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venerdì 31 marzo 2017

Mortara, una bandierina forzista per due

Ora che c'è la data delle elezioni amministrative, l'11 giugno, si sa che tra il 12 e il 13 maggio dovranno essere presentate le liste e tutti i documenti correlati, compreso ovviamente il simbolo per correre alle elezioni. Alcune realtà, in base alle premesse, promettono scintille: tra queste c'è Mortara, comune del pavese, oggi guidato dal leghista Marco Facchinotti, eletto per la prima volta nel 2012.  
Il sindaco uscente si ricandiderà per tentare un secondo mandato (con la lista civica ViviAmo Mortara al fianco del Carroccio) e il suo principale avversario sarà il bancario 32enne Marco Barbieri, già consigliere comunale in questa consiliatura in quota Pd. Si parla di tre liste a suo sostegno, una personale, una del Pd e una legata a Forza Italia. Queste due, peraltro, saranno civiche, senza l'uso del simbolo ufficiale, almeno nella sua forma tradizionale: in particolare, i forzisti hanno "deciso di lasciare campo libero alle forze civiche", come dichiarato dal commissario provinciale di Fi Carlo Barbieri. In compenso Tutti uniti per Mortara ha comunque l'apparenza dei contrassegni di Forza Italia da presentare alle elezioni amministrative, compresa la bandierina: al posto dell'espressione "Forza Italia", in compenso, ha "Tutti uniti".
Tutto bene? Insomma. L'idea che Forza Italia si prepari a sostenere un candidato sindaco del Pd - in chiave soprattutto antileghista - non è andata giù a una parte dei militanti forzisti. Per questo si sta lavorando a un'altra lista, Forza Mortara, che dovrebbe avere come candidata sindaca Paola Savini. Il simbolo definitivo (e rotondo) ancora non c'è - dalla lista, su mia domanda, dicono che ci lavoreranno la prossima settimana - ma visitare la pagina Facebook del gruppo è tutto un programma. Come banner di copertina, infatti, c'è una folla con bandiere forziste sventolanti; come foto profilo, in attesa dell'emblema, c'è un quadrato con il fondo della bandiera di Cesare Priorila scritta (bianca, in Arial Black) "Forza Mortara", riportata in orizzontale, senza seguire l'andamento della linea bianca diagonale.
Per quanto l'emblema sia provvisorio, coloro che stanno lavorando alla lista Tutti uniti non l'hanno presa affatto bene e hanno annunciato battaglia, come emerge bene dalle cronache curate da Sandro Barberis per La Provincia Pavese. "La nostra civica di Forza Italia è quella indicata dal partito che ci ha dato il simbolo - ha dichiarato, con decisione, Franco Varini, tra coloro che stanno lavorando per presentare la lista - siamo noi Forza Italia sul territorio e sono gli altri che non hanno i requisiti per avere il simbolo del partito: noi useremo il simbolo di Forza Italia in campagna elettorale. Penso che faremo ricorso alla commissione elettorale per simboli simili al nostro, ma non ufficiali di Forza Italia. Ma queste polemiche non ci interessano". Più spiccio il commissario provinciale forzista Carlo Barbieri, per il quale "la questione del simbolo la dovrà valutare l'ufficio elettorale del Comune", intendendo la (sotto)commissione elettorale circondariale.
La possibile candidata alla poltrona di prima cittadina per Forza Mortara, in compenso, non si è limitata a incassare: "Continuano a considerarmi una ragazzina capricciosa - ha detto Paola Savini, sempre traendo dall'intervista di Barberis - . Io farò campagna elettorale con il logo delle liste civiche di Forza Italia, al momento della consegna delle liste vedremo che dirà la commissione. Sono architetto, non ho bisogno di aiuti grafici per sistemare un simbolo elettorale".
La risposta, non priva di ironia, può far sorridere. E' molto probabile, comunque, che la commissione chieda di ritoccare l'emblema. E' vero che i simboli non sono uguali, ma se certamente Tutti uniti potrà contare su un'apposita delega-autorizzazione del commissario di Forza Italia a utilizzare e modificare l'emblema, Forza Mortara non potrà fare altrettanto: l'uso contemporaneo dei colori e dell'espressione "Forza..." rischia seriamente di essere considerata confondibile e decettiva, anche senza alcuna segnalazione da parte dei rappresentanti forzisti. Sarà comunque necessario aspettare per vedere il simbolo definitivo della lista legata a Paola Savini: solo su quello la citata commissione si potrà pronunciare a tempo debito.

giovedì 30 marzo 2017

Unione monarchica italiana, la voglia "proporzionale" di candidarsi

Non è ancora dato sapere con quale legge elettorale si andrà alle prossime elezioni politiche, certamente tra meno di un anno; eppure, da quando è intervenuta la Corte costituzionale, aprendo di fatto la strada anche alla Camera a un sistema tendenzialmente proporzionale (nell'ipotesi in cui non scattasse il premio di maggioranza), sembrano destinati ad aumentare i soggetti che vogliono provare a concorrere. Certo, la soglia del 3% non è alla portata di tutti, ma a questo punto tanto vale provare e, se fortuna e miracoli assistono (e magari qualcuno con una leggina o un emendamentuccio abbassa l'asticella), può perfino scapparci l'eletto. 
Tra coloro che ci provano o, almeno, vorrebbero provarci, sembrano esserci anche i monarchici. Non tutti, in realtà, ma quelli che si riconoscono nell'Unione monarchica italiana, che il 18 marzo - come raccontato da Alfonso Raimo in un articolo per l'agenzia Dire - si sono ritrovati a Roma, al Centro congressi Cavour, per un convegno volto a commemorare Umberto II nel 34° anniversario della sua scomparsa. Si faccia attenzione, l'Umi non è un partito, ma si qualifica come "la più 'antica' realtà associativa monarchica italiana", nata nel 1944, quando il capo dello Stato italiano era ancora un re. Ora, comunque, qualche velleità elettorale l'associazione sembra averla: è stato lo stesso presidente, Alessandro Sacchi, a invitare a stare pronti - "Estote parati", frase evangelica che negli anni è diventata il motto anche degli scout - perché il tempo della proposta politica monarchica potrebbe tornare.
La platea all'incontro era varia: tra gli uditori, anche parlamentari come Renato Schifani (Forza Italia) e Daniele Capezzone (Conservatori e riformisti), l’ex ministro degli esteri Giulio Terzi di Sant’Agata, ma anche Bianca di Savoia-Aosta, contessa Arrivabene, la prima figlia del duca Amedeo, al quale da tempo l'Umi è vicina. A monte e a valle c'è la volontà di ripetere il plebiscito del 1946, che in quell'occasione premiò la repubblica (anche se alla consultazione per lo storico Francesco Perfetti sarebbe seguito "un colpo di Stato"), ma oggi potrebbe avere un esito più favorevole alla monarchia: tappa necessaria, nel mezzo, sarebbe la revisione costituzionale che prevedesse l'abrogazione dell'articolo 139 o, almeno, l'eliminazione della parola "non", rendendo rivedibile anche la forma repubblicana, il tutto per rimuovere quella che Sacchi ha chiamato "una mostruosità giuridica".  
Oggi l'Unione monarchica italiana - a lungo guidata da Sergio Boschiero - e di cui ora è segretario ad interim Oronzo Cassa (dopo le dimissioni di Davide Colombo), vorrebbe provare a riportare i monarchici alle elezioni e in Parlamento (che li ha visti presenti per l'ultima volta nella legislatura 1968-1972), forte dei circa 70mila iscritti dell'Umi ("con simpatizzanti anche tra i grillini", sempre secondo Sacchi). Nella loro mente c'è un diverso ruolo per il capo dello Stato ("Il re d’Italia sarebbe un Capo davvero terzo, imparziale, sobrio", a differenza dei presidenti della Repubblica, "uomini di partito") e anche un potenziale capo della forza politica, Aimone di Savoia-Aosta, secondo figlio di Amedeo, manager all'interno di Pirelli Tyre. 
Certo, la candidatura dei monarchici, come singoli in lista o proprio come liste, dipenderà dalla legge elettorale (eventuali collegi uninominali renderebbero l'impresa impossibile). Di certo, però, tra i monarchici sembra esserci voglia di non essere "solo portatori di voti", come detto da Alessandro Sacchi, che ha chiuso il suo intervento con "Avanti Savoia!”, appena prima dell'inno sardo. Basterà tutto questo a riportare la Corona reale e il nodo dei Savoia sulle schede e in Parlamento?

martedì 28 marzo 2017

Palermo, Democratici e Popolari per Orlando senza simboli. Tranne uno

Alla fine la lista di Pd, Centristi per l'Europa e Alternativa popolare che appoggerà Leoluca Orlando nel tentativo di farsi confermare sindaco di Palermo si è data un nome, Democratici e Popolari, e un contrassegno. E se il nome, tutto sommato, è sufficientemente generico per includere tutti (anche se con riferimenti precisi alle due anime della lista, quella dem e quella dell'asse tutto siciliano Alfano-D'Alia), la vera partita delicata era quella dell'emblema: Orlando aveva ripetuto più volte di non volere alcun emblema di partito a sostegno della propria corsa e la richiesta, fermissima, non era stata accolta senza malumori dalle forze politiche interessate all'appoggio. 
Il contrassegno presentato ieri pomeriggio, tecnicamente, non contiene alcun simbolo di partito, per lo meno non ne raccoglie di interi. Eppure non serve un occhio allenato per dire che, in realtà, i simboli ci sono eccome, soprattutto uno. Spezzettato come un puzzle, magari, ma c'è. Perché la D bianca individuata grazie al fondo rosso è chiaramente quella del Pd, come la forma e la piccola "unghiata" del traforo della lettera testimoniano; la stessa D di "Democratici" è proprio quella del simbolo dem ideato da Nicola Storto nel 2007. 
E che il Pd sia, in qualche modo, un "azionista di maggioranza" della lista - che, non a caso, esprimerà metà dei candidati della lista, mentre l'altra metà se la dovranno dividere le altre due sigle - lo mostra il fatto che la P dell'emblema dei dem è stata usata come iniziale di "Popolari", praticamente fagocitando il partito di Alfano e Dore Misuraca: l'impressione è consolidata dall'uso della font Din, spesso presente nelle grafiche del Pd, anche per la parola "Popolari", se non altro tinta di blu scuro, come il vecchio logo di Ncd. Ancora più ridotto, se possibile, appare il peso grafico dei Centristi per l'Europa, di fatto richiamati solo dal segmentino inferiore blu con quattro delle dodici stelle d'Europa (un po' più dinamiche rispetto al simbolo originale, in verità) e, volendo, dalla stessa etichetta di Popolari, che non farà parte del nome del nuovo partito di Pierferdinando Casini e Gianpiero D'Alia, ma appartiene pur sempre alla loro storia politica.
La versione ufficiale fornita da Antonio Rubino, responsabile organizzativo del Pd siciliano, è un trionfo degli sforzi inclusivi: "Il simbolo che abbiamo presentato tiene dentro le istanze dei nostri alleati, del Sindaco ma soprattutto dei tanti iscritti e militanti del Pd che ci hanno spronato a tenere insieme unità e identità. Siamo convinti di esserci riusciti e che adesso ci sono tutte le condizioni per fare una bella ed entusiasmante campagna elettorale". Bisogna dare atto - quel che è vero va detto - che graficamente il risultato finisce per essere gradevole: il contrassegno è piuttosto armonico, spazi e colori sono ben studiati; anche da piccoli dettagli - come l'angolino del fondo rosso della D, ripiegato per mostrare il retro verde - dimostrano l'attenzione messa nell'elaborare un emblema che doveva mettere d'accordo varie esigenze. Certo, cura e attenzione non bastano a rendere originale un contrassegno che proprio non può esserlo, così come continuare a sostenere che in quel cerchio non c'è nemmeno un simbolo diventa per lo meno difficile.

domenica 26 marzo 2017

Palermo, il "tetto" dei Comitati civici per Ferrandelli

Se all'interno della coalizione che dovrebbe sostenere Fabrizio Ferrandelli nella corsa a sindaco di Palermo si è aperta la querelle legata all'uso del simbolo di Forza Italia (e, a monte, alla stessa presenza dei forzisti nella compagine a sostegno di quel candidato sindaco), non dovrebbero esserci dubbi sull'appoggio di un altro contrassegno, quelIo del Movimento Comitati civici, presieduto da Leonardo Canto e che ha come segretario generale Claudio Castronovo.
Qui, peraltro, vale la pena sottolineare che non si tratta di una realtà nata in prossimità del voto, bensì di un'associazione nata a febbraio del 2013, dall'impegno di "un ristretto gruppo di ragazzi (alcuni dei quali neo laureati, o avviati da poco al mondo del lavoro)": un gruppo che - si legge nel sito dell'associazione stessa - era "stanco di vivere una quotidiana realtà fatta di disagi, disservizi e caratterizzata da una totale e pressoché onnipresente sfiducia verso il futuro", per cui era venuto spontaneo fondare "un gruppo civico di protesta". Comuni denominatori erano la voglia di cambiare, la mancanza di esperienza politica alle spalle, "uno sconfinato amore per la propria terra" e la "folle ambizione, ma concreta, di contribuire alla sua definitiva rinascita".
Il nome stesso - che a chi ha buona memoria ricorda l'esperienza del 1948 di Luigi Gedda, ma la realtà odierna non ha nulla a che fare con quei gruppi - vuole dare il senso dell'aggregazione spontanea dal basso, di cittadini che si mettono insieme per qualcosa. Non per contestare soltanto, ma per proporre e, soprattutto, senza una collocazione politica tradizionale: "Chi fa parte dei Comitati civici - si legge ancora nel sito - non ha un preciso colore politico, se non il proprio, perché perfettamente consapevole di dover cambiare il punto di vista in merito alla realtà circostante: occorre avere a cuore un solo obiettivo, la buona politica della cosa pubblica".
Sono gli stessi fondatori dei Comitati a rivendicare la necessità di avere "una voce libera e scevra da qualsiasi logica delle appartenenze" per ogni vicenda che riguardi la gestione del comune di Palermo o questioni economiche, sociali e culturali del territorio. Per questo occorreva ripartire "dai quartieri e dai comuni", domandandosi da quel punto di vista quali siano "le reali priorità ed i reali bisogni" dei cittadini. Il gruppo, al motto similkennediano "Non chiederti cosa può fare il tuo Paese per te, ma chiediti cosa sei disposto a fare tu per il tuo Paese", affianca una massima di padre Pino Puglisi: "Qualcuno potrebbe dire che dovrebbero pensarci le istituzioni, noi intanto agiamo così il nostro agire diventa anche protesta". Tutto questo per evitare ogni disfattismo o atteggiamento rinunciatario.
La prova delle urne a Palermo, in ogni caso, non sarebbe la prima per i Comitati civici: in vari comuni la lista ha corso con successo, tra cui Isola delle Femmine, Montelepre e Piana degli Albanesi. Tra questi c'è anche Carini, sempre in provincia di Palermo, in cui i Comitati nel 2015 hanno eletto due consiglieri, essendo collegati a Giuseppe "Giovi" Monteleone, poi eletto sindaco. Il contrassegno fu caratterizzato in modo particolare (in particolare con lo slogan "Identità e futuro" e un accenno di stretta di mano), ma rimanevano i due elementi fondamentali del simbolo dei Comitati: il nome scritto in carattere Nyala e un segno composto da due parallelogrammi - uno bianco e uno rosso - disposti a specchio, come a ricordare il tetto di una casa. Nell'emblema originale (sempre su fondo blu), questo disegno è molto più evidente, mentre l'aggettivo "Civici" è più marcato rispetto al resto del nome; nella parte inferiore, poi, è presente un piccolo elemento tricolore. Non è dato sapere se l'emblema sulla scheda arriverà così; in ogni caso, è già pronto all'uso e fin da febbraio si è registrata la disponibilità di una settantina di persone a candidarsi. In quella stessa sede è maturata - nella maggioranza delle persone legate al progetto - la decisione di schierarsi a fianco di Ferrandelli. Il quale non poteva non apprezzare un sostegno "tutto civico" come questo.

sabato 25 marzo 2017

Palermo, lite sul simbolo (sbilanciato) di Forza Italia

Alla fine il caos a Palermo, la città in cui i simboli di partito sulla scheda rischiavano di diventare più rari di un orso polare nella steppa, è scoppiato. Perché da un paio di giorni, sui manifesti di Antonio Purpura, è sì esplicitato il sostegno a Fabrizio Ferrandelli, ma in alto si vede bene l'emblema tricolore di Forza Italia.
A Ferrandelli, che negli ultimi giorni aveva di fatto ottenuto l'appoggio dei forzisti nella sua corsa alla poltrona di primo cittadino palermitano, quell'apparizione dev'essere sembrata davvero eccessiva. Tanto che, secondo quanto scritto da Emanuele Lauria per Repubblica.it, il candidato sindaco sarebbe "andato su tutte le furie", lamentandosi dell'accaduto non con un soggetto qualsiasi, ma con Gianfranco Micciché: è sempre Lauria a ricordare come Purpura ne sia stato il capo di gabinetto all'Assemblea regionale siciliana e sia tuttora considerato uno dei suoi "fedelissimi". 
Lo stesso Micciché avrebbe avuto da ridire, per la nuova tentazione di Ferrandelli di affidarsi solo a "simboli mascherati". Il problema apparirebbe difficile da sormontare: giusto oggi, per dire, Salvatore Parlagreco su Siciliainformazioni ha scritto della decisione del coordinatore forzista a Palermo Francesco Scoma di rimettere in discussione l'alleanza "civica" con Ferrandelli. Non ci sarebbe solo il problema del simbolo: l'articolo ricorda come poco prima il capogruppo di Forza Italia all'Ars, Marco Falcone, avesse lasciato il coordinamento delle primarie del centrodestra (strumento che non è mai stato nelle simpatie di Fi e del suo leader).
Di certo, qualcuno avrebbe dovuto lamentarsi anche della resa grafica del simbolo di Forza Italia: è pur vero che quello sui manifesti sembra essere stato un emblema temporaneo, piazzato lì per marcare il territorio (e per far uscire le prime affissioni) nell'attesa di elaborare la grafica definitiva, ma la resa è davvero scarsa. Non si è ripresa la bandierina, coi bordi ondulati, ma si è semplicemente ridotta la scritta allargando il fondo tricolore (come se la bandiera fosse stata molto più larga e si fosse messo a fuoco un dettaglio). La marca territoriale aggiunta - "Per Palermo" - è parallela alla scritta, ma in quella posizione e con la riduzione del logo finisce per sbilanciare, e di molto, l'emblema; lo stesso simbolo nazionale del 1996, che aveva rinunciato ai bordi del vessillo per dare più rilievo alla scritta (orizzontale) si presentava più armonico rispetto a quello visto sui manifesti di Purpura.
Si vedrà nei prossimi giorni se e come si risolverà il problema politico tra Ferrandelli e forzisti; nel frattempo, una "mano d'aiuto" al grafico non sarebbe da buttare via.

mercoledì 22 marzo 2017

Articolo 1: tanti contenuti, ma il messaggio dov'e?

Ammettiamolo: in qualche modo era già stato tutto detto e, volendo, tutto scritto. Fin dal lancio di Articolo 1 - Movimento democratico e progressista, poco meno di un mese fa, era stato detto con chiarezza da Roberto Speranza che la Costituzione, e in particolare la sua prima disposizione, era il vero emblema del nuovo soggetto politico ("E' il tratto identitario più bello della nostra comunità. Noi siamo questo, è il nostro simbolo, il nostro progetto per l'Italia"). E, il 7 di marzo, l'ex responsabile dell'organizzazione Pd Davide Zoggia dai microfoni irriverenti di Un giorno da pecora aveva preannunciato: "Il nostro simbolo? Sarà con scritto sopra 'Articolo 1' e sotto 'Movimento Democratico e Progressista', con dei colori che dovrebbero richiamare la bandiera italiana, con una prevalenza di rosso".  
Così era stato detto, così in fondo è stato fatto. Oggi, al Tempio di Adriano, nel segno e nella memoria di Alfredo Reichlin da poco scomparso, Speranza ha letteralmente svelato l'emblema scelto per il nuovo movimento. Per carità, qualche sospetto sul fatto che non ci si sarebbe trovati di fronte a qualcosa di simile a un simbolo tradizionale, pronto per finire sulle schede elettorali, doveva esserci: il drappo verde posto a coprire il logo posato sul cavalletto faceva chiaramente indovinare una figura rettangolare; poteva però trattarsi di un'immagine più ampia, di cui il nuovo segno distintivo era solo un elemento.
Al contrario, rettangolo sembrava e rettangolo più o meno si è dimostrato, certamente coi colori della bandiera e certamente con prevalenza di rosso. Anzi, il partito ha provveduto pure a dare alcune chiavi di lettura dell'emblema, grazie a una nota diffusa nel pomeriggio:
Il nome e il simbolo, di matrice tipografica, richiamano chiaramente il primo articolo della Costituzione italiana. L'utilizzo della parola al posto del numero vuole elevare "uno" a principio fondamentale e universale del movimento, trasmettendo il concetto di unità e inizio oltre che rimettendo al centro dei nostri valori la democrazia e il lavoro. I colori richiamano quelli della Repubblica italiana. Il carattere stencil del logotipo "uno", composto di diversi elementi, ne rafforza il potere evocativo, esaltandone contemporaneamente la solidità e l'immediatezza espressiva.
Ora, il tentativo di spiegare e rendere chiara la scelta grafica - che, secondo Affaritaliani, sarebbe da ricondurre a SPIN, team di comunicazione strategica e spin doctoring coordinato dal giornalista Andrea Camaiora (già al servizio di alcuni esponenti di spicco di Forza Italia, poi al fianco di vari esponenti dem ed ex Pd, fino ad Alfredo D'Attorre, tra i fondatori di Articolo 1 Mdp) - è certamente apprezzabile. La tentazione di dire che questo non basta, tuttavia, è fortissima. Perché vanno bene i riferimenti al lavoro, ai colori della Repubblica, alla storia della sinistra, ma è difficile leggere tutto questo in una costruzione grafica fatta di sei parole, due delle quale rese evidenti dalle dimensioni e dai colori. Ci può stare il voler comunicare solidità e immediatezza espressiva di un valore attraverso un carattere stencil, ma un conto è provarci, un altro è riuscirci.
A dispetto del tentativo (comunque da guardare con rispetto) e delle intenzioni, quello che sembra mancare è proprio un messaggio, un significato chiaro. E non si vuole certo dire che l'idea dell'articolo 1 della Carta costituzionale sia debole o poco significativa: già all'indomani delle polemiche per la scelta di usare un'etichetta simile ai "Democratici progressisti" schierati nel 2014 alle elezioni calabresi, avevo sostenuto che "Articolo 1" potesse essere un buon nome (anche se ignoravo che a livello locale altri ci avessero già pensato); in ogni caso, ci hanno pensato due costituzionalisti di alto livello come Mario Dogliani e Anna Falcone a ricordare l'importanza e la potenza di quell'incipit della Carta. 
E allora? Forse, allora, si deve ammettere che leggere "UNO" così grande, così visibile certamente spiazza e forse si fa riconoscere, ma sembra non riuscire a dire tutto ciò che il nuovo gruppo è e vuol essere. Può far pensare che conta il singolo, benissimo, ma si rischia di far sentire solo ogni singolo militante; rischia di ricordare concetti come "uno vale uno" (non proprio accostabile a un soggetto politico come questo) o di far dire che, tempo qualche mese, di demoprogressisti "ne resterà solo uno". 
Difficile dire con nettezza, guardando solo l'emblema, chi siano "quelli di Mdp" (un nome che è stato messo in basso, molto meno visibile, forse per evitare azioni legali di Carbone e soci), in cosa si riconoscano questi aderenti, oltre che naturalmente nell'art. 1 della Costituzione. Certo, nemmeno il garofano, la foglia d'edera e lo scudo crociato in sé brillavano per facilità di interpretazione, ma il messaggio (e tutto il suo mondo intorno) passava comunque, anche grazie alla grafica. Al di là dell'art. 1, dal quale non si può prescindere, l'emblema non sembra riuscire a comunicare molto altro. Un vero peccato, per chi ha lavorato a questo "nuovo inizio" e si ritrova con molti contenuti e poca anima.

sabato 18 marzo 2017

Ncd volta pagina: l'Alternativa popolare di Alfano

Il passaggio, alla fine, è arrivato, anzi quasi, visto che ufficialmente manca qualche ora, ma il punto di arrivo della mutazione del Nuovo centrodestra è ormai definito. Questa mattina al Centro congresso di Roma Angelino Alfano ha presentato il simbolo di Alternativa popolare, in quella che è l'ultima assemblea nazionale di Ncd.
Il cambiamento non è radicale, a ben guardare: il cuore giallo - senza stelle, dopo la diffida del Ppe - è lo stesso che ormai dalle amministrative dell'anno scorso caratterizza le liste locali presentate o ispirate da Ncd (giusto il fondo blu è più scuro, un omaggio all'Europa che gli alfaniani vogliono cambiare senza volerla abbandonare), come è uguale nella font la parola "Popolare", che prima si accompagnava al nome "Area". Al suo posto, in stile comunque grassetto, ora c'è "Alternativa", che in parte si sovrappone al cuore e in parte ne è nascosta. 
Che la parola "destra" dovesse sparire da nome ed emblema era ormai chiaro. Il suggello definitivo alla scelta di non collocarsi formalmente nel vecchio schieramento è arrivata dalle parole di Alfano di questa mattina: "Oggi - ha detto - è tecnicamente impossibile la missione di innovare il centrodestra, anche perché un pezzo di centrodestra fondamentale, Forza Italia, ha deciso di allearsi con i lepenisti e c'è un travaso di voti da Fi alla Lega Nord e a altri a destra di Fi". L'area, già anticipata dalla scelta del nome "Area popolare" (che peraltro in un primo tempo era condiviso con l'Udc) è invece quella dei popolari europei, contro gli antieuropeisti ma anche - almeno nelle premesse e nelle dichiarazioni - a debita distanza dalla sinistra.
Una scelta "altra", insomma, nemmeno da "terza via" ma semplicemente "altra". La scelta del nome viene proprio da lì: "Noi - è ancora Alfano a parlare - siamo alternativi ai vaffa, alle ruspe, ai lepenisti, a chi dice no all'Europa, alla sinistra che guarda ad un passato che non torna". L'idea del ministro degli esteri, dunque, è di "realizzare un'alternativa che nasca dal popolo e che sia per il popolo": l'etichetta da adottare per dare una casa a liberali e moderati, dunque, era praticamente ovvia.
Il fatto che Alfano ieri su Twitter abbia parlato del "nuovo volto di Ncd" fa pensare che la scelta che tra poche ore sarà ufficializzata si traduca in un semplice cambio di nome. Allo studio, in ogni caso, ci sarebbero state anche altre opzioni: anche se l'emblema sarebbe già stato depositato presso il Viminale - secondo il racconto fatto oggi da Pasquale Napolitano per Il Giornale - accanto al nome effettivamente scelto ci sarebbero state altre opzioni, in particolare "Patto per l'Italia" (già usato da Mariotto Segni alle politiche del 1994, senza troppa fortuna), Unione Popolare (dizione già vista sul simbolo depositato alle politiche del 2013 da Maria Di Prato) e Iniziativa Popolare (nuovo, almeno sul piano nazionale: a livello locale il nome risulta avere corso per lo meno a Guanzate, in provincia di Como, nel 2012, ma si tratta evidentemente di tutt'altra cosa).
Sempre Napolitano svela che il nuovo nome alfaniano sarebbe stato benedetto da una ricerca di Ipr Marketing, che lo descriverebbe come "in grado di riscuotere maggior consenso tra gli elettori". Non è dato sapere, al momento, se sarà davvero così. Resta naturalmente l'incognita della legge elettorale: lo sbarramento al 3% potrebbe dare poche preoccupazioni (anche se avere certezze sui risultati non è mai opportuno: vedere alla voce "Monti"), ma un sistema elettorale fondato sulle liste e non sulle coalizioni certamente darebbe al partito di Alfano, come a molti altri, assai meno potere contrattuale e meno prospettive in termini di eletti. A quel punto, avere cambiato nome potrebbe non bastare.

venerdì 17 marzo 2017

Pisapia in Campo (progressista), ma niente partito

Che la ricostruzione, o per lo meno una nuova fase del centrosinistra possa passare attraverso l'impegno di Giuliano Pisapia e di chi crede al suo progetto, Campo progressista, è certamente un'eventualità da non scartare. Che molto probabilmente quello che è stato inaugurato l'11 marzo al teatro Brancaccio non sarà un partito, in compenso, è piuttosto chiaro. 
Non che un partito sia per forza necessario, a ben guardare. La "spinta dal basso" al centrosinistra, con buone intenzioni, può darla chiunque, dal singolo al gruppo organizzato, senza che si debba per forza organizzare un soggetto con cui magari presentarsi alle elezioni, col rischio magari di unire poche persone e di dividere ancora di più un'area che appare particolarmente frammentata.
Perché è giusto chiedersi - e chiedere - al Pd cosa voglia fare dopo il 30 aprile ("vogliono stare ancora con Verdini e il Nuovo centrodestra o vogliono un nuovo centrosinistra?), così come è probabile che a qualcuno sia venuta la domanda inversa, cioè se quel "campo" di centrosinistra sia compatibile con il Pd, a prescindere dalle sue versioni (che è come chiedersi se il Pd può davvero cambiare, rispetto a com'è ora, anche se per Pisapia non ci sono nemici); è però altrettanto legittimo dirsi che "se c'è bisogno di qualcosa di nuovo che non disperda le radici, abbiamo bisogno di tante persone, senza chiedere loro di abbandonare la casa". 
Sa Pisapia che non è questione di leader, anche se si è capito che "l'idea che al Paese bastasse questo è stata fallimentare" (persino Renzi, in qualche modo, lo ha ammesso): potrebbe farlo, il leader, ma non ha inteso porsi come tale. Un po' perché sarebbe un problema serio guidare in modo credible uno spettro potenzialmente amplissimo, visto che potrebbe idealmente estendersi da Nicola Fratoianni a Bruno Tabacci, passando per Nicola Zingaretti e Massimo Zedda. 
E' sempre l'ex sindaco di Milano a dire che con Campo progressista "non si vuole fare un partitino": i maliziosi di professione dovrebbero mettere da parte le loro teorie, per cui i dubbi di Pisapia sarebbero solo una questione di ambizione ("non si vuol fare un partitino, ma un partitone magari sì?"), visto che è sempre lui a precisare che alle elezioni amministrative di primavera a Campo progressista sarà riservato il compito "di accompagnare ma non partecipare direttamente". 
E a rassicurare più di qualcuno sul fatto che non si punti alle elezioni concorre anche il simbolo scelto, non circolare ma "quadrato debordante", i cui colori sono rimasti più o meno quelli delle origini, anche se distribuiti diversamente. L'aggettivo "progressista" è rimasto marrone scuro; la parola "Campo" ha mantenuto la font precedente, ma con qualche "taglietto" alla A e alla P, giusto per caratterizzare meglio la scritta. E se prima "Campo" era arancio, ora la scritta è bianca, che si staglia su un fondo irregolare, a pennellate appunto arancioni, giusto per non disperdere il vecchio "marchio" di Pisapia; quanto al marroncino che tingeva lo sfondo del sito, ora marca semplicemente il contorno del quadrato che dà in qualche modo regolarità al "campo", pur senza segnarne in modo rigido e irregimentato i confini (un'immagine che la dice lunga, al momento, sulla dimensione in fieri del progetto).
Si è comunque parlato - lo ha fatto Nicola Corda sull'Huffington Post - di un possibile "bollino arancione" per le liste che Articolo 1 - Movimento democratico e progressista potrebbe presentare alle amministrative. Al momento, i gruppi che Mdp ha creato alla Camera e al Senato non contengono altro nel loro nome; c'è comunque chi vede una certa vicinanza a Pisapia e a quel progetto, per alcune persone in campo, per le idee e soprattutto per il ben diverso respiro che avrebbe un disegno politico unitario rispetto alla corsa solitaria di Speranza e soci. Per ora, in ogni caso, il Campo resta quadrato, dai confini non del tutto definiti; è vero, il tutto si può inscrivere o inserire in un cerchio, ma non sembra questo l'orizzonte partito meno di una settimana fa dal Brancaccio.

martedì 14 marzo 2017

Mentana, risolvere un cubo di Rubik è come governare?

Alcune scelte grafiche, per quanto riguarda i contrassegni elettorali, sono destinate a non passare inosservate. Nonostante questo, non è detto che garantiscano buoni risultati; allo stesso modo, può accadere che, abbandonate quelle soluzioni, il responso delle urne sia decisamente migliore, senza che ovviamente il merito sia per forza della nuova (o dell'abbandonata) grafica.
Per rendercene conto, possiamo andare a Mentana, comune superiore della provincia di Roma. Nel 2011 si presentarono agli elettori ben 14 liste; al ballottaggio il candidato del centrosinistra Altiero Lodi prevalse sull'aspirante primo cittadino di centrodestra (anche se al primo turno il risultato era stato opposto, in linea con l'amministrazione uscente di centrodestra), eppure difficilmente a qualcuno sarà sfuggito, sulla scheda, il simbolo legato a Marco Benedetti, candidato sindaco per la lista Rinnovamento e cambiamento, dopo che era stato segretario del locale circolo Pd e candidato alle primarie del centrosinistra, prima che il Pd a livello provinciale decidesse di non partecipare, di fatto annullando la competizione e sostenendo il citato Lodi, che era stato proposto dall'Udc.
Benedetti corse comunque, ma non poteva certo farlo col simbolo dem. Il nome, Rinnovamento e cambiamento, dava l'idea del "voltare pagina", ma poteva non attirare abbastanza l'attenzione (e di attenzione, avendo contro la lista del Pd, ne serviva parecchia); anche la "e" del nome, per quanto proposta in carattere pennellato, non sembrava "bucare la scheda". A un certo punto, l'idea è balenata e a raccontarla, nello scarno blog della lista, è lo stesso Benedetti:
Non a caso abbiamo deciso di mettere come logo della lista il cubo di Rubik. Oltre ad essere un gioco che ha appassionato intere generazioni, può essere la metafora della società. Le varie sfaccettature, infatti, possono rappresentare i vari tessuti sociali, che nel caso di Mentana sono davvero rovinati. Come ben sappiamo risolvere il cubo di Rubik e quindi risolvere la situazione Mentanese è davvero difficile, ma non impossibile.
Bisogna riconoscerlo, non è così comune ammettere, anche solo mediante la metafora di uno dei giochi rompicapo più famosi al mondo - peraltro, l'immagine della creazione più famosa di Ernő Rubik è proprio quella contenuta nella pagina di Wikipedia - che il compito che attende chi si candida è difficile e che le soluzioni non sono a portata di mano. E' un'operazione intellettualmente onesta, è vero, ma rischia di non pagare, essendo poco popolare; certo, farlo attraverso un'immagine singolare può apparire meno pessimista, ma c'è sempre il rischio di non essere capiti. 
Alla fine Benedetti sfiorò il 9% e riuscì almeno a farsi eleggere consigliere; la sua lista dovette accontentarsi dell'8,18%, ma il Pd non arrivò al 15%, venendo più che doppiato dal Pdl. L'emblema non venne abbandonato, ma venne elaborato meglio graficamente: il cubo apparve più "disegnato" e defilato, il segmento blu che conteneva il nome del candidato si estese a tutta la parte inferiore (con l'etichetta di "lista civica" posta in maggiore rilievo); nel semicerchio superiore bianco, invece, il nome fu reso con una font più evidente e sul fondo apparve in trasparenza un sole coi raggi, segno di una nuova era che si stava preparando. 
In effetti, l'anno scorso, Marco Benedetti si è candidato di nuovo a sindaco di Mentana, ma stavolta il cubo di Rubik non si è visto. Dalla collaborazione con il Movimento politico indipendente di Leandro Brunacci (che pure nel 2011 era rimasto fuori dal consiglio comunale) era nata infatti la lista Uniti per Mentana, che al classico segno locale, cooperativo e di sinistra della stretta di mano univa una fettuccia tricolore a "s" e un singolare fondo arancione (assieme a un testo scritto in Arial Rounded, font per la verità non troppo efficace). Anche in questo caso è servito il ballottaggio per individuare il nuovo sindaco, ma se Uniti per Mentana alla prima tornata è riuscita a raccogliere il 12,75% (superata solo da Pd e MoVimento 5 Stelle), al secondo turno le urne, invece che la candidata del Pd Maria Rendini, hanno sonoramente premiato Benedetti. Che forse non ha risolto il cubo di Rubik, ma ha comunque vinto.

domenica 12 marzo 2017

Il Partito della gente: quelle mani colorate orfane

E poi ci sono quei partiti che nascono senza nascere. Che vengono annunciati, magari si conquistano anche uno o più passaggi su quotidiani e telegiornali, ma sulle schede o nelle bacheche del Viminale i loro simboli - più o meno sconosciuti - non ci finiscono mai, nemmeno per sbaglio, e anche a livello di organizzazione sul territorio sembrano ben poco "esistenti". L'elenco delle formazioni che, anche a breve distanza dall'evento che le ha lanciate, lasciano scarse tracce di sé non pare nemmeno troppo vuoto; soprattutto negli ultimi anni, hanno finito per popolarlo i soggetti più diversi. Tra gli esempi più recenti, per dire, si può prendere il Partito della gente.
Chissà in quanti ricordano l'atto fondativo, datato 10 ottobre 2014 (teatro dell'operazione: la Domus Pacis di Roma), di quello che nelle intenzioni voleva essere un partito realmente nuovo, lontano da ogni posizione o schieramento tradizionale (centro, destra, sinistra) perché "vicino alla gente", o "dalla parte della gente". Non che questa collocazione fosse del tutto inedita (a pensarci bene, la vicinanza al popolo, ai cittadini la rivendicano un po' tutti), così come non era proprio nuovissima la rivendicazione di una distanza siderale dagli altri attori politici, inguaribilmente affetti da inconcludenza. Più interessante era notare che la posizione del nascente movimento era caratterizzata 
in chiave essenzialmente economica, lavorativa e produttiva: ciò, peraltro, non appare troppo strano, se si considera che a coordinare il partito spuntato nel 2014 era stato addirittura Sergio Marini, fino a poche settimane prima a capo di Coldiretti.
Ed era proprio l'esperienza accumulata in Coldiretti che Marini voleva mettere in pratica nella sua nuova creatura politica, rivolgendosi ai partecipanti provenienti dal mondo "del lavoro, dell’impresa, dell’associazionismo cattolico e non, del volontariato". La risposta alla crisi - economica, ma non solo - doveva passare attraverso i concetti/valori di responsabilità (intesa come "non rimanere più ad osservare il declino del Paese da meri spettatori") e di solidarietà tra i cittadini (praticando una "reale condivisione e viva cooperazione fatte di comportamenti ed agire quotidiani"). 
Occorreva soprattutto "una visione nuova del Paese", fondata sulle "risorse culturali, ambientali e imprenditoriali" di cui l'Italia è ampiamente dotata ("a partire dal turismo, dall'agroalimentare, dall'artigianato" e, più in generale, tutto ciò che è made in Italy o comunica Italian Style). Anche qui, più che una risorsa, l'Europa si mostrava come un problema, un fallimento per una sempre maggiore distanza dal pensiero dei "padri fondatori" da parte delle istituzioni europee; era invece necessario credere di nuovo nelle "competenze e potenzialità" di ciascuno, "recuperando orgoglio, dignità, passione" e valorizzando talento e creatività dei giovani e di chiunque avesse dimostrato di averne. 
La soluzione, secondo Marini e gli altri presenti, era lavorare per creare un "soggetto politico forte nell'identità, efficace nelle forme organizzative, severo nella selezione della classe dirigente, aperto alla partecipazione, alle esperienze". Ci voleva, appunto, il Partito della gente, che in quell'evento di lancio peraltro un suo simbolo vero e proprio non ce l'aveva: tutto si riduceva a una scritta bianca su fondo rosso, solo colori e parole per definire un movimento o partito che aveva bisogno di acquistare visibilità, ma di segni - ben identificabili - non ne sfoderava nemmeno uno.
Tempo qualche mese e si tentò di correre ai ripari: su Facebook ad aprile del 2015 apparve un logo con sei sagome stilizzate di mani, ciascuna di colore diverso, disposte a esagono, mentre una settima era leggermente adagiata sulle altre. L'accostamento delle tinte dell'arcobaleno voleva dare proprio l'idea di quanto fosse varia la "gente" che il partito voleva rappresentare; un concetto simile, del resto, sembrava essere alla base del logo del Servizio civile nazionale (anche se naturalmente le due raffigurazioni non sono affatto connesse). A completare il segno distintivo - che non aveva forma tonda, ma tutto sommato era abbastanza facile da creare - c'era il nome del partito, che si distingue solo per lo sbaffetto tricolore che ha sulla prima "A" (un po' come la vecchia Italia federale di Irene Pivetti).
Dopo quegli inizi, invece, sul Partito della gente calò il silenzio, o quasi. Sulla pagina Facebook le notizie sono poche, pochissime e soprattutto rarissime; sul territorio ogni tanto qualche iniziativa sembra spuntare (specie nell'ambiente di cacciatori, allevatori e agricoltori), ma di Marini come leader incontrastato di quel movimento o partito non si è più avuta notizia, per lo meno quanto a iniziative di livello nazionale. A testimonianza di quel momento, in fondo, restano le mani colorate o poco più.

sabato 11 marzo 2017

18 marzo, Ncd lascia, raddoppia o semplicemente cambia?

E se il simbolo diventasse così?
L'annuncio era già stato dato qualche giorno fa - il 1° marzo, per l'esattezza - da Angelino Alfano, non come titolare della Farnesina ma come leader del Nuovo centrodestra: "Noi vogliamo dare una casa ai moderati italiani. [...] Milioni e milioni di italiani che non vogliono allearsi con Salvini e non vogliono neanche, perché non sono di sinistra, allearsi con il Partito Democratico. Non saremo da soli e dal 18 marzo noi diremo che l'esperienza del Nuovo centrodestra si conclude con degli ottimi risultati, ma che adesso dobbiamo unirci con altri per riuscire a centrare l'obiettivo di dare finalmente una casa comune ai moderati liberali popolari italiani".
In una dichiarazione di pochi secondi, insomma, gli italiani venivano a sapere che Ncd aveva una data di scadenza (anche se, per i suoi detrattori, era già passata da tempo: "il succo dell’annuncio - scriveva poco dopo Maurizio Crippa sul Foglio - è che Ncd non c’è più e che la cosa, viste le reazioni, non interessa nessuno). La notizia è stata confermata nei giorni successivi, sottolineando che nome e simbolo sarebbero apparsi per l'ultima volta alla Winterschool di Roccaraso, in corso in questi giorni, per poi sparire a beneficio - come si legge in un'intervista rilasciata ad Alberto Orsini di AbruzzoWeb - di "una nuova formazione politica con il chiaro obiettivo di unire i moderati in una nuova casa che consentirà di potenziare la naturale vocazione riformista e di contrapporsi al marasma confuso e scomposto del populismo anti europeo".
Guai, però, a dare l'impressione che "chiudere" un partito equivalga a lasciare il campo, ad arrendersi, ad ammettere qualche fallimento. Alfano lo sa bene, non a caso proprio oggi, sempre a Roccaraso, ha dichiarato che "Ncd non lascia, ma raddoppia perché vogliamo raddoppiare gli sforzi per realizzare quella rappresentanza di popolari e liberali e di tutti quelli che non ci stanno ad essere alleati con gli estremisti come Salvini che vogliono uscire dall'Europa e di tutti quelli che non sono di sinistra".
I nomi valutati nell'ultimo anno di Alfano, potenzialmente, sono molti: innanzitutto il fascio di nomi con tanto di cuore simil-Ppe (Unione liberale popolare, Italia popolare, Unione popolare, Unione per l'Italia, Unione popolare italiana, Unione popolare liberale) di cui a marzo dell'anno scorso era stata chiesta la registrazione come marchi, fino all'ultimo, Polo Positivo, depositato a ottobre. Certo, non tutte quelle denominazioni sarebbero prive di problemi: come si è già detto, Unione popolare e Italia popolare sono già stati utilizzati, Unione popolare liberale fa venire in mente i Popolari liberali di Giovanardi (attualmente parte di Idea di Quagliariello).
E' facile vedere che nessuno di quei nomi contiene la parola "destra", anche solo nella forma composita "centrodestra". Era stato lo stesso Alfano, peraltro, a dire alla direzione nazionale di Ncd che "Ncd si evolve in nuovo soggetto politico che ne supera la denominazione ma che si conferma nella sua collocazione politica. [...] in Italia è sorta essenzialmente una nuova destra che non intendo criticare ma che non ha nulla a che vedere con la 'D' di quel centrodestra in cui abbiamo vissuto e abbiamo creduto in questi anni”.
Del resto, che ogni riferimento alla "destra" dovesse sparire dal simbolo di Alfano, magari su pressione di Renzi e di Giuliano Pisapia per non pregiudicare alleanze future (con quale sistema elettorale, non è dato saperlo), lo aveva scritto il 24 febbraio Pasquale Napolitano sul Giornale, svelando anche un possibile altro nome (dopo che l'opzione "Italia popolare" era risultata impraticabile, come rivelato dal nostro sito). 
"Moderati e Popolari" potrebbe essere l'alternativa su cui si sta lavorando in queste ore. L'assemblea potrebbe ratificare anche un altro passaggio politico: la fusione tra gli alfaniani e il movimento dei Moderati di Giacomo Portas, ex deputato Pd, dando vita ai gruppi unici a Montecitorio.
Se sia questo l'orizzonte di Alfano, non si sa (tra l'altro, l'ultimo "matrimonio" che aveva interessato i Moderati di Portas, quello con i Cittadini per l'Italia di Enrico Zanetti, non era finito benissimo, visto che Portas aveva detto no a Verdini, ma poco tempo dopo a Montecitorio nasceva un gruppo comune proprio tra ex montiani di Scelta civica e Ala). Non è detto, poi, che il cambio di pagina vada di pari passo con lo scioglimento del Nuovo centrodestra: alla fine potrebbe trattarsi di una semplice modifica di nome, un'etichetta nuova per un soggetto giuridico già esistente. In questo modo, si dovrebbe solo modificare lo statuto, senza bisogno di costituire un nuovo soggetto giuridico, che dovrebbe avviare tra l'altro una nuova procedura di "accreditamento" presso la Commissione competente. Nome e simbolo rinnovati, in ogni caso, sono certamente già pronti: basta avere pazienza e aspettare.

giovedì 9 marzo 2017

Effetto Parma, un nodo pronto per le schede

La notizia era attesa da tempo e si sapeva che era solo questione di giorni: ora che le amministrative di primavera sono sempre più vicine anche a Parma, per Federico Pizzarotti è venuto il tempo di prepararsi alle elezioni, mettendo in tavola le carte. Anzi, la Carta, nel senso della Carta dei Valori adottata da Effetto Parma, il gruppo consiliare che sostiene Pizzarotti dall'11 ottobre 2016 - una settimana dopo l'uscita del sindaco di Parma dal MoVimento 5 Stelle, alla fine di una lunghissima querelle sulla sua sospensione dal M5S - e che si prepara a diventare anche lista a sostegno del possibile secondo mandato dello stesso sindaco di Parma.
Si ricomincia dunque dalla Carta dei valori, intitolata La Politica Ideale. Libera, inclusiva, moderna e attiva: una carta "nata - ha detto ieri il capogruppo Marco Bosi, alla conferenza stampa di presentazione - dall'esigenza di spiegare chi siamo e dove vogliamo andare", e che punta soprattutto su parole chiave come inclusione ("La città che immaginiamo deve trovare uno spazio per tutti"), sostenibilità, partecipazione, comunità, laicità e scelta di "coniugare ideale e realizzabile". "Nasce la politica Ideale - ha segnalato lo stesso Pizzarotti in seguito - abbiamo voluto racchiudere una serie di concetti che vogliono esser un punto di riferimento per altre liste, per altri gruppi, che nel tempo vorranno unirsi. Abbiamo voluto connotare il nostro percorso per aggregare liste civiche che hanno i nostri stessi obiettivi, i nostri stessi ideali, gli stessi modi di fare che in questi anni non sono cambiati. C'è sempre stata la voglia di includere le persone senza gerarchia, mettendo al centro i bisogno del cittadino".
Effetto Parma, insomma, è una veste nuova per contenuti dalla fonte riconoscibile, ma rielaborati dall'esperienza: "Creiamo una nuova entità politica - ha spiegato Andrea Medioli, tra coloro che avevano avviato l'esperienza stellata a Parma - ma non rinneghiamo le radici o le origini, perché rimaniamo cittadini liberi, che mettono a disposizione della politica e della città. Rispetto a cinque anni fa, abbiamo il valore aggiunto di aver capito cosa significhi amministrare e il contenitore in cui eravamo era diventato troppo stretto". 
Il nome era già nato a ottobre dell'anno scorso, all'epoca della costituzione del gruppo e rappresentava, a modo suo, un elemento di continuità: "Più volte - era stato scritto nell'ultimo post di Parma 5 Stelle - abbiamo usato un hashtag per contraddistinguere questo modo di fare politica: Effetto Parma. Ci piace l’idea che il nostro gruppo possa identificarsi ancora in quel lavoro fatto in questi anni, perché sono le nostre azioni di tutti i giorni a dare valore a ciò che siamo, non le etichette o i simboli".
E, a proposito di simboli, in effetti il prologo della storia non era iniziato con un nuovo contrassegno già pronto, ma un'idea c'era, visto che la pagina dei pizzarottiani aveva scelto come emblema un nodo, con il blu e il giallo a tingere le corde, molto simili a quelle da arrampicata, con tanto di intarsi del colore opposto qua e là. Ora quell'idea (che era poi un'immagine trovata sul sito 4ever.eu) si è trasformata in simbolo e diventerà presto contrassegno elettorale: come ha spiegato l'assessore uscente Cristiano Casa, l'emblema rappresenta l'esperienza degli ultimi cinque anni "ma anche quello che vogliamo far diventare come una nuova esperienza per i prossimi anni". L'idea è sempre quella del nodo, che viene visto anche come maglia di una rete: un'immagine che parla "di legami di esperienze tra cittadini, di persone che si sono avvicinati a noi, tra Parma e altre città in Italia e nel mondo. Un legame che - ha detto sempre Casa - vogliamo riproporre e che deve includere, attirare persone". Questa rete, come ha precisato Pizzarotti, "non è virtuale, ma concreta: è una rete da pesca, perché connette città, persone, ideali".
Quella rete, quel nodo - che sono già stati preparati anche nella versione "personalizzata", con la dicitura "Pizzarotti sindaco" - sono esportabili? Di certo il primo cittadino uscente vede Parma come laboratorio, anzi, come un vivaio, e, "senza voler partire dalle Barricate del 1922", ha citato l'esperimento delle prime liste civiche di Ubaldi, la vittoria del M5S nel 2012 "che ha inevitabilmente tirato la volata a livello nazionale" e la stessa progressiva trasformazione che ha interessato il gruppo che aveva vinto le elezioni di quell'anno. "Per chi vorrà aggregarsi - ha continuato il sindaco - non ci sarà nessun programma o bollino", anche se non sarà un luogo "per chiunque cerchi casa". 
Esisterà un simbolo nazionale?
E' cosa nota che nel tempo siano arrivate "tante richieste di creare qualcosa a livello nazionale, di diventare un punto di riferimento e un modello": il pensare essenzialmente a Parma, "non vieta di dare un segnale, di creare un solco che potrà forse costruire qualcosa in futuro". Pizzarotti ha anticipato la nascita di Effetto Genova, ma si è parlato anche di La Spezia, Alessandria e altre città. Non è dato sapere se verrà mantenuta la stessa grafica appena nata a Parma (ovviamente cambiando il nome della città e adattando i colori); ai drogati di politica, intanto, viene già la tentazione di sostituire il blu col verde (con le corde che arrivano fino al cerchio esterno) e il giallo col rosso (con le corde fino al cerchio interno, messo in primo piano) e di immaginare la nascita di "Effetto ITALIA" (in maiuscolo, perché il minuscolo graficamente starebbe male). Per anni il nodo - non uno qualsiasi, ma il nodo Savoia - è stato una prerogativa dei simboli monarchici; quello scelto da Pizzarotti è diverso (come non assomiglia a quello di Fratelli d'Italia), non parla di un'ideologia ma di un metodo e di un luogo in cui applicarlo e, a suo modo, può essere efficace: se in diversi territori l'esperimento dovesse funzionare, perché allora non estenderlo all'intero paese?

lunedì 6 marzo 2017

Insieme si può, la Sicilia esplode di colori

Si avvicinano le elezioni in Sicilia, a Palermo in primavera, ma soprattutto per il rinnovo dell'Assemblea regionale siciliana, verso la fine dell'anno. Qualche gruppo ha già iniziato a scaldare i motori da qualche settimana - non senza polemiche, come si è visto con il varo di #RiparteSicilia da parte di Rosario Crocetta - mentre di altri non si sa ancora cosa intendano fare. E' dunque molto presto per poter immaginare i simboli che saranno depositati in vista di quelle elezioni e quelli che saranno effettivamente utilizzati sulle schede: chissà se, in quella probabile pletora, ci sarà anche l'emblema di Insieme si può - Cambiamo politica, cambiamo la Sicilia. 
Il movimento era nato in rete il 12 febbraio 2014, a Nicosia, in provincia di Enna. Alla base del progetto - si leggeva nel sito internet, al momento non più consultabile online - c'era innanzitutto la passione "per questa terra sacrificata dalla politica dello sfruttamento, dell'impoverimento, dall'egoismo accentratore", con il preciso intento di "restituire un presente di equilibrio e normalità alla loro Regione per potersi volgere finalmente a un futuro di cui avvertono la pungente nostalgia".
Il fondatore, Alfio Di Costa, ingegnere attivo come docente di fisica a scuola e progettista, dice di amare "la Sicilia in ogni sua potenzialità e ricchezza", come pure "le fragilità di questa terra dimenticata dallo Stato e dal Governo Regionale". Disoccupazione, povertà e mancanza di prospettive erano avvertiti come i problemi maggiori per la Sicilia, "che merita di essere la Regione più Bella del Mondo e non una Regione da terzo mondo": per questo, il movimento puntava a "un risveglio di coscienze, sopite e sfiduciate dalla politica del degrado che ha condotto all'isolamento terzomondista". 
Lungi dal voler apparire solo come un soggetto di protesta, Insieme si può aveva elaborato idee in tema di lavoro ("deve tornare ai Siciliani realizzando le infrastrutture e spendendo i Fondi Europei, ma soprattutto credendo nelle giovani risorse e nella formazione"), di turismo in Sicilia ("risorsa primaria per l’economia") e di agricoltura da ripensare "in chiave moderna e competitiva", oltre che sul rilancio del commercio, della piccola industria, della piccola e media impresa. Al di là dell'aspetto propositivo, però, restava ferma la convinzione che il cambiamento non potesse venire dai "responsabili dell'attuale disastro", definiti "politici inadeguati, mediocri e arroganti, Crocetta in primis, che hanno distrutto e continuano a distruggere la terza Isola più bella al mondo".
Giusto a un anno di distanza dalla nascita digitale, è arrivata anche quella giuridico-cartacea, con la costituzione ufficiale del movimento presso un notaio. Nel frattempo, era già stato adottato un simbolo singolare, chiaramente basato sulla sagoma della Sicilia, ma con il territorio dell'isola pronto a colorarsi in preda alla fantasia più variopinta, attorno a una colomba bianca che spiega le ali, intenta a volare. Ora, come si diceva, il sito internet non è più consultabile; resta comunque la pagina Facebook, continuamente aggiornata, dalla quale si intuisce che l'idea di correre alle prossime regionali è tutt'altro che accantonata. Tra qualche mese si dovranno raccogliere le firme per presentare le liste: superato quello scoglio, vari siciliani potranno dire, in un'esplosione di colori, che "Insieme si può".

giovedì 2 marzo 2017

Articolo 1 - Movimento democratico e progressista: un nome tutto vecchio

Quando la notizia, domenica scorsa, era arrivata nelle redazioni, le parole che più hanno circolato nella testa di molti cronisti e commentatori sono state "leggerezza" e "sgambetto". La leggerezza, almeno in parte, era stata di Roberto Speranza, Enrico Rossi e Arturo Scotto, che prima di affiancare per la loro nuova creatura politica gli aggettivi "democratico" e "progressista" avrebbero fatto meglio a controllare se altri lo avessero fatto prima di loro. Lo sgambetto, pur se giuridicamente fondato, a voler pensare almeno un po' male - secondo la nota massima del cardinale Mazzarino, per cui si fa peccato ma di solito ci si azzecca - sembra attribuibile a Ernesto Carbone, deputato Pd di stretta fede renziana che sul nome "Democratici progressisti" può vantare un titolo di primazia e sembra ben deciso a farlo valere nei confronti dei fuoriusciti dal partito.
Varie testate - a partire dall'Huffington Postoggi hanno scritto che Carbone, assieme al deputato Ferdinando Aiello e a Giuseppe Giudiceandrea, hanno fatto inviare dall'avvocato Valerio Zicaro una lettera, indirizzata ai presidenti delle Camere e ai nuovi capigruppo del Movimento dei democratici e progressisti, Francesco Laforgia e Maria Cecilia Guerra, con cui si invita a "modificare la denominazione" dei gruppi parlamentari, al momento unico soggetto esistente come reale proiezione della forza politica in costruzione (e sul quale è piuttosto difficile agire giudizialmente, visto che la denominazione dei gruppi può essere considerato un atto interno, su cui i giudici non hanno giurisdizione). 
Nella lettera si legge che Carbone, Aiello e Giudiceandrea sono "rappresentanti e titolari del movimento e del gruppo politico Democratici Progressisti, facente parte, a pieno titolo, del Partito Democratico", movimento che - come già ricordato in questo sito - ha presentato liste alle elezioni regionali calabresi del 2014, eleggendo tre consiglieri, compreso Giudiceandrea che è presidente del relativo gruppo consiliare. Su queste basi, per gli scriventi sarebbe "evidente [...] che la denominazione del nuovo gruppo parlamentare [...] e la sua, eventuale, utilizzazione, anche al di fuori del Parlamento, si palesa illegittima giacché contiene il nome ed il contrassegno di un movimento e di un gruppo politico già esistente e presente nelle istituzioni rappresentative". Il nome, dunque, mancherebbe di capacità distintiva e di novità, essendo "palesemente confondibile con il corrispondente nome del movimento esistente e riproduttivo dei suoi elementi caratterizzanti": Speranza e gli altri dovrebbero quindi modificare il nome e non usare più quello adottato da pochi giorni, altrimenti partiranno azioni legali "in ogni sede".
Non si è naturalmente fatta attendere la risposta di Mdp, attraverso Danilo Leva, già presidente del forum giustizia del Pd e ora membro dell'ufficio di presidenza del nuovo gruppo alla Camera: "Siamo nati per occuparci dei problemi del paese, non di Ernesto Carbone. La diffida all'uso di un nome completamente diverso da quello oggetto del presunto plagio e di un simbolo che neppure c'è ancora fa sorridere. Se poi hanno tutta questa voglia di andare in tribunale, ci troveranno preparati". Una risposta più secca era arrivata prima dall'ex Sel Arturo Scotto, che a Un Giorno da Pecora ha semplicemente detto "ciaone" alle lamentele di chi si ritiene titolare del nome "incriminato".
Al di là dei commenti dei soggetti coinvolti nella vicenda, si deve premettere - come ho avuto modo di dire domenica a TgCom24, in una breve intervista telefonica - che, se Carbone e gli altri risultano titolari del soggetto giuridico-politico Democratici progressisti, hanno titolo per fare ciò che stanno facendo. Certamente avevano diritto di tutelarsi, a prescindere da chi fosse stato dietro al nome conteso; altrettanto certamente era difficile pensare che, disponendo anche di questo strumento, non lo utilizzassero per rendere meno agevole il cammino agli ex compagni di partito. E' pur vero che nessuno può avere l'esclusiva su aggettivi come "democratico" o "progressista", considerati di uso comune in politica, così come "Movimento democratico e progressista" effettivamente è diverso da "Democratici progressisti" ed entrambi sono qualificabili come segni distintivi "deboli", proprio per l'uso di termini di uso comune; il fatto però che l'associazione esistente sia parte del Pd e quegli aggettivi siano proposti nello stesso ordine, aumenta la confondibilità. Un diverso ordine delle parole, peraltro, non metterebbe al sicuro da azioni legali e da decisioni sfavorevoli: basta ricordare in breve il caso dei Popolari liberali di Carlo Giovanardi, che si videro citare dall'associazione culturale Liberal Popolari di Roma e in tribunale ebbero la peggio, perché il nome fu considerato confondibile.
Non basta: il sito fermato da Speranza e compagni (registrato a nome del web designer Daniele Votta) è www.democraticiprogressisti.it, senza la "e", che invece è presente in un altro dominio - www.democraticieprogressisti.it, registrato a nome Gianluca Galli - che in copertina ha sempre un articolo 1, ma stavolta della legge n 1261/1965, che definisce scopi e conformazione dell'indennità da corrispondere ai parlamentari: il domain name identico al nome della lista/gruppo calabrese certamente peggiora le cose. 
E se in trasmissione avevo suggerito di utilizzare come nome "Articolo 1", nemmeno questa ipotesi pare percorribile: il Fatto Quotidiano, infatti, dà conto della posizione di Alessandro La Cava, presidente di Art.1 - Autonomia e libertà, associazione nata nel 2010 da vari membri messinesi del Movimento per l'autonomia di Raffaele Lombardo. Intervistato dalla testata online, infatti, La Cava si è detto pronto a presentare "ricorso in ogni sede nei confronti degli scissionisti del Pd che hanno chiamato il nuovo loro soggetto politico come il nostro”. Facile intuire che Speranza e gli altri non avrebbero mai utilizzato come simbolo una rosa dei venti che punta a Sud, come il gruppo messinese, così come non avrebbe ricalcato l'emblema usato in Calabria, ma a questo punto la grana si fa decisamente più pesante. Sapendo che trovare una combinazione non utilizzata prima e che non faccia rischiare carte bollate diventa sempre più difficile.