domenica 22 luglio 2018

La Dc "dietro l'angolo", un'altra volta. Sarà vero?

Per qualcuno domani dovrebbe essere l'ennesimo giorno buono per far camminare di nuovo una Democrazia cristiana. Non "la" Dc, quella storica - nessuno lo dice chiaramente, ma è probabilmente sottinteso, come si vedrà - ma "una" Dc sì. Sembrerebbe di capire questo leggendo l'articolo che è apparso questa mattina sul Tempo, a firma di Antonio Rapisarda, convinto che stavolta la Dc sia "davvero dietro l'angolo".
Alla base di tutto ci sarebbe l'accordo, di cui si parla da settimane, per "fare il partito" e porre fine alla più che ventennale diaspora democristiana, tra Lorenzo Cesa in quanto segretario dell'Udc e Gianfranco Rotondi, parlamentare di Forza Italia e fondatore di Rivoluzione cristiana. Il primo, in particolare, nell'operazione dovrebbe conferire il simbolo dello scudo crociato, utilizzato dal suo partito dal 2002; il secondo pensa invece di consentire l'uso della denominazione "Democrazia cristiana", di cui da quasi un anno si ritiene - e a rigor di diritto non ha esattamente ragione - titolare, sulla base di una delle tante sentenze emesse nel corso della vicenda giudiziaria della Dc.
Scrive Rapisarda che a suggellare l'intesa sarebbe stato nientemeno che Rocco Buttiglione, già segretario del Cdu (il partito che nel 1995 adottò lo scudo crociato - più o meno regolarmente, è questione discussa - dopo gli "accordi di Cannes" con i sostenitori di Gerardo Bianco alla segreteria del Ppi) e fino alle elezioni del 2018 parlamentare dell'Udc. Proprio l'ex segretario Cdu avrebbe "dedicato una cena ai vecchi amici", durante la quale avrebbe detto "O vi riunite e fate un partito serio, oppure è meglio che il simbolo vada alla fondazione Sturzo". 
Immaginando che la fondazione sia l'Istituto Luigi Sturzo di via delle Coppelle a Roma, non è certo la prima volta che qualcuno, che vorrebbe sottrarre definitivamente lo scudo crociato a incresciose dispute giudiziarie e forse anche a risultati quasi da prefisso telefonico, propone di affidarlo almeno moralmente, ma anche giuridicamente, a quell'istituzione in cui - non senza grane - tutta l'area ex democristiana si riconosce: lo hanno proposto, nel tempo, personaggi del calibro di Oscar Luigi Scalfaro, Pierluigi Castagnetti, Giulio Andreotti e Francesco Cossiga). Evidentemente anche questa volta qualcuno si è mostrato anche solo all'idea di mettere per sempre in una vetrina le antiche insegne che proprio don Sturzo volle per il suo Partito popolare e che Giuseppe Alessi "trasmise" alla Dc: per Rotondi e Cesa, dunque, la soluzione dovrebbe essere "riadottare la denominazione Democrazia cristiana, col consenso di tutte le sigle che nel tempo l'hanno rivendicata".
Fare l'elenco di tutte queste è praticamente impossibile e ad alto rischio di figuracce, essendo quasi certo che se ne dimenticherebbe qualcuna: Rapisarda sul Tempo cita la Dc di Angelo Sandri, quella che a febbraio del 2017 aveva eletto come presidente Gianni Fontana e ha partecipato in qualche modo alle ultime elezioni politiche, il Nuovo Cdu di Mario Tassone e il Comitato iscritti alla Dc 1993 di Franco De Simoni e Raffaele Cerenza, che di battaglie giuridiche in nome della "vecchia" Dc ne ha combattute parecchie.
Rotondi ha assicurato che non c'è alcuna "operazione nostalgia": "Intanto vogliamo esserci, rimanendo comunque federati nei gruppi di Forza Italia. Allo stesso tempo, però, abbiamo necessità di dare vita a qualcosa di più strutturato di quello che è Rivoluzione cristiana che viene presentata come una specie di club, o dell'Udc che prende solo l'1%", il tutto per "blindare un elettorato del 10%: dare una bussola allo zoccolo duro sotto il quale Forza Italia proprio in questa stagione non può scendere". 
Al di là dell'incoraggiamento-monito di Buttiglione, la data chiave sarebbe domani perché alle ore 11 è previsto il consiglio nazionale dell'Udc: al centro della riunione dell'organo - si legge nel sito del partito - ci sarà "l’analisi dell’attuale quadro politico e le iniziative che il partito guidato da Lorenzo Cesa lancerà nei prossimi mesi", dunque si dovrebbe parlare anche del progetto Dc. Progetto che cade nel momento in cui l'Udc può contare solo su tre senatori (eletti però come candidati uninominali, visto che il cartello formato assieme a Noi con l'Italia era rimasto abbondantemente al di sotto della soglia di sbarramento), peraltro tutti aderenti al gruppo forzista. 
Per Rotondi, insomma, la rappresentanza parlamentare dell'Udc è già in Forza Italia: da un certo punto di vista, dunque, non dovrebbe essere un dramma per il partito guidato da Cesa concorrere a quel 10% che Fi proprio può perdere. Va detto che, già dalla metà degli anni 2000, l'Udc ha sempre tenuto molto alla propria identità (e alla sua insegna principale, lo scudo crociato), rifiutando sempre di confluire in altri soggetti e, quando lo ha fatto per motivi tecnico-elettorali, ha puntualmente messo in evidenza anche graficamente la sua presenza. E' altrettanto vero, però, che l'Udc degli anni scorsi poteva contare su altre percentuali e, di conseguenza, su un potere contrattuale che oggi certamente non ha. 
Così, mentre Cerenza e De Simoni oggi precisano che l'accordo di cui si parla "è stato possibile anche, e forse soprattutto, grazie all'impegno di numerose altre associazioni, fra cui innanzitutto" il loro Comitato di iscritti alla Dc, resterebbe da attendere qualche manciata di ore per capire se effettivamente "una" Democrazia cristiana tornerà e, già che ci si è, in che modo e in che forma. Di certo, infatti, nessuno rivendica una continuità giuridica con l'esperienza proseguita fino al 1994: troppo complesso provarci seriamente (le possibilità, per chi scrive, rasentano lo zero) e, volendo, troppo rischioso (si dovrebbero pagare anche i debiti eventualmente rimasti). 
Quello che importa ai principali attori della vicenda, a quanto pare, è la famigerata "agibilità politica", dunque la possibilità per un partito chiamato Dc e con lo scudo crociato di operare senza (troppe) seccature o senza rischi seri di ostacoli giudiziari: Cesa e Rotondi, ritenendosi titolari del simbolo e del nome, pensano che questo sia sufficiente a evitare guai. Che poi ciò si traduca nel cambio di nome dell'Udc, nell'inserimento della dicitura "Democrazia cristiana" nel simbolo attualmente in uso o, ancora, nella creazione di un nuovo soggetto politico cui far partecipare Udc, Rivoluzione cristiana e gli altri soggetti più piccoli (magari adottando un simbolo come quello voluto da Rotondi per le liste Dc-Udc in Campania), è ancora presto per capirlo. Nessuna di queste soluzioni risveglierà "la" Dc, in sonno - secondo alcuni - dal 1994; molti di loro, probabilmente, si accontentano di vedere di nuovo all'opera "una" Dc. Ci riusciranno, senza litigare per l'ennesima volta?

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