martedì 26 marzo 2013

I Verdi-Verdi e la pulce gigante

Lo si è visto prima: il 2004, con il doppio carico del turno più consistente di elezioni amministrative e il rinnovo del Parlamento europeo, era un’occasione troppo ghiotta per gli ambientalisti diversi dai Verdi perché se la lasciassero sfuggire. Le amministrative, tutto sommato, erano alla portata delle formazioni in attività fino a quel momento, ma per le europee ci sarebbe stato bisogno di raccogliere molte, troppe firme: un traguardo praticamente impossibile da raggiungere. A meno che…  
C’era una possibilità, in effetti: sfruttare un comma della legge elettorale vigente, che permetteva a una lista di non procurarsi le sottoscrizioni richieste se avessero ospitato nel loro contrassegno una “pulce”, ossia un simbolo in miniatura di una formazione che aveva eletto almeno un parlamentare. Già, ma quale simbolo? Quale dei partiti avrebbe avuto interesse ad avallare la presentazione di una lista minoritaria? Forza Italia, per esempio, che aveva tutto da guadagnare da un indebolimento dei Verdi. Non avrebbe messo a disposizione il suo simbolo, ovviamente, ma quello della lista «Per l'abolizione dello scorporo e contro i ribaltoni»: si trattava della “lista civetta” che era stata utilizzata dal partito di Berlusconi nel 2001 per collegare i propri candidati deputati della quota maggioritaria, senza quindi che i loro voti fossero sottratti nella quota proporzionale in base al sistema dello “scorporo”. 
Il simbolo, dunque, sarebbe stato a disposizione dei Verdi-Verdi di Maurizio Lupi e di Roberto De Santis, nonché dei Verdi Federalisti di Laura Scalabrini, invitati a riavvicinarsi sempre da ambienti forzisti. La prima decisione del gruppo riguardò la scelta del simbolo, non senza liti: se Lupi avrebbe voluto mantenere l’elemento grafico dell’orsetto (lasciando la dicitura Verdi Federalisti come elemento testuale), passò la linea di De Santis, che preferì lasciare la parte grafica alla Scalabrini, con il suo girotondo di bambini, per privilegiare invece il nome dei Verdi-Verdi («La denominazione era una scelta chiaramente identificativa della nostra collocazione e del nostro approccio e antitetica ai Verdi rossi» avrebbe raccontato in seguito proprio De Santis).
Naturalmente la Federazione dei Verdi fece debitamente ricorso in tutte le sedi, tanto alle elezioni amministrative (comune per comune), quanto a quelle europee. Protestò con veemenza Paolo Cento in Parlamento, sentendosi dire dal forzista Gregorio Fontana che «i movimenti Verdi Federalisti e Verdi Verdi da molti anni si presentano a consultazioni elettorali […] e rappresentano, com'è noto, l’ambientalismo non schierato a sinistra, non integralista e che, a livello politico nazionale, sostiene la Casa delle libertà. Nessuna truffa, quindi, nessun imbroglio riguardo alla presentazione di questo simbolo per le elezioni europee», mentre i Verdi avrebbero solo voluto estromettere un potenziale concorrente dalle elezioni.

In prima battuta, tra l’altro, a essere escluso dalla consultazione più importante fu proprio il simbolo del sole che ride, perché era stata inserita dicitura «con l’Ulivo» senza che i Verdi facessero parte dell’alleanza: il tempo per i Verdi-Verdi di distribuire alla stampa una nota dal titolo memorabile («Caro Alfonso non fare il Pecoraro») e il contrassegno fu debitamente modificato e accettato, ma l’offensiva presso le corti di tutta l’Italia continuò. In qualche modo la strategia pagò: i Verdi riuscirono a far considerare confondibile quasi ovunque – per colpa dei colori e della parola «Verdi» in particolare evidenza – il contrassegno composito della nuova formazione ambientalista, estromettendola dalle elezioni. Alle europee, invece, andò diversamente, ma la vicenda fu se possibile ancora più complessa.
Dopo che l’ufficio elettorale presso la Cassazione aveva riconosciuto che «la parola “verdi”, […] appartenendo ad una vasta area politico-culturale a livello sia nazionale che europeo, non è in sé fattore individualizzante decisivo» e che i due emblemi non erano a ben guardare confondibili, in una manciata di giorni il Consiglio di Stato praticamente ribaltò il verdetto: non solo i giudici di palazzo Spada ritennero che i due contrassegni si potessero in effetti confondere, ma aggiunsero che ciò si sarebbe potuto evitare ingrandendo a dovere il simbolo della “lista antiscorporo”, anche perché proprio grazie a questo è stata evitata la raccolta delle firme.

La decisione, piuttosto inconsueta per il contenzioso noto fino a quel momento, avrebbe comunque permesso alla lista ambientalista di partecipare alle elezioni, ma solo ingigantendo la “pulce”. La soluzione, a dirla tutta, non soddisfò comunque i Verdi, che presentarono un’interrogazione urgente, lamentando di non aver avuto la possibilità di ricorrere contro l’ammissibilità di un emblema ritenuto ancora troppo confondibile. Soprattutto, però, a masticare molto amaro fu la lista “ammessa su condizione”, un po’ perché il potenziale dell’operazione politico-elettorale era stato inevitabilmente ridotto, un po’ per alcuni fatti accaduti in quegli stessi giorni: il racconto è di nuovo di Roberto De Santis, nel suo libro Da una “grigia” a una “verde” politica: «Era chiaro che eravamo stati abbandonati al nostro destino, anche perché i Verdi del sole che ride misero in atto una serie di manifestazioni attaccando pesantemente il premier Berlusconi e a bordo di gommoni circondarono la sua villa in Sardegna, oggetto di recenti e profonde ristrutturazioni. La villa era stata trasformata in un bunker di tutta sicurezza e i Verdi del sole che ride minacciarono azioni e denunce per opere realizzate in totale violazioni di leggi ambientali. Per Forza Italia poteva essere un’arma a doppio taglio e dal Ministero degli Interni, dove sedeva un esponente dello stesso partito, ci arrivò questa insolita richiesta [di modificare il simbolo, ndb]».
Alle elezioni la lista, senza mezzi e senza manifesti, sfiorò lo 0,5%; la Fiamma tricolore, con lo 0,8% ottenne un parlamentare, Verdi-Verdi e Verdi federalisti niente, con varie recriminazioni in fase di scrutinio («Si scoprì che in molte sezioni, dove il voto era attribuito ai Verdi Verdi, veniva diversamente assegnato ai “cugini” del sole che ride – racconta ancora De Santis – furono circa diecimila le schede contestate che, se attribuite correttamente, avrebbero probabilmente coronato il nostro progetto»). I Verdi, ovviamente, respinsero categoricamente ogni accusa di broglio o indebito vntaggio, ma si sentivano comunque tranquilli: con quell’ordinanza nel carniere, da lì in avanti sarebbe stato più facile evitare altre grane “simboliche”. Manco a dirlo, ci avevano preso.

giovedì 21 marzo 2013

Lega Centro per Storace, colpo di genio firmato Rabellino

Quando il talento c’è, va riconosciuto sempre. Anche quando sembra quasi di avvertire un tocco di zolfo, davanti alla genialità ci si leva il cappello, nient’altro. Certo, più difficile farlo se di quella genialità si fanno le spese. Così, a quasi un mese dalle elezioni regionali in Lazio, non dev’essersi ancora stemperata l’espressione iraconda dei candidati della Lista Storace presidente, nell’osservare i risultati del voto. E non tanto (o non solo) per avere perso la presidenza della Regione, ma soprattutto per uno scherzetto niente male messo in atto con perizia.
L’autore, del resto, non poteva essere che lui, Renzo Rabellino da Torino, il genio delle operazioni Alias, questa volta in trasferta. E che trasferta. Alle elezioni politiche aveva presentato i simboli della Lega Padana (progetto politico attivo da anni, anche se l’emblema è stato leggermente modificato) e della Lega Centro, new entry assoluta: contrassegno abbastanza innocuo, in fondo, con la scritta bianca su fondo verde e il segmento circolare inferiore rosso. La stessa Lega Centro era stata proposta per un apparentamento al comitato elettorale di Francesco Storace, nella sola circoscrizione di Roma: chi di dovere ha accettato, sono stati presentati i documenti, la lista e il contrassegno sono stati accettati dall’ufficio elettorale regionale e i manifesti delle candidature sono stati stampati.
Solo in quel momento qualcuno si è reso conto davvero di cosa era accaduto: il simbolo della Lega Centro per Storace, infatti, è stato contenuto e schiacciato in meno di metà cerchio, mentre nella parte inferiore dominava decisamente il cognome di Storace, scritto a caratteri ben maggiori rispetto a quelli della Lista Storace presidente. Per la ciliegina sulla torta, bastava uno sguardo alla lista dei candidati: oltre a Rabellino, primo dell’elenco, spicca il numero consistente di piemontesi (area in cui il Nostro agisce di norma) e l’assenza totale di romani o per lo meno laziali. Qualcuno è nato in Puglia, in Campania, persino in Tunisia o in Libia, ma a Roma e dintorni nemmeno per sbaglio.
Manifesti in giro non se n’erano visti, forse nella convinzione che non ce ne sarebbe stato bisogno. L’antifona l’avevano iniziata a capire anche quelli della Lista Storace, che si sono resi conto all’improvviso che i voti della “lista del governatore” non li avrebbero presi tutti, ma qualcuno avrebbe preso strade più piemontesi che laziali. Un bel guaio, non tanto per Storace – che i voti li avrebbe presi comunque – ma per quelli della “vera” lista a suo sostegno, che improvvisamente hanno sentito vacillare il seggio che ancora non avevano. Si trattava solo di sperare che gli elettori seguissero il cuore (quello della lista, ovviamente) e non cadessero nel tranello.
A urne chiuse, i numeri più che parlare urlano: nella circoscrizione di Roma la Lega Centro ha sfiorato i 33mila voti, la Lista Storace presidente si è fermata a 27mila ed è riuscita a strappare un seggio solo grazie agli altri 20mila voti ottenuti nelle altre province. La brigata di Rabellino non è arrivata all’eletto per un soffio, in compenso i suoi voti hanno impedito alla Lista Storace di arrivare almeno al secondo. Mandata giù con difficoltà la sconfitta della coalizione, era già tempo di scoprire che qualcuno, ridacchiando, aveva sfilato almeno una poltrona da sotto. Non a caso, un drappello di candidati della Lista Storace, in parte consiglieri uscenti, ha prontamente fatto ricorso, chiedendo addirittura di annullare le elezioni (e agendo in sede civile per danni e in sede penale per truffa) perché il simbolo sarebbe stato «diverso da quello precedentemente noto»: dimostrerebbero l’anomalia, in particolare, le 170 preferenze espresse a favore della Lega Centro a Roma, mentre per raggiungere quelle della Lista Storace bisogna aggiungere due zeri.
Per chi ci ha rimesso il seggio, sono mancati i controlli dell’ufficio elettorale competente e soprattutto del comitato elettorale; «Se non si prendono voti, prima fare autocritica e poi alzare l'indice contro altri – ribattono dalla Destra di Storace – ricordandosi di non sparare contro chi ha offerto l'opportunità di competere che non era obbligatoria». In ogni caso, al genio di Rabellino va dato merito: bravo 7+. Avesse arraffato anche l’eletto, l’8 o il 9 non gliel’avrebbe tolto nessuno.

sabato 16 marzo 2013

Brigare per Taroccare il Giannino

Aveva cercato di essere, a modo suo, una novità, mettendo in campo la sua «piccola pattuglia di rompicoglioni» provenienti da ogni parte d’Italia, adepti più della riduzione delle tasse e spesa pubblica che del suo abbigliamento improbabile. La pattuglia frangipilatoria e la potenziale coorte di votanti di Oscar Giannino, peraltro, hanno subito un notevole smottamento una volta emersa la vicenda dei titoli di studio fantasma, che il leader di Fare per Fermare il declino avrebbe detto o scritto di possedere senza averli mai conseguiti.
Si potrebbe riflettere a lungo sul rapporto tra Italiani e bugie e sulla loro concezione selettiva del perdono, magari condannando senz’appello chi ha avuto il grave torto di farsi scoprire (come se il vero problema fosse quello e non le mancanze) e assolvendo quasi con bontà chi per anni si è esercitato nella consolidata arte del promettere, anche fuori dalle campagne elettorali. Eppure, se si vuole sorridere almeno un po’, si possono prendere in considerazione le taroccature della creatura politica di Giannino circolate in Rete (e soprattutto su Facebook), per vedere come la fantasia si sia spinta a mettere alla berlina un progetto che era riuscito ad autoaffondarsi a pochi metri dal traguardo. Un’operazione un po’ maramalda, forse, ma assolutamente inevitabile.
Così, può diventare quasi automatico procedere per antitesi, inneggiando al «Disfare per Accelerare il declino» (ovviamente ribaltando anche la freccia, come è giusto), quasi in una parodia delle ultime ore di Giannino alla guida del suo movimento, oppure in un’ipotetica ricetta per dare il colpo di grazia a un paese già precario (come fosse l’unico modo per essere psicologicamente pronti per il baratro). Oppure si può optare per una legittima e strategica astensione – tanto di moda, del resto – a tasso alcolico importante, scegliendo di «Bere per Dimenticare il declino», annegando il Paese che va a ramengo in svariate pinte di birra oppure in raffinati bicchieri da liquore.
Altrimenti si può rispolverare un ruolo da studente o da tirocinante, dedito a sottoscrizioni periodiche, all’adempimento compulsivo pur di portare a casa il risultato, così che diventi del tutto naturale «Fare per Firmare lo statino». Se vi sembra troppo meccanica e troppo irreggimentata come azione, decisamente inadatta alla vostra vena artistica, potete sempre scegliere la strada canora e intavolare trattative e contatti per «Fare per Andare allo Zecchino». Requisiti: capacità di stare sulla scena, età mentale adatta all’Antoniano (o da bambino o da Mago Zurlì) e tanto, tanto fiato (in politica, del resto, ne è sempre servito molto). E se vi è piaciuta l’idea di tornare bambini, beccatevi anche il «Dire Fare per Baciare il declino»: l’immagine è quella che è, ma come nella realtà c’è sempre chi sta sotto, chi conta (i debiti o le tasse) e chi fa penitenza. E se per la «lettera» si aspetta il prossimo, ineluttabile risveglio di Veltroni, per il «testamento» c’è tempo: se la politica allunga la vita, aspetterete un bel pezzo.

martedì 12 marzo 2013

Comunisti vietati. Anzi, no


Nel 1992 finiscono le batterie della X legislatura, il voto è fissato per il 5 e il 6 aprile. Per i cronisti sono soprattutto le prime elezioni senza il Pci, con la curiosità di vedere che strade avrebbero preso gli oltre 10 milioni di voti andati cinque anni prima al partito di Natta. Nella seconda metà di di febbraio si svolge il rito del deposito dei simboli, il primo a colori della storia italiana: le bacheche traboccano di segni, tra immagini nuove e simboli vecchi ridisegnati per adattarli alla stampa cromatica.

Vale anche per i segni tradizionali del comunismo, già a colori da anni sulle scenografie e sui manifesti del Pci e ancora visibili nel logo alla base della nuova quercia. Ma gli stessi colori e oggetti tornano anche nell’emblema sfoggiato dal Partito della rifondazione comunista: si tratta precisamente di «falce, martello e stella di colore giallo su bandiera rossa, inastata, distesa, inclinata a sinistra»; niente bandiera italiana sotto a quella rossa, niente vento a incresparla, in compenso al di sotto c’è un arco di cerchio a bande tricolori e in alto, sempre ad arco, la scritta maiuscola «Partito comunista».

Il 21 febbraio i simboli iniziano ad arrivare in bacheca, il 24 per i funzionari del Viminale i simboli vanno bene così. Garavini e Cossutta sembrano contenti, ma il giorno dopo la doccia è gelida. Un fax del ministero fa marcia indietro: «l’uso del nome Partito comunista si pone in contrasto con i principi dell’uso esclusivo del nome già appartenente a partito tuttora presente in Parlamento». In parole povere, il Pci ha cambiato nome, ma gli elettori l’hanno sempre chiamato “comunista” e l’aggettivo spetta a quel gruppo: i nuovi usino pure la falce e il martello (non si può impedire a chi professa l’idea di adottare quei segni), si sentano pure comunisti, ma cambino parola.

Nel quartier generale dei rifondatori circolano espressioni come «atto illiberale», «atto di intimidazione», «inammissibile violazione dei diritti di libertà» (parole del segretario Garavini). Se la prendono con i funzionari del ministro Vincenzo Scotti, ma soprattutto con il Pds: sempre secondo Garavini, dalle Botteghe oscure sarebbe arrivato un esposto per «difendere l’immagine del “vecchio” Pci». Nega il pidiessino Ugo Pecchioli, nega Scotti, sostenendo che al Viminale hanno deciso per conto loro.

Armando Cossutta non ci crede nemmeno per sbaglio: per lui «Il Pds ha perduto la testa, ha paura, e con ignobile arroganza […] pretende di impedire ad altri, a chi è comunista e vuole continuare ad essere comunista, di usare il nome di Partito comunista». Dal Bottegone non la prendono bene e persino Occhetto dice la sua: a chi gli dice che secondo Cossutta le vicende del simbolo rientrano in un accordo tra lui e il diccì Antonio Gava: risponde duro che «è un’affermazione ridicola». Alla fine, in qualche modo, l’atmosfera si calma, ma di sostituire il simbolo non pensa proprio: tocca dunque all’Ufficio elettorale centrale presso la Cassazione decidere. E in Cassazione il giudizio si ribalta.

«In Italia – si legge nella decisione – sono esistiti il Partito comunista d’Italia, il Partito comunista italiano e il Partito comunista marxista-leninista», nessuno di essi è ora in Parlamento, quindi «il nome Partito comunista non può ingenerare confusione alcuna né trarre in inganno»; l’unico a potersi opporre era il Pds ma all’Ufficio non risulta niente di simile, quindi il nome incriminato può tornare al suo posto. Quelli di Rifondazione comunista, manco a dirlo, brindano: «È una vittoria non solo di Rifondazione ma di tutti gli antifascisti italiani» assicura Luciana Castellina e Garavini è finalmente soddisfatto. Al Bottegone non commentano la riammissione, anche se Massimo D’Alema tiene a precisare che «Sono loro che si sono cacciati nei guai perché sono degli imbroglioni»: il motivo per cui, dopo aver scelto di chiamarsi «Rifondazione comunista», abbiano scelto di rifarsi al nome storico del Pds sembra sfuggirgli del tutto.

Come che sia, sulle schede gli elettori trovano la vecchia bandiera con gli arnesi alla base della quercia del Pds e nella nuova versione stilizzata scelta da Rifondazione: alla Camera il partito di Occhetto ottiene oltre 6 milioni di voti, Garavini e Cossutta si limitano a superare i 2. La somma dei consensi è piuttosto lontana dal risultato del Pci del 1987, ma all’ombra della quercia si mastica amaro perché in tanti hanno segnato le loro preferenze accanto al simbolo di Rifondazione, come se avessero confuso i due partiti o per lo meno i loro simboli: per Veltroni – lo scrive Stefano Marroni su Repubblica – lo scherzetto è costato almeno un punto percentuale. Per i rifondatori, ovvio, sono sciocchezze: «Se uno degli elettori di Occhetto non ha capito che non è più del Pci – conclude lapidario Lucio Magri – vuol dire che è un cretino». A conti fatti, non sembrano nemmeno pochi.

mercoledì 6 marzo 2013

Se l'Intesa popolare cammina con lo scudo (crociato)

Non ce l'ha fatta questa volta a entrare in Parlamento Giampiero Catone, tuttora alla guida dei Circoli de "La Discussione" ed eletto deputato prima nelle liste di Forza Italia (nel 2006), poi in quelle del Pdl (nel 2008). Questa volta lui partecipava alla competizione come segretario politico di Intesa popolare, movimento alleato proprio con il Pdl cui avevano aderito vari movimenti già esistenti in Italia (compreso, tra gli altri, Alleanza democratica dell'ex Dc Giancarlo Travagin) e di cui era divenuto portavoce nientemeno che Vittorio Sgarbi.
Cosa accadrà da qui in avanti a Catone - che del quotidiano La Discussione è tuttora il direttore politico - e ha coloro che hanno deciso di seguirlo, si vedrà. Nel frattempo, è stata fissata una riunione della direzione nazionale del movimento per sabato mattina a Roma, per fare soprattutto il punto sull'esito delle elezioni e sulla preparazione delle consultazioni amministrative previste per i prossimi mesi.
La riunione, tuttavia, non si svolgerà in modo isolato. Congiuntamente, infatti, si riunirà anche la direzione nazionale della Democrazia cristiana guidata da Angelo Sandri. Dopo un primo contatto con la Federazione dei Cristiano Popolari di Mario Baccini (gruppo interno al Pdl), uno dei tanti partiti sedicenti titolari dello scudo crociato ha stretto un accordo proprio con Intesa popolare di Catone: sarà appunto comune la discussione sul risultato elettorale e sulle prossime elezioni amministrative (in Friuli e nel resto d'Italia).
La direzione nazionale congiunta, tuttavia, potrebbe essere anche il punto di partenza di un cammino comune: all'ordine del giorno, infatti, ci sono sia "proposte riorganizzative dei rispettivi partiti e movimenti", sia la discussione "sui rapporti con altri partiti e movimenti di area centrista". La voglia di centro, a quanto pare, in Italia non si spegne; il desiderio inconfessabile che quel centro sia grande, magari sotto l'insegna dello scudo crociato, nemmeno. Non a caso, protagonisti dell'operazione in questo caso sarebbero Angelo Sandri (che prova a far rivivere la Dc fin dal 1998, quando ci provò Flaminio Piccoli) e Giampiero Catone (che, oltre a dirigere il giornale che fu di De Gasperi, ha al suo attivo militanze in Dc, Ccd, Cdu, Udc, Dca). Proprio pochi mesi fa, tra l'altro, lo stesso Catone aveva dato rappresentanza a Montecitorio (all'interno del gruppo Popolo e territorio, dal nome pressoché infinito) alla Democrazia cristiana: non quella di Sandri, però, bensì a quella di Gianni Fontana. Nessuno lo ha detto chiaramente, ma che i militanti di Intesa popolare abbiano il desiderio nemmeno tanto segreto di occupare il posto che era stato della Balena bianca, magari proprio con chi creda di portare in dote lo scudo crociato, è difficile da smentire. Per ora ci sono solo lo 0,08% di voti al Senato e lo 0,07% alla Camera per Intesa popolare: di strada da fare ce n'è parecchia.

lunedì 4 marzo 2013

Quando il Verde non è rosso


Un orsetto, tanto pacifico e sorridente all'apparenza, si era trasformato in una vera spina nel fianco. A ogni elezione che si svolgesse anche in Piemonte, Maurizio Lupi si presentava con il suo simbolo dei Verdi Verdi e prendeva voti. "Sottraendoli con l'inganno alla Federazione dei Verdi", secondo gli attivisti del Sole che ride. Nel 2003 la partita rischiò di farsi davvero insidiosa. Ai Verdi Verdi, infatti, si erano riavvicinati Roberto De Santis e parte di coloro che avevano dato vita all'esperienza dei Verdi liberaldemocratici: c'erano le basi per un percorso politico comune che, sulla carta, poteva portare grossi cambiamenti sul fronte ambientalista.
Non era un "matrimonio d'amore", quello tra Lupi e De Santis: lo racconta proprio quest'ultimo, nel suo libro Da una "grigia" a una "verde" politica. "Lupi non aveva una precisa identità culturale ma solo fini personalistici. Questo ci permetteva, garantendogli quello spazio elettorale di cui aveva bisogno, di avere mani libere nel costruire un percorso politico dotandolo di uno specifico programma e dunque di un’anima. Il contenitore dei Verdi Verdi, almeno formalmente poiché da sempre storicamente presenti, poteva dare maggiore credibilità al progetto". De Santis ci avrebbe messo le idee e l'elaborazione teorica del programma, Lupi il simbolo storico e la notorietà: potenzialmente ne avrebbero guadagnato entrambi. Non devono aver avuto una vita facile, i Verdi Verdi anche in versione "allargata": con il Sole che ride da anni schierato con la sinistra, la lista dell'orsetto continuava a salutare ma spesso lo faceva da un'alleanza di centrodestra o, comunque, in quel modo erano considerati dai simpatizzanti della Federazione dei Verdi. "Non esisteva ancora culturalmente e sotto il profilo programmatico, un approccio alle questioni ambientali con un taglio e profilo in netta antitesi al pensiero ideologico dominante - riconosce De Santis - eppoi in questo paese c'è sempre il bisogno di confinarti in una categoria: se non sei di destra, sei di sinistra e viceversa. Ma non avevamo altri mezzi, pertanto eravamo senza via d’uscita". Lo capì bene proprio Roberto De Santis, quando - da segretario nazionale dei Verdi Verdi - si candidò alle elezioni provinciali di Roma: come slogan della sua campagna elettorale scelse due affermazioni quasi in antitesi, da una parte "L'ambiente non ha colore", dall'altra "Il Verde non è rosso". 
Quella volta i Verdi Verdi dovettero accontentarsi di 5418 voti, lo 0,56% dei consensi totali; De Santis come candidato presidente superò le 6mila preferenze, ma la percentuale si fermò allo 0.51%. Roma e Piemonte a parte, il partito avrebbe voluto estendersi territorialmente per acquistare più spazio: per essere sicuri di partecipare alle elezioni, però, occorrevano le firme. Operazione brigosa e che rischia di non pagare, se alla fine non si elegge nessuno (soprattutto perché nessuno ti aiuta, se pensa di non vedere risultati). Eppure nel 2004 il salto di qualità era quasi a portata di mano: c'era il turno più nutrito delle elezioni amministrative e, soprattutto, si votava per rinnovare il Parlamento europeo. I Verdi Verdi sarebbero stati della partita, ma la storia merita di essere raccontata a parte.

sabato 2 marzo 2013

Se il Parlamento fosse vietato ai partiti

Esercizio di fantademocrazia: si immagini di essere, chessò, nel 2035, con i cittadini che esercitano il loro diritto di voto in ogni comune della Repubblica. Niente di nuovo a prima vista, ma la novità arriverebbe in seguito: a votare, infatti, gli Italiani tornerebbero soltanto dopo cinque anni, senza nessun appuntamento intermedio. In quell’unico turno, infatti, sarebbero eletti tutti coloro che attualmente occupano ogni livello elettivo, dal consiglio di circoscrizione al Parlamento europeo. Non si tratta di un testo dell’assurdo: è casomai la traduzione in concreto della teoria della democrazia solipsista, elaborata nei primi anni ’90 da Lamberto Roberti. Proprio lui, in occasione delle ultime elezioni politiche, si era messo pazientemente in fila per depositare il proprio contrassegno. Un emblema destinato a non passare inosservato, al punto che Stefania Craxi e Carlo Taormina sarebbero rimasti incuriositi ad ammirarlo, arrivando persino a sostenere che fosse il più bello di tutti: non sapevano, probabilmente, che le bacheche del Viminale l’avevano già ospitato due volte. «Il simbolo l’ho inventato nel 2000, prima ad acquerelli poi ne ho proposto alcune varianti – racconta ora Roberti –. È stato frutto di un crescendo di alcuni mesi, col tempo l’ho ripreso più volte in mano, anche incollando dei particolari a mano; bozza dopo bozza, le differenze si avvertivano».
Ha studiato tutto con attenzione Roberti, fin dall’aspetto cromatico: «L’arcobaleno – precisa – comprende tutti i colori e dà come somma il bianco, il che è come dire che non si fa alcuna scelta di parte o, peggio, di partito». La parte centrale, invece, gronda Europa in ogni punto, con il «blu Europa» e le stelle – 12, anche se allora i paesi compresi nell’Unione europea erano già 15 – il tutto in piena coerenza con il sentirsi «cittadino europeo» sempre avvertito da Roberti. Anche se ora, indubbiamente, per lui qualcosa non va: «A distanza di anni, considerando che l’Europa ha preso una piega solo economica, sono un po’ dispiaciuto – ammette – ma il simbolo lo mantengo: spero che in futuro si torni ad avere un’Europa anche politica».
A colpire, tuttavia, è anche quella scritta quasi centrale, «Parlamentare indipendente», quasi un ossimoro per chi si candida. Lo è molto meno se si ha ben presente il motto che lo stesso Lamberto Roberti ha elaborato e fatto proprio: «Uomini in Parlamento, non partiti». È questo lo spirito che dovrebbe animare, sempre secondo Roberti, un nuovo corso profondamente rinnovato, quello della «democrazia solipsista» appunto. Quella basata sull’individuo e che in esso trova compimento. «È una costruzione filosofica che ho inventato nel 1993 – ricorda lui – Sono partito dalla Costituzione e ne ho concluso che la democrazia è tutta della persona, il suo principio è proprio l’individuo: non a caso tutti gli articoli della Carta che si occupano di elezioni sono incentrati proprio sul cittadino».
Non ce la faceva più Roberti a sentirsi dire che, in fondo, non esiste un modo per applicare la democrazia in modo compiuto: così, nel 1992, da chimico biologo che era si è trasferito armi e bagagli sulle montagne al confine con l’Umbria, vivendo a 750 metri in mezzo ai boschi («Del resto io vengo comunque dalla terra» tiene a precisare). Dal suo “ritiro” in quota ha elaborato una filosofia politica particolare: è piuttosto complessa, ma merita attenzione.
«Il disegno della mia teoria comprende l’eliminazione dei partiti e delle varie tornate elettorali oggi previste per riempire gli organi rappresentativi dei vari livelli di governo». Non si tratta di buttare all’aria tutto, casomai solo di calibrare (molto) diversamente ciò che già c’è. E votando solo una volta, magari ogni cinque anni, nel più piccolo consesso possibile, cioè il municipio o la circoscrizione: «Si tratterebbe di eleggere, in quell’unica occasione, un numero di individui che poi, nell’arco di alcuni anni, verrebbero spalmati su tutti i gradi di governo». Come funzionerebbe? «Si tratterebbe di fare la somma di tutti gli eletti ora presenti tra circoscrizioni, comuni, province, regioni, Parlamento italiano e Parlamento europeo e distribuire proporzionalmente quel numero su tutta la popolazione, in modo da sapere in ogni circoscrizione quante persone devono essere elette. Dopo le elezioni, quelle persone operano tutte a livello circoscrizionale finché, dopo sei mesi o un anno, resta a quel livello solo il numero di eletti necessario ad assicurare il funzionamento dell’ente, mentre gli altri vanno tutti nel livello superiore».
In pratica, nel comune si ritroverebbero persone provenienti da varie circoscrizioni, nella provincia eletti in vari comuni e così via. «Si darebbe il tempo a questi individui di conoscersi meglio e lavorare tra loro – continua Roberti – poi dopo un anno si riproporrebbe il passaggio all’ente superiore di coloro che non sono essenziali per la guida dell’ente e così fino al Parlamento europeo». Per andare a regime con un sistema simile occorrerebbe qualche decina di mesi, sostituendo via via, in modo non traumatico, gli attuali livelli di governo con quelli della democrazia solipsista. Nessuno degli eletti, soprattutto, avrebbe alcuna appartenenza di partito, trattandosi esclusivamente di candidature individuali: «A chi ritenesse illiberale questo punto – precisa Roberti – vale la pena ricordare che nessun partito oggi ha un ordinamento democratico, come richiesto dall’articolo 49 della Costituzione, al punto che manca perfino una legge che regoli la democrazia interna ai partiti». E come dargli torto…  
Nel tentativo di far conoscere meglio queste sue idee, Lamberto Roberti si è candidato al Senato nel 2001, alle europee nel 2009 e – come visto – alle ultime elezioni politiche. Gli elettori, però, non hanno potuto votare per i Parlamentari indipendenti e la cosa ancora lo disturba: «Avevo lanciato anche via Facebook un appello per trovare candidati – chiarisce – ma in varie regioni i capilista, spesso provenienti dal Popolo Viola, si sono ritirati negli ultimi giorni utili, molto probabilmente su pressioni dei partiti di riferimento, così mi hanno lasciato sguarnito».
Sarebbe dunque questa la ragione principale che ha impedito a uno degli ultimi simboli creati a mano della storia italiana («Non è nato su Photoshop», precisa il suo autore con orgoglio) di finire sulle schede. Roberti ha comunque avuto a disposizione un po’ più tempo rispetto al 2009, l’anno delle elezioni europee: «Ricordo che arrivai trafelato a Roma per depositare l’emblema – racconta –ma non avevo ricevuto dai ragazzi della tipografia le copie necessarie del simbolo: ho dovuto portare per forza con me il simbolo che il Ministero mi aveva restituito dopo le elezioni del 2001». Un simbolo già ammesso dunque, ma che portava addosso qualche cicatrice: «Il foglio dell’emblema era rimasto a lungo piegato nella busta gialla con cui ho riottenuto la mia copia del contrassegno: sulla piega centrale il colore è venuto meno e, in bacheca, alla fine si vedeva». Anche stavolta, a dire il vero, il simbolo è stato riutilizzato, ma Roberti si è armato di pennarelli e ha cercato di porre rimedio al danno. A giudicare dal risultato finale, lo scopo sembra raggiunto: più facile sistemare quello, in fondo, che inaugurare la democrazia solipsista.