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domenica 30 novembre 2014

La Puglia e il suo laboratorio simbolico (di Mauro Bondì)

E' passata giusto una settimana dal voto-shock di domenica scorsa in Emilia Romagna e Calabria e già i partiti sono alle prese con candidature da individuare e strategie da attuare, in vista del ben più impegnativo appuntamento elettorale della prossima primavera, quando si voterà per rinnovare l'amministrazione di 7 regioni (Liguria, Veneto, Toscana, Marche, Umbria, Campania, Puglia). Questa tornata elettorale, in effetti, sarà assai meno "pesante" rispetto a quella di cinque anni fa (allora si votò per 13 regioni, comprese le realtà più popolose come Lombardia, Lazio e Piemonte, tutte rinnovate in anticipo rispetto alla scadenza, per dimissioni della giunta o per intervento della magistratura); le trattative, in ogni caso, in varie zone risultano essere più che avviate. 
Si pensi, ad esempio, al Veneto e alla Puglia, in cui proprio quest'oggi il centrosinistra sta celebrando le primarie per la scelta dei candidati presidente. Ed è proprio dalla Puglia che emerge una situazione politica alquanto bizzarra: la regione guidata ora dal leader di Sel Nichi Vendola è da sempre territorio di iniziative politiche-laboratorio che in più di un caso si è cercato di replicare su scala nazionale o comunque altrove. Viene subito in mente come, nel 2010, per mesi si pontificò sulla possibilità di creare un modello - che qualcuno avrebbe voluto in fotocopia al Parlamento nazionale - basato sull'alleanza Pd-Udc (quando il partito di Casini aveva ancora un peso specifico rilevante), con convergenza su un candidato moderato. Fu in quell'ottica che il Pd ripropose il nome di Francesco Boccia, ma l'accordo saltò dopo la seconda sonora sconfitta del candidato nel confronto con Vendola. 
Oggi un subbuglio simile sembra regnare nel centrodestra pugliese (che pure non godeva di ottima salute quattro anni fa): una realtà dilaniata tra pessimi risultati recenti e leader autoreferenziali, ma anche forte della voglia di riprendersi una regione che rossa in fondo non è mai stata (dimostrandosi anzi una roccaforte berlusconiana al voto parlamentare). In pole position per una coalizione ampia, al di là delle posizioni nazionali (comprenderebbe Fi, Ncd, Fratelli d'Italia e Udc), come candidato presidente ci sarebbe Francesco Schittulli, chirurgo, già presidente della provincia di Bari: vicino a Forza italia ma ben visto da tutta la coalizione, egli ha fondato un suo movimento autonomo che si è presentato alle amministrative di questi ultimi cinque anni nel centrodestra, riuscendo a portare in dote una percentuale di voti spesso determinante. 
In principio, il simbolo di Schittulli somigliava più ad una qualsiasi lista civica a sostegno del presidente: fondo blu, scritta bianca, striscia tricolore, la classica solfa filoberlusconiana, insomma. Con l'avvento di altre partecipazioni elettorali, il simbolo è diventato sempre più quello di un vero partito territoriale (inserendo addirittura la dicitura "Movimento Politico"). Ci sarebbe giusto lo spazio per reinserire l'appellativo di "presidente", nella speranza per i sostenitori di Schittulli che gli porti fortuna verso la conquista della poltrona più ambita in Regione. 
Non si tratterebbe comunque del primo caso di candidato presidente pugliese che costruisce qualcosa di più di una lista a suo sostegno. Il pensiero va subito al noto ribelle forzista Raffaele Fitto, che molti vedrebbero come pronto ad espatriare dalla casa berlusconiana, ma che in realtà un partito suo ce l'aveva prima di entrare in Forza Italia (i Cristiani democratici per la libertà) e probabilmente ora ne ha già un altro. 
Perché "La Puglia Prima di tutto" non sembra un semplice cartello elettorale, è un vero e proprio movimento autonomo presente da oltre un decennio nelle varie compagini politiche pugliesi: ha corso a quasi tutte le amministrative, riscuotendo un'ottima affermazione elettorale (mediamente si attesta intorno al 10%). Fitto, insomma, ha dimostrato che "i voti li ha" e non è da escludere una sorpresa futura, che estenda il modello del "...prima di tutto" anche su una scala sovrapugliese, se si concludesse l'esperienza del politico in Forza Italia.
Ma se queste esperienze risultano essere lanciate in prospettive future, un'altra realtà politica sembra avviata a concludersi, o comunque a un energico rinnovo: si tratta della "Puglia per Vendola". Il cartello che nel 2010 raccolse circa il 5% (anche in questo caso una percentuale più che necessaria per vincere) è guidato da Dario Stefàno, luogotenente vendoliano, già assessore regionale all'agricoltura, presidente della giunta delle elezioni e delle autorizzazioni del Senato e candidato alle primarie del centrosinistra. 
Strutturatosi come un partitino con cariche varie, il suo simbolo potrebbe ricomparire sulle schede elettorali con una veste grafica nuova; se fosse Stefàno a prevalere come candidato del centrosinistra, sarebbe proprio il suo nome a entrare nell'emblema. L'attuale governatore oggi ha altre mete, cosciente di non poter più contare di quella spinta che gli ha procurato due elezioni: osannato come futuro leader della sinistra, per un periodo è stato di fatto relegato a portatore d'acqua del Pd, mentre ora sconta una certa impopolarità (tanto da togliere il suo nome dall'emblema di Sel), mentre il partito ha perso pezzi. Guarda caso, a favore dei democratici.

sabato 8 novembre 2014

Lega dei Popoli, un simbolo (per ora) invisibile, ma a colori

Sarà così il simbolo 
della Lega dei Popoli?
"Impazienza" non sarà la parola giusta, ma il progetto politico della "Lega dei popoli", lanciato a più riprese da Matteo Salvini, segretario federale della Lega Nord, è riuscito a creare intorno a sé certamente molto interesse: in effetti i tempi per la sua divulgazione compiuta sembrano un po' più lunghi rispetto al previsto (in un primo tempo sembrava che in ottobre nome definitivo ed emblema sarebbero stati divulgati), ma certamente qualcosa si muove. 
Lo mostrerebbe anche un giretto alla portata di tutti nel database dell'Ufficio italiano brevetti e marchi, un'escursione che spesso i giornalisti avveduti fanno, per vedere se nel pentolone della grafica politica qualcosa bolle. 
In effetti le prime perlustrazioni del terreno risalgono ai giorni scorsi (il Velino ne ha dato notizia il 4 novembre), ma si può agevolmente scoprire che proprio Salvini il 25 settembre avrebbe fatto depositare una domanda di registrazione di un marchio intitolato "Popoli e identità" e "costituito dalla dicitura 'popoli e identità, basta euro, lega salvini, salento'". 


Nell'archivio alla domanda - ovviamente non ancora esaminata e nemmeno assegnata - non è allegata alcuna rappresentazione grafica: ci si limita a far notare che i colori saranno "bianco, giallo, azzurro, blu". Le tinte, in effetti, sono rispettose dell'ultima grafica che la Lega ha adottato, con il testo del nome, la circonferenza esterna e il segmento inferiore in blu, il fondo bianco, il giallo della dicitura "Basta €uro" e l'azzurro di altre indicazioni presenti. Certamente manca ogni indicazione grafica, mentre è chiaro che non saranno presenti né Alberto da Giussano, né il Sole delle Alpi (non a caso, il verde non è compreso nei colori citati in descrizione). 
L'impressione è che l'emblema, soprattutto se dovesse contenere l'elemento variabile "territoriale" (corrispondente al "nazionale" della Lega Nord), risulti piuttosto "pieno" già così, ricco com'è di elementi. Al momento si può solo provare a immaginare come potrebbe riuscire graficamente il contrassegno, ammesso naturalmente che alcuni elementi che da anni caratterizzano la Lega Nord si ripetano nel nuovo fregio (a partire, ad esempio, dalla font Optima con cui è scritto il nome). 
Nel frattempo, già a fine settembre qualcuno aveva liberato dalle briglie la fantasia: era stata prontamente aperta una pagina Facebook "Lega dei popoli - con Matteo Salvini", provvista anche di un simbolo improbabile (e visibilmente artigianale, anche per un occhio poco esperto): un Pulcinella con mascherina, quasi appiccicato sul fondo, sembrava reggere in mano il Sole delle Alpi, in un'ipotetica fusione Nord-Sud che di credibile aveva ben poco. Qualcuno però sembrava esserci cascato e vari commenti erano arrivati, pur tra i sacrosanti inviti alla prudenza e all'attesa da parte di chi aveva mangiato la foglia. 
A questo punto, dunque, non resta che aspettare il simbolo vero, anche se la più parte degli ingredienti ora dovrebbe essere nota. 

giovedì 6 novembre 2014

Italia unica, ovvero il tangram del logo personalizzato

Non si abbia, per cortesia, l'impressione che da queste parti nessuno se ne fosse accorto e che si sia rimasti in relativo sonno per ben otto mesi e mezzo. Da queste parti si sa che il 23 febbraio Corrado Passera, già ministro dello Sviluppo economico con Monti e ancora catalogato dai più sotto l'etichetta "banchiere", ha lanciato il suo nuovo progetto politico, Italia unica
Non è sfuggito che, nello "start-up team" (ma possibile che l'inglese sia una tappa obbligata?), sono spuntate figure dalla storia interessante come Giulia Bongiorno (avvocata grintosa, eletta alla Camera nel 2006 con An e due anni dopo col Pdl, prima del passaggio a Futuro e libertà seguendo Fini), Lelio Alfonso (giornalista, da anni impegnato nella comunicazione ad alti livelli, candidato alle ultime elezioni con Scelta civica) e Carlo Fusi (per anni notista politico in forza al Messaggero); non sono passate inosservate le vicinanze di altri soggetti puntualmente riferite dai media, con il dubbio consueto - e francamente non essenziale - sul loro tasso di fondatezza.
Il progetto è stato presentato (e forse già rilanciato) a giugno e in varie occasioni le cronache se ne sono occupate, ma per scriverne qui, si aspettava qualcosa di più. Magari una "discesa in campo" ufficiale, alla vigilia di un appuntamento elettorale. A meno che qualcosa sia sfuggito, ciò non è ancora accaduto. Nel frattempo, però, l'idea di "rilanciare con vigore l’Italia e creare occupazione per le sue donne e i suoi uomini, mobilitando risorse mai immaginate negli ultimi anni: 400 miliardi di euro al servizio della crescita" è andata avanti; il sito è cresciuto, sul territorio la presenza sembra più radicata e i mezzi di comunicazione non hanno cancellato Passera dai loro spazi, quindi vale la pena dire qualcosa sul piano simbolico.  
Già, perché non era passato inosservato nemmeno quel logo curioso, come somma combinatoria di forme geometriche chiaramente tinte di rosso e di verde, sovrastanti il nome che - per font e colore, solo un tantino più scuro - ricorda un po' l'esperienza (non felice a questo punto) di Scelta civica. Si legge nel sito che "il logo è composto da 20 elementi geometrici, come 20 sono le regioni che compongono l’Italia". 
Per provare a rafforzare il concetto, la stessa pagina propone il video con l'indimenticabile claim - subito preso di mira dai puristi della lingua - "Io Siamo": negli ultimi fotogrammi, si vedono proprio le sagome delle regioni trasformate nelle forme geometriche che, avvicinandosi e colorandosi di Italia, creano effettivamente il logo del movimento. Si può anche dar retta al sito, quando scrive che quella grafica "simbolizza un nuovo modo di far comunità, di star insieme, di esprimere connettività; è la visualizzazione di un movimento in continuo movimento, e di una società che non è mai uguale a se stessa ma si rinnova continuamente"; la stilizzazione grafica di certe regioni, in ogni caso, è per lo meno ardita (se non apertamente discutibile).
In quell'ultima parte di frase, però, è contenuta la vera novità del logo di Italia unica: la personalizzazione dello stesso per ogni aderente. "È un cosiddetto logo dinamico - spiega sempre la pagina web - regolato da un algoritmo che permette di generare milioni di variazioni, in modo che ciascuno possa avere il suo logo personale, unico e irripetibile (come fosse una specie di codice genetico visuale). Milioni di loghi con una stessa identità e allo stesso tempo tutti diversi, così come lo sono milioni di Italiani". 
L'idea, bisogna ammetterlo, oltre a essere originale ha un certo fascino. Sarà forse perché, a voler dar retta a Flaiano (o a chi lo cita), l'Italia è una collezione di casi unici, ma l'idea del simbolo personalizzato potrebbe dannatamente piacere a qualcuno, appagato dall'avere qualcosa di unico che lo rappresenti. E così, in questa sorta di tangram cinese in salsa italica (con in più l'alea del colore, visto che per i nomi non entrano in gioco solo il rosso e il verde), si tenta l'inedita via della ultrapersonalizzazione della politica, un esperimento assoluto che almeno in parte ci somiglia. Dei milioni di combinazioni possibili, però, è probabile che molte restino non assegnate: a dar retta a Ipsos, che un mese fa a Italia unica aveva attribuito giusto l'1%.

mercoledì 5 novembre 2014

Il Nuovo Centrodestra? Pronto per essere archiviato

Ma, soprattutto: chi l'ha detto che i simboli non interessano (più) a nessuno e non fanno notizia? Ieri Il Tempo ha battezzato quasi un'intera pagina in chiave symbol news, a partire da una dichiarazione dell'ex ministro Gaetano Quagliariello a quel passaggio obbligato della politica-spettacolo che è ormai diventato Un giorno da pecora«Presto cambieremo nome. Ncd serviva in una determinata fase, ma io ora spero che andremo oltre. Il nuovo nome si sceglierà più avanti».
Avrebbe dunque le settimane contate il Nuovo Centrodestra forgiato da Angelino Alfano: andrebbe in soffitta il nome e, ovviamente, anche l'emblema, probabilmente uno dei più vituperati della storia recente (e nemmeno su queste pagine all'esordio è stato trattato bene). Del resto, anche il varo del contrassegno aveva conosciuto la sua dose di sfortuna. E' sempre Il Tempo a ricordare, per la penna di Carlantonio Solimene, che il 5 dicembre 2013, alla presentazione del simbolo al Tempio di Adriano, il buio in sala durò quasi un minuto prima che il logo si materializzasse sul serio: «Un piccolo inconveniente tecnico - notò con arguzia al curaro il quotidiano romano - che preoccuperebbe i più scaramantici».
Il minicolpo di scena, peraltro, una manciata di giorni prima c'era già stato e nessuno, tra l'altro, lo sapeva meglio di Quagliariello. Perché proprio a casa sua il marchio "Il Nuovo centrodestra" era arrivato nelle mani di Alfano. Lo aveva registrato all'Ufficio italiano brevetti e marchi, in tempi non sospetti (era il 2011) Italo Bocchino, già vicepresidente di Fli. Praticamente un contrappasso, dopo che - a fine 2010 - i più vicini a Gianfranco Fini erano stati cortesemente informati che i viareggini Simonetta Marchetto e Ginetto Sugliano erano stati molto più veloci a depositare il marchio "Futuro e libertà". Ironia della sorte, i due erano esponenti della Democrazia cristiana di Giuseppe Pizza (in quel momento ancora impegnata nella battaglia legale sullo scudocrociato) e, tanto per cambiare, hanno registrato anche il "Partito della nazione" che potrebbe interessare a un certo Matteo Renzi. 
Alfano si era rivolto a Bocchino quando il suo fidato Davide Tedesco, nel depositare vari altri marchi potenzialmente utili alla nascente formazione, anche solo per impedire ad altri di usarli ("Centrodestra"; "Unione per la libertà"; "Unione della libertà"; "Confederazione della libertà" e "Federazione della libertà"), aveva scoperto che sul segno distintivo principale qualcuno era arrivato prima. A evitare ogni pericolo, un atto notarile di due paginette ha sancito il passaggio di mano: "Considerando l’interesse di Alfano, - recitava il testo, diffuso da AdnKronos - Bocchino intende trasferire a titolo gratuito e con spirito di liberalità il marchio, come proprio contributo al nuovo progetto politico”.
La donazione, tuttavia, non è stata garanzia di successo per il partito (anzi, intinge di nuovo la penna nel curaro Il Tempo, ricordando come il "tonfo elettorale dell'ex presidente della Camera" nel 2013 "non incoraggiava certo all'ottimismo"). E' vero, al Parlamento europeo il partito ci è arrivato, ma la soglia del 4% è stata superata anche grazie al cartello elettorale con l'Udc, operazione che a molti ex An non dev'essere stata facile da digerire. E mentre vari aderenti a Ncd stanno già prendendo altre strade (da Forza Italia alla nascente Lega dei popoli marchiata Salvini), qualcuno si prepara a segnare il nuovo corso del gruppo alfaniano con l'ennesimo cambio di simbolo. "Come si cambia / per non morire", ammesso che basti.

martedì 4 novembre 2014

Calabria: un piccolo tetto (della Casa) per il centrodestra (di Mauro Bondì)

Aria di ritorni nel centrodestra, anche se sotto abiti diversi. Che il marchio tutto berlusconiano della Casa delle Libertà - elaborato nel 2000 e varato a tutti gli effetti alle elezioni politiche dell'anno successivo - fosse pronto per essere riesumato dalla soffitta in cui era stato relegato nel 2008 (con la nascita del Pdl) era qualcosa di più che una voce da alcuni mesi; che la "riesumazione" avrebbe avuto contorni assai più striminziti di quelli di una grande corazzata di sigle, capaci di unirsi e sconfiggere il "renzismo", era assai meno prevedibile. 
Come che sia, su uno dei simboli depositati dieci giorni fa in Corte d'appello a Catanzaro è riemerso il nome "Casa delle Libertà" e lo stesso ricomparirà sulle schede elettorali il prossimo 23 Novembre, in occasione delle elezioni regionali della Calabria. A valersi del brand, tuttavia, è una semplice "lista del presidente", a sostegno della candidata del centrodestra Wanda Ferro accanto a Forza Italia e Fratelli d'Italia. Di grandi alleanze, dunque, nemmeno l'ombra (Nuovo Centrodestra e Udc difatti correranno da soli, particolare che potrebbe spianare la strada, già ben disposta, al candidato Pd Mario Oliverio): resta solo un piccolo richiamo grafico, in un contrassegno che non brilla per l'impatto. La font utilizzata per la Casa, tra l'altro, è quella storica del Popolo della Libertà, così come i colori sono gli stessi, classici del "sugo berlusconiano" proprio a partire dalla Cdl; poco gradevole, soprattutto sul piano grafico, l'espressione "Ferro Presidente", testimonianza della causa molto locale e poco ampia cui è stato piegato il vecchio nome. Sembrano davvero lontani i fasti di un tempo per il marchio, sia sul piano grafico (anche se la Cdl inaugurò la serie dei simboli "affollati"), sia nei numeri che probabilmente usciranno dalle urne. 

domenica 2 novembre 2014

Ncd e Udc insieme per l'Emilia-Romagna, ma lo scudo traballa

Lo si era già ricordato alcuni giorni fa: alle elezioni regionali dell'Emilia Romagna il centrodestra non correrà unito. Se Alan Fabbri è il candidato di Forza Italia (che non cancella il riferimento a Berlusconi), Fratelli d'Italia e ovviamente della "sua" Lega Nord (che inserisce il nome di Salvini al posto della Padania), a rappresentare il Nuovo centrodestra e l'Udc sarà Alessandro Rondoni, già candidato sindaco per il centrodestra a Forlì nel 2009 e in seguito capogruppo Pdl in consiglio comunale.
Seguendo l'esempio tracciato alle elezioni europee, i due partiti - in nome della comune vicinanza al Ppe e anche per riuscire a ottenere più facilmente almeno un seggio in Assemblea legislativa - si presenteranno uniti nello stesso contrassegno, nel cartello "Emilia-Romagna popolare" (giusto per ricordare che sono della partita anche i Popolari per l'Italia di Mario Mauro, la cui presenza altrimenti sarebbe poco avvertita), anche se il nome al Nuovo centrodestra non sembra calzare proprio a pennello.
Dall'esperienza delle europee è stata mutuata anche la struttura del simbolo comune, di cui si è cercato di curare appena un po' meglio la grafica; il risultato a dire il vero non sembra dei migliori. Per carità, in alto la sigla Ncd emerge meglio, liberata da denominazioni invadenti - anzi, avrebbe potuto espandersi un po' di più - e il fondo blu scuro, rispetto al precedente europeo (ma anche all'emblema originale) acquista più tridimensionalità grazie a un effetto "metallizzato". 
Si è cercato di intervenire anche sul segmento inferiore del cerchio, quello "appaltato" all'Udc e che a maggio era risultato il più maltrattato graficamente, anche perché risultava "sottomesso" alla parte legata ad Alfano. Il giochetto, però, è riuscito solo a metà: certamente il fondo blu metallizzato fa risaltare meglio le sigle Udc e Ppe e rende se non altro visibili gli altri segni tradizionali della formazione di Cesa (anche se crea uno spiacevole effetto "neon"), in compenso il povero scudo crociato risulta ancora più schiacciato rispetto al contrassegno depositato alle europee e, sul piano grafico, c'è poco da stare allegri.
Lo scudo, però, rischia di essere al centro dell'ennesimo caso che lo vede protagonista. Nei giorni scorsi, l'Ufficio elettorale centrale regionale ha ricevuto un atto di significazione da parte del Comitato nazionale della Democrazia cristiana, che raccoglie parte degli iscritti alla Dc del 1992-1993: esso è nato per ottenere la convocazione dell'assemblea degli iscritti al partito e riattivarlo in pieno, dopo che varie sentenze, riconoscendo che la Dc mai era stata sciolta, ne avrebbero affidato il destino - secondo l'interpretazione degli interessati - agli ultimi associati, i quali sarebbero titolari, tra l'altro, di nome e simbolo storici.
Il comitato, presieduto da Raffaele Lisi, ha dunque informato della situazione i componenti dell'Ufficio elettorale: formalmente non ha contestato l'uso dello scudo da parte dell'Udc ("Il contenzioso è durato fin troppo, oltre quindici anni", spiegano), ma si è limitata a chiedere che le sentenze - in particolare quella della Corte d'appello di Roma del 2009 e quella delle sezioni unite della Cassazione di fine 2010 - siano rispettate dagli organi elettorali oltre che dai partiti (anche se questo, inevitabilmente, dovrebbe comportare la rinuncia allo scudo crociato da parte dell'Udc). 
La novità, però, è che stavolta l'Ufficio elettorale regionale ha convocato d'urgenza il comitato (e probabilmente anche i rappresentanti della lista Emilia-Romagna popolare) per approfondire la questione: non era mai accaduto prima e sarà interessante vedere come andrà a finire. Gli amanti dei colpi di scena non si infervorino troppo: è probabile che nulla cambi, visto che l'Udc è ampiamente protetta dalla normativa elettorale che tutela i partiti presenti in Parlamento con un determinato simbolo (lo scudo appunto) e, in più, la macchina della stampa di schede e manifesti è già stata avviata. Il Comitato iscritti alla Dc, però, già da ora non ha alcuna intenzione di arrendersi: se gli organi non agiranno "per rispettare le sentenze civili in materia, emesse anche da autorità superiori", si annunciano prese di posizione sui media e nuove iniziative di rivendicazione.

sabato 1 novembre 2014

Fratelli d'Italia, la fiamma si spegne?

"La fiamma è spenta o è accesa?" Quando nel 1971 usciva La canzone del sole, passaggio semiobbligato per tutti i maltrattatori di chitarre alle prime armi, certamente Mogol e Lucio Battisti non avevano in testa lo scenario cui verrebbe voglia di applicare il verso citato in principio (e senza che questo scateni anche solo per un attimo la mente di chi si è affrettato a incasellare Battisti nella casella "di destra"). 
Il 2014 si sta chiudendo e, dunque, sta per scadere l'anno di autorizzazione all'uso del simbolo di Alleanza nazionale di cui "il soggetto politico costituente l'evoluzione di Fratelli d'Italia" ha potuto beneficiare: alla base c'era un'apposita deliberazione dell'assemblea dei partecipanti e degli aderenti della Fondazione An, approvata il 14 dicembre tra accese polemiche politiche, persino sui numeri necessari per arrivare a quella decisione. A calmare le acque non è bastata l'ordinanza (cautelare) che, a fine aprile, ha rigettato per la prima volta le richieste di chi voleva vedere annullate le decisioni di assemblea e consiglio di amministrazione: ora si aspetta una decisione nel merito, ma c'è chi pensa che, con il cambio di anno - e quindi dopo le regionali in Emilia Romagna e Calabria - la fiamma possa sparire dal contrassegno di Fratelli d'Italia.  
In effetti, la deliberazione del cda della fondazione - datata 8 gennaio 2014 - era stata chiara nel dire che "il simbolo e la denominazione di An restano, in ogni caso, di esclusiva pertinenza della Fondazione", contemplando la possibilità di revocare l'uso all'evoluzione di Fratelli d'Italia "ove se ne ravvisi un impiego oltre i limiti di tempo stabiliti nella presente delibera". E' pur vero che nuove riunioni dell'organo esecutivo potrebbero prorogare l'autorizzazione all'uso - lo prevede la stessa delibera - ma in teoria la mozione votata dall'assemblea parlava solo del 2014 (e, da statuto, l'organo è convocato solo ogni due anni, quindi dovrebbe deliberare di nuovo a fine 2015, al più). 
In più, è altrettanto vero che, probabilmente, dalla spendita del vecchio emblema che era stato di Almirante e del suo Msi, gli utenti si attendevano qualcosa di più. Certo, Fdi resta l'unico soggetto più o meno dichiaratamente "di destra" rappresentato in Parlamento (con i seggi ottenuti alla Camera come "migliori perdenti" nella coalizione berlusconiana e, peraltro, quando la fiamma non c'era ancora), ma di sicuro brucia l'approdo solo sfiorato a Bruxelles, con un 3,67% non trascurabile raccolto alle elezioni europee, ma di certo ben al di sotto del potenziale che era attribuito al simbolo della fiamma tricolore. 
Interpellato dal Tempo, il presidente della fondazione Franco Mugnai non si sbilancia troppo, pur senza negare l'esistenza di una "questione fiamma": «Al momento non ci siamo ancora posti il problema, ma di sicuro lo affronteremo a breve». E' vero anche che nel cda ci sono vari esponenti legati a Fratelli d'Italia, per cui ci sarebbe spazio per rinnovare l'autorizzazione, ma non è detto che vada così. 
Per più di qualcuno, il risultato sotto le aspettative di Fdi-An alle europee sarebbe la dimostrazione che probabilmente il fregio non è riuscito a raccogliere le varie anime della destra sparse qua e là. A chiedere lumi a Ignazio La Russa sugli effetti elettorali del simbolo - è sempre Il Tempo a farlo - ci si sente rispondere: «Gli effetti dipendono da tante cose, ma noi non ci siamo mai posti quel problema. La questione riguardava la nostra identità: volevamo far capire all’elettorato che Fratelli d’Italia guarda al futuro ma ha anche radici nel passato. Fosse per me, non rinuncerei al simbolo di An neanche nei prossimi anni». Toccherà anche a lui decidere, come componente del Cda, ma non solo: nell'organo, infatti, oltre a persone chiaramente legate a Fdi (compresa Giorgia Meloni) siedono ex An che hanno proseguito la loro strada in Forza Italia (su tutti Maurizio Gasparri e Altero Matteoli) o altrove. Morale, una nuova discussione sul simbolo non sarà comunque una passeggiata dall'esito scontato.