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venerdì 5 aprile 2013

Giù le mani dai marchi?


Che succederebbe se, alle prossime elezioni, la Ferrari scendesse in campo? Nessuno riferimento – per carità – a un eventuale impegno diretto in politica di Luca Cordero di Montezemolo, anche se nel 2006 (lo avevamo già scritto) il Partito di Centro di Ugo Sarao l’aveva indicato come capo della forza politica a sua insaputa, ed erano intervenuti prima il Viminale, poi l’Ufficio elettorale presso la cassazione a bocciare il simbolo proprio per risolvere questo “piccolo” problema. La domanda di prima, invece, sarebbe del tutto appropriata se, sulle bacheche del Ministero dell’interno (ma anche, per dire, negli incartamenti da presentare l’anno prossimo per le elezioni comunali a Maranello), dovesse apparire il marchio della casa automobilistica o, magari, anche solo l’elemento figurativo principale, ossia il cavallino rampante, ugualmente registrato come segno distintivo.

L’eventualità è molto meno remota di quanto si può pensare. Anzi, a dire il vero si è già verificata: nel 1992, infatti, al Senato fu presentato un simbolo di un soggetto politico denominato «Partito degli automobilisti - Partito automobilisti» che, oltre alla parola «Automobilisti», riportava con chiarezza solo il cavallino Ferrari. Il mistero è acuito dal fatto che, alle europee di tre anni prima, lo stesso contrassegno – peraltro in versione 0.0, visto che sembrava fosse stato ritagliato da un giornale o, peggio, fotocopiato da una sorta di placchetta – era stato ricusato. Dunque il problema resta: se un marchio commerciale fosse inserito in un emblema elettorale, lo si ammette o no?
Norme specifiche in materia non ce ne sono (forse perché per lungo tempo nessuno aveva mai pensato di fare nulla di simile), ma qualcosa si può comunque dire. Innanzitutto, a livello generale, è difficile che ogni commissione elettorale possa verificare, in caso di sospetto, se un particolare emblema corrisponda o somigli a un marchio registrato: spesso mancano i tempi tecnici per questi controlli (non ci sarebbe certamente spazio alle amministrative, visto che lo stesso organo in una manciata di ore deve occuparsi di una marea di operazioni), il segno distintivo dovrebbe essere per lo meno noto ai funzionari e, in ogni caso, non è detto che ci sia modo di verificare alla Camera di commercio l’esistenza di un marchio uguale o simile.
Nel caso della Ferrari, indubbiamente, la cosa dovrebbe essere più semplice, perché della natura di marchio del cavallino rampante nessuno dubita. In casi come questo, la commissione dovrebbe intervenire prontamente per bocciare il simbolo, per tutelare i diritti di chi è titolare del marchio (e che potrebbe lamentarsi se qualcuno usasse il suo segno senza autorizzazione) ma anche l’affidamento degli elettori, che diversamente potrebbero pensare che il simbolo sia direttamente collegato al titolare del marchio. Questo fa dire che, in linea teorica, a chi detiene i diritti su un segno e dimostri di esserne titolare non si potrebbe impedire di usarlo nel proprio contrassegno elettorale: ciò non è mai accaduto e si potrebbe discutere sull’opportunità di un’operazione simile, ma nel caso toccherebbe solo all’imprenditore fare le valutazioni del caso.

Certo, la creazione del data base dell’Ufficio italiano brevetti e marchi su internet (www.uibm.gov.it/uibm/dati/default.aspx) semplifica il compito delle commissioni, ma questo non ha impedito – come ricordato qualche mese fa – che nel 2006 alle elezioni comunali di Torino fosse ammessa la lista «Sì ad un futuro senza caccia», il cui elemento grafico era decisamente simile a Daffy Duck, regolarmente registrato dalla Warner Bros.
Non l’aveva scampata invece dieci anni prima alle elezioni politiche il Partito consumatori italiani che, nel suo emblema, aveva inserito tre bandiere con i marchi ben riconoscibili di Italgas, Telecom Italia ed Enel: il Ministero non ammise quel contrassegno perché l’uso dei segni non era stato autorizzato, mentre accettò tranquillamente le fiammelle del gas accoppiate a un rubinetto, la cornetta telefonica e la spina accanto a una presa per indicare i servizi di consumo. 
Più enigmatico un caso avvenuto nel 2001, anno in cui viene presentata la lista «Vola Molise», guidata da Aida Romagnuolo: la farfalla stilizzata banca su fondo blu somiglia decisamente al logo che ha contraddistinto Raiuno dal 2000 al 2010. Non risulta alcuna ricusazione al Ministero, ma la versione depositata al Viminale differisce un po’ rispetto all’emblema “ufficiale” della lista (i bordi delle ali della farfalla sono rifilati diversamente e viene aggiunto il corpo con antenne): qualcuno dal Palazzo ha dato indicazioni e suggerito di evitare guai o è stata la stessa signora Romagnuolo ad “autocensurarsi”, per far ammettere il suo contrassegno con tranquillità?

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