sabato 7 luglio 2012

Potremmo farne a meno?

Scheda elettorale del Bangladesh
È sbagliato pensare che l’uso dei simboli per identificare liste e partiti sia una specialità solo italiana: sono ancora molti i paesi che, sulle loro schede, utilizzano qualche rappresentazione grafica legata a liste o magari il ritratto dei vari candidati; in tanti altri casi, tuttavia, le schede sono piene di parole, linee e spazi per le crocette, nient’altro.
Basterebbe questo a dimostrare che, in fondo, simboli e contrassegni non sarebbero indispensabili, ma nemmeno poi così inutili: c’è chi si è preso la briga di censire, almeno per le elezioni legislative nazionali, l’uso o il non uso degli emblemi (ad esempio, gli studiosi del progetto ACE – Administration and Cost of Elections), mostrando che ogni Stato si regola a modo suo.
Storicamente, l’uso di un contrassegno per indicare un soggetto o una forza politica è meno frequente nei paesi con grado di istruzione superiore (o nei quali vige qualche restrizione, per cui magari può votare solo chi sa leggere e scrivere), mentre è una strada quasi obbligata nel momento in cui vengono chiamate a votare anche persone tendenzialmente analfabete, che dunque potrebbero votare semplicemente apponendo il segno più semplice – la croce – proprio su un emblema che possono riconoscere: non sembra un caso che la legge italiana consenta l’introduzione di un simbolo sulle schede (che allora erano predisposte dai singoli partiti, ma il discorso vale anche per quelle stampate dallo Stato) nel 1912, subito dopo un cospicuo allargamento del diritto di voto.
Oggi il livello di istruzione degli elettori dovrebbe essere sensibilmente superiore rispetto a quello di un secolo fa, eppure difficilmente i partiti rinuncerebbero all’uso dei simboli. Certo è che la loro funzione distintiva rischia di essere frustrata non poco, se poi le differenze tra le forze politiche si fanno decisamente evanescenti, fino a non notarsi più.

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