martedì 26 ottobre 2021

Nuova fase di Azione: Calenda dal blu al verde per la doppia transizione

Le modifiche grafiche non sono mai casuali: conta cosa si cambia, come lo si fa e anche quando. Vale anche per Azione, il progetto politico inaugurato da Carlo Calenda e da Matteo Richetti poco meno di due anni fa (è stato presentato il 21 novembre 2019) e che poche ore fa ha divulgato il suo simbolo rinnovato, all'interno di una conferenza stampa convocata nello stesso luogo del "varo" del 2019, la sede dell'Associazione stampa estera. 
La presentazione del nuovo corso grafico, ovviamente, era solo uno degli elementi di un evento che ha voluto marcare "l'inizio di una seconda fase per Azione", come lo ha chiamato Calenda. Una seconda fase che parte dal risultato elettorale di Roma, con la lista civica Calenda sindaco uscita dalle urne come la forza più votata, in grado di far convergere verso di sé elettorati compositi (tra centrosinistra, centrodestra e persone "non collocate"): "Per noi - ha precisato Calenda - è il primo segnale, da molto tempo a questa parte, della frattura di un bipolarismo che negli ultimi trent'anni ha portato a un declino del paese". Se però la seconda fase parte da Roma, "la grande sfida è andare oltre Roma, stando sempre molto sui fatti e molto poco sulle ideologie": l'ex candidato sindaco ha confermato che non resterà consigliere comunale a Roma (al suo posto entrerà nell'Assemblea capitolina Francesco Carpano), ma si impegnerà piuttosto, oltre che come parlamentare europeo, come segretario di Azione, girando per l'Italia partendo dal Veneto (lì nel 2019 ha raccolto quasi metà delle preferenze ricevute alle europee nella circoscrizione Nord-Est).
Il progetto politico di Calenda mira a "
costruire un'area, un fronte della serietà", che però non appare legata a una precisa area politica, magari con riferimenti al passato più o meno recente dell'Italia. "L'idea dell'Ulivo, di cui parla Enrico Letta, equivale a guardare la politica nello specchietto retrovisore, la politica ora si divide sui fatti e non sui campi", ha precisato il leader di Azione, che punta a una nuova stagione che "non può vedere ricatti populisti o sovranisti", ma dev'essere caratterizzata dal dire cosa si vuole fare, come farlo e quanto costa (lo suggerisce, tra l'altro, #IlFogliodelCome lanciato di recente). Sul piano delle formule elettorali, se l'ex ministro ed ex candidato sindaco di Roma si dice favorevole al sistema previsto per i comuni superiori, a doppio turno eventuale, "ma nessun altro lo vuole" (e, si aggiunge, la stessa Corte costituzionale ha manifestato le sue riserve nelle sue decisioni in materia), così l'opzione realisticamente percorribile per Calenda è un sistema proporzionale con sbarramento al 5%.
Così, se Azione continuerà a lavorare con attenzione su Roma (come ha sottolineato nella conferenza stampa la neoconsigliera comunale capitolina Flavia De Gregorio), proprio in considerazione del consenso ricevuto dalla lista civica Calenda sindaco, il partito si impegnerà a livello nazionale su più fronti, dalle battaglie in materia di giustizia (tra coerenza, garanzie e certezza della pena, come ricordato dal deputato Enrico Costa) a quelle in materia di ambiente, energia e sostenibilità.
Proprio a questo è dedicato un piano molto dettagliato presentato oggi da Silvia Vannutelli (a capo dell'ufficio studi di Azione) e proprio a ciò si collega il simbolo rinnovato di Azione, che per Calenda "recepisce l'idea della doppia transizione": sulla pagina Facebook del partito si legge che "al blu della transizione digitale si aggiunge il verde della transizione ambientale. Le due grandi sfide della nostra epoca, che richiedono serietà e pragmatismo". Lo stesso Calenda, al momento di svelare la nuova grafica, ha tenuto a precisare come entrambe le sfide siano da lui e dal suo partito già praticate, prima che rappresentate visivamente: "La parte digitale era già coperta dal lavoro che ho fatto al ministero con Impresa 4.0 e in Europa sulla strategia di politica industriale, quella ecologica si completa con il nostro piano sull'ambiente presentato oggi". 
"Nel nuovo simbolo - ha sottolineato Matteo Richetti - c'è l'Italia che cambia colore, ma anche l'Italia che prova a cambiare passo, che entra in Azione". Eppure non è solo il colore a cambiare, con quel passaggio sfumato diagonale tra blu e verde (che in rete non ha riscosso unanimi consensi, evocando secondo alcune persone le tavolozze usate per i medicinali, ma che nella sua morbidezza non risulta sgraziato). Cambia infatti anche la freccia, da orizzontale a leggermente ricurva, quasi l'idea di passare dal movimento tout court al governare un cambiamento, plasmandolo; in più, è tutto il lettering del nome a risultare più "morbido", con vari vertici espressamente arrotondati. 
Il passaggio cromatico e la nuova freccia si vedono nel nome intero, ma sono più evidenti nella versione del logo pensata per i social network, basata solo sulla "A" di Azione dentro una circonferenza. Anche questa versione del simbolo, peraltro, potrebbe andare già bene per le schede elettorali (la mancanza del nome non aiuta l'identificazione, ma il segno è comunque riconoscibile); si è comunque preparata un'ulteriore grafica tonda, già concepita come contrassegno elettorale. In questa domina tuttora il colore blu delle origini: il nome blu-verde è inserito nel semicerchio superiore bianco, mentre in quello inferiore blu spicca il nome di Carlo Calenda in bianco, a caratteri corsivi e black. Che il riferimento al leader - presente per intero, con nome e cognome, anche in diversi contrassegni locali nell'ultimo turno elettorale - sia stato previsto pensando anche (se non soprattutto) al risultato della lista Calenda sindaco a Roma è probabile; in ogni caso, dovrebbe essere possibile sostituire il nome del leader del partito con quello delle persone di volta in volta sostenute nelle varie elezioni.
Probabilmente si riferiva a quest'ultima grafica Matteo Richetti nel dichiarare, in conferenza stampa, che la nuova versione del simbolo "mette in forte evidenza la nostra leadership", salvo precisare che è altrettanto forte "la consapevolezza che non stiamo costruendo un movimento del leader: saremo un partito che fa congressi, che radica la sua presenza, che fa discutere fino a ogni terminale periferico del nostro territorio, che coinvolgerà tutti gli iscritti, militanti e gruppi territoriali e chiuderà il suo percorso congressuale entro metà gennaio", quando si dovrà discutere dell'elezione del nuovo Presidente della Repubblica. E a fine percorso congressuale, probabilmente, il simbolo cambierà anche nel registro dei partiti politici, per recepire in modo ufficiale il riferimento la doppia transizione (anche se nella stampa in bianco e nero non si vedrà più di tanto).

lunedì 25 ottobre 2021

Un Psi con Prampolini nel simbolo: un dettaglio, per ricordare Felisetti

C'è il quadro, ci sono la tecnica e la cornice: il soggetto, il mezzo e l'intorno meritano piena attenzione da parte di chi osserva e chi studia, nell'arte come in politica. Eppure qualche volta i dettagli stravincono e sono in grado di catturare l'attenzione più di ogni altra cosa, di spingere a cercare, a saperne di più e possibilmente a vedere con i propri occhi, anche a costo di non conoscere così bene il quadro, la tecnica e la cornice.
Sabato pomeriggio, attraverso Facebook, chi scrive ha appreso (a funerali avvenuti) della morte di Luigi Dino Felisetti, un nome che ha un peso notevole per chi conosce la politica della provincia di Reggio Emilia (anche se lui era nato a Modena). Si è addormentato a 102 anni, dopo aver vestito la toga come penalista per oltre settant'anni (si era iscritto all'ordine degli avvocati nel 1949, riuscendo tra l'altro a far assolvere Germano Nicolini - sì, al Dièvel - dall'accusa di aver ucciso don Umberto Pessina), prima aveva partecipato alla Resistenza, in seguito ha fatto parte per circa un anno e mezzo (dall'8 febbraio 1989 al 24 luglio 1990) del Consiglio superiore della magistratura, come membro "laico" forte della sua già lunga esperienza di avvocato e della stima di cui godeva nel mondo politico.
Già, perché il nome di Felisetti è stato legato per tutta la sua vita al socialismo e al Partito socialista italiano. Scorrendo rapidamente il suo cursus honorum lo si capisce molto bene: prima consigliere a San Polo d'Enza, poi consigliere provinciale, consigliere e assessore a Reggio, segretario provinciale del Psi (nel quale nell'autunno 1956 aveva co-fondato la corrente autonomistica nenniana) e deputato per quattro legislature, eletto nel 1972, nel 1975, nel 1979 e nel 1983 (l'esperienza a Montecitorio è stata parzialmente riportata nel volume Un avvocato in Parlamento, pubblicato nel 1996 e riedito vent'anni dopo da Diabasis). Nel 1987 - a 67 anni - non si ricandidò e, nella circoscrizione Parma-Modena-Piacenza-Reggio, per la provincia di Reggio fu eletto Mauro Del Bue, deputato anche nella legislatura successiva e poi nella XV, eletto in quel caso nella lista composita di Democrazia cristiana (per le autonomie) - Partito socialista, dove quest'ultimo era in realtà il Nuovo Psi guidato da Gianni De Michelis, di cui nel 2003 era diventato vicesegretario (e per il quale nel 2005 era diventato sottosegretario alle infrastrutture nel terzo governo di Silvio Berlusconi).
 
 
Non stupisce affatto che proprio Del Bue, su Facebook, sia stato tra i primi a ricordare la figura di Dino Felisetti, attraverso la propria esperienza personale: 
La prima volta che lo vidi ero un bambino. Coi miei genitori abitavamo in affitto in una camera e cucina di un vecchio stabile di via Baruffo. I carri armati sovietici avevano invaso l'Ungheria nell’autunno del 1956 e il Psi di Nenni si era schierato dalla parte degli insorti, il Pci di Togliatti dalla parte degli invasori. Quattro o cinque persone avevano fatto irruzione nella cucina di casa mia. E mia madre aveva posto un blocco. "Lì non si entra", mi aveva ordinato, "perché ci sono i socialisti". Seppi più tardi che si trattava di una riunione segreta della futura corrente autonomista e nenniana che intendeva rompere il patto d’unità d’azione tra Psi e Pci a seguito del dramma ungherese, corrente contestata dalla cosiddetta sinistra che invece non intendeva mollare la presa. A Reggio Emilia la posizione filo comunista nel Psi avrà la prevalenza fino alla scissione del Psiup del gennaio 1964. Tra i pionieri dell’autonomismo socialista, oltre a mio padre Stefano, c’era appunto Felisetti, con Sergio Masini e Angiolino Brozzi. E Felisetti, anzi l’avvocato Felisetti, aveva già le stigmate del leader. 
Già, ma il dettaglio? A fornirlo è stato proprio Del Bue, ripercorrendo nel suo post la storia politica di Felisetti, che si intrecciò anche alla sua (sia per la "successione" al seggio alla Camera, ottenuto e confermato nell'epoca delle preferenze, sia per i tanti incontri avvenuti nel corso degli anni). Per Del Bue Felisetti, persona colta e sempre attenta e interessata, "non volle mai rassegnarsi alla fine del Psi" e lo testimoniò l'aver fondato "un gruppo di socialisti prampoliniani durante la fase del terrore giudiziario, che si presentò anche alle elezioni comunali del 1995 a Reggio, ottenendo per la verità un magro risultato. Ma lui non si scoraggiava". 
Eccolo lì, il dettaglio, il particolare che subito dopo la lettura ha fatto venire voglia di cercare, approfondire e, soprattutto, di trovare. Un voto comunale per nulla secondario per Reggio Emilia, quello del 1995: la prima con l'eIezione diretta del sindaco e con le alleanze pre-elettorali. La prima senza il simbolo della Dc, nel frattempo trasformatasi nel Partito popolare italiano e proprio in quei giorni in preda alle lotte intestine più dure, tra sostenitori di Rocco Buttiglione e di Gerardo Bianco. Ma anche, per quanto interessa qui, la prima senza il Psi, il partito di Del Bue e Felisetti che cinque anni prima aveva ottenuto il 13,1%: nemmeno così poco, in una terra in cui il Pci (perché a Reggio si era usato ancora il simbolo del Pci, anche se la Bolognina c'era già stata e altrove si erano sperimentate altre soluzioni simboliche, più tendenti al civico come a Guastalla) prendeva il 45,4% e la Dc un decoroso 23,1%, quindi le altre forze politiche dovevano dividersi meno di un terzo dei voti validi.
Insomma, in quelle condizioni c'era da scegliere da che parte stare e, per giunta, con quale nome e con quale simbolo farlo. Sapendo che i Socialisti italiani, vale a dire il partito che - sotto la guida di Enrico Boselli - aveva cercato di raccogliere la maggior parte dell'eredità politica del Psi subito dopo lo scioglimento di quest'ultimo, non avrebbero partecipato al voto con il loro simbolo (mai finito sulle schede elettorali a livello nazionale, ma nemmeno regionale). Alle contemporanee elezioni regionali, infatti, era stato stretto un accordo con Alleanza democratica e con il Patto Segni, per presentare liste comuni nella speranza che potessero ottenere qualcosa di più nell'urna elettorale. Lo stesso accordo fu portato avanti a livello locale.
Anche a Reggio Emilia, dunque, sulle schede elettorali comparve il simbolo del Patto dei democratici, di cui i Socialisti italiani erano forza fondatrice: per il Si reggiano, coordinatore era Nando Odescalchi, consigliere regionale uscente. Il Patto (al quale guardavano anche però i repubblicani e la Federazione laburista di Valdo Spini, presente anche nel reggiano con qualche candidato) era una delle quattro liste presentate a sostegno della candidatura di Antonella Spaggiari, sindaca uscente di Reggio (eletta dal consiglio comunale il 14 giugno 1991), già segretaria e capogruppo del Pci a Reggio: oltre al Patto, c'era ovviamente il Partito democratico della sinistra, i Popolari - cioè quella parte di Ppi che si riconosceva nella segreteria di Bianco e, per evitare grane, aveva scelto di non usare lo scudo crociato ma un nuovo simbolo, con lo scudo senza croce inserito nel gonfalone - e anche anche la Federazione dei Verdi. In pratica, una delle prime prove su strada del futuro Ulivo (e infatti Rifondazione comunista stava fuori dalla coalizione).
Quella, in ogni caso, non poteva essere la "casa" dei socialisti che non si erano rassegnati alla fine del Psi e che non sentivano alcuna affinità con i Socialisti italiani (che pure avevano invitato tutte le anime socialiste a una corsa unitaria) e nemmeno con i laburisti di Spini. Si trattava, anche allora, di perseguire una via autonoma e all'inizio di marzo si svolsero i primi incontri: tra i promotori - insieme, tra l'altro, allo stesso Del Bue - c'era proprio Dino Felisetti, che però all'inizio escluse una sua candidatura ("Non sarò presente né in questa né in nessun'altra lista: alla mia età - compio 76 anni - ritengo la politica un impegno di bandiera").
Sabato 11 marzo il progetto politico-amministrativo fu presentato: "Con i compagni del Si - si legge in una nota pubblicata il 12 marzo sulla Gazzetta di Reggio - non è possibile alcuna intesa. Loro, infatti, corrono per qualche posto dentro il listone con il Pds, mentre noi corriamo per l'autonomia socialista sotto il simbolo di Prampolini". Già, perché se come nome era stata scelta l'evocativa etichetta di Partito socialista italiano autonomo, per il simbolo si era adottato un ritratto del socialista reggiano Camillo Prampolini sovrapposto al sole nascente (sullo stile del simbolo del Psi di Sergio Ruffolo) e con un libro aperto all'interno del sole, dietro allo stesso Prampolini (figura di riferimento del padre dello stesso Felisetti). Niente garofano, insomma (troppo rischioso usarlo, politicamente e non solo), ma i promotori potevano ben dire: "Saremo la sola lista socialista presente alle elezioni con il simbolo del Psi, per il quale potranno votare tutti i socialisti che, ancora convinti che gli ideali socialisti siano più vivi che mai, rifiutano di integrarsi malinconicamente con il Pds o con gli avventurosi berlusconiani".
Alla fine il nome di Felisetti finì in lista, assieme a quello di Sergio Masini e di altre 25 persone. Il simbolo dovette faticare un po' a finire sulle schede elettorali, visto che era necessario raccogliere le firme: in base alla legge allora vigente a Reggio Emilia ne sarebbero servite 700. Per il Psi autonomo, promosso da nomi di rilievo ma senza struttura e senza volontari, sarebbe stato impossibile raccoglierle tutte: per sua fortuna, tuttavia, il primo voto a elezione diretta del sindaco di Reggio coincise con il varo delle "nuove" elezioni regionali (quelle regolate dalla "legge Tatarella"), quindi vi fu una certa tendenza a rendere più miti le norme per quel turno elettorale. In sede di conversione del decreto-legge n. 50/1995 (con legge n. 68/1995), furono innanzitutto dimezzate una tantum le sottoscrizioni necessarie per le elezioni amministrative di quel turno del 1995: doverne ottenere 350 invece di 700 era già un bel miglioramento. Questo, però, rischiava di non bastare: il 29 marzo le firme raccolte - a metà della giornata - risultavano solo 222, una quota decisamente lontana dall'obiettivo, senza contare che eccezionalmente per quelle prime elezioni regionali si era già dato più tempo per consegnare le firme (il termine scadeva alle ore 12 del 25° giorno prima del voto, non del 29° come ora). 
C'era però un jolly inatteso da giocare, vale a dire il decreto-legge n. 90/1995, con cui si dispose che, per le elezioni regionali, provinciali e comunali del 23 aprile 1995, le liste corredate dalle firme dei sostenitori si sarebbero potute consegnare "entro le ore 20 del 23° giorno antecedente la data della votazione". In pratica, solo per quella volta, c'era tempo fino alla sera del 31 marzo. Un regalo del tutto inatteso, quel decreto, chiesto con insistenza da Marco Pannella e dalla sua lista per rimediare alla scarsa informazione dei cittadini sulla sottoscrizione delle liste, ma bersagliato di critiche da ogni parte (salvo che dai Riformatori, incluso Paolo Vigevano eletto in Forza Italia, e dai repubblicani). Con quelle 48 ore abbondanti in più, Felisetti, Del Bue, Masini e le altre persone candidate si misero di nuovo all'opera, chiedendo sostegno per poter partecipare alle elezioni. Nel pomeriggio di venerdì 31 marzo, furono consegnate 491 firme e Felisetti poté dichiarare in un fax alle redazioni dei quotidiani: "Il cuore dei socialisti Doc ha risposto all'appello: siamo arrivati a oltre 500 firme". Il conto, in effetti, era un po' ritoccato al rialzo, ma in fondo non fu un problema; quel decreto, peraltro, non sarebbe stato convertito, decadendo sin dall'inizio, ma le elezioni nel frattempo si erano svolte e non risulta che qualcuno abbia seriamente pensato di impugnarne i risultati a causa delle liste presentate in quei due giorni di bonus.
Grazie a questa serie di ragioni, in ogni caso, il Partito socialista italiano autonomo riuscì a presentarsi e, fedele alla vocazione espressa nel nome, non aderì alla coalizione di centrosinistra né si alleò con altre forze, ma presentò un proprio candidato sindaco: si trattava di Lucio Consolini, preside di lungo corso e per molti anni amministratore nelle Unità sanitarie locali. "Abbiamo voluto ricostituire un partito che è andato dissolto dopo Tangentopoli - spiegò a Massimo Sesena che lo intervistava per la Gazzetta -. Dopo questi avvenimenti, che hanno colpito tutti i partiti, vediamo tuttora presenti nel nostro panorama politico il Pci sotto una denominazione nuova, il Pds e la vecchia Dc, sia pur frantumata in tre gruppi. Questo, a differenza di quanto è successo per il Psi: dalla scena nazionale è tragicamente assente o quasi una forza socialista. Noi abbiamo voluto dare continuità ad una presenza socialista che, se è stata tragicamente colpita ai suoi vertici da persone che hanno tradito il mandato, è pur sempre stata composta da migliaia di persone oneste, corrette e laboriose che hanno sempre avuto un'attività politica cristallina. Sotto il simbolo di Prampolini vorremmo continuare a testimoniare questi ideali, possibilmente tenendo unite tutte le forze d'ispirazione socialista". E al giornalista che gli chiedeva come mai, in nome dell'unità, il gruppo non avesse scelto di unirsi ai Socialisti italiani, Consolini rispose con nettezza: "Noi abbiamo voluto rimanere noi stessi: le eventuali alleanze con altre forze politiche potranno intervenire dopo che avremo dimostrato una nostra presenza, portato avanti i nostri programmi". Programmi che continuavano a qualificarsi di centrosinistra, benché vari voti socialisti fossero andati verso il centrodestra e soprattutto verso Forza Italia ("Può darsi che i voti socialisti, per delusione verso il partito, siano andati a rafforzare il Polo. Ma i principi sono validi, sono attuali e noi rimaniamo su quelle posizioni").
Chiuse le urne il 23 aprile 1995, il giorno dopo si passò allo scrutinio anche per le elezioni comunali. Antonella Spaggiari ottenne la sua prima investitura diretta a mani basse (62223 voti, pari al 64,78%, con il Pds al 46,54% e i Popolari al 9,93%, molto al di sotto delle vecchie percentuali della Dc), la lista unica di centrodestra (Il Polo di Reggio, che candidava come sindaco Giampiero Barazzoni) si fermò al 21,7%; Lega Nord e Rifondazione comunista corsero da sole, ottenendo rispettivamente il 3,09% e il 5,74%. E il Psi autonomo? Il suo candidato dovette accontentarsi di 1265 voti, l'1,32% in tutto; la lista, a causa di qualche voto arrivato solo al candidato sindaco o di qualche voto disgiunto, ottenne ancora meno (1102 voti, l'1,19%). 
Il risultato non era stato eccezionale e faceva una certa impressione notare che il numero più alto di preferenze era sì toccato a Dino Felisetti, ma il contatore si era fermato a 48 (quando, nell'intera circoscrizione che andava da Piacenza a Modena, nel 1983 l'avvocato aveva ottenuto 12410 preferenze). Messo però a confronto con il 5,3% del Patto dei democratici nel quale i Socialisti italiani avevano avuto un ruolo importante (eleggendo peraltro uno dei due consiglieri ottenuti, dalla lista, Roberto Pierfederici, rimasto anche in seguito in sala del Tricolore), il risultato di quella lista messa in piedi in pochi giorni non sfigurava. Non a caso, da quell'esperienza in seguito sarebbe partito il primo nucleo reggiano di un altro Partito socialista, quello guidato da Ugo Intini e che come simbolo aveva (tra l'altro) un mazzo di garofani. 
In seguito Felisetti si sarebbe ancora diviso tra la passione per il foro e quella per la politica, sempre in area socialista, tra garofani e rose: "Io avevo scoperto in lui - ha ricordato sempre Del Bue, tuttora direttore dell'Avanti on line - un combattente coraggioso, anzi temerario. A ottant’anni si era messo a girare in lungo e in largo la provincia per incontrare compagni come se di anni ne avesse venti". Anche quell'avventura di una manciata di anni prima, senza fiori nel simbolo, ma sempre sotto le insegne di Prampolini, meritava di essere ricordata con numeri e immagini, senza rischiare di finire dimenticata o scolorita nelle pagine perse. Proprio quel dettaglio, tra le righe di un post molto più ricco, l'ha strappata all'oblio: il dettaglio che ha fatto la differenza.

mercoledì 20 ottobre 2021

Simboli sotto i mille (2021): il Centro e il Sud, più qualche curiosità finale (di Massimo Bosso e Gabriele Maestri)

È tempo di riprendere i
l nostro viaggio nei comuni italiani sotto i mille abitanti coinvolti da questo turno elettorale: dopo un giro tra le quattro regioni del Nord interessate da questo fenomeno e qualche giorno di pausa, siamo pronti per completare il nostro itinerario visitando vari piccolissimi paesi del Centro e del Sud. Prima di partire con noi, peraltro, è il caso di dare alcune indicazioni preliminari: il panorama elettorale della microItalia centromeridionale è diverso da quello incontrato in quella settentrionale. Nel percorso, infatti, si trovano liste civiche e di partito, ma andando di comune in comune si ha l'impressione di trovarsi di fronte a un gran numero di liste schierate per motivi piuttosto extraelettorali. Ed è forte la tentazione di pensare che varie candidature siano state presentate soprattutto per ottenere licenze: il pensiero si materializza soprattutto di fronte a certi simboli, a varie denominazioni di liste e anche proprio ad alcuni nomi di candidati, che finiscono per ripetersi negli anni (in un caso una persona ha superato le dieci candidature a sindaco, per di più quasi consecutive). Da parte nostra, ovviamente, c'è solo l'intenzione di registrare ciò che accade e di darne conto, di mappare fenomeni e offrire informazioni a chi può avere interesse: spetta eventualmente ad altre persone approfondire, indagare, svelare e trarre le conclusioni ritenute opportune.

La prima tappa di questa seconda parte del viaggio è nelle Marche, anche se a dire il vero è anche l'unica puntata nella regione. Il comune che ci interessa è Montegallo, in provincia di Ascoli Piceno: ad attirare la nostra attenzione è la presenza sulla scheda - di un comune la cui popolazione "legale" è di 573 abitanti - di ben quattro liste.
 Si sono contese la vittoria Insieme per Montegallo (46,45%) e Radici Montegallesi (45,56%), divise da soli tre voti (157 a 154); accanto a loro però c'erano anche il Movimento civico montegallese (23 voti, pari al 6,80%) e Montegallo comune (scelta solo da 4 elettori, pari all'1,18%). La presenza di queste ultime due liste, in particolare di Montegallo Comune, lascia oggettivamente perplessi; si deve però ammettere che le due liste escluse dal consiglio comunale sono state comunque determinanti ai fini del risultato finale.

Lasciate in fretta le Marche, si fa giusto una capatina in Umbria, anche perché pure qui un solo comune attira la nostra attenzione: si tratta di 
Parrano, in provincia di Terni. Elettrici ed elettori hanno trovato sui manifesti e sulle schede soltanto due liste: Parrano bene comune è risultata nettamente vincitrice (85,52%), mentre l'altra lista con 43 voti (14,48%) si è aggiudicata in automatico i tre consiglieri di minoranza. Questa lista, Noi no (non si trattava né di un varietà di Vianello e Mondaini, né di una canzone di Baglioni o di Me contro te), aveva una grafica piuttosto semplice (nome bianco su fondo azzurro carico e tricolorino obliquo in basso) ma comunque non improvvisata. Il nome scelto non segnalava alcun radicamento locale, ma una generica opposizione (nemmeno a un progetto o a un'istanza particolare), così viene naturale interrogarsi sulle ragioni che hanno portato a presentare la lista: ci si limita a notare che si è recato alle urne il 66,87%, quindi ci si sente di escludere che qualcuno temesse il commissariamento per il mancato raggiungimento del quorum.

Abbandonata l'Umbria, si arriva in Lazio e questa volta ci tratteniamo più a lungo, dando uno sguardo a vari microcomuni. In questi troviamo alcuni simboli che si ripetono: uno di questi è quello del movimento nazionale Italia dei diritti, presieduto da Antonello De Pierro, impegnato nella difesa della legalità e da alcuni anni operante i
n questa regione. La sua presenza sulle schede elettorali laziali non è dunque una novità, né può sorprendere: i comuni che interessano sono tutti in provincia di Roma. La lista ha raccolto 3 voti ad Anticoli Corrado (0,68%), nessuno a Canterano, 14 a Casape (4,75%); è andata male a Filacciano (un solo voto, pari allo 0,35%), malissimo a Jenne e a Vivaro Romano (zero voti), il raccolto è stato scarso a Mandela (8 voti - 1,37%), a Riofreddo (5 voti - 1,02%) e a Rocca di Cave (6 voti - 2,62%) e un po' migliore a Sambuci (29 voti - 4,95%); alcuni di questi comuni, peraltro, meriteranno la nostra attenzione anche tra poco. Tornando a Italia dei diritti, l'esito elettorale è stato migliore a Cineto Romano e a Vallinfreda: in questi paesi le liste in corsa erano solo due e alla lista del partito di De Pierro è bastato ottenere 16 voti a Cineto (3,86%) e 7 voti a Vallinfreda (5,07%) per ottenere in ciascuno dei due comuni i tre seggi di opposizione. I sei consiglieri ottenuti si sono aggiunti a quelli eletti negli anni scorsi, sempre in piccoli centri del Lazio.
Un'altra formazione già nota alle persone affezionate a questi viaggi "sotto i mille", specie nell'Italia centrale e meridionale, è Progetto popolare: il soggetto politico ha base a Colleferro, in precedenza ha presentato liste anche con il simbolo del Movimento sociale italico e ha all'attivo alcuni consiglieri eletti appunto in piccoli centri. Questo turno elettorale ne sono arrivati altri sei: i primi tre sono stati ottenuti a Casape, peraltro con un risultato di tutto rispetto (100 voti tondi tondi, pari al 33,9%), lasciando fuori dal consiglio la terza lista che - come si è visto poco fa - era Italia dei diritti; gli altri tre sono stati ottenuti a Rocca di Cave, dove sono stati sufficienti 19 voti (pari all'8,30%) per ottenere tutti i seggi della minoranza, anche qui non lasciando spazi a Italia dei diritti, di nuovo nella posizione non confortevole di terza lista. Proprio come il movimento di De Pierro, invece, Progetto popolare non ha ottenuto seggi nei comuni di Mandela (3 voti - 0,51%) e Sambuci (1 voto - 0,19%), nei quali partecipavano quattro liste.

Già questo breve excursus ci ha fatto notare che in vari microcomuni c'era più di una lista non radicata in paese (e presentata, assai probabilmente, per cercare di ottenere visibilità "nel piccolo" e costruire prime basi per espandersi): vale dunque la pena tornare sui nostri passi e vedere cos'è accaduto in qualche paese nominato prima. Si parte da Riofreddo e, visto il nome, si è tentati di coprirsi per bene (anche se la 
lista che ha vinto si chiama Alla luce del sole per Riofreddo, contrassegnata da un bel sole infantile con gli occhioni, quindi forse il cappotto non serve...). Lì, con 762 abitanti di popolazione "legale", si sono presentate ben cinque liste: esclusa la vincitrice, l'unica altra formazione riuscita a entrare in consiglio è stata Fare Futuro. Il suo simbolo semplice, ma a suo modo raffinato (un nome che in politica è già stato usato, una stretta di mano dal tratto sottile e caratteri fin troppo fini ed eleganti per le schede elettorali) ha ottenuto 41 voti (8,35%), sufficienti in quel caso a conquistare i seggi di minoranza. Qualche legame con il territorio questa lista sembra averlo avuto; l'affluenza del 79,21% fa escludere che si temessero problemi di quorum, venendo piuttosto da pensare che si volesse evitare l'ingresso in consiglio di figure estranee al paese. E, se lo scopo fosse stato davvero questo, si dovrebbe dire che il tentativo è riuscito.
Chi è rimasto fuori? Se di Italia dei diritti si è già detto prima, l'attenzione è attratta dalle altre due liste, Nuova era per Riofreddo e Finalmente noi: hanno incassato un voto a testa - pari allo 0,2% - su 491 voti validi, quindi per loro non c'era alcuna possibilità di ottenere rappresentanti. Lo scarso risultato ottenuto, i nomi usati (già visti in passato) e la grafica a dir poco essenziale messa in campo per le due liste (i loro simboli, con il nome scritto in carattere Calibri - quello di default su Word - su fondo bianco, parrebbero realizzati dalla stessa mano) fanno però attivare il radar di chi appartiene alla schiera dei #drogatidipolitica: a prescindere dal fatto che il caso appena ricordato rientri in questa categoria o meno, sembra arrivato il momento di aprire la rassegna delle "liste per le licenze" (o che almeno così appaiono), fenomeno poco o per niente diffuso al Nord ma piuttosto comune da vari anni nei microcomuni del Centro-Sud (e che abbiamo spiegato molte volte in passato). I segni che aiutano a identificare quelle formazioni (o, per lo meno, che non possono non attirare l'attenzione di chi viaggia "sotto i mille") sono quelli già ricordati più volte: i simboli, come detto, presentano spesso una grafica assai spartana (non di rado si tratta di una semplice scritta nera su fondo bianco); i nomi delle liste si ripetono (nel corso degli anni o dello stesso turno elettorale) o comunque si somigliano; anche guardando tra le candidature - la verifica è più semplice per quelle alla carica di sindaco, sempre consultabili sull'archivio del Viminale, mentre per quelle a consigliere bisogna essersi procurati i manifesti necessari, nel modo già ricordato la volta scorso - si ha una sensazione di déjà vu, leggendo nomi e cognomi di persone che nel corso del tempo si erano già candidate in altri paesini (e che sono, spesso, di varia origine); il riscontro dei pochissimi voti ottenuti (a volte nessuno) è insieme la controprova del mancato legame con il territorio e l'ultimo indizio da considerare nella nostra osservazione.
Passati in rassegna i "ferri del mestiere", il viaggio può continuare (anche se non sempre si segnaleranno solo liste da osservare con attenzione): ci si sposta dunque in provincia di Frosinone, in particolare a Terelle e Vicalvi. In questi due comuni si presenta Alternativa verde: il nome in effetti può far pensare a una formazione ecologista locale (e anche il simbolo, a ben guardare, si presenta piuttosto elaborato, ma lo si era detto anche l'anno scorso); colpisce però che il candidato sindaco a Terelle si sia già proposto come aspirante sindaco in tre microcomuni diversi, con altrettanti contrassegni (Lega Molise a Sant'Angelo del Pesco nel 2015, Basta privilegi politici a Bagnolo del Trigno nel 2016 e Movimento sociale a Valle Agricola nel 2019), raccogliendo un solo voto in tutto, nella consultazione di due anni fa. Questa volta è andata leggermente meglio: a Terelle sono arrivati 3 voti (1,15%, nessun seggio trattandosi della terza lista), mentre a Valcavi ne sono arrivati solo due (e lì le liste erano quattro, a fronte di 806 abitanti in base all'ultimo censimento e 473 votanti).

Restando nel frusinate, facendo una capatina a Viticuso (poco più di 400 elettori) ci si imbatte in SiAmo Italia, un simbolo che nel 2020 si era già incontrato nella stessa provincia a Belmonte Castello (e anche allora si era dubitato che i presentatori avessero qualche vicinanza all'entourage di Vittorio Sgarbi, al quale un simbolo con quel nome è riconducibile). Questa volta la lista contrassegnata con i colori nazionali ha rimediato 3 voti (1,14%) e, risultando la terza di tre liste, non ha avuto accesso al consiglio comunale. Nell'ancor più piccola Acquafondata, invece, si trova Insieme per vincere: a dispetto del nome, la lista ha racimolato un solo voto (pari allo 0,47%) e di certo il simbolo, con nome scritto addirittura in Times New Roman, ha attratto ben pochi sguardi.

Il tour nei piccoli centri del Lazio è quasi finito, ma vale la pena di restare per un attimo in provincia di Frosinone a Casalattico, visto che elettrici ed elettori hanno trovato sulla scheda la lista del MoVimento 5 Stelle (una vera rarità "sotto i mille"): si è però trattato di una conferma, visto che la lista era già presente nel 2016 con lo stesso candidato sindaco, Piero Angelo Morelli, eletto cinque anni fa in consiglio e rieletto questa volta, anche se con qualche voto in meno (67 nel 2016, diventati ora 56, pari all'11,18%). Non si tratta peraltro dell'unico dettaglio curioso in questo piccolo comune: a fronte di una popolazione "legale" (2011) di 641 abitanti, infatti, le persone aventi diritto al voto risultavano essere 
ben 1229: se ci fosse stata una sola lista, con un'affluenza del 41,01% si sarebbe evitato il commissariamento solo grazie alla norma introdotta una tantum per le elezioni amministrative del 2021, ma la presenza di tre liste ha evitato alla radice ogni problema. Da ultimo, anche un confronto con le elezioni precedenti merita un po' di attenzione: nel 2016 risultò vincitore Giuseppe Benedetti con la lista la Primavera, prevalendo su Angelantonio Macari candidato, della lista Casalattico Futura; questa volta è diventato sindaco Francesco Antonio Di Lucia (per la lista Viva Casalattico, 279 voti) e il secondo arrivato, con 166 voti, è risultato ancora Macari... ma stavolta era lui a guidare la lista La Primavera (e il sindaco uscente, che lo aveva sconfitto cinque anni prima, era addirittura il capolista). La dinamica oggettivamente è curiosa e induce a domandarsi se i candidati si aspettassero il ritorno della terza lista o se avessero pensato a una competizione "a due".

Se in Lazio ci si è trattenuti un po' di più, in Abruzzo occorre restare ancora più tempo: di liste che richiedono la nostra attenzione (con relativi indizi da monitorare) se ne incontrano a bizzeffe e di ogni sorta. 
Partendo dalla provincia di Chieti, a Dogliola si trova L'Alternativa (simbolo molto semplice, simile a quelli visti in passato - cambia soprattutto il colore - ma con in più il disegno geometrico di un fiorellino, simile a quello dell'editore Bompiani ma ovviamente non è lo stesso): dalle urne è arrivato solo un voto (0,4%), ma è andata peggio a Vivere insieme (simbolo con stretta di mano e gemelli al polso già visto molte volte in diversi comuni, candidato che si era già proposto come sindaco tre volte - 2008, 2013 e 2018 - in due comuni diversi) che a Pietraferrazzana non ha preso nemmeno un voto. Nessun rappresentante sarebbe riuscito a entrare, dunque, anche se non ci fosse stata la seconda lista, Pietraferrazzana nel cuore (tre seggi ottenuti con 10 voti, pari al 12,35%): il suo simbolo, curiosamente, non mostra una grafica molto diversa da quello della lista vincente, Per Pietraferrazzana.

Non ci si può fermare però troppo da quelle parti, perché è già tempo di andare in provincia dell'Aquila. A Calascio - 137 abitanti stando al censimento del 2011, 275 elettori - sulla scheda c'erano addirittura quattro liste (praticamente una ogni aventi diritto). Le più elaborate graficamente (con tanto di profilo inconfondibile del castello di Rocca Calascio) sono entrate in consiglio e hanno raccattato tutti i voti disponibili: per 
Finalmente Noi e Insieme per Calascio - dalla grafica oggettivamente più elaborata rispetto al solito - non ne è rimasto neppure uno.
Anche a Cocullo - popolazione "legale" di 265 abitanti, 340 elettori - erano state presentate quattro liste: dando un rapido sguardo al manifesto e alla pagina dei risultati elettorali sul portale Eligendo, non ci si stupisce a notare che a prevalere è stata la lista Insieme per il progresso (114 voti, pari all'80,28%), l'unica a dimostrare un radicamento sul territorio anche grazie all'immagine di una pala eolica nel contrassegno, evidente richiamo al parco eolico situato sul territorio comunale. Gli altri tre seggi sono andati - grazie ai 27 voti espressi (19,01%) - a Insieme per voi: il simbolo - scritta nera su sfondo arancione, un'accoppiata inedita finora - susciterebbe qualche pensiero, ma il manifesto permette di rilevare che alcuni candidati della lista (piuttosto corta) sono nati nel paese, senza contare che cinque anni fa una lista dal nome simile (Insieme con voi, sfondo giallo in quel caso) aveva ottenuto i tre seggi della minoranza grazie a 32 voti, pari al 20,51%, in più due consiglieri uscenti erano tra i candidati di quest'anno. Nessun dubbio, invece, nel qualificare come esterne al paese le liste a grafica minimal
 Finalmente noi (un voto) e Nuova Era (nemmeno quello).
Se ci si sposta a Ofena, gli abitanti "ufficiali" (2011) diventano 527 e gli elettori salgono a 668, ma sembrano comunque pochi per giustificare la presenza di ben cinque liste. Due sicuramente erano locali (Uniti per Ofena, la vincitrice, e Progetto comune, che si aggiudicano nel complesso il 98,29% dei voti e tutti i seggi consiliari); accanto a loro si sono presentate Voliamo tutti insieme (4 voti), Catena Sindaco (un voto) e La Novità, cui però non è parso interessato nessuno, visto che il suo contatore è rimasto a zero. Il mix di nomi delle liste e scelte grafiche (leggermente più elaborate rispetto ad altri luoghi, ma davvero con poco sforzo), manco a dirlo, si commenta da sé, quanto il risultato.

A questo punto del viaggio, già un po' inoltrato, sorge spontanea una domanda: e la Lista Alfa? Poteva forse mancare? Assolutamente no! Eccola, infatti, spuntare a Ortona dei Marsi - con un carattere diverso dal consueto, più "precario" del solito - e proprio lì è riuscita nell'impresa di eleggere due consiglieri raccogliendo 25 voti (pari all'8,25%) e si è pure collocata al secondo posto su tre liste; il terzo seggio di minoranza è toccato a Ortona biodiversa, cui sono andati i 15 voti residui (4,95%). Considerando che l'affluenza è stata del 60,19%, le ragioni alla base della presenza di quest'ultima lista (che come simbolo aveva un favo di api con le caratteristiche celle esagonali) restano piuttosto misteriose.
A Villalago le liste erano tre, tra le quali c'era La Nuova Svolta (nome già visto, stavolta il testo nero era su sfondo giallo): ha raccolto 2 voti in tutto (0,47%). 
A Sant'Eufemia a Maiella, nel pescarese, si sono presentate quattro liste, due delle quali erano certamente locali: Per Sant'Eufemia (138 voti, 83,64%) ha vinto e il candidato sindaco si è potuto insediare a dispetto di un'affluenza bassissima (solo il 27,59%) proprio grazie alla presenza di più liste, a partire da Sant'Eufemia rinasce, che con 27 voti (16,36%) ha ottenuto tutti e tre i seggi di minoranza. Considerando che hanno votato 165 persone, una rapida somma fa concludere che L'Alternativa e la Lista Alfa non hanno raccolto nemmeno un voto: è probabile che non avessero alcun legame con il paese, così come è ben possibile che Sant'Eufemia rinasce sia stata schierata proprio per evitare problemi di quorum.
Le liste erano quattro anche a Pietracamela, piccolo centro del teramano. Le formazioni locali, anche in questo caso, erano soltanto due, Insieme possiamo - La Pietracamela del futuro (la lista vincitrice, col 54,07%) e CambiaMenti (la lista del sindaco uscente, votata dal 45,93% degli elettori): se si fossero presentate soltanto queste, negli anni scorsi, le elezioni sarebbero state salve per un pelo, visto che si è recato alle urne il 49,86% degli aventi diritto (quest'anno, come detto, il quorum è comunque stato abbassato al 40%). Le due liste locali, in ogni caso, hanno fatto man bassa e non hanno lasciato nemmeno un voto a Pietracamela Tradizione e Progresso e a L'Altra Italia nella sua unica presenza abruzzese.

Tornando in provincia di Chieti, si scopre che a Carunchio si è verificata una situazione singolare. La lista locale, Carunchio per le libertà, ha ottenuto un gran bel risultato (243 voti, pari all'84,08% dei voti validi), ma si sono recate alle urne solo 326 persone delle 938 aventi diritto, pari al 34,75%: a dispetto della percentuale bassissima, è probabile che il quorum sarebbe stato comunque raggiunto, visto che ai fini del calcolo del 40% non si sarebbe dovuto tener conto degli elettori iscritti all'anagrafe Aire. Il problema, in ogni caso, non si è posto, visto che sulla scheda elettorale c'erano altre due liste dalla grafica decisamente minimal: UxC, cioè Uniti per Carunchio (35 voti, 12,11%) e Scegli Carunchio (11 voti, 3,81%).

Nella stessa provincia si deve registrare, nel comune di Pennadomo, la presenza della lista I Veri che - pur essendo stata sorteggiata per prima sulle schede, ottenendo così una certa visibilità - ha ottenuto un solo voto sui 170 consensi validi; è giusto peraltro riconoscere che la lista in questione ha comunque presentato un emblema legato al territorio, che ha ripreso il profilo della "pietra madre" di Pennadomo (e c'è anche la miniatura della croce innalzata lassù, probabilmente sfuggita alla sottocommissione elettorale circondariale o ritenuta un semplice segno territoriale, senza implicazioni religiose). In ogni caso, le altre due liste, Uniti con Pennadomo (la lista di Domenico D'Angelo, sindaco uscente e riconfermato con 
119 voti, pari al 70%) e Noi con Pennadomo (50 voti, 29,41%) si dividono tutti gli altri voti e, in un certo modo, i loro simboli possono sembrare concepiti dalla stessa mente.
Il tempo del giro in Abruzzo, comunque, è quasi scaduto. C'è giusto lo spazio per un giro a Pescosansonesco, in provincia di Pescara: lì si erano presentate solo due liste: la prima (Sempre uniti per Pescosansonesco, che tra l'altro ha usato la stretta di mano vista prima, con aggiunta di volatili) ha ottenuto 283 voti, mentre la seconda lista - Nuovo Progetto, nome giallo su fondo azzurro - ha avuto solo 14 voti (4,71%), un po' pochi per attribuirle un reale radicamento sul territorio. L'impressione, guardando all'affluenza registrata (48,19%), è che la lista sia stata presentata, come altrove, per evitare all'origine seccature legate al quorum.

Dopo l'Abruzzo era inevitabile attendersi il Molise ed è proprio lì, dove si arriva ora, che l'attenzione di gran parte dei #drogatidipolitica era andata fin dall'inizio, visto che finora quella regione si è dimostrata una vera e propria "terra di meraviglie" per quanto accadeva nei suoi comuni "sotto i mille". Anche quest'anno, ovviamente, c'è qualcosa di interessante da raccontare, benché forse la messe appaia meno ricca del solito. 
L'itinerario molisano, comunque, inizia da San Biase, in provincia di Campobasso. Lì, non appena sono state rese note le liste in corsa, si è appreso di un ritorno dopo molti anni di assenza nei comuni "sotto i mille": il Movimento sociale Fiamma tricolore, infatti, ha presentato una propria lista (dopo averne presentate parecchie, soprattutto in Piemonte, nell'arco del quarto di secolo abbondante di elezioni senza bisogno di firme nei microcomuni), facendo la propria ricomparsa anche in località in cui le firme erano invece necessarie (incluso un capoluogo di provincia, cioè Latina). Tornando a San Biase, di voti alla Fiamma ne sono arrivati solo 2, che peraltro sono risultati pari al 2,13%, su un totale di 94 voti validi; l'affluenza è stata pari al 20,58%, decisamente bassa, ma non ci sarebbe stato alcun rischio di commissariamento, sia perché si sono affrontate addirittura 5 liste (una ogni 96 elettori, una ogni 20 votanti), sia perché due di queste erano chiaramente locali, vale a dire Insieme per San Biase (55 voti, 58,51%) e la Lista civica (35 voti, 37,23%: una formazione relativamente legata al territorio, a dispetto del nome comune e della stretta di mano bidimensionale). A conti fatti, ad Ancora insieme (dove abbiamo già visto quella stretta di mano?) e a Sanniti è toccato soltanto un voto a testa.
A Civitacampomarano, invece, devono aver tirato un sospiro di sollievo. La presenza di due liste ha infatti evitato un commissariamento altrimenti assicurato, essendo andati a votare 195 aventi diritto su 569 (pari al 34,27%): lì nemmeno il quorum ribassato una tantum avrebbe salvato le elezioni (a meno di sorprese riservate dagli iscritti Aire). Il sindaco espresso dalla lista Democratica Mente Civita deve la sua vittoria e il suo insediamento alla seconda formazione in campo, Per Civita, che con i suoi 17 voti (pari al 9,04%) si è aggiudicata i tre seggi riservati all'opposizione.  
Non hanno certo avuto o rischiato problemi di quorum a Guardiaregia, visto che le liste presentate in questo turno elettorale sono state ben quattro, a fronte di 906 elettori. Il sindaco uscente, Fabio Iuliano, è stato confermato con il 63,79% dei voti, ma tutti gli altri consensi validi sono andati alla lista civica Guardi...amo avanti, che con la lista vincitrice Liberi di volare ha condiviso il livello di elaborazione grafica dei contrassegni (e, a quanto si vede, il radicamento locale). Nemmeno un voto è toccato invece a Vivere insieme (con il simbolo delle due figure che abbracciano il globo già visto in passato) e Insieme per... il futuro: il suo candidato sindaco, peraltro, si configura come un vero recordman delle competizioni elettorali "sotto i mille", poiché questa per lui è - salvo errore - la dodicesima candidatura a sindaco dal 2009 in avanti (il suo nome, in base all'Archivio storico delle elezioni del Viminale, ricorre due volte a Gildone, due a Torella del Sannio, due a Ripabottoni, due a Casalciprano, una a Spinea e a San Giovanni in Galdo; quanto a Guardiaregia, si era già presentato - con lo stesso simbolo - anche cinque anni fa, ottenendo 8 voti).
Anche a San Massimo elettrici ed elettori avevano trovato sulle schede quattro liste, due delle quali - San Massimo unita e Progetto comune - sono apparse legate 
chiaramente al territorio, come dimostrano i risultati ottenuti (la prima ha raccolto 420 voti, pari al 76,78%, mentre la seconda, con 114 voti e il 20,84% dei consensi, si è assicurata i seggi dell'opposizione). Il raccolto delle altre due formazioni in corsa è stato oggettivamente magro, ma Fare politica (già nota scritta nera, qui in corsivo, su fondo bianco) e Verso la libertà (con la sagoma di un aeroplano su fondo giallo) qui almeno hanno ricevuto rispettivamente 7 e 6 voti, superando la soglia "psicologica" dell'1%. Sicuramente il risultato è stato migliore di quello ottenuto dalla lista Sanniti - con la grafica già vista - a Morrone del Sannio (dove sennò, altrimenti?), dove ha convinto solo un elettore dei 415 recatisi alle urne (e dei 405 che hanno espresso voti validi).
Passando in provincia di Isernia, a Pescolanciano si rileva che è stata presentata la lista La nuova svolta, con il classico simbolo del tutto minimal con la denominazione scritta in nero su sfondo bianco: quel contrassegno ha ottenuto 39 voti pari al 6,66% dei consensi validi espressi. Il consenso raccolto è stato decisamente ridotto, ma a Pescolanciano le liste erano soltanto due e, se non c'è stata nessuna vera concorrenza per la lista che ha espresso il sindaco (Andiamo oltre, votata da oltre il 90% dei votanti), La nuova svolta ha comunque ottenuto i tre seggi della minoranza (e i suoi occupanti, per i prossimi cinque anni, dovrebbero restare fuori dal giro delle elezioni amministrative).

Se - nella stessa provincia - ci si sposta a Castel San Vincenzo, comune dalla popolazione "legale" di 545 abitanti e con 638 aventi diritto al voto, si scopre che sulla scheda erano finite tre liste. Se Insieme per San Vincenzo, la formazione con il contrassegno più elaborato, ha vinto le elezioni (con il 59,18%) sulla lista Orgoglio per San Vincenzo, soltanto due voti sono rimasti a disposizione per la lista  … Per Castel San Vincenzo (con tanto di puntini nel nome, sovrapposto nel simbolo a una striscia tricolore). Con quello 0,55% di voti, naturalmente, la lista è rimasta fuori dal consiglio comunale. 
Il giro molisano si conclude con una visita d'obbligo a Capracotta, dove nel 2016 era risultata vincitrice (su un totale di tre formazioni, inclusa la Lista Beta) la lista Capracotta viva, un nome che non poteva non restare impresso. Anche questa volta la lista si è presentata, portando alla conferma del sindaco uscente; questa volta però le liste presenti erano soltanto due. I tre seggi della minoranza sono toccati dunque alla lista Insieme, grazie ai 66 voti raccolti (pari al 13,81%): l'affluenza è stata del 51,86% e forse questo potrebbe spiegare la presenza di una seconda formazione. Non si può passare da 
Chiauci, invece, perché nessuna lista è stata presentata.

Lasciato il Molise, si va in Campania, partendo dalla provincia di Avellino. Si segnala innanzitutto una lista 
Movimento Forconi a Monteverde, che ha raccolto 20 voti (pari al 3,73%) proponendo come aspirante sindaca Barbara Rinaldi (anche se in un primo momento era stata annunciata la candidatura di Giuseppe Del Giudice, segretario nazionale del movimento); vale la pena sottolineare che è l'ennesima variante del simbolo, con sfondo sfumato dal verde al rosso (in lista c'erano anche Sergio Angrisano, candidato presidente della regione Campania per il Terzo Polo nel 2020, e Orlando Iannotti, tra i dirigenti dei Forconi). A Sant’Angelo a Scala sono state presentate tre liste (come a Monteverde): tra queste c'era anche Sant'Angelo a Scala bene comune, in grado di attirare solo due voti (pari allo 0,43%), con un simbolo che sfoggiava insolitamente il carattere Cooper Black. A Petruro Irpino le liste invece erano quattro: oltre alle due formazioni locali sulle schede erano arrivate Petruro rinasce (9 voti, pari al 6,00%) e Progetto popolare, che lì non è riuscita a convincere neanche un elettore.
Quest'ultimo soggetto politico ha presentato liste anche altrove in Campania: almeno a San Nazzaro, nel beneventano, la lista ha raccolto 9 voti (1,96%), mentre a Giano Vetusto, nel casertano, non ne ha ottenuto nemmeno uno. In questo comune, peraltro, le liste erano ben sei: oltre alle due locali (Il Paese che vogliamo e Janus 2.0, a patto di riuscire a leggere questo nome sul contrassegno) e alla citata Progetto popolare, sulla scheda elettorale si ritrovavano Alternativa in comune (simbolo già visto in passato), SiAmo Italia (già incontrato prima) e Progetto comune (grafica base, giusto più colorata di altre). Solo Alternativa in comune ha raccolto un voto; le altre sono rimaste a bocca asciutta e la cosa, chissà come mai, non stupisce.
Un'altra lista di Progetto popolare è comparsa anche a San Pietro 
Infine, comune della provincia di Caserta con 1153 elettori ma che - in base all'ultimo censimento del 2011 - aveva 949 abitanti, dunque si sono applicate le regole previste per le elezioni "sotto i mille" (dunque senza la necessità di raccogliere le sottoscrizioni a sostegno delle candidature). Lì Progetto popolare è riuscita a raccogliere soltanto 4 voti (pari allo 0,60%): un risultato magro, obiettivamente, ma è andata ancora peggio alla lista Protesta con noi, che con il suo fulmine su sfondo rosso - già visto almeno l'anno scorso in qualche microcomune - non è riuscita a ottenere per sé nemmeno uno dei 668 voti validi.
Il record di liste "sotto i mille" per il 2021 spetta indubbiamente al comune di Tora e Piccilli: qui si sono presentate ben sette formazioni, delle quali tre risultano legate al territorio. Si tratta oggettivamente di un evento piuttosto anomalo in centri così piccoli, ma il risultato dello scrutinio non lascia dubbi: Continuità per Tora e Piccilli ha vinto con 
256 voti (42,04%), Tora e Piccilli protagonista si è fermata a 192 voti (31,53%, trasformati in due seggi di minoranza), mentre In movimento per Tora e Piccilli ha ottenuto 158 voti (25,94%, sufficienti a ottenere l'ultimo seggio disponibile). Le quattro liste rimaste fuori dal consiglio si sono divise letteralmente le briciole: 2 voti a Progetto Popolare, uno per +Verde Cuore Ambientalista (il cui simbolo è stato visto nel 2020 a Belmonte Castello, mentre il candidato dal 2014 al 2020 si è candidato sette volte in sette diversi comuni), neanche un consenso per Uniti per Tora e Piccilli e per Noi Patrioti. Si noti che, in questo caso, si è trattato di elezioni anticipate: si era votato nel 2019, ma in quell'occasione c'era una sola lista locale, al punto che i tre seggi di minoranza erano andati a Forza Sociale con il 10,58%.
In provincia di Salerno, a Controne, la lista Controne al Centro ha ottenuto soltanto 14 voti (pari al 3,61%), ma le sono stati sufficienti per eleggere comunque tre consiglieri. Si può notare che si è recato alle urne il 52,27% degli aventi diritto, cosa che - soprattutto se non fosse stata emanata, con la conversione del "decreto elezioni", la disposizione una tantum per abbassare al 40% il quorum di validità - potrebbe forse spiegare la presentazione "per prudenza" della seconda lista. Non si dimentichi, tra l'altro, che nel 2016 aveva partecipato al voto anche la lista Democrazia corporativa (che aveva ottenuto soltanto 5 voti, indice piuttosto chiaro di nulli legami con il territorio), dunque la seconda lista potrebbe essere stata presentata per evitare a forze estranee di entrare in consiglio comunale. Il sindaco uscito da questo voto è Ettore Poti, lo stesso che aveva vinto nel 2016 (con la medesima lista, Nuovi orizzonti); cinque anni fa, in compenso, aveva dovuto affrontare un avversario con il suo stesso cognome, Mario Poti.
Il cammino campano si chiude con una capatina a Tortorella, piccolo comune del salernitano (563 abitanti in base al censimento del 2011, 805 elettori)
: lì si è ripetuta una situazione fotocopia rispetto a quella vissuta nel 2016. Allora come quest'anno si sono presentate due liste, che non hanno mutato né il nome né il simbolo: Insieme per Tortorella e Per il mio paese. Anche i risultati sono cambiati poco: Insieme per Tortorella aveva vinto nel 2016 con il 94,41%, quest'anno con il 95,32%. Unico dettaglio a essere cambiato è il nome del candidato sindaco della lista di minoranza; per inciso, l'affluenza è stata del 39,25%, dunque la presenza di due liste ha evitato ogni seccatura di quorum.

I nostri viaggi in passato hanno toccato relativamente poco la Puglia e anche quest'anno c'è piuttosto poco da dire. Per l'esattezza, l'unico comune davvero interessante è Panni, in provincia di Foggia: gli abitanti nel 2011 erano 858, dunque il comune si è considerato "sotto i mille" anche se gli elettori risultavano essere 1436. Le liste locali erano due, Rinascita @Panni_idee (con la grafica mal copiata da Cambiamo!), vincitrice con 309 voti (52,91%) e Uniti per Panni (275, 47,09%). Come indicano le percentuali, non è rimasto nemmeno un voto per Panni al centro (il cui simbolo è leggermente più colorato e curato rispetto ad altri visti fin qui) e L'Altra Italia: eppure quest'ultima lista ha base soprattutto in Puglia e in questo turno ha partecipato, tra l'altro, alle elezioni di Cerignola.

Se fino all'anno scorso la wonderland delle elezioni "sotto i mille" è stata sempre certamente il Molise (insieme al Piemonte, sia pure per ragioni molto diverse), dal 2020 l'attenzione è caduta inevitabilmente anche sulla Basilicata, in particolare dopo il caso di Carbone, con la disputa tra due liste tutte esterne (per l'esclusione dell'unica formazione locale) e le dimissioni del neosindaco subito dopo l'elezione che hanno portato il paese a una notorietà di cui avrebbe probabilmente fatto a meno. Dopo il commissariamento, quest'anno a Carbone si è rivotato e questa volta ha vinto una lista certamente locale, Carbone radici future, aggiudicandosi il 
96,94% dei voti (349 voti su 360). Gli 11 consensi restanti sono andati alla seconda lista, che come l'anno scorso era L'Altra Italia  (il candidato sindaco risiede nel foggiano, dovrà prepararsi a macinare chilometri). Colpisce anche il dato dell'affluenza, molto basso (35,33%): la validità della consultazione sarebbe stata certamente a rischio, ma scorporando i molti iscritti Aire forse si sarebbe evitato il commissariamento. 
Un salto va fatto anche a Teana, sempre nel potentino: anche qui le liste erano due, tra l'altro tutte e due realizzati a base fotografica e si ha tutta l'impressione che siano stati realizzati dalla stessa mano (o per lo meno da mani molto vicine). Ha vinto le elezioni la lista Per Teana (con arcobaleno chiaramente aggiunto), facendo man bassa di voti, ma a colpire di più è l'altra lista, denominata La Civetta (omen nomen? Un modo elegante di dichiarare la natura della candidatura): con 10 voti (2,87%) è entrata in consiglio con tre eletti e ha azzerato i rischi di commissariamento, oggettivamente corsi a causa dell'affluenza limitata al 41,52%. Da antologia anche la sfida tra candidati sindaci: il vincitore, Vincenzo Marino, se l'è dovuta vedere con Vincenzo Pesce (non male, per un paese per niente vicino al mare...).


Tra la Basilicata e la Calabria la distanza non è un granché e i comuni da considerare sono sei. Quello con più liste - tre in tutto - è Aieta, in provincia di Cosenza. Lì la lista vincente, Il Paese che vogliamo, ha fatto il pieno, raccogliendo 402 voti (pari al 77,76%), mentre 
Aieta nel cuore (anche qui nomen omen, con la stretta di mano a forma di cuore) è riuscita a ottenere i tre seggi di minoranza con un dignitosissimo 21,08% (109 voti). Inutile dire che incuriosisce molto di più il risultato di Unità popolare per Aieta, che ottiene solo 6 voti (1,16%), peraltro con un simbolo - la tromba impugnata - molto datato, a dispetto dello sfondo rosso sfumato.
Negli altri cinque comuni da considerare hanno concorso soltanto due liste: in ciascuno di quei casi la presenza della seconda formazione (che in genere ha ottenuto pochi voti) potrebbe spiegarsi come misura anti commissariamento. Così troviamo ad Altilia la lista La Torre, destinataria di 24 voti, pari al 5,23% (ha votato il 47,54%); a San Pietro in Amantea la lista Insieme per San Pietro ha ottenuto 11 voti, cioè 3,43%, (e qui, dove ha votato il 27,22%, il rischio si è corso davvero). A Ferruzzano (Rc) la lista Colomba ha ottenuto 40 voti (10,39%): lì, tra l'altro, nel 2017 la minoranza era andata al Pci (e il candidato, Domenico Romeo, aveva lo stesso cognome di Giovanni, attuale candidato sindaco sconfitto). A Sant'Agata del Bianco la lista Sant'Agata Futura aveva ottenuto 21 voti, pari al 6,80% (anche nel 2016 si era verificata una situazione simile e questa volta ha votato il 54,61%), mentre a  Brognaturo, nel vibonese, la lista Noi per Brognaturo ha ottenuto 17 voti (pari al 4,20%, con un'affluenza del 53,13%).
Da ultimo, merita di essere segnalato il caso di San Lorenzo, comune della provincia di Reggio Calabria di 2800 abitanti circa (qui le firme servono). Si sarebbe dovuto votare nel 2020, ma nessuna lista si presentò; quest'anno in teoria erano state depositate tre liste, due civiche e una della Fiamma Tricolore, con qualche candidato locale; ma sulla scheda, tuttavia, sono arrivati solo due simboli, perché la civica San Lorenzo domani è stata ricusata dalla Sottocommissione elettorale circondariale. 
La sfida è finita 922 voti (92,22%) a 80 per la civica Democrazia e Partecipazione, ma a scrutinio ultimato è arrivata la doccia fredda: il sindaco eletto... era incandidabile per colpa di un'antica condanna non seguita da riabilitazione, per cui la gestione commissariale prosegue (e pure i tre seggi della Fiamma Tricolore sono sfumati). La curiosità è anche un'altra: incredibilmente il sito del Viminale ha sbagliato l'abbinamento dei simboli, utilizzando per la lista vincitrice il contrassegno della lista esclusa.


Resta da dire della Sardegna, regione nella quale si è 
votato il 10 e l'11 ottobre: in genere questa bellissima isola non è interessata dal fenomeno ma questa volta un paio di casi sono emersi. A Borutta, in provincia di Sassari - la lista Borutta 2021, simbolo con scritta bianca su sfondo verdolino, ha preso solo 7 voti (3,78%), ma sono stati sufficienti per eleggere 3 consiglieri; ha votato il 74,70% degli aventi diritto quindi il quorum non dovrebbe essere stato un problema (anzi, pare che sia stata la prima volta che il sindaco confermato per il terzo mandato, Silvano Arru, si è dovuto misurare con un concorrente). Nessun problema di quorum nemmeno a Genuri (Sud Sardegna): lì Terra e Tradizione, movimento per la sovranità nazionale in difesa delle autonomie locali e della tradizione italiana dal simbolo ben fatto (e con una freccia ricurva che ricorda quella della Destra sociale), ha però attirato solo 17 elettori (8,13%).
Non si è contato nessun voto invece a Gonnosodina (Or), Seneghe (Or), Zerdaliu (Or) e Sorgono (Nu: in questi comuni, infatti, non si è presentata alcuna lista. Lo stesso è accaduto a Mombello di Torino; non si è votato nemmeno a Bienno, nel bresciano, per vizi di forma nella presentazione delle liste elettorali.

Il nostro viaggio "sotto i mille" sarebbe finito, ma non possiamo concluderlo davvero senza raccontare in breve i microballottaggi. Già, perché se per i comuni sopra i 15mila abitanti il secondo turno è previsto ogni volta che al primo manchi un candidato sindaco che superi la metà dei voti validi, nei comuni inferiori si va al ballottaggio solo quando i due candidati più votati (o gli unici due presentatisi) al primo turno ottengono lo stesso numero di voti e occorre rivotare per individuare chi vince. La regola vale dunque anche per i comuni con meno di mille abitanti; anzi, paradossalmente più sono contenuti i numeri dei votanti, meno è improbabile che si abbia un pareggio. 
A Rondanina, in provincia di Genova, era finita 22 a 22 tra Gaetanino Giovanni Tufaro e Claudio Agostino Casazza (che il doppio nome, o prenome a voler essere precisi, sia una condizione necessaria per fare il sindaco o almeno accedere al ballottaggio?): al secondo turno l'ha spuntata  Tufaro di poco, 26 voti a 23. Rispetto al primo turno hanno  votato quattro persone in più e anche l'unica scheda bianca vista al primo turno non si è ritrovata al ballottaggio: evidentemente si è trasformata in un voto valido, anche se non si sa per chi…

A Torricella Verzate, nel pavese, era invece finita 243 pari (una quota di voti in cui il pareggio è più difficile da aversi) tra Giovanni Delbò e Marco Sensale, con un contorno di 5 schede nulle e 7 schede bianche. Al ballottaggio è riuscito a prevalere Sensale 265 voti a 253: chi si è recato alle urne è apparso più deciso e responsabile, visto che sono calate le schede nulle (da 5 a 2) e anche le bianche (da 7 a 5). Soprattutto, però, al ballottaggio hanno raggiunto i seggi 525 elettori contro i 498 che avevano votato il 3 e il 4 ottobre: e poi dicono che al secondo turno l'astensionismo aumenta sempre...

(2 - fine)