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venerdì 27 luglio 2018

A Monopoli c'è chi "sta Contento", anche se perde

Si può perdere a Monopoli e, comunque, "stare Contento"? Sì, ovviamente a patto di non pensare alle probabilità, agli imprevisti e agli alberghi del gioco da tavolo: la Monopoli in questione, infatti, è la città della provincia di Bari, che a giugno ha visto celebrarsi le elezioni amministrative, alla scadenza naturale del mandato della seconda giunta di centrodestra guidata da Emilio Romani. A contendersi la poltrona di sindaco in quest'ultima tornata elettorale erano cinque candidati (tutti uomini, per la cronaca), sostenuti da un totale di ben 17 liste, un numero notevole se si considera che il comune arriva soltanto a sfiorare i 50mila abitanti e in città più grandi sulla scheda sono finiti non di rado pochi simboli di più.
Dalle urne è uscito un risultato piuttosto netto già al primo turno, con il centrodestra che ha mantenuto la guida della città. In effetti, solo nel 2003 il centrosinistra era riuscito a prevalere con Paolo Antonio Leoci (che peraltro aveva avuto bisogno del ballottaggio per battere il suo avversario), ma nel 2008 non si era ripresentato e il centrodestra aveva vinto di nuovo le due consultazioni seguenti, addirittura al primo turno. E' andata allo stesso modo al candidato del 2018, Angelo Annese, in grado di fare il pieno di voti (oltre il 20%) con la "sua" lista Monopoli al centro, provvista di una "pennellata" tricolore (che un po', volendo, ricorda gli anelli di Saturno).
La sua coalizione era piuttosto ricca, essendo composta da otto sigle. Accanto agli emblemi politici per eccellenza (Forza Italia, Noi con Monopoli - reinterpretazione locale di Noi con l'Italia - e la Lega - Puglia, in ordine di preferenza), si sono distinte altre formazioni civiche e locali. Al secondo posto, con oltre il 13% e con più consensi di Forza Italia, si è per esempio collocato il Patto con la Città, già visto nel 2013 a sostegno della ricandidatura dell'uscente Emilio Romani: a dispetto della collocazione di centrodestra, il simbolo della stretta di mano era tratto dal catalogo grafico più caro al centrosinistra (anche se il tricolore creato dalle maniche aggiustava un po' il messaggio).
Meno bene è andata la lista civica FareComune, anche se con il suo risultato superiore al 6% è riuscita a ottenere un consigliere comunale (quanto la Lega, che peraltro ha raccolto meno voti). Il nome della formazione era frutto di un gioco di parole (con la parola "comune") cui siamo abbastanza abituati, ma il risultato era piuttosto gradevole e originale, così come si presentava interessante il simbolo, con il mare leggermente mosso (quasi di memoria socialdemocratica), in alto il riferimento alle tre rose d'argento dello stemma cittadino e l'azzurro-verde-acqua che gioca a richiamare in parte le strisce presenti sul gonfalone della stessa Monopoli.
Due liste della coalizione di centrodestra sono rimaste fuori dal consiglio comunale; se però la prima, Iniziativa democratica per la Puglia, è almeno in parte già nota, essendosi vista anche in altre consultazioni locali o regionali, qualche riga la merita il fanalino di coda, che con il suo 0,46% ha preso meno di tutte le altre liste presenti sulla scheda. L'attenzione è meritata perché Democristiani - Libertà, la lista guidata da Sergio Selicati (classe '76) è ormai un classico delle elezioni a Monopoli: la si era già vista nel 2008 e nel 2013 a sostegno di Romani (e non si può dimenticare che sulle schede ci fu una Democrazia cristiana anche nel 1999 e nel 2003), con la sua croce rossa quasi greca, la campitura superiore blu e lo striscione con il motto "libertà" che tentano di restituire l'atmosfera dello scudo crociato; questa volta si è aggiunto anche il riferimento a "Energie per Monopoli", probabile riferimento a un gruppo di sostenitori di Stefano Parisi.
Si può procedere l'analisi, segnalando che i tre concorrenti che mai avrebbero potuto aspirare al ballottaggio erano Bartolomeo Allegrini per il MoVimento 5 Stelle, Francesco Secundo per la lista ReVolution Monopoli (legata ad altri simpatizzanti del programma proposto da Beppe Grillo che però non avevano ricevuto la certificazione: erano peraltro ben riconoscibili sia il giallo del fondo, sia soprattutto la V di fantasia, che curiosamente la commissione elettorale competente ha ammesso) e Mirco Fanizzi per il Popolo della Famiglia: insieme non sono riusciti a raccogliere il 7% (e la somma delle percentuali delle loro liste risulta ancora più bassa).
Nettamente al secondo posto, ma marcatamente lontano dalla vittoria, si è invece collocato Martino Contento, detto "Nuccio", fermatosi al 36,3%. La sua lista personale, Contento per Monopoli, ha ottenuto poco meno del 10%, battendo comunque il simbolo del Pd, che si è limitato a sfiorare il 6%. Delle altre quattro formazioni parte della coalizione, è andata meglio Manisporche, già vista al turno di cinque anni fa (sempre con l'impronta multicolor della mano) ed espressione del movimento omonimo che, per "dare il proprio contributo al superamento del momento buio che la politica vive", si propone di "sporcarsi le mani" per mettere in campo nuove idee che consentano alla città di svilupparsi.
Le altre tre liste si sono divise poco più del 9%: se il simbolo di Monopoli civica appare quasi istituzionale (la M blu con una delle sue pieghe tinta del tricolore, il tutto su fondo arancione), quello di Insieme per Monopoli si presenta interessante e gradevole sul piano grafico (un "fiore" a otto petali parzialmente sovrapposti che gioca con i colori ed è racchiuso in una sorta di cerchio fatto di archi), mentre l'emblema dei Cittadini in Movimento, pur facendo pensare al M5S per il suo nome, presenta un'immagine diversa, con una mano piena di terra da cui spunta un germoglio (anche se, più che del movimento, quella grafica dà l'idea della crescita).
Al di là di tutto, però, a colpire è soprattutto lo slogan scelto dal candidato sindaco di centrosinistra: "Io sto Contento". Si trattava chiaramente di un gioco di parole con il nome dell'aspirante primo cittadino, ma fermarsi a quel livello sarebbe un peccato. Il concetto di "contentezza" era espresso dallo smiley della campagna di comunicazione, con il sorriso largo trasformato in mare e gli occhi aperti ruotati e trasformati in vele; d'altra parte, "stare contento" significa anche "accontentarsi", un messaggio che - visto con il senno del post-voto - fa riflettere. Sicuramente Nuccio Contento si è candidato per giocarsi seriamente la vittoria, ma probabilmente sapeva di non partire favorito; nonostante questo, si è presentato agli elettori con un messaggio positivo (la contentezza) e moderato (l'accontentarsi), qualcosa che raramente si vede nelle campagne elettorali degli ultimi anni. Non avrà vinto, ma un applauso di cuore Contento se lo merita (e se lo merita anche chi gli ha curato la comunicazione). 

domenica 22 luglio 2018

La Dc "dietro l'angolo", un'altra volta. Sarà vero?

Per qualcuno domani dovrebbe essere l'ennesimo giorno buono per far camminare di nuovo una Democrazia cristiana. Non "la" Dc, quella storica - nessuno lo dice chiaramente, ma è probabilmente sottinteso, come si vedrà - ma "una" Dc sì. Sembrerebbe di capire questo leggendo l'articolo che è apparso questa mattina sul Tempo, a firma di Antonio Rapisarda, convinto che stavolta la Dc sia "davvero dietro l'angolo".
Alla base di tutto ci sarebbe l'accordo, di cui si parla da settimane, per "fare il partito" e porre fine alla più che ventennale diaspora democristiana, tra Lorenzo Cesa in quanto segretario dell'Udc e Gianfranco Rotondi, parlamentare di Forza Italia e fondatore di Rivoluzione cristiana. Il primo, in particolare, nell'operazione dovrebbe conferire il simbolo dello scudo crociato, utilizzato dal suo partito dal 2002; il secondo pensa invece di consentire l'uso della denominazione "Democrazia cristiana", di cui da quasi un anno si ritiene - e a rigor di diritto non ha esattamente ragione - titolare, sulla base di una delle tante sentenze emesse nel corso della vicenda giudiziaria della Dc.
Scrive Rapisarda che a suggellare l'intesa sarebbe stato nientemeno che Rocco Buttiglione, già segretario del Cdu (il partito che nel 1995 adottò lo scudo crociato - più o meno regolarmente, è questione discussa - dopo gli "accordi di Cannes" con i sostenitori di Gerardo Bianco alla segreteria del Ppi) e fino alle elezioni del 2018 parlamentare dell'Udc. Proprio l'ex segretario Cdu avrebbe "dedicato una cena ai vecchi amici", durante la quale avrebbe detto "O vi riunite e fate un partito serio, oppure è meglio che il simbolo vada alla fondazione Sturzo". 
Immaginando che la fondazione sia l'Istituto Luigi Sturzo di via delle Coppelle a Roma, non è certo la prima volta che qualcuno, che vorrebbe sottrarre definitivamente lo scudo crociato a incresciose dispute giudiziarie e forse anche a risultati quasi da prefisso telefonico, propone di affidarlo almeno moralmente, ma anche giuridicamente, a quell'istituzione in cui - non senza grane - tutta l'area ex democristiana si riconosce: lo hanno proposto, nel tempo, personaggi del calibro di Oscar Luigi Scalfaro, Pierluigi Castagnetti, Giulio Andreotti e Francesco Cossiga). Evidentemente anche questa volta qualcuno si è mostrato anche solo all'idea di mettere per sempre in una vetrina le antiche insegne che proprio don Sturzo volle per il suo Partito popolare e che Giuseppe Alessi "trasmise" alla Dc: per Rotondi e Cesa, dunque, la soluzione dovrebbe essere "riadottare la denominazione Democrazia cristiana, col consenso di tutte le sigle che nel tempo l'hanno rivendicata".
Fare l'elenco di tutte queste è praticamente impossibile e ad alto rischio di figuracce, essendo quasi certo che se ne dimenticherebbe qualcuna: Rapisarda sul Tempo cita la Dc di Angelo Sandri, quella che a febbraio del 2017 aveva eletto come presidente Gianni Fontana e ha partecipato in qualche modo alle ultime elezioni politiche, il Nuovo Cdu di Mario Tassone e il Comitato iscritti alla Dc 1993 di Franco De Simoni e Raffaele Cerenza, che di battaglie giuridiche in nome della "vecchia" Dc ne ha combattute parecchie.
Rotondi ha assicurato che non c'è alcuna "operazione nostalgia": "Intanto vogliamo esserci, rimanendo comunque federati nei gruppi di Forza Italia. Allo stesso tempo, però, abbiamo necessità di dare vita a qualcosa di più strutturato di quello che è Rivoluzione cristiana che viene presentata come una specie di club, o dell'Udc che prende solo l'1%", il tutto per "blindare un elettorato del 10%: dare una bussola allo zoccolo duro sotto il quale Forza Italia proprio in questa stagione non può scendere". 
Al di là dell'incoraggiamento-monito di Buttiglione, la data chiave sarebbe domani perché alle ore 11 è previsto il consiglio nazionale dell'Udc: al centro della riunione dell'organo - si legge nel sito del partito - ci sarà "l’analisi dell’attuale quadro politico e le iniziative che il partito guidato da Lorenzo Cesa lancerà nei prossimi mesi", dunque si dovrebbe parlare anche del progetto Dc. Progetto che cade nel momento in cui l'Udc può contare solo su tre senatori (eletti però come candidati uninominali, visto che il cartello formato assieme a Noi con l'Italia era rimasto abbondantemente al di sotto della soglia di sbarramento), peraltro tutti aderenti al gruppo forzista. 
Per Rotondi, insomma, la rappresentanza parlamentare dell'Udc è già in Forza Italia: da un certo punto di vista, dunque, non dovrebbe essere un dramma per il partito guidato da Cesa concorrere a quel 10% che Fi proprio può perdere. Va detto che, già dalla metà degli anni 2000, l'Udc ha sempre tenuto molto alla propria identità (e alla sua insegna principale, lo scudo crociato), rifiutando sempre di confluire in altri soggetti e, quando lo ha fatto per motivi tecnico-elettorali, ha puntualmente messo in evidenza anche graficamente la sua presenza. E' altrettanto vero, però, che l'Udc degli anni scorsi poteva contare su altre percentuali e, di conseguenza, su un potere contrattuale che oggi certamente non ha. 
Così, mentre Cerenza e De Simoni oggi precisano che l'accordo di cui si parla "è stato possibile anche, e forse soprattutto, grazie all'impegno di numerose altre associazioni, fra cui innanzitutto" il loro Comitato di iscritti alla Dc, resterebbe da attendere qualche manciata di ore per capire se effettivamente "una" Democrazia cristiana tornerà e, già che ci si è, in che modo e in che forma. Di certo, infatti, nessuno rivendica una continuità giuridica con l'esperienza proseguita fino al 1994: troppo complesso provarci seriamente (le possibilità, per chi scrive, rasentano lo zero) e, volendo, troppo rischioso (si dovrebbero pagare anche i debiti eventualmente rimasti). 
Quello che importa ai principali attori della vicenda, a quanto pare, è la famigerata "agibilità politica", dunque la possibilità per un partito chiamato Dc e con lo scudo crociato di operare senza (troppe) seccature o senza rischi seri di ostacoli giudiziari: Cesa e Rotondi, ritenendosi titolari del simbolo e del nome, pensano che questo sia sufficiente a evitare guai. Che poi ciò si traduca nel cambio di nome dell'Udc, nell'inserimento della dicitura "Democrazia cristiana" nel simbolo attualmente in uso o, ancora, nella creazione di un nuovo soggetto politico cui far partecipare Udc, Rivoluzione cristiana e gli altri soggetti più piccoli (magari adottando un simbolo come quello voluto da Rotondi per le liste Dc-Udc in Campania), è ancora presto per capirlo. Nessuna di queste soluzioni risveglierà "la" Dc, in sonno - secondo alcuni - dal 1994; molti di loro, probabilmente, si accontentano di vedere di nuovo all'opera "una" Dc. Ci riusciranno, senza litigare per l'ennesima volta?

sabato 14 luglio 2018

Pae e Ppa, gli animalisti oltre Brambilla

Si è raccontato qualche giorno fa della scelta di Rinaldo Sidoli di abbandonare il Movimento animalista di Michela Vittoria Brambilla, con il progetto di fondare un nuovo soggetto politico. La notizia era il caso di darla, ma dovrebbe far riflettere anche su un'altra questione: chi pensava che il movimento di Brambilla fosse la sola forza politica dichiaratamente animalista operante in Italia, si sbagliava. Al di là dei Verdi e al di là di tante associazioni che a livello locale o nazionale si preoccupano prima di tutto della tutela degli animali, c'è almeno un partito - o così, per lo meno, si qualifica - che da anni si pone esattamente quell'obiettivo e dichiara di esistere da almeno dieci anni in più rispetto al Movimento animalista citato.
Si tratta, in particolare, del Partito animalista europeo, che si presenta come "forza politica extraparlamentare": una condizione inevitabile, considerando che non si è mai presentato con proprie candidature ad alcuna elezione di livello nazionale. Il Pae si definisce "movimento politico indipendente ed autonomo, post-ideologico e pragmatico", fondato a Roma nel 2006 e ispirato ai valori "di solidarietà, uguaglianza, democrazia e giustizia". Sul suo sito, si legge che questa forza politica "non si colloca a destra né a sinistra", ma semplicemente dalla parte degli animali e contro "coloro che pur rivestendo cariche pubbliche, non adempiono alle previste disposizioni e normative in materia di tutela dei diritti degli animali sancite dalle direttive comunitarie e nazionali e locali".
L'impegno sembra orientato soprattutto in senso pratico e concreto, in sostanziale antitesi alla politica portata avanti finora in Parlamento: sempre sul sito, infatti, è riportata la convinzione secondo la quale "vivisezione, canili lager, caccia, allevamenti di pellicce, macellazione rituale, sagre manifestazioni e circhi con sfruttamento di animali, allevamenti intensivi e quanto altro sono legalizzati da tutti i Partiti, nessuno escluso", dunque per il Pae essere extraparlamentari non è poi un difetto, in questo senso. A dispetto di questo, gli aderenti al partito sono convinti che la politica sia "l'unico strumento attraverso il quale si possono apportare reali cambiamenti correggendo l'ordinamento giuridico e legislativo", per cui soltanto un movimento animalista rappresentato in Parlamento potrà prendere parte al processo politico con l'obiettivo di collocare la tutela giuridica degli animali nell'agenda politica e sociale". 
Negli anni il Pae ha condotto le proprie battaglie sia con manifestazioni, sia con denunce di vario genere: hanno puntato a chiedere la chiusura di Green Hill, la liberazione dei beagle della Menarini (a Pomezia) destinati alla vivisezione; sul sito si rivendica di aver bloccato la caccia alla volpe nel senese, come di avere ottenuto dall'ex ministra Lorenzin la soppressione di numerose sagre storiche in cui gli animali erano a loro dire impiegati indebitamente. Sempre il Pae sarebbe riuscito, in seguito a una querela, a "scardinare il business illegale sui randagi dei canili comunali capitolini, che perdurava da oltre 15 anni", nonché a svolgere, nel 2015, la prima manifestazione contro il Palio di Siena in tutta la storia pluricentenaria dell'evento. A volte le iniziative hanno avuto esiti problematici per gli organizzatori (sempre nel sito si legge che il presidente del Pae Stefano Fuccelli è stato arrestato per avere difeso i cavalli delle botticelle romane vittime dello sfruttamento e per avere protestato contro "una classe politica corrotta e senza scrupoli connivente con le lobby del farmaco"), ma il gruppo non si è fermato.
Lo stesso partito rivendica di essere stato "l'unico referente animalista convocato ai lavori del Tavolo tecnico-scientifico sui metodi alternativi alla sperimentazione animale del Ministero della Salute", quale ente portatore di interesse in materia di protezione degli animali utilizzati a fini scientifici. Di più, il Pae si qualifica come "principale sponsor" della campagna Stop Vivisection, volta a far abrogare la direttiva Ue 2010/63, chiedendo l'approvazione di nuove norme volte a superare la sperimentazione animale; sul piano divulgativo, da tempo il partito ha promosso campagne di sensibilizzazione e convegni scientifici per informare sui "danni per la salute umana, scientificamente e clinicamente dimostrati, derivanti dal consumo di carne alimentare e dall'assunzione di farmaci prodotti tramite la pratica della sperimentazione animale" (denunciando anche campagne ritenute ingannevoli).
A dispetto di tutto ciò, però, nessuno ha ancora potuto votare, almeno a livello nazionale, facendo la croce sul simbolo che è così descritto nello statuto del Pae: "un cerchio con fondo bianco nella parte superiore, giallo in quella inferiore e bordo nero. Nella parte superiore del cerchio lungo il bordo c’è la scritta partito animalista europeo in nero, in stampatello minuscolo; al centro da sinistra un segno grafico rappresenta una mano protesa verso una zampa. Nella parte inferiore c'è la scritta P.A.E. in nero, in stampatello maiuscolo". Intanto il gruppo, visto il proprio nome, potrebbe cogliere l'occasione delle elezioni europee dell'anno prossimo per presentare almeno il simbolo al Viminale, per marcare la propria esistenza; certo la raccolta firme sarà un problema, ma da qualche parte bisognerà pure cominciare.
A dire il vero, negli ultimi anni era apparsa anche un'altra sigla dichiaratamente animalista: il Ppa, che non è il Partito pensiero azione di Antonio Piarulli, ma il Partito protezione animali, anch'esso contrassegnato dall'impronta di una zampa (cosa che si è vista spesso anche per altre formazioni, si pensi alle politiche del 2008, quando si presentò un Partito animalista all'interno del contrassegno No monnezza in Campania, o alle amministrative romane del 2013, quando apparve la lista "La zampa" a sostegno di Alfonso Luigi Marra) ma stavolta posta su un fondo verde sfumato.
In effetti, trovare notizie su questa formazione politica non è facilissimo: non c'è un sito internet, ma solo una pagina Facebook, creata il 19 maggio 2015, in cui si dice che il Ppa è "fatto da persone comuni, amante (sic!) degli animali che sentivano l’esigenza di creare un partito politico che avesse", e la frase finisce lì. Il partito, che ha sede nel bresciano a Montichiari, è però nato certamente prima, considerando che nel 2013 ebbe forse il momento di maggior gloria quando Laura Maggi, battezzata dai media come "sexy barista di Bagnolo Mella" (sempre del bresciano): "Amo gli animali da sempre - dichiarò allora - e sono convinta che non si faccia mai abbastanza per assicurare loro protezione e tutela. Inoltre, il manifesto politico del partito con cui ho deciso di schierarmi offre soluzioni concrete rispetto ai problemi che il nostro paese si trova quotidianamente a dovere affrontare: è ora di muoversi in prima persona per cambiare le cose, io ci credo!", precisando peraltro di non avere "modelli politici né storici né attuali e per questo ho scelto un partito nuovo che non è schierato né a destra né a sinistra né al centro"
Al di là degli apprezzamenti ricevuti dal presidente nazionale del Ppa, Fabrizio Catelli, e dell'annuncio di un suo "calendario ambientato in canili e rifugi" (per poi destinarne il ricavato alle strutture in emergenza), non si è saputo granché di quella storia; la stessa pagina Facebook non risulta particolarmente aggiornata. Quegli animalisti avranno trovato altri lidi o sarà solo stanchezza passeggera?

mercoledì 11 luglio 2018

Federarsi insieme per riprendersi la Dc: una strada possibile?

"Non moriremo democristiani": la frase di Luigi Pintor, piazzata come titolo sul manifesto dopo le elezioni politiche del 1983 - nelle quali la Dc era calata di molto - la conoscono di certo. Fosse per loro, però, la si dovrebbe leggere al contrario: democristiani, non moriremo. Non si spiega diversamente il fatto che sei giorni fa, a Roma, in via Gioberti 54, un gruppo di persone si sia incontrato per cercare, per l'ennesima volta, la strada che porti "al termine di un percorso definito e certo, alla celebrazione di un congresso unitario della Democrazia cristiana". Una strada che, secondo i partecipanti, passa attraverso la federazione di varie realtà.
Questo auspicio i frequentatori delle cronache politiche e di questo sito l'hanno letto un numero imprecisato di volte, con i promotori sempre pronti a precisare che "questa è la volta buona" e con i tentativi puntualmente destinati a sbriciolarsi per mancanza di solidità o per lo scontro con ostacoli giudiziari. Scorrere l'elenco dei partecipanti, tuttavia, è sempre interessante, visto che molti nomi sono ricorrenti da un tentativo all'altro: fare l'appello e vedere chi c'è o chi manca è significativo.
Promotrice dell'incontro del 5 luglio è stata l'Associazione iscritti alla Democrazia cristiana del 1993, gruppo attivo almeno dall'inizio degli anni 2000 e guidato da Raffaele Cerenza e Franco De Simoni, nomi non nuovi in questa vicenda. Cerenza ha partecipato a molte cause che hanno riguardato le formazioni intente a far valere o difendere il loro (preteso) diritto a utilizzare nome e simbolo della Dc senza essere disturbate (figurava, tra l'altro, tra i ricorrenti che avevano fatto dichiarare nullo il primo percorso che nel 2012 aveva riattivato il partito di cui era divenuto segretario Gianni Fontana). Sempre lui con De Simoni, soprattutto, ha cercato in ogni sede - più che di avallare la correttezza di questo o di quel percorso politico - di tutelare "l'ultima Dc", quella cioè che a gennaio del 1994, dopo il cambio di nome in Partito popolare italiano (e con l'ultimo tesseramento effettuato nel 1993), sarebbe entrata in un limbo: avrebbe continuato a esistere sul piano giuridico, ma se ne sarebbero perse le tracce, soprattutto dal punto di vista del patrimonio che i soggetti politici dichiaratisi successori della Dc avrebbero continuato a gestire ma - sempre a detta di Cerenza - senza averne alcun titolo. 
Il Cdu, quando c'era Rotondi
Oltre a Cerenza e De Simoni, sei giorni fa in via Gioberti 54 - sede di quell'associazione di iscritti Dc - erano presenti altri personaggi interessanti, primo tra tutti Gianfranco Rotondi: oltre a essere fondatore di Rivoluzione cristiana, è stato anche l'ultimo tesoriere del Cdu (e in quella posizione ha firmato vari atti relativi alla vicenda Dc, compreso quello con cui - nel 2002 - si poneva fine alla co-gestione obbligatoria del patrimonio ex Dc tra i tesorieri di Ppi e Cdu) e da mesi sostiene di essere titolare, in forza di una sentenza della Corte d'appello di Roma, della denominazione "Democrazia cristiana" (anche se la decisione si riferisce al lecito uso del nome del suo precedente partito, la Democrazia cristiana per le autonomie, non certo alla titolarità della denominazione storica). 
La Dc-Sandri
Oltre a Rotondi, si sono ritrovati Angelo Sandri e altri rappresentanti della Dc che lo riconosce segretario (per comodità Dc-Sandri), Paolo Magli del Movimento politico Libertas, Maurizio Muratore di Alleanza cristiana, vari esponenti dell'Associazione Dc Terzo Millennio, del Movimento Femminile della Dc unita. Hanno dato l'adesione, pur senza partecipare fisicamente, altre realtà (Partecipazione popolare di Giovanni Sgrò, Liberamente democratici di Natale Isgrò, Destra cristiano democratica di Cesare Bertocchi e la Costituente democratica liberale di Antonio Ingrosso), mentre c'era Valentina Valenti, già al fianco di Flaminio Piccoli alla fine degli anni '90 quando lui tentò di rimettere in pista una Democrazia cristiana e presente in altri tentativi di ricostituire il partito: era anche tra le persone ritrovatesi all'Ergife il 26 febbraio 2017, all'assemblea convocata dal tribunale di Roma che aveva poi rieletto Fontana come presidente. 
La Dc-Fontana alle ultime elezioni
E, a proposito, che ne è della Dc-Fontana operante da un anno e mezzo? Il verbale della riunione non lo annovera tra i partecipanti (ma per quel gruppo si è presentato Pellegrino Leo, altra persona che da anni si spende - letteralmente - per rivedere all'opera la Dc); c'erano però due rappresentanti della "Associazione Dc facente capo al dott. Giovanni Paolo Azzaro"; lo stesso Azzaro che, come si legge sempre sul verbale, pur facendo "parte del gruppo Fontana, ha fatto una sua riunione sfiduciando lo stesso Fontana". Proprio Fontana, però, sul sito della "sua" Democrazia cristiana ha scritto, dopo alcuni incontri con chi voleva portare avanti quel progetto, che "pur apprezzando e condividendo, in linea di principio, l’iniziativa tesa a ridare vita all'unico partito storico chiamato Democrazia Cristiana e contraddistinto dallo Scudo Crociato, non potrà non chiedere e ottenere previamente dall'Assemblea degli Iscritti [...] la formale autorizzazione a procedere", in una riunione convocata a Roma per il prossimo 29 settembre 2018 e denominata "congresso"; lo stesso Fontana oggi ha precisato che "l'Assemblea dei Soci della Democrazia Cristiana deve essere convocata dal suo Presidente pro tempore, pena inensistenza della stessa" e che "a tutti [...] è inibito qualsivoglia utilizzo personale (e per cui indebito) e/o politico del logo del partito, degli eventuali altri segni distintivi, del Codice Fiscale" senza l'approvazione dell'assemblea. Un inizio tranquillo, insomma.
Il Movimento politico Libertas
Sei giorni fa, in ogni caso, Gianfranco Rotondi ha formulato la sua proposta (figlia anche di vari incontri con le associazioni principali promotrici del progetto di "ritorno alla Dc"): mettersi tutti d'accordo per federarsi così da poter utilizzare nello stesso simbolo il nome "Democrazia cristiana" (che lui ritiene di poter apportare) e il simbolo dello scudo crociato, se messo a disposizione dall'Udc (che, piaccia o no, lo usa dal 2002 ed è stata puntualmente tutelata dal Viminale e dagli uffici elettorali). Se non ci fosse un accordo completo, la soluzione poteva essere l'aggiunta di un aggettivo o di una parola al nome della Dc (un po' come aveva già fatto lui con la Democrazia cristiana per le autonomie); occorreva però agire perché "se aspettiamo che un tribunale decida a chi spetta la Dc - si legge sul verbale - allora moriremo tutti senza mai sapere di chi sia la Dc". 
La soluzione individuata sarebbe la federazione tra i vari soggetti, "per non buttar via il lavoro che ogni singola associazione ha svolto in questi anni", come segnalato da Angelo Sandri: costituire un'associazione implicherebbe lo scioglimento dei vari gruppi che dovrebbero confluire nel nuovo ente e l'idea non piace a nessuno, mentre la federazione consentirebbe a tutti di mantenere la propria soggettività. L'osservazione ha un senso sul piano politico, ma giuridicamente non ha nessun valore: che si tratti di associazione in cui confluire o di federazione cui aderire, si è sempre di fronte alla costituzione di un nuovo soggetto giuridico che, per il diritto civile, è comunque un'associazione
La Dc-Piccoli del 1998
Da un certo punto di vista, si tratterebbe di una riedizione della strada che aveva intrapreso tra il 1997 e il 1998 Flaminio Piccoli, unendo varie delle esperienze di Rinascita della Dc (a partire da quelle di Andreino Carrara e Angelo La Russa) e con l'adesione di altri soggetti fondatori. Quell'esperienza, è noto, finì male, scontrandosi subito con le corazzate legali di Ppi e Cdu, che in tribunale bloccarono l'operatività della Dc-Piccoli: questa era un soggetto giuridico nuovo che rivendicava per sé il diritto di utilizzare il nome e il simbolo democristiani, quando allora nessuna sentenza aveva messo in dubbio la correttezza del cambio di nome da Dc a Ppi e la validità dei successivi accordi tra Rocco Buttiglione e Gerardo Bianco (dal "patto di Cannes" in poi) sul patrimonio del Ppi - ex Dc. Stavolta, a differenza del tentativo di Piccoli, i promotori del nuovo progetto ritengono di avere almeno due punti a loro favore: innanzitutto è diventata definitiva una sentenza che (sia pure in modo incidentale, e la cosa non è di poco conto) ha messo in dubbio la validità del passaggio di nome da Dc a Ppi e di tutti gli atti successivi; soprattutto però, sempre a detta dei promotori, non si dovrebbero affrontare azioni legali relative all'uso del nome (apportato da Rotondi) e del simbolo, nell'ipotesi che l'Udc decida di aderire al progetto e - di conseguenza - apportando lo scudo crociato. Resterebbe l'incognita di una possibile reazione da parte di ciò che è rimasto del Ppi - quello di Pierluigi Castagnetti e Luigi Gilli - e che (a dispetto di ciò che pensano quelli che rivogliono la Dc a ogni costo) è l'unico soggetto in continuità giuridica con il partito di De Gasperi; immaginare nuovi scenari di guerra legale, però, sconfinerebbe nella fantascienza, quindi è meglio fermarsi qui. 


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La riunione si è chiusa con l'impegno a "superare le storiche divisioni e dar vita a un solo Partito unitario nuovamente denominato Democrazia cristiana", proponendo la stessa cosa al principale interlocutore, l'Udc. E, per "semplificare le sigle", è stata accolta la proposta di Franco De Simoni di affidare il coordinamento politico della federazione a Rotondi, con il compito principale di dialogare con l'Udc e la Dc-Fontana ("un apporto fondamentale"), "fino allo svolgimento del prossimo Congresso Unitario Nazionale" che i partecipanti sperano di celebrare entro l'anno.
Nella stessa riunione è stata sottoscritta dai presenti una bozza di atto costitutivo - redatta da Raffaele Cerenza - della stessa federazione, di cui si dice all'art. 1 che è "costituita fra soggetti che sono in continuità ideale con la Democrazia Cristiana storica"; la continuità giuridica con la Dc "in sonno" dal 1994 sarebbe "garantita dalla adesione e dalla presenza degli iscritti alla Democrazia Cristiana nel 1993" così come stabilito dalle decisioni culminate con la sentenza del 2010 della Corte di cassazione. Compito principale e fondamentale di quel soggetto giuridico, si legge sempre nell'atto costitutivo, sarebbe "il recupero del nome e del simbolo della Democrazia Cristiana storica", compiendo tutti i passi necessari a ciò. 
La natura di federazione emerge dall'art. 2, in cui si precisa che tutti i movimenti che fanno o faranno parte della nuova associazione "conserveranno la propria autonomia di azione, ma contemporaneamente si impegnano a non assumere iniziative che possano entrare in contrasto con le attività e le decisioni degli organismi della associazione Democrazia Cristiana", potendosi tra l'altro presentare alle elezioni solo con il nome e il simbolo della Dc.
E proprio la disposizione sui segni identificativi del partito risulta interessante: all'art. 5 si legge che essi sono "patrimonio comune dell'Associazione" e che il simbolo, ove l'associazione fosse sciolta, "non potrà essere oggetto di uso da parte degli odierni associati, salvo quelli che ne hanno titolo giuridico" (cioè evidentemente l'Udc, se entrasse a far parte dell'associazione, ma c'è da scommettere che chi l'ha usato finora non mollerebbe la presa).
Come statuto, si è scelto di adottare - volendo parlare di continuità giuridica - l'ultimo che la Dc abbia avuto, con le modifiche approvate dal consiglio nazionale nella seduta del 9 e 10 gennaio 1992; nella "fase transitoria", di durata non meglio precisabile ora, il partito sarà gestito dall'Ufficio di presidenza (triennale, rinnovabile), composto dai soci costituenti dell'associazione, all'interno del quale si dovrà individuare il segretario amministrativo che del soggetto giuridico avrà la rappresentanza legale e processuale.
Nessuno può dire quanti passi farà questo progetto e quanta voglia avrà l'Udc di seguire la strada proposta da Rotondi: di certo, se Cesa e gli altri compagni di partito non accetteranno il matrimonio proposto dalla federazione, rivendicare lo scudo crociato sarà quasi impossibile. C'è ancora tanto, tanto tempo per i colpi di scena: anche per questo, a studiare l'area Dc non ci si annoia mai...

mercoledì 4 luglio 2018

Salvini registra il guerriero di Legnano, anche senza Lega

Magari non serve a niente, ma non si sa mai: solo così si può spiegare la scelta di vari leader politici di continuare a depositare i simboli dei loro partiti come potenziali marchi d'impresa, con l'idea che questo aumenti la tutela degli stessi emblemi e, magari, possa permettere anche di recuperare qualche soldo a beneficio del partito. L'ultimo, in ordine di tempo, è Matteo Salvini: due settimane fa l'Adnkronos aveva dato per prima la notizia in base alla quale cinque giorni prima il ministro dell'interno aveva depositato la domanda di registrazione come marchio per tre segni distintivi, che rappresentano altrettante versioni del contrassegno elettorale della Lega. Elemento comune alle tre è la presenza di Alberto da Giussano o, per essere più corretti, del guerriero di Legnano a spadone sguainato.
Una delle versioni depositate corrisponde esattamente al fregio utilizzato alle elezioni politiche del 2018; le altre due ne rappresentano delle varianti "per sottrazione", nel senso che le grafiche depositate sono il frutto dell'eliminazione di alcuni elementi del contrassegno, lasciando gli altri esattamente dove sono, a costo di ottenere un simbolo il cui "peso visivo" è distribuito in modo squilibrato. Uno degli altri due possibili marchi è privo del segmento inferiore che porta la scritta "Salvini premier" ed è così descritto:
Il marchio è costituito dall'immagine di Alberto da Giussano, di colore bianco e blu su sfondo bianco, sovrastato dalla parola LEGA, di colore blu, in caratteri maiuscoli di fantasia. Tra le lettere "E" e "G" della parola LEGA si inserisce la spada sguainata del cavaliere. Il cavaliere, nella mano opposta rispetto alla spada, tiene uno scudo sul quale è riportato il disegno del "Leone di San Marco" con la spada sguainata. Il tutto è inserito all'interno di un cerchio di colore blu.
L'altra variante è ancora più vuota, comprendendo soltanto il guerriero di Legnano, senza nessun altro riferimento, nemmeno al nome. E se il deposito del marchio con la parola "Lega" potrebbe servire a rivendicare una volta per tutte la titolarità di quel nome, per tutelarsi dall'uso fatto da altri partiti (anche se "Lega" è un nome comune e come tale è sempre stato protetto dai giudici fin qui; ora però che la Lega Nord si chiama solo Lega, nessun altro partito potrà chiamarsi solo così), la scelta di depositare il solo Alberto da Giussano ad alcuni potrebbe sembrare un modo per mettere fine alle chiacchiere in base alle quali quel simbolo se l'era "comprato" Berlusconi in cambio di un accordo con Bossi per salvare il Carroccio dal tracollo finanziario.
Tutti i segni distintivi sono stati depositati a nome di Matteo Salvini dall'avvocato Andrea Valente Cioncoloni, il cui studio (Studio Consulenza Brevetti Cioncoloni Srl) si occupa di proprietà industriale e se n'è chiesta la registrazione per le classi 36 (assicurazioni; affari finanziari; affari monetari; affari immobiliari), 41 (educazione; formazione; divertimento; attività sportive e culturali) e 45 (servizi giuridici; servizi di sicurezza per la protezione di beni e di individui; servizi personali e sociali resi da terzi destinati a soddisfare necessità individuali) della classificazione di Nizza. Un modo, evidentemente, per non coprire soltanto l'uso politico degli emblemi, ma anche altri servizi (la pratica, del resto, è in uso da tempo, magari non per la classe 36 ma per le 41 e 45 sì).
Chi pratica il diritto dei partiti sa che, in realtà, la registrazione di un simbolo come marchio non è affatto essenziale per vederlo tutelato, anzi in passato capitava che il Viminale, in sede di parere richiesto dal Ministero dello sviluppo economico, desse responso negativo per evitare sgradevoli interferenze del diritto dei marchi con le norme sulla propaganda elettorale; per gli emblemi già usati e già noti è più facile la registrazione come "segni notori" (è già avvenuto in molti casi), ma probabilmente sarebbero egualmente protetti e, comunque, la registrazione come marchio non dà alcun titolo di protezione in ambito elettorale, perché questo è regolato da norme speciali anche in materia di contrassegni. Ma, come si diceva all'inizio, non si sa mai...

martedì 3 luglio 2018

Afragola, simboli e curiosità sulla scheda

Tornando all'itinerario tra i comuni superiori che erano riusciti a darsi un sindaco già al primo turno, occorre fare tappa ad Afragola, in provincia di Napoli. Lì la competizione è stata piuttosto accesa, non tanto per il numero dei candidati alla poltrona di sindaco, tre in tutto, ma per le liste schierate a loro sostegno: sulla scheda c'erano 19 simboli e, considerando che il candidato meno votato è stato quello del MoVimento 5 Stelle, significa che gli altri 18 se li sono divisi il sindaco uscente di centrosinistra Domenico Tuccillo (8 liste) e il suo sfidante Claudio Grillo (10 liste). Alla fine è stato quest'ultimo a prevalere, con il 54,22%, cambiando dunque colore all'amministrazione cittadina.

Claudio Grillo

10) Forza Italia

Al contrario di quanto accaduto in gran parte dei comuni superiori visti sin qui, la formazione trainante del centrodestra ad Afragola è ancora Forza Italia: è stata la sua lista infatti, con il 12,38% (che le è valso l'elezione di quattro consiglieri), a contribuire per la maggior parte alla nutrita coalizione presentata a sostegno di Claudio Grillo (e certo non solo per il fatto che il sorteggio l'aveva collocata al primo posto della coalizione). Di certo il risultato del Pdl di cinque anni fa - 18,31% - era stato migliore, ma non può dirsi del tutto insoddisfacente; sulla scheda è finito un simbolo variante, anche in questo caso, dell'emblema utilizzato alle ultime politiche, con il riferimento ad Afragola (scritto in Arial Black) al posto dell'appellativo "presidente".

16) Afragola civica

Il secondo posto all'interno della coalizione di centrodestra è toccato invece a una lista civica, come suggerisce proprio il suo nome: Afragola civica. Si tratta anche, probabilmente, della formazione più vicina al neosindaco, considerando che il contrassegno è l'unico a riportarne il nome - peraltro con decisa evidenza - al suo interno. I colori, in ogni caso, sembrano proprio gli stessi di Forza Italia, anche se chiaramente la grafica è del tutto diversa: spicca una grande "A" (come Afragola) rossa e verde, con alcune tacche bianche sulla parte destra, come a voler simboleggiare una scala. La lista ha portato a casa l'8,79% e, di conseguenza, tre consiglieri.

12) Fratelli d'Italia

Al terzo posto all'interno della compagine di centrodestra si ritrova di nuovo una lista partitica, in particolare quella presentata da Fratelli d'Italia, piuttosto forte in questa regione. Il partito guidato a livello nazionale da Giorgia Meloni, infatti, ha ottenuto il 6,4%, la metà del 12,2% di cinque anni fa, ma ha comunque permesso alla lista ldi confermare la rappresentanza di due consiglieri. Il risultato, tra l'altro, è stato ottenuto schierando sulla scheda il simbolo nazionale ufficiale (e non la versione inaugurata alle elezioni politiche, con all'interno il riferimento a Meloni), senza aggiungere alcuna specificazione territoriale, che avrebbe seriamente rischiato di alterare l'equilibrio dell'emblema.

11) Afragola viva

Subito al di fuori del "podio" della coalizione si è collocata un'altra lista civica, Afragola viva, legata alla figura di Salvatore Iavarone. Il simbolo era nuovo, rispetto a quelli finiti sulla scheda nel 2013: su fondo arancione - ed è curioso trovarlo in una lista legata al centrodestra, visto il significato dato negli ultimi anni a questo colore, anche in Campania - un albero stilizzato a foglie verdi (con il tocco di una rossa, per ricordare almeno in parte il disegno dello stemma comunale) affiancava il nome scelto per la lista. Con il 6,01% uscito dalle urne, la lista si è potuta assicurare l'elezione di due suoi candidati in consiglio e parteciperà ad ogni effetto alle decisioni del comune.

18) Lega

Occorre scendere al quinto posto nel centrodestra per trovare l'altra lista dichiaratamente partitica (ce ne sarebbe anche una quarta, come si vedrà, anche se in parte ha assunto una forma diversa): si tratta della Lega, che ha fatto il suo debutto alle elezioni locali di Afragola. A questa sua prima apparizione, il simbolo di Alberto da Giussano - praticamente identico a quello presentato alle elezioni politiche, fatta eccezione per il riferimento alla Campania al posto della parola "premier" - ha raccolto il 5,43%, centrando comunque l'obiettivo di eleggere un consigliere comunale. Un risultato a suo modo storico, per un partito che meno di un anno fa aveva la parola Nord al suo interno.

13) Scelta democratica

Scendendo ancora, si ritrova - in una perfetta alternanza fin qui - un'altra lista civica, Scelta democratica, che invece aveva già corso nel 2013, anche allora a sostegno del candidato del centrodestra (allora era Antonio Pannone). Il simbolo è simile al precedente, con il nome della lista - scritto in azzurrino con una font graziata - collocato nella fascia bianca tra due segmenti verdi e rossi a base curvilinea, ricreando il profilo di un'onda (anche se il comune non è certo sul mare; nel 2013 poi i colori erano sfumati). Cinque anni fa la lista era rimasta fuori dal consiglio (con il suo 2,59%), questa volta invece ha ottenuto il 4,62% ed è riuscita a eleggere un consigliere, dunque il risultato è stato decisamente migliore. 

17) Cantiere Afragola

Si era già vista nel precedente turno elettorale - e anche quella volta nella compagine di centrodestra - pure la formazione civica Cantiere Afragola. E' tornato dunque il colore arancione di gran parte del fondo, il nome scritto a caratteri cubitali e, soprattutto, il caschetto giallo da cantiere posizionato sopra al nastro tricolore che tanto ha caratterizzato la lista in queste sue partecipazioni elettorali. Nel 2013 aveva raccolto solo il 2,21%, restando fuori dall'organo assembleare locale; in quest'occasione, invece, la percentuale è aumentata al 4,33% e ciò ha permesso a Cantiere Afragola di portare un proprio rappresentante in consiglio.

15) Nuova città

Ritorno sulle schede - ma questa volta con un percettibile peggioramento nel risultato rispetto alla partecipazione precedente - anche per la lista civica Nuova città, che nel 2013 all'interno della coalizione di Pannone aveva ottenuto il 7,96%. Questa volta, infatti, dalle urne è uscito soltanto il 3,47% per la lista, che nei colori e nella struttura del simbolo richiama decisamente il Pdl o comunque una forza politica di centrodestra. L'appartenenza alla coalizione vincitrice, tuttavia, ha permesso alla lista di conservare il posto in consiglio che aveva (ed era l'ultimo rimasto tra quelli assegnati alla coalizione a sostegno di Grillo, un gruppo nato civico e finito a prevalenza del centrodestra).

19) Movimento cittadino Afragola futura

Niente seggi in consiglio comunale, invece, per il Movimento cittadino Afragola futura. Il nome farebbe pensare a una formazione civica locale e in effetti la è, ma basta uno sguardo al simbolo per rendersi conto che la struttura e, soprattutto, la fiamma pennellata che si vede sulla destra sono mutuate con chiarezza dal Movimento nazionale per la sovranità di Gianni Alemanno, anche se i colori sono stati modificati (il blu ha preso il posto del verde e le tinte sono comunque state invertite; di più, la fiamma originale era collocata a sinistra e non a destra). In ogni caso, il 2,52% ottenuto non è stato sufficiente per eleggere anche un solo candidato.

14) CambiaMenti - Afragola solidale

Ultima arrivata, tra le dieci liste della coalizione a sostegno di Grillo, è risultata essere CambiaMenti - Afragola solidale, formazione civica neocostituita. All'occhio salta, inevitabilmente, l'uccello - sembra un colibrì, per la forma del becco - che varie "foglie" hanno composto, eppure a guardare il simbolo si vede qualcosa di strano, come se si trattasse di un emblema rimaneggiato, visto che il nome "Afragola solidale" è stato posizionato su una "pecetta" blu, che non coincide perfettamente con il contorno. E' probabile che l'emblema sia stato mutuato dalla lista CambiaMenti, presentata nel 2015 a Giugliano di Napoli; ad Afragola, in ogni caso, il 2,26% non ha permesso di eleggere alcun consigliere.

Domenico Tuccillo

4) A viso aperto

La più votata delle liste all'interno della coalizione che ha sostenuto il sindaco di centrosinistra uscente Domenico Tuccillo, sconfitto con il 37,74% dei voti, è risultata essere A viso aperto, legata a Gennaro Giustino. La lista aveva già partecipato - con la specificazione "La rinascita" - alle elezioni del 2013, ottenendo il 6,31% e tre consiglieri, risultando la formazione più votata dopo il Pd; questa volta il consenso è aumentato al 12,07% e in virtù di questo, pur con il passaggio all'opposizione, è riuscita a conservare i suoi tre seggi. Il risultato è stato ottenuto mantenendo intatto il simbolo (senza più il citato riferimento alla rinascita), con il nome scritto in carattere bastoni su fondo blu e l'ultima "o" trasformata in un viso sorridente.

7) Partito democratico

Si può dire che questa volta si siano scambiati i ruoli A viso aperto e il Partito democratico: è quest'ultimo, infatti, ad essere finito al secondo posto all'interno della coalizione di centrosinistra, a poco più di un punto di distanza (10,96%). Questo nonostante la percentuale sia stata in crescita rispetto al 9,17% (e l'aumento riguarda anche i voti assoluti); a dispetto di quell'aumento, però, la compagine consiliare dem si è dimezzata da quattro a due eletti, a causa del passaggio all'opposizione. Nessuna modifica sul piano visivo da segnalare: questa volta come cinque anni fa, infatti, il Pd ha utilizzato per manifesti e schede il suo emblema ufficiale nazionale, senza alcuna modifica o aggiunta.

2) Afragola punto e a capo

Al terzo posto, all'interno della coalizione a sostegno di Tuccillo, si è collocata la lista civica Afragola punto e a capo. Sebbene il nome della formazione faccia pensare a un cambiamento rispetto al passato (o, se si preferisce, a un nuovo inizio guidato dalla stessa persona), all'interno del simbolo è impossibile non vedere la sagoma di un treno ad alta velocità (un Frecciarossa o un treno di Italo), probabile riferimento alla stazione di Napoli Afragola dedicata proprio a quel tipo di linee, inaugurata nel 2017 sotto l'amministrazione Tuccillo. Un maggior segno di continuità di questo era difficile immaginare; il 4,92% ottenuto ha se non altro permesso alla lista di eleggere un consigliere.

3) Afragola in comune

Subito dopo Afragola punto e a capo si è collocata l'altra lista in cui il nome di Tuccillo era particolarmente evidente (qui addirittura con tanto di ombra): Afragola in comune. Qui la parola "comune" aveva la minuscola: ovviamente non spariva il riferimento all'istituzione comunale, ma a dare l'idea dell'apporto di molte persone allo stesso progetto amministrativo hanno provveduto le mani di molti colori radunate a cerchio. La lista era nuova e il 4,73% dei voti le ha permesso se non altro di portare un proprio rappresentante all'interno del consiglio comunale; si trattava però dell'ultimo seggio a disposizione delle varie anime della coalizione in appoggio a Tuccillo.

8) Afragola libera

Niente accesso all'organo assembleare di Afragola per la lista civica Afragola libera. Una lista con quel nome aveva già partecipato nel 2013 alle elezioni, sempre come parte della coalizione di Tuccillo, ottenendo il 2,29% (tra l'altro inserendo nel simbolo il motto "Non manca la libertà, bensì l'uomo libero"). Questa volta dalle urne è uscito il 2,13% e l'essere finiti all'opposizione ha impedito alla formazione di avere rappresentanti in consiglio comunale; ciò benché il contrassegno avesse un'immagine più moderna e studiata rispetto al passato, con un fondo più scuro per far risaltare meglio il nome (scritto con una font bastoni molto più leggibile rispetto al passato) e anche il riferimento "Insieme.", con un'onda tricolore, per sottolineare che quella libertà non la si sarebbe conquistata da soli.

5) Grande Afragola

Niente rappresentanza in consiglio nemmeno per Grande Afragola, formazione che aveva corso già nel 2013, ma allora aveva appoggiato la candidatura di Biagio Castaldo, sostenuto soprattutto da Fratelli d'Italia. Il simbolo in questione, identico rispetto a quello di cinque anni fa, in effetti si presterebbe più a uno schieramento di centrodestra, a giudicare dalla scelta cromatica: il fondo azzurro sfumato, un "sorriso" tricolore, il nome del comune scritto in Helvetica Black sembrerebbero suggerire questo, anche se stavolta le scelte della lista sono state diverse. Se nel 2013 la lista aveva sfiorato l'1%, questa volta è andata leggermente meglio (1,06%), ma certo non abbastanza per ottenere un eletto.

1) La città futura

Il sorteggio le aveva affidato il ruolo di aprischeda, con la prima posizione in alto a sinistra; in realtà, La Città Futura è risultata tra le liste meno votate, pur essendo l'unica che si richiamava alla sinistra, come la stella rossa e il nome tratto da Gramsci suggerivano. Il capolista e consigliere uscente Giuseppe Cerbone aveva spiegato che il simbolo "è un treno che corre, insieme ad una stella rossa, che rappresenta l’identità politica, e spighe di grano, che rappresentano le radici del territorio. La direttrice su cui idealmente corre quel treno è lo sviluppo produttivo ed economico, in particolare dal punto di vista agricolo, beneficiando di terre non contaminate da sottrarre all'abbandono e all'edilizia selvaggia con un minimo di programmazione consapevole". Un disegno accolto, però, solo dall'1,04% dei votanti.

6) Afragola nel cuore

Decisamente in fondo alla classifica - della coalizione ma anche dell'insieme di liste in concorrenza ad Afragola - è apparsa l'ultima civica, Afragola nel cuore. Il nome lasciava pensare facilmente a una formazione messa in campo per amore della città, con la possibilità di coinvolgere chi realmente teneva al bene comune (e guarda caso c'era proprio un cuore nel simbolo, curiosamente tinto di blu e senza riferimenti ai colori locali). I risultati, tuttavia, parlano - anzi, urlano - chiaro: su 33874 votanti, solo 17 hanno votato questa lista, pari allo 0,05%. Un risultato oggettivamente scarsissimo e difficile da spiegare, anche a fronte dei 24 candidati schierati all'interno della lista. 

Michele Bencivenga

9) MoVimento 5 Stelle

Proprio come nel 2013, il candidato meno votato di tutti è risultato quello proposto dal MoVimento 5 Stelle, anche se in questo caso Michele Bencivenga è arrivato di fatto terzo, mentre cinque anni fa Tommaso Malerba era arrivato quarto su 4. Rispetto ad allora, però, il risultato è cambiato sensibilmente: Malerba si era fermato al 2,69%, risultando inevitabilmente escluso dal consiglio comunale; questa volta, invece, Bencivenga ha ottenuto l'8,02% e questo è stato sufficiente per portare il M5S per la prima volta all'interno del consiglio comunale di Afragola. Rispetto a cinque anni fa, l'unica differenza grafica riguarda, com'è noto, la sostituzione del sito Beppegrillo.it con quello attuale, Ilblogdellestelle.it.