venerdì 30 settembre 2016

Di chi è il simbolo del M5S? Rispondendo a Capezzone

Non si può negare che, in questi giorni, il MoVimento 5 Stelle sia uno degli argomenti maggiormente discussi nella politica italiana, soprattutto per le vicende che interessano la giunta Raggi a Roma, ma anche per la consultazione degli iscritti sulle modifiche al "non statuto" e al regolamento. Non è nemmeno un mistero che le altre forze politiche non guardino alla forza guidata da Beppe Grillo con particolare favore e cerchino in vario modo di sostenere che il MoVimento non è migliore (o è addirittura peggiore) dei partiti di ieri e di oggi che denigra.  
Tra le ultime dichiarazioni rilevanti, è utile focalizzarsi su quella di Daniele Capezzone, deputato di Conservatori e riformisti. In un intervento pubblicato lunedì su Affari italiani, Capezzone pone una serie di domande agli aderenti e soprattutto agli eletti del M5S, che riporto di seguito: 
1. Chi è il proprietario di nome e simbolo del Movimento? 
2. Chi è il proprietario del blog, e quindi – presumo – il beneficiario delle relative entrate? 
3. Chi è il proprietario dei preziosissimi database e indirizzari con i dati e la “profilazione” di milioni di cittadini italiani? 
4. Chi detiene il potere di firma sulle liste, e quindi, in ultima analisi, il potere di vita e di morte sulle prossime candidature elettorali? 
5. Che garanzia ha un “dissidente” (a parte la personale buona fede e lo spirito “liberale” del detentore del potere di cui al punto 4) di non essere cancellato dalle liste?
Il sospetto che si tratti di domande "retoriche", che contengano già in sé una risposta (Grillo alla prima e alla quarta, Grillo o la Casaleggio Associati alla seconda e alla terza, "nessuna" all'ultima) è legittimo, tanto più che lo stesso Capezzone chiude domandandosi "Se le risposte fossero quelle che ciascun lettore può immaginare, potrebbe aggiungersi una sesta domanda: posto che i vecchi partiti facevano/fanno/faranno schifo, come si spiega il fatto che le 'garanzie democratiche' offerte da un movimento 'onesto, nuovo e trasparente' siano di gran lunga inferiori?" Almeno alla prima domanda, però, è il caso di provare a rispondere a fondo, senza fermarsi a quello che verrebbe da dire in automatico.
Di chi sono, dunque, nome e simbolo? Il nome, evidentemente, era ed è del soggetto giuridico MoVimento 5 Stelle, associazione che - va detto subito - non coincide esattamente con la "non associazione" M5S, anche se è strettamente imparentata: sul punto si tornerà più tardi. Quanto al simbolo, interrogarsi sulla sua titolarità produce risposte diverse a seconda del tempo cui si riferisce la domanda. 
Il simbolo storico del M5S, quello con l'indicazione del sito Beppegrillo.it nella parte inferiore, era stato registrato come marchio - nel 2012 in Italia, tra il 2009 e il 2010 in Europa - direttamente a nome di Beppe (anzi, Giuseppe) Grillo. La stessa titolarità, del resto, era stata precisata già nel 2009 all'interno del "non statuto", in cui si diceva che il nome del M5S veniva "abbinato a un contrassegno registrato a nome di Beppe Grillo, unico titolare dei diritti d'uso dello stesso" (il riferimento, evidentemente, era alla domanda di marchio europeo, già depositata ma non ancora accolta). Lo stesso si può leggere nell'atto costitutivo e nello statuto - redatti da notaio nella forma dell'atto pubblico - del 14 dicembre 2012: lì è scritto che "Giuseppe Grillo - in qualità [...] di titolare esclusivo del contrassegno [...] mette a disposizione della costituita Associazione, esclusivamente per il perseguimento delle finalità dell'associazione medesima, [...] il contrassegno". Spettano quindi al Signor Giuseppe Grillo titolarità, gestione e tutela del contrassegno".
Cosa è accaduto nel frattempo? Diverse cose naturalmente: il 17 novembre 2015 una votazione online ha decretato che nel simbolo del M5S il sito di Grillo sarebbe stato sostituito dalla dicitura maiuscola "Movimento5Stelle.it"; il giorno dopo il nuovo emblema è stato depositato (a colori e in bianco e nero) come marchio europeo - richiesta andata a buon fine tra il 21 e il 22 luglio scorsi - ma stavolta a depositare l'istanza è stata l'associazione MoVimento 5 Stelle, quella costituita nel 2012. Il 12 dicembre 2015, poi, un'assemblea della stessa associazione M5S ha modificato il proprio statuto, inserendo la descrizione del nuovo emblema e precisando che la medesima associazione ne è "unica titolare". Infine, il 15 febbraio, anche il "non statuto" è stato aggiornato con le modifiche al contrassegno e la precisazione che "unica titolare dei diritti d'uso dello stesso" è "l'omonima associazione", che evidentemente è quella fondata nel 2012: se di associazione si parla, del resto, non si potrebbe certo fare riferimento al M5S "non associazione".
Il simbolo, dunque, appartiene all'associazione M5S, avente sede a Genova in via Roccatagliata Ceccardi n. 1/14, i cui soci (fondatori) sono Beppe Grillo, il nipote Enrico Grillo e il commercialista Enrico Maria Nadasi; lo statuto prevede poi soci ordinari (ma non risulta che ne esistano al momento, dopo la morte di Gianroberto Casaleggio) e i soci sostenitori, vale a dire gli iscritti al M5S e come tali abilitati a votare online. Questi ultimi, tuttavia, non hanno diritto di voto in assemblea: questa disposizione, peraltro, è stata inserita proprio nelle ultime modifiche fatte a dicembre dello scorso anno, in un'assemblea in cui verosimilmente costoro non hanno partecipato. Di fatto, dunque, le decisioni sull'uso del simbolo sono nelle mani dell'assemblea del M5S, ossia dei tre membri che la compongono; di più, in base allo statuto, spetta al presidente - cioè di nuovo Grillo - adottare "iniziative a tutela dell'Associazione e del simbolo e del sito".
Per rispondere dunque all'interrogativo di Daniele Capezzone, Grillo non è (più) proprietario del simbolo del M5S, di fatto però partecipa in pieno alla gestione del suo uso e - questo sì - ne è (in quanto presidente dell'associazione M5S) l'unico garante. Sul seguito delle domande di Capezzone, non è il caso di fare riflessioni qui; è sufficiente che queste righe possano aiutare qualcuno a capirci qualcosa di più.    

giovedì 29 settembre 2016

La Marianna (laica e radicale) di Negri, un simbolo che parla

Nel dibattito relativo al destino dell'area radicale in Italia dopo la scomparsa di Marco Pannella (legato anche a un articolo di Adriano Sofri pubblicato sul Foglio il 12 giugno) si sta facendo sempre più strada un nuovo progetto politico, il cui nome di maggior spicco è Giovanni Negri. Lui, che è stato segretario del Partito radicale dal 1984 al 1988 - anche se da svariati anni è, come lui ha detto a Radio Radicale, "fortunatamente e felicemente restituito all'agricoltura in quell'angolo di Francia al confine con l'Italia che è il Piemonte" - è da poco ritornato in pista: oltre a guidare il comitato Radicali per il sì, da alcuni mesi è presidente di La Marianna, un'associazione dal nome assolutamente radicale (la denominazione esatta è "La Marianna - I Laici") e che si propone, come Negri ha dichiarato a Goffredo Pistelli di Italia Oggi, "l'ambizione di ricostruire un Paese, di dare casa a quella grande masse di homeless della politica, che non sono solo la diaspora radicale" e, soprattutto "a chi domanda un luogo della politica pulita, utile e necessaria".
Il progetto si muove da alcuni mesi: a Parma, il 18 giugno, si è svolta la prima riunione del movimento tra coloro che lo hanno promosso. L'idea è di arrivare a una Convenzione nazionale - altra parola dall'aroma rivoluzionario - fissata per il 14 e 15 gennaio a Bologna. "Sarà - ha spiegato meno di un mese fa, intervistato dall'Indro - il primo atto di fondazione di quello che sarà, non so se un partito o non un partito, e come si chiamerà, perché Marianna è il nome di una convenzione. E’ un simbolo, non è ancora il nome di una forza politica, né è detto che lo sia …"
Già, perché la cosa importante qui, prima del nome, è il simbolo. Un simbolo "molto bello, che ricorda storia radicale e secolo dei lumi", come ha detto ancora Negri a Radio Radicale: non a caso, la "testa di donna con berretto frigio" nota anche come "dea della Libertà", disegnata forse da Mario Pannunzio (così scriveva Fabio Morabito nel 1977), fu emblema del primo partito radicale - già dal 1956 - e nel 1967, in occasione del 3° congresso straordinario che trasformò il Pd in un soggetto politico completamente diverso, fu addirittura inserita all'interno dello statuto. Quella figura femminile, ben presto accostata a quella di Marianne, simbolo della repubblica francese e dei suoi valori, fu accantonata solo nel 1976, dopo l'adozione di un altro segno importato dalla Francia, la rose au poing mutuata dai socialisti di Mitterand. Da lì in poi, la si vide soltanto come marchio della casa editrice Kaos di Milano, che ancora conserva quel segno: nessuno ha chiesto permessi o autorizzazioni ai radicali (del resto il segno della Marianna era in qualche modo tradizionale e ben difficilmente il partito se ne sarebbe lamentato) e, in ogni caso, per il tipo di libri pubblicati e di temi trattati la scelta era venuta quasi naturale.
Se si scorre il sito dell'associazione nata da pochi mesi, tuttavia, la cosa più interessante che emerge è che i promotori della Marianna fanno parlare direttamente la ragazza del loro simbolo, più curata e delicatamente femminile nel suo profilo, provvista di coccarda tricolore oltre che di berretto frigio. Che le idee verso la Convenzione siano espresse per bocca di questa figura emblematica, lo dimostra l'articolo di presentazione, intitolato Chi sono? Io sono ciò che faccio
Io sono la sinistra riformista, o forse sono la destra storica, o forse sono semplicemente voce, essenza, pensiero del popolo che lavora e che soffre. Io, così presuntuosa da illudermi di sapere da dove vengo, chi sono e dove vado, ho in testa la Convenzione: io sono La Marianna,  la ragazza che è il simbolo dei Lumi, di una luce necessaria a un Paese malinconico, in penombra.Certo, io sono  anche il tentativo di riunire i radicali. Coloro che hanno scritto le pagine più belle della politica italiana – dal divorzio all'assoluzione di Enzo Tortora, dal no al finanziamento pubblico dei partiti a Leonardo Sciascia parlamentare della Repubblica – e che hanno rappresentato un cambiamento, un’Italia bella, sorridente, europea, diversa da quella di oggi. Una storia che deve continuare e che per poterlo fare ha necessità di ben altri e tanti altri, senza i quali io Marianna non sarò. Altri chi? Tanti laici, tanti homeless della politica che non trovano casa ma sentono dentro di sé una grande voglia di impegno civile, tanti liberali, tanti socialisti. Donne e uomini che hanno fame di politica, che non accettano più una realtà italiana dove la politica è stata ridotta a roba da tribunale o a corrida da talk show.Per fare cosa, insieme? Non per rifare una tribù, un partitino, una sigla. L’ambizione può apparire smisurata, ma è così. Più guardo questo Paese, più assisto al suo declino e più cresce la consapevolezza che adesso o mai più. Io voglio ricostruire questo Paese, voglio aiutarlo a rialzarsi. Oltre a queste storie politiche che si rincontrano, oltre a un’identità civile che appartiene alla storia italiana, io voglio  soprattutto essere ciò che faccio. Ciò che occorre esigere, qui e subito. Quindi poche, ben definite proposte politiche. In particolare: cinque provvedimenti semplici e forti, che vogliono essere altrettante mani tese al Paese, agli italiani, e che vogliono indicare una strada.
Non era mai accaduto prima di imbattersi in un "simbolo parlante", al più ci si limitava al sole che ride. Negri ne è ben consapevole: "Direi che è un simbolo antico e nuovo - mi spiega - è la grafica che è originale, ed è originale che Marianna si sia messa a parlare in prima persona sui social". Non solo parla, enunciando "cinque frecce" per lo sviluppo di un programma (No al Declino, uno Shock fiscale, un Esercito del Lavoro; Giustizia, Potere Politico e Ordine Giudiziario; Un’ altra Europa, No Taxation without Representation e Stati Uniti d’Europa; Immigrazione, Nuovi Piani Marshall e imprese per lo sviluppo; Repubblica Presidenziale, completare il cambiamento), ma si spinge persino a fare una proposta per dare il nome al nuovo soggetto politico che dovesse nascere dopo l'inizio ufficiale di Bologna.
Oh, fate gli schifiltosi? Ah, non vi piaccio? E certo, ridicolo che un partito si chiami così. La Marianna la va in campagna e tutte le altre cosine che fanno sorridere. Cuccioli loro. Hanno bisogno di un partito dal bel nome forte, mica possono vivere senza il biberon. Un nome macho, fallico, un bel nomone obelisco. E io naa, sono solo una girl. Età ? Ben più di 200 ma ben portati. Sono la più bella di tutte. Le vedi le altre? Osserva le rughe della sfiorita bellezza fascista un tempo smagliante del suo futurismo, scruta le occhiaie della comunista intristita, l’amara piega di una bocca ormai muta.Ecco: io sono viva. Viva. Il sangue della vita corre dentro di me come un fiume. Limpido e forte, pulito. Rinasco ogni giorno perché non sono mai morta. Fui bambina all’Agorà, scorrazzavo fra le macerie della biblioteca di Alessandria in fiamme, inseguivo la libertà fuggendo dalle inquisizioni di finti Dei e veri Sacerdoti, fui strega fra le streghe che erano le donne buone, eretica fra le colpevoli di credere davvero, libera fra tutte le schiave che sapevano obbedire e mai amare, lottare. Ero a Londra fra le prime a protestare, e protestante con Lutero a Worms, poi di nuovo sul Tamigi con zio Bentham e fra i Riformatori di Rotterdam, gli ugonotti straziati e i catari crocefissi, gli ebrei di Barcellona, i mercanti lombardi, i finanzieri fiorentini e i banchieri ginevrini. Ero lì: accanto a Danton, quando avvenne la meraviglia e nemmeno i francesi lo avevano capito che la loro rivoluzione, la mia, sarebbe stata la rivoluzione del mondo.Sì, sono modesta: sono il Lume, sono il Mondo Nuovo. Solo questo? No, lo ammetto. Anche cortigiana, libera cortigiana nella libera Serenissima. Amante di cento corti. Felicità di mille letti. Madre, compagna e sorella di mille pianti, risate, scherzi, dolori, fughe, ritorni. E allora? No, non mi prenderete. Io scappo. Se vi avvicinate vi graffio. Non mi avrete, sappiatelo, voi non mi avrete mai. [...]Lo so: forse non basta. Per fare un partito ci vuole di più. Però magari provateci. Provateci un attimo. Scrivete la parola Partito, sotto di me. Così come altri scrissero Blocco, Fascio, Lega. Partito. Il Partito di questa ragazza. E niente di più. Non una parola di più. Per dire agli altri, a chi non è noi, che forse c’è bisogno di nuovi partiti, veri partiti, parti vere di società libere e intere.Ecco, la storia potrebbe essere persino questa. Se voi non saprete fare di me una parte e un partito, il sonno dei tanti partiti di plastica continuerà a cullare l’oblio di una democrazia che invece noi risveglieremo.
Sarebbe anche qui la prima volta che un soggetto politico sceglie di avere nel proprio emblema "Partito" come unica parola. Potrebbe accadere senza opposizioni da parte del Viminale (a impedire confusioni, del resto, penserebbe la grafica, anche se è proprio il termine "partito" ad essere lontano da gran parte dei contrassegni politici di oggi). Certo, La Marianna - o comunque dovesse chiamarsi - non potrebbe impedire a nessuno di utilizzare quel vocabolo nella propria denominazione, non potendo rivendicare su di esso alcuna esclusiva. La strada per la Marianna, in ogni caso, è ancora lunga: c'è tempo per vedere quanti, tra coloro che si sentono intimamente radicali ma hanno voglia di impegnarsi direttamente in politica e alle elezioni (cosa che, per statuto, non potrebbero fare con gli emblemi del Partito radicale transnazionale e di Radicali italiani), aderiranno al progetto.

mercoledì 28 settembre 2016

M5S: si cambiano le regole (forse), ma basterà?

E' iniziata ieri, dopo molte settimane di attesa, la votazione tra gli iscritti al MoVimento 5 Stelle sulle proposte di modifica dei documenti fondativi della forza politica, cioè il "non statuto" e il regolamento. Il voto si chiuderà il 26 ottobre: gli aderenti potranno scegliere se accettare quelle modifiche e - nel caso del regolamento - se accogliere le modifiche che prevedono il mantenimento dell'espulsione come sanzione più grave oppure quelle che cancellano quella sanzione dal regolamento stesso.
Preciso fin dall'inizio che nessuna delle modifiche proposte tocca alcuna delle disposizioni non-statutarie o regolamentari legate all'uso del simbolo del M5S (che dal 2016 come marchio è nella titolarità esclusiva non più di Beppe Grillo, ma dell'associazione): gli iscritti continuano a non poterlo usare "per iniziative e manifestazioni non espressamente autorizzate dal capo politico del MoVimento 5 Stelle o, se nominati, da delegati territoriali"; la scelta dei programmi e dei candidati da associare al simbolo spetta sempre all'assemblea degli iscritti che vota in Rete. Il tema, tuttavia, merita di essere ugualmente trattato qui: da una parte, si tratta di una questione di "diritto dei partiti" da trattare con la massima attenzione; dall'altra, l'uso del simbolo da parte degli eletti dipenderà pur sempre (anche) dal loro rispetto delle nuove regole interne che il MoVimento vorrà eventualmente darsi.

Le modifiche di minor rilievo, in un certo senso, riguardano il "non statuto", poiché si limitano a mettere in chiaro come le disposizioni in esso contenute siano da integrare con quelle del regolamento (art. 8, aggiunto appositamente), cosa che vale soprattutto per le cause di cancellazione dal M5S (art. 5, ultimo periodo aggiunto).
Vale dunque la pena porre maggiore attenzione all'altro documento di cui si propone la modifica, cioè il regolamento. Un documento - va detto - che all'esterno del MoVimento è assai meno noto, essendosene parlato molto meno rispetto al "non statuto" (forse perché il titolo non è formulato in forma negativa: si fosse chiamato "non regolamento" avrebbe destato maggiore attenzione, ma forse per qualcuno era più importante far passare il messaggio che le regole da rispettare c'erano, eccome). Non è sbagliato, dunque, cercare di metterne a fuoco il contenuto, oltre che le modifiche proposte.
Il punto 1 riguarda l'iscrizione al MoVimento 5 Stelle, nonché i diritti e doveri degli iscritti.La prima modifica, soprattutto formale, si inserisce nel solco di quanto iniziato pochi mesi fa col cambio del simbolo: nella parte in cui si parla della procedura di identificazione ed accettazione degli aspiranti iscritti sparisce il riferimento al blog www.beppegrillo.it, mentre si parla genericamente di "sito", con riferimento al dominio www.movimento5stelle.it (mentre prima le pagine erano comunque interne al sito di Grillo), la cui gestione continua a spettare a un soggetto "incaricato dal capo politico del MoVimento 5 Stelle" (la Casaleggio associati?). 
Se nulla cambia sul piano dei diritti, si aggrava leggermente il capitolo dei doveri o, per aderenza allo scritto, degli "oneri". Da una parte, il rispetto delle decisioni assunte "con le votazioni in rete" viene meglio precisato riferendolo alle decisioni "dall’assemblea degli iscritti con le votazioni in rete, nonché le decisioni assunte dagli altri organi del MoVimento 5 Stelle" (ossia il capo politico e i nuovi organi di "garanzia" interni). Dall'altra, si chiede espressamente agli iscritti tanto "di astenersi da comportamenti suscettibili di pregiudicare l’immagine o l’azione politica del MoVimento 5 Stelle o di avvantaggiare altri partiti" (come a dire che condotta e dichiarazioni devono essere tenuti sotto controllo), quanto "di attenersi a lealtà e correttezza nei confronti degli altri iscritti e portavoce": il riferimento, non certo nuovo all'interno degli statuti dei partiti, può essere letto (ad esempio) tanto in riferimento alla creazione di gruppi segreti di dissenso, quando a dichiarazioni pubbliche "negative" circa l'attività del M5S e dei suoi eletti.  
Si aggiunge poi un punto 1-bis, che aggiunge agli organi esistenti - l'assemblea degli iscritti e il capo politico - due ulteriori organi collegiali, "senza alcuna funzione direttiva o rappresentativa": si tratta del collegio dei probiviri e del comitato di appello. Si tratta, all'evidenza, di organi di "garanzia", chiamati a intervenire in sede di applicazione delle sanzioni agli iscritti: fino ad ora non erano chiaramente identificati come organi (il collegio dei probiviri non esisteva) ed è probabile che l'introduzione serva a regolarizzare una situazione fino a questo momento problematica (si vedrà poi perché).
Altre modifiche riguardano il punto 2, relativo agli argomenti su cui delibera l'assemblea degli iscritti. Si precisa che spetta all'organo assembleare pronunciarsi, oltre che sulle modifiche al regolamento, anche a quelle sul "non statuto", precisando che le proposte possono arrivare dal capo politico o da almeno un quinto degli iscritti (il rinvio contenuto nel testo, che indica la procedura da seguire, sembra peraltro mettere una scadenza al 30 novembre 2016, per cui non è chiaro se sia possibile proporre modifiche fino ad allora oppure se fino ad allora valga il quorum di 3mila iscritti espressamente richiesto nella nota). Si precisa poi che spetta all'assemblea nominare i probiviri e decidere sulle sanzioni disciplinari, mentre prima si parlava soltanto di espulsioni (sul punto si tornerà dopo).
Nello stesso punto si precisa che "Le regole relative al procedimento di candidatura e designazione a consultazioni elettorali nazionali o locali potranno essere meglio determinate dal capo politico del MoVimento 5 Stelle, d’intesa con il comitato d’appello, in funzione della tipologia di consultazione ed in ragione dell’esperienza che verrà maturata nel tempo. Laddove il comitato d’appello non abbia espresso parere favorevole, le regole dovranno essere approvate dall'assemblea degli iscritti con votazione in rete": si evidenzia dunque una posizione rafforzata del capo politico, quanto alle procedure di scelta delle candidature e alla valorizzazione dell'esperienza che gli eletti M5S avranno maturato (rientrerebbe qui, tra l'altro, il nodo relativo al limite dei due mandati, che nei prossimi anni diventerà attuale in alcune realtà locali).
Ancora nel punto 2, si precisa la deroga al principio in base al quale le votazioni sono valide a prescindere dal numero dei votanti: la possibilità per il capo politico e per almeno un quinto degli iscritti di chiedere di ripetere il voto qualora non si sia raggiunto il quorum di almeno un terzo degli iscritti vale per le votazioni su modifiche al "non statuto" od al testo del regolamento, mentre prima valeva per il regolamento e per il programma (che sparisce dal testo).
Ulteriori modifiche si hanno al punto 3, dedicato all'indizione dell'assemblea con votazione in rete (sempre di competenza del capo politico del M5S). Tra i motivi di convocazione si aggiunge la nomina del collegio probivirale e non si parla più di espulsioni, bensì di sanzioni disciplinari, "ove il capo politico del MoVimento 5 Stelle intenda discostarsi da una decisione del collegio dei probiviri o del comitato d’appello" (mentre prima occorreva un parere contrario del solo comitato d'appello: la formulazione sembra più garantista). Nella procedura si "legittima" poi uno spazio di discussione sul tema del voto: gli iscritti potranno utilizzare allo scopo lo spazio dei commenti nel post che avvisa dell'indizione della votazione.

Il punto 4, il più corposo, finora dedicato alle espulsioni, ora parla più genericamente di sanzioni disciplinari (il testo, però, continua a dire che gli iscritti al M5S "sono passabili" di sanzioni, invece che "passibili": non era bene correggere l'errore?). Qui il regime viene aggravato (verosimilmente per l'introduzione di sanzioni più lievi, che si possono irrogare anche in caso di condotte meno gravi, prima non punite): tra gli eletti, oltre che le violazioni degli obblighi assunti all'accettazione della candidatura, sono sanzionabili pure la mancata cooperazione e coordinamento con gli altri iscritti, esponenti e portavoce, anche in diverse assemblee elettive, per la realizzazione delle iniziative, dei programmi e il perseguimento dell'azione del M5S (i "cani sciolti" o dediti a iniziative personali sono avvertiti); si introducono poi fattispecie relative ai candidati, sanzionabili anche in caso di violazione delle regole e procedure per la presentazione e selezione delle candidature, promozione, organizzazione o partecipazione a cordate o gruppi riservati di iscritti (chiaro riferimento a "fronde", cordate interne o gruppi segreti di attiVisti, anche su Facebook, com'era accaduto a Napoli al gruppo di iscritti la cui espulsione è stata sospesa dal tribunale), nonché per compimento di atti diretti ad alterare il regolare svolgimento delle procedure per la selezione dei candidati.
Il nuovo testo prevede l'introduzione di sanzioni più lievi, cioè il richiamo (che in caso di circostanze attenuanti può sostituire sanzioni più gravi) e la sospensione, irrogata da uno a dodici mesi in caso di "mancanze che abbiano provocato o rischiato di provocare una lesione all'immagine od una perdita di consensi per il MoVimento 5 Stelle, od ostacolato la sua azione politica". Gli iscritti, peraltro, potranno votare sul mantenimento all'interno dello statuto dell'espulsione come sanzione più grave (finora l'unica prevista): se dovesse rimanere, ai motivi già noti (perdita dei requisiti di iscrizione al M5S, gravi violazioni dei doveri previsti dal regolamento - e non più dal solo punto 1 - e, per gli eletti, gravi violazioni degli impegni presi all'atto della candidatura), si aggiungerebbero - per i candidati - la violazione delle regole per la presentazione e selezione delle candidature e, per chi è sottoposto a procedimento disciplinare, il rilascio di dichiarazioni pubbliche relative a quell'iter. Qualora la maggioranza degli iscritti scegliesse di eliminare la sanzione dell'espulsione, essa si tramuterebbe in una sospensione "a tempo indeterminato" in caso di perdita dei requisiti di iscrizione, in una sospensione fino a 24 mesi in tutti gli altri casi. 
Altre modifiche riguardano le fasi del procedimento disciplinare, che sarebbe avviato dal gestore del sito (incaricato dal capo politico) e non più formalmente dal capo politico, che dunque - tra l'altro - non sarebbe più chiamato a rispondere anche economicamente in caso di provvedimenti ritenuti illegittimi dai tribunali. A parte il caso della perdita dei requisiti di iscrizione, alle segnalazioni si dovrebbe dar corso solo se non manifestamente infondate. La sospensione del sottoposto a procedimento disciplinare, poi, non è più automatica, ma può essere disposta dal collegio dei probiviri, lo stesso organo che è chiamato a ricevere le controdeduzioni dell'interessato e a decidere sull'irrogazione della sanzione (potere che prima era nelle mani del capo politico, dunque di Beppe Grillo, e ora passa in mani terze); in caso di decisione sfavorevole, è stata mantenuta la possibilità di rivolgersi al comitato d'appello (che può confermare, alleviare o annullare la sanzione, mentre prima l'unica alternativa alla conferma dell'espulsione era un "parere motivato al capo politico", dunque non una vera decisione). Resta però ferma la facoltà del capo politico, ove sia in disaccordo con una decisione dei due organi di garanzia, di annullarla o alleviare la sanzione, oppure (immaginando che ciò valga soprattutto in caso di "proscioglimento") di rimettere la scelta all'assemblea degli iscritti, la cui decisione è "definitiva ed inappellabile, anche se intervenuta su decisione del collegio dei probiviri".   
Si introduce poi una sorta di "prescrizione" (che scatta a un anno dalla commissione del fatto o dalla sua scoperta) e di termine di ragionevole durata del procedimento (deve concludersi entro 180 giorni dall'invio della contestazione). Si precisa poi che i parlamentari che siano espulsi dal loro gruppo subiranno l'espulsione (o la sospensione a tempo indeterminato) dal M5S e che la procedura prima descritta - più garantista di quella in vigore ora - vale anche per i procedimenti in corso, a meno che l’espulsione sia già stata disposta.
Le modifiche proposte si chiudono con le disposizioni sulla formazione del collegio dei probiviri, organo composto di tre membri, nominati dall'assemblea ma proposti dal capo politico M5S e scelti tra i componenti dei gruppi parlamentari del MoVimento (mentre il comitato d'appello rimane composto da tre iscritti, due eletti dall'assemblea in una rosa di 5 proposta dal direttivo dell'associazione e uno eletto direttamente dal direttivo): l'incarico durerebbe tre anni, sarebbe non rinnovabile e incompatibile con incarichi governativi.

Sulla sospensione a tempo indeterminato, sulle sanzioni in caso di dichiarazioni pubbliche del sottoposto a procedimento disciplinare (impossibile non pensare al caso di Federico Pizzarotti) o di comportamenti che abbiano rischiato di ledere l'immagine o i consensi del M5S, nonché sui poteri in ambito disciplinare tuttora nelle mani del capo politico è probabile che si concentrino le perplessità - anche giuridiche - di molti. 
Le modifiche, in ogni caso, oltre che per il duplice scopo interno di rendere meno incentrato il MoVimento sulla figura del capo e di introdurre qualche garanzia in più per gli iscritti, potrebbero forse essere state elaborate con l'idea che, in futuro, anche il M5S sia chiamato a rispettare nei suoi documenti fondanti un contenuto minimo, secondo quanto oggi è indicato dal decreto legge n. 149/2013 (convertito e modificato dalla legge n. 13/2014). E' vero, l'articolo 4 del "non statuto" dice e continuerà a dire che "Il MoVimento 5 Stelle non è un partito politico né si intende che lo diventi in futuro"; eppure, nei mesi scorsi, si è rischiata l'approvazione di un disegno di legge che impediva la partecipazione alle elezioni dei partiti politici che non si fossero registrati a norma di quel decreto del 2013, cosa che finora era necessaria solo per ottenere le provvidenze pubbliche (cosa che il M5S non ha mai voluto). Il rischio di essere esclusi dalle elezioni forse era troppo grande da non suggerire qualche modifica alle regole interne. In più, le ordinanze dei tribunali di Roma e Napoli hanno comunque considerato il MoVimento alla stregua di un partito, quindi tanto valeva - forse - cautelarsi un po'.
Certo è che, se le modifiche fossero queste - anche immaginando che siano fissate in un documento con la forma dell'atto pubblico - non sarebbero sufficienti per ottenere l'eventuale inserimento del M5S nel registro. Mancano l'indicazione della sede legale (immaginando che non possa indicarla un sito web), del soggetto rappresentante legale, la cadenza delle assemblee congressuali, norme sulla promozione delle minoranze e dell'obiettivo della parità dei sessi negli organi collegiali e nelle cariche elettive; non si dice nulla sullo scioglimento delle articolazioni territoriali, su chi sia responsabile della parte finanziaria e chi debba approvare il bilancio.
Certo, può essere che il contenuto di "non statuto" e regolamento venga poi trasfuso in un atto notarile (serve la forma dell'atto pubblico), simile a quello emerso a gennaio del 2013, con tanto di integrazione di ciò che tuttora manca. Del resto, Lettera43 - in un articolo di Francesca Buonfiglioli - ha segnalato, mediante un'intervista all'avvocato Lorenzo Borré, che ha seguito i casi delle espulsioni di Roma e Napoli ottenendo provvedimenti cautelari favorevoli ai suoi assistiti, che nel 2015 lo statuto dell'associazione MoVimento 5 Stelle è stato modificato con un atto pubblico (senza alcuna procedura online ovviamente) e il tutto meriterà di essere trattato in un articolo a parte: è proprio questo, infatti, lo statuto che eventualmente verrebbe presentato alla commissione competente per la registrazione. 
Al momento, tuttavia, è presto per dare qualsiasi giudizio, al di là dello sguardo sommario dato alle norme e alle modifiche proposte. Di certo, qualche garanzia procedurale in più con il nuovo testo verrebbe introdotta; si vedrà se per gli iscritto questo sarà sufficiente o se prevarrà un giudizio negativo su certi inasprimenti previsti.

martedì 27 settembre 2016

I segreti dello spadone da Giussano

Immagine tratta da Contro Roma
Matteo Salvini l'ha dichiarato più volte: qualunque forma prenda il progetto della Lega nelle altre regioni d'Italia, al Nord niente smuoverà dal simbolo la sagoma di Alberto da Giussano. O meglio, la sagoma della statua dedicata al Guerriero di Legnano, inaugurata nel 1900 e tuttora presente in piazza Monumento: da moltissimo tempo è noto che quell'immagine non rappresenta la figura leggendaria di Alberto da Giussano - mai vissuto, dunque, a differenza ad esempio del condottiero Guido da Landriano - eppure nell'immaginario collettivo l'errata attribuzione è difficile da rettificare, per cui sarebbe difficile mettere in testa ai militanti leghisti e a tutti i drogati di politica in circolazione che quello del simbolo non è Alberto da Giussano. 
Al di là di questo, com'è finito quel disegno sul contrassegno della Lega lombarda prima e della Lega Nord poi? Certamente l'immagine della statua del guerriero era molto d'impatto, con il suo spadone puntato in avanti verso l'alto, eppure l'idea di trasformare quella statua in un segno politico - ma non di un partito - era già venuta a qualcun altro e nemmeno poco tempo prima. Ne è convinto Roberto Gremmo, capostipite assoluto degli autonomisti in Piemonte. Nel suo libro Contro Roma del 1992 - il sottotitolo era Storia, idee e programmi delle Leghe autonomiste del Nord - scriveva così: 
L'idea del guerriero dentro alla Lombardia il Bossi l'aveva semplicemente scopiazzata pari pari dal primo numero di marzo del 1959 del giornale del Movimento autonomista padano che il dottor Guido Calderoli aveva fondato per rivendicare [...] l'istituzione della Regione Lombardia. Calderoli pubblicava un giornalino (la "Regione Lombarda") che riproduceva proprio l'emblema.
A ripescare la prima pagina di quella pubblicazione, che Gremmo (infaticabile cercatore di documenti) riprodusse nel suo libro, si coglie davvero una sensibile somiglianza, se non della grafica "in concreto", per lo meno dell'idea - cioè del simbolo vero e proprio - che ritornava a distanza di poco meno di trent'anni. Ironia della sorte, a ritornare era anche il cognome Calderoli, che uno dei volti più noti della Lega Nord condivide con il fondatore del Movimento autonomista padano, anche perché il secondo era nonno del primo.
Anche il pensiero di trasformare la statua legnanese in marchio, però, non era esattamente nuovo, e certamente all'interno della Lega questo si sapeva. Sempre Gremmo, infatti, ricorda nel libro:
Un giorno Bossi mi aveva telefonato e, con il suo solito modo di parlare guardngo, mi aveva chiesto se, secondo me, il guerriero delle biciclette Legnano era coperto da qualche tutela legale o no. Gli dissi che, a mio parere, visto che riproduceva il monumento eretto nella piazza della cittadina lombarda, non poteva vantare alcun "copyright" e perciò poteva essere ripreso liberamente. 
Sarebbe stato lo stesso Gremmo, tra l'altro, a suggerire un accorgimento per evitare ogni seccatura o accusa di contraffazione. "Forse, aggiunsi, in caso di riproduzione, sarebbe stato meglio far capire - raccontava ancora lui - che si trattava non del guerriero delle bici ma di quello del monumento vero e proprio. Bossi mi diede ascolto. Ecco perché il guerriero del simbolo ha il piede destro appoggiato su un pezzettino di pietra, per dare l'idea del monumento legnanese". Indubbiamente il monumento era lo stesso, ben riconoscibile da chi andava in bicicletta, ma la forza che l'uso successivo avrebbe dato al segno politico avrebbe reso decisamente più famoso il guerriero leghista di quello ciclista.
Il libro di Gremmo, infine, non dice il nome del grafico che si occupò del disegno del simbolo della Lega lombarda (ricorda solo "che aveva lo studio a Milano in via Settala"), presentato a Umberto Bossi da Roberto Bernardelli (già cofondatore del Partito pensionati e impegnato in formazioni autonomiste); sottolinea, in compenso, che questi non avrebbe mai ricevuto da Bossi la cifra promessa per ricompensarlo di quel lavoro. Un ricordo - se confermato - decisamente amaro, per un simbolo che di strada ne ha fatta parecchia.

venerdì 23 settembre 2016

Pannella, una biografia non riverente, firmata Suttora


Sono passati poco più di quattro mesi dalla morte di Marco Pannella. Un tempo in cui la sua creatura politica, il Partito radicale - oggi nonviolento, transnazionale e transpartito - ha attraversato una fase complessa e convulsa, con un congresso discusso e un futuro irto di sfide e problemi, a partire da quelli economici che ingessano l'attività italiana e internazionale (ci si è dati l'obiettivo dei 3mila iscritti da raggiungere nei prossimi due anni). Nel frattempo, il dibattito sulla figura di Pannella - di certo un protagonista della politica italiana, per chi lo ha amato, odiato o ha oscillato tra i due sentimenti - continua: il primo libro uscito dopo la sua morte porta la firma di Mauro Suttora, giornalista di Oggi che sui radicali e il loro leader ha scritto per anni, su varie testate.
Pannella, uscito per Algama in formato ebook, più che un instant book è la terza versione allargata di due altri libri di Suttora, uno per decennio: nel 1993 arrivò Pannella, i segreti di un istrione, nel 2001 Pannella & Bonino Spa. I titoli dei precedenti sono già un programma: nessun intento agiografico, nessuna santificazione. Il libro appena uscito, a dispetto del titolo più neutro, resta un ritratto assolutamente irriverente, poco amante dei giri di parole e della diplomazia. Per questo ho scelto di intervistare Suttora, che nella chiacchierata - dagli stessi toni del libro - fa emergere anche una parte importante del suo vissuto (ed è normale: "per molti giovani negli anni '70 - mi spiega - la politica è nata nelle discussioni in casa - in cucina, diceva Pannella - pro o contro le idee dei genitori) e analizza anche l'evoluzione e il futuro dei radicali. Che sopravviveranno anche alla scomparsa del loro demiurgo e alle difficoltà economiche, perché "rappresentano l'esigenza eterna della libertà".
Ospito qui l'intervista anche perché, come dico in una delle domande, fare la storia di Pannella e dei radicali significa ripercorrere una vicenda ricca di simboli, nuovi e rinnovati, di piccole e grandi modifiche e di esperimenti arditi. Anche se non vengono citati nella chiacchierata, merita di essere ricordata innanzitutto la cosiddetta "inseminazione radicale" delle europee del 1989, con i radicali candidati addirittura in quattro liste diverse (Psdi, Verdi, Pri-Pli e la lista Antiproibizionisti sulla droga, ben riconoscibile grazie alla rosa senza pugno) per tentare di dare vita - così disse Gad Lerner - "al più incredibile tentativo di quadratura del cerchio nella politica italiana"). Entrata a Strasburgo la lista degli Antiproibizionisti, il loro simbolo fu usato per esentare dalla raccolta firme la lista Pannella alle politiche del 1992, mentre la corolla della rosa, intesa come emblema del Partito radicale - ormai lontano dalle elezioni, ma pur sempre presente nelle Camere italiane - poté attribuire lo stesso beneficio alla Lista Referendum (a tinte piuttosto radicali) di Massimo Severo Giannini: il miracolo di usare quasi lo stesso simbolo per favorire due diversi gruppi riuscì, anche se proprio per questo alle urne il risultato non fu soddisfacente. E anche questo fa pienamente parte della storia radicale.

* * * 




Suttora, il suo ultimo libro Pannella può considerarsi una terza stesura dei due volumi del 1993 e del 2001. Come mai l'ha impegnata tanto la figura di Pannella?
Ho sentito parlare di Pannella per la prima volta da mia zia, docente universitaria a Parigi, dove lo aveva conosciuto nei primi anni '60. Poi confondevo il suo nome con quello di Capanna, leader del '68. Infine ho incontrato per strada a Bergamo un banchetto radicale per l'obiezione di coscienza nel 1972: avevo 13 anni. Mio padre si abbonò al settimanale Panorama, e probabilmente la Mondadori regalò a Pannella l'indirizzario degli abbonati, perché nel 1973 cominciò ad arrivare a casa gratis il giornale di Pannella Liberazione (la testata che poi cedette a Rifondazione, così come diede generosamente ai verdi il simbolo del Sole che ride). Liberazione era buffo, perché ogni titolo tuonava contro il "regime".
Lo trovavo interessante ma esagerato: per me i regimi erano ben altri, quelli fascisti in Cile, Spagna, Grecia, Portogallo, e quelli comunisti.  Ma per un ginnasiale come me, educato al laicismo dal mio nonno preside e latinista, i radicali furono fondamentali in quell'inverno 1973-74, con la campagna sul divorzio. Quando il prete gesuita della mia parrocchia bergamasca San Giorgio tuonò dal pulpito contro il divorzio, smisi di andare a messa. E nell'estate '74 mi appassionai allo sciopero della fame di Pannella leggendo l'articolo di Pasolini sul Corriere della Sera e quelli successivi. Ero refrattario ai gruppuscoli marxisti del mio liceo, gli unici contestatori che vedevo moderni erano i radicali, così kennediani e simili alle proteste di Martin Luther King e degli studenti americani...

E poi?
Poi mi trasferii a Udine, e lì nell'estate '75 fece tappa l'annuale marcia antimilitarista radicale: fu una serata straordinaria, con un concerto in piazza degli allora sconosciuti Napoli Centrale (con Pino Daniele tecnico del suono). Suonavano per i radicali anche Battiato, Bennato e De Gregori. Io però al liceo di Udine ero l'unico radicale. In Friuli c'erano molte caserme e servitù militari, così invitai a un'assemblea studentesca due obiettori che erano finiti in carcere: il radicale Renato Fiorelli di Gorizia e lo storico del Movimento Nonviolento di Vicenza Matteo Soccio. Ogni sabato pomeriggio c'era una riunione nella sede radicale udinese di via Mantica, ma le discussioni mi sembravano un po' noiose. Inoltre c'erano troppi omosessuali del Fuori, e io al sabato pomeriggio preferivo uscire con le ragazze. Il 6 maggio 1976 finalmente c'era la prima tribuna elettorale del partito radicale: avrei potuto vedere Pannella in tv. Ma alle 9 di sera, pochi minuti prima dell'inizio, ci fu il terremoto del Friuli.

Un incontro mancato quindi... come continua la storia?
Sono stato un convinto attivista radicale fino al 1981. Mi elessero segretario dell'associazione di Udine a 20 anni, perché i giovani erano molto valorizzati. Partecipai al mio primo congresso radicale nel '79 a Genova, e lì scoprii che Pannella nella vita interna del partito si trasformava da libertario in dittatore. Lo conobbi personalmente, mi invitò nella sua famosa mansarda a Roma, mi corteggiò non corrisposto; al congresso del 1981 a Firenze intervenni usando i miei 5 minuti per suonare con la chitarra una canzone antimilitarista di Donovan tradotta da me (Universal Soldier). Nel frattempo ero diventato segretario nazionale della Lega per il disarmo di Rutelli e dello scrittore Carlo Cassola. Ero molto impegnato nel coordinamento antimilitarista europeo che organizzava una marcia ogni estate: nel 79 la Carovana Bruxelles-Berlino-Varsavia, nell'80 la Lione-La Spezia-Livorno-Lubiana, nell'81 in Olanda contro gli euromissili, nell'82 in Spagna contro il confine bloccato di Gibilterra (mi arrestarono e finii in carcere).

giovedì 22 settembre 2016

Psi, atti del congresso sospesi: una lotta sui delegati che sa di già visto

I congressi dei partiti nascono per essere snodi importanti, in cui ci si confronta, anche in modo aspro, per poi alla fine prendere una decisione; dovrebbe essere così anche in casa socialista, ma da vent'anni o poco più quegli appuntamenti sembrano maledetti, per il loro esito o per i loro strascichi giudiziari. Il 12 novembre del 1994 fu un congresso a decretare lo scioglimento del Psi (quello che fu di Bettino Craxi e in quel momento era guidato da Ottaviano Del Turco); proprio oggi, le agenzie hanno dato la notizia di un'ordinanza del tribunale civile di Roma che ha sospeso in via cautelare gli atti dell'ultimo congresso nazionale del Partito socialista italiano (quello rifondato nel 2007), celebrato a Salerno dal 15 al 17 aprile scorso. Tra gli effetti segnalati da quelle prime notizie, rientra anche la sospensione della conferma a segretario di Riccardo Nencini (attualmente anche viceministro alle infrastrutture del governo in carica). 
La decisione del giudice della sezione terza Stefano Cardinali - che ha già incrociato sulla sua strada alcune dispute interne ai partiti, visto che nel 2014 si è pronunciato su uno degli innumerevoli tentativi di rimettere in pista la Democrazia cristiana - nasce dal ricorso presentato da alcuni iscritti al Psi, ossia Angelo Sollazzo, Pieraldo Ciucchi, Roberto Biscardini, Aldo Potenza e Gerardo Labellarte: tutti loro fanno riferimento ad Area Socialista, il gruppo politico il cui esponente più noto è Bobo Craxi e che si è costituito a metà aprile, giusto prima del congresso "incriminato", al quale l'area stessa non ha partecipato. 
Già cinque mesi fa, nel presentare la sua componente, Craxi aveva annunciato che il gruppo non avrebbe partecipato al congresso di Salerno. Alla base della scelta c'erano innanzitutto ragioni politiche, come il profondo disaccordo di quegli iscritti rispetto a posizioni del partito "diametralmente opposte": per loro il Psi non si poteva "ridurre ad essere una dependance del partito e del governo di Renzi", accusavano Nencini di aver ridotto il partito a una "condizione di subalternità [...] in ragione di uno strapuntino governativo" (valeva, tra l'altro, anche per le posizioni sulla riforma costituzionale che in seguito sarebbero maturate, con il Psi convintamente favorevole e il gruppo di Bobo Craxi contrario) e aver messo a rischio la conservazione di una forma organizzata e dell'identità socialista ("uomini e donne socialiste ormai da troppo tempo non ritrovano sulla scheda elettorale il simbolo che fa riferimento alla tradizione centenaria del Psi").  
La scelta di non prendere parte all'assise, tuttavia, era anche motivata da questioni giuridiche, che hanno portato Sollazzo, Ciucchi, Biscardini, Potenza e Labellarte a impugnare la convocazione del congresso al quale comunque non avrebbero partecipato ritenendolo illegittimo. Le loro lamentele sono riportate in un post scritto su Facebook dall'account "Primula rossa", a quanto pare molto informato: vi si legge che "i membri di Area Socialista avevano lamentato la partecipazione al Congresso di un numero di delegati che non trovava riscontro nel numero degli effettivi tesserati, con conseguente alterazione degli equilibri previsti per la determinazione delle materie da sottoporre alle decisioni congressuali e per l’adozione delle relative delibere". 

mercoledì 21 settembre 2016

Se l'archivio segreto Dc vale meno di uno scudo (crociato)

Il colpaccio "simbolico", anche questa volta, l'ha fatto Il Tempo. Il quotidiano romano, da sempre attentissimo alle vicende interne alla destra (e soprattutto a Fratelli d'Italia), aveva già in passato fatto alcuni scoop importanti legati alla storia della Prima Repubblica, specie quando questa aveva strascichi - anche giudiziari - nella politica attuale. In questo, non poteva non rientrare anche la vicenda della Democrazia cristiana. 
Del partito che fu di De Gasperi il giornale si era già occupato a metà febbraio, dando per primo la notizia dell'esposto giudiziario presentato da un gruppo di persone per tentare di "restituire" alla Dc una parte del suo patrimonio immobiliare. Il bottino era già interessante, ma ora Il Tempo l'ha incrementato di un carico dal valore incalcolabile: da ieri, infatti, il giornale ha iniziato a svelare parte di quello che a ragione è stato chiamato "L'archivio segreto della Dc". Di che si tratta? "Migliaia di faldoni impolverati - ha scritto ieri l'autore del servizio, Daniele Di Mario - [...] conti correnti, movimenti bancari per 30 miliardi di lire solo nel '92, lettere di raccomandazione, report dei servizi segreti, litigi tra vecchi segretari, rapporti su società immobiliari, contabilità in nero, finanziamenti a giornali, associazioni, sindacati".  
Il colpo giornalistico è stato reso possibile dalla collaborazione di Gianfranco Rotondi, che di fatto ha continuato a custodire fino a ora quel materiale: a convincerlo a renderlo almeno in parte noto è stato il direttore del Tempo Gian Marco Chiocci, che negli anni ha conosciuto bene la vicenda giuridico-patrimoniale legata alla diaspora democristiana (l'aveva raccontata soprattutto per Il Giornale). I cultori di scandali e dietrologie dovranno mettersi almeno in parte l'anima in pace: le carte svelate da Rotondi arrivano solo fino al 1993, prima dunque che il patrimonio si disperdesse in mille rivoli più o meno chiari.
A dispetto di ciò, il materiale è ugualmente interessante: "nei faldoni di cui oggi comincia la pubblicazione - ha spiegato ieri Rotondi - non c'è la storia gloriosa delle grandi scelte di progresso con cui la Dc ci ha reso la settima potenza del mondo: qui c'è la storia minima dei conti e delle fatture, la miseria e la nobiltà delle questioni di cassa. La storia meno nobile diciamo. Ecco, è proprio questa tonnellata di carte a rianimare l'orgoglio democristiano: qui si dà conto di entrate in chiaro e in scuro, di contributi e rimborsi. Ma si dà conto con precisione, alla lira. I partiti che oggi invocano rottamazione, onestà, rivoluzione liberale sono in grado di fare altrettanto?"

martedì 20 settembre 2016

Il ragazzo che sorride che sulle schede non arrivò mai

Il simbolo poteva essere così
"Il ragazzo che sorride: sulla prossima e già affollatissima scheda elettorale sta per fare capolino un nuovo simbolo, lo stesso utilizzato in Cecoslovacchia dal presidente Vaclav Havel". Iniziava così un articolo di Massimo Gramellini - intitolato I radicali voteranno "il ragazzo che sorride" - pubblicato dalla Stampa il 12 gennaio 1992, con cui si prefigurava la nascita di una nuova lista, in vista delle elezioni politiche che si sarebbero svolte il 5 e il 6 aprile di quell'anno.
L'articolo, tuttavia, non parlava di una lista promossa direttamente dal Partito radicale, da meno di un lustro trasformatosi in un soggetto politico transnazionale (oltre che nonviolento e transpartito) e dunque impossibilitato a partecipare "in quanto tale e con il proprio simbolo" alle elezioni politiche. Il progetto elettorale di cui si parlava, invece, si chiamava Riforma democratica, evoluzione del Comitato per la riforma democratica, nato a settembre del 1991 per promuovere la raccolta di firme per tre referendum all'insegna del motto "Più Stato, meno Partito". 
A presiedere il comitato era Massimo Severo Giannini, costituzionalista e amministrativista tra i più apprezzati: se dall'esperienza della raccolta delle firme per i quesiti doveva nascere un progetto che guardava alle urne, di certo lo avrebbe guidato lui (assieme ad altre figure come il coordinatore del comitato Giovanni Negri, dalla lunga militanza radicale come Giuseppe Calderisi). L'idea effettivamente di presentare liste comuni al Senato da parte di coloro che avevano concorso a promuovere i referendum - che si sarebbero poi votati nel 1993 - superando gli steccati partitici (all'operazione avevano contribuito tra l'altro Pds, Pri e Pli) era propria del gruppo guidato da Giannini, ma molti guardavano con titubanza l'idea, preferendo altre soluzioni. 
Proprio Negri aveva parlato della possibilità di presentare liste autonome da ogni altra forza politica ("uno scherzo serio", l'avrebbe chiamato). E secondo Gramellini c'era la possibilità concreta che come simbolo venisse usato il "ragazzo sorridente" di Občanské Fórum, il "Forum civico" delle forze dissidenti messo in piedi da Vaclav Havel e alla guida del quale era riuscito a ottenere la presidenza della Cecoslovacchia. Non si sa bene quanto fondo di verità ci fosse in quella notizia (non se ne trova traccia in nessun'altra fonte relativamente raggiungibile), ma l'operazione sarebbe stata piuttosto ardita. Il segno, pur essendo semplice e facilmente leggibile, era di minore impatto rispetto a un altro sorriso, quello del sole degli antinuclearisti danesi che i radicali pochi anni prima avevano comprato per donarlo agli Amici della Terra e poi alle Liste verdi; in più, sarebbe stato impossibile utilizzare l'emblema così com'era, visto che la sigla era diversa, non prevedeva nemmeno una "O" e, in ogni caso, era necessario che tutto il contrassegno - che per la prima volta sarebbe stato a colori, ma ancora non c'era certezza, visto che la legge che lo prevedeva era in via di approvazione - fosse contenuto in un cerchio di 2 centimetri di diametro. 
Il fatto è che si capì abbastanza in fretta che Marco Pannella difficilmente sarebbe stato della partita: "Guardiamo alla possibilità di una lista nuova e altre in cui presentarci - si legge nel pezzo di Gramellini - ma non ci convincono le soluzioni piccole". Con in più la consapevolezza che presentarsi in modo da eleggere qualcuno era una necessità, più pratica che politica: "Sono obbligato a presentarmi - continuava - perché per garantire i contributi alla nostra radio bisogna che almeno un radicale venga eletto. Ma dove e con chi lo stabilirò all'ultimo momento. Voglio prima attendere gli errori degli altri...". 
Com'è finita la storia, è cosa nota: quasi all'ultimo minuto Pannella decise di varare liste che portavano il suo nome all'interno (il primo caso in Italia e probabilmente non solo), mentre Giannini e parte dell'originario Comitato per la riforma democratica continuarono nel loro progetto, dando vita - non senza polemiche - alla Lista Referendum, con un vistoso "SI" bianco su fondo arancione. Per poter presentare le candidature senza raccogliere le tante firme necessarie, Pannella utilizzò per sé la pulce della lista degli Antiproibizionisti sulla droga (rappresentati dal 1989 al Parlamento europeo) e concesse in extremis alla formazione di Giannini di inserire sul fondo il contorno bianco corolla della rosa nel pugno, mutuata dal Partito radicale che era arrivato nelle Camere italiane - per l'ultima volta - nel 1987. A conti fatti l'esperimento della lista referendaria andò maluccio: non arrivò nessun parlamentare, l'esperimento si esaurì dopo l'appuntamento elettorale e del ragazzo sorridente - che nessuno allora avrebbe osato chiamare emoticon - non si sarebbe più parlato.

lunedì 19 settembre 2016

Rifondazione sì, ma socialista (di qualche anno fa)

Ci si abitua fin troppo a chiamare le cose con una parte del loro nome, al punto tale che l'abbreviazione diventa metonimia e così si finisce per pensare che quel nome basti a evocare quella cosa e soltanto quella. Così, il MoVimento 5 Stelle è semplicemente "il Movimento" per gli aderenti e gli attiVisti, al punto tale che questi si lamentano se qualche altro gruppo politico (specie se fondato da qualche ex M5S) utilizza quella parola nella sua denominazione. Lo stesso, da ben più tempo, vale per la Lega Nord: quasi tutti da sempre la chiamano "Lega" e i militanti hanno cercato di far leva su questo per cercare di bloccare le decine di Leghe fiorite negli anni, ma non sono mai riusciti ad assicurarsi l'esclusiva su quella parola (per i giudici nessuno può "brevettare" il concetto di "lega" come "associazione, gruppo, sodalizio").
Qualcosa di simile, a pensarci bene, è accaduto con il Partito della Rifondazione comunista. Anno dopo anno, bastava dire "Rifondazione" (con la maiuscola, scritta o pronunciata con enfasi) per richiamare bandiere rosse e falci con martelli, anche se il concetto in sé era e rimane assolutamente neutro. Che la parola non avesse acquisito alcun valore prettamente comunista lo dimostra, per esempio, il fatto che Publio Fiori, il 1° ottobre 2006 abbia voluto chiamare la sua nuova (e non ultima) formazione post diccì proprio Rifondazione democristiana. Ironia della sorte, sempre nel 2006 c'erano altre persone in vena di rifondare qualcosa: giusto pochi mesi prima, il 22 e il 23 luglio, ai Frentani si era svolto il primo congresso di Rifondazione socialista. "La nostra identità è il nostro futuro", recitava il titolo dell'assise, anche se probabilmente quel futuro doveva essere sfuggito a molti, perché in rete si trovano poche tracce dell'evento.
Il partito ha continuato a essere sconosciuto ai più anche quando nel 2011, suo malgrado, venne citato nell'ambito di un presunto tentativo di "compravendita" di un parlamentare. Fu Gino Bucchino (eletto nel 2008 alla Camera col Pd nella circoscrizione Estero) a denunciare il 24 febbraio un abboccamento da parte di un "giovane esponente" di Rifondazione socialista, il quale gli avrebbe proposto di abbandonare il suo gruppo e di aderire come persona di sinistra a quello di Iniziativa responsabile - all'epoca sostenitore del governo Berlusconi - in cambio di rimborsi per la nuova campagna elettorale e della certezza di rielezione nella legislatura successiva, garantita da Denis Verdini. Bucchino rifiutò e poche settimane dopo rese noto l'episodio, mentre Verdini si affrettò a negare tutto quanto, come pure Filippo Fiandrotti, già deputato torinese della corrente di Riccardo Lombardi e fondatore di Rifondazione socialista ("Diffido chiunque dall'usare il nome di Rifondazione Socialista - dichiarò alla Repubblica -. Bucchino? ma chi è 'sto pazzo... Quel che dice questo signore è impossibile. Rifondazione Socialista l'ho fondata io e, a onor del vero, non esiste neppure più. Siamo confluiti nel Pd come componente culturale, con Fassino e Valdo Spini".
Sarà, eppure qualcuno riteneva di incarnare ancora quello spirito rifondatore. Il giorno dopo sul Corriere si seppe che il "giovane esponente" si chiamava Giuseppe Graziani: riconobbe di aver contattato Bucchino "e con lui altri sei o sette parlamentari, ma non ho mai offerto soldi. Volevo che nascesse un sottogruppo nel Gruppo misto intitolato ai socialisti", poi della questione non si parlò quasi più. Andando a spulciare nel suo profilo, in una foto Graziani appare proprio alla tribuna congressuale dei Frentani del 2006 e da quell'assise uscì segretario nazionale del partito; in precedenza, lui era stato segretario del Nuovo Psi nel napoletano e, dopo quell'esperienza, aveva voluto rifondare i principi e i valori del socialismo repubblicano e laico. 
Nelle immagini del congresso si vede bene tuttora il simbolo scelto dal partito, depositato come marchio pochi mesi prima da tale Ludovico Graziani, e così descritto: "marchio costituito dalla dicitura 'rifondazione socialista' a forma di un triangolo isoscele contenuto in una cornicetta sottile rossa; nel triangolo giallo sono rappresentati tre garofani in rosso con gambi e cinque foglioline in verde e sottostante vi è la dicitura 'rifondazione comunista' (sic!) in rosso. da notare che la parola 'socialista' è rappresentata con un carattere più grande".
Oggi, peraltro, quel disegno non sembra del tutto abbandonato. Praticamente gli stessi garofani - che somigliano molto a quelli di Filippo Panseca - nello stesso triangolo (stavolta a fondo bianco e bordato di rosso) sono inseriti nell'emblema più complesso di Socialismo umanitario universaleorganizzazione politica "che - si legge sulla sua pagina Facebook - persegue l’obiettivo di soddisfare i primari bisogni dell’uomo e la salvaguardia della vita umana, l'autosufficienza alimentare e la valorizzazione delle risorse umane". Segretario generale ne è lo stesso Graziani e che il simbolo abbia anche un valore politico è facile da appurare: nel 2008 venne depositato in occasione delle elezioni politiche (allora però il cerchio interno di fondo era verde e, soprattutto, non si intravedeva un triangolo a punta verso il basso, che con quello dei garofani oggi forma una sorta di "stella di David") e, lo scorso aprile, il gruppo era pronto a sostenere Luigi De Magistris a Napoli e altri candidati nei municipi. Chissà se, dieci anni dopo, la dimensione umanitaria ha mandato nel dimenticatoio le velleità di rifondazione oppure queste sono ancora vive, magari solo nascoste da qualche parte...

mercoledì 14 settembre 2016

Centrodestra, Salvini pensa a una Lega federale?

E se qualcuno ci avesse pensato?
Qualcuno ne sembra piuttosto convinto: se si vuole guardare a potenziali novità di rilievo nel panorama politico italiano, occorre tenere d'occhio l'area leghista. L'ipotesi, mai del tutto sopita, è stata rilanciata poche ore fa da un articolo scritto da Francesco Cramer per ilGiornale.it. In campo ci sarebbe una vera e propria "tentazione" di Matteo Salvini: il lancio di un nuovo soggetto politico che funga da contenitore o da aggregatore per il centrodestra, ovviamente sotto la guida del leader del Carroccio e non di altre figure vecchie (Silvio Berlusconi) o "nuove" (Stefano Parisi). 
Scartata l'ipotesi di lanciare un simile progetto al tradizionale - e rituale - raduno di Pontida (proprio in queste settimane si parla con più insistenza di possibili modifiche alla legge elettorale e oggettivamente sarebbe diverso doversi rapportare con un premio di maggioranza a una singola lista o a una coalizione), per Cramer si starebbe comunque facendo strada l'idea di dare avvio a "un progetto politico nuovo cambiando pelle a Noi con Salvini, costola sudista della Lega che però al centro e al sud non ha sfondato alle ultime amministrative". Si tratterebbe dunque di cambiare il brand di quel soggetto politico - il che, vista la sua scarsa vita fin qui, darebbe l'impressione di averne fondato uno nuovo - e di dargli una guida autonoma, così da poter costruire con la Lega Nord un nuovo contenitore di centrodestra.
Secondo Cramer la rinnovata creatura politica potrebbe "attrarre tutto quel mondo berlusconiano che non si fida di Parisi", evitando ogni tendenza centrista o filorenziana e costruendo una proposta ben alternativa al Pd e "marcatamente federalista", magari ripartendo dal disegni di tre macroregioni che fu di Gianfranco Miglio. Questo potrebbe convincere anche i leghisti della prima ora - finora apparsi poco convinti di un impegno su scala nazionale - dell'opportunità di seguire un progetto nuovo, che però mostri di avere radici in una storia (quella della prima Lega) cui guarda con rispetto e considerazione. Il giornalista, senza giri di parole, pensa soprattutto all'accoglimento di istanze affini a quelle di Roberto Maroni, interessato a una Lega più di governo che di lotta, più federalista che nazionalpopulista alla Le Pen.
Detto questo, è lecito fare qualche riflessione sull'eventuale simbolo che potrebbe essere messo in campo qualora si volesse lanciare davvero il nuovo progetto politico. Certamente l'ipotesi più misteriosa resta quella legata a un Italicum conservato così com'è (presumibilmente a seguito di una vittoria dei "sì" al referendum costituzionale), poiché sulla scheda dovrebbe finire un solo emblema, tutt'al più contenente una o più "pulci" di altri partiti. Se invece ci fosse di nuovo lo spazio per formare coalizioni, il nuovo soggetto potrebbe tranquillamente affiancare il Carroccio senza essere alternativo a questo (com'è avvenuto invece finora per Noi con Salvini, al di là dell'esperimento locale romano - non troppo esaltante - che ha utilizzato la grafica di quest'ultimo, ma con la parola "Lega").
In questo secondo caso, dunque, si dovrebbe immaginare un emblema rinnovato (più o meno simile a quello di Noi con Salvini) da porre al fianco di quello della Lega Nord. Qualora invece il sistema elettorale restasse invariato, si dovrebbe tener conto dell'inopportunità di utilizzare nomi come Lega d'Italia (troppo simile alla Lega Italia di Carlo Taormina e a rischio di azioni legali) o Italia Federale (coniato nel 1997 da Irene Pivetti, usato con poca fortuna e ripreso più di recente - con tutt'altra grafica - da Aldo Traccheggiani); allo stesso tempo, sarebbe praticamente impossibile mettere da parte l'immagine storica di Alberto da Giussano, la cui irrinunciabilità è stata riaffermata da Salvini in varie occasioni. 
Stando così le cose, qualcuno potrebbe seriamente considerare l'ipotesi di rielaborare un altro vecchio marchio, utilizzato o almeno approdato proprio in casa leghista: quello della Lega Italia federale. Non la si confonda con la Lega italiana federalista, nata nel 1995 grazie all'apporto di figure quali Luigi Negri, Enrico Hüllweck e Sergio Cappelli (una pagina politica su cui presto occorrerà ritornare) ed esauritasi piuttosto in fretta per mancanza di organizzazione. Il riferimento è invece a quel progetto concepito tra il 1992 e il 1993 proprio per utilizzare su tutto il territorio nazionale l'emblema della Lega Nord: all'epoca fu coordinato da Cesare Crosta (già del Partito monarchico nazionale e, in seguito, del Fronte dell'Uomo qualunque rifondato da Giuseppe Fortezza, anch'egli candidato con Crosta dalla Lega Nord-Centro-Sud alle politiche del 1992), alle amministrative di Roma del 1993 candidò Maria Ida Germontani, si ripresentò ad alcuni appuntamenti elettorali nel 1995 (vedendo affermarsi la figura di Gianfranco Vestuto, candidato alle suppletive di Napoli del 1995 e futuro fondatore della Lega Sud - Ausonia) e fu sostanzialmente abbandonato dal 1996, con l'emergere delle idee secessioniste. 
Per marcare la differenza rispetto ad allora, magari, potrebbe essere sufficiente togliere il termine "Italia" e lasciare soltanto come nome Lega federale, magari con la prima parola in bella evidenza. In questo modo nessuno avrebbe dubbi sull'impegno in senso federalista del soggetto politico e si manterrebbe la forza del segno leghista per eccellenza (conquistata in anni di uso) senza limitarla alle sole regioni del Nord. Certo, convincere parte dei berlusconiani inquieti non sarà facilissimo, ma alla Lega interesserebbe innanzitutto non perdere la propria base storica e questo, con l'emblema proposto, difficilmente accadrebbe.