venerdì 13 marzo 2015

Rinascita socialista, si rivede il garofano (e il cognome Craxi)

C'erano una volta i socialisti del garofano. Qualcuno però sarebbe tentato di precisare subito: "veramente ci sono ancora". Meglio chiarire allora: da almeno quindici anni, i socialisti in Italia si dividono tra gli estimatori della rosa (collocati a sinistra, dallo Sdi di Boselli in poi, passando per la Rosa nel pugno fino al Psi oggi guidato da Nencini) e gli affezionati appunto al garofano (specialmente in area destra, con il Nuovo Psi e prima ancora con il Ps di De Michelis, ma ce ne sono e ce ne sono stati anche altrove). Dal 24 gennaio, però, è spuntato un altro garofano, che guarda chiaramente al passato di marca craxiana. E non solo nella grafica.
Già, perché quel giorno si è riunita per la prima volta la direzione nazionale (provvisoria, ovviamente) di Rinascita socialista e il suo segretario nazionale, confermato per acclamazione, si chiama Marco Craxi. In alcuni siti che hanno ripreso la notizia si precisa subito, a scanso di equivoci, che non si tratta di un parente del primo presidente del consiglio socialista: lui è siciliano, "autentico figlio – si legge su ApprodoNews – di quella stessa nobile terra in cui affondano le radici della famiglia di Bettino". 
Ma cos'è, dunque, Rinascita socialista? Il sito del movimento lo qualifica come "soggetto politico di ispirazione socialista, democratico e riformista distante da logiche e posizioni politiche estremistiche": la realtà si propone come "laboratorio politico culturale", volto soprattutto a "rilanciare quegli ideali socialisti che hanno fatto dell’Italia negli anni d’oro, una delle nazioni più virtuose d’Europa". Non manca anche qui l'idea di rimettere insieme i pezzi del mondo socialista, ponendo fine a una diaspora iniziata nel 1994 (o anche prima, volendo), magari con un po' di rivincita verso chi aveva contribuito alla sparizione di uno dei più consistenti soggetti politici tra la fine degli anni '80 e l'inizio dei '90. 
Anche per questo, probabilmente, il movimento non poteva che distinguersi con il garofano. Il modello non è quello delle origini disegnato da Ettore Vitale (e che conviveva con gli "arnesi", la tradizionale coppia falce-martello, con un sole invisibile), ma quello dell'era craxiana più pronunciata, partorito probabilmente da Filippo Panseca: la sagoma è proprio quella e, a scongiurare la somiglianza totale, interviene qualche tocco di Photoshop che ne stempera i margini.
È l'intera grafica, peraltro, a profumare di anni '80, con qualche correzione di troppo: la doppia corona è quella storica (ma l'anello esterno è tricolore), in compenso – in pieno horror vacui contemporaneo – si pensa di riempire il cerchio interno con i colori di uno stilizzatissimo sole nascente dal mare (fin troppo piatto, con qualche riga scura non proprio benaugurante).  La stessa idea, per intenderci, che nel 1969 – dopo l'esperimento della "bicicletta" Psi-Psdi – aveva fatto inserire falce, martello e libro nella pancia del sole socialdemocratico. In basso, nella corona rossa, non c'è più la sigla Psi, ma R.D.L., per simboleggiare il progetto politico dell’Unità per il socialismo Riformista, Democratico e Liberale (ma senza spiegazione era un po' difficile arrivarci, ammettiamolo). 
A voler essere pignoli, naturalmente, come non è nuovo il garofano, non è originale neppure il nome. Perché Rinascita socialista l'aveva già fatta il campano Enzo Mattina, a luglio del 1993 – quando Ottaviano Del Turco non aveva ancora tolto il garofano dal simbolo – anche se graficamente aveva osato di più: in un cielo irrealmente rosso, sopra il mare, volava un gabbiano bianco, persino delicato. 
Chissà se Marco Craxi conosceva il precedente omonimo; al momento, il movimento pensa a chiarire la sua posizione. "Siamo socialisti. Punto. Non vogliamo stampelle, non faremo da stampella ad alcuno. Riteniamo che l’ideale socialista sia stato violentato e si sia abdicato per finalità ben lontane dall’interesse del popolo. E’ dal popolo, che stiamo ripartendo per costruire un soggetto politico vero, capace di dare risposte concrete e tangibili anche ai più piccoli bisogni della gente". Magari quel garofano tornerà su qualche scheda locale, alle prossime amministrative, sempre che qualcuno che si ritiene erede del vecchio simbolo non si metta di traverso...

mercoledì 11 marzo 2015

L'Italia che verrà? Passa per Saronno..

A maggio si vota, e si sa. L’obiettivo dei più sarà puntato sulle regionali, ma trascurare le elezioni comunali potrebbe essere un peccato, anche solo per gli emblemi che potrebbero finire sulla scheda. Si prenda per esempio Saronno, comune tutt’altro che trascurabile in provincia di Varese. Si lascino da parte i partiti maggiori (o, per lo meno, le loro componenti ufficiali) e ci si guardi intorno, per cercare di raccogliere dettagli interessanti.
Allo scopo, è utile guardare a chi si è candidato prima di ogni altro per la poltrona di sindaco: si tratta di Luciano Silighini Garagnani Lambertini (un nome che, c’è da immaginarlo, metterà al lavoro i tipografi per la stampa delle schede). Lui, che è originario di Genova ma da alcuni anni vive a Saronno, quasi certamente avrà almeno due liste a sostegno (forse addirittura tre), ma alle spalle ha unnumero ben più nutrito di formazioni.
«In effetti – spiega a I simboli della discordia – all’inizio io ho sottoposto i 15 punti del mio programma a vari movimenti e comitati locali, perché potessero condividerli. Si parla spesso di crisi della politica e dell’impegno, ma secondo me la vera crisi è quella dei partiti: la voglia di politica in giro è aumentata, non il contrario…». La proposta di Silighini è stata accolta da vari partiti e gruppi: l’idea iniziale era quella di riunirli tutti sotto un unico simbolo, quello del progetto politico L’Italia che verrà. «Come emblema ho scelto la statua della Ciocchina, un elemento caratterizzante di Saronno, un po’ come l’Alberto da Giussano per Legnano: la figura riporta al periodo della peste seicentesca, ricordando la donna che aveva raggruppato intorno a sé lo spirito di rivolta sociale contro il ducato di Milano. Ho preso quel simbolo e l’ho unito alla bandiera italiana, che si allontana un po’ dallo spirito più “lombardo” che talvolta si respira qui».
Anche il nome del progetto non è casuale. Da una parte vorrebbe segnare un cambio di passo («Sono stato iscritto dall’inizio a Forza Italia, l’idea era di rafforzare l’Italia che c’era, ma ora bisogna pensare proprio al futuro, all’Italia di domani); dall’altra, «L’Italia che verrà» era una sorta di leitmotiv di Gente della libertà, l’inno del Pdl: «Il testo era una poesia di mia madre, Alda Garagnani», tiene a precisare Silighini, anche se quell’inno lo ricordano in pochi (tutt’altra fortuna rispetto al tormentone di Forza Italia). Del Pdl, in ogni caso, è rimasta la font del nome, che si è conservata nel nuovo simbolo che punta a conquistare Saronno.
Nella sua lista alcuni candidati saranno tra l’altro espressi dal Pli, il Partito liberale italiano di Morandi e De Luca, che non presenterà liste. Accanto al simbolo principale di Silinghini è poi quasi certa la presenza di Forza Saronno: i colori e il nome non lasciano dubbi sull’origine, ma qualcosa in più va detto, visto che di fatto si configura una platea forzista “a due piazze” «Le anime di Forza Italia sono due – ammette il candidato sindaco –.Io sono iscritto al partito, presiedo il club Forza Silvio di Saronno, ma non ho incarichi nel partito locale. Tutto viene da un rapporto non proprio idilliaco con la figura locale di riferimento di Fi, Lara Comi. Nel partito ufficiale, di stampo verticistico, gli iscritti sono pochi e c’è l’intenzione di allearsi con “l’area Monti”; Forza Saronno nasce come contenitore del vero spirito di Fi a livello locale, che ai montiani non pensa proprio».
Da ultimo, farà di tutto per raccogliere le firme necessarie alla propria lista la Democrazia cristiana di Angelo Sandri: il partito ha tutta l’intenzione di presentarsi con il proprio scudo crociato arcuato accanto ai simboli di L’Italia che verrà e Forza Saronno. Nel caso, pare che l’Udc locale sia pronta a dare battaglia sul simbolo; di tempo per firmare e litigare, in ogni caso, ce n’è ancora tanto. 

martedì 10 marzo 2015

La Fiamma nazionale di Salmè (rivendicando quella tricolore)

Già da diversi giorni la dirigenza del Movimento sociale Fiamma tricolore eletta dal congresso svoltosi a Roma il 13 e il 14 dicembre - a partire dal segretario Attilio Carelli - ha comunicato, attraverso il suo sito internet, l'emissione dell'ordinanza cautelare (non della sentenza, come è scritto) del Tribunale di Catania, con cui è stato inibito a Stefano Salmé l'uso dell'emblema della Fiamma, con obbligo di rimuoverlo dalla pagina Facebook che gestiva. 
Per la segreteria Carelli - così è scritto sempre sul sito - Salmè continuava ad amministrare "illegalmente" la pagina preesistente del Movimento ("se ne era impadronito causa troppa fiducia di correttezza fra Camerati"), per cui la Fiamma-Carelli ha creato una nuova pagina ("malgrado fossero stati spesi dei soldi di 'tutti' i militanti!"), ammonendo contemporaneamente "quanti stanno usando senza averne titolo o autorizzazione specifica, i simboli del Movimento Sociale Fiamma Tricolore a desistere da tale abuso punito dalla legge": ogni eventuale trasgressore "potrà essere denunciato, senza ulteriore avviso, alla competente autorità".
Quella che fino a pochi giorni fa era la pagina ufficiale del Ms-Ft, invece, è stata chiusa, e il gruppo vicino a Stefano Salmè non l'ha presa bene. Lo stesso Salmè, in ogni caso, ha già fatto depositare un reclamo contro l'ordinanza emessa il 21 febbraio dal giudice Rosaria Castorina: oltre a contestare di nuovo la competenza territoriale del giudice (l'indicazione online del trasferimento della sede del partito da Roma a Catania sarebbe apparsa dopo il deposito del ricorso dello stesso Salmè), il reclamante fa valere diverse ragioni per demolire l'accusa di uso illegittimo del simbolo. Il giudice a febbraio aveva accolto in sede cautelare le richieste inibitorie della Fiamma Carelli, ritenendo che fosse comunque efficace l'espulsione di Salmé dal partito (anche se era nel frattempo stata impugnata); per l'interessato però il giudice non aveva considerato alcuni punti, a partire dal fatto che l'espulsione non era stata autorizzata dal Comitato Centrale, ma la ratifica "retroattiva" sarebbe arrivata dall'organo (in composizione diversa) solo dopo il congresso di Roma e, soprattutto, dopo l'impugnazione del provvedimento da parte dello stesso Salmè, senza spazio per il diritto di difesa e, dunque, in violazione dello statuto.
A monte, l'espulsione (non ancora ratificata) sarebbe stata in qualche modo "la conseguenza illegittima" dell'atto di citazione con cui Salmè - ancora membro della Fiamma Tricolore - chiedeva di accertare la nullità, tra l'altro, del regolamento congressuale.
Il reclamante, da ultimo, nega poi di avere convocato il congresso di Salò da cui era uscito segretario (non ci sarebbero prove, anzi, la convocazione sarebbe arrivata dalla Segreteria Generale del Congresso di cui Salmè non era membro) o di avere pubblicizzato l'assise sulla pagina Facebook della Fiamma (la gestione della stessa era passata da tempo ad alcuni simpatizzanti del soggetto politico).
Come si vede, Salmè continua a rivendicare la titolarità della Fiamma tricolore. Nell'attesa che il collegio del reclamo si pronunci, per mantenere un minimo di organizzazione e riconoscibilità (e per non incorrere in sanzioni di qualche tipo), il gruppo di Salmè ha intanto adottato un diverso contrassegno, anche se tutto nuovo non è: la struttura richiama - e molto - i primi emblemi della Fiamma tricolore. Viene ripristinato innanzitutto il nome integrale del soggetto politico, rendendo visibili le parole "Movimento sociale", scritte tra l'altro in font Gill Sans, che somiglia molto a quello che era stato disegnato in emergenza nel 1995, dopo la bocciatura del simbolo con la vecchia fiamma missina con base prima delle elezioni suppletive di Padova. 
Lo stesso tipo di carattere è utilizzato per le parole che dovrebbero caratterizzare maggiormente il nuovo emblema, "Fiamma nazionale"; la prima in posizione centrale di grande evidenza, la seconda adagiata in basso sulla circonferenza, dove in passato era scritto "tricolore". E' questa una delle due differenze sostanziali tra questo contrassegno e quello storico del partito fondato da Pino Rauti; l'altro punto di distanza è dato proprio dalla rappresentazione della fiamma. Non si è presa né la fiamma che fu del Msi (e poi, in miniatura, di An), né la "goccia tricolore" adottata dal partito di Rauti dal 2002 in poi: ci sono comunque due vampe (una con due corni), tinte di verde e rosso. L'intera immagine sta al centro, al di sotto della parola "Fiamma": praticamente un compromesso tra le soluzioni grafiche adottate dalla Fiamma nel 1995 e nel 1999.
Per Salmè - che il 15 marzo proporrà al Comitato centrale della "sua" Fiamma il simbolo - la nuova grafica "unisce la tradizione della Fiamma con l'innovazione di un logo che si avvicina a quello del Front national francese". Lui stesso rimarca l'impossibilità di confondere questo emblema con quello attuale del Ms-Ft ("la goccia tricolore"); in effetti il Viminale potrebbe non gradire il riferimento a una qualche fiamma, ma lui non è preoccupato. Tricolore o nazionale, Fiamma sarà.

lunedì 9 marzo 2015

Fondazione An, tensioni sul patrimonio (e sul simbolo)

Il giorno esatto di giugno della convocazione ancora non c'è, ma sul futuro della Fondazione Alleanza nazionale la tensione è salita subito alle stelle e - bisogna ammetterlo - alcuni protagonisti non hanno fatto nulla per nasconderlo. Non ci si risparmiano accuse, additamenti e insinuazioni (anche a mezzo social network, davanti a tutti o quasi), senza che ancora ci siano idee pubbliche definite su cui lavorare. 
Nella lettera con cui ha convocato l'assemblea "straordinaria" degli aderenti alla fondazione, il presidente Franco Mugnai ha messo in luce i punti di forza e di fragilità della realtà da lui guidata: "siamo un soggetto forte perché ricco di potenziali grandi energie, che sia pur in parte, ha già preso a dispiegare". La fondazione però è anche fragile "perché, riproducendo all’interno di uno schema strutturale rigido e in dimensione numeriche infinitamente più anguste tutte le diverse e spesso contrapposte sensibilità del nostro Partito di provenienza, necessita, per questa sua tendenziale fragilità, della costante ricerca di punti di equilibrio". 
Sono proprio quei punti - assolutamente necessari per il percorso unitario che, per Mugnai, è l'unico possibile - che però in questo momento sembrano latitare. Da una parte Giorgia Meloni ricorda di avere richiesto alla fondazione poco più di un anno fa l'uso del simbolo di An "impegnandomi a garantire una continuità con quei valori ma anche impegnando Fratelli d’Italia a rinunciare a qualsiasi pretesa sul patrimonio": per lei la fondazione deve restare tale, magari con la creazione di un centro studi (lo dichiara al sito Barbadillo) che supporti l'azione di chi vi si riconosce, ma "pensare di utilizzare la Fondazione An o suoi organismi, frutto in gran parte di cooptazioni, per forzare processi politici, lo trovo sbagliato e inefficace".
Qualcun altro la forzatura di progetti politici non la paventa proprio e punta ad altri terreni, molto più delicati: "Se qualcuno pensa di cancellare le proprie sconfitte e i propri errori politici creando un nuovo partito con i soldi della Fondazione, si sbaglia di grosso". Sono alcune delle parole, nient'affatto accomodanti, di Maurizio Gasparri, il più in vista tra gli ex An attualmente iscritti a Forza Italia (insieme ad Altero Matteoli): per lui una scelta simile creerebbe "un contenzioso infinito", anche perché a suo dire la discesa in campo della fondazione come partito sarebbe contrario alle finalità indicate nello statuto (ma avrebbe ragione, se si volesse dare luogo a un partito volto a "promuovere il patrimonio politico e di cultura storica e sociale" della destra italiana, magari con gli stessi scopi di Alleanza nazionale?)
Il sospetto che qualcuno potesse puntare alla cassa che fu di An l'aveva avuto anche la Meloni ("È un modo per cercare di rieditare un qualcosa che non c’è più, per mettere in pista persone che hanno già dato, forse anche per provare a mettere le mani sul patrimonio. E quindi non m’interessa"). In compenso, dalle colonne del "suo" Giornale d'Italia, Francesco Storace non ha risparmiato almeno un appunto alla leader di Fdi: "È legittimo che la Meloni consideri chiusa quell'esperienza. Eppure, proprio in questa settimana Fratelli d'Italia ha ottenuto dalla fondazione An, e contrariamente al solito la Meloni era presente alla riunione del cda, il simbolo del partito anche per le elezioni regionali ed amministrative 2015. E' un modo - e sarebbe una sorpresa - per non usarlo più evitando che sia concesso ad altri? Altrimenti, se il simbolo di An verrà usato da Fdi anche in questa tornata elettorale, quella frase non si spiega. Il passato è fra tre mesi?"
Sul sito di Prima l'Italia (realtà legata a Gianni Alemanno), in compenso, appare il commento non proprio entusiasta di Francesco Biava, segretario dell'associazione, vicepresidente della stessa fondazione e tra i primi a divulgare la notizia dell'assemblea a giugno: "Non c’è nessun gruppo di oscuri malfattori che cerca di impadronirsi di un fantomatico tesoretto, ma un semplice quanto dovuto richiamo alla democrazia e all’adempimento dei compiti statutari. I più di mille soci regolarmente iscritti devono decidere, una volta per tutte, se questa Fondazione deve servire solo a creare un museo della nostra storia o provare a contribuire, proprio in nome dei valori della Destra, a ricostruire una Casa comune per tutti coloro che in questi valori si ritrovano e comunque a incidere nell’attuale devastato scenario politico". Quella sarebbe l'occasione per coinvolgere davvero tutti coloro che si ritengono di destra (anche chi per età non ha fatto parte di An): chi vuole lasciare la Fondazione ai suoi compiti storici e culturali, per Biava,  può farlo, ma senza agitare lo spettro il sospetto del "tesoretto".
Interessata al possibile futuro politico della fondazione è anche Isabella Rauti, moglie di Alemanno e animatrice di Prima l'Italia (non aderente alla fondazione): "Se si trasformasse in un partito, sarebbe senza dubbio un interlocutore privilegiato col quale dialogare per veder finalmente riunita la destra. Non si tratterebbe di rifare An tale e quale, ma solo di inserire il nuovo contenitore in un processo di riaggregazione e allargamento della destra".
La partita, come si vede, non è affatto chiusa e ha permesso a vari giornalisti - a partire da Carlantonio Solimene, che oggi sul Tempo ha firmato una pagina intera sul tema - di occuparsi di un tesoro dal futuro incerto. A sbarrare la strada a eventuali idee "improprie" sui beni della fondazione pensa Assunta Almirante, con un intervento in prima pagina, sempre sul Tempo di oggi: "Per fare un partito servono gli iscritti e quelli che oggi siedono in Fondazione sono solo membri di una commissione che amministra soldi appartenuti ad altri. Quei quattrini sono stati donati al partito in gran parte da simpatizzanti del Movimento Sociale (non certo di An). (...) Oggi questi signori si litigano il tesoro che Giorgio ha lasciato loro dopo averlo accumulato fra grandi sacrifici e indicibili difficoltà. È bene, dunque, che gli attori di questa sceneggiata si ricordino che i soldi nella cassa della Fondazione Alleanza Nazionale vanno usati per opere di bene, per assistenze ospedaliere, per mantenere le sedi di chi ha continuato a battersi per gli ideali di un tempo". Le daranno retta? E il simbolo, che è pur sempre parte del patrimonio immateriale della fondazione (e prima ancora del Msi-An), tornerà a tutti gli effetti in pista o la fiammella potrà essere lasciata in pace?

venerdì 6 marzo 2015

La rosa, il blu e la stella (rossa): gli ingredienti della Convergenza socialista

A ripercorrere la storia del mondo socialista italiano, è difficile non notare una tendenza quasi insopprimibile alla frammentazione, presente anche quando il singolo partito o movimento mantiene nel suo nome parole come "Unitari", "uniti" o "unità". Ci si divide per affinità diverse, per disaccordi su alleanze e, perché no, anche per motivi strettamente ideali, anche se per molti il motivo sembra passato di moda.
È questa invece la ragione che ha portato, poco meno di un anno fa (era maggio), alla costituzione di Convergenza socialista, di cui è segretario nazionale il 42enne Manuel Santoro. Nello statuto, Cs è identificato come "un partito politico socialista, autonomo ed indipendente da qualsiasi altro soggetto politico e sindacale", un soggetto che "si riallaccia alla gloriosa tradizione socialista proiettando le proprie politiche al presente e al futuro".
All'inizio del 2013, Santoro era consigliere nazionale del Partito socialista italiano, guidato da Riccardo Nencini: "Allora facevo parte della minoranza di sinistra, quella dell'esperienza lombardiana. Non mi pesava essere in minoranza, c'era comunque dialettica tra le parti". Qualcosa, però, lo ha portato fuori dal partito: "Quando nel 2014 il Psi ha scelto di non presentare liste per le elezioni europee, ma di candidare per la seconda volta di seguito propri esponenti nelle liste del Pd, me ne sono andato: lì ho avuto la certezza che il Psi si fosse incamminato in una direzione inaridita, politicamente non più sostenibile. Finché il partito ha avuto una propria autonomia e identità le cose mi andavano bene, ma la scelta di non partecipare col proprio emblema alle elezioni per me fa venire meno quest'autonomia. Non c'è una confluenza, è vero, ma di fatto il Psi è sempre più schiacciato su posizioni renziane". 
Per questo motivo, Manuel Santoro ha voluto creare "un contenitore socialista ma di sinistra", calcando molto l'attenzione su quel ma. Questo e altro si trova compendiato, in qualche modo, nel simbolo del partito, descritto all'ultimo articolo dello statuto: "un quadrato (o cerchio) a sfondo azzurro, con al centro la lettera C e la lettera S, entrambi in bianco, e nel mezzo due simboli: una rosa bianca sopra una stella rossa. In basso, il nome del partito 'Convergenza Socialista' in bianco".

In effetti appartiene alla tradizione socialista europea la rosa, che è stata disegnata appositamente per questo emblema; il fiore, però, è abbinato a una stella rossa, un po' irregolare. "In effetti quella stella riprende un po' vari filoni del socialismo sudamericano, cui in qualche maniera ci ispiriamo – spiega Santoro – il nome stesso è ripreso da alcune esperienze socialiste del Sud America, penso al Cile, al Messico, al Brasile. Siamo socialisti europei, certo, ma per noi non è abbastanza: sentiamo il bisogno di cercare percorsi comuni anche con altri socialismi: vorremmo costruire insomma un nuovo socialismo europeo con basi sudamericane, non un socialismo moderato, ma un riformismo rivoluzionario, antiliberista, direi lombardiano".
Sembra quasi ovvio che la stella rossa punti a sinistra (lo fa anche quella del Partito della sinistra europea, ma non è lo stesso disegno), ma Santoro precisa che quello non è un punto di vista partitico: "Il nostro gruppo è molto orientato sul sociale: non ci interessano alleanze partitiche, anche con Sel o con Rifondazione comunista, preferiamo stringere accordi tematici con associazioni che lavorano nel sociale, a partire dal Movimento italiano disabili con cui siamo in contatto". 

Al momento il partito non ha ancora rappresentanti: "Ora stiamo mettendo le prime gambe, ma questo è un progetto di lungo periodo, che ovviamente inizia da zero e il percorso richiede tempo e impegno. Dove siamo presenti, iniziamo a fare quel lavoro in ambito sociale: per noi la sezione deve tornare a essere un luogo di assistenza e resistenza sociale". Convergenza socialista prevede di partecipare alle elezioni, ma lo farà con il proprio simbolo o, al massimo, accostandolo a quello delle associazioni di ambito sociale, senza mai entrare in alcuna coalizione, nemmeno guidata dal Pd: "Sarebbe solo un'operazione di vecchio stampo, in piena 'dottrina Nencini'. Ora non vedo a sinistra le condizioni perché ci si possa considerare rappresentativi della società, non facciamo abbastanza per esserlo. Per noi prima viene il lavoro e l'impegno sociale in un comune, e saremo bravi potremo avere la forza di candidarci e magari essere eletti: la strada magari è più complicata, ma dal punto di vista ideale e politico ci sembra la cosa più sensata".
Tornando al simbolo, comunque, sono almeno due i dettagli che possono colpire: innanzitutto, il fatto che la prima forma prevista sia il quadrato. "Di solito il cerchio è strettamente collegato alle competizioni elettorali, visto che la legge lo richiede, ma noi ci siamo dotati di entrambe le forme. Non c'è un motivo preciso per questa doppia immagine – ammette Santoro – certamente qualcosa dal 'marchio quadrato' del Psi avevamo preso, ma nella nostra attività politica usiamo le due forme in odo indifferente".
Da ultimo, non passa inosservato il fondo blu, quasi carta da zucchero, piuttosto insolito per un partito socialista. "Innanzitutto volevamo differenziarci, non volendo usare il rosso come colore dominante – precisa il segretario – e comunque, volendo evidenziare la stella rossa, quella tinta ci sembrava la migliore. Da ultimo, ma non ultimo, secondo noi il rosso indicava un percorso politico socialmente finito, almeno per l'Italia: ora siamo lontanissimi da una presenza "rossa" com'era qualche decennio fa, per cui abbiamo voluto ripensare l'azione socialista e l'essenza stessa del socialismo, anche cambiando piano cromatico". 
Basteranno questi dettagli perché il partito guidato da Santoro diventi "punto di riferimento e di aggregazione di tutti coloro che, pur provenendo da diverse scuole politiche, riconoscono nella difesa dei deboli del mondo e nella lotta al grande capitale ed alla grande finanza la motivazione primaria del proprio iter procedurale"? Per ora non è dato sapere, ma il simbolo e l'impegno ci sono: i risultati si vedranno.

giovedì 5 marzo 2015

Fratelli d'Italia, la fiamma resta dov'è. Almeno fino a giugno

Era stato rimandato più volte, il consiglio di amministrazione della Fondazione Alleanza nazionale che quasi certamente si sarebbe dovuto pronunciare – almeno in modo provvisorio – sul destino del simbolo storico di An, che alla fine del 2013 era stato concesso in uso per l'anno successivo a Fratelli d'Italia. Una prima decisione è arrivata nella riunione del cda di due giorni fa, con l'approvazione di due punti importanti.
Innanzitutto, il consiglio ha ricevuto una richiesta di concessione ex novo del simbolo, da parte dei legali rappresentanti di Fdi, limitata questa volta alle elezioni regionali e amministrative che si svolgeranno nei prossimi mesi: "La richiesta – spiega Franco Mugnai, presidente del cda della fondazione – è stata accolta limitatamente a quegli eventi e può essere interpretata come completamento di un turno elettorale che di fatto era iniziato già lo scorso novembre, nel primo periodo di concessione; come presidente, vista la delicatezza della questione, mi sono astenuto, ma la delibera è passata a larga maggioranza".
La decisione, in effetti, non ha avuto grande pubblicità, visto che fino a questa mattina ne aveva parlato essenzialmente Francesco Storace in un suo editoriale sul Giornale d'Italia, in cui si invoca con forza la nascita di una nuova destra unitaria, da creare sulla base di un confronto approfondito e maturo.
Più pubblicità, invece, ha avuto la seconda decisione del consiglio di amministrazione: il suo vicepresidente, Francesco Biava, sul suo profilo Facebook ha annunciato che lo stesso organo ha deciso all'unanimità di convocare a giugno l'assemblea dei partecipanti di diritto e degli aderenti alla fondazione. "Quella – ha scritto Biava – sarà la sede in cui si deciderà, finalmente, il destino politico della Fondazione." 
Si tratta, come precisa lo stesso presidente, di una convocazione straordinaria, visto che lo statuto della Fondazione An prevede che le riunioni abbiano cadenza biennale, per cui – anche in considerazione dei costi ingenti che un'adunanza simile comporta – si sarebbe potuto attendere dicembre, a due anni esatti dalla prima decisione controversa (e ancora oggetto di contenzioso) sul simbolo. "Certo, il nostro non è un partito – nota Mugnai – ma in una fondazione particolare come questa nessuno può pensare di non tenere doverosamente conto della volontà di tutti i partecipanti, così come può essere espressa in assemblea. In quell'organo possono accadere molte cose, con più scenari, a partire dalla decisione di una maggiore o minore partecipazione a iniziative politiche, fino ovviamente a scelte che riguardino nuovamente il simbolo".
Se dunque la seconda, breve concessione di uso dell'emblema eviterà essenzialmente che possano nascere contenziosi elettorali legati all'uso della fiamma passata dal Msi ad An, da giugno i giochi "simbolici" saranno diversi e praticamente tutto potrà essere messo in discussione. Ammesso, ovviamente, che da lì in poi continui l'esperienza di Fratelli d'Italia, che ha appena perso un pezzo importante come Massimo Corsaro: era stato lui, del resto, a creare i Circoli del Centrodestra nazionale, riutilizzando la grafica del nodo tricolore che fu già di An in un simbolo che poi sarebbe stato la base per quello di Fdi. I conti, in ogni caso, si faranno solo da giugno in poi: chi vivrà e (r)esisterà, vedrà.

mercoledì 4 marzo 2015

"Forza Silvio" dopo le regionali? Forse che sì, certo che no

A voler essere drastici e corrosivi, qualcuno sarebbe tentato di dire che tanti giornali – specie nell'accostarsi alla politica – sono di scuola andreottiana. Nel senso che si esercitano continuamente nell'arte del fare peccato pensando male (in particolare sotto l'etichetta "retroscena"); sul fatto che ci azzecchino, ovviamente, i giudizi divergono, molto dipendendo da chi li emette.
Così, quando non uno, ma due quotidiani – la Repubblica e il Messaggero – scrivono che dopo le regionali per le truppe di Silvio Berlusconi arriverà la (nuova? ennesima?) svolta, abbandonando il risuscitato marchio di Forza Italia e adottando quello seminuovo e semiriscaldato di Forza Silvio... beh, viene automatico chiedersi quanto di plausibile ci sia nelle voci di corridoio (date più o meno per certe) e quanto invece sia solo possibile sulla carta, senza solide basi nella realtà.
Si era accantonato il Popolo della libertà (anzi, il Pdl o peggio la Pdl, come lamentava il suo fondatore) perché nome ed emblema non scaldavano i cuori; ora si rischierebbe di lasciare al suo destino anche il primo marchio, associato più a ombre che a luci. "Io sono legato a questo simbolo, alla storia di Forza Italia, ma non funziona più, dobbiamo ammetterlo, agli occhi della gente siamo ormai il partito delle liti, della guerra interna, dei tradimenti", si legge negli stessi pezzi da retroscenisti, come se quelle frasi si fossero impresse in qualche mente più fedele di un registratore.
In mancanza di prove – che nessuno ha intenzione di fornire – ha buon gioco l'ufficio stampa di Forza Italia a bollare quelle ricostruzioni come "fantasiose illazioni": "Il presidente Berlusconi non ha mai ha pensato di 'rottamare' Forza Italia, né tantomeno lavorato per farlo". Giovanni Toti in persona ha poi aggiunto di avere letto con il suo leader "trasecolati gli articoli di giornale", visto che "Berlusconi crede in Fi, non c'e' alcuna intenzione né di cambiarlo né di rottamarlo ma siamo ben decisi a rimboccarci le maniche per rinsaldarlo".
A spulciare bene, comunque, si ricorda che già all'inizio di ottobre la Repubblica (e sempre a firma Carmelo Lopapa) aveva dato per imminente l'avvento di Forza Silvio, quando ancora Salvini non aveva rastrellato tutti i voti di oggi, ma la situazione era già seria: "Ammettiamolo, Forza Italia per come è rinata quasi un anno fa si è rivelata un fallimento, non ne voglio più sentire parlare", si sarebbe lamentato allora l'ex Cav, ma per le ricostruzioni di quei giorni l'intenzione era di schierare Forza Silvio già alle regionali 2015, cosa che invece non sembra affatto a portata di mano.
Questo, ovviamente, non significa che Forza Silvio non esista. I club annunciati nel giorno del ritorno a Forza Italia, pensati come "comunità per la democrazia e la libertà", sono vivi e vegeti: avrebbero un riferimento nazionale in Marcello Fiori (anche se in questi giorni i media ne parlano per altri motivi) e ovviamente hanno già un marchio, nato come "adesivo" già negli anni '90 e piegato nell'ultimo anno alla logica della bandierina. Basta per diventare un partito? Forse che sì, certo che no, anche perché di novità e cesura col passato qui ce ne sarebbe davvero poca. Tutto, in ogni caso, è e resta nelle mente di Berlusconi, che ai colpi di scena ci ha decisamente abituati: per la prossima puntata, occorre aspettare.