venerdì 19 novembre 2021

Alternativa, una A strappata "per opporsi alle ingiustizie"

Il simbolo anticipato ieri (sia pure in una versione ridotta e a colori invertiti) è stato confermato, ora è più noto anche il progetto politico: ci si riferisce ad Alternativa, soggetto politico neocostitiuito, presentato in una conferenza stampa questa mattina, che parte dalle articolazioni parlamentari (cui ad oggi aderiscono 15 deputati e 2 senatori) formate soprattutto da persone elette sotto il simbolo del MoVimento 5 Stelle e fuoriuscite dai rispettivi gruppi in gran parte all'inizio di quest'anno, in dissenso rispetto alla scelta di sostenere il governo guidato da Mario Draghi.  
Aperta da Andrea Colletti, a capo della componente del gruppo misto alla Camera che fino a pochi giorni fa si chiamava L'Alternativa c'è, la conferenza ha visto come primo intervento rilevante quello di Pino Cabras, scelto come rappresentante del soggetto politico appena fondato. "Con Alternativa nasce una possibilità in più per un paese che in questo momento è ingabbiato in un pensiero unico che domina, al punto di avere oltre il 90% dei voti parlamentari intorno al Presidente del Consiglio: è un'anomalia, nessun paese del G7 ha una situazione simile. Noi stiamo dando una possibilità straordinaria, cioè l'opposizione in Italia: l'opposizione non è un luogo negletto della vita politica, ha fatto molto bene per anni alla politica italiana, è la palestra di una democrazia che si rinnova e può offrire un'alternativa". Cabras ha sottolineato l'idea di continuare le battaglie parlamentari condotte sin qui, ma anche di collegarsi "alle piazze, ai fermenti che si trovano in tanti luoghi attivi, del lavoro che stanno soffrendo, perché siamo in una fase molto difficile della vita repubblicana". 
Si è ricordato come le compagini parlamentari di L'Alternativa c'è siano nate per opporsi al governo Draghi e Cabras ha confermato la stessa posizione anche ora che si è formato un soggetto politico più consistente: "Draghi è l'autobiografia di una nazione in declino, con le sue impronte digitali in tutte le circostanze in cui l'Italia ha costruito il suo declino negli ultimi trent'anni: è incredibile come il sistema dei partiti si sia arreso in una posizione subalterna, mantenendo i ministeri di serie B, mentre la serie A è in mano a un gruppo di tecnocrati, gli stessi di questo grande declino italiano". Se Alternativa si propone innanzitutto di non mandare Draghi al Quirinale ("Sarebbe il perfezionamento di un sistema che diventa regime, il Draghistan"), sono altri i fronti su cui la neonata forza politica vorrebbe impegnarsi: "Non ci piace questo Pnrr - ha spiegato Cabras - perché è una fetta di bilancio pubblico che, per la prima volta, è sottratta al controllo del Parlamento e diventa una questione di un gruppo di tecnici che sfuggono al controllo di tutti. Noi vogliamo unire tutte le forze, e sono tante nel paese, che in questo momento non hanno una sponda parlamentare, per combattere questo sistema per proporre qualcosa di più vicino alla Costituzione, difendendo appunto la democrazia e la Costituzione".
Rifiuta Cabras le ricostruzioni di Alternativa come casa politica dei "fuoriusciti grillini, duri e puri, che tornano alle vecchie battaglie di sempre": "Sono schemi poveri, non ci fermiamo a una vicenda che si è esaurita nel passato, parte di una crisi generale dei partiti, che riguarda tutte le forze politiche che hanno lasciato spazio al supertecnico e non riescono a rappresentare ciò che sta accadendo realmente nel paese. Noi vogliamo essere qualcosa di realmente diverso nella storia repubblicana, abbiamo delle facce pulite, appassionate di persone che hanno la schiena dritta. Non ci arrendiamo, non ci vendiamo, siamo a disposizione di un popolo che vuole resistere rispetto alle imposizioni del governo Draghi, a partire dalla gestione pessima della pandemia, che ha creato sofferenze in tanti cittadini che non meritano questo trattamento".
Pur essendo nata all'interno del Parlamento, Alternativa ha mire più ampie, aprendosi ad altri eletti e soprattutto a cittadine e cittadini: "Vogliamo essere parte di un più ampio movimento civile e sociale - ha continuato Cabras - per costruire un cantiere di discussione e azione con tante formazioni sociali presenti nel paese", guardando soprattutto al mondo del lavoro, alle imprese, ai consumatori e al terzo settore, aprendo un dialogo anche con mondi lontani da quello originario delle persone elette. "Vogliamo essere - ha aggiunto il deputato - un partito molto costituzionale, anche nella parola 'partito': la Costituzione chiama così queste entità, le chiama partiti e non rinoceronti, mentre un po' di rinoceronti hanno travolto la vita democratica del paese nel palazzo. Noi vogliamo liberare un po' questo palazzo: non è la solita scatoletta di tonno da aprire, quella della vecchia polemica, vogliamo stabilire un circuito positivo tra il paese delle istituzioni, che meritano rispettabilità, e il paese dei cittadini, che stanno soffrendo e meritano un futuro migliore".
A Emanuela Corda, altra deputata della componente Alternativa a Montecitorio, è toccato illustrare il simbolo scelto per il nuovo progetto politico, accanto alla nuova denominazione "più asciutta e immediata": "Abbiamo deciso di cambiare tutto, anche visivamente. Il nostro nuovo simbolo è un segno grafico molto moderno, efficace, molto 'giovane'; anche i colori richiamano il risveglio, un cammino nuovo". La base del simbolo è la A di "Alternativa", proposta in grande evidenza, ma nel segno c'è una sorta di "via di fuga, uno strappo: noi sappiamo dove stiamo andando, quello strappo è proprio la strada che abbiamo deciso di percorrere in opposizione a tutto ciò che abbiamo ritenuto ingiusto. Questo cammino è iniziato quando abbiamo detto no al governo Draghi: siamo sempre stati contrari ai governi tecnici, stabiliti altrove rispetto ai confini della nostra nazione e abbiamo voluto rappresentare tutto questo attraverso questa simbologia molto forte. Crediamo possa andare incontro alle esigenze di milioni di cittadini rimasti privi di una rappresentanza: servono forze più giovani, che abbiano la voglia e l'energia per portare avanti battaglie giuste senza restare immobili, annichilite davanti a una narrazione preconfezionata. Questo è tutto ciò che vogliamo rappresentare, con un movimento che vuole dire 'no' ma anche costruire, rinunciare a qualcosa per dei valori, cui ci ispiriamo e che vogliamo mantenere saldi". In un post pubblicato sulla sua pagina Facebook, Corda ha precisato che il simbolo e il suo "strappo" sono "un nuovo inizio. Un invito a staccarsi da una strada preconfezionata, dalle scelte pilotate ed imposte subdolamente. Un'esortazione a reagire e a costruire una nuova solida e fresca proposta, partendo da un nuovo cammino, forse più difficile, forse più scomodo, ma certamente più vero ed autentico". Quanto all'arancione, "è il colore positivo del risveglio, della rinascita, di una nuova possibile fase vitale del Paese". 
Si sono poi susseguiti gli interventi di Alvise Maniero, Paolo Giuliodori, Raffaele Trano e Francesco Forciniti, per marcare alcuni dei punti più importanti sui quali Alternativa intende agire (attaccando ciò che è stato fatto negli ultimi anni e "l'emarginazione, criminalizzazione, ghettizzazione" da parte di chi - come ha detto Forciniti - intende criticare chi governa ora). Il simbolo ufficializzato oggi e illustrato da Corda appare più semplice rispetto a quello precedente (e, rispetto alla versione vista sul sito fino a ieri, è già pronto per essere usato sulle schede elettorali, visto che il cuore di quella grafica sta in un cerchio, come dimostravano del resto le spille portate dai parlamentari che sono intervenuti stamani). La spiegazione fornita in conferenza stampa è stata utile, avendo contribuito a rendere più comprensibile un emblema pensato ma oggettivamente non "immediato" (e nemmeno di pronta descrizione); si vedrà in futuro se resterà identico o se cambierà, di poco o di molto (e, nel caso, come potrà convivere con altri segni grafici).

Il microscopio colto e musicale del Partito della cultura

A memoria di chi da anni frequenta le schede elettorali, votandole o studiandole, un microscopio non si è mai visto su un simbolo. Eppure, verso la fine di giugno di quest'anno, era sembrato tutto pronto anche per quell'esordio, magari alle elezioni amministrative previste in autunno. Già, perché il 24 giugno era stata depositata domanda di marchio per il simbolo del Partito della cultura, la cui descrizione recitava "Cerchio nero con contorno interno verde, bianco e rosso, con scritta 'partito' in nero su campo bianco sovrastata da disegno di microscopio rosso più libro più note musicali blu e con scritta 'della cultura' in bianco su campo blu". A presentare la domanda (per la sola classe 41: Educazione, formazione, divertimento, attività sportive e culturali) era stato Alberto Veronesi, direttore d'orchestra milanese dalla grande esperienza nazionale e internazionale (nonché figlio di Umberto Veronesi).
Ma cos'era questo Partito della cultura? Nulla a che vedere, ovviamente, con l'idea di Vittorio Sgarbi di mettere in campo alle elezioni un Pc, nel senso di "Partito della cultura", da identificare con il soggetto politico da lui fondato e guidato (cioè Rinascimento). Nel cercare qualche informazione utile, in rete si trova soltanto un testo, pubblicato sul sito Spraynews.it lo scorso 5 luglio
Un microscopio e un fascio di note musicali, con un segno grafico che riecheggia la falce e il martello, sopra un fondo bianco, e la scritta "Partito della Cultura", in fondo blu. Attorno, come una cornice, i colori della bandiera italiana.
Questo il simbolo, già depositato, del “Partito della Cultura” di Alberto Veronesi, noto direttore d’orchestra da sempre impegnato politicamente, che sarà presentato il 14 luglio a Roma, giorno della presa della Bastiglia, con un concerto-manifestazione sulle note della Marsigliese.
La necessità di un partito della Cultura nasce dalla ormai evidente deflagrazione del MoVimento 5 Stelle, il partito che aveva posto al centro del proprio progetto politico l’uomo qualunque, il “buon selvaggio” di Rousseau.
Quella dei Cinque Stelle è stata a suo modo una rivoluzione, sia nella versione rappresentata da Grillo che da quella proposta da Conte. In ogni caso, una rivoluzione destinata al fallimento, e i frutti li stanno vedendo adesso gli elettori pentastellati e tutti i cittadini.
Il problema principale è che si è voluto sostituire al soggetto operaio e contadino, al centro dei vecchi partiti comunisti e socialisti, un soggetto cittadino pre-civile, a partire da una presunta reinterpretazione del filosofo Rousseau, basandosi su un’impostazione dell’”uno vale uno”, che ha portato sia al reddito di cittadinanza - che premia un concetto originario e passivo di cittadinanza – sia soprattutto a una rappresentanza politica rigorosamente priva delle competenze tecniche necessarie per governare, che ha generato tutti quei problemi amministrativi che sono stati sotto gli occhi di tutti nel precedente governo: strade bloccate dai lavori in pieno luglio, problemi di gestione dei trasporti, approvvigionamento di materiali inutili, tipo banchi a rotelle e mascherine inefficaci, città invase dai rifiuti, ministri del lavoro alla loro prima esperienza lavorativa.
I 5 Stelle, a cui va riconosciuto il legittimo e onesto tentativo di imporre un cambiamento alla società italiana, sono stati in passato - e sono tuttora - perfettamente coerenti con le proprie premesse politiche, ma sono proprio queste ad essere sbagliate, e infatti al vaglio della realtà sono tristemente deflagrate, indipendentemente dall’esistenza presente o futura del Movimento. Ma se il soggetto politico di riferimento non può essere, come sostengono i 5 Stelle, il cittadino qualunque, è altrettanto vero che è cambiato, rispetto al passato, il soggetto protagonista, che oggi non è più l’operaio, se si considera che il capannone industriale, luogo simbolo dello sviluppo economico e della lotta operaia, è ormai sempre più spesso un luogo abbandonato e in rovina.
Lo spazio principale dello sviluppo economico oggi è quel luogo immateriale che si chiama “idea”, ed è nella battaglia senza esclusione di colpi per impossessarsi delle “idee” che oggi si conquista l’egemonia politica ed economica. Di conseguenza, come un tempo la rivoluzione mirava alla socializzazione dei mezzi di produzione, l’atto rivoluzionario oggi è la socializzazione delle “idee”, e cioè la diffusione capillare e professionalizzata degli strumenti culturali, scientifici e tecnici.
Per questo il Partito della Cultura ritiene che, oggi in Italia, non sia prioritario stipendiare il cittadino in quanto cittadino, ma sostenere e dare un reddito, continuativo e completo, a tutti coloro che, giovani o meno giovani, sostengono con profitto studi regolari di carattere tecnico, scientifico e culturale. Questo sarebbe il vero atto rivoluzionario.
E ancora, il modello di società cui tende idealmente il Partito della Cultura non è quello improntato a occupare il proprio tempo lavorando, e a studiare solo nel poco tempo libero. Piuttosto è un modello di società in cui prevalentemente si studia e si sviluppa la propria creatività e, in subordine, in un tempo sempre più ridotto, si lavora e si applica quanto appreso, in un contesto produttivo sempre più avanzato, tecnologico e automatizzato, con forti elementi di sviluppo di intelligenza artificiale.
Il Partito della Cultura, quindi, si presenta come degno erede del partito dell’Enciclopedie di Diderot e D’Alembert, e infatti verrà presentato nel giorno della rivoluzione illuminista, e cioè della rivoluzione francese, culminante con la presa della Bastiglia il 14 luglio 1789.
Ma il Partito della Cultura si pone anche come erede dei partiti socialisti di carattere operaio, conscio che la realizzazione di una società pienamente democratica si attua solo espugnando, da parte di vaste masse, il Palazzo del Sapere, proprio quel Palazzo del Sapere che le classi dominanti cercano di rendere impermeabile e inaccessibile.
Reddito universale di studio, diminuzione delle ore di lavoro, creazione di eserciti studenteschi, riforma della Rai in senso culturale, creazione di scuole, accademie, corsi di studio su tutto il territorio nazionale, lotta per la creazione di uffici capillari di orientamento allo studio e alla formazione professionale, politiche attive del lavoro e fine delle politiche passive, obbligo di convertire parte dei profitti delle aziende in borse di studio, investimento nella ricerca scientifica, raddoppio delle risorse nei potenziamento dello spettacolo dal vivo e nei musei, ma anche utilizzo delle più moderne tecnologie per il contrasto alla criminalità, rotazione dei dirigenti nella pubblica amministrazione e merito e terzietà nella selezione della burocrazia, contrattazione aziendale e nuovo patto del lavoro basato sull’art 46 della Costituzione (collaborazione nella gestione delle aziende).
Queste alcune delle battaglie che il Partito della Cultura svilupperà, presentandosi coerentemente con proprie liste già alle elezioni amministrative del 2021, per cominciare a ottobre le assise dei propri Stati Generali. Da Roma il 14 luglio comincerà la marcia per conquistare la Bastiglia italiana del Sapere. Liberare la cultura per liberare la nostra vita.
Non è dato sapere se il concerto romano del 14 luglio, con tanto di Marsigliese, si sia effettivamente tenuto. Di certo, è noto che Alberto Veronesi figurava tra i candidati al consiglio comunale di Milano, nella lista I riformisti - Lavoriamo per Milano con Sala. Alle elezioni amministrative del 3-4 ottobre ha ottenuto 401 preferenze, non risultando eletto; era andata decisamente meglio alle regionali dello scorso anno in Toscana, quando il direttore d'orchestra era stato inserito nella lista del Pd nel collegio di Lucca (lì è piuttosto noto: Veronesi è infatti direttore musicale del Festival Pucciniano) e, pur senza essere eletto, era riuscito comunque a raccogliere 3323 voti, un numero rilevante. 
Il maestro ha in animo anche di presentarsi alle primarie del centrosinistra per l'individuazione del candidato sindaco a Lucca, in vista delle elezioni del prossimo anno. Nei mesi scorsi è circolato anche un possibile simbolo, non tanto legato alle eventuali elezioni ma per distinguere la candidatura alle primarie o comunque la campagna di ascolto e l'eventuale campagna pre-elettorale. Ovviamente è presto per sapere se effettivamente Veronesi si presenterà e come andrà la consultazione; per allora, in ogni caso, il procedimento di registrazione come marchio del simbolo del Partito della cultura dovrebbe essersi completato e quell'emblema potrebbe tornare buono in futuro... 

giovedì 18 novembre 2021

Europeisti, Partito comunista e Alternativa: il gruppo misto in evoluzione

Nell'ultimo mese le dinamiche interne al gruppo misto di Camera e Senato hanno richiesto tutta l'attenzione possibile da parte delle persone aderenti alla categoria dei #drogatidipolitica. Ieri, per esempio, si è diffusa in fretta una notizia comunicata attraverso i suoi canali social da Emanuele Dessì, senatore eletto con il MoVimento 5 Stelle e uscito dal gruppo dopo il sostegno del M5S al governo Draghi: da una manciata di giorni, infatti, Dessì nel gruppo misto del Senato rappresenta con una propria componente il Partito comunista guidato da Marco Rizzo, facendo dunque approdare questa formazione politica per la prima volta nelle aule parlamentari. 
Già questa, ovviamente, è una notizia assolutamente rilevante; lo è ancora di più considerando che Emanuele Dessì - guardando alla sua biografia presente su Wikipedia - prima di aderire al MoVimento 5 Stelle nel 2009, negli anni '70 aveva militato nella sinistra extraparlamentare (Autonomia operaia), per poi approdare al Partito comunista italiano e (dopo l'ultimo congresso nel 1991) a Rifondazione comunista, rimanendovi fino al 1999. Si spiega anche così il commento dello stesso Dessì contenuto nel post: "Dopo un lungo peregrinare, spesso piacevole, a volte tormentato, si torna a casa..." (anche se ovviamente la "casa" di oggi, a dispetto del nome molto simile, non è quella di allora, essendo il Pc di Rizzo diverso dal Pci che ha finito la sua esperienza nel 1991 cambiando nome in Pds, come è diverso dal Pci che ha ripreso nome e gran parte del vecchio simbolo ed è guidato da Mauro Alboresi). 
Il post è apprezzabile anche perché alla notizia accompagna una lettera dell'ufficio politico del Partito comunista, firmata dal segretario Marco Rizzo e dal presidente (e legale rappresentante) Giuseppe Canzio Visentin, datata 10 novembre, con la quale si comunica alla Presidente del Senato che Dessì avrebbe rappresentato il Pc all'interno del Senato "ottenuta una vostra autorizzazione", precisando che il partito aveva concorso alle ultime elezioni politiche ed europee con il proprio simbolo. La lettera è utile perché ricorda in poche righe come possa nascere ora una componente del gruppo misto al Senato, anche se questa componente ha tutto sommato prerogative ed effetti limitati a Palazzo Madama (a differenza che alla Camera): benché il regolamento del Senato nulla dica in proposito, ora si ritiene che la Presidenza dell'assemblea debba autorizzare la formazione della componente (dunque di un'articolazione parlamentare diversa dal gruppo), autorizzazione arrivata l'11 novembre, giorno in cui in effetti la componente è stata annunciata in aula; in più, in armonia con quanto deliberato dalla Giunta per il regolamento a maggio (che di fatto ha integrato il regolamento, innovandolo su un punto rilevante, senza voti dell'aula con le maggioranze richieste dal regolamento stesso, come rilevato da Salvatore Curreri), perché una componente del gruppo misto possa sorgere si chiede che rappresenti un partito che ha partecipato alle ultime elezioni politiche con cui si è aperta la legislatura in corso. Dalla lettera dei vertici del Pc non si evince se ora Dessì sia iscritto al partito o se intenda farlo, in ogni caso quella missiva soddisfa la condizione richiesta (anche se è evidente che il partito in questione non ha avuto eletti).
L'ingresso del Pc non è stata l'unica novità rilevante dell'ultimo periodo all'interno del gruppo misto del Senato. Il 28 ottobre, infatti, la componente IDeA e Cambiamo è stata ribattezzata IDeA-Cambiamo-Europeisti. Ricompare dunque il nome del gruppo nato all'inizio dell'anno per sostenere l'eventuale governo Conte-ter e ricompare, guarda caso, nella stessa articolazione parlamentare di cui fanno parte da mesi sia Mariarosaria Rossi (tra le persone protagoniste della formazione di quel gruppo) e soprattutto Raffaele Fantetti, eletto all'estero nella lista comune, poi aderente al Maie, creatore con Ricardo Merlo di Italia23 e infine presidente del gruppo Europeisti-Maie-Centro democratico. Il simbolo presente sul sito degli Europeisti è sostanzialmente lo stesso precedente: semplicemente sono stati cancellati i riferimenti a Maie e Cd presenti sotto al nome, mentre è rimasto il "tricolore a pallini" dell'associazione Italia23 legata a Fantetti.
Sempre al Senato, poi, il 12 novembre ha leggermente modificato il suo nome la componente ItalExit per l'Italia - Partito valore umano (prima era solo ItalExit-Partito valore umano), nata per dare maggiore visibilità al progetto politico di Gianluigi Paragone ma sorta il 14 settembre solo grazie al sostegno necessario del Pvu, che aveva concorso alle ultime elezioni politiche. Il 9 novembre, in compenso, era cessata la componente L'Alternativa c'è, sorta grazie al sostegno tecnico (e dichiarato nel nome) della Lista del Popolo per la Costituzione. Questo fatto, tuttavia, va letto insieme alla scomparsa del nome "L'Alternativa c'è" alla Camera il 15 novembre; non è però venuta meno la componente, che ha semplicemente cambiato nome.
La componente, infatti, ora si chiama semplicemente Alternativa e dovrebbe essere questo il nome del futuro partito di coloro che hanno lasciato il MoVimento 5 Stelle soprattutto all'indomani della nascita del governo Draghi. Per capirne qualcosa di più occorre leggere quanto riportato da La Notizia giornale: si legge che si sta preparando un partito "per rilanciare le battaglie 'di opposizione contro il governo Draghi'. Aprendosi a tutto il mondo dell'associazionismo e delle forze civiche che vorranno farne parte. Per essere pronti già alle elezioni Amministrative del 2022, guardando alle Politiche del 2023" e che quel partito (in cui i riferimenti sarebbero al momento soprattutto i deputati Andrea Colletti e Pino Cabras e il senatore Mattia Crucioli) dovrebbe essere presentato domani in una conferenza stampa. "
Nei giorni scorsi - si legge sempre nell'articolo - è stato depositato lo statuto ed è stata effettuata la registrazione all’Agenzia delle Entrate". Per vedere il simbolo, o almeno una sua base, occorre andare nel sito in costruzione: si trova una A arancione stilizzata, dentro la quale sembra di poter vedere (in negativo) parte del segno che ora occupa il centro del simbolo di L'Alternativa c'è, cioè Alpha. Al momento l'articolazione parlamentare comprende 14 persone, quindi non bastano per formare un gruppo autonomo alla Camera, ma solo la componente attuale (che peraltro, superando i dieci membri, non ha bisogno del sostegno di un partito che ha concorso alle elezioni per esistere); non è nemmeno dato sapere se quello che ora si vede come emblema sarà mantenuto come simbolo (sicuramente dovrà essere preparata la forma rotonda, per poter concorrere alle elezioni). Domani, probabilmente, se ne saprà di più.

mercoledì 17 novembre 2021

Riforma e Progresso, una rosa dei venti per migliorare l'Italia

Se si spulciano gli ultimi depositi in tema di domande di marchio, si trova anche un emblema riferito esplicitamente a un partito: il suo nome è Riforma e Progresso. La domanda di marchio - presentata per le classi 41 (educazione; formazione; divertimento; attività sportive e culturali) e 45 (servizi giuridici; servizi di sicurezza per la protezione di beni e di individui; servizi personali e sociali resi da terzi destinati a soddisfare necessità individuali) - risale al 29 ottobre, ma la pagina Facebook del partito è stata creata un anno fa, il 28 novembre 2020. A chiedere la registrazione è Giacomo Scotton, residente a Valbrenta nel vicentino: è lui il fondatore di quello che, nel suo sito internet, si qualifica come "partito liberale progressista, trasversale, europeista, democratico e costituzionalista". 
Scotton, classe 1987 (nato a Bassano del Grappa), laureato in giurisprudenza, ha lavorato in varie imprese private (occupandosi di marketing, sviluppo progetti, supporto allo sviluppo prodotti o alle vendite), è impegnato in varie associazioni di volontariato ed è stato consigliere comunale di maggioranza per un mandato (2014-2019) a San Nazario (il cui territorio, dopo la fusione, è parte del comune di Valbrenta). Dichiara di parlare quattro lingue, di amare le letture su vari temi, il confronto e aggiunge: "Quando mi metto in testa di fare una cosa la porto a termine, costi quel che costi". Lo stesso atteggiamento si ritrova nell'idea alla base di Riforma e progresso: "Dopo tutte le fatiche che hanno fatto i nostri nonni e genitori per costruire un’Italia libera, forte e prospera - scrive nel sito - stiamo purtroppo vivendo una fase di declino. Serve ridare speranza all’Italia, serve ridare passione, ottimismo e speranza nel futuro a tutti gli italiani! Io ho un sogno, un progetto, quello di creare un nuovo partito, che sia vera guida delle ambizioni degli italiani, che risollevi le sorti di questo Paese, basandosi sul rispetto, l'educazione, l'istruzione, la conoscenza, il buon senso e la ragione. Un partito che guarda al futuro, che pensa in grande, che supera le barriere della tipica politica di parte, che sviluppa piani e progetti basati sullo studio, su strategie, su reali e fattibili proposte pratiche. Serve rimettere mano all’economia, al lavoro, all’intera struttura statale, culturale e sociale".
Il soggetto politico - di cui è già pronto lo statuto, anche se ufficialmente il soggetto giuridico, come associazione, non si è ancora costituito - si propone di essere "l'ala moderata, liberale e di centro destra dell'Italia", riconoscendosi le persone aderenti "negli ideali liberali progressisti e di libertà sociale, facendo valere i principi di meritocrazia, trasparenza, buon senso, libero pensiero, rispetto reciproco, responsabilità sociale, istruzione, innovazione, lavoro, ricerca del benessere sociale e fiducia nello Stato, crescita economica, tutela dell'ambiente, equo utilizzo delle risorse naturali, ricerca della felicità e del benessere di tutti gli individui, quali supremi regolatori ed ispiratori di ogni attività pubblica e privata", tutelando in ogni occasione libertà e pari opportunità per chiunque. 
"Il movimento - prosegue lo statuto - sostiene una società aperta, contro la schiavitù della povertà, ignoranza, e conformismo, in cui le autorità pubbliche si impegnano a garantire le libertà e i diritti dei cittadini nel rispetto delle leggi democratiche. Una società di cittadini liberi ed eguali che hanno strumenti sufficienti per sviluppare il loro potenziale e cercare la loro felicità". Cittadini che possono dare il loro contributo a qualunque livello e in qualunque maniera, purché si contribuisca "al buono sviluppo e mantenimento del movimento politico": la collaborazione è indicata come mezzo essenziale "per riformare, migliorare e far progredire ed implementare lo Stato e la comunità italiana". Il soggetto politico in via di costituzione ha già un programma articolato in molti punti, ciascuno sviluppato nel dettaglio; in più, in due pagine si indicano anche le fonti delle risorse necessarie a portare avanti il programma e le destinazioni per le stesse risorse (per questo nel sito si rivendica che il programma ha "completa copertura finanziaria").
Idee e programma sono legate a un simbolo, appunto quello di cui è stata chiesta la registrazione come marchio: è descritto come "un cerchio di colore arancione, dove alla base del cerchio, nel lato destro c'è un'area composta da una striscia a semicerchio di colore blu e subito sopra di essa, una linea spessa di colore bianco che ne segue la forma semicircolare. All'interno del cerchio, nella zona arancione, in posizione centrale, nella parte sinistra ci sono le parole 'Riforma e Progresso' scritte in bianco, minuscolo e grassetto, e nella parte destra alta, subito vicino alla parte finale destra delle parole 'Riforma e Progresso' c’è un’icona di una rosa dei venti ad 8 punte bifacciali, dove le 4 punte esterne sono più lunghe e di due colori, blu e grigio chiaro, mentre le 4 punte interne più corte sono anch'esse di due colori, grigio scuro e grigio chiaro". Si tratta di colori non frequenti in Italia per chi si colloca nell'area politica scelta (solo Cambiamo! di recente ha impiegato l'arancione); quanto alla rosa dei venti, sembra rimandare alle energie, all'orientarsi e alla navigazione verso gli obiettivi prefissati. Pare ancora presto per dire se e quando il cammino verso la nascita ufficiale di Riforma e Progresso si compirà: la bussola (grafica e programmatica), in ogni caso, è già pronta.

giovedì 4 novembre 2021

I democristiani dopo la Dc (con o senza scudo) narrati da Rotondi

Per chi frequenta poco, molto o troppo questo sito non è di certo un segreto: la Democrazia cristiana è tra gli argomenti più frequentati su queste pagine, specie quando emergono un nuovo tentativo di riportarla in vita, l'ennesima scaramuccia giuridico-politica tra gruppi di nostalgici che predicano vie diverse per tornare alla Dc o la penultima decisione di un giudice su una vicenda infinita. Si troverà allora del tutto normale dedicare notevole spazio a chi ha scelto di raccontare la storia della fine della Dc come la si era conosciuta, ma non delle sue idee e, ovviamente, non dei diccì che hanno continuato ad agire sulla scena o ai suoi margini, a volte con simboli simili, a volte no, ma sempre sentendosi intimamente democristiani, a dispetto di tutto. Ancor più naturale, volendo, è che questo spazio sia dedicato a un libro atteso, vista la storia dell'autore: Solferino libri, infatti, pochi giorni fa ha messo in vendita La variante Dc, volume - sfiora le 250 pagine e costa 17 euro nella versione cartacea - di Gianfranco Rotondi, forse il politico che più negli ultimi anni si è visto e sentito definire "democristiano mai pentito", ma lui preferirebbe essere chiamato semplicemente "democristiano", anche se è entrato per la prima volta in Parlamento nel 1994, quando il nome della Democrazia cristiana era appena scomparso dalla vita politica (fu eletto alla Camera nel collegio di Avellino, con le insegne del Patto per l'Italia - e fu uno dei pochissimi a farcela con quel simbolo - rappresentando il Partito popolare italiano). 
Negli anni, però, Rotondi non ha mai smesso - a modo suo, certo, questo lo concede anche lui - di incarnare il partito che ha governato più a lungo l'Italia, nelle sue dichiarazioni, nelle sue posizioni e anche nei suoi tentativi di riportare sulla scena politica il nome della Dc (o di evitarne usi da lui ritenuti indebiti) o, almeno, di far vivere soggetti politici che le somigliassero (quasi sempre gravitando molto vicino a - o poco lontano da - Silvio Berlusconi). Il libro onora un'antica promessa fatta a Paolo Genovese (già portavoce di Rocco Buttiglione, co-fondatore del Cdu con Rotondi, morto a 36 anni alla fine di novembre del 2001): nel raccontare la "storia di un partito che non c'è più e di uno che non c'è ancora", come recita il sottotitolo, il libro si pone come un viaggio - di parte, ma è dichiaratissimo - nel lunghissimo epilogo del maggior partito italiano, con gli occhi di un protagonista di quella fase non ancora chiusa, dipanatasi tra aule parlamentari, sedi di convegni, congressi e assemblee, toccando pure varie aule giudiziarie. Bastano questi elementi per dire che il libro va letto, anche solo per capire cosa si sa già e cosa non si sapeva, valutando probabili omissioni ed eventuali errori. 

lunedì 1 novembre 2021

Le norme su simboli, liste, firme e quorum all'esame del Parlamento

Passato circa un mese dal voto del 3-4 ottobre (e a due settimane dai ballottaggi), è tempo di parlare di nuovo di norme elettorali. Non si pensi, però, a discussioni sul sistema elettorale in senso stretto, che pure servirebbero (anche pensando alla prossima applicazione del taglio dei parlamentari). In questo periodo, infatti, le Camere sono chiamate innanzitutto a lavorare su norme relative alle elezioni che non riguardano la trasformazione dei voti in seggi, ma non sono meno importanti; anzi, per chi aderisce alla cerchia dei #drogatidielezioni - sottoinsieme dell'eletta schiera dei #drogatidipolitica - si tratta di regole fondamentali, anche solo per gli effetti che potrebbero avere sul funzionamento dei prossimi turni di voto.
Il Senato ora si occupa dell'iter preparatorio alle elezioni politiche, con la previsione di un procedimento ad hoc per impugnare davanti al giudice amministrativo le decisioni in materia di simboli e candidature (possibilità finora non regolata e di fatto sempre negata). Palazzo Madama ha invece già approvato un testo per abbassare stabilmente il quorum delle elezioni comunali con una sola lista e, soprattutto, per introdurre l'obbligo di presentare le liste raccogliendo le firme anche nei comuni "sotto i mille": ora toccherà alla Camera esprimersi su disposizioni solo in apparenza minori, ma molto rilevanti per chi vive o si candida in quei comuni, nonché per chi studia quelle elezioni. Questo sito si è già occupato più volte di entrambi i temi; ora è bene fare il punto, anche offrendo il punto di vista di alcuni parlamentari coinvolti nelle discussioni e interpellati proprio per questo scritto.

Perché cambiare l'iter preparatorio alle elezioni politiche  

Conviene partire dall'ultimo tema venuto all'attenzione del Parlamento e che, in fondo, lo riguarda direttamente, essendo legato al procedimento preparatorio alle elezioni politiche. La questione nasce dalla sentenza n. 48/2021 della Corte costituzionale, che rigettò varie questioni di legittimità costituzionale - sollevate dal tribunale di Roma in un processo avviato da un ricorso di Riccardo Magi e di +Europa - sulle disposizioni in materia di raccolta firme a sostegno delle liste da presentare alle elezioni politiche e di esenzione dalla stessa. 
Quando qui si è analizzata la sentenza, si è ritenuto importante che la Corte avesse creduto di potersi esprimere sulle questioni di legittimità, giudicandole rilevanti (anche se poi le ha respinte). Per Palazzo della Consulta il tribunale civile aveva giurisdizione sulla materia, soprattutto perché i comizi elettorali non erano stati convocati: in momenti lontani dalle elezioni c'erano le condizioni e il tempo per accertare se il diritto di elettorato passivo risultasse leso da alcune norme dettate per il procedimento elettorale (ciò, di fatto, ha aperto la via della sindacabilità davanti alla Corte di ogni norma elettorale politica, anche non relativa al diritto di voto com'era stato nelle sentenze nn. 1/2014 e 35/2017). La Corte costituzionale, però, aveva ammesso le questioni anche perché mancava - e ancora manca - un'effettiva tutela davanti a un giudice per chi si ritenesse leso da atti preparatori alle elezioni politiche relativi all'ammissione di simboli, liste e candidature. Per anni, in base al testo di alcune disposizioni costituzionali e di legge, si è assistito a un "conflitto negativo di giurisdizione" (in pratica: un gioco a scaricabarile) tra i giudici, da un lato, e le Giunte elettorali delle Camere, dall'altro: i giudici - quelli civili, ma anche buona parte di quelli amministrativi - ritenevano di non poter decidere i ricorsi contro le "bocciature" di contrassegni, liste e candidature, credendo che dovesse occuparsene il Parlamento (anche per salvaguardare la sua indipendenza); gli organi parlamentari, invece, negli ultimi trent'anni hanno escluso che toccasse a loro farlo, perché le lamentele arrivavano da soggetti che non avevano partecipato alle elezioni e non c'erano legami con la valutazione dei titoli dei membri del Parlamento.
In passato (l'ultima volta nel 2009) la Corte costituzionale aveva sostenuto che non ci fosse un vuoto di tutela, almeno "sulla carta" (la Cassazione aveva stabilito che quelle vicende non fossero materia dei giudici e il fatto che le Camere la pensassero diversamente era un problema da non risolvere dichiarando incostituzionali alcune norme), ma aveva ricordato che il Governo era stato delegato (dalla legge n. 69/2009) a introdurre la giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo nelle controversie sugli atti del procedimento preparatorio alle elezioni politiche, per uniformare quell'iter a quello delle altre elezioni (comunali, regionali e - dal 2012 - anche europee). Si è già ricordato però che la delega sul punto non è stata esercitata (sul tema si tornerà più in là) e nessun intervento normativo successivo si è occupato del tema: visto che questioni relative all'ammissione o alla bocciatura delle candidature (e, a monte, dei simboli con cui dovrebbero distinguersi) riguardano un diritto fondamentale e inviolabile, tutelato da norme costituzionali, per la Corte un giudice era ed è necessario. Ferma restando la giurisdizione "naturale" del giudice civile in materia di diritti, per la Corte era ed è assolutamente necessario prevedere "un rito ad hoc, che assicuri una giustizia pre-elettorale tempestiva", anche davanti al giudice amministrativo ove il legislatore - cioè il Parlamento - ritenga che questo sia opportuno.
Sulla base della sentenza della Corte costituzionale, il 19 aprile il senatore Dario Parrini (Pd), presidente della I Commissione (Affari costituzionali) di Palazzo Madama, ha chiesto alla presidente del Senato di assegnare alla sua commissione l'esame della decisione della Corte: il regolamento del Senato prevede l'assegnazione d'ufficio solo in caso di sentenza che ha dichiarato illegittime una o più norme), ma per Parrini la materia era comunque rilevante e la decisione conteneva un monito inequivocabile, quindi era bene discuterne. L'affare in effetti è stato assegnato: il 28 aprile Parrini ha proposto in commissione un ciclo di audizioni di persone esperte, svoltosi tra maggio e giugno, suggerendo dopo l'approfondimento di arrivare a passi concreti, "sul presupposto che un intervento del legislatore non sia rinviabile e che il vuoto di tutela rilevato dalla Corte costituzionale vada colmato prima delle prossime elezioni politiche" (così si legge nel resoconto della seduta dell'8 giugno).
"Sulla base della sentenza della Corte, che segnalava questo problema rimasto aperto, il presidente Parrini ha costituito un gruppo di lavoro ristretto in seno alla commissione, con un rappresentante per ciascun gruppo parlamentare rappresentato in commissione: lì si è scelto di predisporre un unico disegno di legge, sottoscritto appunto dai membri del gruppo di lavoro, anche perché se le forze politiche avessero presentato più testi, poi da congiungere e magari fondere, avrebbe fatto perdere tempo". A parlare qui è Luigi Augussori, senatore della Lega, componente della commissione e del gruppo di lavoro. Il frutto di quell'opera comune è stato appunto il disegno di legge n. 2390, presentato il 17 settembre e decisamente pluripartisan: se la prima firma è quella di Parrini, alla sua seguono quelle di Gianclaudio Bressa (Pd ma iscritto al gruppo Per le Autonomie), di Maria Laura Mantovani (M5S), del citato Augussori (Lega), Valeria Valente (Pd), Nazario Pagano (Forza Italia), Lucio Malan (all'inizio dei lavori del comitato aderiva a Forza Italia, a luglio è passato a Fratelli d'Italia), Loredana De Petris (Liberi e Uguali - Sinistra italiana) e Leonardo Grimani (Italia viva). 
Nel gruppo di lavoro c'erano idee diverse o gradi di consapevolezza diversi sul tema? "La necessità di dare una risposta legislativamente virtuosa al monito della Corte Costituzionale mi è parsa ben presente a tutti da subito, a dire il vero" spiega Parrini, che - come si è detto - ha spinto perché l'affare fosse assegnato alla commissione. "Evidentemente in questi casi è inevitabile che vi sia un ruolo trainante del presidente di commissione, ma in nessuno dei componenti ho percepito disattenzione alla questione o sottovalutazione di essa". Si tratta, in effetti, di una buona notizia, soprattutto per chi studia da anni queste questioni: ci si augura che questo sia il presupposto perché una lacuna normativa (e una carenza di tutela per chi intende candidarsi) sia finalmente colmata, peraltro in modo ragionevole.

Un discorso ripreso oltre dieci anni dopo

Esaurite le premesse, è venuto il momento di capire cosa propone quel disegno di legge, già esaminato dalla commissione Affari costituzionali e - dopo alcune modifiche - pronto per essere discusso dall'aula di Palazzo Madama. Il testo di fatto ha assunto come base gli articoli in tema di giudizio sugli "atti del procedimento elettorale preparatorio per le elezioni per il rinnovo della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica, concernenti i contrassegni, le liste, i candidati, i collegamenti" della bozza di codice del processo amministrativo licenziata l'11 febbraio 2010 da una commissione speciale del Consiglio di Stato (presieduta dall'allora presidente del Consiglio di Stato, Paolo Salvatore, e coordinata da Pasquale De Lise, all'epoca presidente aggiunto del Consiglio di Stato, in seguito presidente): il testo era stato predisposto su incarico del Governo, delegato dal Parlamento a emanare un decreto legislativo per il riassetto del processo amministrativo (e, in quella sede, si collocava la ricordata delega sul contenzioso pre-elettorale politico). Quelle disposizioni (artt. 143-146) prevedevano, in breve, la possibilità di ricorrere al Tar del Lazio contro l'esclusione di un contrassegno, di una lista o di una candidatura alle elezioni politiche entro 48 ore dalla pubblicazione degli atti impugnati; il ricorso sarebbe stato discusso molto in fretta - entro un giorno dal deposito per i contrassegni, entro due giorni per le candidature - e deciso con sentenza semplificata lo stesso giorno dell'udienza; si poteva poi ricorrere entro due giorni al Consiglio di Stato, con udienza da tenersi il giorno dopo il deposito e con sentenza semplificata da emettere nello stesso giorno.
A dispetto della previsione nella bozza originaria, quelle disposizioni non entrarono nel testo sottoposto dal Governo alle commissioni parlamentari competenti, né nel codice del processo amministrativo. L'esecutivo non volle inserire quegli articoli nel testo, non esercitando la delega sul contenzioso pre-elettorale politico: nella relazione si scrisse che "[i] tempi serrati di tale fase preparatoria - insuperabili per il vincolo posto dall’art. 61 della Costituzione, che impone di espletare le elezioni politiche nei 70 giorni dal decreto presidenziale di scioglimento delle Camere [...] - hanno sconsigliato il Governo dall’intraprendere la via della soppressione del procedimento amministrativo di competenza dell'Ufficio elettorale centrale nazionale presso la Corte di Cassazione ipotizzata dalla commissione redigente". La relazione al disegno di legge ora in esame cita quella spiegazione (e ammette che il mancato esercizio della delega "ha determinato il permanere di una situazione asimmetrica e del rilevato vuoto di tutela"), ma forse le ragioni non erano state solo tecniche. Nel Comitato per la legislazione (chiamato a dare un parere sul codice), Anna Maria Bernini (Pdl) disse che "ragioni di discrezionalità politica [avevano] indotto il Governo a non intervenire", dunque a non esercitare la delega sul contenzioso elettorale. Nel cercare di intuire queste ragioni di "discrezionalità politica", si nota che tra la fine dei lavori della "commissione De Lise" (8 febbraio 2010) e la deliberazione dello schema di decreto da parte del Governo (il 16 aprile 2010) si era consumata la vicenda della lista del Pdl esclusa dalle elezioni regionali in Lazio, perché presentata in ritardo. Il Tar Lazio e il Consiglio di Stato avevano confermato la bocciatura in quei giorni (il 16 e il 20 marzo): ciò contribuì a determinare la scelta di non affidare ai giudici amministrativi il contenzioso pre-elettorale politico? 
"Sicuramente all'epoca ci furono anche valutazioni politiche sull'opportunità di affidare al giudice amministrativo il potere di decidere su una materia così delicata come le elezioni di Camera e Senato - riflette ora il senatore Parrini -. Non si capisce però come mai, proprio per quelle competizioni elettorali che sono più diretta manifestazione della sovranità popolare, si sia preferito evitare di introdurre una tutela giurisdizionale di qualunque forma, in palese violazione dell’articolo 24 della Costituzione, che prevede il diritto di tutti di agire in giudizio. Tra l'altro, all'epoca, la Corte si era già espressa, con la sentenza n. 259 del 2009, attendendosi che il vuoto di tutela venisse colmato dall'esercizio della delega sul codice del processo amministrativo. Ciò che invece non fu fatto, nonostante, peraltro, non vi fossero elezioni politiche in vista. Di fronte al secondo e più pressante invito rivolto dalla Consulta al Parlamento pochi mesi fa, non non si poteva rimanere inerti. Peraltro, l'accentramento in capo al giudice amministrativo di questi ricorsi ha portato ormai a una giurisprudenza consolidata che sembra allontanare molti dei timori, compresi quelli sui tempi, visto che nella pratica sono rispettati. Infine una notazione: nella vicenda del 2010 che ha evocato, che cosa si sarebbe detto se non ci fosse stato alcun giudice cui rivolgersi [per le elezioni regionali, ndb]? Non sarebbe stato infinitamente più grave?"

Ricorsi ai giudici amministrativi, grazie a pochi giorni in più

Chiunque legga può rispondere come crede a questa domanda formulata da Parrini, come a quella prima offerta da chi scrive. Nel frattempo, si può notare che, rispetto al testo elaborato nel 2010, le modifiche non sono moltissime (anche se alcune si notano) e gli interventi riguardano soprattutto i tempi del procedimento elettorale preparatorio, leggermente allungati per consentire a chi si ritiene leso di rivolgersi ai giudici amministrativi senza ridurre ancora di più tempi già stringatissimi. "Rispetto al testo del 2010 - chiarisce il senatore - ci sono state innovazioni redazionali, prevedendo un unico articolo per i due gradi di giudizio invece che due, e sui tempi: in quella sede erano previsti termini più brevi per i ricorsi sui contrassegni, che invece abbiamo uniformato. È stato poi affrontato e risolto, tramite un serrato confronto con il ministero dell’interno, il problema della compatibilità dei nuovi ricorsi con i tempi serrati previsti per la circoscrizione Estero: ricordo che la legge prevede che il ministero dell’interno invii alle ambasciate e i consolati le liste e le schede, per la stampa, 26 giorni prima delle elezioni. È poi stata fatta un’opera di coordinamento, per uniformare i termini previsti dai vari ricorsi, e sono state apportate alcune innovazioni di ammodernamento, in particolare eliminando il riferimento allo strumento desueto del fax".
Per vedere le ricadute pratiche delle modifiche proposte, vanno ricordate le norme in vigore. Oggi i contrassegni per le elezioni politiche si presentano al Ministero dell'interno dalle ore 8 del 44° giorno alle ore 16 del 42° giorno che precede il voto; entro le ore 24 del 40° giorno il Viminale valuta se ammettere i simboli, invitare a sostituirli o ritenerli non in grado di consentire la presentazione di liste (per mancato deposito dei nomi dei delegati a presentare le liste, del programma, dello statuto o - al suo posto - della dichiarazione di trasparenza) o, ancora, se chiedere un'integrazione della dichiarazione di trasparenza; entro 48 ore dalla comunicazione della decisione del ministero è possibile presentare opposizione all'Ufficio elettorale centrale nazionale presso la Corte di Cassazione, che deciderà a sua volta entro 48 ore dalla ricezione (il che vuol dire, in base alla prassi corrente, che le decisioni arrivano entro il 36° giorno precedente l'apertura dei seggi). Le candidature, poi, devono essere depositate presso ogni Ufficio centrale circoscrizionale, tra le ore 8 del 35° giorno e le ore 20 del 34° giorno precedente il voto; entro il 33° giorno ogni ufficio elettorale decide se accettare, ricusare o correggere le candidature (ed entro il giorno dopo decide se ammettere eventuali integrazioni documentali), essendo prevista la possibilità di ricorrere contro gli atti di esclusione di liste o singole candidature entro 48 ore (dunque entro il 31-30° giorno prima delle elezioni) all'Ufficio elettorale centrale nazionale, che deve a sua volta decidere entro due giorni. Il quadro delle candidature, insomma, è definitivo allo scadere del 29°-28° giorno (a seconda che si voglia considerare o meno la mezza giornata in più concessa per valutare le eventuali integrazioni documentali in sede di candidature).
In base a quanto è previsto dal disegno di legge in discussione al Senato (guardando solo ai termini che interessano chi deve presentare candidature), il decreto di convocazione dei comizi elettorali dovrebbe essere pubblicato sulla Gazzetta ufficiale non oltre il 50° giorno antecedente quello della votazione (oggi non si deve superare il 45° giorno). I contrassegni elettorali dovrebbero essere depositati al Viminale tra le ore 8 del 49° giorno e le ore 16 del 47° giorno prima del voto (con un anticipo di cinque giorni rispetto a oggi); le candidature invece si presenterebbero tra il 40° e il 39° giorno prima del voto (conservando l'anticipo di cinque giorni; le nuove date valgono espressamente anche per il collegio della Valle d'Aosta), riducendo poi da 48 a 24 ore il tempo per presentare eventualmente ricorso all'Ufficio elettorale centrale nazionale. I nuovi termini consentirebbero - mantenendo ferma anche la possibilità di rivolgersi all'Ufficio centrale nazionale presso la Cassazione - di ricorrere al Tar del Lazio contro le decisioni in materia di contrassegni, liste, candidature e collegamenti, "inclusi gli atti di accertamento dell'incandidabilità", entro due giorni dalla pubblicazione o dalla comunicazione (se prevista) degli atti da impugnare (nello stesso termine il ricorso dovrebbe essere notificato, personalmente o via Pec, al Ministero dell'interno, all'eventuale altro ufficio che ha emanato l'atto e agli eventuali controinteressati); entro due giorni si dovrebbe tenere l'udienza di discussione e nella stessa giornata dovrebbe essere pubblicata la sentenza in forma semplificata (la cui motivazione "può consistere anche in un ero richiamo delle argomentazioni contenute negli scritti delle parti che il giudice ha inteso accogliere e far proprie"). Sarebbe ulteriormente prevista la possibilità di ricorrere entro due giorni dalla pubblicazione della sentenza del Tar Lazio al Consiglio di Stato, con una nuova udienza e relativa sentenza entro i due giorni successivi.
In concreto, posto che la decisione del Viminale sui simboli arriverebbero entro il 45° giorno prima del voto e le eventuali decisioni dei magistrati di Cassazione si avrebbero entro il 41° giorno, i ricorsi al Tar Lazio contro l'esclusione di un contrassegno dovrebbero essere presentati dalle persone interessate entro il 39° giorno e le decisioni arriverebbero entro il 37° giorno; si potrebbe eventualmente ricorrere al Consiglio di Stato entro il 35° giorno, avendo la sentenza entro il 33° giorno. Quanto alle candidature - posto che le decisioni degli uffici elettorali arriverebbero tra il 38° e il 37° giorno prima del voto e gli esiti degli eventuali ricorsi all'Ufficio elettorale centrale nazionale sarebbero noti tra il 35° e il 34° giorno antecedente le elezioni - i ricorsi al Tar Lazio su candidati e liste dovrebbero essere presentati al più tardi entro il 32° giorno, con emissione della sentenza entro il 30° giorno (mentre i ricorsi al Consiglio di Stato, presentati entro il 28° giorno, sarebbero comunque decisi entro il 26° giorno prima del voto). Rispetto al testo originario del disegno di legge pluripartisan, un procedimento speciale acceleratorio sarebbe previsto con riferimento al procedimento elettorale preparatorio riferito alla circoscrizione Estero: i tempi per impugnare gli atti davanti al Tar Lazio e al Consiglio di Stato (e per eseguire le notifiche) sarebbero dimezzati da 48 a 24 ore, stesso taglio applicato ai tempi per reagire, in precedenza, ai provvedimenti amministrativi in materia di contrassegni e candidature. In tutti questi passaggi, in ogni caso, sarebbe assicurata la pubblicità tanto dei ricorsi, quanto delle decisioni, come già si fa per i processi relativi agli atti preparatori delle elezioni comunali, regionali ed europee (anzi, il disegno di legge si propone di ridurre i tempi previsti per il processo amministrativo pre-elettorale relativo a queste consultazioni).     
Si tratta di soluzioni soddisfacenti o qualche problema rischia di rimanere aperto? "La soluzione è equilibrata - dichiara Dario Parrini - perché modella il nuovo ricorso su quelli già previsti per le altre elezioni e perciò in grado, di per sé, di colmare il vuoto di tutela senza creare ulteriori problemi. L'impostazione è stata quella di inserirsi nell'ordinamento riconoscendo il diritto a un giudice laddove non c'era, senza cedere alla tentazione di andare oltre quanto necessario o di introdurre asimmetrie. La stessa scelta della giurisdizione  amministrativa va letta in quest'ottica." "Credo che il testo licenziato dalla I Commissione risponda al compito che abbiamo scelto di autoassegnarci, proprio perché avevamo ben presente il problema - aggiunge Augussori -. Il testo elaborato da noi dà all'elettore più certezza di apprestarsi a votare su un quadro elettorale il più possibile corretto e completo; si tratta comunque di allungare il procedimento solo di cinque giorni, un tempo ridotto, a fronte dei vantaggi che porta. Il Parlamento ovviamente potrà intervenire sul testo, ma ci pare che il nostro sani il vulnus evidenziato, poi sarà l'applicazione pratica a dirci se i problemi in effetti si risolveranno oppure no." In effetti in passato il procedimento elettorale preparatorio durava ben di più: prima che, nel 1976, si arrivasse ai tempi oggi previsti, i contrassegni si depositavano presso il Viminale tra il 68° e il 62° giorno prima del voto, mentre le liste si presentavano tra il 55° e il 45° giorno prima del voto. 
Anche per questo, non sarebbe stato inutile prendersi almeno un paio di giorni in più, anticipando ulteriormente i soli tempi di deposito dei contrassegni. I motivi sono sostanzialmente due. Innanzitutto si avrebbe avuta la certezza di concludere il primo grado del processo amministrativo sui contrassegni entro il termine per depositare le candidature (e i relativi documenti necessari), mentre questo in base al testo in esame non accadrebbe (immaginando che gli opponenti/ricorrenti, l'Ufficio elettorale centrale nazionale e il Tar Lazio usassero tutto il tempo loro concesso rispettivamente per presentare le impugnazioni e per deciderle); la situazione sarebbe peggiore in caso di ricorso al Consiglio di Stato, che ove fosse accolto dovrebbe mettere chi avesse comunque raccolto le firme nei tempi stabiliti dalla legge nella condizione di veder accolte le proprie candidature con il contrassegno riammesso il 32° giorno, cioè una settimana dopo la scadenza dei termini per il deposito (se vigessero le norme previste dal disegno di legge in esame, gli interessati farebbero bene a presentare comunque, per precauzione, tutti i documenti richiesti per le candidature e a esperire tutti i ricorsi previsti contro i provvedimenti di ricusazione che si vedrebbero opporre, sperando di ottenere nel frattempo una sentenza favorevole del Tar Lazio o del Consiglio di Stato). Secondariamente, qualche giorno in più collocato tra la presentazione dei contrassegni e quella delle candidature potrebbe essere decisamente utile ai fini della raccolta delle firme: del resto, proprio la sentenza n. 48/2021 della Corte costituzionale aveva riconosciuto che i tempi per ottenere le sottoscrizioni erano molto stretti, dunque riconoscere qualche giorno in più per definire la prima fase sarebbe stato apprezzabile. Sarebbe utile che l'aula del Senato si confrontasse anche su questo, ovviamente quando la discussione del progetto di legge sarà calendarizzata. Ma il fatto stesso che finalmente si voglia attivare il canale di tutela giurisdizionale in materia di simboli e liste per le elezioni politiche - e i parlamentari abbiano scelto di fare seri sforzi per questo - rappresenta una novità da apprezzare in pieno.

Firme "sotto i mille" e quorum facilitato con una sola lista

Il 26 maggio scorso, invece, proprio l'assemblea di Palazzo Madama aveva già approvato un testo del disegno di legge in materia di elezioni comunali, relativo agli enti più piccoli. Questo disegno di legge - di cui ci si è già occupati - è intervenuto sul quorum di validità delle elezioni comunali ove sia stata presentata una sola lista (richiedendo che l'affluenza sia almeno pari al 40% degli elettori iscritti nelle liste elettorali del comune, non tenendo conto - solo ai fini di quel computo - "degli elettori iscritti all'Anagrafe degli italiani residenti all'estero che non hanno votato") e ha previsto la reintroduzione della raccolta di sottoscrizioni a sostegno delle liste anche nei comuni fino a mille abitanti (eliminata nel 1993): in particolare, se il disegno di legge completasse il suo percorso, servirebbero tra 15 e 30 firme nei comuni con popolazione "legale" tra 751 e 1000 abitanti, tra 10 e 20 firme nei comuni che hanno tra 501 e 750 abitanti, mentre ne basterebbero 5 (fino a un massimo di 10) nei comuni fino a 500 abitanti.
La prima innovazione era già stata introdotta una tantum per le elezioni amministrative del 2021 in sede di conversione del decreto di rinvio di quello stesso voto: ciò è stato possibile grazie a due diversi emendamenti, formulati in aula dalla Commissione Affari costituzionali, a partire da due proposte della Lega Nord a prima firma del senatore Luigi Augussori (firma seguita da quella di Roberto Calderoli e di altre tre persone elette). Proprio Augussori aveva presentato già nel 2019 un disegno di legge - alla base del testo approvato a maggio - che si era proposto di affrontare il problema, limitandosi in quella sede a non conteggiare ai fini del quorum i non votanti iscritti all'Aire.
"Mi sento di dire che abbassare e ricalcolare il quorum è stato utile - ci spiega Augussori - visto che al turno elettorale appena celebrato ho contato 62 comuni che, senza la norma che abbiamo introdotto nel convertire il decreto 'rinvia elezioni', sarebbero andati incontro al commissariamento, essendosi presentata una lista sola e essendosi registrata un'affluenza sotto il 50%. Naturalmente il dato va preso con cautela: senza il quorum ribassato probabilmente ci sarebbe stato un appello al voto più vigoroso, così come non escludo che in qualcuno di quei comuni ci si sarebbe organizzati diversamente, magari con la presentazione di una seconda lista; l'effetto, in ogni caso, mi pare positivo." 
Quella adottata era l'unica soluzione possibile, per evitare il commissariamento dei piccoli comuni? "Io in effetti nel mio disegno di legge avevo solo previsto, per calcolare l'affluenza ai fini della validità dell'elezione, di scomputare le persone iscritte all'Anagrafe degli italiani residenti all'estero e non votanti dal numero degli aventi diritto: occorre tenere presente che in alcuni comuni gli iscritti Aire sono talmente numerosi da rendere inutile qualunque abbassamento ragionevole del quorum, pensi che in alcune località gli iscritti Aire arrivano al 70% del corpo elettorale... In un secondo momento, in ogni caso, l'Associazione nazionale dei comuni italiani ha chiesto espressamente anche di abbassare il quorum: in effetti, con il trend delle affluenze sempre in calo, questo è parso come un intervento ragionevole. Questa prima applicazione è stata giustificata sulla base dell'emergenza Covid-19, immaginando che questa situazione avrebbe portato più persone a non votare: non so però dire se la pandemia abbia avuto davvero effetti tangibili sull'affluenza ai seggi, senza contare che quest'anno e nel 2020 nel turno ordinario si è votato anche il lunedì."
Dopo l'applicazione una tantum per quest'anno, la norma potrebbe stabilizzarsi se il disegno di legge approvato a fine maggio a Palazzo Madama completasse il suo percorso parlamentare. Quel testo, tuttavia, è molto importante anche perché reintroduce la necessità di raccogliere le firme nei comuni fino a mille abitanti: quell'onere è stato tolto nel 1993 e, se questo ha sicuramente semplificato il rito elettorale per le poche persone del luogo interessate a partecipare all'amministrazione del comune, senza alcun dubbio ha consentito di candidarsi con enorme facilità anche a persone prive di ogni legame con il territorio, a volte semplicemente per cercare di far radicare un progetto politico esterno, altre volte per fini assai meno lodevoli. Tutti fenomeni che in questo sito sono stati puntualmente raccontati da Massimo Bosso nei suoi articoli dedicati ogni anno ai comuni "sotto i mille" dell'intera Italia e che sempre Bosso, insieme a chi scrive, ha illustrato in un viaggio lungo un quarto di secolo nei microcomuni del Piemonte, nel libro M'imbuco a Sambuco!
 "Ora l'iter del progetto di legge che abbiamo approvato a maggio - continua Augussori - è nelle mani del presidente della commissione Affari costituzionali della Camera, Giuseppe Brescia. Il giorno in cui si deciderà di mettere all'ordine del giorno la discussione di quel testo, si potrà capire se il 2021 è stato l'ultimo anno in cui le firme non erano necessarie". In effetti i lavori al Senato erano stati piuttosto rapidi, dando l'impressione che si volesse arrivare all'entrata in vigore delle norme già prima del voto di quest'autunno, ma così non è stato: è segno di qualche difficoltà o di disinteresse? "Probabilmente alla Commissione Affari costituzionali della Camera erano intasati di lavoro e capirei una situazione simile - continua il senatore leghista - ma mi sembrerebbe inopportuno 'arrivare lunghi' con i lavori parlamentari anche la prossima volta e mancare la scadenza del turno ordinario delle elezioni amministrative del 2022, visto che anche quest'anno episodi anomali si sono registrati."
La questione dei comuni "sotto i mille" sembra stare molto a cuore ad Augussori, in virtù tanto dei suoi interessi per la materia elettorale (ha partecipato, tra l'altro, a varie missioni di osservazione elettorale Osce), quanto della sua esperienza passata di consigliere comunale: non a caso, la presentazione del disegno di legge che chiedeva la reintroduzione delle firme - sia pure in misura diversa rispetto all'accordo poi trovato a Palazzo Madama - ha preceduto i casi incredibili del 2020 che hanno attirato l'attenzione di Striscia la notizia e di molte testate. "Personalmente - precisa - non ho mai avvertito che, anche in realtà comunali piccole, firmare per una o per l'altra lista per alcune persone potesse rappresentare un problema, anche se non escludo che in certe realtà questo possa accadere. In ogni caso, le soglie che abbiamo proposto sono davvero ridotte e non si va certo a ledere la segretezza del voto. Di certo il clamore sollevato dalle inchieste di Striscia la notizia ha aiutato a far conoscere situazioni di questo tipo, anche se a colpire è stata soprattutto la candidatura di appartenenti alle forze di polizia, legata alle previsioni sull'aspettativa retribuita concessa loro; il fatto che, ad esempio, la presentazione di liste senza firme potesse agevolare tanto chi intendeva candidarsi anche senza avere legami con il paese, quanto chi voleva mettere in piedi una seconda lista per evitare l'ostacolo del quorum era una finezza che non molti avevano colto. Una volta spiegata l'importanza del problema, la questione è stata compresa e per questo l'iter ha avuto successo, almeno in questa prima parte del lavoro". 
Su ciò che accade nei comuni più piccoli anche il senatore Dario Parrini - anch'egli da sempre attento ai temi elettorali, dopo la laurea in Scienze politiche a Firenze, e a quelli amministrativi, per la sua lunga esperienza di consigliere, assessore e sindaco a Vinci - ha le idee molto chiare: "I diritti politici, quale è quello di elettorato passivo, non possono essere utilizzati per scopi impropri come quello di fruire di congedi retribuiti, e neppure per conquistare il diritto di rappresentare l’opposizione in un comune senza aver alcun legame con il territorio e voti reali. Ne va della dignità della rappresentanza politica in quanto tale, a partire dal livello più vicino ai cittadini: del resto è lo stesso principio che ispira le iniziative assunte dalla nostra commissione in materia di indennità e responsabilità dei sindaci. Erano state proposte altre soluzioni, quale quella di vincolare la candidatura alla residenza o di uniformare le disposizioni sul congedo elettorale di militari e poliziotti a quelle vigenti per gli altri dipendenti pubblici; in entrambi i casi però la soluzione di un problema specifico avrebbe portato alla modifica di norme che comunque hanno una loro ratio e aperto inevitabilmente altri problemi. L’anomalia è invece quella per cui nei piccolissimi comuni non sia richiesto un numero di firme, ancorché quasi simbolico, per presentarsi alle elezioni: un granello di sabbia nell'ingranaggio necessario e sufficiente a prevenire gli abusi. Sull'abbassamento del quorum e sullo scomputo dei residenti all'estero per i comuni con una sola lista siamo invece già intervenuti, per le elezioni amministrative appena celebrate,  con un emendamento al decreto-legge n. 25/2021, che ha consentito a numerosi comuni di non essere commissariati e avere un sindaco eletto. Purtroppo si trattava di una norma derogatoria solo per queste elezioni: poiché il disegno di legge S. 1196 di cui parla, oltre alla norma sulle firme, contiene proprio quest'altra disposizione mettendola a regime, anche solo per questo sarebbe necessario che la Camera lo approvasse definitivamente prima delle prossime elezioni amministrative".
Se il percorso del disegno di legge di cui si parla si completasse, dunque, per i piccoli comuni si compirebbe una svolta: molte amministrazioni locali vivrebbero con maggiore serenità il momento elettorale, non dovendosi più preoccupare di temere troppo la scarsa affluenza (o magari di preparare una seconda lista in fretta e furia) e assistendo a una riduzione significativa delle presenze nelle competizioni elettorali di soggetti del tutto esterni al paese. Probabilmente - bisogna ammetterlo - il mondo delle elezioni "sotto i mille", nel normalizzarsi, finirebbe per perdere un po' di fascino e di mistero, senza offrire più fasci di episodi improbabili, che ogni anno qui si sono raccontati con dovizia di dettagli (anche se probabilmente non sparirebbero simboli dalla grafica - diciamo - opinabile). Vale però quello che ha ricordato prima il senatore Parrini: la rappresentanza merita di essere rispettata nella sua dignità e, per quanto la democrazia sia un gioco, questo va preso dannatamente sul serio.

martedì 26 ottobre 2021

Nuova fase di Azione: Calenda dal blu al verde per la doppia transizione

Le modifiche grafiche non sono mai casuali: conta cosa si cambia, come lo si fa e anche quando. Vale anche per Azione, il progetto politico inaugurato da Carlo Calenda e da Matteo Richetti poco meno di due anni fa (è stato presentato il 21 novembre 2019) e che poche ore fa ha divulgato il suo simbolo rinnovato, all'interno di una conferenza stampa convocata nello stesso luogo del "varo" del 2019, la sede dell'Associazione stampa estera. 
La presentazione del nuovo corso grafico, ovviamente, era solo uno degli elementi di un evento che ha voluto marcare "l'inizio di una seconda fase per Azione", come lo ha chiamato Calenda. Una seconda fase che parte dal risultato elettorale di Roma, con la lista civica Calenda sindaco uscita dalle urne come la forza più votata, in grado di far convergere verso di sé elettorati compositi (tra centrosinistra, centrodestra e persone "non collocate"): "Per noi - ha precisato Calenda - è il primo segnale, da molto tempo a questa parte, della frattura di un bipolarismo che negli ultimi trent'anni ha portato a un declino del paese". Se però la seconda fase parte da Roma, "la grande sfida è andare oltre Roma, stando sempre molto sui fatti e molto poco sulle ideologie": l'ex candidato sindaco ha confermato che non resterà consigliere comunale a Roma (al suo posto entrerà nell'Assemblea capitolina Francesco Carpano), ma si impegnerà piuttosto, oltre che come parlamentare europeo, come segretario di Azione, girando per l'Italia partendo dal Veneto (lì nel 2019 ha raccolto quasi metà delle preferenze ricevute alle europee nella circoscrizione Nord-Est).
Il progetto politico di Calenda mira a "
costruire un'area, un fronte della serietà", che però non appare legata a una precisa area politica, magari con riferimenti al passato più o meno recente dell'Italia. "L'idea dell'Ulivo, di cui parla Enrico Letta, equivale a guardare la politica nello specchietto retrovisore, la politica ora si divide sui fatti e non sui campi", ha precisato il leader di Azione, che punta a una nuova stagione che "non può vedere ricatti populisti o sovranisti", ma dev'essere caratterizzata dal dire cosa si vuole fare, come farlo e quanto costa (lo suggerisce, tra l'altro, #IlFogliodelCome lanciato di recente). Sul piano delle formule elettorali, se l'ex ministro ed ex candidato sindaco di Roma si dice favorevole al sistema previsto per i comuni superiori, a doppio turno eventuale, "ma nessun altro lo vuole" (e, si aggiunge, la stessa Corte costituzionale ha manifestato le sue riserve nelle sue decisioni in materia), così l'opzione realisticamente percorribile per Calenda è un sistema proporzionale con sbarramento al 5%.
Così, se Azione continuerà a lavorare con attenzione su Roma (come ha sottolineato nella conferenza stampa la neoconsigliera comunale capitolina Flavia De Gregorio), proprio in considerazione del consenso ricevuto dalla lista civica Calenda sindaco, il partito si impegnerà a livello nazionale su più fronti, dalle battaglie in materia di giustizia (tra coerenza, garanzie e certezza della pena, come ricordato dal deputato Enrico Costa) a quelle in materia di ambiente, energia e sostenibilità.
Proprio a questo è dedicato un piano molto dettagliato presentato oggi da Silvia Vannutelli (a capo dell'ufficio studi di Azione) e proprio a ciò si collega il simbolo rinnovato di Azione, che per Calenda "recepisce l'idea della doppia transizione": sulla pagina Facebook del partito si legge che "al blu della transizione digitale si aggiunge il verde della transizione ambientale. Le due grandi sfide della nostra epoca, che richiedono serietà e pragmatismo". Lo stesso Calenda, al momento di svelare la nuova grafica, ha tenuto a precisare come entrambe le sfide siano da lui e dal suo partito già praticate, prima che rappresentate visivamente: "La parte digitale era già coperta dal lavoro che ho fatto al ministero con Impresa 4.0 e in Europa sulla strategia di politica industriale, quella ecologica si completa con il nostro piano sull'ambiente presentato oggi". 
"Nel nuovo simbolo - ha sottolineato Matteo Richetti - c'è l'Italia che cambia colore, ma anche l'Italia che prova a cambiare passo, che entra in Azione". Eppure non è solo il colore a cambiare, con quel passaggio sfumato diagonale tra blu e verde (che in rete non ha riscosso unanimi consensi, evocando secondo alcune persone le tavolozze usate per i medicinali, ma che nella sua morbidezza non risulta sgraziato). Cambia infatti anche la freccia, da orizzontale a leggermente ricurva, quasi l'idea di passare dal movimento tout court al governare un cambiamento, plasmandolo; in più, è tutto il lettering del nome a risultare più "morbido", con vari vertici espressamente arrotondati. 
Il passaggio cromatico e la nuova freccia si vedono nel nome intero, ma sono più evidenti nella versione del logo pensata per i social network, basata solo sulla "A" di Azione dentro una circonferenza. Anche questa versione del simbolo, peraltro, potrebbe andare già bene per le schede elettorali (la mancanza del nome non aiuta l'identificazione, ma il segno è comunque riconoscibile); si è comunque preparata un'ulteriore grafica tonda, già concepita come contrassegno elettorale. In questa domina tuttora il colore blu delle origini: il nome blu-verde è inserito nel semicerchio superiore bianco, mentre in quello inferiore blu spicca il nome di Carlo Calenda in bianco, a caratteri corsivi e black. Che il riferimento al leader - presente per intero, con nome e cognome, anche in diversi contrassegni locali nell'ultimo turno elettorale - sia stato previsto pensando anche (se non soprattutto) al risultato della lista Calenda sindaco a Roma è probabile; in ogni caso, dovrebbe essere possibile sostituire il nome del leader del partito con quello delle persone di volta in volta sostenute nelle varie elezioni.
Probabilmente si riferiva a quest'ultima grafica Matteo Richetti nel dichiarare, in conferenza stampa, che la nuova versione del simbolo "mette in forte evidenza la nostra leadership", salvo precisare che è altrettanto forte "la consapevolezza che non stiamo costruendo un movimento del leader: saremo un partito che fa congressi, che radica la sua presenza, che fa discutere fino a ogni terminale periferico del nostro territorio, che coinvolgerà tutti gli iscritti, militanti e gruppi territoriali e chiuderà il suo percorso congressuale entro metà gennaio", quando si dovrà discutere dell'elezione del nuovo Presidente della Repubblica. E a fine percorso congressuale, probabilmente, il simbolo cambierà anche nel registro dei partiti politici, per recepire in modo ufficiale il riferimento la doppia transizione (anche se nella stampa in bianco e nero non si vedrà più di tanto).