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domenica 13 ottobre 2019

Democrazia cristiana, nuove possibili evoluzioni

Se ieri gli occhi dei più erano puntati sul cinema Adriano a Roma, luogo in cui si è svolta la prima presentazione di Italia Viva (mentre alle 18 Matteo Renzi rivelava online la terna di potenziali simboli del nuovo partito), meritavano una certa attenzione anche le due assemblee che si sono svolte in mattinata, quasi contemporaneamente, per discutere (e decidere) del futuro della Democrazia cristiana
La presenza maggiore si è registrata all'assemblea costituente convocata per le 9.30 in via dei Quattro Cantoni, alla quale erano invitati a partecipare tutti (e solo) coloro che erano in grado di comprovare la loro iscrizione al partito nel 1993, anno dell'ultimo tesseramento valido. Come si è ricordato alcune settimane fa, la riunione è stata "autoconvocata" dal presidente dell'associazione degli iscritti Dc del 1993, Raffaele Cerenza, in nome e per conto della totalità dei soci: dal momento che l'assemblea dei soci di fatto sarebbe il solo organo rimasto della Dc (essendo certamente scadute tutte le cariche), essa finirebbe per rappresentare il partito e, proprio in mancanza di altri organi e responsabili, avrebbe pure titolo per autoconvocarsi a norma dell'articolo 20 del codice civile. All'assemblea hanno partecipato oltre duecento persone, che si sono avvicendate nell'arco della mattinata.
In quella sede i presenti hanno provveduto innanzitutto all'elezione del segretario politico e del segretario amministrativo della Dc. Per la prima carica è stato designato Franco De Simoni, che finora dell'associazione degli iscritti Dc del 1993 è stato il vicepresidente; il secondo ruolo sarà ricoperto da Raffaele Cerenza, che in questo modo sarà il legale rappresentante e dunque continuerà a seguire tutte le questioni giuridiche del percorso.
Nell'assemblea sono poi stati nominati i coordinatori regionali e di zona, che faranno riferimento al responsabile organizzativo nazionale Antonio Ciccarelli. Le figure locali individuate sono Armando Lizzi (Abruzzo), Giuseppe Cracò (Sicilia), Luigia Perillo (Basilicata), Marina Assandri (Lombardia), Francesco Palagiano (Puglia), Felice Spera (Campania), Lidia Modica (Liguria), Alessio Caprao (Sardegna), Alessandro Bordon (Friuli Venezia Giulia), Giovanni Sgrò (Calabria), Vincenzo Feola (Umbria), Ludovico Fierdimonti (Piemonte), Euro Errani (Emilia Romagna), Anacleto Scortichini (Marche), Carmelo Durante (Molise), Maria Bianchi (Toscana), Filippo trazky (Valle d'Aosta), Teresa Zimmerna (Trentino Alto Adige), Francesco Furlan (Veneto), Gaetano Tropeano (Lazio), nonché Nino Cofini e Antonio Di Stefano per la zona di Roma. Si è contestualmente provveduto anche a nominare i responsabili dei vari uffici e dipartimenti tematici, che saranno resi noti successivamente.
Al di là delle nomine, c'è stato lo spazio anche per discutere su come impostare l'attività futura. Come priorità, si è individuata la necessità di riottenere la disponibilità del simbolo dello scudo crociato, come presupposto per qualunque azione politica o elettorale: nelle prossime settimane, dunque, si studieranno le strade più opportune per tendere a questo risultato. Nel frattempo verrà aperto il tesseramento, a cura dei coordinatori regionali: spetterà a loro individuare altri iscritti del 1993, cui per primi si rivolge il progetto politico, come pure altre persone interessate che vogliano partecipare. L'obiettivo, ovviamente, è la celebrazione di un congresso, anche se è prematuro immaginare la data: "Molto dipenderà ovviamente da come andrà il tesseramento - spiega Cerenza - ma penso che l'anno prossimo i tempi possano essere maturi, anche per coinvolgere buona parte dei nuovi iscritti, visto che lo statuto della Dc richiede che siano trascorsi sei mesi dall'iscrizione perché i nuovi soci possano esercitare pienamente i loro diritti".

* * *

Quasi contemporaneamente a questa riunione, come si diceva, se n'è svolta un'altra, convocata per le 10 in via XX settembre da Nino Luciani, su delega di Gianni Fontana: questi il 26 febbraio 2017 all'hotel Ergife era stato eletto presidente della Democrazia cristiana dall'assemblea dei soci la cui convocazione era stata disposta dal Tribunale di Roma (anche se nel frattempo nel 2018 si era svolto il XIX congresso Dc, a seguito del quale Fontana era diventato presidente del consiglio nazionale, incarico che aveva peraltro lasciato prima della delega a Luciani). 
A questo secondo appuntamento, convocato dopo svariate lamentele e accuse di nullità del congresso del 2018, avrebbe partecipato (a quanto si apprende) qualche decina di persone (che rappresentavano anche altri associati per delega); nei giorni scorsi, peraltro, l'ufficio politico della Dc aveva provveduto a diffidare Luciani e a deferirlo ai probiviri del partito sostenendo che non aveva alcun titolo per convocare l'assemblea (affine a quella che si era riunita all'Ergife nel 2017) e Renato Grassi, eletto segretario al congresso del 2018, aveva invitato a "non attardarsi in misere dispute pseudogiuridiche, motivate dal livore o dall'insoddisfazione di alcuni, ma concorrere tutti pur con idee e proposte diversificate alla costruzione del progetto politico del Partito".
In ogni caso, a questa seconda riunione si è parlato appunto dei lamentati vizi dell'assise e la maggioranza dei presenti si sarebbe espressa a favore della ripetizione del congresso (con la necessità probabilmente di emettere una nuova convocazione della stessa assemblea). Sarebbe però stata approvata anche una mozione particolare, proposta da Pellegrino Leo, che invitava il gruppo a evitare nuove liti e a perseguire l'unità in nome della possibilità di ridare concretezza politica alla Dc assieme a tutti coloro che ci stanno, a partire dall'Udc che potrebbe mettere a disposizione il simbolo il cui uso è stato finora protetto in sede elettorale. 
Nelle ultime settimane, in effetti, si è parlato più volte dell'interesse dell'Udc a mettere in campo una proposta di stampo democratico cristiano più ampia, unendo le forze dei vari soggetti interessati. Sembra andare in questa direzione un appello lanciato il 5 ottobre a Venezia, diffuso da Ettore Bonalberti dell'Associazione liberi e forti (e membro della direzione nazionale della Dc-Grassi), per ora firmato da Giuseppe GarganiRenato Grassi della Dc, da Mario Tassone del Nuovo Cdu, da Lorenzo Cesa dell'Udc e da Gianfranco Rotondi (eletto in Forza Italia e presidente della Fondazione Democrazia cristiana). Lo si riporta di seguito, anche per il rilievo che potrebbe acquistare dopo la partecipazione del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, prevista per domani, all'apertura delle celebrazioni del centenario della nascita di Fiorentino Sullo (cui era intitolata la fondazione guidata da Rotondi fino a pochi mesi fa) ad Avellino. Nell'appello, tra l'altro, si parla dell'opportunità di dare luogo a una federazione di centro cui le varie realtà possano partecipare e che, alla prima riunione dei rappresentanti, si dia a maggioranza qualificata un simbolo elaborato a partire dalle proposte mese sul tavolo e nel quale tutti possano riconoscersi. Che lo scudo crociato sia il primo candidato? 
I sottoscritti,  
consapevoli della particolare situazione politica che attraversa il paese dopo la costituzione di un governo di emergenza tra due gruppi politici non omogenei - il PD e i Cinque stelle - e della esigenza di superare il "nazionalismo" e l'antieuropeismo che si erano affermati dopo le elezioni del 2018; 
consapevoli che la scomposizione dell’ attuale assetto politico possa portare alla costituzione di nuovi soggetti politici capaci di superare le incertezze e le patologie che abbiamo patito in questi anni; 
consapevoli che la novità in Italia e in altri paesi europei vi è la presenza di una destra eversiva e xenofoba che si è sviluppata per la crisi del centro e della sinistra; 
consapevoli che per queste ragioni è urgente superare le attuali formazioni politiche che si richiamano alle posizioni di centro politico per una nuova aggregazione e quindi un nuovo soggetto politico 
RITENGONO 
che nel ricordo di un monito a tutti noto di Alcide De Gasperi "solo se saremo uniti saremo forti, solo se saremo forti saremo liberi", si debba con urgenza costruire un nuovo centro politico cristiano democratico, popolare, liberale e riformista, come il naturale argine alle posizioni radicaleggianti di sinistra e alle posizioni sovraniste e populiste, per affermare i valori democratici e liberali; 
invitano tutti coloro che si riconoscono in questi principi e in questi valori ad aderire al costituendo "Polo di Centro" per dar vita con urgenza ad un patto federativo e per seguire una comune linea politica che sarà indicata dagli organi della federazione;
propongono che le associazioni e i partiti politici, che aderiscono alla federazione, possano conservare per intanto la loro attuale individualità giuridica e politica, restando vincolati dal comune impegno a rispettare le norme contenute nel patto federativo e da quelle che saranno approvate dai costituenti organi della Federazione; 
propongono che le singole associazioni e singoli partiti politici siano rappresentati, all'interno della federazione, dai propri segretari politici e responsabili delle associazioni, o loro delegati, capaci di esprimere, in seno all'organismo comune, la volontà del proprio gruppo; 
propongono in occasione della prima riunione del consiglio della federazione, che i singoli aderenti esprimano la loro proposta per la formazione di un simbolo unitario da adottare a maggioranza qualificata e da presentare alle prossime elezioni comunali regionali e nazionali nel quale tutti si possano riconoscere; 
auspicano che venga approvata una legge elettorale proporzionale unica legge democratica, che chiuderebbe la lunga fase di transizione che ebbe inizio negli anni 90 con la legge cosiddetta "mattarellum", e che oggi impone di ridare identità ai gruppi politici e protagonismo all'elettore.

sabato 12 ottobre 2019

Italia viva, una settimana di tempo per scegliere tra tre simboli

Il simbolo scelto per Italia Viva, si sa da giorni, verrà svelato alla Leopolda, tra una settimana esatta. Questa mattina, tuttavia, Matteo Renzi sui suoi canali social aveva annunciato una "sorpresa" simbolica per le ore 18 di oggi e così, in un certo senso, è stato: sempre sugli stessi profili, infatti, sono apparse tre opzioni grafiche, sottoposte al voto di militanti, simpatizzanti e interessati, così da preparare la scelta dell'emblema con cui l'ex sindaco di Firenze caratterizzerà dal 19 ottobre il suo impegno politico. 
"Sabato prossimo alle 18 in punto il simbolo di Italia Viva sarà ufficialmente presentato alla Leopolda10. Sarà un grande momento di festa. Già, ma quale sarà il simbolo? Facciamo una cosa diversa dagli altri partiti: decidiamo il logo tutti insieme!", ha scritto Renzi, presentando le tre opzioni selezionate "tra le tante proposte arrivate in questi giorni". Per votare occorre andare sul sito www.italiaviva.it - che rimanda, per ora, al sito dei Comitati Azione Civile - e indicare l'opzione preferita, associando il proprio voto alla propria identità e a "indirizzi email e numeri telefonici attivi e funzionanti" (si specifica che "non verranno conteggiati i voti plurimi provenienti dagli stessi recapiti")"Mi piace l’idea  - ha continuato Renzi - che questa nostra nuova Casa sia un luogo ricco di partecipazione. A cominciare dal simbolo che ci rappresenterà sulla scheda elettorale. In attesa di votare per Italia Viva, avete una settimana per votare il simbolo!"
Al di là del nome, evidentemente ricorrente, l'impressione è che le tre proposte messe in votazione siano piuttosto diverse. La prima punta soprattutto sull'evidenza, perché indubbiamente salta all'occhio con il suo rosa vivo, quasi shocking; privilegia decisamente la seconda parola del nome rispetto alla prima, sia per le dimensioni assai più evidenti, sia per il gioco grafico tra "Viva" come aggettivo e come esclamazione, grazie alle due V bianche e accostate in modo da formare una W; nel mezzo, la "i" con il puntino sembra stilizzare la figura umana, come a dare un tocco grafico che il lettering da solo non potrebbe dare. Certo, non si può pretendere che una composizione simile dica qualcosa sull'identità del partito e qualcuno potrebbe rimanere comunque colpito da un colore di fondo che ricorda una delle prime rese grafiche di Possibile; seguendo qualche stereotipo di genere, l'immagine complessiva potrebbe ricordare un canale o un progetto "femminile" o che strizza l'occhio a quella parte di elettorato, ma si è certi che non fosse questo il pensiero di chi ha elaborato la grafica, né di chi l'ha messa in ballottaggio. 
Il secondo simbolo sembra il più armonico e insieme il più delicato, questo soprattutto grazie alle sfumature e a un uso ben modulato di maiuscole e minuscole per il testo. Rispetto alla proposta precedente, questa non mostra tracce di horror vacui, visto il molto bianco (che tra l'altro permette l'inserimento di altri elementi a seconda della situazione). Altra questione non trascurabile, si tratta dell'unica opzione che contiene un elemento grafico assimilabile a una raffigurazione riconoscibile, identificabile, e riconducibile a valori cosa cui si può giustamente essere ancora affezionati: l'idea di partenza è una "V", ma è stata disegnata in modo dinamico e tridimensionale, così da sembrare un uccello in volo. Ovviamente, come sempre capita, si può vedere tutto in quella stessa immagine, persino - a voler esagerare - l'occhieggiare a una marca di assorbenti con le ali (anche per la tavolozza di colori utilizzata); al di là di questo, si tratta della proposta più leggera e aggraziata delle tre. 
L'ultima opzione grafica, di fatto, è basata solo sul testo e anche per questo è quella più immediatamente leggibile e, in un certo senso, più 'renziana': lo suggeriscono soprattutto i colori utilizzati, che richiamano quelli più utilizzati in passato per la comunicazione dell'ex sindaco di Firenze ed ex presidente del Consiglio. La font Helvetica (molto classica e lineare, ma anche molto "berlusconiana", per gli affezionati della grafica politica) viene solo leggermente mossa grazie al corsivo, mentre l'avere "bandierato" tutti gli elementi a destra rende il risultato finale un po' sbilanciato e non proprio a suo agio nel cerchio. Non sfugge, poi, la sottolineatura rossa, che per absurdum richiama quella più sottile del simbolo di Liberi e Uguali, certo non tacciabili di italiavivismo ante litteram (né Renzi può essere sospettato di liberugualismo ex post).
La scelta della rete contribuirà alla decisione finale; occorrerà aspettare una settimana per sapere se la soluzione definitiva sarà proprio una di queste tre o ci sarà spazio per qualche aggiustamento (del resto, a dispetto del post renziano, vari altri partiti si sono affidati alla rete per la scelta, non necessariamente rispettando i risultati del voto o i tanti consigli opposti degli utenti: le soluzioni furono tutte diverse rispetto ai primi voti della Rete, per esempio, per il Movimento nazionale per la sovranità, mentre andò in modo assai più rispettoso con eViva, evoluzione dell'esperienza degli autoconvocati di Leu, che dopo una prima fase di studio mise in votazione online giusto tre alternative di nome e di grafica). Di certo, nulla batte l'inventiva di Makkox, all'anagrafe Marco Dambrosio, che ieri sera a Propaganda Live su La7 ha servito un emblema ricchissimo, tanto inadatto per le schede quanto imperdibile per gli appassionati della satira (al punto che Renzi, nell'annunciare la "sorpresa" di oggi, non ha potuto evitare di scrivere "Temo di non poterlo utilizzare per una questione di diritti, ma mi inchino al genio di Makkox. Un logo fenomenale, il suo"). A proposito, le proposte simboliche Made in Makkox ormai sono diventate parecchie: urge probabilmente una televendita, magari con adeguato dottor Armà che illustri risvolti ed evoluzioni del makkoxismo...

venerdì 11 ottobre 2019

Dc e scudo crociato: riassunto (e la mia tesi) una volta per tutte (3)

La seconda parte del riassunto delle puntate precedenti sulla Dc e sullo scudo crociato si era chiusa con una sentenza della Corte di cassazione a sezioni unite civili pubblicata alla fine del 2010. In teoria doveva essere la parola "Fine" sulle dispute che avevano contrapposto - nel corso degli anni - personaggi come Piccoli, Buttiglione, Marini, Rotondi, Duce, Castagnetti, Sandri, Pizza e tanti altri. In realtà, senza bisogno di scomodare Tiziano Terzani, quella fine ha rappresentato un nuovo inizio: più di una persona ha voluto leggere nella sentenza della Corte d'appello di Roma del 2009 (confermata dalla Cassazione nel 2010) non solo la certificazione che la Democrazia cristiana non era mai stata sciolta - vero: nessuno voleva scioglierla, ma soltanto cambiarne il nome - ma la dichiarazione che tutti i partiti che avevano operato dal 1994 (Ppi compreso) erano di fatto soggetti giuridici nuovi, mentre la "vecchia" Dc continuava a esistere, ma era rimasta in sonno da allora. Sonno da cui, evidentemente, per varie, instancabili figure doveva essere risvegliata. 

12) No, il commissario (chiesto da Fiori) no!

Publio Fiori, ad esempio, era convinto che per la Cassazione la Democrazia cristiana continuasse a esistere - dormiente - come soggetto distinto dal Ppi e dagli altri partiti operanti in seguito: per riprendere l'esempio fatto nella prima parte, era inconcepibile che Marco Cerri (il Ppi) fosse lo stesso soggetto che prima si chiamava Franco Porta (la Dc), visto che aveva fatto di tutto (e pure male) per cambiare nome. Fiori, che per primo aveva lamentato anomalie nel passaggio Dc-Ppi e nel 2006 aveva costituito con Clelio Darida Rifondazione democristiana (poi Rinascita popolare), nel 2011 contestava l'idea - rilanciata nel 2008, dopo la querelle elettorale di Pizza, da Francesco Cossiga, Oscar Luigi Scalfaro e Giulio Andreotti - di consegnare all'Istituto Sturzo lo scudo crociato per far cessare le liti. "Troppo semplice, troppo facile e troppo comodo [...] mettere una pietra tombale su una così importante tradizione ideale, politica e socioeconomica": era meglio costituire un comitato per riconvocare "l'ultimo Consiglio Nazionale del partito" (senza i consiglieri che avevano aderito al Ppi o ad altri partiti) per eleggere i nuovi vertici e riprendere l'attività oppure, ove ciò non fosse stato possibile, chiedere al Tribunale di Roma di nominare "un Commissario Straordinario che accerti l’illegittimità di tutti i provvedimenti assunti in nome della Dc dopo la sua presunta trasformazione" (agendo per recuperare gli immobili ceduti senza titolo e chiedendo il rendiconto a chi aveva gestito i beni del partito), puntando a riaprire il tesseramento e a un nuovo congresso. 
In effetti Fiori ad aprile del 2011 si rivolse al Pm del tribunale romano, a nome proprio e di altri democristiani, sostenendo che dopo la Cassazione del 2010 si era accertato che la Dc "ha continuato ad esistere mantenendo formalmente inalterate le sue funzioni politiche e i suoi rapporti giuridici/patrimoniali" ma da oltre quindici anni non era legittimamente gestita, dunque occorreva ripristinare la legalità statutaria con la nomina del curatore speciale. La Procura della Repubblica, però, in maggio sottolineò che la decisione passata in giudicato non aveva affatto detto che la Dc aveva continuato a esistere come soggetto autonomo, ma solo che il cambio di nome Dc-Ppi non era avvenuto secondo lo statuto: ciò non comportava alcuna mancanza di legale rappresentante della Dc e, per giunta, nemmeno interessi pubblici da tutelare con l'intervento del Pubblico ministero. Niente curatore speciale, dunque: bisognava tentare altre strade.


13) Ripartire dal consiglio nazionale: il primo tentativo (fallito) di Fontana

In effetti, nelle ultime righe del suo provvedimento, una soluzione la Pm sembrava suggerirla: sottolineando che la nomina del curatore può essere chiesta anche dal soggetto da rappresentare, aveva scritto che "i medesimi membri della Dc, qualora lo ritengano utile e necessario al fine di consentire al partito di riprendere l'attività politica, possano procedere essi stessi, nel rispetto delle previsioni statuarie, alla ricostituzione degli organi associativi e alla nomina di un nuovo rappresentante con i tempi e i modi ritenuti più opportuni". Probabilmente la magistrata si riferiva all'ultima evoluzione della Democrazia cristiana, cioè il Ppi, visto che non credeva che la Dc fosse sopravvissuta come soggetto autonomo; per altri, invece, quelle frasi provavano che occorreva passare per la ricostituzione degli organi e si doveva partire riconvocando l'organo meno numeroso e che per ultimo si era espresso sulla questione del nome (il 29 gennaio 1994), cioè il consiglio nazionale.
Secondo lo statuto Dc, per la convocazione occorreva la richiesta di un quinto dei membri, da notificare - mancando organi superiori - a chi avrebbe dovuto convocare l'organo, cioè il presidente del consiglio nazionale. La carica nel 1994 era ricoperta da Rosa Jervolino Russo: la richiesta le fu inviata, lei "tuttavia si rese irreperibile e non si fece trovare né per il tramite di lettera raccomandata A/R, né con iscrizione dell’appello all'Albo pretorio di Napoli" (è scritto sul sito www.democraziacristiana.cloud). Si è scelto allora di procedere con l'autoconvocazione ad opera del primo firmatario, che era Clelio Darida (consigliere anziano), aiutato soprattutto da Ettore Bonalberti e Silvio Lega. 
Convocazione del consiglio nel 2012
L'appuntamento era per il 30 marzo 2012, con tanto di convocazione pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale e l'idea di riaprire il tesseramento e ripristinare gli organi. In quella sede si sono presentati circa 30 aventi diritto sulla platea di oltre 180 (morti compresi), eleggendo segretario politico l’ex ministro Gianni Fontanapresidente del consiglio nazionale Silvio Lega e ristabilendo come segretario amministrativo Alessandro Duce
Quel gruppo dirigente avrebbe celebrato (di nuovo) il XIX congresso il 10-11 novembre 2012, confermando Fontana alla segreteria, anche se nelle settimane successive - che avrebbero dovuto portare alle elezioni politiche del 2013 - il gruppo sarebbe riuscito a spaccarsi con l'elezione di Ombretta Fumagalli Carulli al posto di Lega e le lamentele del gruppo che aveva promosso la riattivazione del partito ma a quel punto non si sentiva più rappresentato. Tempo qualche settimana, però, e gli ostacoli lungo il percorso sarebbero stati ben più gravi e non superabili (non in quel modo, per lo meno).
La "sentenza Romano" del 2014
Il fatto è che già alla riunione dell'autoconvocato consiglio nazionale si era litigato di brutto - alzando non poco la voce, in favore di telecamere - su questioni formali: alcuni avevano lamentato dei vizi nella convocazione e nell'operato dell'organo. Quelle critiche si erano poi tradotte in due ricorsi, volti a dichiarare nulli gli atti del consiglio nazionale: uno era stato presentato a nome dell'associazione degli iscritti Dc del 1993 da Raffaele Cerenza (presidente della stessa associazione, partecipante come avvocato alla causa che portò alla "sentenza Manzo" e come interveniente nel processo d'appello) e Gianni Potenza; l'altro da Angelo Sanza (in quel momento legato all'Udc) e Federico Fauttilli. A gennaio del 2013 - pochi giorni prima del deposito dei simboli per le elezioni - un giudice del Tribunale di Roma, Guido Romano (un nome da tenere a mente), ha sospeso l'efficacia degli atti del consiglio nazionale nel 2012, perché a norma delle disposizioni attuative del codice civile (art. 8) occorreva l'invio di un comunicazione personale a ciascun avente diritto, condizione non soddisfatta dalla pubblicazione della convocazione del consiglio sulla Gazzetta Ufficiale; la decisione è stata confermata dalla "sentenza Romano" del 2014. 
Nel frattempo, a marzo del 2013, era intervenuto un altro giudice dello stesso tribunale - Francesco Scerrato - per sospendere gli atti del XIX congresso (che, in ogni caso, non avrebbero resistito alla nullità dell'antecedente consiglio nazionale del 2012), sospensione diventata annullamento con una sentenza del settembre 2015. In quel caso chi aveva agito si era lamentato del mancato rispetto dello statuto sulla convocazione del congresso e sulla formazione della platea congressuale. 
Era stato inutile per chi aveva tentato di rifare la Dc che non si era potuto seguire lo statuto perché le dimensioni non erano più quelle di un tempo, visto che "se si intende essere i continuatori dell'esperienza politica della Dc e se quel partito aveva un determinato statuto - aveva scritto il giudice - è conseguenziale che quello Statuto deve essere osservato in ogni sua parte". 
Morale, il tentativo della "Dc-Fontana" iniziato nel 2011 di riunire il consiglio nazionale era naufragato piuttosto male; per non disperdere quelle forze, Fontana fondò comunque l'Associazione Democrazia cristiana, sperando che dai giudici arrivassero sentenze di altro segno (che non sono arrivate).


14) Porte sbarrate e tentativi a ripetizione    

Piccolo passo indietro rispetto al 2014-2015. Si è detto che l'ordinanza del giudice Romano del 2013 era arrivata poco prima del deposito dei simboli per le elezioni politiche: l'emblema della Dc-Fontana è stato ricusato comunque per l'uso dello scudo crociato, stabilmente presente in Parlamento con l'Udc, ma Viminale e Cassazione ne bocciarono altri due, quasi identici tra loro (uno più chiaro, uno più scuro). Uno lo aveva depositato Alessandro Duce, ritenendo che la sospensione del consiglio nazionale del 2012 avesse nuovamente reso lui unico (e ultimo) legale rappresentante della Dc; l'altro lo aveva fatto presentare Francesco Mortellaro, fondatore nel 2010 e coordinatore di un "Comitato di Coordinamento Associativo Politico della Democrazia Cristiana", volto a "ripristinare gli obiettivi ideologici, politici, e morali del partito della Democrazia Cristiana, nonché di salvaguardarne l'intero patrimonio immobiliare che è stato indebitamente acquisito da soggetti non aventi alcuna legittimazione" e di difendere pure l'uso del simbolo da impieghi indebiti, con l'obiettivo di convocare un congresso (il tutto basato sulla citata sentenza di Cassazione del 1998, non quella del 2010). 
Non era stato più fortunato un ricorso dello stesso Mortellaro al Tribunale di Roma per ottenere che all'Udc fosse inibito l'uso dello scudo in vista delle elezioni: il giudice Riccardo Rosetti si era espresso quando ormai il deposito era già avvenuto (come pure le ricusazioni e l'esame delle opposizioni), sottolineando che non si era dimostrato che quel comitato fosse la Dc (quella Dc storica) né di avere posto in essere le procedure statutarie per riattivare la Dc e ricostruirne gli organi, così non c'erano motivi per credere che i fondatori del comitato potessero rappresentare il partito.
Non era andata bene nemmeno alla Dc guidata da Angelo Sandri, almeno quando si era trattato di depositare il simbolo per le europee: nuova bocciatura del Viminale, confermata dall'Ufficio elettorale nazionale della Cassazione (praticamente con lo stesso testo di sempre). Questo nonostante dal 14 al 15 dicembre 2013 a Perugia si fosse tenuto un XXII congresso - terminato con la rielezione di Sandri - che da una parte si poneva in continuità con le attività di riattivazione portate avanti dal 2001-2002 (perché per lo stesso Sandri l'aver riconosciuto ammissibile l'azione legale iniziata nel 2002 contro il Cdu equivaleva ad aver riconosciuto la coincidenza tra Dc storica e Dc "riattivata", che lui riteneva di rappresentare), dall'altra prendeva atto a suo modo delle sentenze del 2009 e del 2010: la convocazione del congresso e la legittimazione a partecipare sarebbero state estese a tutti gli iscritti del 1992-1993 e questo per Sandri era sufficiente a riannodare i fili con la storia giuridica della Dc ferma al 1994 (sul punto è lecito avere dubbi di natura giuridica). A dispetto degli ostacoli a livello nazionale, si deve comunque riconoscere una presenza politica ed elettorale della Dc-Sandri in molte realtà locali, un fenomeno che non si attenuerà con il tempo.
Nel frattempo, se si erano sostanzialmente perse le tracce della Dc-Pizza (lui stesso non era stato eletto in Parlamento nel 2013), non erano mancati altri tentativi di ridestare il partito. C'era chi aveva tentato di mettere in piedi altri comitati, come gli iscritti che si erano riuniti nel 2012 e avevano eletto alla presidenza il pugliese Raffaele Lisi, per convocare un congresso straordinario degli iscritti 1992-1993 ("straordinario" in senso etimologico, extra ordinem, non il "congresso straordinario" previsto dallo statuto) ed eleggere gli organi dirigenziali previsti dallo statuto vigente, "per dare continuità giuridica, organizzativa e ripristinare, con piena legittimazione, gli obiettivi ideologici e politici della associazione partitica". Il tutto senza riconoscere titolo ai dirigenti democristiani del 1994, ritenuti decaduti dalle loro cariche visti i limiti temporali dettati dallo statuto (non è chiaro perché il tempo decorso non dovrebbe far decadere anche le iscrizioni al partito, ma tant'è).
Altri invece avevano cercato di ricostituire la Dc "dal basso": era l'idea, per esempio, di Pellegrino Leo, altro pluripartecipante a ogni iniziativa per rimettere in moto la Dc (e depositante al Viminale, prima delle europee del 2014, di un emblema identico a quello di Sandri, ottenendo lo stesso risultato). Per lui nessuna carica del partito - men che meno quella di segretario amministrativo - era stata risparmiata dalla decadenza negli anni successivi al 1994 e poteva dirsi iscritto alla Dc solo chi in seguito non aveva militato in altri partiti (interpretando in modo severo lo statuto): questi "democristiani incrollabili" avrebbero dovuto "riaprire" le sezioni di un tempo mai soppresse e "contarsi", per poter ridare corpo al partito (benché, di nuovo, non fosse chiaro come mai gli anni trascorsi non avessero fatto decadere anche la qualità di soci), ma anche per individuare la platea degli iscritti. 
Secondo lui, infatti, invece che ricorrere allo statuto sarebbe stato meglio fare leva sul codice civile, che all'articolo 20 consentiva la convocazione dell'assemblea dell'associazione su richiesta motivata di almeno un decimo degli associati: mancando gli amministratori della Dc a causa del decorso del tempo, raccogliendo le firme ci si sarebbe potuti rivolgere direttamente al presidente del tribunale scelto. 
In effetti, Leo ha sondato questa possibilità, inoltrando istanza al Tribunale di Roma per la convocazione dei soci ex art. 20 del codice civile, firmandola con Alberto Alessi (già deputato, figlio di Giuseppe Alessi che aveva fondato la Dc e disegnato il suo primo simbolo) e il professore bolognese Nino Luciani. Il giudice l'aveva dichiarata inammissibile perché non era stato prodotto alcun elenco di iscritti e comunque era notorio che i tre istanti non rappresentavano un decimo degli associati: non aveva però chiuso la porta all'idea che si arrivasse alla convocazione per quella via, anche in mancanza degli amministratori. 
Alessi e Luciani, peraltro, avevano nel frattempo - il 12 novembre 2013 - ritenuto opportuno dare vita a una sorta di "partito ponte", la Democrazia cristiana nuova: doveva essere "uno strumento politico ed elettorale immediatamente operativo" in grado tanto di confermare gli ideali e i programmi della Dc storica, quanto di sostenere la riorganizzazione della Dc, scrivendo nello statuto che la Dc nuova si sarebbe sciolta "automaticamente al momento della costituzione della Dc storica anche sul piano organizzativo e del contestuale riconoscimento della proprietà esclusiva del simbolo con lo scudo crociato". Nel frattempo, per non farsi impedire l'attività, era stato elaborato un altro emblema, che riportava comunque in evidenza la sigla Dc e un elemento crociato.
Non sono mancati, per la cronaca, altri tentativi di rimettere in piedi la Dc senza l'intenzione di combattere una battaglia giuridica per riconnettersi al partito nato nel 1943, magari con nomi diversi (come la Federazione dei Democristiani di Ugo Grippo e Luigi Baruffi o il Movimento politico Libertas di Antonio Fierro) o comunque con simboli nuovi (come la Democrazia cristiana storica di Francesco Crocensi). Il tutto mentre l'Associazione degli iscritti alla Dc del 1993 presieduta da Raffaele Cerenza ha continuato la sua opera per tentare di ricostruire la situazione patrimoniale della Dc, rivolgendosi alla Camera per ricostruire i bilanci della Dc storica (e compiere una ricognizione sui bilanci dei partiti che hanno tratto benefici dal patrimonio democristiano, verificando anche l'esistenza di eventuali rimborsi elettorali che sarebbero spettati alla Dc) e a varie procure della Repubblica perché indagassero su eventuali irregolarità legate alla gestione degli immobili già legati alla Dc.
Quello che pochi sapevano era che, nel frattempo, qualcuno si stava muovendo per cercare di far tornare la Democrazia cristiana in un modo che sembrasse anche giuridicamente credibile, sperando di farsi un regalo di Natale anticipato.


15) Un giudice riconvoca l'assemblea Dc. Eppure...

Il regalo in effetti è arrivato il 14 dicembre, quando al Tribunale di Roma è stato depositato il decreto del giudice Guido Romano, con cui effettivamente si disponeva la convocazione dell'assemblea nazionale della Dc presso l'hotel Ergife di Roma (il congressificio per eccellenza), indicando per la seconda convocazione la data del 26 febbraio 2017: un provvedimento che chiudeva un iter iniziato il 12 maggio 2016, con un'istanza rivolta al presidente del tribunale da cinque persone - primo firmatario Nino Luciani - che agivano per conto del 10% degli iscritti alla Dc.  
Come ci erano riusciti, considerando che le deleghe allegate erano oltre 200? La platea di iscritti era di circa 2000 persone? Quella del 1993 certamente no, ma risultavano 1742 gli iscritti dell'elenco fornito al giudice. Come mai così pochi? Evidentemente non poteva trattarsi degli iscritti del 1993 (di cui tra l'altro non esistevano elenchi accessibili), ma di coloro che nel 2012 avevano confermato la loro iscrizione in occasione del XIX congresso che aveva confermato alla segreteria Gianni Fontana: proprio quel percorso che era stato bloccato dallo stesso giudice Romano con le sue decisioni del 2013 e del 2014. Aveva ragione il giudice nel dire che "in sede di volontaria giurisdizione, al Tribunale è devoluta esclusivamente la funzione di valutare la legittimità formale della richiesta", lasciando ogni altra questione all'eventuale contenzioso aperto in seguito (e la cosa sembrava certa o quasi), dunque al magistrato toccava solo valutare se il numero dei richiedenti corrispondeva almeno al 10% degli iscritti risultanti dall'elenco fornito; colpisce però che a disporre quella riunione sia stato proprio lo stesso giudice che, dichiarando nullo il consiglio nazionale del 30 marzo 2012, aveva privato di validità quell'elenco di iscritti. E anche se quell'elenco fosse stato valido, si sarebbe riconvocata l'assemblea della Dc-Fontana (quella del 2012), non certo quella storica: il dubbio rimaneva, visto che il giudice aveva notato come la decadenza di tutti gli organi sociali facesse venire meno il bisogno di provare l'inutile tentativo di chiedere la convocazione agli amministratori dell'associazione (quali organi erano decaduti, quelli della Dc-Fontana che aveva visto invalidate tutte le sue azioni o quelli della Dc storica grazie al decorso del tempo?).
La decisione del tribunale, in ogni caso, era arrivata (dopo tra l'altro che ai richiedenti si era chiesto di documentare la disponibilità di una sala in grado di contenere tutti i soci e qualcuno aveva anticipato di tasca sua i soldi per il contratto) ed era un passo importante, che in precedenza era sempre mancato. Alcune polemiche formali erano iniziate peraltro già nelle settimane precedenti l'assemblea, la cui convocazione spettava al primo firmatario, Luciani; quando poi l'assemblea si è effettivamente tenuta, se ne sono viste di ogni colore. Lì, ascoltato Fratelli d'Italia e cantato O bianco fiore, tra una polemica e l'altra si è arrivati a eleggere alla presidenza dell'associazione di nuovo Gianni Fontana: sarebbe toccato a lui portare la Dc a celebrare un'altra volta il XIX congresso. La data, tuttavia, è stata spostata più volte (con ampio corredo di polemiche sulla gestione del partito), fino a quella definitiva del 14 ottobre 2018 (con puntuale diffida dell'Udc): lì è stato eletto alla segreteria Renato Grassi


16) Verso la fine, tra ricorsi, sentenze, liquidazioni e fondazioni

Poteva andare tutto liscio? No, ovviamente, visto che per Raffaele Cerenza e il suo vice Franco De Simoni non era stata valida la convocazione dell'assemblea del 26 febbraio 2017 per vizi di vario tipo. Loro hanno presentato un ricorso già ad aprile del 2017, ma non si è ancora arrivati a una decisione nemmeno provvisoria e lo stesso vale per l'impugnazione degli atti del congresso del 2018, con nuove contestazioni circa la sua validità; nel frattempo non era andato a buon fine un ricorso presentato da Cerenza per inibire all'Udc l'uso dello scudo crociato e la Dc-Fontana si era vista bocciare il suo simbolo alle elezioni politiche, ma aveva accettato di sostituire lo scudo con una bandiera crociata (con grande scorno di molti, che hanno considerato quella scelta una resa: il tentativo di correre alle europee nel 2019 sotto le insegne del Ppe per non raccogliere le firme non sarebbe andato meglio) per poi diffidare dall'uso del nome Dc tanto Cerenza quanto Rotondi
Già, perché in tutto ciò, Gianfranco Rotondi ad agosto del 2018 aveva messo da parte il suo ultimo partito, Rivoluzione cristiana, per rispolverare la sua vecchia Dc (non più per le autonomie) e metterla a disposizione per un'eventuale federazione democristiana sotto l'antico nome (e magari anche lo scudo, se lo avesse apportato l'Udc); a luglio del 2019, tuttavia, anche quella Dc è stata sciolta assieme al Cdu (di cui Rotondi era ancora tesoriere) e i due simboli sono stati conferiti alla Fondazione Fiorentino Sullo, ribattezzata Fondazione Democrazia cristiana (il tutto mentre l'Udc rivendicava per l'ennesima volta la titolarità esclusiva dello scudo crociato e nelle settimane successive provava a concepire un nuovo disegno federativo di natura democratica cristiana). 
Sempre a luglio, tra l'altro, la Cassazione si è definitivamente pronunciata su una vicenda processuale iniziata nel 2006 con una citazione di Angelo Sandri, che aveva chiamato in giudizio Ccd, Cdu, Udc, Ppi e Dc-Rotondi, chiedendo che si dichiarasse nullo il cambio di nome da Dc a Ppi del 1994 (con conseguente costituzione di un nuovo partito), si inibisse a soggetti diversi dalla Dc-Sandri l'uso di nome e simbolo storici e si condannassero tutti i partiti nuovi a restituire i beni indebitamente sottratti nel frattempo. In primo e in secondo grado (2009 e 2017) le domande di Sandri sono state respinte (nessuno aveva voluto costituire un nuovo partito col nome di Ppi, non si è accolta la tesi dell'invalidità del mutamento di nome e non ci sono elementi per dire che la Dc-Sandri coincide con la Dc storica, anzi la Dc-Rotondi aveva il diritto di chiedere alla Dc-Sandri di non usare più il suo nome); un'ordinanza della Suprema Corte ha semplicemente dichiarato inammissibile il ricorso di Sandri, perché formulato in un modo ritenuto scorretto. 
Per la seconda volta, dunque, la Cassazione si è espressa su vicende relative alla Democrazia cristiana e allo scudo crociato (senza contare ovviamente i numerosi pronunciamenti sui contrassegni presentati per le elezioni politiche ed europee: almeno una decina, se non di più). I contenziosi, tuttavia, non sono finiti: restano in piedi, soprattutto, quelli legati alla validità dell'assemblea del 26 febbraio 2017 e del congresso del 2018, ma le cause saranno trattate l'anno prossimo. Nell'attesa, Cerenza - come presidente dell'associazione di iscritti alla Dc del 1993 - ha comunque autoconvocato per il 12 ottobre (domani) a Roma un'assemblea costituente del partito, ritenendo illegittimi i passi compiuti dal 2016; lo stesso giorno e quasi alla stessa ora, peraltro, Nino Luciani ha convocato un'analoga assemblea, ritenendosi delegato a ciò da Gianni Fontana (ma non con il consenso degli organi della Dc-Grassi). 
La vicenda, come si vede, non sembra avere fine e non l'avrà a breve termine; nel frattempo, resta sempre in sospeso la questione del Ppi, per il quale - lo ha detto abbastanza chiaramente la Cassazione - la dichiarazione di inesistenza delle delibere del cambio di nome non vale. In un processo, insomma, si è stabilito che la persona che si faceva chiamare Marco Cerri in realtà era ancora Franco Porta, ma quell'accertamento non valeva nei confronti di Cerri, che è ormai consunto dal tempo ma è ancora in vita e al momento può ancora farsi chiamare col nome che ha scelto tanti anni prima. Nonostante questo, c'è ancora chi si rifiuta di accettare l'idea che il Ppi e la Dc siano lo stesso soggetto giuridico, pur di non lasciare la titolarità di nome e simbolo democristiani a chi li aveva voluti mettere da parte: piuttosto che ammettere che Marco Cerri (il Ppi) sia la persona che prima si chiamava Franco Porta (la Dc), preferiscono pensare che al momento del cambio di nome Cerri sia diventato un'altra persona e che Porta sia sopravvissuto, da qualche parte, nell'attesa che qualcuno lo svegli dal sonno. Ci vorrà un altro tribunale per chiarire anche questo, una volta per tutte?


(3 - fine)

giovedì 10 ottobre 2019

Bruno Magno, conversazione a sinistra ben oltre la Quercia

In un ipotetico elenco dei giorni chiave della politica italiana, per nessuna ragione dovrebbe mancare il 10 ottobre 1990; i fanatici della precisione potrebbero addirittura fissare l'ora, le 19 e 12 (come annotato sulla Repubblica da Giampaolo Pansa). Esattamente 29 anni fa, infatti, il segretario del Partito comunista italiano Achille Occhetto mostrava a una folla incontenibile di giornalisti e fotografi il nuovo simbolo che la sua mozione avrebbe proposto per il partito che pochi mesi dopo avrebbe celebrato a Rimini il suo XX congresso: l'ultimo con quel nome. Il 3 febbraio 1991 la maggioranza dei delegati decise di adottare la nuova grafica e il nuovo nome che essa conteneva, Partito democratico della sinistra; per capire in pieno il senso di quel passaggio, però, bisogna parlare con chi a quel nuovo corso ha dato corpo, forma e colore.
Bruno Magno, classe 1942, di Manfredonia, era uno dei membri dell'ufficio grafico del Pci quando in un giorno di giugno del 1990 Walter Veltroni gli chiese - pregandolo di mantenere una discrezione totale, oltre i limiti dell'immaginabile e perfino del ragionevole - di disegnare il nuovo emblema del partito. Un incarico drammaticamente delicato, che Magno portò a termine nel giro di qualche mese, da artigiano paziente e consapevole della grafica politica, profondendo energie in quantità incalcolabile. In seguito, alle dipendenze del Pds, dei Ds e (per poco) del Pd, Magno si è dovuto occupare anche di altri simboli (da quello dei Progressisti, la "gioiosa macchina da guerra" dalla fine ingloriosa del 1994, a quello di Uniti nell'Ulivo, per le europee di dieci anni dopo): nessuno di essi porta però con sé il carico di valori ed emozioni di quell'albero dalla grande chioma verde - identificato con una quercia, anzi la Quercia, benché all'inizio non fosse stato pensato così - in cui avrebbe dovuto riconoscersi il popolo che fino a quel momento si era ritrovato nello sventolio della doppia bandiera con "la falce e martello con la stella d'Italia" (alla Togliatti). Segni che erano rimasti, ma in miniatura (e, lo si vedrà, per ragioni non solo ideali).
La genesi di quel simbolo, va detto subito con franchezza, l'aveva già raccontata dieci anni fa Luca Telese, nel suo libro Qualcuno era comunista, pubblicato da Sperling & Kupfer. Il capitolo Bozzetti & segreti. Storia dell'uomo che inventò la Quercia (e non solo) narra proprio il percorso che ha portato al simbolo che ha incarnato - assieme a frasi, gesti e immagini - la Svolta della sinistra (con conseguenze e ferite ancora tangibili): lo fa bene, con passione, con una prosa coinvolgente e che sa dare conto anche della cifra personale e artistica - sì, artistica, termine appropriatissimo - di Magno. Volendo, per ripercorrere la nascita della Quercia, ci si poteva limitare a riprendere ampi stralci di quanto Telese aveva scritto nel 2009: l'esito sarebbe stato già soddisfacente. Eppure, proprio la lettura di quelle belle pagine aveva generato domande, curiosità, nuovo desiderio di conoscere e, ancor più che in passato, sarebbe stato bello farlo coi propri occhi e appagando anche il senso del tatto; in più, anche altri simboli, pur essendo successivi all'arco di tempo 1989-1991 considerato da Qualcuno era comunista, meritavano di essere considerati con una certa attenzione.
Per questo, chi scrive ha deciso di mettersi sulle tracce di chi per tanto tempo aveva saputo (e insegnato a) Vedere a sinistra, che è anche il titolo del libro di Bruno Magno, pubblicato da Editori Riuniti nel 1991, poco dopo la svolta del Pci, e oggi quasi introvabile, se non nei circuiti delle librerie antiquarie o sui siti per acquistare libri "di seconda mano". Grazie a qualche colpo di fortuna e ad alcune indicazioni giuste - e, ancor prima, cortesi - l'incontro con Magno si è realizzato: ne è nata una lunga chiacchierata, andata ben oltre i simboli, ma con l'impagabile possibilità di toccare davvero con mano ogni passaggio. Perché Bruno Magno ha conservato (e a volte persino salvato) tutto. Davvero tutto. Ciò che segue è il resoconto fedele di questa "conversazione a sinistra", necessariamente lunga - chiedo perdono sin d'ora - e che in più di un momento ha sfiorato la commozione (di entrambi): per gli episodi narrati anche da Telese si rimanderà giustamente di volta in volta al suo libro; per tutto il resto, buona lettura e - si spera - buone emozioni. 


* * *

"Bruno Magno, quello della Quercia": le è capitato spesso di sentirsi etichettato così, nel corso degli anni?
In effetti è capitato e devo dire che mi ha dato anche un po' fastidio: la Quercia non è tra le cose più belle che io abbia potuto fare ed essere ricordato essenzialmente per questo o solo per questo mi ha un po' disturbato, diciamo, visto che ho fatto molte altre cose, essendo stato parte dell'ufficio grafico del Pci dal 1972 fino alla fine della sua esistenza politica e avendo poi continuato a lavorare per il Pds e per i Ds. 
Trentacinque anni, dunque.
Sì, anche se in realtà per alcuni mesi ho continuato a lavorare per il Pd: alcuni funzionari dei partiti che hanno dato luogo a quell'esperienza sono passati a lavorare per il nuovo partito e io ero tra questi, come responsabile dell'ufficio grafico. Ho poi continuato a collaborare per vari anni con l'Associazione Enrico Berlinguer [che riunisce tutte le fondazioni costituite in Italia per salvaguardare il patrimonio culturale e materiale che fu del Pci, ndb]
Un impegno davvero lungo e iniziato presto...
Vede, io sono pugliese e venni a Roma per studiare architettura, frequentando per alcuni anni la facoltà della Sapienza, a Valle Giulia; a un certo punto però scoprii un corso superiore di comunicazione visiva, tema per cui ho avuto sempre un certo interesse. Mi iscrissi e frequentai dal 1968 al 1971. Durante il corso, visto che anch'io, come lei, sono un malato di politica, mi diedi ad alcune esercitazioni basate proprio sulla politica: feci delle ricerche grafiche basate sulla testata dell'Unità, tanto per non sbagliare. Conobbi poi un giornalista dell'Unità che mi chiese di fargli vedere quel che facevo, così andai in via dei Taurini dove c'era la tipografia del quotidiano: videro i miei lavori e mi chiesero di aiutarli come impaginatore di notte, per coprire i turni di chi andava in ferie. Dopo qualche mese, qualcuno mi segnalò in direzione al Pci: Gino Galli, viceresponsabile della propaganda, volle vedere i miei lavori e mi propose qualche collaborazione, poi sono rimasto sempre là.
Praticamente lei ha vissuto al Bottegone...
Eravamo al sesto piano di Botteghe Oscure, l'ultimo: avevo una stanza con vista sul Campidoglio, dall'altra parte c'era la vista sull'ex ghetto. Quando arrivai, nel 1972, l'ufficio grafico aveva tra l'altro una sede particolare: quel sesto piano di fatto era un piano rientrato, con un terrazzo e uffici distribuiti sui lati di un lungo corridoio. In fondo a quel corridoio c'erano due stanze che erano state l'appartamento di Palmiro Togliatti: lì era l'ufficio grafico. Dopo qualche tempo ci trasferimmo in una stanza molto più grande, anche perché nel frattempo all'ufficio grafico eravamo cresciuti di numero.
Cosa voleva dire lavorare per la grafica del Pci in quegli anni, per molti versi non certo facili?
Forse sono stato fortunato: non ho mai avuto grandi problemi nel mio lavoro. Si può pensare che fosse difficile farsi approvare certe proposte, certi bozzetti da dirigenti di quel livello... 
... al di là della grana delle tessere, che lei ha raccontato a Telese in Qualcuno era comunista...

Manifesto, 1986 (da Vedere a sinistra)
... beh, sì, quelle in effetti davano qualche problema in più. Però, dicevo, non ho avuto grandi difficoltà, anzi: riguardando oggi alcuni manifesti o grafiche fatte da me, mi viene quasi da dire "questo me lo hanno approvato, che strano!", visto che alcune soluzioni erano anche piuttosto coraggiose. In effetti ricordo solo un caso in cui incontrai qualche difficoltà: nel 1986 feci un bozzetto per un manifesto sulla scuola, riprendendo l'immagine dei cartelli stradali che segnalano l'uscita dei bambini dalla scuola. La Responsabile della sezione Cultura che aveva commissionato il manifesto andò dal Responsabile della Propaganda, per dire che il bozzetto non le piaceva; questi mi chiamò per farmi presente la questione. Io difesi la mia proposta e lui infine mi disse di andare avanti. Al di là di questo, mi hanno approvato quasi tutto: credo mi abbia aiutato l'essere stato iscritto al partito e prima ancora alla Fgci da quando avevo diciott'anni, quindi stavo proprio dentro la politica, i suoi problemi e le possibili soluzioni, quindi forse mi veniva più facile orientarmi.

Era più facile avere delle idee o sviluppare idee suggerite da altri?

Manifesto, 1984 (da Vedere a sinistra)
Difficile dirlo, il fatto è che a quell'epoca, prima dell'avvento della pubblicità nella comunicazione politica, i dirigenti dei partiti di fatto facevano anche ciò che di norma tocca ai copywriter, inventando gli slogan. Certo, non sempre ci azzeccavano, perché si tendeva a scrivere anche troppo. Ricordo un manifesto che mi fece penare: quando realizzo un manifesto io normalmente punto sul cuore del messaggio per realizzare la grafica, mentre il resto è un contorno. Bene, il testo del manifesto quella volta era "Quale agricoltura per l'Europa nelle terre di nuova irrigazione nel Mezzogiorno": quattro o cinque concetti, compresa l'Europa che all'epoca bisognava infilarla quasi ovunque, anche a sproposito. Vista la confusione, mi divertii nella grafica a rappresentarli tutti: usai tre pennellate di tinte "terrigne" diverse, come a indicare la scelta tra più tipi di agricoltura; le pennellate erano disposte a forma di E, così da richiamare l'Europa; sotto misi l'immagine di una terra arida del Sud, resa ancora più arida grazie a vari passaggi in fotocopia.

Parlava della pubblicità: per la sua esperienza, quando entra nella comunicazione politica, ammesso che allora la si potesse chiamare così e non propaganda?

Immagine tratta dalla Rete
Diciamo che i primi a utilizzare le tecniche pubblicitarie nella propaganda furono quelli della Democrazia cristiana. Alla fine degli anni '50 aveva avuto un certo successo anche in Italia il libro di un giornalista e sociologo statunitense, Vance Packard, intitolato I persuasori occulti, che analizzava il potere della pubblicità nella comunicazione. Anche sull'onda del successo di quel tema, nel 1963 la Dc ingaggiò un altro esperto di queste tecniche, lo psicologo Ernest Dichter, che condusse un'indagine per capire quale immagine avesse della Dc il popolo italiano: dopo un lungo lavoro, in una riunione "segreta" con i vertici democristiani rivelò che gli italiani vedevano la Dc come una massaia un po' avanti negli anni, che non sembrava adatta a guardare al futuro. Così quella volta si decise di impostare una campagna di propaganda tutta diversa, per dare un'immagine decisamente svecchiata, proponendo la raffigurazione di una giovane sposa con un mazzo di fiori in mano, abbinata allo slogan "La Dc ha vent'anni".  
Un caso decisamente famoso, anche perché più di qualcuno sfregiò quei manifesti scrivendo sotto, in uno spazio lasciato inopinatamente bianco, "è ora di fotterla", oppure "ed è già così puttana". 
Dagli archivi digitali Istituto Sturzo e Fond. Gramsci ER
Un incidente di percorso, ma non fu l'unico. Il rapporto di Dichter, che doveva restare segreto al pari della riunione in cui era stato presentato, finì invece poco dopo pubblicato su Paese Sera: evidentemente c'era stata una talpa e la Dc dovette difendersi da un polverone enorme sollevato dal caso del "venditore di prugne" chiamato dall'America. In quello stesso 1963, peraltro, una talpa tornò in azione. Dopo "La Dc ha vent'anni", i democristiani avevano ideato una campagna con lo slogan "Cammina coi tempi, cammina con noi", con l'immagine dell'Italia stilizzata a stivale riprodotta più volte, per dare l'idea del camminare: alla direzione del Pci arrivò una telefonata che informò di quel manifesto preparato in 200mila copie, così il partito prese la decisione fulminea di realizzare un manifesto con lo stesso slogan e il riferimento al Pci. Fu stampato nottetempo e venne affisso un giorno prima rispetto a quello dei democristiani. Allora c'era molta foga di partecipazione, e anche le talpe non scherzavano...
Tornando alla domanda di prima, al di là di quel primo episodio, quando si può parlare di vero ingresso della pubblicità nella comunicazione politica?
Dopo quella campagna elettorale del 1963 caratterizzata dalla pubblicità si aprì un dibattito anche all'interno del Pci, con molti che sottolineavano come l'uso della pubblicità nella propaganda politica fosse sbagliato perché sviliva i contenuti della politica. In casa comunista si continuò su questa linea per tanti anni, ma verso la metà degli anni Ottanta anche il Pci si trovò costretto a ricorrere a quelle tecniche.
Lei però ha lavorato per  almeno quindici anni in un contesto in cui si faceva tutto in casa, addirittura spiegando ai compagni delle sezioni più sperdute come si poteva fare una propaganda efficace... Anche questa, in fondo, era pedagogia.
... e infatti Propaganda era il titolo di una pubblicazione a schede che il Pci mandava alle federazioni per aiutarle nella comunicazione; questo tra l'altro permetteva di creare gruppi di giovani pronti ad attivarsi in quel periodo. Fu creata dopo l'esperienza del 1968, del "maggio francese": là si erano occupate tutte le scuole e anche l'atelier di belle arti di Parigi, quindi gli studenti avevano pensato di utilizzare strumenti e attrezzature presenti negli istituti per rendere più efficaci le lotte, usando soprattutto la tecnica della serigrafia per realizzare i manifesti. Anche il Pci, dunque, incentivò l'uso di quella tecnica: in quelle schede si spiegava come poterla utilizzare e, su richiesta, l'ufficio grafico vendeva e spediva i telai serigrafici perché ogni gruppo imparasse a essere autonomo. Ma in quelle schede si insegnava anche a costruire, ad esempio, una mostra fotografica, il palco per i comizi in piazza, a impaginare un giornale murale, ecc. Perfino a organizzare un'estrazione a premi nelle feste de l'Unità.

Da Vedere a sinistra
Si può pensare che la conversazione stia andando fuori tema, rispetto all'idea di parlare di come nacque il simbolo del Pds. Eppure non è così: non si capisce il valore di una scelta, meditata e - come si vedrà - preceduta da uno studio e un lavoro enorme se non si ha ben presente tutto il percorso che ha portato a quella situazione e le tappe fondamentali della grafica e della comunicazione, ben presenti a chi ha avuto per tanto tempo il compito di tradurre in immagini e codici visivi concetti e messaggi di ogni sorta. La stessa persona che tra gli anni '70 e '80 aveva ideato alcuni dei manifesti più intensi e delicati della propaganda comunista - qui è d'obbligo rinviare a Qualcuno era comunista di Telese per il racconto delle campagne contro il terrorismo (Sparano a tutti noi, sparano alla democrazia, 1979) e contro i missili di Comiso (1983, realizzata con Luciano Prati) - nel 1990 fu caricata di un compito durissimo. Già, perché cambiare l'immagine identitaria del Pci voleva dire fare i conti tanto con la Storia, quanto con le storie dei singoli militanti.

Quando Achille Occhetto maturò l'idea della Svolta, all'indomani della caduta del muro di Berlino, era certamente un periodo difficile, emotivamente pesante per elettori, militanti e funzionari del Pci. Lei come ha vissuto quel periodo?
Non posso dire di essere stato sconvolto, ma certamente ero molto colpito da questo crollo. Ammetto però che non ero del tutto sorpreso: all'epoca di Gorbaciov ricordo che come premio mi fecero fare un piccolo viaggio in Unione sovietica e lì mi resi conto che quell'esperienza non sarebbe potuta continuare così. Ricordo che ci fecero visitare diverse località, anche vicine alla Finlandia, ma non c'era un bel clima e non mi riferisco al freddo... Anche le cose buone che ci facevano vedere, come i kolchoz, si sentiva che erano false: ci dicevano che lì tutti prendevano lo stesso stipendio, poi si facevano domande in giro e si scopriva che non era così, era una finzione per noi. Incontrammo anche gruppi dirigenti, intellettuali del posto e si avvertiva che anche loro erano in difficoltà, quasi imbarazzati: sentivo, insomma, quest'atmosfera di collasso imminente o per lo meno non lontano. Qualche giorno fa, tra l'altro, c'era Occhetto in televisione e gli avevano chiesto cosa pensasse dei paesi socialisti crollati alla fine degli anni '80 o poco dopo: lui ha risposto che non erano paesi socialisti, ma polizieschi.
Ma lei immaginava un crollo in quel momento o la situazione sarebbe potuta durare di più?
Guardi, forse Gorbaciov sarebbe potuto durare un po' se fosse riuscito a fare riforme consistenti. La realtà però ha dimostrato che non c'era spazio per fare riforme, di fatto era un sistema irriformabile: con tutto ciò che si è mosso dopo la caduta del muro, come si poteva riformare?
In questo clima che lei ha descritto, arrivò il famoso annuncio di Occhetto alla Bolognina, il 12 novembre 1989. Un annuncio che per molti, ma non per tutti, apparve improvviso.
Vede, in realtà non è proprio così. Mi ricordo che preparai moltissimi manifesti per l'ultima campagna elettorale, quella per le europee 1989 e anche per i mesi successivi, inserendo come testo la dizione "nuovo Pci", che figurava anche in un fondale per una precedente festa nazionale dell'Unità; contemporaneamente erano cambiati anche alcuni elementi grafici, per cui si era abbandonato il fondo blu per il bianco, si erano usati altri caratteri e colori per le scritte... Soprattutto per chi come me lavorava all'interno, si sentiva già allora nell'aria, prima della Bolognina, che qualcosa doveva arrivare e stava cambiando: se "nuovo Pci" doveva essere, non lo si poteva fare mantenendo uguali nome e simbolo, non bastava aggiungere quel "nuovo".
Da Vedere a sinistra
Occhetto, tra l'altro, alla Bolognina rispose ai giornalisti sul cambio di nome del partito, non parlò del simbolo; eppure dal giorno dopo la polemica e le discussioni si concentrano soprattutto sull'emblema, specie da parte di chi non avrebbe voluto cambiarlo per nessuna ragione. Sarebbe stato possibile cambiare il nome - che peraltro non era presente nel simbolo, al di là della sigla - lasciando intatta la grafica o formavano un tutt'uno inscindibile?
Devo dire che, quando fui chiamato da Veltroni e ricevetti l'incarico, non mi meravigliai della richiesta di cambiare anche il soggetto della grafica, proprio per quelle intuizioni che avevo avuto. In effetti non mi interrogai troppo su questo, forse anche per una mia acquiescenza militante che faceva accettare le indicazioni che venivano dall'alto. In ogni caso sono convinto che non sarebbe bastato cambiare il nome: ciò che era avvenuto e stava accadendo giustificava un cambio netto. Dirò di più: a volte avevo l'impressione che lo si dovesse fare anche prima.
Quando, secondo lei?
Prima che crollasse il muro e si innescasse il crollo dell'Unione sovietica. I segnali già c'erano: come dicevo, si capiva che Gorbaciov non poteva riformare nulla, tant'è che poi nell'agosto del 1991 avremmo assistito al tentato colpo di stato, segno che davvero non c'era spazio per cambiare e occorreva girare pagina prima.
Certo stupiscono i tempi della Svolta e del simbolo: la Bolognina è del novembre 1989, si discute a lungo fino al XIX congresso, a marzo del 1990 in cui la maggioranza decide di cambiare nome e simbolo; Veltroni la contatta per disegnare il nuovo simbolo a giugno e l'emblema è reso pubblico in ottobre, per poi essere adottato all'inizio di febbraio del 1991. In quei tre mesi di limbo tra marzo e giugno, in cui si sapeva che si doveva cambiare ma non come, lei cosa pensò?
In realtà non feci grandi pensieri su come si potesse cambiare, né per il nome né per il simbolo, almeno in quel periodo. Quando poi ricevetti l'incarico, non ebbi subito un nome su cui lavorare e, nel corso delle settimane, me ne diedero diversi, fino a quello definitivo scelto da Occhetto e da chi era vicino a lui: nel frattempo capitava che nei bozzetti i nomi li mettessi io, compresi "Sinistra italiana" e "Partito democratico", che poi sarebbero stati usati davvero, anche da altri soggetti. A me piaceva molto "Partito del lavoro": c'era stata la nota posizione di Giorgio Amendola che avrebbe voluto, già dopo l'elezione di Saragat al Quirinale, costituire il Partito dei lavoratori e quel nome mi convinceva, per cui lo usai in alcuni miei schizzi. A volte, peraltro, mi erano stati dati nomi lunghissimi e articolati: pensi che in qualche caso c'era il nome principale e una sorta di sottotitolo esplicativo di varie parole: c'era per esempio "Sinistra italiana" e poi, sotto, "Partito democratico dei progressisti e dei comunisti".
Roba che persino su un manifesto sarebbe entrata con una certa difficoltà...
In effetti sì. Aveva ragione lei prima quando parlava di limbo per quei mesi tra il XIX congresso di Bologna e l'incarico a me, forse anche prima e dopo: non si sapeva bene cosa fare, ci fu davvero un grande dibattito all'interno in cui ognuno disse la propria, a favore o contro il cambiamento, e non tutti i favorevoli avevano la stessa idea su come cambiare.
Non a caso in quel periodo aumentarono le liste civiche, che sostituivano il simbolo del Pci o lo affiancavano a uno locale, a volte con risvolti problematici, come nella mia Guastalla (in cui qualcuno non riconobbe il Pci nel simbolo del Campanone) o a Pisa (in cui in una circoscrizionale non venne stampato il Delfino scelto dai comunisti per sormontare falce e martello e dovette intervenire il Tar per annullare tutto).
Immagino le scene, anche se ovviamente il fenomeno delle civiche presentate dal Pci era già diffuso in passato, con una lunga tradizione. Al di là della lista delle due Torri a Bologna, ho anche un ricordo personale, legato alle elezioni amministrative che si svolsero nel 1958 a Manfredonia. Mio padre Michele un giorno era nella sezione del partito e aveva davanti a sé un grosso pannello rotondo, su cui stava disegnando, seguendo con il pennello una traccia che aveva realizzato a matita, il simbolo della lista che si stava per presentare: lui era stato sindacalista della Cgil, in quel periodo era deputato Pci e poi è stato eletto anche senatore e sindaco di Manfredonia dal 1975 al 1982, ma si dilettava anche in queste cose. Il soggetto del simbolo era una mano che reggeva una tromba e mio padre con il pennello la stava tracciando: a un certo punto si voltò verso di me e mi disse "finisci tu, che sei bravo a disegnare", probabilmente per darmi soddisfazione. Quel pannello nel corso della campagna elettorale campeggiò sul palco di tutti i comizi.

Non ci si sorprende, in qualche modo, a sentire questo racconto, anzi quasi conforta il fatto che un parlamentare dell'epoca trovasse il tempo per stare in una sezione, prendere il pennello e disegnare un simbolo destinato a un'elezione per poco più di trentamila abitanti (oggi quanti lo farebbero? E quali sezioni o sedi troverebbero aperte?). Quelle ultime pennellate date da Magno junior, poi, appaiono quasi profetiche, pensando al compito affidato al grafico oltre trent'anni più tardi: un incarico affrontato con un bagaglio di conoscenze e consapevolezza ben maggiore, ma sentendo sulle proprie spalle tutto il peso della responsabilità che a sedici anni sicuramente non c'era.

Magno, quanti eravate nell'ufficio grafico del Pci quando Veltroni la chiamò?
Eravamo in quattro: il Responsabile dell'Ufficio grafico Luciano Prati, io, Tiziana Cesselon e Lidia Berlinguer.
Telese nel suo libro racconta a dovere il momento dell'assegnazione dell'incarico, con il dialogo tra lei e Veltroni, che quasi implorava il massimo della riservatezza. Lei come vide questa novità? Una grana, una sfida?
Per me era una grana di quelle enormi, soprattutto per il segreto assoluto che avrei dovuto tenere: una cosa devastante per me. Lei si immagini: lavoravamo in tre o anche in quattro nella stessa stanza, soprattutto con loro presenti dovevo nascondere il lavoro che stavo facendo, mascherandolo come se fosse altro; se qualcuno si avvicinava anche solo un po' al mio tavolo, dovevo coprire tutto perché non s'intravedesse proprio nulla. Quando arrivava l'orario di fine lavoro, poi, uscivamo più o meno tutti insieme, ma io li salutavo, facevo un giro del palazzo e poi rientravo, per poter lavorare da solo in ufficio. Questo a volte ha portato anche a episodi quasi comici, come quella volta che si fulminò la lampadina della mia postazione e dovetti smontare quella del mio vicino, ma mi ricordai che non l'avevo risistemata solo una volta tornato a casa...
Vero, l'ha raccontato pure a Telese. In effetti colpisce soprattutto che lei e la dirigenza del partito siate riusciti a tenere il segreto così a lungo, per mesi: come avete fatto?
Le dico soltanto che questa sindrome della segretezza aveva raggiunto livelli tali che anche le cartacce, gli schizzi chiaramente da buttare, non potevo gettarli nel cestino, nemmeno strappati, per il timore che qualcuno potesse rovistare tra la carta straccia e trovare o anche solo intuire qualcosa: dovevo mettere tutto in un sacco grande e portarlo a casa, dove lo custodivo dentro un armadio. Una volta presentato il simbolo, finalmente ho potuto buttarlo... Fino ad allora, comunque, riuscimmo a custodire il segreto, anche se il giorno in cui ci fu la conferenza stampa di presentazione, il 10 ottobre 1990, la Repubblica era già uscita con un disegno che si avvicinava alla soluzione grafica che avevo escogitato.
Da Qualcuno era comunista
Leggendo il libro di Telese si scopre che il fondatore e allora direttore del giornale, Eugenio Scalfari, aveva chiesto a Occhetto di vedere in anteprima il simbolo: lui, non potendo sottrarsi ma volendo evitare fughe di notizie, mandò a casa del giornalista il suo portavoce, Massimo De Angelis, col pannello pronto per la conferenza stampa dell'indomani. La "missione" si svolse in tarda serata, sperando che Scalfari non avesse il tempo di avvertire il giornale; lui però riuscì lo stesso a telefonare in redazione e a dare indicazioni grafiche abbastanza precise, tradotte poi dai grafici.
Già, penso che sia andata così, anche se il pannello di cui lei parla, in realtà, erano due, uno con il simbolo in bianco e nero e uno a colori. Li ho ancora io, vede?

Mentre sta finendo la sua domanda, Magno si alza e indica due grandi quadrati, di colore rosso, che spuntano dietro una grande stampante del suo studio. Li prende, li posa sulla stampante, solleva piano la copertura di entrambi... ed ecco il simbolone in doppia copia, sessanta centimetri di diametro: uno in bianco e nero (così l'emblema finì su varie schede, ancora black&white nel 1991, in comuni come Brescia) e l'altro a colori, quello finito a casa di Scalfari e poi mostrato da Occhetto alla folla di giornalisti, fotografi e telecamere nella sala stampa di Botteghe Oscure.
Da lontano il simbolo gigante sembra una stampa; da vicino si capisce che tutto è fatto a mano, prima tracciato a matita (si vede qualche microsegno, qua e là) e poi campìto coi pennelli nei dettagli: le bandiere, il tronco coi rami, ogni gobba e insenatura della chioma. Anche la scritta con il nome fu realizzata con il pennello e il colore a tempera.
"La scritta - spiega il grafico - è stata la parte più difficile di tutto il lavoro, dovevo trovare la dimensione adatta perché la scritta formasse una semicirconferenza; ricavate le lettere su carta, ne cercai la disposizione corretta, con l'inclinazione di ciascuna dettata dalla posizione sull'arco. Passai le lettere così disposte su carta lucida, sfregandovi sopra la grafite a frottage, poi rimisi il trasparente sul pannello e ricalcai a matita i contorni, da riempire con il pennello". Altro che caratteri trasferibili Letraset: tutto a mano, artigianale, "non avevo il computer e non potevo rivolgermi all'esterno per fare il lavoro, col rischio che tutti gli sforzi per mantenere segreto il lavoro andassero in fumo".
Sorprende che questi pannelli così preziosi siano a casa dell'autore e non nei locali che custodiscono il patrimonio che fu del partito. La domanda non fa in tempo a migrare dalla mente alla bocca e a tradursi in parole, che la risposta arriva: "Finita la conferenza stampa e passato un po' di tempo, quei simboli finirono nell'armadio di Walter Veltroni. Qualche anno dopo, Veltroni dovette cambiare ufficio e si preparava al trasloco. Un giorno entrai nell'ufficio che lui stava per lasciare, vidi tutto sottosopra: in quella confusione intravidi anche i due simboli grandi e, temendo che finissero buttati via, me li ripresi".
Il pensiero che un tassello fondamentale della storia politica italiana potesse finire, anche solo inavvertitamente, nei cassonetti della carta genera un brivido lungo la schiena e tanta, tanta gratitudine per chi, temendo che il frutto di tante ore del proprio lavoro potesse fare una fine ingloriosa e immeritata, ha agito in fretta per mettere in salvo quei due pezzi unici. Che a quel punto viene l'istinto di guardare con ancora maggior attenzione, per cogliere ogni dettaglio, ogni pennellata che, da vicino e in controluce, si riesce ad apprezzare. Per chi all'epoca della presentazione del simbolo aveva poco più di sette anni, avere davanti agli occhi quel pannello è emozionante, specie se la persona a fianco, quella che gli ha dato vita, replica "devo dire che anche a me, guardandolo adesso, viene un po' di emozione": meglio lasciare per un po' da parte quella puntata finale, a serio rischio commozione, e tornare alle puntate precedenti della storia, ancora da sviscerare. 

Da quando ricevette l'incarico a quando iniziò a produrre i primi bozzetti di senso compiuto che poi sottopose a Veltroni, ebbe bisogno di molto tempo?
In effetti per alcune settimane sono andato avanti a tracciare schizzi sui fogli, a matita o a pennarello, di un paio di centimetri di diametro: un lavoro, se vogliamo, "alla carlona", ma che mi permise di mettere tante idee in campo per poi scegliere cosa sviluppare. Il lavoro principale è stato quello successivo, una volta che si era trovata la linea da seguire, sulla base della decina di bozzetti che avevo mostrato a Veltroni: il nostro problema era che non avevamo il computer e quindi ogni operazione doveva essere svolta a mano: non solo i disegni, ma anche i modellini di carta intestata, buste, bandiere, insegne per le sezioni e altre cose che mi erano state chieste; tutti questi tentativi, peraltro, dovevano essere fatti per nomi diversi tra loro e questo comportava un lavoro incredibile, che mi ha quasi distrutto in quel periodo. E, come dicevo, non potevo assolutamente appoggiarmi a qualche service esterno, perché questo avrebbe innescato la curiosità di qualcuno e avrebbe potuto incrinare il segreto che stavamo difendendo con tanto sforzo: ricordo ancora un biglietto che ricevetti da Piero Fassino, con cui lui mi chiedeva di realizzare appunto modelli per la carta da lettere, le buste, eccetera e concludeva con "Discrezione, mi raccomando!".
Torniamo a quei bozzetti presentati a Veltroni: com'erano?
Si trattava di una decina di piccoli layout, di bozzetti frutto dell'evoluzione dei tanti schizzi che avevo fatto, nelle dimensioni di circa dieci centimetri di diametro, realizzati con il pennarello. Tra le soluzioni che avevo proposto c'era per esempio un cuore, le stelle da sole o unite a bandiere, leggermente increspate o con pieghe più decise, che magari partivano rosse e poi dopo le pieghe diventavano tricolori. A me piaceva molto il bozzetto che conteneva come unico elemento grafico un quadrato rosso, inclinato, ma mi resi conto in fretta che non avremmo potuto usarlo perché nel 1990 le schede erano ancora in bianco e nero...
In effetti la leggina per stampare a colori le schede sarebbe arrivata solo nel 1992. Telese tra l'altro segnala che quel quadrato poi è stato ripreso in seguito dalla Cgil: quel marchio è opera sua o lo ha comunque ispirato lei?
Schizzi tratti da Vedere a sinistra (e Qualcuno era comunista)
No, non l'ho fatto io e non so se sapessero di quel bozzetto, non credo in realtà: ci sono arrivati per conto loro e comunque il loro quadrato è piuttosto fermo, statico. In ogni caso, oltre alle soluzioni che ho ricordato, c'era anche il sole in più combinazioni e poi, tra le ultime proposte, c'era anche un albero. Ammetto che era una delle ipotesi che mi convincevano meno, forse perché mi sembrava un po' troppo semplice; l'avevo comunque inserito in quella decina di bozzetti, tra i tanti schizzi che avevo fatto, perché in effetti mi sembrava tra le più produttive dal punto di vista della comunicazione, anche perché l'avevo disegnato come potrebbe fare un bambino, con il tronco e la chioma tondeggiante, una sorta di archetipo dell'albero di immediata lettura. In effetti, quando Veltroni vide i miei disegni, li guardò tutti e poi, indicando l'albero, mi disse: "Io punterei su questo perché si ricorda bene". In effetti, al di là delle mie idee personali, la sua mi sembrò un'osservazione giusta sul piano della comunicazione: un simbolo si deve ricordare e riconoscere subito, non si può pretendere che qualcuno stia lì a ricordarsi una bandiera che gira con effetti strani.
Beh, non eravate gli unici a pensarla così. Silvio Berlusconi sostiene da sempre che se un messaggio impiega più di tre secondi ad arrivare, o non è chiaro o è sbagliato e a quel dettame si era conformato Cesare Priori quando aveva disegnato il simbolo di Forza Italia.
Al di là di questo, la frase di Veltroni mi convinse e superò anche i dubbi che avevo sull'albero come simbolo. Per lo stesso motivo, il farsi ricordare, volli continuare a proporre un colore dominante che potesse rimanere impresso a chi guardava il simbolo: fino a quel momento era stato il rosso della bandiera in primo piano, da lì in avanti avrebbe dovuto essere il verde della chioma dell'albero.
La copertina di Rinascita dopo il 10 ottobre
Finora giustamente abbiamo parlato di albero, lo statuto in effetti parlava di "albero della sinistra" e anche il tribunale di Roma, nell'ordinanza sul contenzioso tra la futura Rifondazione comunista e il Pds, usò la stessa espressione. Tutti però hanno identificato presto quell'albero con una quercia: come si arrivò a questo?
In effetti non ricordo esattamente come andò; ricordo però che qualcuno, forse lo stesso Veltroni, dopo che si era deciso di sviluppare l'albero, aveva espresso qualche timore che la quercia potesse essere vista come un'immagine riconducibile a una tradizione di destra. Feci allora una piccola ricerca per cercare di chiarire questo dubbio e scoprii che parecchie incisioni dei primi anni del socialismo contenevano riferimenti alla quercia, che quindi era molto usata nella storia della sinistra. Poi sono andato a vedere le querce dal vero, per studiare la forma della chioma, la ramificazione e questo mi ha portato a modificare un po' i primi disegni che avevo fatto.
Lavorare su simboli già sperimentati a sinistra o dal partito in anni non troppo lontani sarebbe stato più facile rispetto alla scelta di un soggetto sostanzialmente nuovo per la grafica politica dell'Italia repubblicana?
Vede, io ho lavorato per molti anni per produrre proposte di tessere: si trattava in sostanza di rielaborare, possibilmente rinnovandoli, vecchi simboli o comunque immagini già usate, in cui dunque i militanti potessero riconoscersi. Uno dei motivi per cui all'inizio ero piuttosto scettico sulla questione dell'albero era che si poneva troppo al di fuori del lavoro che avevo fatto fino a quel momento per le tessere. Oggi, ripensandoci, potrei produrre immagini diverse, all'epoca non ero pronto per questo.
Al di là della responsabilità politica enorme e della difficoltà legata al mantenere il segreto, quanto avvertiva la necessità che il simbolo creato fosse fatto per durare? E, nel caso, come ci si poteva riuscire?
Il fatto è che non si poteva pensare che un grande partito come il Pci potesse non durare: era necessario quindi non limitarsi a un'opera di grafica, ma cercare di trasmettere dei valori e contemporaneamente produrre qualcosa di armonico, di ben strutturato, in grado di restare impresso. E in effetti il simbolo è durato dal 1990-91 al 2007, anche se nel giro di qualche anno è passato dal Pds ai Democratici di sinistra.
Ecco, a questo proposito: si è occupato sempre lei di modificare il disegno quando nel 1998 furono fondati i Democratici di sinistra?
Sì, sì, sono stato io. Una prima modifica in realtà la si fece per le elezioni politiche nel 1996, ampliando il prato perché potesse contenere la dicitura "Sinistra europea". Quando poi nacquero i Ds, si tornò sostanzialmente alle proporzioni iniziali dei vari elementi, sostituendo il nome (e "condensando" meno i caratteri, visto che la denominazione era più corta) e mettendo la rosa contornata di stelle del Pse al posto del simbolo del Pci, scoprendo tra l'altro la parte bassa dell'albero, fino a quel momento nascosta: quando avevo concepito il disegno dell'albero, lo avevo fatto per intero, anche senza mettere il simbolo, quindi sapevo già che forma avrebbe avuto la base del tronco che affonda le radici nel prato.
L'ultima modifica arrivò dopo il III congresso del 2005, quando una mozione proposta da Valdo Spini chiese di inserire per intero la dicitura "Partito del socialismo europeo": si dovette allargare il prato perché la scritta fosse interamente contenuta lì e contemporaneamente si decise di dare più spazio alla rosa, ingrandendola. E tutte queste elaborazioni le ho fatte io, purtroppo.

Quell'ultima parola, "purtroppo", pronunciata in fretta e impastata in un piccolo sorriso amaro, non poteva passare inascoltata, senza generare una domanda: "Non la sento entusiasta di queste cose che ha fatto...". La risposta è stata pronta, senza tentennamenti o ritrosie: "No, perché si tratta di un periodo in cui ho sofferto, è stata davvero una grande sofferenza. Vede, io sono proprio nato nel Pci, sono sempre stato nella sezione, nel partito. Sentivo che cambiare era necessario, ma addosso a me sentivo una responsabilità enorme". Già, perché allora cambiare un simbolo in cui ci si era identificati per anni era una faccenda maledettamente seria, per cui si poteva anche urlare e - senza alcuna remora - piangere: "Posso confermare che il cambio di simbolo fu vissuto da molti, anche mesi prima che il nuovo emblema fosse pronto, come una cosa drammatica: nelle famiglie dei comunisti si litigò, ci furono spaccature, a volte ci si menò persino, in nome di quel simbolo che era 'tutta la mia vita', come tanti militanti dissero".

Il simbolo del 1946
Magno, approfittiamo di questa chiacchierata per sfatare definitivamente un mito: non è stato Guttuso a disegnare il simbolo più noto del Pci, vero?
Sa, la tradizione dice che era stato lui e si è continuato a ripeterlo, ancora oggi lo dicono in tanti; il fatto è che nel 1953, dopo il fallimento del Fronte democratico popolare - quello con il volto di Garibaldi, ndb - di cinque anni prima, l'ufficio grafico del partito dovette ridisegnare per intero la doppia bandiera con falce, martello e stella, che nel 1946 era allungata, tratteggiata come a china e non costretta in un tondo.
Nel 1953, invece, era ormai diventato un obbligo includere i simboli in una forma circolare e bisognava sfruttare bene quel cerchio di due centimetri di diametro sulle schede, anche se il bianco e nero continuava a obbligare a rendere i colori secondo un codice grafico-cromatico mutuato dall'araldica.
Il mio ex responsabile dell'ufficio grafico, Luciano Prati, in realtà mi aveva sempre parlato di un pittore napoletano, del cui nome si è perso il ricordo, come autore della sistemazione del 1953. Personalmente dubito che l'autore di quel disegno del 1946 fosse Guttuso, ma naturalmente non ho prove di questo mio pensiero.
Il segno della falce e martello è stato dall'inizio parte del disegno con l'albero oppure no?
Beh, in alcuni schizzi con l'albero lo avevo messo, in altri no. Quando ho iniziato a lavorare ai bozzetti più elaborati, di solito quel segno c'era, ma non il cerchio completo: solo la doppia bandiera con le aste, ritagliata e incollata. Ed era incollata, anzi, proprio perché in quei bozzetti inizialmente non c'era e solo dopo mi è stato detto che avrei dovuto aggiungerla.
Nel libro di Telese, tra l'altro, si legge una cosa che non può passare inosservata ai #drogatidipolitica: inserire la miniatura del fregio comunista nel simbolo, oltre che a rendere esplicita la storia del Pds e a evitare che altri potessero mettere le mani sul vecchio simbolo, poteva servire anche a conservare l'esenzione dalla raccolta firme. In realtà, per la legge elettorale di allora sarebbe bastato avere un gruppo anche solo in una Camera (il Pds lo ebbe in entrambe, Rifondazione comunista riuscì a crearlo al Senato), ma forse qualcuno tra i dirigenti voleva esser certo di non perdere il beneficio o non lasciarlo ad altri: le risulta?
In realtà i miei interlocutori nel partito mi rappresentarono solo la necessità di impedire a chiunque di appropriarsi del simbolo del Pci per altri usi: un timore tutt'altro che infondato, visto che appena finito il XX congresso nacque Rifondazione comunista e per un po' di tempo tentò di usare il simbolo storico dei comunisti nell'Italia repubblicana.
Da Vedere a sinistra
Prima mi parlava del lavoro fatto sull'albero, una volta definito il soggetto del nuovo simbolo. Come si è arrivati alla forma definitiva?
Mi ricordo che feci un grande lavoro sui dettagli, per trovare la soluzione grafica che potesse dare la resa migliore all'emblema. Il tronco finale, per esempio, aveva quattro rami, ma durante la lavorazione ne ha avuti spesso tre o anche soltanto due. Molte prove, allo stesso modo, hanno riguardato la conformazione della chioma dell'albero, ora più sottile, ora più folta, ora con una conformazione un po' diversa: un lavorio incredibile, mi creda. Io sentivo, in considerazione delle caratteristiche della proposta grafica in questione, la necessità dell'apporto di un disegnatore. Che io non sono. Ma non potevo cercarlo, né richiederlo: la segretezza impediva ogni rapporto con figure altre.
Da Vedere a sinistra
Si discusse anche su come scrivere il nome, cosa non immediata perché era lungo, dunque non semplice da gestire: alla fine il carattere scelto fu un Helvetica, ma piuttosto condensato, anche perché volevo che l'arco che componeva fosse pari a un semicerchio; qualcuno, proprio perché il nome era lungo, aveva proposto di andare oltre i 180 gradi, ma per me era essenziale una maggiore armonia della composizione finale. Per lo stesso motivo, studiai l'emblema in modo che fosse geometricamente armonico, riconducendolo a una struttura "a cerchi tangenti" e in base alle diagonali del quadrato circoscritto e ai diametri verticale e orizzontale del cerchio stesso.
Anche la scelta dei colori fu importante e ci si arrivò in tempi diversi: il nome del partito, per esempio, nei primi bozzetti compiuti l'avevo scritto in nero, perché pensavo che un elemento nero che racchiudesse una composizione con vari colori fosse opportuno; fu Veltroni invece a proporre di tingere la scritta di rosso e, in effetti, devo dire che aveva ragione lui. Verso la fine del lavoro avevo provato a studiare anche qualche soluzione grafica che desse l'impressione dello spessore, della plasticità dell'albero, tanto nella versione in bianco e nero quanto in quella a colori: alla fine si è preferito non adottarla, ma ammetto che quella variante mi era piaciuta molto.
A un certo punto, anche se il nome definitivo non c'era ancora, la grafica si era abbastanza stabilizzata, ma i bozzetti non bastavano più: occorreva una prova di stampa. E lì, come ha raccontato Telese, lei si inventò lo stratagemma del "finto manifesto per il finto convegno"...
Da Vedere a sinistra (e Qualcuno era comunista)
Esatto. Il fatto è che, una volta definito il soggetto del simbolo, Veltroni avrebbe voluto non solo le prove di stampa, ma anche vedere la resa dell'emblema in vari contesti, con diverse caratteristiche cromatiche e con le varie ipotesi di denominazione del partito. Feci qualche conto e capii che avrei dovuto fare qualcosa come una trentina di bozzetti a mano, una cosa assolutamente massacrante e soprattutto impossibile con i mezzi di cui disponevo all'epoca; per la prova di stampa, poi c'era il solito problema di non far capire alla tipografia cui ci fossimo rivolti che quello era il nuovo simbolo, per evitare fughe di notizie. Alla fine mi venne questa idea del manifesto di un convegno, ovviamente inesistente, sul patrimonio boschivo italiano, per giustificare la ripetizione dell'albero, e spalmato su quattro giorni, per vederne la resa in nero, in verde, in rosso con tronco marrone e infine in quadricromia: un'immagine per ogni giornata, con la riproduzione del simbolo del Pci nei colori della giornata di riferimento, staccato dalla sua "nuova sede", ma già nelle dimensioni che avrebbe dovuto avere. La stampa nella solita tipografia andò liscia, nessuno si accorse di nulla: quando poi il simbolo fu divulgato e i tipografi capirono cos'avevano avuto per le mani, mi dissero scherzando "l'avessimo saputo, avremmo venduto lo scoop a qualche giornale!". Pericolo scampato!
Quando il simbolo fu presentato, al giornalista che aveva chiesto a Occhetto chi avesse fatto il simbolo, lui - come ha scritto Telese - rispose, quasi colto di sorpresa, "E' stato... un ufficio grafico...", senza fare il suo nome. Durante tutto il periodo in cui lavorò al nuovo emblema, incontrò mai il segretario Occhetto?
No, mai, io mi sono rapportato solo con Walter Veltroni, poi era lui a far vedere quello che facevo a Occhetto, magari discutendone con D'Alema o altri. Io con Occhetto ho parlato una volta soltanto, dopo la conferenza stampa di presentazione del simbolo, quella appunto in cui tergiversò sull'identità di chi aveva lavorato all'emblema: io tra l'altro ero presente in mezzo a quella folla di giornalisti, ma ero praticamente in incognito perché nessuno mi conosceva, almeno fino a quando un fotografo che mi conosceva mi individuò e mi scattò una foto; a quel punto, vista la scena, in tanti si girarono verso di me e iniziarono a scattare anche se non sapevano chi io fossi, hai visto mai che quella foto potesse servire... Sempre lì, tra l'altro, c'era anche il mio responsabile Prati, che come i miei colleghi non sapeva nulla  del mio incarico, ma dopo la presentazione mi disse che qualcosa aveva capito... Archiviata la conferenza, verso mezzanotte, ricevetti a casa una telefonata di Occhetto: "Bruno - mi disse - ti volevo ringraziare per il lavoro che hai fatto. A proposito, adesso posso dire che l'hai fatto tu?", come se si fosse autoimposto anche alla presentazione la consegna del silenzio, quella segretezza era diventata un blocco, un macigno...
Quindi non vi siete mai visti, parlati di persona?
In quel periodo no. Quando, poco dopo, uscì il mio volume Vedere a sinistra, lo portai a Veltroni, che aveva scritto la presentazione al libro, e lo diedi anche a lui.
Il pannello con il simbolo, in un certo senso, fu il vero protagonista della conferenza stampa, quando fu inquadrato da decine tra macchine fotografiche e telecamere...
Già, mentre ai giornalisti fu distribuita una riproduzione fotografica dello scatto fatto qualche ora prima da Angelo Palma sul terrazzo della sede: tra l’altro quel giorno dovemmo fare un gran numero di copie in diapositiva del simbolo, da distribuire ai giornalisti, con una macchina riproduttrice attivata a Botteghe Oscure e anche moltissime fotocopie a colori in formato A4. Qualche giorno dopo uscì, allegata a l'Unità, una riproduzione a colori del simbolo, in formato circa 35x50 cm. In seguito, con l’aiuto di un service fu prodotto e distribuito a tutte le organizzazioni del Partito un pieghevole in carta patinata contenente il simbolo definitivo in bianco e nero e a colori, con tutte le indicazioni tecniche necessarie per la riproduzione e l’utilizzazione. Al debutto ufficiale, invece, proprio il simbolo fu involontario protagonista di un episodio curioso.
Dall'archivio dell'Unità
In che senso? Cosa accadde?
Il primo giorno del XX congresso alla fiera di Rimini, il 31 gennaio 1991, ero nella sala e non avevo forse guardato con troppa attenzione i due simboli che erano sul fondale rosso, dietro alla tribuna della presidenza: per chi era in platea, l'emblema del Pci stava a destra, quello del Pds a sinistra. Ero con mia moglie, che  a un certo punto mi disse: "Guarda che nel simbolo del Pds manca qualcosa...". A quel punto guardai meglio e mi resi conto che nella gigantografia del mio emblema chi l'aveva realizzato si era dimenticato di mettere il prato, l'albero dunque aveva al di sotto il simbolo del Pci ma era senza "base". Corsi allora dagli allestitori del congresso per avvertirli di questa cosa: loro capirono, ma ormai Occhetto aveva iniziato il suo discorso e non potevano certo prendere una scala e andare a correggere il simbolo mentre lui parlava... Il segretario, dunque, aveva relazionato avendo alle sue spalle un simbolo sbagliato; solo durante una pausa, subito dopo il discorso di Occhetto, qualcuno salì con la famosa scala ed esiste persino una foto che ritrae gli addetti intenti a spennellare di verde il prato.
Tornando al giorno successivo alla presentazione, ricorderà che il simbolo ricevette anche commenti al vetriolo, soprattutto da coloro che facevano parte del fronte del "no": per Paolo Volponi era un broccoletto, per Armando Cossutta sembrava troppo un garofano e così via. Qualche critica secondo lei ha colto nel segno? Qualche altra, invece, le ha fatto male?
Tra gli amici che scrissero un testo di presentazione in Vedere a sinistra c'era Gianni Trozzi: abbiamo lavorato insieme per tanti anni, ma per scherzare diceva sempre che nel simbolo mancavano Cip e Ciop! (ride) Anche altri parlarono di ghiande, ma per dire che queste si danno ai maiali... Quanto alla forma della chioma, in effetti ricorda un po' la corolla di un garofano, ma ovviamente il colore cambia. Ricordo con piacere invece l'opinione di Ignazio Delogu, poeta, scrittore e traduttore sardo, ben inserito nel partito, attivo sull'Unità, addetto ai rapporti con i paesi di lingua spagnola e presidente dell'Associazione Italia-Cile: mi disse che il mio simbolo gli piaceva perché gli ricordava la capigliatura di Gramsci.
In base al suo racconto, è chiaro che è nata prima la grafica del nome: se però il nome fosse stato diverso, il disegno sarebbe rimasto lo stesso o sarebbe cambiato? E come sarebbero andate le cose se lei avesse avuto dall'inizio un nome preciso su cui lavorare?
Beh, è probabile che il simbolo sarebbe stato diverso, anzi è quasi certo; mi avrebbe stimolato in una direzione diversa.
Avrebbe preferito avere dunque prima il nome? Anche se da un certo punto di vista sarebbe stato meno libero?
Si, direi che avrei preferito, anche perché quando mi ero trovato davanti delle proposte di nome chilometriche, l'aiuto che avevo ricevuto nell'immaginare la grafica era stato pari a zero: era come non averle affatto.

L'albero della sinistra - o, a voler insistere con la vulgata, la quercia - sopravvisse ben sedici anni abbondanti nella politica italiana: non poco, nell'era della turbopolitica (citando Edoardo Novelli); eppure nel mezzo non si può dimenticare un simbolo altrettanto importante, se non altro per interpretare il momento storico-politico in cui fu adottato e lo sforzo messo in campo per produrlo. Il riferimento è all'emblema dei Progressisti, traduzione in simbolo di quella che Achille Occhetto, ancora segretario del Pds nonché leader dello schieramento di sinistra - che comprendeva anche La Rete, i Verdi, Alleanza democratica, il Psi e gli ex compagni-rivali di Rifondazione comunista - aveva battezzato "gioiosa macchina da guerra", ma poi a conti fatti non vinse, anzi alla Camera perse piuttosto male. Eppure, al di là del risultato, non è giusto ridurne l'importanza (anche perché l'emblema ritornò sulle schede nel 1996, utilizzato da Rifondazione comunista in virtù del "patto di desistenza" stretto con l'Ulivo, e periodicamente qualcuno lo riprende a livello locale).

Magno, quella dei Progressisti è una pagina rilevante nella storia politica italiana...
... una pagina triste e pesante ...
... rispetto al finale sicuramente, ma che ha importanza innanzitutto perché in qualche modo era già stata prefigurata da Occhetto nel suo discorso alla Bolognina di tre anni prima, quando disse che bisognava "non continuare su vecchie strade ma inventarne di nuove, per unificare le forze del progresso". Secondariamente, credo sia importante lo sforzo fatto per riunire sotto un'unica insegna grafica sei forze politiche diverse e non omogenee. Come andò?
Ricordo bene, ho vissuto personalmente quel "dramma". Come sa c'erano sei partiti all'interno di quella coalizione e io partecipai a un paio di riunioni di quelle forze politiche. Ora, in quelle occasioni ognuno diceva la propria, anche sul piano della grafica: ricordo che qualcuno dei partecipanti propose di adottare un simbolo con la scritta "i Progressisti", in cui la prima "i" a forma di stivale d'Italia; altri suggerirono idee diverse, magari aggiungendo "peccato che io non sappia disegnare...". In ogni caso, arrivarono varie proposte e in molti avrebbero voluto puntare sull'arcobaleno, ma nessuna delle idee grafiche suggerite - di diversa provenienza - riuscì a raccogliere il consenso di tutte le sigle del tavolo. Vista la situazione di stallo e di confusione, io decisi di non partecipare più a quelle riunioni.
Cosa successe poi?
Una sera venne da me un dirigente di uno di questi partiti e mi domandò: "Sei disposto a fare una nottata o due di lavoro?" Chiesi a mia volta cos'avrei dovuto fare: "il simbolo per la coalizione, hanno deciso cosa vogliono: due pennellate, una rossa e una verde, con la scritta 'Progressisti' in alto". Rimasi piuttosto perplesso: non capivo cosa intendessero per "pennellate" e, se loro avessero voluto una spruzzata di colore, ci sarebbe stato bisogno di un areografo o comunque di uno strumento particolare. Il tricolore invece non mi stupì affatto: dopo le proposte in cui ogni partito cercava di rendere prevalenti i colori tradizionali della propria formazione, era inevitabile che i colori nazionali avrebbero fatto da punto d'incontro. In ogni caso, mi attrezzai a modo mio: mi procurai molti fogli con cerchietti di due centimetri di diametro, come sulle schede elettorali di allora, e dei pastelli a cera per fare le strisciate.
Ecco, i pastelli a cera... era una delle due alternative che avevo in mente, assieme ai gessetti.
No no, erano due pastelli a cera, almeno per quanto riguarda la base del disegno; feci diverse prove e dovetti farle tutte sui cerchi piccoli, perché le dimensioni dei pastelli non mi permettevano altro. Con il fotoincisore cercai poi di ingrandire il disegno, visto che doveva essere utilizzato anche sui manifesti delle candidature (con diametro di dieci centimetri, ndb): fu lì che mi accorsi che nei segni c'erano delle mancanze, nel senso che certe aree non erano state ben definite dai pastelli. A quel punto, sempre lì nella sede del service, armato di rapidograf mi misi a riprendere tutti i puntini che mancavano, a correggere tutti i vuoti, un lavoro infinito: le due tracce, naturalmente, dopo l'azione del fotoincisore erano in bianco e nero, ma avrebbe provveduto il service a colorarle in seguito. La cosa comica, se vogliamo, fu che la conferenza stampa di presentazione si tenne al Residence Ripetta e tutti coloro che partecipavano, compresi i dirigenti dei partiti, gironzolavano nel giardinetto del Residence: a un certo punto mi passò davanti Armando Cossutta che, rivolgendosi a una persona che era con lui, commentò "Certo che, con il tempo che ci hanno messo a farlo, non mi sembra un granché...". Mi feci una risata, che altro potevo fare?

Tra i simboli creati da Bruno Magno occorre considerare anche quello di Uniti nell'Ulivo per l'Europa, la lista che nel 2004 contrassegnò la corsa unitaria di Ds, Margherita, Socialisti democratici italiani e Repubblicani europei. In effetti gli elementi di base per realizzare questo emblema non erano inediti: si trattava pur sempre di una variazione sul tema dell'Ulivo di Andrea Rauch, del quale riprendeva il ramoscello, il carattere del nome e la sfumatura dello sfondo; la disposizione degli elementi però è stata curata da Magno "e la grafia della preposizione scritta in rosso è proprio la mia", com'era già avvenuto varie volte per altre campagne realizzate nel corso del tempo. Quel simbolo, come si sa, visse soltanto in quel turno elettorale, "ma se non altro quella volta fu di gran lunga il più votato, obiettivamente fa piacere"
In effetti sarebbe venuto automatico considerare l'emblema come opera di Rauch, visto il precedente dell'Ulivo, ma è sufficiente sfogliare i giornali dell'epoca per avere conferma del fatto che la mano dietro quel simbolo one shot era proprio quella di Magno: "Vedi, ci sono le próve!", dice sorridendo, facendo emergere appena un po' di più la calata pugliese che ha conservato. A questo proposito, tra i documenti che ha conservato c'è una pagina che la Gazzetta del Mezzogiorno aveva dedicato alla proposta di simbolo del Pds all'indomani della conferenza stampa. Nicola Cattedra, pugliese anche lui,  già direttore del quotidiano palermitano L'Ora fino al 1984 e in precedenza caporedattore di Paese Sera - anche lui, tra l'altro, negli anni '60 aveva lavorato al sesto piano di Botteghe oscure - scrisse un commento intitolato La nuova Cosa parla pugliese: il riferimento era proprio a Bruno Magno, tratteggiato come "uomo riservato, abituato più alla luce soffusa del suo studio di grafico che alle luci della ribalta", e ancora "un pugliese all'antica, pragmatico, alieno da fumisterie intellettuali". Allora Magno disse di aver scelto l'albero "perché mi è sembrato il modo migliore per coniugare tradizione e novità, radici e futuro" e che la miniatura del Pci stava alla base dell'albero perché "la radice resta sempre quella": poche pennellate decise, mentre l'articolo a fianco di Michele Potì analizzava a fondo il nuovo emblema, esaminando il disegno in generale, le reazioni che aveva raccolto e persino le "proiezioni soggettive" del grafico stesso.

Così, inevitabilmente, si torna ancora lì, all'albero della sinistra o alla Quercia e al percorso che ha portato lì. Magno prende una busta di carta ed estrae un pacco di fogli, almeno una trentina: sono tutti gli schizzi, o almeno una gran parte, che lui aveva realizzato nel 1990 per individuare il soggetto del simbolo; ci sono persino dei disegni di un militante che, saputo che si doveva cambiare l'emblema del partito, aveva mandato all'ufficio grafico le sue proposte. "Sai, riguardarle oggi per me è quasi commovente - mi dice - perché fa pensare a quanto i militanti avessero a cuore una scelta tanto delicata come quella di cambiare nome e corso al partito".
Senza rendercene conto, dopo oltre due ore e mezza di conversazione e condivisione di ricordi e pensieri, siamo passati al "tu", mentre davanti ai nostri occhi passano, una dopo l'altra, stelle, soli, occhi aperti, lettere "S" stilizzate che passano dalla bandiera rossa al tricolore (una soluzione che mi sarebbe piaciuta molto), quadrati, bandiere in tutte le forme e disposizioni, mani ("Strano, ogni tanto questo soggetto ritorna"), qualche albero qua e là, cunei rossi alla Lisitskij, colombe della pace e tanto altro. "Il mio modo di lavorare - spiega Magno - è questo, è come aprire il rubinetto dell'acqua, che si lascia scorrere per un po' prima che arrivi l'acqua fresca. In una prima fase soprattutto, tutto quello che mi viene in mente lo metto sulla carta, così poi posso lavorare meglio, con le idee più chiare".
In un'altra busta spuntano disegni per lo studio minuzioso della struttura dell'albero, dei dettagli della chioma per alleggerirla e ritoccarla o per darle un contorno più morbido, qualche variante con la "pulce" del Pci contornata di bianco (togliendo un po' di tronco); poi ci sono i lucidi per fissare la posizione delle lettere del nome e riportarle poi sul pannello finale. Foglio dopo foglio, prende sempre più corpo la consapevolezza del lavoro enorme fatto per arrivare al simbolo presentato giusto ventinove anni fa e, allo stesso tempo, emerge la distanza siderale rispetto a tanti emblemi politici che nascono oggi, magari in pochi giorni o addirittura in poche ore, fondati sui colori, sul lettering oppure sul nome del leader, ma con pochissime idee da comunicare - quando ci sono - e magari destinati a sparire nel giro di qualche mese, senza nemmeno finire sulle schede. "Il fatto è che è cambiata la società - mi dice Bruno - i militanti di una volta non esistono più. In Vedere a sinistra avevo pubblicato la lettera che ricevetti dal direttivo della sezione di Maropati, paesino della provincia di Reggio Calabria: i militanti si erano presi la briga di riunirsi per scrivermi che i manifesti che avevano ricevuto per il 25 aprile e il 1° maggio del 1982 non li avevano capiti e ancora più difficoltà aveva la gente comune, di estrazione agricola. 'Probabilmente per i più colti è un bellissimo grafico - avevano scritto - ma per le masse è privo di significato. Pertanto ti preghiamo di comunicare al responsabile Stampa e propaganda di tenere presente questa nostra comunicazione'. Ecco, questo rapporto tra 'noi' e 'voi', tra la base e la dirigenza, non esiste più. Penso sia questo, in fondo, il motivo per cui i simboli durano poco".

La conversazione sta ormai terminando, impregnata più che mai di ricordi e di emozioni che difficilmente si possono immaginare tutte insieme: è tempo comunque di tirare qualche somma.
Bruno Magno ha qualche rimpianto, almeno in materia simbolica? 
No, devo dire che tutta quest'esperienza vissuta è stata per me talmente una sofferenza che non c'è posto per rimpianti.
Stai dicendo che ti è bastato? 
Sì, indubbiamente.
Posso chiederti se lo rifaresti? 
Forse lo rifarei, ma sono sicuro che poi mi pentirei.

La risposta lascia un po' di tristezza, se non altro perché aver avuto davanti agli occhi tutto il lavoro che è stato fatto (e che per fortuna è stato salvato dall'usura del tempo e dagli scarti d'archivio e dei traslochi grazie alla saggezza dell'artigiano) fa capire quanta passione sia stata convogliata lì. Eppure, quando il tempo dei saluti è arrivato, "Ah, ecco, dimenticavo: guarda quella terracotta fissata alla parete". Seguo lo sguardo di Bruno, che indica il muro davanti alla sua scrivania: lì quattro chiodini fissano una riproduzione di terracotta dell'albero della sinistra, con tanto di simbolo del Pci alla base. Niente scritte, solo la grafica. "Dopo che il mio albero divenne definitivamente il simbolo del partito, ricevetti quest'omaggio da una persona che lavorava la terracotta. Come vedi lo conservo ancora". Dopo quasi trent'anni, l'albero - o la Quercia - è lì, ben in vista, nella raffigurazione di un militante e non nella sua versione originale. Non avrà il valore storico del primo simbolo mostrato ai giornalisti, ma quello affettivo è sicuramente maggiore. E se quella quercia sta lì, al suo posto, significa che tutte quelle energie spese per elaborare il simbolo, di giorno e di notte, non sono andate perse. E non dovevano necessariamente trasformarsi in voti: a volte basta una quercia di terracotta, impastata di passione e di gratitudine.

Il ringraziamento maggiore, incalcolabile, va a Bruno Magno, per il tanto tempo che mi ha dedicato, per il dono che mi ha fatto con le sue parole e per avermi permesso di riprodurre varie immagini (a partire da quelle senza indicazioni sulla provenienza). Sono grato anche ad Amedeo Barbagallo per aver fornito, senza saperlo, l'appiglio per la ricerca, ad Antonio Folchetti per averla incoraggiata e sostenuta via via (come fa da anni per le varie iniziative di questo sito), nonché al prof. Americo Bazzoffia (Università Lumsa, Ied - Istituto Europeo di Design, Accademia di Belle Arti di Roma) e ancor più a Catia Sonetti e Margherita Paoletti (Istoreco Livorno, complice una mostra su Oriano Niccolai) per avermi messo sulle tracce giuste per arrivare a Magno.