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mercoledì 30 novembre 2016

Referendum costituzionale: i simboli di chi dice No

Anche sul fronte del No al referendum costituzionale la struttura è simile a quella già vista per il Sì. C'è innanzitutto un comitato nazionale civico (i fondatori sono quasi tutti giuristi o membri della società civile), legato al Coordinamento per la democrazia costituzionale: il Comitato per il NO nel referendum sulle modifiche della Costituzione è presieduto da Alessandro Pace - il presidente d'onore è Gustavo Zagrebelsky - ed è quello che si era incaricato di raccogliere le firme (obiettivo peraltro non centrato) per chiedere l'indizione del referendum, così da poter accedere tra l'altro ai fondi destinati dalla legge ai promotori. La grafica è basata ovviamente sul tricolore, scelta pressoché obbligata per un comitato che vuole includere tutte le sensibilità di chi è contrario alla riforma, al di là di ogni appartenenza politica. Non viene riportato il nome per intero, ma viene messo in evidenza il No, con la O resa da un cerchio rosso con la silhouette bianca di una mano aperta: praticamente un cartello, un modo netto per dare la sensazione dello "stop", della necessità di fermarsi e di respingere le proposte di modifica.
Accanto al comitato civico, è nato presto un comitato dichiaratamente politico, costituito dai massimi esponenti di Forza Italia, Lega Nord e Fratelli d'Italia (ma con tanti altri partiti più piccoli a sostegno dell'iniziativa). L'ente, denominato Comitato per il no alla riforma costituzionale, è peraltro presieduto da un tecnico, l'ex presidente della Corte costituzionale Annibale Marini. Il No ovviamente la fa da padrone, scritto ben chiaro in font bastone black al centro di due cerchi, sovrapposto a una fascia tricolore, che fa tanto nazionale e tanto centrodestra: una grafica essenziale e piuttosto pulita, adatta agli adesivi e più legata a una concezione classica della politica (vista la forma rotonda, che rimanda alle competizioni elettorali).

Oltre a questi due comitati, nel fronte del No - molto variegato e disomogeneo politicamente, come è noto - si registra un gran numero di altre realtà, ciascuna con un proprio emblema: molte realtà, infatti, hanno avvertito l'esigenza di distinguersi, di marcare la propria presenza, magari connotando il loro emblema con un proprio segno politico, anche variando quanto basta l'emblema del comitato politico nazionale. E' il caso, ad esempio, del Comitato per il No - Sovranità popolare, lanciato da Azione nazionale, associazione vicina a Gianni Alemanno. La struttura è molto simile al logo del comitato Marini, anche se cambia la scritta in basso e il tricolore diventa la cifra dell'emblema, spuntando un po' dappertutto: gli archi della circonferenza esterna diventano tricolori, nel cerchio centrale c'è una fascia in filigrana e, soprattutto, in basso appare la fascia "sfrangiata a N" che caratterizza il simbolo di Azione nazionale.
Si può riconoscere la medesima composizione del simbolo, anche se con una certa (e ben visibile) variazione sul tema nell'emblema del Comitato per il No alla riforma costituzionale nella versione offerta dal Fronte nazionale di Adriano Tilgher. Si mantiene il cerchio interno con la fascia tricolore verticale, ma all'interno del No centrale si incastona il simbolo del Fn e tutte le scritte esterne al cerchio sono proposte in una font decisamente marcata e "pesante", quasi a voler ricordare certe grafiche molto "di destra", che però hanno l'effetto grafico di rendere assai poco gradevole l'immagine. 
Molto più fedele alla struttura del segno distintivo del comitato "politico" per il No appare l'emblema dei Riformisti per il No - Noi della grande riforma, comitato presieduto dall'ex Pd Mario Barbi e che, tra i promotori, annovera Stefania Craxi e Stefano Caldoro. Che l'estrazione di questo gruppo sia socialista - anche se la parola non è presente nel nome, ma si preferisce indicare "riformisti" anche forse in ossequio ai Riformisti italiani di Stefania Craxi - è reso del tutto palese dal garofano piazzato in primo piano: si tratta, per i fanatici del dettaglio, dello stesso fiore disegnato all'inizio del 2006, quando il Nuovo Psi (in piena lotta giudiziaria tra i sostenitori di Bobo Craxi e quelli di Gianni De Michelis) presentò liste condivise con la Dca di Rotondi, fiore poi passato al Nuovo Psi di Caldoro dopo l'ennesima scissione nel partito.
Restando per un attimo in casa socialista (un ambito politico in cui, tanto nel passato quanto oggi, le divisioni non sono certo mancate), va notato che i comitati che si richiamano a quell'area sono vari: se ne contano almeno altri due. Convergenza socialista, formazione guidata da Manuel Santoro, mette addirittura il simbolo - sia pure in miniatura, al posto di una delle "o" di "Comitato - nel logo del Comitato per il No di Convergenza socialista: a dominare la grafica - piuttosto spartana e, bisogna ammetterlo, non troppo curata - è un inequivoco segnale ottagonale di stop, riprendendo nella sostanza il messaggio veicolato dal logo del comitato presieduto da Pace.
Più visibile, invece, è il garofano del Comitato socialista per il No, presieduto da Bobo Craxi (e con Rino Formica presidente onorario). La corolla e il calice del fiore - in un disegno realistico che sembra nuovo, rispetto a quelli che hanno caratterizzato la storia socialista dal 1978 in poi - si stagliano sul cerchio rosso che sostituisce la "O" di "No" (e ci è voluto un pur sottile contorno bianco per far emergere meglio il garofano, con un risultato che comunque è gradevole e d'impatto). La nascita di questo comitato si spiega agevolmente con la scelta del gruppo vicino a Craxi jr. di non sposare la linea del Psi, decisamente votata al Sì, ed è in linea con l'apertura di un contenzioso sull'ultimo congresso del partito (i cui atti sono al momento sospesi da un'ordinanza del tribunale di Roma).
Tornando ai promotori del comitato presieduto da Annibale Marini, va detto che più di un partito (pur figurando all'interno di quell'aggregazione politica nazionale) ha scelto comunque di fondare il proprio gruppo di sostenitori del No, anche qui per marcare la presenza in quel fronte così disomogeneo e - inutile negarlo - anche per far valere il proprio peso numerico: queste, in fondo, sono sempre occasioni per "contarsi". Lo ha fatto, per esempio, Fratelli d'Italia creando il Comitato No grazie, voluto dalla presidente del partito, Giorgia Meloni: nessun riferimento politico nella grafica, solo un "No" grande come una casa all'interno di un "fumetto" blu, lo stesso colore (più o meno) del fondo del simbolo e che era stato usato da An, giusto per far capire che questo No viene da destra.
Anche la Lega Nord, per parte sua, ha scelto di creare un proprio comitato, dal nome Donne e uomini liberi votano No. I colori utilizzati per il logo sono quelli tradizionali della Lega (il blu tendente al viola di Alberto da Giussano e il verde del "Sole delle Alpi"), il No emerge con una certa imponenza, ma colpisce come per la prima volta la realizzazione grafica oggettivamente non brilli per efficacia: da una parte, il No appare schiacciato e non troppo gradevole all'occhio; dall'altra, nel segmento blu inferiore si è voluto concentrare troppo testo, per cui l'indicazione - pure importante - che lega il No "alla riforma truffa di Renzi" praticamente non si vede, quasi inghiottita dal resto dell'immagine.
Tra i promotori del comitato "civico" Pace-Zagrebelsky, figura anche Antonio Pileggi, presidente del consiglio nazionale del Pli di Gianfranco Morandi e Stefano De Luca. Tutti e tre sono parte anche del comitato Per le libertà No al peggio, coordinato dall'ex ministro e giudice costituzionale Luigi Mazzella (che ha come vice Cinzia Dato e Cinzia Bonfrisco); al gruppo aderisce anche la Federazione dei Liberali di Raffaello Morelli. Il loro segno di riconoscimento, lungi dall'essere tondo, si basa sul testo in font Helvetica Inserat, salvo proprio il gigantesco No centrale, che - in un curioso color senape - ripropone l'affermazione in modo geometrico, decisamente di altri tempi.
L'area liberale, peraltro, non si esaurisce completamente nel comitato appena visto. Bisogna ricordare almeno i Liberali X il No, di cui risultano promotori Beatrice Rangoni Machiavelli, Giuseppe Bozzi ed Enzo Palumbo, gli ultimi due essendo non solo i patrocinatori di un gruppo di cittadini elettori (compreso lo stesso Palumbo) del giudizio di legittimità costituzionale sull'Italicum instaurato dal tribunale di Messina, ma anche coloro che avevano concepito il primo ricorso al Tar del Lazio contro il quesito referendario. L'emblema, tuttavia, è piuttosto infelice sul piano grafico, anche per la scritta piazzata lì quasi per caso (come posizione e come colori): va solo rimarcato che il disegno bianco su fondo azzurro richiama il bird of liberty dei liberaldemocratici, in particolare il vecchio simbolo europeo dell'Eldr.
Si riconduce al centrodestra anche il comitato Questa volta No! - Una scelta consapevole, anche se a occhio non è facile collocarlo nello scacchiere politico (l'impressione ictu oculi è a mezza via tra la canzone di Gino Paoli cantata da Ornella Vanoni e una pubblicità sul controllo delle nascite...). Cercando in rete si scopre invece che il comitato è stato voluto e fondato dai Conservatori e riformisti di Raffaele Fitto (con il contributo determinante, sul piano della consulenza giuridica, del costituzionalista Alfonso Celotto) per diffondere e difendere le ragioni di un No tecnico e politico insieme. La consapevolezza della scelta emerge con chiarezza nell'emblema, che si presenta semplice e sobrio.
Un po' meno sobrio si presenta l'emblema del Comitato famiglie per il No al referendum, legato al Comitato Difendiamo i nostri figli, di cui è portavoce Massimo Gandolfini e che ha promosso l'ultimo Family Day. Il disegno nella parte superiore (a fondo fucsia, come il colossale No che sta nella parte inferiore bianca) rappresenta il logo di Difendiamo i nostri figli: è l'immagine di una famigliola tradizionale e decentemente numerosa (quattro figli): per fortuna il tratto bianco ci risparmia la coloritura sessista dei maschietti in azzurro e delle femminucce in rosa. Viene in mente il simbolo dell'adinolfiano Popolo della famiglia, ma lo stesso Gandolfini aveva precisato che le liste di Adinolfi non erano loro diretta emanazione. 
Nel novero del centrodestra si può ritrovare anche un singolare Comitato Alto Adige – Südtiroler Komitee per il no alle riforme costituzionali, che era nato già a maggio, con la prima adesione del consigliere regionale Alessandro Urzì (già firmatario della "mozione dei quarantenni" alla Fondazione An). Senza bisogno di grafiche particolari, nell'emblema spicca il messaggio bilingue "No - Nein", scritto a caratteri cubitali. Se anche l'emblema è stato deciso in primavera, la scelta della doppia lingua acquista ancora maggiore significato dopo la polemica scatenatasi a settembre sul progetto di cancellazione di gran parte della toponomastica altoatesina in italiano (lasciando solo la denominazione tedesca): era stato Urzì a denunciare un presunto accordo tra governo italiano e Svp per aggirare il bilinguismo, immaginando in cambio il sostegno della Svp al Sì al referendum
Ha scelto invece una forma rettangolare, da etichetta (ma nel sito ufficiale è presente anche la versione circolare, con la grafica più "allargata" il Comitato popolare per il No, presieduto dall'ex europarlamentare e politico di lungo corso Giuseppe Gargani e avente tra i promotori Mario Mauro, Carlo Giovanardi e altri nomi storici come Potito Salatto (già Dc, ultimamente con i Popolari per l'Italia di Mauro) e i Cdu Mario Tassone e Maurizio Eufemi. 
Il messaggio centrale è ovviamente offerto dall'affermazione netta "Noi no" e rafforzato dallo slogan sottostante ("Rottamiamo la riforma, non la Costituzione"): una vera dichiarazione d'intenti, resa graficamente in modo semplice e con abbondante uso di tutti i colori nazionali, anche se in fondo il risultato grafico non è disprezzabile e ha il pregio indubbio della chiarezza.
Lasciando il campo del centrodestra, anche a sinistra si può verificare l'esistenza di varie aggregazioni tenute insieme dal comune intento del No. Il gruppo di cui si è maggiormente parlato è sicuramente quello del Comitato Scelgo No, presieduto da Guido Calvi, avvocato, docente di filosofia del diritto e già senatore Pds-Ds; coordinatore è invece Stefano Schwarz, collaboratore di Child Frontiers (società legata all'Unicef); tra i nomi notevoli, oltre ovviamente a Massimo D'Alema, anche l'ex parlamentare Pds Pietro Folena. L'uso dei colori si discosta abbastanza da quelli visti in tanti altri loghi (e niente rosso, come ci si potrebbe aspettare): l'impressione grafica che si ricava dall'immagine è quella di uno stencil, di una riproduzione a tampone, che metta in risalto, oltre al No, anche il concetto della scelta.
Meritano attenzione però anche i Democratici per il No, riuniti poche settimane fa da Stefano Di Traglia, ex portavoce di Bersani: lui stesso ha precisato che questi "non sono un comitato, se si intende un negozio con una scritta, ma un gruppo, forse una rete di militanti che promuoveranno il confronto dentro il Pd". Comitato o no, non stupisce che - in antitesi al messaggio lanciato dal partito, chiaramente a favore del Sì - il No sia sottolineato non una, ma due volte, con un carattere black che più spesso non si può, sempre utilizzando il verde e il rosso come colori nazionali e democratici.
Ci sarebbe poi un'altra declinazione di Noi no, stavolta non in salsa centrista, anche se qui non si sarebbe di fronte a un vero e proprio comitato: "Noi No!", infatti, è una campagna lanciata da Sinistra italiana, con la precisa indicazione sul sito che il tutto è "a disposizione e sostegno del Comitato per il no nel referendum costituzionale e del Comitato per il referendum contro l'Italicum". Vale comunque la pena segnalare la frase bianco-gialla su fondo rosso, tra l'imponente e il lezioso (basta guardare come è scritto "Noi") con tanto di quadrato obliquo per meglio caratterizzarla, se non altro perché in qualche immagine di telegiornale ha fatto capolino su casacche e pettorine indossate dai volontari.

Da tutti i simboli visti finora si distanzia quello del Comitato per la Costituzione e le riformel'associazione, che si dice ispirata "a principi della solidarietà, di trasparenza e di democrazia", rileva soprattutto perché uno dei due fondatori è Ciriaco De Mita (tra gli aderenti, anche l'Udc di Lorenzo Cesa e l'ex ministro per le riforme Gaetano Quagliariello). L'emblema si distingue per non contenere alcun riferimento al No: anzi, in rosso e in verde propone "due elementi stilizzati che - si legge nell'atto costitutivo - rappresentano un profilo numismatico appartenente a divinità romana ed un libro aperto rispondente alla costituzione", mentre le due linee curve "rimandano alla C della Costituzione". Dimostrazione, questa che si può dire No anche senza scriverlo.

martedì 29 novembre 2016

Referendum costituzionale: i simboli di chi dice Sì

Nell'ultima settimana che precede il referendum confermativo della riforma costituzionale, com'è prevedibile, parole, dichiarazioni e inviti al voto si affastelleranno e cresceranno ulteriormente di tono: il tutto, fino alla giornata di venerdì, che concluderà - finalmente, mi sento di dire - la campagna più lunga (ben al di là dei trenta giorni previsti dalla legge), drammatizzata, martellante e invadente che la storia referendaria abbia registrato. 
I simboli della discordia è presente a modo suo, senza entrare nel merito del quesito (non è lo scopo di questo spazio) ma cercando di proporre contenuti interessanti per i "drogati di politica". Vista la vocazione del sito e constatata - ahinoi - la mancanza di simboli sulla scheda, ci dedicheremo ai simboli scelti dai comitati di entrambe le parti, mai così vari come in quest'occasione. Così, invece che concentrarsi sulle parole favorevoli o contrarie alla riforma e su chi le dice, baderemo alle casacche disegnate ad hoc per i concorrenti di questa sfida, per cercare di seguire le fasi del gioco da questo punto di vista. Oggi si parte con i comitati del Sì, domani toccherà a quelli del No. Qualunque sia la vostra scelta, buon divertimento. E soprattutto, da buoni #politicsaddicted, andate a votare...

La ricerca si avvale del contributo di Antonio Folchetti, che ha raccolto materiale in vista della sua partecipazione al convegno di AssoComPol (Urbino, 15-17 dicembre): per questo, e per aver suggerito l'idea di analizzare i simboli dei comitati, lo ringrazio pubblicamente.
Prima che il viaggio inizi, preciso che i loghi mostrati non esauriscono tutte le grafiche nate in questi mesi: mancano di certo gli emblemi utilizzati a livello locale (a volte molto diversi da quelli nazionali), ma possono mancare anche alcune aggregazioni su scala nazionale, non intercettate sui media o in rete. Da parte mia e della squadra del sito, ovviamente, non c'è la volontà di oscurare o "degradare" qualcuno, quindi ci scusiamo se qualche comitato o gruppo non si troverà in elenco: potete segnalare la vostra presenza, commentando il post o inviando materiale alle mail del sito e cercheremo di fare il possibile... buona lettura!  

* * *

Il fronte del Sì al referendum costituzionale, pur essendo composito, mostra di avere una regia sostanzialmente unitaria, che ha il suo centro nel comitato formalmente civico (ma certamente connotabile politicamente) denominato Basta un Sì, costituito il 21 maggio scorso: è stato questo il soggetto giuridico che ha depositato in Cassazione la richiesta di referendum ed è riuscito a raccogliere le 500mila firme necessarie per ottenere spazi per la propaganda (e accedere alle risorse messe a disposizione dei promotori dei quesiti). L'emblema non usa la parola "comitato" (come, del resto, nessuno dei gruppi nazionali a sostegno del Sì), preferendo la semplicità dello slogan, breve e user friendly, nel tentativo di comunicare la facilità di ottenere tanti risultati (positivi, secondo i proponenti) con una semplice croce sulla casella del Sì.

La parte grafica, invece, è piuttosto minimal e - volendo rappresentare tutti, anche chi non ha alcuna appartenenza partitica - non presenta connotazioni politiche, accontentandosi di riproporre il motivo del tricolore. Su cosa rappresenti il disegno, tuttavia, non c'è accordo: per qualcuno i quadratini sono un mero artificio grafico per proporre il tricolore senza rischiare l'uso di una bandiera (stile Forza Italia); c'è chi ha pensato a tre carte (vincenti) come tenute "a ventaglio" in mano, per giocare un gioco semplice come lo slogan
Acquista più credibilità l'ipotesi che i tre rettangoli simboleggino tre schede elettorali da inserire in un'urna, di cui la linea su cui sembra appoggiarsi l'elemento tricolore rappresenterebbe la fessura. Non è mancato anche chi ha voluto vedere gli stessi rettangoli come la stilizzazione tridimensionale di un'urna: un pensiero sorto, probabilmente, pensando a una precedente conformazione del logo, che aveva trasformato la "i" accentata proprio in un'urna (la lettera) con tanto di scheda (l'accento). Prima ancora, in compenso, come elemento grafico caratterizzante era stato scelto un "fumetto", fatto con un nastrino rosso ripiegato, che poteva far pensare alla piegatura tanto di una scheda, quanto dei fogli per la raccolta firme (il periodo di uso, in fondo, era proprio quello).

Se Basta un sì rappresenta il centro e il vertice dell'organizzazione dei favorevoli al referendum e all'approvazione della riforma, questo non ha escluso la nascita di altri raggruppamenti, a volte con maggiore connotazione politica, in altri casi più attenti a determinate categorie di elettori. Si prenda, ad esempio L'Italia che dice sì, comitato che si propone di raccogliere essenzialmente le adesioni e l'interesse degli utenti della rete (attraverso i suoi account Facebook e Twitter). La grafica, in effetti, è cambiata più volte, anche se con le due costanti del Sì in grande evidenza e dell'interpretazione "artistica" dello sfondo: inizialmente era stato usato un tricolore pennellato, attualmente si preferisce un background a macchie di colore, per dare un tocco di creatività multicolore al consenso alla riforma.
Se si guarda invece alla Rete del Sì, si scopre che è "un’associazione di cittadine e cittadini con diverse provenienze politiche, professionali e geografiche - si legge sul sito - che vogliono contribuire alla vittoria del Sì". L'associazione, in particolare, "si propone quale punto di incontro tra singoli e comitati promotori per il Sì, e mira a fornire spazi di dibattito e materiale informativo per contribuire a informare i cittadini sulla riforma costituzionale".
A stretto rigore, dunque, non si tratta di un comitato, ma di una "struttura di servizio", per suscitare il dibattito su un tema che non è "per addetti ai lavori, costituzionalisti o professionisti della politica, ma è una questione che riguarda tutti e tocca la quotidianità di ciascuno"; l'emblema scelto dà soprattutto l'idea di qualcosa di "fatto a mano", con font decisamente handwriting e senza forme geometriche, per dare l'idea di un'immagine fresca e dinamica.
Decisamente politico, fin dal nome, è il comitato Sinistra per il Sì, nato all'interno del Pd per raccogliere coloro che hanno scelto di schierarsi a favore della riforma mettendo in evidenza la loro collocazione a sinistra (da Piero Fassino ad Anna Finocchiaro, da Maino Marchi a Nicola Zingaretti): l'intento, probabilmente, era contrastare l'idea che tutta la sinistra fosse naturalmente e categoricamente schierata per il no. In qualche modo il logo scelto sembra imparentato con quello di Basta un Sì, perché i quadratini verdi e rossi sembrano gli stessi di prima, solo spostati per fare da sfondo ai due "Sì", compreso l'inizio della parola "Sinistra" (curiosamente abbinata al verde e non al rosso, probabilmente per rispettare l'ordine dei colori della nostra bandiera).
Nell'area del Pd si possono peraltro riconoscere altre realtà di sostegno al Sì. Un esempio è costituito dal logo elaborato da Rifare l'Italia, l'associazione fondata da Andrea Orlando e Matteo Orfini e ora guidata da Francesco Verducci: in rete è circolato il logo con "Sì" in primo piano e tinto di verde e di rosso, con l'accento tracciato in nero come con un pennarello e uno sfondo verdino sfumato appena accennato, che rimanda comunque . L'emblema, circolare, comprende anche la miniatura dell'associazione Rifare l'Italia, il che dimostra come una componente interna al partito abbia scelto di dare risalto all'impegno verso il referendum, inserendolo all'interno delle altre attività svolte da un gruppo rilanciato pochi mesi prima.
Per restare nell'ambito della maggioranza di governo, si può considerare innanzitutto il comitato Insieme per il sì - Moderati e centristi, a guida certamente politica: era nato con il coordinamento di Ferdinando Adornato e ne facevano parte membri dei gruppi di Area Popolare (tra cui Angelino Alfano, l'ex ministro Maurizio Lupi e Fabrizio Cicchitto), ma non solo (c'erano anche Aldo Di Biagio e il socialista Oreste Pastorelli). L'emblema era abbastanza semplice e anche piuttosto cheap, con il "per" reso con una croce tracciata a mano, un tratto verde e uno rosso: una grafica un po' povera obiettivamente. Del sito del comitato, tuttavia, in rete si sono perse le tracce, al di là delle pagine salvate in cache.
E' invece ancora ben presente e attivo il comitato Centristi per il Sì, guidato da Gianpiero D'Alia, fino a poco tempo fa alto dirigente dell'Udc, almeno prima che si scatenasse una polemica iniziata con i vertici "romani" del partito, prima per l'iter del congresso regionale siciliano (da lui appoggiato e contestato dagli organi interni dell'Udc) e poi proprio per la posizione sul referendum. Perché la dirigenza dell'Udc si è schierata nettamente per il No, ma D'Alia, il ministro Gianluca Galletti e Pierferdinando Casini sono ben decisi a sostenere il Sì: anche per marcare questa posizione, non stupisce che questa parte abbia deciso di fondare un proprio comitato, così da rendere più visibile la sua battaglia.
Il logo ora in uso - fondo e contorno blu, segmento tricolore - ricorda un po' quello dei Moderati, il partito di Giacomo Portas (e, tra l'altro, in Sicilia si è già trasformato in un emblema di gruppo, pronto a trasformarsi - ma è una mia supposizione - in Centristi per l'Italia se dovesse venire buono un emblema di respiro nazionale). Ma se la X pennellata e il tricolore connotano il segno, la prima versione dell'emblema era molto più povera e assai meno d'impatto: ricordava, anche nella struttura e nella resa grafica, il distintivo di Insieme per il Sì, anche se per lo meno il tricolore aveva ricevuto un trattamento migliore dell'originale, tingendo l'accento di "Sì" in modo decoroso. A qualcuno, però, evidentemente il risultato non era piaciuto, così ci si è rimesso le mani, fino al disegno attuale.
Restando in coalizione ma spostandosi verso il centrodestra, merita di essere considerato il simbolo di Insieme Sì cambia, comitato tecnico-politico di quell'area. Se si guarda, infatti, alla grafica, l'occhio sembra vedere subito il cuore giallo su fondo blu di Area popolare (in realtà fa maggiormente il verso al cuore del gruppo parlamentare dei Popolari europei, quello che al momento è stato adottato - in versione rossa-blu - dalla Rivoluzione cristiana di Gianfranco Rotondi) e ci si aspetta di trovare in prima linea i dirigenti di Ncd-Ap (certamente non contrari alla spruzzatina tricolore sul puntino/accento della i). Se si guarda l'organigramma, però, si scopre che la guida del comitato è tutta tecnica: spiccano i nomi del politologo Lorenzo Ornaghi come presidente, del costituzionalista Giovanni Guzzetta come coordinatore, mentre promotori sono i suoi colleghi Vincenzo Lippolis (già funzionario parlamentare), Lorenza Violini e Pietro Ciarlo; nel direttivo, accanto ad altri giuristi come Beniamino Caravita, il nome più politico sembra essere quello di Peppino Calderisi, già radicale, già forzista-pidiellino.
Sono invece dichiaratamente di area liberale gli appartenenti al comitato Liberi Sì, guidato da un forzista della prim'ora come Giuliano Urbani e da uno arrivato giusto mezz'ora dopo, Marcello Pera (nell'elenco dei fondatori, che comprende peraltro di nuovo Lippolis e Calderisi, si trovano anche costituzionalisti come Tommaso Edoardo Frosini, ex funzionari parlamentari come Antonio Malaschini e politici come l'ex radical-forzista Marco Taradash; tra gli aderenti, invece, spiccano i nomi di Gaetano Pecorella e Giuliano Ferrara). Come emblema, ovviamente, non figura nessun simbolo dei partiti affiliati ufficialmente (Ala, Scelta civica - Cittadini per l'Italia, Noi Sud e Liberali repubblicani e laici): quello strano segno tricolore sembra rimandare a due vele, o forse alle pagine di un libro da sfogliare, ma di più non è dato sapere.
Nel fronte del Sì, peraltro, non poteva sfuggire l'unico segno realmente politico, almeno quanto alla sua nascita: già, perché il comitato Radicali per il Sì - Sì per i Radicali, legato a Giovanni Negri (ritornato in pista da poco con la sua Marianna e ben deciso a votare Sì per completare "una lunga, insopportabile transizione") ha utilizzato per sé il simbolo che nel 1992 fu utilizzato dalla Lista Referendum guidata da Massimo Severo Giannini. Addirittura, come si è già notato in passato, l'emblema porta ancora impressa la corolla della rosa di Marc Bonnet, concessa dal Partito radicale alla lista per evitare la raccolta delle firme; forse non era opportuno che restasse lì, ma certamente serve a collocare chiaramente tra i radicali un emblema che, diversamente, farebbe pensare a chi non ha vissuto quella stagione che il logo sia stato creato apposta per questo referendum. E non sull'onda di altri quesiti di un quarto di secolo fa...

lunedì 28 novembre 2016

Civici e innovatori, un logo nuovo e antico

Non sarà ancora un simbolo vero e proprio, ma se non altro almeno una grafica Civici e innovatori ora ce l'ha. Per dire, Ala, il gruppo di senatori legati a Denis Verdini, ci aveva messo oltre nove mesi per darsi un emblema e forse l'attesa sarebbe stata anche più lunga, se non ci fosse stata l'intenzione di correre alle elezioni amministrative di quest'anno. 
Per scegliere un'immagine per sé ha impiegato invece più o meno un mesetto Innovatori e civici, ciò che restava del gruppo alla Camera di Scelta civica per l'Italia dopo la frattura al suo interno che ha portato Enrico Zanetti e altri aderenti a fondare una nuova compagine parlamentare, portando con sé almeno una parte dell'antico nome (Scelta civica verso Cittadini per l'Italia - Maie). Dopo che l'Ufficio di presidenza di Montecitorio aveva concesso la nascita in deroga (perché costituito da meno di venti membri) del nuovo gruppo di Zanetti, chiedendo contestualmente ai quindici rimasti nel gruppo originario di adottare un nome diverso, i deputati avevano scelto di ribattezzarsi Civici e innovatori: "riflette bene quello che siamo e quello che vogliamo fare", aveva spiegato su Facebook Andrea Mazziotti Di Celso, tra i membri rimasti nel gruppo.
Primo impegno della compagine - ora presieduta da Giovanni Monchiero - è, come si è già detto nel post precedente, raggiungere le venti unità "in un tempo congruo", come recita la deroga provvisoria che l'Ufficio di presidenza ha concesso: in quest'ottica, del gruppo ora fanno parte anche come indipendenti gli ex M5S Mara Mucci e Ivan Catalano (per lui si tratta di un ritorno: era già stato lì da aprile dell'anno scorso fino a febbraio di quest'anno), anche se mancano ancora tre elementi per arrivare a venti. Cercare un simbolo, dunque, non era esattamente la priorità dei Civici e innovatori.
Il 16 novembre, tuttavia, sulla loro pagina Facebook (creata poco più di un mese fa) è apparso un logo, che più che a un simbolo politico-elettorale somiglia a una grafica da carta intestata. Quel segno, a ben guardare, ha qualcosa di nuovo e qualcosa di antico: il passato è rappresentato dalla font utilizzata per il nome, lo stesso carattere Nexa già adottato da Proforma quando fu studiato il contrassegno di Scelta civica; la novità è costituita dalla "i" minuscola e corsiva, come scritta a mano (la font è Satisfy Pro), vero elemento distintivo della grafica. A completare il logo, sotto la lettera, tre punti, due in rosso mattone e uno in verde (anche se il punto di mezzo, stretto tra il rosso e il verde, all'occhio sembra piuttosto arancione, come a voler riprodurre un semaforo in orizzontale); non è dato sapere se quei punti significhino qualcosa in particolare (come non è chiaro il motivo per cui manchi la "e" che pure nel nome del gruppo c'è).
Resta il fatto che quello varato pochi giorni fa è un nome "ovviamente solo provvisorio e potrà essere modificato in qualsiasi momento, nel caso lo si ritenesse opportuno", come sottolineato sempre da Mazziotti. Possibile, dunque, che da qui in avanti l'etichetta cambi e, con questa, anche la grafica. Intanto però un minimo segno di identificazione c'è e vale la pena farlo conoscere.

sabato 19 novembre 2016

Energie per l'Italia, le lampadine (troppo spente) di Parisi

Quando aveva mosso i primi passi a settembre, ai primi impegni consistenti dopo la sconfitta al fotofinish a Milano, Stefano Parisi l'aveva detto più volte: "Non sta nascendo un nuovo soggetto politico, non stiamo costruendo un partito. Non siamo contro i partiti che ci sono e non vogliamo togliere spazio a nessuno". Eppure, a distanza di due mesi dal primo evento al Megawatt a Milano, da ieri Energie per l'Italia si pone, se non come partito, almeno come movimento politico. 
Parisi ha lasciato capire che lui ha intenzione di fare sul serio: secondo lui "c’è bisogno di un gran rinnovamento dentro il centrodestra - come ha annotato Fabio Poletti della Stampa -. Oggi non c’è alternativa a Renzi o a Grillo. Abbiamo bisogno di persone nuove in politica", lui per esempio. Anche perché, impressione sua, "Forza Italia così com'è non va avanti" e serve "un progetto di rinnovamento", visto che un centrodestra a trazione Salvini ai suoi occhi è destinato a perdere.
Certamente parlare di movimento è una cosa, di partito è un'altra, anche perché i precedenti nell'area del centrodestra - dal finiano Futuro e libertà ai Moderati italiani in rivoluzione di Samorì, giusto per ricordarne due - non sono esattamente confortanti. Anche per questo, Parisi ha sgombrato subito il campo dai dubbi: "Non c'è necessità di fare l'ennesimo partitino - ha precisato, come riportato da Adnkronos - il nostro progetto è più ambizioso, coinvolgere tutta l'area liberale e popolare". E il compito non è di quelli da poco, visto che per Parisi il centrodestra "deve decidere che cos'è", senza ambiguità, anche perché non ci sarebbe più tempo "di fare mediazioni il cui risultato sono politiche nulle". E se qualcuno, Forza Italia in testa, è ancora affezionato alle etichette consolidate e non vuole fare qualcosa di nuovo, toccherà cercare di proporre qualcosa di diverso, di autenticamente popolare e liberale (dunque non salviniano) ma con valori definiti e senza nostalgie (quindi, probabilmente, non forzista).
Il nome scelto, Energie per l'Italia, di per sé è interessante (ma poco collocabile, anche un movimento di centrosinistra avrebbe potuto scegliere quel nome), eppure non è nuovo: era proprio il titolo della kermesse milanese di due mesi fa, tenuta il 16 e il 17 settembre al Megawatt (e il nome dello spazio era scritto così grande nei manifesti e negli inviti da aver fatto pensare a molti che fosse quella la vera etichetta dell'evento). E se il colore giallo di fondo - tinta molto liberale a livello europeo - era quello di Parisi fin dalla sua campagna per le comunali milanesi e come font si adottava il solito Nexa, ormai un must della comunicazione politica da Monti in poi (vedi anche Ncd e Area popolare), si restava in ambito elettrico-energetico con la scelta di tre lampadine a formare il tricolore: il sottotitolo dell'evento di settembre, del resto, era proprio "Idee per riaccendere il paese". L'idea poteva anche essere interessante, pensata sulla dimensione dell'evento unico, o anche seriale (una Leopolda parisiana, come hanno notato molti giornalisti); più difficile, invece, era pensare che quella stessa grafica - che peraltro non era piaciuta a un commentatore attento e caustico come Filippo Facci, che aveva parlato di "grafica essenziale, ai confini del poverello" - fosse utilizzata come emblema per un movimento, dunque al di fuori di una scenografia e del materiale di propaganda. Perché è vero che - come si legge in un articolo pubblicato sulla Bìssa - le lampadine sottolineano "la carica delle energie positive che necessitano al paese e fondamentali all'inizio di un percorso che non sarà di certo una passeggiata", ma in un contrassegno destinato alle schede e ad altro materiale difficilmente possono risultare efficaci. 
Per peggiorare la situazione, poi, basta andare sulla pagina Facebook del movimento di Parisi: nell'immagine profilo, infatti, le tre lampadine sono inesorabilmente spente. Così scure, finiscono per tarpare le ali alla grafica, avendo più o meno lo stesso peso visivo del "per", che ha la stessa larghezza delle altre parole dunque è molto più grande (va bene sottolineare che il progetto è "per" e non "contro" qualcosa, ma non è li caso di esagerare). Difficile riaccendere il paese senza nemmeno un briciolo di luce: l'unico tocco è un punto luminoso riflesso sulla superficie delle lampadine, ma sembra davvero troppo poco. Persino ad Archimede Pitagorico, quando aveva un'idea, si accendeva la lampadina: era una sola, ma faceva luce, eccome.

martedì 15 novembre 2016

Alfano pensa a un "Polo positivo" (e, nel dubbio, lo registra)

Potrebbe essere così alla fine?
In area alfaniana non sembra esserci pace, almeno sui nomi e sui potenziali simboli da sfornare. Giusto ieri sul Messaggero Angelino Alfano osservava che la vittoria del sì faciliterebbe l'unità dei moderati, "perché [...] farebbe nascere un grande polo 'positivo' di coloro i quali vogliono offrire ragionevoli soluzioni ai problemi e si mettono contro quelli capaci solo di urlare l’elenco dei problemi"; eppure, già un mese prima lo stesso ministro dell'interno aveva fatto depositare a proprio nome un nuovo possibile marchio, basato proprio su due parole contenute nell'intervista al quotidiano romano, Polo positivo
A dare la notizia, ieri, è stato Giornalettismo.it, con un articolo a firma di Donato De Sena. Grazie a lui si scopre che, il 13 ottobre, proprio il fondatore del Nuovo centrodestra e di Area Popolare ha provveduto (o fatto provvedere a suo nome) al deposito presso l’Ufficio italiano brevetti e marchi - nel cui database si può rintracciare la scheda con queste informazioni - di un segno distintivo così descritto: "un quadrato di colore blu al cui interno la scritta di colore bianco, su due livelli, polo positivo". 
La registrazione del marchio è stata chiesta per le classi 35 (pubblicità; gestione di affari commerciali; amministrazione commerciale; lavori di ufficio), 41 (educazione; formazione; divertimento; attività sportive e culturali) e soprattutto 45 (servizi giuridici; servizi di sicurezza per la protezione di beni e di individui; servizi personali e sociali resi da terzi destinati a soddisfare necessità individuali). La descrizione sopra ricordata presuppone che sia stata presentata anche l'immagine del marchio, ma al momento non risulta dalla banca dati: certo è che non sembra difficile immaginare la resa grafica, se solo si prende il blu del fondo dell'ultimo simbolo di Area popolare e, come font per la scritta, si usa il Nexa che era già stato usato per Ncd e, più di recente, per lo stesso emblema di Ap.
Non è dato sapere se, come scrive De Sena, l'aver trovato la richiesta di registrazione di marchio "conferma che la nascita di un nuovo partito è un’ipotesi concreta". Può darsi (e allora magari si è chiesto di registrare "Polo positivo" per essere pronti a usarlo, dopo aver verificato che potesse funzionare), come può essere che quella registrazione fosse solo cautelativa, magari per evitare che l'espressione "Polo positivo", usata in qualche manifestazione prima che nell'intervista al Messaggero, piacesse a qualcun altro e pensasse di sfruttarla per sé: il tutto secondo la tradizionale logica del "fidarsi è bene, non fidarsi è meglio", specie in politica.
Ricorda giustamente De Sena che questo, al momento, è solo l'ultimo episodio della saga alfaniana di segni distintivi e potenziali nuovi nomi di partito registrati: se n'era occupato sempre lui su Giornalettismo in passato. 
Lo scorso 25 marzo, ancora presso l’Ufficio Italiano Brevetti e Marchi, il ministro dell’Interno ha depositato ben 6 simboli con 6 differenti diciture per la nuova compagine: «Italia Popolare», «Unione Liberale Popolare», «Unione Popolare», «Unione per l’Italia», «Unione Popolare Italiana» e «Unione Popolare Liberale». Pochi giorni dopo, il 20 aprile, Davide Tedesco, spin doctor del ministro dell’Interno e già intestatario dei domini web Nuovocentrodestra.it e Angelinoalfano.it, ha poi provveduto a bloccare le pagine Unionedeipopolari.it e Unionedeipopolari.com, e contemporaneamente Popolariitaliani.it. Ai tempi del governo Letta, invece, nei giorni della scissione dal Pd e della nascita di Ncd, oltre a registrare «Il Nuovo Centrodestra» e «Nuovo Centrodestra», Alfano aveva presentato domanda per assicurarsi anche diciture come «Unione della Libertà», «Confederazione delle Libertà» e «Federazione della Libertà». 
Non è ancora tempo di sapere come andrà a finire, la strada verso le elezioni forse è ancora lunga; che però a qualcuno sia venuto in mente di mettere le mani avanti per essere pronto in caso di fine prematura - e post-referendaria - della legislatura, non è da escludere. L'espressione "Polo positivo", sebbene rimandi all'idea molto berlusconiana del Polo degli anni '90, politicamente è di certo inedita. A livello locale, però, qualcuno l'idea di quel nome l'aveva già avuta: si chiama Polo positivo, infatti, il gruppo di giovani legato alla lista civica Missione futuro di Borgo a Mozzano, paese in provincia di Lucca. Qui in effetti il logo ricorda abbastanza l'idea del polo positivo di una batteria, ma il concetto di fondo probabilmente è lo stesso. Ovviamente, su scale territoriali ben diverse.

giovedì 10 novembre 2016

Coi Centristi per la Sicilia, lo scudo crociato sparisce dalla Regione

Quella di ieri, per la Sicilia che segue la politica, è stata una giornata storica: per la prima volta, infatti, nell'Assemblea regionale siciliana non esiste più un gruppo con il simbolo dello scudo crociato. Si tratta della conseguenza più o meno inevitabile della dissoluzione del gruppo dell'Udc, dopo le tensioni tra l'ex ministro Gianpiero D'Alia e il segretario nazionale del partito Lorenzo Cesa. Quasi tutto il gruppo regionale che si riconosceva nell'Udc (ed era vicino a D'Alia) ha traslocato nel gruppo Centristi per la Sicilia, tranne il palermitano Totò Lentini che continuerebbe a rappresentare l'Udc: il regolamento dell'Ars, tuttavia, non prevede che si costituiscano gruppi fatti da una sola persona, dunque al momento il deputato regionale è costretto a trovare asilo nel gruppo misto.
Tutto, per quello che è dato capire, era iniziato settimane fa, con uno scontro tra il vertice nazionale dell'Udc e la dirigenza siciliana del partito: all'origine delle scaramucce, il congresso estivo a livello regionale, che aveva portato all'elezione di Adriano Frinchi a segretario, ma era finito in carte bollate con varie accuse di irregolarità del processo congressuale da parte dei vertici romani. Un percorso che però - avevano scritto i giornali - era stato sostenuto da D'Alia, (ex) uomo di punta del partito in Sicilia. Da quell'episodio in poi le distanze erano aumentate, approdando allo scontro sulla collaborazione con la giunta Crocetta (Cesa in ottobre premeva per far lasciare la maggioranza all'Udc, che contava due assessori) e lo stesso referendum costituzionale era stato un'ulteriore occasione di divisioni: se il partito "ufficiale" (con Cesa e il commissario Antonio De Poli) aveva deciso di schierarsi sul fronte del no, D'Alia e la gran parte del partito siciliano - come pure Pierferdinando Casini a livello nazionale - avevano scelto convintamente il sì, al punto tale da integrare il nome del gruppo con l'espressione "Centristi per il sì". Una mossa che aveva fatto infuriare Cesa e scatenato diffide e dichiarazioni al curaro.
A dare del tutto fuoco alle polveri, però, ha provveduto una dichiarazione di D'Alia: “L’Udc è morta, parliamo del nulla”. Tanto è basato a Cesa, il 2 novembre, per sospendere D'Alia dal partito e deferirlo ai probiviri; lui stesso ha provveduto a dimettersi per "porre fine ad una farsa che ha il suo giusto epilogo nella ricorrenza dei defunti", mentre nel partito non ci si risparmiava gentilezze (per cui Cesa veniva accusato da alcuni di avere sospeso "un politico per bene come D'Alia" e non "cocainomani e condannati per reati gravi"). Tempo una settimana e quasi tutta la pattuglia Udc eletta all'Ars (assieme ai due assessori espressi) ha traslocato, rendendo i Centristi per la Sicilia un gruppo vero e proprio. E, da oggi, il gruppo ha un proprio simbolo, elaborato sul calco di quello del comitato nazionale "Centristi per il sì" e che ricorda almeno un po' il logo dei Moderati di Giacomo Portas. 
Intendiamoci, nessuna possibilità di confusione, visto che qui il segmento tricolore è in basso (e non in alto come per i Moderati), ma certamente la prevalenza dell'azzurro emana centrismo da tutto il cerchio, così come l'unione agli altri colori nazionali intende dare un messaggio rassicurante, senza guizzi particolari che debbano impensierire l'elettore. Certo, quella X con effetto "pennellato" è singolare e forse non starebbe benissimo su un simbolo sul quale qualcuno dovrebbe mettere una croce; in passato, però, i simboli accettati anche con una croce "dipinta" spessa, persino centrale stati ammessi (si vedano i Cittadini X Roma a sostegno di Gianni Alemanno).
Quello che è certo è che, come l'emblema è stato personalizzato per la Sicilia, l'esperimento grafico potrebbe essere esteso a tutta l'Italia, semplicemente modificando il nome in Centristi per l'Italia. Un marchio facilmente regionalizzabile e, comunque, pronto all'uso: se Casini, dopo l'esperienza della campagna referendaria svolta a una certa distanza dal suo partito di provenienza, volesse mettersi politicamente in proprio, potrebbe già contare su un nome e su un emblema sperimentati tra i cittadini.