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mercoledì 5 settembre 2012

Se la scheda fa Bunga Bunga...

La Lista Bunga Bunga, prima e dopo la ricusazione
Nel 2011, già alla prima settimana di produzione, aveva sbancato il botteghino: assieme a Che bella giornata, cucito addosso a Checco Zalone e uscito nelle sale poco prima, Qualunquemente con Antonio Albanese è stato sicuramente uno dei “casi” del mercato cinematografico di quell’anno, con un successo del tutto imprevedibile per molti. C’è ancora chi ricorda il lancio, assolutamente geniale, del film, con una serie di affissioni e di banchetti per la raccolta firme, primarie del "Partito du Pilu" con un unico candidato, Laqualunque Concetto detto Cetto, tutto sotto l’egida nient’affatto sommersa dello slogan della campagna elettorale: «’cchiu pilu pe’ tutti».
Era stato efficace l’art director Federico Mauro, nell’immaginare quella campagna promozionale, ma non immaginava che una manciata di settimane dopo, qualcuno lo avrebbe preso in parola. A metà maggio del 2011 si vota per le comunali a Torino e, giusto un mese prima, un signore scodella 4-liste-4 ai funzionari della commissione elettorale: lui si chiama Marco Di Nunzio e, accanto al «Comitato Popolo Latinoamericano – Co.po.la.» (guarda caso quando i candidati del centrodestra e della «Lista del grillo – No Euro» di Renzo Rabellino facevano entrambi Coppola di cognome), a «Forza Juve» e a «No immigrazione – No nucleare», c’era anche lei, «Lista Bunga Bunga – Più pilo per tutti». Fine tentativo di ironizzare sulle più recenti tristezze politiche o mera operazione di sfruttamento condita da grasse risate? Come che sia, tempo tre giorni e non se ne fa più niente: per i funzionari ci sono gravi irregolarità nelle firme, quindi il simbolo sulle schede non ci arriva proprio.
Invece che stracciarlo, Di Nunzio conserva per bene il suo emblema e aspetta la nuova occasione propizia, le elezioni amministrative del 2012: appena si aprono i termini per la presentazione delle liste, lui e i suoi sodali si presentano in vari uffici elettorali e sfoderano nuovamente il simbolo (uno solo stavolta, si tratta pur sempre di comuni piccoli). Sulle firme, questa volta, nulla da dire, ma in commissione stavolta guardano anche il contrassegno e decidono che è del tutto impresentabile, perché viola il buon costume: un canone che nella legge elettorale manca del tutto, ma applica direttamente l’articolo 21 della Costituzione, per cui sono vietate tutte le manifestazioni del pensiero contrarie al buon costume.
Ma cos’ha di tanto “scostumato”, il simbolo di Di Nunzio? Su fondo rosso carminio, c’è la silhouette di una figura femminile nera, sormontata dalla denominazione intera della lista. A sentire una funzionaria della Commissione che ha giudicato l’emblema, per prima cosa è proprio il nome a non andar bene, soprattutto nell’espressione laqualunquiana italianizzata «Più pilo per tutti»: «Offende la dignità delle donne». Ma è la frase di un film… «È davvero una provocazione gratuita, in paesi piccoli come questi poi…». La denominazione, insomma, è da amputare, ma poi non va bene nemmeno la figura in sé: «troppo formosa, decisamente volgare». Si può tentare di far notare che la figura sembra messa “di tre quarti” e forse qualcuno, in un eccesso di zelo, ha scambiato il gomito destro sporgente per una mammella, ma si rischia di ricevere una sentenza senz’appello come risposta: «No no! Aveva un gran sedere e due gran tette, le assicuro che i maschi della commissione hanno apprezzato molto!»
Impossibile (e soprattutto inutile) controbattere, anche per Di Nunzio, che alla fine cede: toglie il «pilo» dal simbolo e “pialla” le forme della donna, ora di profilo. Il rimedio, però, sembra peggiore del male: ora la figura, mingherlina con tanto di codino, sembra quella di una bimba e, sotto la scritta «Bunga Bunga», l’immagine è raccapricciante. Sembra un’istigazione alla pedofilia in piena regola e ci sarebbero tutti i presupposti per bocciare anche questo contrassegno, ma stavolta la Commissione non ha niente da obiettare e il simbolo finisce sulle schede. A urne chiuse, però, sembra che se ne siano accorti in pochi: a Vesime, piccolo comune dell’astigiano, di croci su quell’emblema ne finiscono solo 10. Su un totale di 289 voti validi, fa pur sempre il 3,46%: potenza del «pilo»?

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