare la richiesta, una "mozione" presentata certamente da Giorgia Meloni e da Ignazio La Russa, ma sostenuta anche da Gianni Alemanno. 
La reazione di Storace, manco a dirlo, è durissima: nell'immediato affida un pensiero a Twitter ("290 voti sono un po' pochini per scippare un simbolo. E non servono nemmeno per andare in Europa. Dall'assemblea di 'An' roba senza vergogna"), poi butta giù qualche riga più ragionata per Il Giornale d'Italia. "Con il voto di nemmeno un terzo dei suoi aderenti - che sono un migliaio e 690 avevano rinnovato l'iscrizione - l'assemblea della fondazione An ha approvato una mozione sul simbolo. Per darlo a chi lo ha sbeffeggiato fino ad ora, al punto di averne chiesto l'utilizzo 'in toto o in parte'. Troppi partitini, avevamo proposto di formare uno solo, la pretesa è stata quella di annetterli ad un unico partitino, come se la nostra storia valesse nemmeno due punti percentuali".
Ora, posto che il simbolo di Fratelli d'Italia (azzurro nella parte superiore, preponderante, bianco in quella inferiore) è già somigliante nella struttura a quello di Alleanza nazionale, non è impossibile che la licenza di uso del contrassegno storico "in toto o in parte" si traduca alla fine nell'inserimento della sola fiamma tricolore del Msi, eventualmente anche sacrificando il nodo tricolore che appartiene pur sempre alla grafica di An (l'idea di una fiamma sotto a tre corde, in fondo, non è delle più felici in un simbolo politico); potrebbe anche darsi che venga inserito il simbolo intero all'interno del simbolo, magari nella parte bianca, anche se l'effetto grafico-cromatico sarebbe piuttosto infelice. Del tutto improbabile, invece, è che si sostituisca il simbolo tout court, o si riposizioni la dicitura "Alleanza nazionale" nella parte azzurra, lasciando inalterato il resto. La Russa, in ogni caso, spiega che "Per decidere su come usare in tutto o in parte il simbolo di Alleanza nazionale insieme a quello di Fratelli d'Italia e all'Officina per l'Italia immaginiamo un percorso di decisione con le primarie".

giovedì 5 dicembre 2013

Nuovo centrodestra, quando del simbolo non resta più niente

L'aveva annunciato fin dai primi giorni di vita della sua "creatura politica", Angelino Alfano: il 7 dicembre sarebbe stato il giorno della prima grande manifestazione del Nuovo centrodestra e in quell'occasione avrebbe presentato l'immagine con cui "mettere la faccia" alle prossime elezioni, a partire dalle europee di maggio.
Oggi, peraltro, è stato lo stesso Ministro dell'Interno - attraverso il suo staff - a divulgare attraverso il suo account di Twitter il simbolo del nuovo gruppo, facendolo conoscere a simpatizzanti e operatori dei media.
E' appunto lo staff a parlare di simbolo ma, a guardarlo, si resta quanto meno perplessi. Sarà che la scelta arriva pochi giorni dopo il tentativo del Movimento per Alleanza nazionale di recuperare l'emblema storico della "vecchia" An, con tanto di fiamma tricolore, ma più di qualcuno era curioso di vedere in quale immagine, disegno, emblema gli ex Pdl vicini ad Alfano avrebbe cercato di riassumere l'identità di questo nuovo soggetto politico che di fatto sembra avviato a giocare come "seconda punta" nello schieramento di centrodestra (accanto a Forza Italia) al prossimo appuntamento elettorale.
E invece niente, proprio niente. Neanche un disegnino che possa far pensare a un'idea, un progetto. Solo la sigla della nuova formazione, con le iniziali N e C contenute in negativo in un quadratino sfumato blu scuro e la D fuori: non sembra solo una questione geometrica, pare quasi che si voglia dire, tra le righe, che l'essenza del partito sta più al centro che a destra. La stessa denominazione viene scandita su tre righe, appena fuori dal quadrato e sotto la D, per marcare bene le tre componenti della sigla, quasi a voler evitare che "centro" e "destra" siano saldate in un'unica parola.
Chiunque abbia partorito il segno del Centrodestra nazionale non sembra nemmeno avere avuto la commissione da un partito, e non solo perché il segno non nasce per uno sviluppo rotondo (anche se chiaramente può essere inserito in un cerchio). Il fatto è che quello appena presentato sembra veramente il marchio di uno studio professionale o di comunicazione (nemmeno troppo estroso), di un'emittente televisiva o di un'azienda di servizi: rifugge - e questo va riconosciuto - dal mantra ossessivo dei tre colori nazionali e dell'azzurro (sceglie una tinta più scura, che dà un'impressione diversa), ma non c'è un briciolo di identità in questo segno distintivo. Pulito ed essenziale, senza dubbio, ma poco comunicativo: magari la piazza e le urne diranno qualcosa di diverso, ma se non ci fosse il nome del partito in basso, a scambiare il simbolo con il marchio di un'azienda farmaceutica o di una casa editrice ci vorrebbe davvero poco.

mercoledì 20 novembre 2013

Il "padre grafico" di Forza Italia: intervista a Cesare Priori

Una volta sentivi un tale che diceva «Forza Italia» e pensavi alla Nazionale di calcio, da vedere allo stadio o alla Tv. Da vent’anni a questa parte, senti «Forza Italia», anche (ma non solo) in televisione e pensi a Silvio Berlusconi. Anche se magari non lo voti e non hai nessuna intenzione di votarlo.
Se però la creatura politica del Cavaliere è riuscita a penetrare così a fondo in tutti gli italiani, lo si deve anche a una piccola bandiera tricolore che ha materializzato sul piano grafico i sogni e gli incubi politici di milioni di elettori. A dare forma al simbolo di Forza Italia, in pieno 1993, è stato Cesare Priori, creativo di talento. Lavora con Silvio Berlusconi dal 1979: il primo disegno del biscione di Canale 5, per dire, è suo.
Da una decina di anni Priori ha lasciato il gruppo, ma del recupero dell’antico emblema (e di eventuali varianti che però non ci sono state) si è occupato ancora lui. Tocca allora a Priori raccontarci la storia del marchio politico più efficace (nel bene e nel male) degli ultimi vent’anni esatti. Un marchio che, forse, uscirà di scena assieme alla persona per cui è stato inventato.
 * * *
Priori, quando Silvio Berlusconi le aveva chiesto di disegnare il simbolo di Forza Italia, le aveva commissionato un simbolo di partito o un marchio generico?
Diciamo che all’inizio si parlava di un movimento, non mi era stata ancora comunicata l’idea di un partito. Sul come fare, conoscendo il personaggio, doveva essere una cosa molto semplice, immediata, non dovevano esserci fronzoli, simboli strani… doveva essere una cosa che si vedesse subito e parlasse da sola.

sabato 16 novembre 2013

Per Mauro e Casini pronti i Popolari per l’Europa?

Mentre la maggior parte degli occhi è puntata sul consiglio nazionale del Pdl all’indomani dello strappo di Alfano e soci, non si sottovaluta nemmeno l’atmosfera elettrica all’interno di Scelta civica. Le scene viste al primo giorno dell’assemblea ieri, con i “popolari” di Mario Mauro, Andrea Olivero e Lorenzo Dellai che hanno lasciato la sala in segno di protesta danno conto della tensione nel partito che, secondo qualcuno, è già morto. Anche se oggi si è dato un nuovo inizio con la presidenza di Bombassei.
PPE2Che una parte del partito sia particolarmente vicina all’Udc e possa essere interessata a un contenitore politico più ampio rispetto alla formazione di Lorenzo Cesa e Pierferdinando Casini è cosa nota. Che ci si stia muovendo in questa direzione è probabile; volendo ci sarebbe anche un simbolo già pronto. Anzi, due. Già, perché all’Ufficio per l’armonizzazione del mercato interno di Alicante – quello presso cui sono depositate e valutate le richieste di registrazione come marchio comunitario – risultano due segni distintivi a nome di Salvatore Ruggeri, successore di Giuseppe Naro alla segreteria amministrativa dell’Udc. Entrambi sono nominati “Popolari per l’Europa” e in tutti e due, sul fondo azzurro, è in evidenza lo scudo crociato.
PPE1
La sigla di Popolari per l’Europa, guarda caso, è Ppe. E arriva dopo che per settimane l’Udc ha detto di voler costruire il Partito popolare europeo in Italia. Il primo emblema ha il pregio di avere la sigla all’interno del contrassegno, chiudendo il cerchio tracciato dal nome del partito e dalle stelle d’Europa. Il secondo, invece, ha una declinazione più nazionale, sostituendo alla sigla la scritta “Italia” e ponendo al di sotto una striscia tricolore, con tanto di pieghe come fosse una fascia; ha però il pregio di poter essere riportato in breve come Ppe-Italia (anche se in passato qualcuno aveva già provato, senza successo, a presentare un simbolo con quel nome).
Salvatore Ruggeri
E’ possibile che il deposito degli emblemi – avvenuto l’8 ottobre scorso – sia stato a puro scopo di precauzione, per dare una prima tutela (in Italia non risulta nessun deposito simile), ma certamente qualcuno ha visto lungo, cercando di preparare un futuro politico. Allargando l’orizzonte rispetto all’Udc e anche al vecchio nome della Democrazia cristiana (la sigla cambia completamente), ma senza rinunciare all’emblema più tradizionale di quella storia, lo scudo crociato che a quanto pare Casini e Cesa non vogliono più mettere in un cassetto, magari col rischio di farselo soffiare (anche se la legge, elettoralmente, li tutela).
Non è dato sapere se sarà questo l’eventuale emblema del progetto politico che potrebbe vedere uniti gli aderenti all’Udc e i “popolari” transfughi di Scelta civica. Non è detto che loro vogliano farsi rappresentare da uno scudo crociato o che non preferiscano soluzioni diverse. Intanto, però, il simbolo se serve c’è.

(Articolo pubblicato su www.termometropolitico.it)

mercoledì 13 novembre 2013

Il simbolo di un’Alleanza nazionale in Movimento

alleanza nazionale storace
Acque agitate a dritta. O a tribordo. Insomma, a destra, per farla breve. E non perché qualcuno abbia voglia di spaccare qualche partito (il livello di frammentazione è già notevole), ma perché piuttosto nelle profondità c’è chi sta lavorando per rimettere insieme i cocci, o almeno ci prova. In realtà i tentativi sono almeno due: se ha aperto per prima l’Officina Italia voluta da Fratelli d’Italia, in questi giorni ha avuto più risonanza il progetto di ridare vita ad Alleanza nazionale.
I timori di chi aveva paura di assistere alla nascita di un nuovo partito che annullasse (subito) le differenze delle varie forze in campo per ora sono stati messi da parte, per cercare di rendere concreto il progetto messo in campo soprattutto da Francesco Storace della Destra e da Adriana Poli Bortone di Io Sud. La formula scelta è quella della “Federazione di persone, movimenti e partiti”, dunque salvaguardando l’autonomia pur nella comunione di intenti.


Il nome scelto per questa federazione è “Movimento per l’Alleanza nazionale“: oltre a La Destra e Io Sud, hanno firmato l’atto costitutivo Fli con il suo coordinatore Roberto Menia, Nuova Alleanza che in Sicilia rispolvera la coccinella (simbolo fugace di una convention aennina) e vede il ritorno alla ribalta di Domenico Nania, l’associazione Nazione sovrana (rappresentata da Oreste Tofani), il quotidiano Il Giornale d’Italia (rappresentato da Roberto Buonasorte), Il popolo della vita – Trifoglio di Antonio Buonfiglio. Spicca su tutte la firma di Luca Romagnoli, segretario del Movimento sociale Fiamma tricolore, che non solo di An non ha mai fatto parte, ma che ha lasciato il vecchio Msi proprio nel momento in cui si trasformava in Alleanza nazionale, seguendo Pino Rauti nella costituzione di un nuovo soggetto politico in continuità ideologica con l’esperienza precedente. 

martedì 5 novembre 2013

Se Tassone vuole risvegliare il Cdu

A volte ritornano. Qui non si parla tanto dei politici (che, in realtà, ritornano quasi sempre), ma dei partiti. Operano per poco o molto tempo, poi confluiscono in nuovi soggetti e nessuno ne sa più nulla. Sembrano morti, invece sono solo messi “in ghiaccio”, pronti per essere scongelati se serve. Il caso più noto è quello di Forza Italia, ora forse si parla di Alleanza nazionale, ma l’11 maggio a Roma hanno iniziato a svegliarsi dal letargo anche i Cristiani democratici uniti, su impulso di uno dei loro dirigenti, Mario Tassone. E il Cdu vuole riprendere il cammino.
Il partito che fu creato da Rocco Buttiglione dopo la crisi all’interno del Partito popolare italiano nel 1995 avrà dunque una nuova vita? Ce lo facciamo spiegare direttamente da Tassone: a sentire lui, la sua battaglia è di ideali, che ora nell’Udc rischiano di perdersi (anche se ciò gli è costato, a quanto si apprende in rete, una richiesta di espulsione dal partito, che lui ha subito contestato). Una battaglia che però potrebbe portare con sé lo scudo crociato, anche se “il simbolo è importante, ma non indispensabile”.

* * *

Tassone, ormai ha deciso di rispolverare il Cdu: come le è venuto in mente?

Mi è venuto in mente subito dopo che l’Udc ha scelto praticamente di “diluirsi” in Scelta civica, facendo di Monti il riferimento principale del nuovo centro. Pensavo che, cosi facendo, si sarebbe dispersa un’esperienza rappresentata dall’Udc, che si era costituita nel 2002 anche grazie all’apporto del Cdu, che aveva conferito tra l’altro il simbolo.

A studiare i partiti italiani si impara una cosa: scioglierne uno è quasi impossibile, perché ci sono sempre debiti da pagare, crediti da riscuotere, cause ancora in piedi…

Beh, noi nel 2002 dicemmo chiaramente che, anche con la costituzione dell’Udc, il Cdu sarebbe rimasto come associazione. Ora stiamo facendo vivere proprio quella, attraverso un confronto politico e culturale.

sabato 14 settembre 2013

L'Italia dei valori, si cambia nella continuità

L'aveva promesso e, alla fine, l'ha fatto sul serio. Ora il nome di Antonio Di Pietro non è più sul simbolo dell'Italia dei Valori. Lui resta presidente onorario, ma ha in qualche modo liberato un posto. 
Non si è limitato a mettersi in posizione defilata, come alle regionali del 2005, quando il nome c'era ma più in basso (pur mantenendo lo stesso font corposo che lo rendeva piuttosto visibile). Questa volta il cognome non c'è proprio e nessun patronimico lo sostituisce: "Per noi questo è un vantaggio - ha spiegato il fondatore del partito - perché si deve proseguire nel cammino di spersonalizzazione della politica. La nuova Idv deve avere la forza, il coraggio e l’umiltà di non essere più un partito personale. Ora bisogna essere squadra". In primo piano, dunque, c'è solo il nome della forza politica, con un carattere bastone molto pulito, con grande evidenza per le parole Italia e Valori, rigorosamente in maiuscolo grassetto.
"Un cambiamento grafico nella continuità per un partito che cambia logo e segretario senza però discostarsi troppo dal passato": così definisce il nuovo segno gratico Niccolò Bertorelle, studente di Comunicazione Politica e Sociale all'Università Cattolica di Milano (e collaboratore del blog Pane & Politica). Nell'emblema, presentato stamattina alla festa dell'Idv a San Sepolcro da Di Pietro e dal segretario nazionale Ignazio Messina, c'è ancora il gabbiano dei colori dell'arcobaleno, anche se è in posizione più defilata, in alto a destra (lasciando ai maligni tutte le interpretazioni del caso). Sotto all'elemento testuale, poi, spunta per la prima volta un accenno di tricolore, una striscetta leggera e sfumata, quasi una sottolineatura del nome che il contrassegno contiene. "Non è un caso che abbiamo voluto inserirlo nel simbolo - ha spiegato Ignazio Messina -. Per noi è un riferimento alla Costituzione, quella Costituzione che abbiamo sempre strenuamente difeso e che altri vogliono invece stravolgere".
Il tutto è su un fondo azzurrino, leggermente sfumato in modo radiale, con la parte più chiara al centro: a guardarlo meglio, peraltro, si scopre che è un cielo, con nuvole quasi impercettibili. Eppure, la prima resa grafica del nuovo simbolo introduce qualcosa di nuovo, una sorta di effetto tridimensionale quasi inedito per un contrassegno politico: lo sfondo colorato, come nota anche Bertorelle, è infatti inserito in una coroncina bianca, con il contorno interno marcato di azzurro scuro, come se l'emblema avesse una sorta di cornice, sulla quale peraltro il tricolore e il gabbiano in parte finiscono. Una sorta di idea tridimensionale e parzialmente dinamica, assente dagli altri segni di identificazione delle forze politiche attualmente presenti in Parlamento.
Come è noto, l'Idv questa volta non ha eletti, visto che era parte di Rivoluzione civile che non ha superato gli sbarramenti previsti dalla legge elettorale. Inizia dunque da San Sepolcro un percorso di nuovo radicamento e partecipazione che, per l'Idv, non sarà facile. E' significativo che, in qualche modo, questo inizio sia marcato dal cambio di emblema: non è un taglio netto con la storia di prima, è solo un modo per girare pagina nello stesso libro. Sperando che il nuovo capitolo dia più soddisfazione di quello precedente.

giovedì 25 luglio 2013

Gli impazienti di Forza Italia 2.0



Sarà così il nuovo simbolo
di Forza Italia 2.0?
«Forza, alziamoci / il futuro è aperto, entriamoci / e le tue mani unite alle mie / energie per sentirci più grandi». Evidentemente qualcuno moriva dalla voglia di ricantare quei versi anche solo in pubblico, senza farlo in segreto con modi un po’ carbonari: si può spiegare solo così la scelta di alcuni consiglieri comunali che in varie città (a partire da Trieste) hanno scelto di staccarsi dal gruppo del Pdl, ancora esistente, per fondare quello di Forza Italia.
Ci stanno provando, per dire, anche nel consiglio regionale del Friuli, ma manca ancora un componente (ne occorrono tre) e gli altri del Pdl finora non l’hanno presa proprio benissimo («Ci eravamo detti di attendere l’evoluzione del quadro nazionale. Ora una scelta così non è utile» lamenta il capogruppo Pdl in regione). A loro, probabilmente, sono bastate le parole di Silvio Berlusconi scritte su Facebook il 23 luglio («Abbiamo deciso di tornare a Forza Italia … spero che con il lancio nel mese di settembre possano aggiungersi a noi tanti italiani») per “aprire il futuro”. E loro ci sono entrati subito, senza aspettare. Anche alla Camera del resto (lo racconta il Giornale, senz’altro ben informato) è rispuntata una targa con l’indicazione di Forza Italia, sebbene non corrisponda ad alcun gruppo o anche solo a una componente del gruppo misto.
Il bozzetto di Cesare Priori
(www.campagneberlusconi.it)
Certamente, questa voglia di ricantare «eForzaItaaaliaaaaa» c’è da tempo, da quando Berlusconi si è convinto che il Pdl, come nome e come simbolo, non scaldava i cuori: si spiegano così agevolmente tante dichiarazioni rilasciate nel giro dell’ultimo anno (o anche più indietro), fino all’ultima di Angelino Alfano, di poco precedente a quella del fondatore del primo partito-azienda italiano. Meglio, dunque, ritornare alla bandierina degli inizi, il primo tricolore italiano in orizzontale, increspato dal vento in modo graficamente irrealistico (ma non ditelo al creatore, Cesare Priori), che nel giro di due mesi scarsi nel 1994 era riuscito nell’impresa di conquistarsi milioni di voti.
Ma ora che si torna idealmente indietro di quasi vent’anni, come sarà il simbolo di questa “Forza Italia 2.0”? Resterà lo stesso del passato, magari con l’indicazione «Berlusconi presidente» come era stato proposto sistematicamente dal 2006 in avanti? Verrà “rinfrescato” graficamente, giusto per non sembrare un pezzo di modernariato rimesso in circolo giusto dopo una spolveratina? Oppure si sceglierà la versione orizzontale, senza bandiera, che non è quasi mai stata usata dall’entourage berlusconiano (forse perché nel 1996 aveva portato poca fortuna)? Aspettiamo settembre per saperlo, Cassazione permettendo.

sabato 13 luglio 2013

Le "Idee popolari" (e quadricolori) di Ciocchetti



Il simbolo di Idee popolari
(frame tratto dal Tg2)
Non fai in tempo a pensare a che farà l’Udc, invitata più o meno direttamente a non abbandonare la casa (nuova, ma finora piuttosto scomoda, da donatori di sangue) di Scelta civica, che subito arriva un verdetto impietoso. «L’Udc è morto, l’esperienza politica che ci ha tenuto insieme non esiste più». A emettere la sentenza definitiva, senza possibilità di appello, è Luciano Ciocchetti, già vicepresidente della regione Lazio: proprio questa mattina, a due passi dal Santuario del Divino Amore, nel bel mezzo della riunione della sua associazione «I Moderati per la Terza Fase» ha provveduto all’ostensione dell’ennesimo nuovo simbolo di partito, la sua ultima creatura, denominata «Idee popolari».
Ciocchetti, che nel 2008 era stato candidato al Campidoglio proprio dal partito di Casini, ora non ci va per il sottile: «L’Udc ha una dirigenza senza alcuna linea politica, vive alla giornata. Il Centro è stato sconfitto dagli errori della dirigenza nazionale e dagli stessi leader legati a interessi troppo personali»; Casini e Cesa, secondo l’ex vicepresidente della Pisana, «non sono più credibili, sono diventati rigoristi, giustizialisti, hanno cambiato la natura del partito dimenticando la storia della Democrazia cristiana».
Per Ciocchetti, la soluzione è creare «un contenitore, un traghetto per una classe dirigente tradita dai dirigenti nazionali dell'Udc, per dare speranza, fiducia, futuro»: tutto questo per «ricostruire in Italia – come appunta l’Adnkronos – il campo dei popolari come in Europa, alternativa ai socialisti e ai socialdemocratici». Non fosse abbastanza chiaro, per il suo leader il nuovo partito, che parte dal Lazio e spera di estendersi a tutta l’Italia, «non potrà che stare nel perimetro del centrodestra». Anche per questo, forse, per il suo simbolo Ciocchetti si distacca decisamente dal cliché democristiano, rinunciando allo scudo crociato (anche per evitare grane legali con l’Udc) e all’azzurrino, sposando in pieno la logica cromatica dei partiti catch-all che adottano il tricolore e il blu/azzurro in logica nazionale, ricalcando quasi per intero la tavolozza cromatica sfoderata pochi mesi fa dal Mir di Samorì (che sembra resistere giusto perchè annovera un sottosegretario).
Così, i colori della bandiera tingono tre filetti morbidi, posti a metà del cerchio (che, a dire il vero, danno un po’ l’idea di una “scia” di dentifricio), su un fondo blu, che però nella parte inferiore è “mosso” da vari raggi più chiari (un po’ come aveva fatto Publio Fiori ai tempi di Rinascita popolare – Rifondazione Dc). In alto e in basso è riportato il nome del partito (che potrebbe non piacere a Italia popolare di Alberto Monticone, anche per l’ancoraggio al centrodestra), mentre nel mezzo – sempre in bianco – c’è un segno, quasi che fosse tracciato a mano, magari con più tratti di pennarello. Come idea, sembra l’ibrido di una croce (in stile democristiano), un «più» (decisamente inconsueto per un emblema politico, al punto che pare di leggere "Idee più popolari" ... de che?) e un segno di espressione del voto, sia pure orientato in modo diverso dal solito. In fondo, proprio Ciocchetti alle ultime elezioni comunali nella Capitale era candidato con la lista «Cittadini X Roma», che al suo interno aveva appunto un segno di croce manoscritta molto in evidenza. Forse, dunque, il nuovo leader ha scelto di richiamare quel precedente che non era passato inosservato: non è detto che basti, però, perché i cittadini ci mettano (di nuovo) una croce sopra.

Addio "Monti", per una Scelta civica



L’aveva detto alcuni mesi fa, ora l’ha tradotto in pratica: Mario Monti ha alleggerito del suo cognome il simbolo di Scelta civica per l’Italia, che con la prima assemblea pubblica di questa mattina avvia definitivamente il suo percorso di trasformazione in partito. L’elemento tricolore, creato dall’agenzia di comunicazione Proforma a dicembre, è rimasto, così come l’impianto dell’emblema, con la stessa circonferenza color carta da zucchero, il fondo bianco, il font utilizzato per i testi e la dicitura grigia «Scelta civica» nella parte superiore dell’emblema.
A cambiare, e in modo significativo, è invece la parte bassa del contrassegno. La dicitura «Con Monti», come da programma, è stata eliminata, ma non si è trattato di un’asportazione chirurgica, destinata a lasciare immutato il resto dell’emblema (magari con qualche piccolo spostamento, per non sbilanciare l’immagine). L’espressione «Per l’Italia», infatti, non solo è rimasta nel simbolo, ma ha visto crescere a dismisura le parole «L’Italia»: scritte in maiuscolo come tutti gli elementi testuali del contrassegno, hanno però assunto la stessa importanza visiva che aveva inizialmente il nome del senatore a vita e capo della coalizione. Non aveva fatto in tempo a farlo Berlusconi, sostituendo al nome del Pdl l’unica parola «Italia»; lo aveva fatto pochi mesi fa Pier Ferdinando Casini con la sua Udc, togliendo il proprio nome dal segmento circolare rosso per inserirvi la scritta «Italia» (almeno fino alle elezioni politiche, quando aveva fatto inserire di nuovo il suo patronimico, quando Calderisi dal Pdl aveva paventato grane per chi avesse usato “in società” il nome di Monti su più emblemi). 
Si può interpretare in più modi questo passaggio: dalla semplice “spersonalizzazione” del partito (che non sembra convincere troppo vari analisti), al tentativo di rimettere in gioco Monti per ruoli diversi da quelli del capo politico (non a caso, in questi giorni qualcuno all’interno della Bocconi non aveva visto con estremo favore l’idea di un ritorno del senatore a vita alla guida dell’università, qualora avesse mantenuto la guida del suo futuro partito). Aver scelto uno stratagemma grafico simile a quello dell’Udc, poi, oltre a proiettare in qualche modo il costituendo partito verso un traguardo ambizioso (quasi a voler dire che le altre forze politiche si curano meno del Paese), sembra voler lanciare un messaggio a Cesa e compagni, perché non abbandonino il percorso politico iniziato a dicembre. A Monti, alla fine dei conti, è convenuto molto, all’Udc molto meno.

domenica 30 giugno 2013

Fratelli (coltelli) d'Italia: venti giorni come otto anni?

Il ritorno a «Forza Italia» preannunciato in questi giorni da Silvio Berlusconi ha di nuovo messo di cattivo umore i tifosi della Nazione (o, più modestamente, della Nazionale) che vorrebbero poter parteggiare per il loro paese e per le sue squadre senza essere targati politicamente. Ora, in verità, si rischia anche con l’inno nazionale, soprattutto perché a contendersi il suo primo verso, «Fratelli d’Italia», sono due formazioni politiche diverse: una è “famosa”, ma è nata poco prima di avere depositato il suo simbolo; l’altra, pur avendo una storia molto più lunga, è meno nota, non ha potuto partecipare alle ultime elezioni politiche, in compenso le sono stati notificati pacchi di verbali per affissioni abusive effettuate dai “Fratelli” famosi.

A fare la fila al Viminale per consegnare i simboli per partecipare alle elezioni, nei giorni che hanno preceduto l’11 gennaio, c’erano sì i rappresentanti di «Fratelli d’Italia – Centrodestra nazionale», il partito che ufficialmente era nato solo il 21 dicembre 2012 (a conti fatti, venti giorni prima) ad opera di Guido Crosetto, Giorgia Meloni e Ignazio La Russa. In coda, però, c’erano anche altri Fratelli d’Italia, per l’esattezza «Movimento politico Fratelli d’Italia», costituito invece il 21 ottobre del 2004 a Marsala e rappresentato dal segretario Salvatore Rubbino. Il simbolo attuale del movimento, la sagoma di un cavaliere su destriero su fondo blu ed elemento tricolore in basso, sulle schede per eleggere Camera e Senato non è mai arrivato: lo hanno bocciato prima il Ministero dell’interno, poi l’Ufficio elettorale centrale nazionale presso la Corte di cassazione. Di tutte le esclusioni operate in quei giorni, quella del Mpfi ha ricevuto meno attenzione da parte dei media (rispetto ai casi dei “cloni” di Grillo, Ingroia e Monti, per dire), eppure è il caso più insidioso, per come certe regole sono state interpretate da chi era chiamato a decidere; dovesse capitare di nuovo, sarebbe addirittura pericoloso.
Cos’era accaduto, dunque, al Viminale? Nelle bacheche si potevano vedere due contrassegni: al numero 10, i Fratelli di Crosetto, con tanto di nodo tricolore tra la parte superiore azzurra (col nome del partito) e quella inferiore bianca; al numero 47, i Fratelli di Rubbino, con l’emblema ricordato. Per il Ministero dell’interno, c’era il rischio di confondere i due emblemi a causa del colore dello sfondo (anche se il blu di Rubbino era molto più scuro dell’azzurro di Crosetto), ma soprattutto per una questione di «identità letterale»: entrambi presentavano la dicitura «Fratelli d’Italia» nel contrassegno, cosa del resto abbastanza ovvia, avendo in comune quella parte del nome.
Una volta individuata la confondibilità, i funzionari del Ministero ritengono di risolverla invitando Rubbino a sostituire il suo emblema, dando preferenza al contrassegno di Crosetto e Meloni, sia perché era stato depositato per primo (al numero 10, contro il numero 47 degli altri Fratelli), sia perché è stato considerato «espressione di una forza politica rappresentata in Parlamento», vale a dire dal gruppo parlamentare formatosi al Senato il 20 dicembre; sempre il Viminale ha precisato che tanto la costituzione di Fd’i di Crosetto quanto l’adozione del suo simbolo «sono stati ampiamente pubblicizzati e diffusi da organi d’informazione e di stampa nazionali nelle ultime settimane». Un ragionamento simile è stato fatto dall’Ufficio elettorale presso la Cassazione, che ha continuato a riconoscere tutela al gruppo della Meloni perché «rappresentato nel disciolto Parlamento»; i magistrati però hanno anche precisato che non rilevano a favore del Mpfi il deposito del simbolo presso l’Ufficio italiano brevetti e marchi e, soprattutto, l’uso del contrassegno «in competizioni elettorali locali e circoscritte». Morale, Rubbino e i suoi Fratelli (d’Italia) sono fuori dal gioco, ritentino la prossima volta.

Tutto bene? Nemmeno un po’, a ben guardare. Perché in questo modo, in pratica, si finisce per negare una storia lunga anni, dando tra l’altro una “pesante” legittimazione a chi, a ben guardare, non sembra proprio aver agito per meritarla. Sul piano storico, Il Movimento politico Fratelli d’Italia ha partecipato a varie tornate elettorali in Sicilia, dove appunto è nato, sempre su posizioni di centrodestra: prima nel 2007 a Marsala (lì si è formato già da quell’anno un gruppo consiliare e lo stesso Salvatore Rubbino è diventato assessore), nel 2008 a Trapani (anche alle provinciali, con tanto di eletto) e nel 2012 di nuovo alle elezioni comunali di Marsala e Trapani. 

Se nei primi casi era stato utilizzato il simbolo previsto dallo statuto (con anche la scritta «Ettore Fieramosca» e una grafica più risalente), a quelle del 2012 è stato presentato un contrassegno con la denominazione molto più in evidenza, su fondo bianco. Soprattutto, però, Fratelli d’Italia – Rubbino ha preso parte alle ultime elezioni regionali, datate 28 ottobre 2012, dunque inequivocabilmente prima della costituzione del partito di Crosetto e della Meloni: l’emblema con cui il Mpfi è stato rappresentato sulla scheda elettorale è proprio lo stesso (fondo blu) che il Viminale ha respinto a gennaio.
Ora, se qualcuno potrebbe considerare una “competizione locale e circoscritta” quella che si svolge in un comune (sia pure grande, come Marsala o Trapani), certamente non può ricevere lo stesso trattamento la partecipazione alle elezioni regionali siciliane, anche in considerazione della pubblicità che quella consultazione ha avuto a livello nazionale (giornali, tv, rete…). Il deposito degli emblemi, tra l’altro, è stato fatto presso l’assessorato competente anche a beneficio dell’ufficio elettorale centrale presso la Corte d’appello di Palermo, chiamata a fare le veci delle sezioni regionali della Cassazione (mai costituite) e il simbolo del Mpfi, come gli altri, è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale siciliana: per lo speciale livello di autonomia concesso alla Sicilia, se non si vuole riconoscere a questi atti un valore quasi pari a quelli compiuti a livello nazionale, è certamente impossibile fare il paragone con il rinnovo di un consiglio comunale qualunque.

Il Movimento politico Fratelli d’Italia, insomma, ha fatto esattamente quello che la legge e le stesse «Istruzioni per la presentazione e l’ammissione delle candidature» redatte dal Ministero dell’interno richiedono, per cui «I partiti che notoriamente fanno uso di un determinato simbolo sono tenuti a presentare le loro liste con un contrassegno che riproduca quel simbolo»: il gruppo ha sempre utilizzato l’espressione «Fratelli d’Italia» nel simbolo, dunque l’avevano inserita anche a gennaio, accanto alla sagoma del cavaliere. «Fratelli d’Italia» di Meloni, Crosetto e La Russa, invece, non vantava alcun uso tradizionale, né avrebbe potuto farlo, visto che il gruppo era nato venti giorni prima. Le istruzioni ministeriali sono precise nell’affermare che ai partiti che non abbiano un simbolo tradizionale «è fatto assoluto divieto di presentare contrassegni identici o confondibili con quelli […] che riproducono simboli, elementi e diciture» tradizionalmente usati da altri partiti (chi non ci crede, si legga uno dopo l’altro i commi 3 e 4 dell’articolo 14 del d.lgs. 361/1957). A stretta logica, Meloni & co. non avrebbero proprio potuto usare l’espressione (ben identificabile) «Fratelli d’Italia»; né potevano dire di non sapere dell’esistenza di Rubbino e soci, visto che erano stati puntualmente diffidati, perché non usassero quel nome (non a caso, nei documenti presentati in Cassazione dal gruppo neocostituito non c'era nulla che fosse davvero a loro favore, anzi, c'erano persino documenti che davano ragione agli esclusi).
Crea ancora più problemi, però, l’altra osservazione del Ministero, quella sulla tutela privilegiata al simbolo di Crosetto per la rappresentanza parlamentare e la “notorietà”. Sul primo punto, è per lo meno curioso che si possa considerare rappresentato in Parlamento la “forza politica” Fratelli d’Italia – Centrodestra nazionale, il cui il gruppo di senatori era stato costituito solo il 20 dicembre (ma la dicitura «Fratelli d’Italia» è stata inserita addirittura il giorno successivo): non solo il simbolo non ha partecipato alla consultazione politica del 2008, non venendo sottoposto al controllo del Viminale e al giudizio degli elettori, ma addirittura per il gruppo di Meloni e Crosetto questo era il primo uso in assoluto, senza che dunque si potesse far valere alcun test elettorale di altra natura (elezioni europee o regionali). Nonostante la loro esigua vita di venti giorni, ai Fratelli d’Italia nati per secondi è stata accordata una tutela pari a quella su cui avrebbero potuto contare Pdl e Pd, se ne avessero avuto bisogno.
Forse anche per questo, il Ministero dell’interno aveva sentito il bisogno di “rafforzare” la sua decisione sottolineando l’ampia pubblicità data alla nascita del soggetto politico e al suo emblema. La stessa affermazione, del resto, ha “salvato” gli emblemi legati a Mario Monti e quello di Rivoluzione Civile, che certamente non potevano vantare alcuna rappresentanza parlamentare in senso stretto. In quei casi, tuttavia, la posizione del Viminale era del tutto ragionevole, visto che i simboli “cloni” erano stati fatti con l’evidente scopo di ostacolare la partecipazione di determinati soggetti politici (oltre che di mettere in luce varie falle della normativa elettorale); nel caso di Fratelli d’Italia, invece, il riferimento alla pubblicità e, indirettamente, alla notorietà del segno spiega sì la decisione, ma apre una falla potenzialmente letale. Se un soggetto politico del tutto nuovo può prevalere su un partito (di molto) preesistente, con varie esperienze elettorali sia pure di livello regionale, non tanto perché il suo simbolo è stato depositato prima – Meloni & co. avrebbero dovuto comunque astenersi dall’usare nomi altrui consolidati – ma grazie al battage pubblicitario che ha messo in campo, si rischia di far passare il messaggio che chi dispone di mezzi ingenti e può permettersi una promozione adeguata può tranquillamente far pesare un uso di una manciata di giorni più di un uso continuo e documentato lungo anni, mentre chi non è in grado di pagarsi la pubblicità comunque soccombe. 
Un messaggio chiaramente inaccettabile e, come si diceva, pericoloso. Senza contare che, sull’effettiva notorietà dei Fratelli di Crosetto, si potrebbe avere da ridire: per le amministrative di maggio, qualche prefettura ha invitato a riunioni preparatorie i rappresentanti delle forze politiche in corsa alle elezioni, includendo nell’indirizzario tanto Fd'I quanto il Mpfi, anche se magari uno dei due non si presentava affatto. È andata decisamente peggio quando alla segreteria del movimento di Rubbino si son visti recapitare la notifica di circa 400 verbali di affissione elettorale abusiva relative alle elezioni politiche nella maggiore città del Nord: i manifesti, manco a dirlo, erano di Meloni & co., ma avvisi e verbali, chissà perché, sono finiti a Marsala. 

Un’applicazione rigorosa delle regole, dunque, avrebbe dovuto portare all’esclusione temporanea dei Fratelli di Crosetto (fino a che non avessero trasformato l’emblema), senza alcuna tutela privilegiata per la presenza in Parlamento. Certo, è facile immaginare cosa sarebbe successo politicamente se, dopo la campagna pubblicitaria, Meloni e gli altri avessero dovuto presentarsi con un altro emblema; eventualità, del resto, tutt’altro che assurda, visto che graficamente i richiami al contrassegno di Alleanza nazionale erano davvero troppi (il blu per più di metà del segno e la corda tricolore usata nelle campagne degli ex An nel Pdl) e già questo poteva bastare per non ammettere l’emblema, anche se nessuno della Fondazione An pare abbia protestato.
Anche concedendo al Viminale il beneficio di aver voluto tutelare l’affidamento degli elettori che avevano già conosciuto l’emblema attraverso i media (scelta comunque comprensibile), è davvero inaccettabile che sia stato chiesto al movimento di Rubbino di sostituire il simbolo intervenendo (anche) sul nome. Al più sarebbe bastato chiedere di modificare il colore di fondo, tornando al bianco, ma rinunciare al nome sempre utilizzato in tutta l’attività politica sembra una richiesta del tutto priva di senso; si tratta, tra l’altro, di una virata a 180 gradi della Cassazione, che nel 1994 aveva “graziato” l’Unione di centro di Ugo Sarao (molto meno attiva dei Fratelli siciliani) permettendole di convivere con l’Udc di Costa, solo perché il contrassegno era stato presentato (e addirittura non ammesso) anche nel 1992. 
Per questo giro ormai (purtroppo) i giochi sono fatti e conclusi, ma alle prossime elezioni sarà cosa ottima e giustissima che le decisioni abbiano un segno diverso: nessuno, men che meno nel terzo millennio, può essere più “uguale” di altri.

venerdì 3 maggio 2013

Ambienta-Liste e lune che sorridono

Dopo lo scherzetto delle elezioni del 2004, con la lista Verdi-Verdi e Verdi federalisti, gli ambientalisti che non si riconoscono nelle posizioni “sinistre” della Federazione dei Verdi non sono certo sazi: nel 2005 ci sono le elezioni regionali e quella è un’ottima vetrina per avere visibilità e, magari, ottenere un posto da consigliere che non guasta. 
In Piemonte Maurizio Lupi ci riprova con i Verdi-Verdi, recuperando l’orsetto che ride dei tempi migliori (messo in pausa l’anno prima), ma cambiando in seconda battuta il resto dell’emblema: via il colore verde e la scritta Verdi-Verdi, che al Sole che ride non piacevano per niente (specie dopo la sentenza del Consiglio di Stato dell’anno prima) e si sperimenta una nuova dicitura, «l’Ambienta-Lista», un giochetto di parole che può tornare buono in futuro. Sotto all’orso, l’indicazione gigantesca del cognome di Enzo Ghigo, candidato del centrodestra alla presidenza della regione: c’è chi è pronto a scommettere che all’inizio il nome non ci fosse o fosse molto più piccolo, e sia stato ingrandito ad arte su consiglio dello stesso Ghigo dopo aver scoperto che la Lista consumatori, in quel momento gestita dal gruppo di Renzo Rabellino, aveva il simbolo occupato per metà proprio dal cognome di Ghigo. Il quale doveva aver pensato di vendicarsi di quel tiro mancino “simbolico” di Michele Giovine (in quel momento impegnato per la Lista consumatori e che in seguito avrebbe passato qualche guaio a causa di firme false) suggerendo a Lupi lo stesso stratagemma grafico, forse nella segreta speranza che nessuno dei due gruppi ottenesse alcun eletto, mentre dalle urne ne ricevono uno a testa. E pensare che qualcun altro era pronto a giurare che Lupi stesse tentando un accordo proprio coi “nemici” Verdi-Rossi, ovviamente in cambio di una candidatura blindata che non è mai arrivata.  
In Lazio, invece, è di nuovo in pista Roberto De Santis, il vero ideologo degli ambientalisti non di sinistra: anche lui tenta di fare la sua lista in appoggio al centrodestra, dunque a sostegno della candidatura di Storace. Il simbolo scelto, a suo modo, è devastante, a partire dal nome scelto per la formazione, «Ecologisti verdi»: una sinfonia di verde in varie tonalità colora il contorno del cerchio e buona parte del fondo, quella che sta sotto a un arcobaleno di cinque colori. In alto, in un irrealistico cielo bianco, da dietro l’arcobaleno occhieggia una luna arancione, disposta a mo’ di sorriso (così anche gli alfieri del sole ridente sono serviti) e, su tutto, è sovrapposta la denominazione del partito, con la parola «Verdi» in assoluta evidenza (ma vah!) e tinta in un vezzoso verdino chiaro.  
Per l’ufficio centrale circoscrizionale, però, mancano dei certificati elettorali e le firme depositate non sono più sufficienti, dunque la lista per il momento resta fuori: per la Federazione dei Verdi è ugualmente allarme rosso, perché l’ufficio avrebbe concesso una proroga di due giorni per integrare la documentazione e potenzialmente gli Ecologisti Verdi non sono ancora fuori gioco. Per questo, il Sole che ride fa immediatamente ricorso al Tar e convoca conferenze a destra e a manca, denunciando a sua volta irregolarità nella raccolta delle firme (sempre loro, ieri, oggi e domani). «Firme doppie o triple, stessa identità ma grafie diverse, elenchi in cui i firmatari seguono un preciso e inverosimile ordine alfabetico e che compaiono più volte nello stesso fascicolo»: c’è tutto questo nella denuncia presentata da Angelo Bonelli, in quel momento capogruppo verde alla Pisana. Qualcosa in effetti ci doveva essere (ma quanti possono dire di essere davvero mondi, in tema di sottoscrizioni?): prima il Tar, poi il Consiglio di Stato escludono la lista dalla competizione e la luna che sorride non vedrà mai le schede.  
Non è la fine della storia, naturalmente: anzi, la parola «Ecologisti» sfoderata nel 2005 finisce per legarsi a doppio filo a De Santis, ma per raccontarla ci sono le prossime puntate.

domenica 28 aprile 2013

La citazione del sole (nascente)


Sarà il caso di ammetterlo: scoprire che c’è chi ti legge – e, in quel modo, certifica la tua esistenza – fa indubbiamente piacere; in fondo, sorprende sempre un po’ l’idea che qualcuno ti trovi per caso o magari ti cerchi apposta, su un quotidiano, in un sito o magari nell’unico libro che hai scritto (anche se la ricerca è enormemente facilitata da Google Books). Così, può capitare di sgranare un sorriso scoprendo che I simboli della discordia – inteso come libro – è stato citato come fonte nella voce di Wikipedia dedicata al Partito socialista democratico italiano (grazie allora a Sax123, utente che non ho il piacere di conoscere); con altrettanta compiaciuta sorpresa vengo a sapere, del tutto incidentalmente, che lo stesso volume è stato citato dal sito del Psdi, in un articolo che critica  alcune iniziative messe in atto da persone che fino a due anni fa facevano parte del (rigenerato) partito del sole nascente e che ora si riconoscono in gran parte nel partito iSD – i Socialdemocratici che Domenico “Mimmo” Magistro ha fondato nel 2011.
Deve avere infastidito non poco il segretario in carica, Renato D’Andria, vedere che alcune di queste persone continuavano a qualificarsi in Rete come membri del Psdi, con tanto di cariche che sarebbero derivate da un congresso – il XXVIII, tenutosi a Barletta nel 2010 – dagli effetti per lo meno dubbi: quell’assise, infatti, è stata celebrata quando si riteneva che segretario fosse ancora Magistro (eletto sì regolarmente tre anni addietro), ma prima che una sentenza del Tribunale di Roma del giugno 2011, poi divenuta definitiva, facesse di fatto concludere che in realtà la segreteria in quel momento sarebbe spettata a D’Andria, in forza della sua elezione in seno alla direzione nazionale della fine del 2006. I simboli della discordia viene appunto citato come studio più recente a essersi occupato (anche) di quella pronuncia. 
In effetti, non è chiaro in base a cosa quelle persone possano ritenersi parte del Psdi (anche con cariche di rilievo): nessuno ha contestato espressamente l’ultimo congresso, ma nello stesso comunicato stampa che annuncia la nascita di iSD come nuovo partito si legge espressamente che Magistro e altri «lasciano il Psdi», una frase difficile da interpretare in modo diverso. Lo stesso, del resto, si può dire circa l’ultima frase, in cui si legge che Magistro, dimettendosi, «ha deciso di non ostacolare quanti volessero continuare l'attività politica nella forma partitica tradizionale rinunciando a ricorsi che avrebbero solo l’effetto di bloccare l’operatività poiché per anni rimarrebbe sub judice la titolarità della sigla e del simbolo». Allo stesso tempo, peraltro, dovrebbe risultare pacifico che è pienamente legittimo per il nuovo partito prendere la denominazione di «i Socialdemocratici», senza che qualcuno possa lamentare un’usurpazione di nome: essendo la socialdemocrazia un ideale, chiunque vi si riconosca deve poter usare quel nome, a patto che il simbolo sia sensibilmente diverso (e infatti nel simbolo di Magistro non c’è alcun riferimento a soli nascenti, men che meno dal mare).

martedì 23 aprile 2013

La rosa e il pugno

Paese che vai, usanze che trovi. E anche simboli, a quanto pare. Già, perché a viaggiare tra Italia e Francia all’inizio degli anni ’80, per dire, si rischiava di restare confusi. Il Front National di Le Pen aveva mutuato la fiamma del Movimento sociale italiano e, in fondo, non ci si sbagliava, l’area era la stessa. Ma chi pensava di trovare il bellissimo disegno della rosa nel pugno in carico ai socialisti in Italia come in Francia, sarebbe rimasto disorientato: l’emblema, infatti, l’aveva ottenuto Marco Pannella per il Partito radicale proprio al congresso in cui il Psf di Mitterand l’aveva adottato, nel 1971 a Epinay, infilandosi abilmente dopo le perplessità di Giacomo Mancini che alla falce e al martello non si sentiva di rinunciare. La rosa, così, in Italia era stata adottata dai Radicali nel 1976, al punto che quando due anni dopo Craxi volle cambiare il simbolo del Psi e pensò di adottare la rosa, dovette desistere e ripiegare sul garofano.


La stessa rosa sarebbe rimasta a lungo legata alle iniziative politiche radicali (compresa la recentissima Lista Amnistia giustizia libertà), ma qualcosa dovette andare storto: non si capirebbe perché, altrimenti, il tribunale di Roma nel 1981 avrebbe inibito al Partito radicale l’ulteriore uso del disegno, con tanto di risarcimento da stabilire in un secondo momento. A iniziare la causa, nientemeno che Marc Bonnet, il grafico che nel 1969 aveva creato la rose au poing poi adottata dal Psf: viene allora da sospettare che Pannella avesse ottenuto l’autorizzazione dei socialisti francesi, ma non dell’autore del disegno, che – forse per motivi economici – non dovette prenderla bene.
Devono comunque essersi incontrati a metà strada, Bonnet e i radicali, poiché la Marianna dal berretto frigio fu definitivamente abbandonata e il disegno della rosa, con o senza pugno chiuso, in bianco e nero o a colori, sarebbe rimasto quasi una costante dei simboli di Pannella, almeno fino al 1999, quando fu messo da parte per un po’ di tempo. Fu riesumato nel 2006, provvisto di nuovo di pugno e finalmente colorato anche sulle schede, per il cartello elettorale con lo Sdi di Boselli (che una rosa – quella del socialismo europeo – l’aveva già): l’esperienza non fu esaltante, non andando oltre il 2,6%, ma per lo meno riannodò il legame della rose au poing con i loro primi utilizzatori, “riparando” l’occasione persa giusto trentacinque anni prima.

giovedì 18 aprile 2013

L'unica vera Lista civetta

A voler essere precisi, avendo studiato zoologia o qualcosa di simile, si dovrebbe parlare di Athene noctua. Che, nella classificazione secondo Linneo, altro non è che la civetta. Un rapace notturno che però, in politica, ha potuto agire alla luce del sole, quasi senza che molti se ne accorgessero, nonostante gli strepiti di chi sapeva che sarebbe stato artigliato e beccato. Si torni con la mente all’anno di scarsissima grazia 2001 e, per l’esattezza, alla fine del 2000: i sedicenti esperti elettorali in entrambi gli schieramenti (ma soprattutto nel centrodestra) avevano trovato il sistema di gabbare la complicata macchina della legge elettorale, per lo meno alla Camera.

Per chi era assente, varrà la pena ricordare che per eleggere i deputati c’erano due schede: su quella rosa si votava il candidato delle coalizioni o dei singoli partiti nei collegi uninominali della quota maggioritaria, su quella grigia si dava la preferenza a una mini-lista bloccata per la quota proporzionale; ogni candidato dei vari collegi doveva essere collegato a una delle liste del proporzionale, in teoria quella di appartenenza. Avranno ragionato cosi, probabilmente, da una parte e dall’altra: nel 1993 Mattarella o chi per lui ha inventato quel meccanismo diabolico dello scorporo, per cui i voti di chi arriva primo nella quota maggioritaria vengono sottratti dal totale dei voti della lista collegata nel proporzionale, così che chi vince nei collegi non può stravincere? E noi lo gabbiamo. Come, di grazia? Ad esempio collegando i candidati del maggioritario a liste del tutto inconsistenti, create apposta, che la gente manco riconosce. Per colpa dello scorporo, queste andranno sottozero come voti, ma i partiti maggiori manterranno intatto il loro malloppo di voti. Come dire: i partiti che sono fuori dai poli (e che avrebbero dovuto essere tutelate dalla nuova legge) ci rimetteranno, ma tanto peggio per loro, noi dobbiamo vincere le elezioni.

Detto, fatto. Il centrodestra partorì la lista Per l’abolizione dello scorporo e contro i ribaltoni, il centrosinistra seguì a ruota (per tentare di non perdere in partenza le elezioni) e schierò Paese nuovo: due simboli del tutto anonimi, fatti per passare inosservati e possibilmente essere votati poco o nulla, per non sottrarre consenso ai partiti veri. Dio sa come, in 27mila votarono la lista antiscorporo e addirittura in 34mila Paese nuovo, ma le liste ottennero comunque il loro scopo: lo ottennero così bene che Forza Italia ottenne più seggi di quanti candidati effettivamente avesse, senza riuscirli a coprire tutti. Da lì si innescò una bagarre tutta nostrana su come risolvere la situazione, decidendo alla fine che poteva restare tutto così, come se nulla fosse accaduto.

Nel frattempo, però, in pochi avevano notato tra i simboli depositati al Viminale un piccolo colpo di genio. Se infatti la lista antiscorporo e Paese nuovo erano liste civetta senza dirlo, l’unica vera «Lista civetta» dichiarata, con tanto di disegno del rapace su un ramo, era passata quasi inosservata, fatta eccezione per i cronisti politici in legittima cerca di stuzzicherie: Autori dell’operazione, un certo Gianluca Campanella e talaltro Nicola Benedettini, ingegnere il primo, esperto di comunicazione il secondo. Insieme costituirono un’associazione, la Campabene Organization, con tanto di marchio direttamente ricalcato sullo stile del Compact Disc. Far parte del gruppo era facile, purché si avessero tre requisiti (si leggono ancora nelle pagine web di Campanella): voler fare qualcosa per l'Italia; avere la "fedina penale" da sempre candida; non cercare un tornaconto economico. 
Da associazione a gruppo politico organizzato il passo fu breve e il contrassegno lo presentarono sul serio; già che c’erano, presentarono pure il «Giovane astensionismo», con la sagoma di una fanciulla a braccia incrociate, ma glielo bocciarono perché di emblemi ne avevano già depositato uno. Volevano presentarsi nel collegio di Pisa e nella circoscrizione Toscana, ma le liste non riuscirono a farle, anche perché qualche mano birichina fece sparire le firme a tempo indebito: i veri cultori della simbologia politica, tuttavia, non possono che levarsi il cappello, con molto rispetto, di fronte al tentativo avventuroso di due giovani che un messaggio hanno cercato di darlo. Che il sistema così com’era fosse storto e da buttare, loro, l’avevano capito bene.