lunedì 23 luglio 2012

Alberto (da Giussano) senza Umberto


Per quasi tutti i quotidiani doveva essere stata una notizia importante, visto che aveva puntualmente trovato spazio su decine di pagine: il titolo. ripetuto quasi sempre uguale, era «Lega Nord, via il nome di Bossi dal simbolo». In condizioni normali non ci sarebbe stato motivo di dare così tanta attenzione a una modifica simile: ventun’anni fa si sono versati fiumi di inchiostro per il passaggio dalla falce e martello alla quercia, ma il cambio di una semplice dicitura non avrebbe dovuto suscitare la stessa attenzione.
Eppure le cose non stanno esattamente così. Tutti sanno che il nome del fondatore e leader indiscusso (fino all’altro ieri) figurava ben in evidenza sull’emblema della Lega Nord, in quel segmento circolare che da pochi giorni ospita di nuovo la parola «Padania»: ci stava dal 2008, anno in cui si votava per rieleggere il Parlamento e iniziare la XVI legislatura. Di tutto questo, però, non c’era traccia nello statuto di allora, che continuava a recitare che «Il simbolo […] è costituito da un cerchio con all’interno il Sole delle Alpi, rappresentato da sei petali disposti all’interno di un secondo cerchio e la figura di Alberto da Giussano, così come rappresentato nel monumento di Legnano; sullo scudo è disegnata la figura del leone alato con spada e libro chiuso, nella parte inferiore è la parola Padania; il tutto contorna, nella parte superiore, dalla scritta Lega Nord».
In pratica era la descrizione del simbolo presentato ancora alle elezioni del 2004 (nel 2006 l’alleanza con il quasi sconosciuto Mpa di Lombardo aveva complicato tutto, graficamente parlando), niente di più, niente di meno; lo statuto, anzi, precisava che questo doveva essere il contrassegno per le elezioni politiche ed europee, anche se si lasciava lo spazio per inserire varianti nazionali e regionali. Eppure, in quel 2008, anche la Lega cedette a quel fenomeno di personalizzazione che da un po’ di anni aveva investito i partiti e i loro emblemi: nel 2006 sulle schede campeggiavano i nomi di Fini, Mussolini (nipote), Berlusconi, Di Pietro e Casini, nel 2008 c’erano pure Boselli e Veltroni, poteva il Senatur rimanere fuori? Ovviamente no, così probabilmente fu il Consiglio federale a consentire che il nome del leader prevalesse sull’ideale della Padania.
Ora, però, si cambia. Lo statuto, nella nuova versione, si premura di sottolineare che il simbolo «appartiene al patrimonio della Lega Nord» (non è un’affermazione di poco conto, viste alcune voci giornalistiche dei mesi precedenti, di cui bisognerà riparlare), ma della “sparizione”, ovviamente, nulla dice. L’operazione potrebbe anche sembrare una “restaurazione”; la chiusura di una parentesi aperta in modo eccezionale, ma che non poteva durare all’infinito. Alberto da Giussano, intanto, resta imperturbabile, con lo spadone sguainato verso il cielo: storicamente forse non è nemmeno esistito, ma dev’essere un dettaglio secondario.

lunedì 16 luglio 2012

Ri-Forza Italia


Passa un giorno e tocca ancora parlare di lui. Possibile che l’aquilone fosse un falso allarme (o una «fantasia», per dirla con Cicchitto) o, magari, un fine depistaggio per preparare la sorpresa, direttamente dalla una testata della Germania di frau Merkel. E se l’aquilone tricolore su fondo blu non era poi così nuovo come poteva sembrare, è l’esatto opposto della novità il ritorno al nome e al simbolo di Forza Italia.
Qualcuno, in questo giorni, ha avuto la tentazione di parlare di «nuovo partito» del Cav., ma nel caso sarebbe un errore. Qualora fosse confermato infatti il “ripescaggio” dei vecchi segni distintivi di Fi, non ci sarebbe alcun bisogno di fondare una nuova formazione politica. Che i simboli, come i partiti, fossero «duri a morire» lo si era già detto qualche giorno fa, dunque non dovrebbe stupire sapere che Forza Italia, come partito e come soggetto giuridico, esiste ancora. Doveva per forza esistere fino allo scorso anno, quando ha ricevuto gli ultimi rimborsi elettorali relativi alla XV legislatura (finita nel 2008, ma non per le casse dello Stato), ma non risulta che sia stato sciolto nei mesi successivi.
Se dunque Forza Italia esiste ancora, non dovrebbe essere un problema per gli iscritti del Pdl iscriversi nuovamente al partito da cui in gran parte provengono; certo, ci sarebbe il problema degli ex An non confluiti in Fli. Che a La Russa, Matteoli, Gasparri e compagnia non piaccia l’idea di essere etichettati come “forzisti” è noto, così come difficilmente raggiungerebbero Fini. Così, se davvero i tanti fedelissimi di Berlusconi dovessero “tornare a casa”, gli ex An potrebbero seriamente pensare di tenersi il Pdl e lo farebbero a ragion veduta, visto che in quel caso sarebbero loro a continuare la vita politica del partito, mentre i rinnovati forzisti sarebbero trattati da “scissionisti” che hanno esercitato il loro diritto di recesso.
Se per Galan la situazione sarebbe il male minore («Sai che problema…» dichiara sui giornali di oggi), è tutto da vedere che ai pidiellini aennini – comprensivi tra l’altro di Francesco Pontone, tuttora tesoriere di An e, come tale, probabilmente titolare del simbolo – convenga tenersi quell’emblema. Nel caso, non andrebbe certo buttato: è pronto a farsi assegnare il “rottame” Gianfranco Rotondi, cofondatore del Pdl, per fare «un partito intestato al popolarismo di ispirazione cristiana e liberale». Lo stesso Rotondi, per capirci, che nel 2004 era riuscito a farsi autorizzare dal “dormiente” Ppi all’uso della denominazione «Democrazia cristiana», utilizzata per il proprio partito fino al 2008, sia pure con il correttivo «per le autonomie» (subentrato a fine 2005). Come a dire: se qualcun altro ha simboli di cui sbarazzarsi, li scarichi a Rotondi che non li butta di sicuro.

La rivoluzione secondo Sgarbi


Puoi aspettartelo da un comunista duro e puro dei tempi andati, da qualcuno dei rimasugli della politica anticapitalista sopravvissuto alle mille scissioni (che si chiami Ferrero, Diliberto o Rizzo), o magari da qualche superstite della falce e martello ancora perfettamente convinto, come Marco Ferrando e il suo Partito comunista dei lavoratori; potresti al limite attribuirlo a un Beppe Grillo particolarmente infervorato, o a qualche soggetto originale piuttosto disperato. Invece ti trovi davanti nientemeno che il «Partito della rivoluzione», scopri che la scritta al di sotto recita «Laboratorio Sgarbi» e ti viene spontaneo esclamare «Eeehhh??», come il Leonardo Manera dei tempi d’oro.
Il simbolo, in realtà, non è proprio nuovo: lo avevano già trovato sulla scheda delle ultime elezioni amministrative gli abitanti di Cefalù, paese in cui Vittorio Sgarbi si era candidato sindaco, dopo quattro anni passati da primo cittadino di Salemi (dimettendosi pochi giorni prima che l’amministrazione comunale fosse sciolta per infiltrazioni mafiose). Eppure, ora che tutta l’Italia è stata messa in condizione di conoscere l’avvento di questo partito, il suo emblema merita di essere studiato come si deve.

sabato 14 luglio 2012

Un aquilone colorato di vecchio


Alla fine lo ha fatto davvero, anzi, è andato oltre. Da un po’ di tempo a Silvio Berlusconi il nome del suo partito non andava giù: «Popolo della libertà non scalda i cuori, va cambiato» aveva detto in più di un’occasione, pronto a sostituire la denominazione al primo momento utile. Avrebbe potuto cambiare il nome quasi senza toccare la grafica, così come forse aveva tentato di fare a gennaio dell’anno scorso: i giornalisti della Dire avevano spiattellato a tutti che il nuovo nome del partito berlusconiano doveva essere «Italia», con il nome della nazione in bella vista sul fondo azzurro, sopra l’arcobalenino tricolore che aveva caratterizzato fin dall’inizio il Pdl.
Ora, invece a dar retta ai giornali e ai siti più diversi dell’arco mediatico, ci sarebbe un nuovo nome – che però non si conosce ancora, l’unica certezza sarebbe la presenza della parola «Italia» (ma va’!), magari in combinazioni emotive come «SiAmo Italia», «Italia Libera» o «Eccoci Italia» – ma anche un nuovo simbolo già sfornato, tra i 150 che sarebbero arrivati in casa Pdl. Così, nelle ultime ore, siti e giornali si preoccupano di mostrare la nuova creatura: dovesse essere descritta per il deposito elettorale, l’illustrazione potrebbe essere «un aquilone tricolore a bande verticali, con un accenno di filo bianco, parzialmente inscritto in una circonferenza bianca, il tutto posto su un fondo color blu acciaio».
Certo, per Cicchitto sono tutte fantasie, ma chiunque abbia pensato quel logo aquilonesco (a non voler dare ascolto a quei maliziosi mentitori di professione che hanno dato a quella figura a losanga una lettura schiettamente inguinale) lo ha fatto in piena continuità con il pensiero berlusconiano e, più in generale, con le tendenze più recenti in ambito simbolico politico. Fin dalla nascita, Forza Italia aveva deciso di vestire i colori dell’Italia. Tutti. Ecco dunque la sinfonia di bandierine stilizzate nei simboli, più l’azzurro nel ruolo di convitato di pietra: nell’emblema in effetti non c’era, ma i forzisti erano immancabilmente «gli azzurri» e, comunque, appena è stato possibile, quel colore è rientrato per colorare parti testuali accessorie. Già, perché l’azzurro (magari nella sua variante blu) era la tinta dei Savoia, identifica le maglie della Nazionale di calcio ed è pure l'emblema classico della purezza del cielo e della Madonna: non stupisce che fosse il colore d’eccellenza dei democristiani (subito dopo il bianco, ovviamente) e dello stesso Tg1. Così come non stupisce che questo ventaglio di quattro colori sia stato adottato nel 1996 dal Polo per le libertà, nel 2001 dalla Casa delle libertà e sia finito pari pari nel contrassegno pidiellino non ancora archiviato.
Così, l’ultrasettuagenario Berlusconi avrà pure studiato la grafica dei partiti nazionalisti europei, ma questo emblema (graficamente non esaltante) è perfettamente in linea con quello che lui ha proposto dal 1994 in poi, quindi nel ritorno del vecchio non c’è alcuna novità significativa. Salvo una: a guardare bene i segni distintivi adottati dai partiti di recente, quasi nessuno sfugge alla logica dei quattro colori nazionali: non l’Alleanza di centro di Pionati (e di stretta osservanza berlusconiana), non Futuro e libertà (eppure i finiani avrebbero potuto fare di tutto per allontanarsi da quella tendenza), non l’ultima evoluzione del Patto di Segni, non l’Api rutelliana; il Pd rinuncia all’azzurro, ma sfodera il tricolore in bella vista nel lettering. Nel 1994, Carlo Branzaglia (co-autore con Gianni Sinni del libro Partiti!) emise una sentenza chiarissima: «Questa invadenza del tricolore è sintomo della grande difficoltà nel concepire una propria autonomia semantica, ovvero nel precisare i significati propri atti ad essere trasmessi dalle immagini: che i partiti siano italiani e parteggino per il bene della nazione è il minimo che si può chiedere loro». Una motivazione a basso profilo, oggi come allora.

giovedì 12 luglio 2012

Cronaca di un Registro mai nato

A volte, per scegliere un simbolo, c’è chi si mette proprio d’ingegno: per tanti anni il lavoro era appannaggio soprattutto di cervelli (che sceglievano il tema del disegno) e mani (che, a matita o a china, davano forma all’idea, spesso con grande attenzione ai dettagli); negli ultimi anni le mani sono passate dall’impugnare pennini a digitare comandi su una tastiera e muovere il mouse per spostare un elemento, ingrandirlo o rimpicciolirlo (ma qualche sacca di disegnatori compulsivi rimane, dura a morire). Restano i cervelli, che in qualche caso esercitano poco la fantasia, in altri la sollecitano a ritmi di lavoro degni di un direttore creativo d’avanguardia in ambito pubblicitario.
Eppure trovare il proprio simbolo e dargli una forma non dovrebbe essere così difficile. Nel 2007, il senatore dei Verdi Natale Ripamonti (assieme al collega repubblicano Antonio Del Pennino) presentò un emendamento alla Finanziaria per chiedere l’istituzione di un «Registro speciale per la tutela dei simboli e dei contrassegni di partito», così che a nessuno venisse più in mente di scopiazzare i segni già rappresentati in Parlamento: protestarono un po’ tutti, perché inserire una norma così all’interno di una Finanziaria sembrava assurdo (d’accordo, per ogni deposito di simbolo lo Stato incassava 5mila euro, ma per alcuni non bastava), in Senato però i sostenitori del Registro non fecero nulla per nascondersi. Sta di fatto che Mauro Cutrufo, barbuto esponente della Democrazia cristiana per le autonomie e non ancora vicesindaco di Roma, prima che il microfono si spegnesse per sforamento dei tempi, riuscì a sentenziare: «Sono disponibili in tutto il Paese circa 50 milioni di simboli». Come a dire: con tutti gli emblemi ancora da sfruttare, vorrete mica clonare proprio i nostri?
Essì, qualcuno che voleva farlo c’era. E lo ha fatto, prima di quella norma (ci avevano rimesso, guarda caso, i Verdi, ma anche la Lega Nord, che difatti quel Registro lo voleva eccome) e anche dopo. Già, perché l’emendamento che istituiva quel Registro, per toglierlo da quella collocazione innaturale, fu stralciato dalla Finanziaria e divenne un disegno di legge a parte. Che lì si arenò, affettuosamente abbandonato ai flutti di una legislatura che sarebbe finita in anticipo e a un inevitabile insabbiamento. Per la gioia, ovvia, dei guastatori e clonatori di professione.

domenica 8 luglio 2012

Il marchio che nacque simbolo

In principio fu soprattutto il simbolo. Nel senso che – lo si è già detto – gli emblemi sulle schede la legge li ha sempre chiamati «contrassegni», ma in fondo era sempre l’aspetto identitario-simbolico a prevalere. Non a caso, che fossero stampati in un austero e spartano bianco e nero (sulle schede elettorali e su manifesti e volantini economici) oppure in un avveniristico colore (sulle grafiche elettorali più ardite e curate), attorno all’immagine scelta per identificare il partito c’erano solo poche scritte e tanto, tanto bianco, racchiuso dal tondo che delimitava il contrassegno.
Doveva leggersi bene quel disegno, farsi riconoscere da qualunque occhio e richiamare i sentimenti e i valori che s: in una frazione di secondo il compagno comunista doveva trovare la falce e il martello sulla doppia bandiera in alto a sinistra (almeno finché non arrivarono Pannella e gli altri radicali a fare a cazzotti per avere il primo posto e per chiedere il sorteggio dell’ordine dei simboli), mentre il pio democristiano non doveva avere dubbi e mettere la croce sullo scudo già crociato, magari in fondo a destra; i socialdemocratici cercavano il sole, proprio come i cugini socialisti, ma con il mare alla base e senza arnesi troppo impegnativi; fiamme, edere e bandiere (in teoria colorate, ma ci si accontentava) avevano i loro cercatori affezionati e, di tanto in tanto, alcuni amanti occasionali.
Poi venne il colore e ci fu la rivoluzione, sia pure per gradi. Innanzitutto scoppiò una strana voglia di depositare simboli a tutti i costi, visto che nel 1992 tra accettati e ricusati di contrassegni se ne contarono 242 e nel 1994 già solo gli ammessi furono 312. A poco a poco, però, quei cerchi sulle schede e sui manifesti cominciarono a colorarsi sempre di più, anche intorno ai simboli, come se il bianco, tutto d’un colpo, facesse paura o desse fastidio. E i colori che si riversavano in quei tondi, guarda caso, erano quelli della bandiera italiana (così il bianco andava bene, purché fosse delimitato dal verde e dal rosso) cui si aggiungeva l’azzurro, passato dai Savoia alle maglie della Nazionale.
Gli elettori quasi non se n’erano accorti, ma i simboli erano diventati sempre più rari, fino a sparire quasi del tutto negli ultimi partiti nati: ormai gli emblemi erano diventati contrassegni a tutti gli effetti, né più ne meno come i marchi che affollano gli scaffali dei supermercati. E non a caso li progettano le agenzie pubblicitarie. E pazienza se, a colpo d’occhio, è sempre più difficile riconoscere i principi e i programmi che si nascondono dietro un emblema: viva l’Italia, vota italiano, verrebbe da dire guardando i colori usati in abbondanza, ma in fondo è un po’ poco.

sabato 7 luglio 2012

Potremmo farne a meno?

Scheda elettorale del Bangladesh
È sbagliato pensare che l’uso dei simboli per identificare liste e partiti sia una specialità solo italiana: sono ancora molti i paesi che, sulle loro schede, utilizzano qualche rappresentazione grafica legata a liste o magari il ritratto dei vari candidati; in tanti altri casi, tuttavia, le schede sono piene di parole, linee e spazi per le crocette, nient’altro.
Basterebbe questo a dimostrare che, in fondo, simboli e contrassegni non sarebbero indispensabili, ma nemmeno poi così inutili: c’è chi si è preso la briga di censire, almeno per le elezioni legislative nazionali, l’uso o il non uso degli emblemi (ad esempio, gli studiosi del progetto ACE – Administration and Cost of Elections), mostrando che ogni Stato si regola a modo suo.
Storicamente, l’uso di un contrassegno per indicare un soggetto o una forza politica è meno frequente nei paesi con grado di istruzione superiore (o nei quali vige qualche restrizione, per cui magari può votare solo chi sa leggere e scrivere), mentre è una strada quasi obbligata nel momento in cui vengono chiamate a votare anche persone tendenzialmente analfabete, che dunque potrebbero votare semplicemente apponendo il segno più semplice – la croce – proprio su un emblema che possono riconoscere: non sembra un caso che la legge italiana consenta l’introduzione di un simbolo sulle schede (che allora erano predisposte dai singoli partiti, ma il discorso vale anche per quelle stampate dallo Stato) nel 1912, subito dopo un cospicuo allargamento del diritto di voto.
Oggi il livello di istruzione degli elettori dovrebbe essere sensibilmente superiore rispetto a quello di un secolo fa, eppure difficilmente i partiti rinuncerebbero all’uso dei simboli. Certo è che la loro funzione distintiva rischia di essere frustrata non poco, se poi le differenze tra le forze politiche si fanno decisamente evanescenti, fino a non notarsi più.

martedì 3 luglio 2012

Maneschi, marinari e bestiali. Simboli per tutti i gusti

Il miglior tentativo di classificazione dei simboli apparsi sulle schede o anche solamente presentati in occasione delle elezioni risale al 1994, quando i due creativi ed esperti di design Carlo Branzaglia (oggi docente all'Accademia di Belle Arti di Bologna) e Gianni Sinni (grafico, per anni gestore del sito SocialDesignZine) diedero alle stampe per l'editore Tosca il volume Partiti! Guida alla grafica politica della Seconda Repubblica.
I due esperti colsero, certamente con cognizione di causa, un momento chiave della storia politica italiana, ma anche di quella dei simboli politici in Italia: quell'anno si registrò il primato mai eguagliato di simboli presentati e ammessi alle elezioni politiche (ben 312, senza contare anche quelli non accettati o sostituiti), dopo che l'introduzione del colore nella stampa delle schede, avvenuta due anni prima, aveva già fatto lievitare il numero degli emblemi presentati.
Branzaglia e Sinni, con la complicità di altre figure di primo piano del loro mondo (Giovanni Anceschi, Renato Barilli, Giovanni Baule, Aldo Colonetti, Gianni Lombardi, Mario Piazza, Oliviero Toscani), si presero la briga di analizzare i simboli principali, per poi dividere gli altri in categorie tra l'acuto e il geniale: «vegetali», «bestiali», «W la gente», «maneschi» (per la presenza di mani), «creativi», «naïf» (disegnati a mano), «architettonici» (per la presenza di elementi architettonici), «Bell’Italia» (riferimenti a singole parti del Paese), «cartografici», «marinari», «arcobaleni», «stellari», «bilanciati», «tipografici» e «informali».
La tassonomia simbolico-politica è proseguita nel 2008, quando il solo Gianni Sinni, sul sito SDZ, ha aggiunto alle categorie già viste quelle denominate «Grilli per la testa» (che citano più o meno a sproposito Beppe Grillo), «Special FX» (realizzati riproducendo immagini fotografiche) e «tecnologici» (per il loro riferimento alla Rete o a materiali reperibili su Internet). Ce n'è per tutti i gusti. E anche i disgusti, qualora prevalgano.

lunedì 2 luglio 2012

Simboli (e partiti) duri a morire

Pare che in Italia far sparire un partito dalla circolazione sia maledettamente difficile: prima di chiudere bottega, occorre avere chiuso tutte le pendenze, economiche o giuridiche che siano. Finché è in piedi anche una sola causa davanti a un giudice, magari contro un dipendente, il partito deve continuare a esistere; finché non sono stati riscossi tutti i crediti, chiudere il partito non conviene. 
Ecco perché, ad esempio, esistono ancora tutte le formazioni politiche che hanno partecipato alle elezioni politiche del 2006 e, fino allo scorso anno, hanno percepito i rimborsi elettorali per la XV legislatura anche se questa si è conclusa prematuramente: Alleanza nazionale, Forza Italia, Ds e ovviamente Margherita (Lusi docet) sono ancora vivi e vegeti e ne hanno ben donde. Anche se per il 90% degli elettori (compresi quelli più preparati) li dà per morti e sepolti.
La chiusura di un partito, dunque, ha tempi piuttosto lunghi e poco pubblicizzati. Si pensi che il Ccd (Centro cristiano democratico), fondato da Casini, D'Onofrio, Mastella e la Fumagalli Carulli nel 1994 all'indomani della trasformazione della Democrazia cristiana in Partito popolare italiano, politicamente ha cessato di esistere nel 2002, quando ha dato vita all'Udc (Unione dei democratici cristiani e di centro) assieme al Cdu di Buttiglione e alla giovanissima Democrazia europea di Sergio D'Antoni. Il partito della vela (ovviamente con lo scudo crociato appena accennato sulla tela gonfiata dal vento), tuttavia, ha continuato a operare giuridicamente per anni: la chiusura, infatti, risale all'inizio del 2010 e fino ad allora ha continuato ad approvare bilanci e a tenere riunioni tra i rappresentanti rimasti.
Durante tutto il tempo necessario a sciogliere un partito, il simbolo continua a vivere per gli atti interni che riguardano quella formazione politica, così come può sopravvivere nei contrassegni di altre formazioni, cui quel partito ha "politicamente" contribuito (la vela casiniana, appunto, spunta ancora nell'emblema dell'Udc). La legge, però, non obbliga un partito a sciogliersi: l'estinzione potrebbe non arrivare mai e quel segno può essere cavato fuori quando nessuno se lo aspetta. Se ne sono accorti tanti elettori di centrosinistra, all'inizio della campagna di raccolta di firme per il referendum elettorale "anti Porcellum": accanto ai simboli dell'Idv, del Partito liberale italiano di Stefano De Luca ed Enzo Palumbo, di Sel e altre formazioni meno note, faceva bella mostra di sé l'asinello semidisneyano dei Democratici, a rappresentare Arturo Parisi, tra i promotori del referendum. Oh bella, ma quell'asino è sopravvissuto alla Margherita e al Pd, e chi lo sapeva? Parisi sicuramente, a quanto pare...

Simboli e contrassegni: qualche nota per iniziare

... e faccio un segno sul mio segno... (Gaber-Luporini)
Nel linguaggio comune, per riferirsi all'emblema legato a una formazione politica (riprodotto su una scheda o altrove) si parla di simbolo, intendendo con quel termine sia l'intera rappresentazione (il cerchio), sia gli elementi che la compongono. In realtà, stando alle (poche) norme in materia, per simbolo si dovrebbe intendere solo l'elemento figurativo o grafico che caratterizza maggiormente un emblema; non mancano in realtà i casi di segni esclusivamente testuali, ma lì di solito il testo si trasforma in logo, perché è scritto a grandi caratteri e magari con una forma particolare (in gergo si parla di lettering).
Per indicare tutto il contenuto della circonferenza, invece, la legge parla di contrassegno: per l'esattezza (in base all'articolo 14, comma 3-bis del decreto legislativo 361/1957, che stabilisce le norme per l'elezione della Camera) rientrano nel contrassegno «i simboli riprodotti, i singoli dati grafici, le espressioni letterali, nonché le parole o le effigi» che richiamino gli orientamenti o i fini del partito; da ultimo, l’intera «rappresentazione grafica e cromatica generale», compresa la disposizione dei vari elementi e l’uso del colore (da quando la legge lo prevede) fanno parte a pieno titolo del contrassegno e servono a valutare la confondibilità di due emblemi.
Le due parole comunicano idee diverse anche solo analizzando la loro origine. «Simbolo» si fa derivare dal greco symballein, «trovarsi, incontrarsi»: la parola inizialmente era riferita ai due pezzi di un oggetto – perfettamente combacianti – che permettevano a due amici di “riconoscersi” (un po' come i ciondoli divisi a metà tra persone che si amano), ma col tempo ha acquistato il significato di «realtà che ne rappresenta un’altra» (in questo caso, il partito o movimento politico) o che, per lo meno, la richiama alla mente. Il termine «contrassegno» invece rimanda alla capacità di un segno, di distinguere la realtà cui è legato rispetto ad altre: questo esalta le differenze tra i vari segni esistenti e, a monte, tra le persone che si riconoscono in quegli emblemi e le loro idee. Il concetto di «simbolo», poi, si riferisce all’idea dell’oggetto che caratterizza l’emblema (uno scudo, un fiore, una falce e un martello, un elemento tricolore…), che resta tale comunque sia rapppresentato graficamente (un “significato”); per il «contrassegno», invece, è importante anche la forma della rappresentazione – cioè il “significante” – per le differenze grafiche tra le varie raffigurazioni della stessa idea o di un'idea simile.