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giovedì 12 luglio 2012

Cronaca di un Registro mai nato

A volte, per scegliere un simbolo, c’è chi si mette proprio d’ingegno: per tanti anni il lavoro era appannaggio soprattutto di cervelli (che sceglievano il tema del disegno) e mani (che, a matita o a china, davano forma all’idea, spesso con grande attenzione ai dettagli); negli ultimi anni le mani sono passate dall’impugnare pennini a digitare comandi su una tastiera e muovere il mouse per spostare un elemento, ingrandirlo o rimpicciolirlo (ma qualche sacca di disegnatori compulsivi rimane, dura a morire). Restano i cervelli, che in qualche caso esercitano poco la fantasia, in altri la sollecitano a ritmi di lavoro degni di un direttore creativo d’avanguardia in ambito pubblicitario.
Eppure trovare il proprio simbolo e dargli una forma non dovrebbe essere così difficile. Nel 2007, il senatore dei Verdi Natale Ripamonti (assieme al collega repubblicano Antonio Del Pennino) presentò un emendamento alla Finanziaria per chiedere l’istituzione di un «Registro speciale per la tutela dei simboli e dei contrassegni di partito», così che a nessuno venisse più in mente di scopiazzare i segni già rappresentati in Parlamento: protestarono un po’ tutti, perché inserire una norma così all’interno di una Finanziaria sembrava assurdo (d’accordo, per ogni deposito di simbolo lo Stato incassava 5mila euro, ma per alcuni non bastava), in Senato però i sostenitori del Registro non fecero nulla per nascondersi. Sta di fatto che Mauro Cutrufo, barbuto esponente della Democrazia cristiana per le autonomie e non ancora vicesindaco di Roma, prima che il microfono si spegnesse per sforamento dei tempi, riuscì a sentenziare: «Sono disponibili in tutto il Paese circa 50 milioni di simboli». Come a dire: con tutti gli emblemi ancora da sfruttare, vorrete mica clonare proprio i nostri?
Essì, qualcuno che voleva farlo c’era. E lo ha fatto, prima di quella norma (ci avevano rimesso, guarda caso, i Verdi, ma anche la Lega Nord, che difatti quel Registro lo voleva eccome) e anche dopo. Già, perché l’emendamento che istituiva quel Registro, per toglierlo da quella collocazione innaturale, fu stralciato dalla Finanziaria e divenne un disegno di legge a parte. Che lì si arenò, affettuosamente abbandonato ai flutti di una legislatura che sarebbe finita in anticipo e a un inevitabile insabbiamento. Per la gioia, ovvia, dei guastatori e clonatori di professione.

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